(VIDEO) Il discorso di Thomas Sankara alle Nazioni Unite

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Alle Nazioni Unite avevano “smarrito” il video dello straordinario discorso di Thomas Sankara di cui trascriviamo di seguito il testo.

Per anni e anni si è fatto di tutto, dopo averlo eliminato fisicamente, perché di Thomas Sankara non rimanesse traccia, se ne perdesse ogni memoria.

Si voleva l’oblio sulla più grande speranza mai sorta in Africa, su di un’idea di politica come servizio alla felicità di tutti, sull’uomo che per primo, profeticamente, denunciò la nascita del più grande e odioso dei poteri, quello finanziario e sul pericolo di una nuova schiavitù globale. Quella finanziaria.

Ora, finalmente, dagli archivi della televisione del Burkina liberatosi dalla dittatura è venuto fuori il video realizzato, in quell’occasione, con i poveri mezzi di un media africano.

thomassankara.net lo ha appena pubblicato e a loro va un grande ringraziamento

raiawadunia

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New York, 4 ottobre 1984, 39ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

Presidente, Segretario generale, onorevoli rappresentanti della comunità internazionale.

Vi porto i saluti fraterni di un paese di 274.000 chilometri quadrati in cui sette milioni di bambini, donne e uomini si rifiutano di morire di ignoranza, di fame e di sete, non riuscendo più a vivere nonostante abbiano alle spalle un quarto di secolo di esistenza come stato sovrano rappresentato alle Nazioni Unite.

Sono davanti a voi in nome di un popolo che ha deciso, sul suolo dei propri antenati, di affermare, d’ora in avanti, se stesso e farsi carico della propria storia – negli aspetti positivi quanto in quelli negativi – senza la minima esitazione.

Sono qui, infine, su mandato del Consiglio nazionale della rivoluzione (Cnr) del Burkina Faso, per esprimere il suo punto di vista sui problemi iscritti all’ordine del giorno, che costituiscono una tragica ragnatela di eventi che scuotono dolorosamente le fondamenta del nostro mondo alla fine di questo millennio. Un mondo dove l’umanità è trasformata in circo, lacerata da lotte fra i grandi e i meno grandi, attaccata da bande armate e sottoposta a violenze e saccheggi. Un mondo dove le nazioni agiscono sottraendosi alla giurisdizione internazionale, armando gruppi di banditi che vivono di ruberie e di altri sordidi traffici.

Risultati immagini per Thomas SankaraNon pretendo qui di affermare dottrine. Non sono un messia né un profeta; non posseggo verità. I miei obiettivi sono due: in primo luogo, parlare in nome del mio popolo, il popolo del Burkina Faso, con parole semplici, con il linguaggio dei fatti e della chiarezza; e poi, arrivare ad esprimere, a modo mio, la parola del “grande popolo dei diseredati”, di coloro che appartengono a quel mondo che viene sprezzantemente chiamato Terzo mondo. E dire, anche se non riesco a farle comprendere, le ragioni della nostra rivolta. È chiaro il nostro interesse per le Nazioni Unite, ed è nostro diritto essere qui con il vigore e il rigore derivanti dalla chiara consapevolezza dei nostri compiti.

Nessuno sarà sorpreso di vederci associare l’ex Alto Volta – oggi Burkina Faso – con questo insieme così denigrato che viene chiamato Terzo mondo, una parola inventata dal resto del mondo al momento dell’indipendenza formale per assicurarsi meglio l’alienazione sulla nostra vita intellettuale, culturale, economica e politica.

Noi vogliamo inserirci nel mondo senza giustificare comunque questo inganno della storia, né accettiamo lo status di “entroterra del sazio Occidente”. Affermiamo la nostra consapevolezza di appartenere a un insieme tricontinentale, ci riconosciamo come paese non allineato e siamo profondamente convinti che una solidarietà speciale unisca i tre continenti, Asia, America Latina ed Africa in una lotta contro gli stessi banditi politici e gli stessi sfruttatori economici.

Riconoscendoci parte del Terzo mondo vuol dire, parafrasando José Martí, “affermare che sentiamo sulla nostra guancia ogni schiaffo inflitto contro ciascun essere umano ovunque nel mondo”. Finora abbiamo porto l’altra guancia, gli schiaffi sono stati raddoppiati. Ma il cuore del cattivo non si è ammorbidito. Hanno calpestato le verità del giusto. Hanno tradito la parola di Cristo e trasformato la sua croce in mazza. Si sono rivestiti della sua tunica e poi hanno fatto a pezzi i nostri corpi e le nostre anime. Hanno oscurato il suo messaggio. L’hanno occidentalizzato, mentre per noi aveva un significato di liberazione universale. Ebbene, i nostri occhi si sono aperti alla lotta di classe, non riceveremo più schiaffi.

Non c’è salvezza per il nostro popolo se non voltiamo completamente le spalle a tutti i modelli che ciarlatani di tutti i tipi hanno cercato di venderci per vent’anni. Non ci sarà salvezza per noi al di fuori da questo rifiuto, né sviluppo fuori da una tale rottura. Tutti quei nuovi “intellettuali” emersi dal loro sonno – risvegliati dalla sollevazione di miliardi di uomini coperti di stracci, atterriti dalla minaccia di questa moltitudine guidata dalla fame che pesa sulla loro digestione – iniziano a riscrivere i propri discorsi, e ancora una volta ansiosamente cercano concetti miracolosi e nuove forme di sviluppo per i nostri paesi. Basta leggere i numerosi atti di innumerevoli forum e seminari per rendersene conto.

Non voglio certo ridicolizzare i pazienti sforzi di intellettuali onesti che, avendo gli occhi per vedere, scoprono le terribili conseguenze delle devastazioni che ci hanno imposto i cosiddetti “specialisti” dello sviluppo del Terzo mondo. Il mio timore è che i frutti di tanta energia siano confiscati dai Prospero di tutti i tipi che – con un giro della loro bacchetta magica – ci rimandano in un mondo di schiavitù in abiti moderni.

Questo mio timore è tanto più giustificato in quanto l’istruita piccola borghesia africana – se non quella di tutto il Terzo mondo – non è pronta a lasciare i propri privilegi, per pigrizia intellettuale o semplicemente perché ha assaggiato lo stile di vita occidentale. Così, questi nostri piccolo borghesi dimenticano che ogni vera lotta politica richiede un rigoroso dibattito, e rifiutano lo sforzo intellettuale per inventare concetti nuovi che siano all’altezza degli assalti assassini che ci attendono. Consumatori passivi e patetici, essi sguazzano nella terminologia che l’Occidente ha reso un feticcio, proprio come sguazzano nel whisky e nello champagne occidentali in salotti dalle luci soffuse.

Dopo i concetti di negritudine o di personalità africana, segnati ormai dal tempo, risulta vana la ricerca di idee veramente nuove prodotte dai cervelli dei nostri “grandi” intellettuali. Il nostro vocabolario e le nostre idee hanno un’altra provenienza. I nostri professori, i nostri ingegneri ed economisti si accontentano di aggiungervi semplicemente un po’ di colore – perché spesso le sole cose che si sono riportati indietro dalle università europee sono le lauree e i loro eleganti aggettivi e superlativi!

È al tempo stesso necessario e urgente che i nostri esperti e chi lavora con la penna imparino che non esiste uno scrivere neutro. In questi tempi burrascosi non possiamo lasciare ai nemici di ieri e di oggi alcun monopolio sul pensiero, sull’immaginazione e sulla creatività. Prima che sia troppo tardi – ed è già tardi – questa élite, questi uomini dell’Africa, del Terzo mondo, devono tornare a casa davvero, cioè tornare alla loro società e alla miseria che abbiamo ereditato, per comprendere non solo che la lotta per un’ideologia al servizio dei bisogni delle masse diseredate non è vana, ma che possono diventare credibili a livello internazionale solo divenendo autenticamente creativi, ritraendo un’immagine veritiera dei propri popoli. Un’immagine che gli permetta di realizzare dei cambiamenti profondi delle condizioni politiche e sociali e che strappi i nostri paesi dal dominio e dallo sfruttamento stranieri che lasciano i nostri stati nella bancarotta come unica prospettiva.

Risultati immagini per Thomas SankaraÈ questo che noi, popolo burkinabé, abbiamo capito la notte del 4 agosto 1983, quando le prime stelle hanno iniziato a scintillare nel cielo della nostra terra. Abbiamo dovuto guidare la rivolta dei contadini che vivevano piegati in due in una campagna insidiata dal deserto che avanza, abbandonata e stremata dalla sete e dalla fame. Abbiamo dovuto indirizzare la rivolta delle masse urbane prive di lavoro, frustrate e stanche di vedere le limousine guidate da élite governative estraniate che offrivano loro solo false soluzioni concepite da cervelli altrui. Abbiamo dovuto dare un’anima ideologica alle giuste lotte delle masse popolari che si mobilitavano contro il mostro dell’imperialismo. Abbiamo dovuto sostituire per sempre i brevi fuochi della rivolta con la rivoluzione, lotta permanente ad ogni forma di dominazione.

Prima di me, altri hanno spiegato, e senza dubbio altri spiegheranno ancora, quanto è cresciuto l’abisso fra i popoli ricchi e quelli la cui prima aspirazione è saziare la propria fame e calmare la propria sete, e sopravvivere seguendo e conservando la propria dignità. Ma è al di là di ogni immaginazione la quantità di “derrate dei poveri che sono andate a nutrire il bestiame dei nostri ricchi!”

Lo stato che era chiamato Alto Volta è stato uno degli esempi più lampanti di questo processo. Eravamo l’incredibile concentrato, l’essenza di tutte le tragedie che da sempre colpiscono i cosiddetti paesi in via di sviluppo. Lo testimonia in modo eloquente l’esempio dell’aiuto estero, tanto sbandierato e presentato, a torto, come la panacea. Pochi paesi sono stati inondati come il Burkina Faso da ogni immaginabile forma di aiuto. Teoricamente, si suppone che la cooperazione debba lavorare in favore del nostro sviluppo. Nel caso dell’Alto Volta, potevate cercare a lungo e invano una traccia di qualunque cosa si potesse chiamare sviluppo. Chi è al potere, per ingenuità o per egoismo di classe non ha potuto o voluto controllare questo afflusso dall’esterno, e orientarlo in modo da rispondere alle esigenze del nostro popolo.

Analizzando una tabella pubblicata nel 1983 dal Club del Sahel, con notevole buon senso Jacques Giri concludeva nel suo libro “Il Sahel domani” che, per i suoi contenuti e i meccanismi che ne reggono il funzionamento, l’aiuto al Sahel era un aiuto alla mera sopravvivenza. Solo il 30%, sottolinea Giri, di questo aiuto permette al Sahel di vivere. Secondo Giri, il solo obiettivo dell’aiuto estero è continuare a sviluppare settori non produttivi, imporre pesi insopportabili ai nostri magri bilanci, disorganizzare le campagne, aumentare il deficit della nostra bilancia commerciale, accelerare il nostro indebitamento.

Pochi dati bastano a descrivere l’ex Alto Volta. Un paese di sette milioni di abitanti, più di sei milioni dei quali sono contadini; un tasso di mortalità infantile stimato al 180 per mille; un’aspettativa di vita media di soli 40 anni; un tasso di analfabetismo del 98%, se definiamo alfabetizzato colui che sa leggere, scrivere e parlare una lingua; un medico ogni 50.000 abitanti; un tasso di frequenza scolastica del 16%; infine un prodotto interno lordo pro capite di 53.356 franchi CFA, cioè poco più di 100 dollari per abitante. La diagnosi era cupa ai nostri occhi. La causa della malattia era politica. Solo politica poteva dunque essere la cura. Naturalmente incoraggiamo l’aiuto che ci aiuta a superare la necessità di aiuti. Ma in generale, la politica dell’aiuto e dell’assistenza internazionale non ha prodotto altro che disorganizzazione e schiavitù permanente, e ci ha derubati del senso di responsabilità per il nostro territorio economico, politico e culturale.

Abbiamo scelto di rischiare nuove vie per giungere ad una maggiore felicità. Abbiamo scelto di applicare nuove tecniche e stiamo cercando forme organizzative più adatte alla nostra civiltà, respingendo duramente e definitivamente ogni forma di diktat esterno, al fine di creare le condizioni per una dignità pari al nostro valore. Respingere l’idea di una mera sopravvivenza e alleviare le pressioni insostenibili; liberare le campagne dalla paralisi e dalla regressione feudale; democratizzare la nostra società, aprire le nostre anime ad un universo di responsabilità collettiva, per osare inventare l’avvenire. Smontare l’apparato amministrativo per ricostruire una nuova immagine di dipendente statale; fondere il nostro esercito con il popolo attraverso il lavoro produttivo avendo ben presente che senza un’educazione politica patriottica, un militare non è nient’altro che un potenziale criminale. Questo è il nostro programma politico.

Dal punto di vista della pianificazione economica, stiamo imparando a vivere con modestia e siamo pronti ad affrontare quell’austerità che ci siamo imposti per poter sostenere i nostri ambiziosi progetti. Già ora, grazie a un fondo di solidarietà nazionale alimentato da contributi volontari, stiamo cominciando a trovare risposte all’enorme problema della siccità. Abbiamo sostenuto ed applicato i principi di Alma Ata aumentando il nostro livello dei servizi sanitari di base. Abbiamo fatto nostra come politica di stato la strategia del GOBI FFF consigliata dall’UNICEF; pensiamo che le Nazioni Unite dovrebbero utilizzare il proprio ufficio nel Sahel per elaborare piani a medio e lungo termine che permettano ai paesi che soffrono per la siccità di raggiungere l’autosufficienza alimentare.

In vista del XXI secolo abbiamo lanciato una grande campagna per l’educazione e la formazione dei nostri bambini in un nuovo tipo di scuola, finanziato da una sezione speciale della nostra lotteria nazionale “istruiamo i nostri bambini”. E, grazie al lavoro dei Comitati per la difesa della rivoluzione, abbiamo lanciato un vasto progetto di costruzione di case pubbliche (500 in cinque mesi), strade, piccoli bacini idrici ecc. Il nostro obiettivo economico è creare una situazione in cui ogni burkinabé possa impiegare le proprie braccia ed il proprio cervello per produrre abbastanza da garantirsi almeno due pasti al giorno ed acqua potabile.

Promettiamo solennemente che d’ora in avanti nulla in Burkina Faso sarà portato avanti senza la partecipazione dei burkinabé. D’ora in avanti, saremo tutti noi a ideare e decidere tutto. Non permetteremo altri attentati al nostro pudore e alla nostra dignità.

Rafforzati da questa convinzione, vorremmo abbracciare con le nostre parole tutti quelli che soffrono e la cui dignità è calpestata da un pugno di uomini o da un sistema oppressivo.

Chi mi ascolta mi permetta di dire che parlo non solo in nome del mio Burkina Faso, tanto amato, ma anche di tutti coloro che soffrono in ogni angolo del mondo. Parlo in nome dei milioni di esseri umani che vivono nei ghetti perché hanno la pelle nera o perché sono di culture diverse, considerati poco più che animali. Soffro in nome degli Indiani d’America che sono stati massacrati, schiacciati, umiliati e confinati per secoli in riserve così che non potessero aspirare ad alcun diritto e la loro cultura non potesse arricchirsi con una benefica unione con le altre, inclusa quella dell’invasore. Parlo in nome di quanti hanno perso il lavoro, in un sistema che è strutturalmente ingiusto e congiunturalmente in crisi, ridotti a percepire della vita solo il riflesso di quella dei più abbienti.

Parlo in nome delle donne del mondo intero, che soffrono sotto un sistema maschilista che le sfrutta. Per quel che ci riguarda siano benvenuti tutti i suggerimenti, di qualunque parte del mondo, circa i modi per favorire il pieno sviluppo della donna burkinabé. In cambio, possiamo condividere con tutti gli altri paesi la nostra esperienza positiva realizzata con le donne ormai presenti ad ogni livello dell’apparato statale e in tutti gli aspetti della vita sociale burkinabé. Le donne in lotta proclamano all’unisono con noi che lo schiavo che non organizza la propria ribellione non merita compassione per la sua sorte. Questo schiavo è responsabile della sua sfortuna se nutre qualche illusione quando il padrone gli promette libertà. La libertà può essere conquistata solo con la lotta e noi chiamiamo tutte le nostre sorelle di tutte le razze a sollevarsi e a lottare per conquistare i loro diritti.

Parlo in nome delle madri dei nostri paesi impoveriti che vedono i loro bambini morire di malaria o di diarrea e che ignorano che esistono per salvarli dei mezzi semplici che la scienza delle multinazionali non offre loro, preferendo piuttosto investire nei laboratori cosmetici, nella chirurgia estetica a beneficio dei capricci di pochi uomini e donne il cui fascino è minacciato dagli eccessi di calorie nei pasti, così abbondanti e regolari da dare le vertigini a noi del Sahel. Questi mezzi semplici raccomandati dall’OMS e dall’UNICEF abbiamo deciso di adottarli e diffonderli.

Parlo, anche, in nome dei bambini. Di quel figlio di poveri che ha fame e guarda furtivo l’abbondanza accumulata in una bottega dei ricchi. Il negozio è protetto da una finestra di spesso vetro; la finestra è protetta da inferriate; queste sono custodite da una guardia con elmetto, guanti e manganello, messa là dal padre di un altro bambino che può, lui, venire a servirsi, o piuttosto, essere servito, giusto perché ha credenziali garantite dalle regole del sistema capitalistico.

Parlo in nome degli artisti – poeti, pittori, scultori, musicisti, attori – che vedono la propria arte prostituita per le alchimie dei businessman dello spettacolo. Grido in nome dei giornalisti ridotti sia al silenzio che alla menzogna per sfuggire alla dura legge della disoccupazione. Protesto in nome degli atleti di tutto il mondo i cui muscoli sono sfruttati dai sistemi politici o dai moderni mercanti di schiavi.

Il mio paese è la quintessenza di tutte le disgrazie dei popoli, una sintesi dolorosa di tutte le sofferenze dell’umanità, ma anche e soprattutto una sintesi delle speranze derivanti dalla nostra lotta. Ecco perché ci sentiamo una sola persona con i malati che scrutano ansiosamente l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti d’armi. Il mio pensiero va a tutti coloro che sono colpiti dalla distruzione della natura e ai trenta milioni di persone che muoiono ogni anno abbattute da quella terribile arma chiamata fame.

Come militare non posso dimenticare il soldato che obbedisce agli ordini, il dito sul grilletto e che sa che la pallottola che sta per partire porta solo un messaggio di morte. Parlo con indignazione a nome dei palestinesi, che un’umanità disumana ha scelto di sostituire con un altro popolo, solo ieri martirizzato. Il mio pensiero va al valoroso popolo palestinese, alle famiglie frantumate che vagano per il mondo in cerca di asilo. Coraggiosi, determinati, stoici e instancabili, i palestinesi ricordano alla coscienza umana la necessità e l’obbligo morale di rispettare i diritti di un popolo: i palestinesi, con i loro fratelli ebrei, si oppongono al sionismo.

Sono al fianco dei miei fratelli soldati dell’Iran e dell’Iraq che muoiono in una guerra fratricida e suicida, come sono vicino ai compagni del Nicaragua, i cui porti minati e i villaggi bombardati affrontano il loro destino con tanto coraggio e lucidità. Soffro con tutti i latinoamericani che faticano e lottano sotto i predatori dell’imperialismo. Sono a fianco dei popoli dell’Afghanistan e dell’Irlanda, di Grenada e di Timor Est, tutti alla ricerca di una serenità ispirata dalla loro dignità e dalle leggi della propria cultura. Parlo qui in nome di tutti coloro che cercano invano una tribuna davvero mondiale dove far sentire la propria voce ed essere presi in considerazione realmente. Molti mi hanno preceduto su questo palco e altri seguiranno. Però solo alcuni prenderanno le decisioni. Eppure, qui ufficialmente siamo tutti uguali.

Bene, mi faccio portavoce di tutti coloro che invano cercano un’arena dalla quale essere ascoltati. Sì, vorrei parlare in nome di tutti gli “abbandonati del mondo”, perché sono un uomo e niente di quello che è umano mi è estraneo. La nostra rivoluzione in Burkina Faso abbraccia le sfortune di tutti i popoli; vuole ispirarsi alla totalità delle esperienze umane dall’inizio del mondo. Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo e di tutte le lotte di liberazione dei popoli del Terzo mondo. I nostri occhi guardano ai profondi sconvolgimenti che hanno trasformato il mondo. Traiamo insegnamenti dalla rivoluzione americana, le lezioni della sua vittoria contro la dominazione coloniale e le conseguenze della sua vittoria. Facciamo nostra la dottrina della non ingerenza degli europei negli affari americani e degli americani negli affari europei. Ciò che Monroe proclamava nel 1823 “l’America agli Americani”, oggi viene da noi ripreso affermando “l’Africa agli Africani” e “il Burkina Faso ai Burkinabé”. La rivoluzione francese del 1789, distruggendo le basi dell’assolutismo, ci ha insegnato l’intimo legame che esiste fra diritti umani e diritti dei popoli alla libertà. La grande rivoluzione d’ottobre del 1917 ha trasformato il mondo, portato il proletariato alla vittoria, scosso le fondamenta del capitalismo e realizzato i sogni di giustizia della comune di Parigi.

Aperti a tutti i venti di volontà dei popoli e delle loro rivoluzioni, ad avendo appreso anche la lezione di alcuni terribili fallimenti che hanno portato a tragiche violazioni dei diritti umani, vogliamo prendere da ogni rivoluzione solo il suo nocciolo di purezza che ci impedisce di diventare schiavi della realtà di altri, anche quando, dal punto di vista ideologico, ci ritroviamo con interessi comuni.

Signor presidente, questo inganno non è più possibile. Il nuovo ordine economico mondiale per cui stiamo lottando e continueremo a lottare può essere raggiunto solo se saremo capaci di fare a pezzi il vecchio ordine che ci ignora; se occuperemo il posto che ci spetta nell’organizzazione politica internazionale e se, data la nostra importanza nel mondo, otterremo il diritto di essere parte delle discussioni e delle decisioni che riguardano i meccanismi regolatori del commercio, dell’economia e del sistema monetario su scala mondiale. Il nuovo ordine economico internazionale non può che affiancarsi a tutti gli altri diritti dei popoli, – diritto all’indipendenza, all’autodeterminazione nelle forme e strutture di governo – come il diritto allo sviluppo. Come tutti gli altri diritti dei popoli può essere conquistato solo nella lotta e attraverso la lotta dei popoli. Non sarà mai il risultato di un atto di generosità di qualche grande potenza.

Continuo a nutrire un’incrollabile fiducia – condivisa dalla grande comunità dei paesi non allineati – che sotto le grida di dolore dei nostri popoli, il nostro gruppo manterrà la sua coesione, rafforzerà il suo potere di negoziazione collettivo, troverà alleati fra tutte le nazioni, e insieme a quelli che ci possono ascoltare, inizierà ad organizzare un sistema di relazioni economiche internazionali realmente nuovo.

Signor Presidente, ho accettato di parlare in questa illustre assemblea perché, malgrado tutte le critiche che le sono rivolte da alcuni dei membri più importanti, le Nazioni Unite rimangono un forum ideale per le nostre richieste, un luogo indispensabile di legittimità per tutti i paesi senza voce.

È questo giustamente ciò che il Segretario Generale dell’Onu vuole significare quando scrive: “L’organizzazione delle Nazioni Unite è unica nel senso che riflette le aspirazioni e le frustrazioni di numerosi paesi e raggruppamenti in tutto il mondo. Uno dei maggiori meriti dell’Onu è che tutte le nazioni, incluse quelle oppresse e vittime dell’ingiustizia” – sta parlando di noi – “anche quando devono fronteggiare la dura realtà del potere, possono venire e trovare una tribuna dove essere ascoltati. Una giusta causa può anche incontrare opposizione o indifferenza, ma troverà comunque una eco presso le Nazioni Unite; tale caratteristica non è sempre stata apprezzata, tuttavia è fondamentale”. Non ci può essere migliore definizione del senso e del significato della nostra organizzazione.

C’è quindi la necessità urgente che ciascuno di noi lavori per consolidare le fondamenta dell’Onu e per attribuirgli i mezzi necessari all’azione. Adottiamo quindi le proposte fatte dal Segretario generale perché possiamo aiutare la nostra organizzazione a superare i numerosi ostacoli che i grandi poteri le oppongono con tanta solerzia per screditarla agli occhi dell’opinione pubblica.

Signor presidente, riconosciuti i meriti, benché limitati, della nostra organizzazione, non posso che essere lieto dell’arrivo di nuovi membri. La delegazione burkinabé dà quindi il benvenuto al 159° membro della nostra organizzazione, lo stato del Brunei Darussalam. A causa della follia di coloro che, per la stravaganza del destino, hanno in mano la leadership del mondo, il Movimento dei non allineati – di cui, mi auguro, il Brunei Darussalam farà presto parte – ha l’obbligo di considerare la lotta per il disarmo un obiettivo permanente, come presupposto essenziale del nostro diritto allo sviluppo.

A nostro parere, dobbiamo analizzare con cura tutti gli elementi che hanno portato alle calamità che hanno afflitto il mondo. In questo senso, il presidente Fidel Castro esprimeva in modo mirabile il nostro punto di vista quando, nel 1979, all’apertura del Sesto summit dei non allineati, dichiarava: “Trecento miliardi di dollari sono sufficienti a costruire 600.000 scuole all’anno per 400 milioni di bambini; oppure 60 milioni di case confortevoli per 300 milioni di persone; oppure 30.000 ospedali con 18 milioni di letti; oppure 20.000 fabbriche che possono dare lavoro a 20 milioni di lavoratori; oppure a rendere possibile l’irrigazione di 150 milioni di ettari di terra che, con adeguate scelte tecniche, possono produrre cibo per un miliardo di persone…”. Se moltiplichiamo queste cifre per dieci – e sono sicuro che rimarremmo al di sotto della realtà di spesa odierna – ci rendiamo conto di quanto l’umanità sperperi ogni anno nel settore militare a scapito della pace.

Ecco perché l’indignazione delle masse si trasforma rapidamente in rivolta e in rivoluzione contro le briciole che vengono loro gettate sotto la forma insultante degli “aiuti”, aiuti spesso legati a condizioni francamente spregevoli. Si può comprendere infine perché il nostro impegno per lo sviluppo ci chiede di essere dei combattenti per la pace, sempre.

Promettiamo dunque di lottare per sciogliere le tensioni e introdurre nelle relazioni internazionali principi degni di un modo di vivere civile, estendendoli a tutte le regioni del mondo. Ciò significa che non possiamo continuare a vendere passivamente parole. Riaffermiamo la nostra determinazione ad essere proponenti attivi di pace, ad assumere il nostro posto nella lotta per il disarmo, e infine ad agire come fattori decisivi nella politica internazionale, liberi dal controllo delle superpotenze, qualunque piano esse possano avere.

La ricerca della pace va di pari passo con la realizzazione dei diritti dei paesi all’indipendenza, dei popoli alla libertà e delle nazioni all’autodeterminazione. In questo senso il premio più miserabile e terribile – sì, terribile – va assegnato al Medio Oriente, in termini di arroganza, insolenza e incredibile ostinazione, ad un piccolo paese, Israele, che da più di venti anni con l’inqualificabile complicità della sua potenza protettrice, gli Stati Uniti, continua a sfidare la comunità internazionale. Beffa della storia, che solo ieri consegnava gli ebrei all’orrore delle camere a gas, Israele infligge ora agli altri la sofferenza che ieri fu sua. Israele, il cui popolo amiamo per il suo coraggio e i sacrifici del passato, deve sapere che le condizioni della propria tranquillità non possono essere raggiunte con la forza delle armi finanziate dall’estero. Israele deve imparare a diventare una nazione come le altre e con le altre. Oggi, da questo podio, affermiamo la nostra solidarietà attiva e militante con gli uomini e le donne dello splendido combattivo popolo palestinese, e ci rincuoriamo sapendo che nessuna sofferenza dura per sempre.

Signor Presidente, quanto alla situazione politica ed economica dell’Africa, nutriamo una profonda preoccupazione per le pericolose sfide che vengono lanciate ai diritti dei nostri popoli, da parte di alcuni paesi che, sicuri delle proprie alleanze, si fanno beffe dell’etica internazionale. Naturalmente, abbiamo il diritto di rallegrarci per la decisione di ritirare le truppe straniere dal Ciad affinché gli abitanti di questo paese, liberi da ingerenze esterne, possano cercare tra loro nuove vie per porre fine a questa guerra fratricida e, dare al popolo che piange da molte stagioni, i mezzi per asciugarsi le lacrime.

Tuttavia, malgrado alcuni progressi registrati dai popoli africani nelle lotte all’emancipazione economica, il nostro continente continua a riflettere la realtà essenziale delle contraddizioni tra le superpotenze, a portare il peso delle intollerabili e apparentemente infinite tribolazioni del mondo contemporaneo. Riteniamo inaccettabile e condanniamo incondizionatamente il destino dispensato al popolo del Sahara occidentale dal regno del Marocco che ricorre a tattiche dilatorie per rinviare il momento inevitabile della restituzione, che il volere del popolo Saharawi imporrà. Dopo aver visitato personalmente le regioni liberate dai Saharawi, mi è chiaro che nulla potrà impedire il cammino verso la liberazione totale del paese sotto la guida militante e lungimirante del Fronte Polisario.

Signor Presidente, non parlerò a lungo della questione di Mayotte e delle isole dell’arcipelago Malagasy (Madagascar). Quando le cose sono ovvie, e quando i principi sono chiari, non c’è bisogno di elaborarli. Mayotte appartiene alle Isole Comore; le isole dell’arcipelago al Madagascar.

Risultati immagini per Thomas SankaraIn America Latina, salutiamo l’iniziativa del gruppo di Contadora che costituisce un passo positivo nella ricerca di una giusta soluzione per una situazione esplosiva. Il comandante Daniel Ortega, a nome del popolo rivoluzionario del Nicaragua, ha fatto qui proposte concrete ed ha posto questioni di fondo a chi di dovere. Aspettiamo di vedere la pace nel suo paese e in tutta l’America centrale il prossimo 15 ottobre e dopo il 15 ottobre, e prendiamo l’opinione pubblica mondiale a testimone di ciò.

Come abbiamo condannato l’aggressione straniera nell’isola di Grenada, condanniamo tutte le invasioni; ecco perché non possiamo tacere di fronte all’invasione armata dell’Afghanistan.

C’è una questione particolare di una tale gravità da richiedere a ognuno di noi una posizione franca e ferma. Si tratta, potete immaginarlo, del Sudafrica. L’incredibile insolenza che questo paese ha per tutte le nazioni del mondo, incluse quelle che sostengono il suo sistema terroristico volto a liquidare fisicamente la maggioranza nera di questo paese, e il disprezzo con cui accoglie tutte le risoluzioni dell’Assemblea generale costituiscono una delle preoccupazioni maggiori del mondo contemporaneo.

Ma la cosa più tragica non è che il Sudafrica sia accusato dall’intera comunità internazionale per le sue leggi apartheid, né che continui illegalmente a tenere la Namibia sotto il suo stivale colonialista e razzista, o che sottometta impunemente i suoi vicini alla legge del banditismo. No, la cosa più deprecabile e umiliante per la coscienza umana è che sia divenuta una “banalità” la miseria di milioni di esseri umani che per difendersi non hanno altro che il loro petto e l’eroismo delle loro mani nude. Certa di poter contare sulla complicità delle grandi potenze, sul coinvolgimento attivo di alcune di queste e sulla collaborazione di qualche triste leader africano, la minoranza bianca non si vergogna a deridere i sentimenti dei popoli che nel mondo ritengono intollerabile la crudeltà che ha corso legale in Sudafrica.

Un tempo si sarebbero formate brigate internazionali per difendere l’onore delle nazioni la cui dignità era minacciata. Oggi, malgrado le ferite purulente che tutti abbiamo sopportato, votiamo risoluzioni che hanno come unico potere, ci viene detto, di portare alla ragione un Paese di pirati che “distrugge il sorriso come la grandine abbatte i fiori”.

Signor presidente, presto ricorrerà il 150° anniversario dell’emancipazione degli schiavi dell’impero britannico. La mia delegazione sostiene la proposta avanzata da Antigua e Barbuda di commemorare con solennità questo evento così importante per i paesi africani e per tutti i neri. A nostro avviso, tutto quello che potrà essere fatto, detto e organizzato nel corso delle cerimonie commemorative dovrebbe sottolineare il terribile prezzo pagato dall’Africa e dagli africani allo sviluppo della civiltà umana. Un prezzo pagato senza ricevere nulla in cambio e che spiega senza alcun dubbio la tragedia attualmente in corso nel nostro continente. È il nostro sangue che ha nutrito le radici del capitalismo, provocando la nostra attuale dipendenza e consolidando il nostro sottosviluppo. La verità non può più essere nascosta da cifre addomesticate. Dei neri deportati nelle piantagioni, molti sono morti o sono rimasti mutilati. Per non parlare della devastazione cui è stato sottoposto il nostro continente e delle sue conseguenze.

Signor presidente, se il mondo, grazie a Lei e al nostro Segretariato generale, si convincerà, in occasione di questo anniversario, di tale verità, comprenderà poi perché, con tutti noi stessi, vogliamo la pace fra le nazioni e perché sosteniamo e proclamiamo il nostro diritto allo sviluppo nell’uguaglianza assoluta attraverso l’organizzazione e la ridistribuzione delle risorse umane.

Risultati immagini per Fidel Thomas SankaraDal momento che tra tutte le razze umane apparteniamo a quelle che hanno sofferto di più, noi burkinabé abbiamo giurato di non accettare d’ora in avanti la più piccola ingiustizia nel più piccolo angolo del mondo. È il ricordo della nostra sofferenza che ci pone vicino all’OLP contro le bande armate israeliane, che ci fa sostenere l’African National Congress (ANC) e la South West Africa People’s Organization (SWAPO), ritenendo intollerabile la presenza sul suolo sudafricano di uomini “bianchi” che distruggono il mondo in nome del loro colore. Infine, è sempre questo ricordo che ci fa riporre nell’Organizzazione delle Nazioni Unite una fiducia profonda in un dovere comune, in un compito comune per una comune speranza.

Chiediamo di intensificare la campagna per la liberazione di Nelson Mandela affinché possa essere qui con noi nella prossima sessione dell’Assemblea generale, testimone del trionfo della nostra dignità collettiva. Chiediamo che, in ricordo delle nostre sofferenze e nel segno del perdono collettivo, sia creato un Premio internazionale della riconciliazione umana, da assegnare a chi contribuirà alla difesa dei diritti umani. Proponiamo che il budget destinato alle ricerche spaziali sia tagliato dell’1%, per devolvere la cifra corrispondente alla ricerca sulla salute e al ripristino dell’ambiente umano perturbato da tutti questi fuochi d’artificio nocivi all’ecosistema.

Proponiamo anche di rivedere tutta la struttura delle Nazioni Unite per porre fine allo scandalo costituito dal diritto di veto. È vero che certi effetti più diabolici del suo abuso sono stati controbilanciati dalla vigilanza di alcuni fra gli stati che detengono il veto. Tuttavia, nulla può giustificare un tale diritto, né le dimensioni di un paese né la sua ricchezza.

Alcuni difendono tale iniquità sostenendo che essa si giustifica con il prezzo pagato durante la Seconda guerra mondiale. Ma sappiano, questi paesi, che anche noi abbiamo avuto uno zio o un padre che, come migliaia di altri innocenti, sono stati strappati dal Terzo mondo e inviati a difendere i diritti calpestati dalle orde di Hitler. Anche la nostra carne porta i solchi delle pallottole naziste. Mettiamo fine all’arroganza delle grandi potenze che non perdono occasione per rimettere in questione i diritti degli altri popoli. L’assenza dell’Africa dal club di quelli che hanno il diritto di veto è ingiusta e deve finire.

La mia delegazione non avrebbe assolto al suo compito se non avesse chiesto la sospensione di Israele e l’espulsione del Sudafrica dalle Nazioni Unite. Quando, con il tempo, questi paesi avranno compiuto le trasformazioni necessarie a renderli ammissibili nella comunità internazionale, ognuno di noi, e il mio paese per primo, darà loro il benvenuto e guiderà i loro primi passi.

Vogliamo riaffermare la nostra fiducia nelle Nazioni Unite. Siamo loro grati per il lavoro compiuto dalle loro agenzie in Burkina Faso e per la loro presenza al nostro fianco mentre stiamo attraversando tempi difficili. Siamo anche grati ai membri del Consiglio di Sicurezza per averci concesso di presiedere il lavoro del Consiglio per due volte quest’anno. Possiamo solo augurarci che questo Consiglio adotterà e applicherà il principio della lotta contro lo sterminio per fame di 30 milioni di esseri umani ogni anno, una distruzione maggiore di quella di una guerra nucleare.

La mia fiducia in questa organizzazione mi porta a ringraziare il Segretario generale Xavier Pérez de Cuellar, per la sua visita in Burkina, durante la quale ha potuto toccare con mano la dura realtà della nostra esistenza, e farsi un quadro fedele dell’aridità del Sahel e della tragedia del deserto che avanza. Non potrei terminare senza rendere omaggio alle eccellenti qualità del nostro presidente (Paul Lusaka dello Zambia) capace di condurre questa 39ª sessione con la saggezza che gli riconosciamo.

Signor presidente, ho viaggiato per migliaia di chilometri. Sono venuto qui per chiedere a ciascuno di voi di unirvi in uno sforzo comune perché abbia fine l’arroganza di chi ha torto, svanisca il triste spettacolo dei bambini che muoiono di fame, sia spazzata via l’ignoranza, vinca la legittima rivolta dei popoli, e tacciano finalmente i suoni di guerra, e che infine si lotti con una volontà comune per la sopravvivenza dell’umanità. Cantiamo insieme con il grande poeta Novalis: “Presto le stelle ritorneranno a visitare la terra che lasciarono durante l’era dell’oscurità; il sole depositerà il suo spettro severo e tornerà ad essere una stella fra le stelle, tutte le razze del mondo torneranno nuovamente insieme; dopo una lunga separazione, le famiglie rese un tempo orfane saranno riunificate e ogni giorno sarà un giorno di riunificazione e di rinnovati abbracci; poi gli abitanti dei tempi antichi torneranno sulla terra, in ogni tomba si riaccenderanno le spente ceneri; dappertutto le fiamme della vita bruceranno di nuovo, le antiche dimore saranno ricostruite, i tempi antichi rinasceranno e la storia sarà il sogno di un presente esteso all’eternità”.

Abbasso la reazione internazionale! 
Abbasso l’imperialismo!
Abbasso il neocolonialismo!
Abbasso il fascismo! 
Gloria Eterna ai Popoli che lottano per la propria libertà!
Gloria Eterna ai Popoli che decidono di assumere la propria dignità! 
Gloria Eterna ai Popoli dell’Africa, dell’America latina e a tutti quelli che lottano! 

La patrie ou la mort, nous vaincrons!

Grazie a tutti

[Traduzione dal francese di Marinella Correggia]

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Vita e lotte di Thomas Sankara

di Saïd Bouamama*

Investig’ Action.- «La nostra rivoluzione in Burkina Faso è aperta ai malesseri di tutti i popoli. Essa s’ispira anche a tutte le esperienze degli uomini, dal primo soffio dell’umanità. Noi vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo, di tutte le lotte di liberazione dei popoli del terzo mondo».

THOMAS SANKARA, “La libertà si conquista con la lotta”, Discorso all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, 1984. Investig’Action offre ai suoi lettori un estratto del libro “Figures de la révolution africaine” di Saïd Bouamama, dedicato alla figura rivoluzionaria di Thomas Sankara.

All’incontro dell’OUA (Organizzazione dell’Unione Africana), nel luglio 1987, il presidente del Faso lancia davanti ai suoi stupefatti omologhi un discorso memorabile che resterà nella storia come uno dei più incisivi manifesti contro i debiti ingiusti e illegittimi:

Il debito si analizza dapprima in base alla sua origine. Le origini del debito rimontano  alle origini del colonialismo. Quelli che ci hanno prestato dei soldi, sono loro che ci hanno colonizzato. Sono gli stessi che hanno dato origine ai nostri Stati e alle nostre economie […].

Il debito è ancora neo-colonialismo, dove i colonialisti si sono trasformati in assistenti tecnici (in pratica, dovremmo dire «assassini tecnici»). E sono loro che ci hanno proposto delle fonti di finanziamento […]. Ci hanno presentato dei dossiers e dei prospettii finanziari allettanti. Noi ci siamo indebitati per cinquanta, sessanta anni e anche di più. Vale a dire che ci hanno portato a danneggiare i nostri popoli per cinquanta e più anni.

Il debito, nella sua forma attuale, è una riconquista, sapientemente organizzata, dell’Africa, affinché la sua crescita e il suo sviluppo obbedissero a dei paletti, a delle norme che ci sono totalmente straniere. Facendo in modo che ciascuno di noi diventi lo schiavo finanziario, vale a dire lo schiavo tout court, di quelli che hanno avuto l’opportunità, la capacità di ingannare, la furberia di piazzare dei fondi da noi con l’obbligo di rimborsarli. […]

Noi non possiamo rimborsare il debito, perché non abbiamo con che pagare. Non possiamo pagare il debito, perché, al contrario, gli altri che ci devono le più grandi ricchezze non potranno mai ripagarle, sto parlando del debito del sangue […].

Quando diciamo che il debito non sarà pagato, non è affatto che  noi siamo contro la morale, la dignità, il rispetto della parola. [È perché] riteniamo che non abbiamo la stessa morale degli altri. Tra il ricco e il povero, non c’è la stessa morale».

Meno di tre mesi dopo, Thomas Sankara è assassinato. Aveva previsto questa possibilità, sottolineando ad Addis Abeba la necessità di un rifiuto collettivo del pagamento del debito, «per evitare che andiamo individualmente a farci assassinare».

E poi aveva profetizzato: «Se il Burkina Faso si rifiuta do solo di pagare il debito, io non sarò presente al prossimo congresso».

«SI PUÒ UCCIDERE UN UOMO MA NON LE SUE IDEE»

Sankara sa di cosa parla quando parla del debito. L’esperienza rivoluzionaria del Burkina è minacciata dai rimborsi di questo debito, il cui peso è diventato insopportabile, proprio quando, nello stesso tempo, l’aiuto internazionale cade al 25 % e l’aiuto bilaterale francese passa da 88 milioni a 19 milioni di dollari tra il 1982 e il 1985.

Questo quadro di costrizione conduce, dal 1983, a un rigore implacabile, che Sankara applica prima di tutto a se stesso e ai suoi collaboratori. Il presidente del Faso non dispone che di due strumenti per migliorare le condizioni materiali d’esistenza dei meno abbienti  e finanziare lo sviluppo auto-gestito. Il primo è l’abbassamento delle spese di funzionamento dei servizi pubblici. Il secondo è l’esazione fiscale applicata agli unici  contribuenti che hanno un reddito stabile, i salariati urbani e in particolare i funzionari. Il rialzo dell’imposizione fiscale e delle diverse tasse che si applicavano ai funzionari è costante. Giornalista specialista del Burkina Faso, Pascal Labazée, stima al 30 % l’abbassamento del potere di acquisto dei salari urbani tra il 1982 e il 1987.

Poco a poco, le contraddizioni s’esacerbano tra i funzionari e il potere. Esse sono, del resto, coltivate dall’opposizione. Il Sindacato nazionale degli insegnanti africani dell’ Alto Volta (SNEAHV), di cui parecchi dirigenti sono membri del Fronte patriottico voltaico, un’organizzazione che si oppone al CNR (Comitato Nazionale Rivoluzionario), si fa portavoce dello scontento.

L’arresto, il 12 marzo 1984, di quattro dirigenti di questo sindacato, per «complotto contro la sicurezza dello Stato», porta a lanciare la parola d’ordine dello sciopero per il 20 e il 21 marzo. All’indomani, il Ministro della Difesa annuncia via onda il licenziamento di 1380 insegnanti scioperanti. La Confederazione Sindacale Burkinabé (CSB), vicina al PAI, resta, da parte sua, più lungamente fedele al regime rivoluzionario. Ma, mostrandosi più rivendicativa a partire dal 1984, quando il PAI rompe con il CNR, essa si confronta a sua volta con la repressione. Il suo segretario generale è arrestato, l’accusa di «anarco-sindacalismo» entra nel discorso officiale e il presidente del Faso perde così uno dei suoi alleati più antichi e più importanti. Di fronte a questa grave crisi sociale, Sankara spiega così il suo dilemma:

«Bisogna fare una scelta. O cerchiamo di accontentare i funzionari – sono circa 25 000, diciamo lo 0,3 % della popolazione –, o cerchiamo di occuparci di tutti gli altri che non possono nemmeno avere una compressa di nivachina o di aspirina e che muoiono semplicemente quando sono malati».

Se si può comprendere che la priorità di Sankara vada alla seconda categoria, la questione del ritmo delle trasformazioni è più discutibile. Per valutare questo ritmo, al presidente del Faso manca uno strumento di collegamento politico permanente con i differenti settori sociali delle classi popolari. La divisione delle organizzazioni politiche di sinistra impedisce loro di giocare questa funzione politica. Sankara non lesina i suoi sforzi per farle convergere ma, come spiega nel 1984, non vuole riprodurre gli errori di altre esperienze rivoluzionarie africane:

«Potremmo, di sicuro, creare un partito subito […]. Ma non ci teniamo a calcare, a riprodurre qui ingenuamente, e in una maniera piuttosto burlesca, quello che si è potuto fare altrove. Quello che ci piacerebbe, è piuttosto di trarre profitto dalle esperienze degli altri popoli. […] Non vogliamo che essa [l’organizzazione] s’imponga in maniera dittatoriale o burocratica, come è potuto accadere altrove… Bisogna che essa sia […] l’emanazione di un desiderio popolare profondo, di un voto reale, di un’esigenza popolare».

I CdR (Comitati della Rivoluzione), dal canto loro, non possono più assicurare questa funzione politica. Sono i militari che la ereditano dall’inizio dalla segreteria generale dei CdR. Il capitano d’aviazione Pierre Ouedraogo, «uno degli amici di Sankara usciti da un circolo politico della prima ora» […], è nominato segretario generale nazionale dei CdR. Egli promuove una logica della trasformazione «dall’alto», tendendo così a cambiare queste strutture definite di «democrazia diretta» in semplici «cinghie di trasmissione». Purtroppo, i CdR sono strumentalizzati al servizio della lotta in seno del CNR.

«Così – riassume Bruno Jaffré – i CdR hanno incontestabilmente giocato un ruolo repressivo, procedendo a degli arresti arbitrari, spesso su ordine della segreteria generale dei CdR. Hanno anche participato alle differenti offensive che hanno  luogo contro i sindacati e hanno servito come massa di manovra nella sorda battaglia che si davano le differenti fazioni politiche per il controllo del potere».

Gli interventi del presidente del Faso nell’aprile 1986, all’epoca del primo congresso nazionale dei CdR, sottolineano la sua inquietudine sulle numerose derive di questi organismi. Egli vi denuncia certi CdR che «divengono dei veri incubi per i dirigenti», fustiga quelli che «coltivano tutto un arsenale d’armi», utilizzando la minaccia e condanna quelli che «hanno fatto delle cose esecrabili» e che «hanno approfittato del pattugliamento per fare bottino».

In numerosi villaggi, i CdR non giocano più il ruolo previsto e i loro eletti sono sia i notabili tradizionali, sia degli uomini al loro servizio. Analizzando l’evoluzione del potere locale nei villaggi dell’Ovest burkinabé, il sociologo Alfred Schwartz conclude a favore della continuità reale, sotto l’apparenza della trasformazione, vale a dire «per una subordinazione di fatto del potere “rivoluzionario” al potere tradizionale noto».

L’ampiezza dei cambiamenti effettuati, il ritmo intensivo con il quale le riforme sono portate avanti, l’importanza della domanda sociale, i rancori che suscitano questi sconvolgimenti e l’assenza di elezioni, sempre inquietante in una democrazia che si vuole del «popolo», tendono a coagularsi, per nutrire un’opposizione diffusa che vince nella propaganda e a relegare in secondo piano i miglioramenti del resto palpabili per la grande maggioranza. Qualche mese prima del suo assassinio, Sankara sembra pertanto avere acquisito una visione più realistica della situazione. Nel suo discorso che celebra il quarto anniversario della rivoluzione, il 4 agosto 1987,  invoca una pausa dalle riforme, allo scopo di «trarre lezioni e insegnamenti dalla nostra azione passata per […] impegnarci di più in una lotta di fazioni organizzate, più scientifica e più risoluta».

Sankara sembra lui stesso un po’ sorpassato dagli eventi, come riconosce con umiltà in un’intervista televisiva:

«Mi ritrovo un poco come un ciclista che affronta una salita ripida e che ha, a sinistra e a destra, due precipizi. […] Per restare me stesso, per sentirmi me stesso, sono obbligato a continuare in questa corsa…»

Queste contraddizioni interne sono attentamente considerate dai multipli avversari esterni del regime sankariste. Dallo stato del Mali, scosso dalle agitazioni studentesche  nel dicembre 1985 e che scatena una nuova guerra contro il Burkina in questo periodo, a quello della Costa-d’Avorio che accoglie gli oppositori burkinabé, numerosi sono i dirigenti dei paesi limitrofi che ostacolano l’appassionato presidente del Faso. La Francia, vecchia potenza coloniale, teme, da parte sua, questo dirigente, che condanna apertamente il francese CFA come «un’arma del dominio francese» e la francofonia come «una strategia neo-colonialista» .

E che, oltre a boicottare il vertice franco-africano di Lomé (novembre 1986), non esita a criticare pubblicamente François Mitterrand. È caso risaputo, in occasione della visita ufficiale di quest’ultimo in Burkina Faso, nel novembre 1986, che Sankara critica, in uno stile offensivo che richiama il «no» di Sékou Touré a de Gaulle nel 1958, la recente visita del presidente sud-africano Pieter Botha in Francia:

«Noi non abbiamo compreso come dei banditi come [il guerillero angolese] Jonas Savimbi [e] degli assassini come [il presidente sud-africano] Pieter Botha hanno avuto il diritto di percorrere la Francia così bella e così pulita. Essi l’hanno sporcata con le loro mani e i loro piedi coperti di sangue. E tutti quelli che gli hanno permesso di realizzare questi atti ne porteranno l’intera responsabilità qui e altrove,  oggi e sempre».

Certo, nessuno può ancora dire in maniera certa chi sono i mandanti dell’assassinio di Sankara, il 15 ottobre 1987, in occasione del colpo di Stato che permette a Blaise Compaoré di prendere il potere. In compenso, la questione che Sankara stesso poneva a proposito dell’assassinio del presidente mozambicano Samora Machel, deceduto nell’ottobre 1986 in un incidente d’aereo, è pertinente al suo proprio caso:

«Per sapere chi ha ucciso Samora Machel, chiediamoci chi si rallegra e chi ha interesse a che Machel fosse ucciso.» […] Non si può allora che constatare che la morte di Sankara e la politica di «rettificazione» lanciata da Compaoré hanno permesso al sistema «franco-africano», che non ha cessato di riprodursi dall’epoca delle indipendenze degli anni ‘60 […], di riprendere il controllo su di un paese che rischiava, sotto l’impulso del suo rivoluzionario capo di Stato, di portare i suoi vicini sui cammini dell’insubordinazione.

Le cause che hanno fatto emergere la rivoluzione sankarista, vale a dire l’oppressione, lo sfruttamento e l’ingiustizia, non essendo sparite, è poco probabile che i principi che Sankara ha tentato di mettere in pratica si perdano nell’oblio. «Si può uccidere un uomo ma non le sue idee», lui stesso amava ripetere.

*Estratto dal libro “Figures de la libération africaine. De Kenyatta à Sankara”, di Saïd Bouamama, Paris Zones, 2014

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

¿Burkina Faso en el ALBA?

di Marinella Correggia

El 31 de octubre de 2014 el pueblo de Burkina Faso obtuvo la dimisión y la salida del presidente Blaise Compaoré, en el poder desde hacía 27 años, después del golpe de estado que el 15 de octubre de 1987 asesinó la revolución del “País de los íntegros” y a su guía, el entonces presidente Thomas Sankara, de 37 años. La “revolución de la dignidad” en solo cuatro años habia transformado del paupérrimo país saheliano en un laboratorio de futuro, de justicia, solidaridad, antiimperialismo, paz, ecosocialismo podríamos decir. Todo muy incómodo para las élites mundiales y para las africanas.

No sabemos aún si el levantamiento de estos días se transformará – a causa de las injerencias extranjeras, en particular de Francia- en una de las tantas “primaveras manipuladas”, o si el país saheliano recuperará la revolución de Sankara. Los sankaristas que junto a otras fuerzas participaron en las manifestaciones callejeras en Burkina Faso han dedicado esta victoria parcial al expresidente burkinés.

Alassane, burkinés sankarista que vive en Italia, nos dijo: “Espero, por mi país y por mi pueblo, una verdadera revolución, como la de América Latina… Sankara era amigo de Fidel y de Nicaragua; el presidente Chávez llegó al poder cuando él llevaba  más de diez años muerto, pero lo citó varias veces”.

A una gran esperanza, Burkina en la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América (Alba) con muchos otros países africanos, dedican un pequeño sueño, ambientado en el 2020. ¡Que se cumpla!

1º de enero de 2020. La página en Internet atendida en 22 idiomas por un grupo de estudiantes de Burkina Faso hace un balance del año recién concluido.

“Nuestro país ha sido condecorado por Bolivia y Ecuador con el premio ‘Sumak Kawsay’. En lengua quechua andina significa ‘Buen vivir colectivo’. Nosotros los burkineses lo hemos logrado en pocos años, en una nación que era “el concentrado de todas las desgracias del mundo”, como dijo nuestro presidente Thomas Sankara en Naciones Unidas en 1984. Su revolucion regresò a Burkina en 2014.

La asociación de cultivadoras de Burkina Faso acaba de asumir la presidencia del movimiento agrícola internacional Vía Campesina y, apoyada por el gobierno, se empeña en perfeccionar la independencia alimentaria del país y el desarrollo de las condiciones de vida en el campo.

La seguridad y la soberanía alimentarias (“Comemos lo que producimos, producimos lo que comemos”) se alcanzó desde hace varios años, a pesar de las condiciones climáticas desfavorables, al punto que nuestros agricultores y nutricionistas son regularmente utilizados como consultantes incluso por un Occidente cada vez más en crisis, donde por suerte los migrantes – los que no han regresado aún a los países de origen- han comenzado a tomar cartas en el asunto.

Finalmente la barrera contra el desierto en Burkina Faso fue concluida y árboles resistentes a los climas áridos –  neem, moringa, mangos, tamarindos, albaricoqueros africanos, pistachos, karité, acacias, dátiles chinos – pueblan campos y ciudades, alrededor de las casas y escuelas dotadas de paneles fotovoltaicos, secaderos, bombas, cocinas, maquinarias agrícolas, todo con energía solar.

Estamos exportando a los países amigos diversos principios activos útiles para curar enfermedades de masa antes descuidadas, obtenemos en cambio materias primas necesarias y tecnología. Ya formamos parte de un consocio internacional reconocido en materia de sanidad para todos, junto a Cuba y Venezuela, entre otros.

Partiendo de una reunión de jefes de Estado africanos en Addis Abeba en 1987, impulsada por nuestro presidente Sankara, fue creado un frente unido contra la deuda externa y para la unidad de toda África. Ya el proyecto ha dado frutos y la deuda injusta no la paga más ningún país del Sur del mundo… Los especuladores jugaron durante mucho tiempo, pero al final  perdieron.

Burkina Faso y otros 25 países integran el Alba internacional (Alianza Bolivariana para los pueblos de América Latina, Asia y África), un proyecto de cooperación y no de competición entre países y naciones  hermanos. Originalmente se llamaba Alba. Nació en 2004 en América Latina por obra de los gobiernos revolucionarios de Cuba y Venezuela y se extendió rápidamente a otros países progresistas de América del Sur.

Después de la revolución de octubre de 2014, que obligó al presidente Compaoré a dimitir,  nuestro país casi inmediatamente se convirtió en el primer miembro africano de la Alianza, arrastrando luego a otros  y los resultados en términos de desarrollo colectivo en pocos años han sido  tan evidentes que los pueblos de diversos países africanos y asiáticos votaron en las elecciones a favor de candidatos que tenían los principios y la adhesión al Alba en sus programas.

Un proceso en cadena. El Alba, cuyos miembros están en paz desde hace tiempo y no hacen guerras, fue nombrada por Naciones Unidas mediadora en caso de conflicto entre estados e internos. Ya en varias ocasiones a partir de 1991, antes del Alba, los países no alineados  lograron desenmascarar ante la opinión pública los pretextos que hubieran conducido a una guerra en Medio Oriente por parte de la organización militarista ofensiva OTAN, un consorcio de países occidentales beligerantes con frecuencia en contubernio con las petromonarquías medievales del Golfo.

Lo olvidabamos: la OTAN está en vía de desintegración. Nadie sentirá su ausencia.

Un sogno all’ALBA per il paese degli “uomini integri”

di Marinella Correggia

Il 31 ottobre 2014 il popolo del Burkina Faso [Paese degli uomini integri] è sceso in piazza in massa ottenendo le dimissioni e la partenza del presidente Blaise Compaoré, al potere da ventisette anni, dopo il colpo di Stato che il 15 ottobre 1987 uccise la rivoluzione del “Paese degli integri” e la sua guida, l’allora 37enne presidente Thomas Sankara. La “rivoluzione della dignità” in soli quattro anni (1983-1987) aveva trasformato il poverissimo paese saheliano in un laboratorio di futuro, di giustizia, solidarietà, antimperialismo, pace, ecosocialismo potremmo dire. Tutto molto scomodo per le élites mondiali e per quelle africane.

Non sappiamo ancora se la sollevazione di questi giorni si trasformerà – a causa delle interferenze esterne, in particolare da parte della Francia, ex potenza coloniale – in una delle tante “primavere manipolate”, oppure se il paese saheliano recupererà la rivoluzione di Sankara. All’ex presidente burkinabè,  i sankaristi che con altre forze hanno partecipato alle manifestazioni di piazza in Burkina Faso hanno dedicato questa parziale vittoria.

Alassane, burkinabè sankarista che vive in Italia, ci ha detto: «Spero per il mio paese e per il mio popolo in una vera rivoluzione, come quelle dell’America Latina… Sankara era amico di Fidel e del Nicaragua; il presidente Chávez arrivò al potere quando lui era morto da oltre dieci anni, ma lo citò varie volte».


A una grande speranza, quella del Burkina nell’ALBA (Alleanza bolivariana), con tanti altri paesi africani, dedichiamo un piccolo sogno, ambientato nel 2017, a trent’anni dalla morte di Thomas Sankara. Che si avveri!

Capodanno 2017. La pagina internet curata in ventidue lingue da un gruppo di studenti del Burkina Faso traccia un bilancio dell’anno appena concluso.

Il nostro paese è stato insignito da Bolivia ed Ecuador del premio “Sumak Kawsay”. In lingua quechua andina significa “Ben vivere collettivo”. Noi burkinabè ci siamo arrivati in pochi decenni partendo da una condizione di morti di fame, in una nazione che era “il concentrato di tutte le disgrazie del mondo” come disse il nostro presidente Thomas Sankara all’Onu nel 1984.

L’associazione delle coltivatrici del Burkina Faso ha appena assunto la presidenza del movimento agricolo internazionale Via Campesina e, affiancata dal governo, s’impegna a perfezionare l’indipendenza alimentare del paese e lo sviluppo delle condizioni di vita nelle campagne.

La sicurezza e sovranità alimentare (“Mangiamo quello che produciamo, produciamo quello che mangiamo”) è da qualche anno raggiunta malgrado le condizioni climatiche non favorevoli, tanto che i nostri agricoltori e nutrizionisti sono regolarmente utilizzati come consulenti anche da un Occidente sempre più in crisi, dove per fortuna i migranti – quelli che non sono ancora tornati nei paesi d’origine – hanno iniziato a prendere in mano la situazione.

Finalmente la barriera contro il deserto in Burkina è ultimata  e alberi resistenti ai climi aridi – neem, moringa, manghi, tamarindi, albicocchi africani, pistacchi, karité, acacie, giuggioli – popolano campagne e città, intorno a case e scuole dotate di pannelli fotovoltaici, essiccatoi, pompe, cucine, macchinari agricoli, tutto a energia solare.

Stiamo esportando nei paesi amici diversi principi attivi di origine agricola utili a curare malattie di massa prima trascurate; otteniamo in cambio materie prime necessarie e tecnologia. Ormai facciamo parte di un pool internazionale riconosciuto in materia di sanità per tutti, insieme – fra gli altri –  a Cuba e Venezuela.  

Partendo da una riunione di capi di Stato africani ad Addis Abeba nel 1987, su impulso del nostro presidente Sankara era stato creato un fronte unito contro il debito estero e per l’unione di tutta l’Africa. Ormai il progetto ha dato frutti e il debito ingiusto non lo paga più nessun paese del Sud del mondo… gli speculatori hanno giocato a lungo ma alla fine hanno perso.

Il Burkina Faso e altri venticinque paesi fanno parte dell’ALBA internazionale, Alleanza bolivariana dei popoli dell’America latina, Asia e Africa, un progetto di cooperazione anziché competizione fra paesi fratelli, nazioni sorelle. In origine si chiamava Alba. Nacque nel 2004 in America latina a opera dei governi rivoluzionari di Cuba e Venezuela, e si estese presto ad altri paesi progressisti dell’America del Sud.

Dopo la rivoluzione dell’ottobre 2014, che ha costretto il presidente Compaoré alle dimissioni, il nostro paese è quasi subito diventato il primo membro africano dell’Alleanza, trascinandone poi altri e i risultati in termini di sviluppo corale in pochi anni sono stati così evidenti che i popoli di diversi paesi africani e asiatici hanno votato alle elezioni in favore di candidati che avevano i principi e l’adesione all’ALBA nel loro programma.

Un processo a catena. L’ALBA, i cui membri sono in pace da tempo e non fanno guerre,  è stata nominata dall’Onu come mediatrice nel caso di conflitti interstatuali e interni. Già in varie occasioni, a partire dal 1991 anche prima dell’Alba i paesi non allineati erano riusciti a smascherare di fronte all’opinione pubblica i pretesti che avrebbero condotto a guerre in Medioriente da parte dell’organizzazione militaresca offensiva chiamata «Nato per uccidere», un pool di paesi occidentali belligeranti spesso in combutta con le medioevali petro-monarchie del Golfo.

Dimenticavamo: la Nato è in via di scioglimento. Nessuno ne sentirà la mancanza.

Burkina Faso: una rivolta nel segno di Sankara?

di Marinella Correggia – il manifesto

2nov2014.- Il Bur­kina Faso festeg­gia la par­tenza di Blaise Com­paoré. Ma torna a cam­mi­nare al ritmo di Tho­mas San­kara – a 27 anni dal suo assas­si­nio — oppure corre il rischio di essere un’altra «pri­ma­vera» mani­po­lata? L’intensa espe­rienza rivo­lu­zio­na­ria san­ka­ri­sta fu inter­rotta nel 1987 con un san­gui­noso colpo di Stato, ordito pro­prio dal pre­si­dente appena fug­gito in Costa d’Avorio, con con­ni­venze di potenze regio­nali e occidentali.

A Oua­ga­dou­gou, Samsk Le Jah, musi­ci­sta, con­dut­tore radio­fo­nico, è uno dei lea­der della pro­te­sta. Per lui non c’è dub­bio: «Gli ideali di Tho­mas sono al cen­tro del pro­cesso: la dignità, il lavoro sulle coscienze, il coin­vol­gi­mento di tutti…». Il movi­mento di Samsk, «Balai citoyen» (scopa dei cit­ta­dini) è mobi­li­tato da oltre un anno, ma ha alle spalle un lungo periodo di edu­ca­zione e sen­si­bi­liz­za­zione — soprat­tutto dei gio­vani – per il quale Samsk e gli altri hanno rischiato la vita. Adesso occor­rono vigi­lanza e con­trollo continui.

Il «Balai citoyen» in un comu­ni­cato di ieri — che si con­clude con «la Patria o la morte, abbiamo vinto» — chiede di evi­tare i sac­cheggi e le distru­zioni di strut­ture civili, ed esorta le «popo­la­zioni degne del Faso a rima­nere vigi­lanti nel periodo di tran­si­zione che si apre, affin­ché la dolo­rosa vit­to­ria non sia con­fi­scata da poli­tici o mili­tari di parte». Samsk spiega che «non è un colpo di Stato mili­tare»: se l’esercito non si fosse assunto le pro­prie respon­sa­bi­lità, la città sarebbe caduta nel caos. Il capo di Stato di tran­si­zione scelto dai mili­tari, il colon­nello Isaac Ziba, ha dichia­rato che è stato il popolo a fare la rivo­lu­zione e l’esercito non la scipperà.

Ma come con­tra­stare le ine­vi­ta­bili inge­renze esterne? L’obiettivo uni­fi­cante dei mani­fe­stanti è stato far cadere il pre­si­dente. Finora li hanno lasciati fare. Ma l’opposizione par­ti­tica più citata non è certo quella dei par­titi san­ka­ri­sti (ne sono nati tanti nei decenni) ma quella di Zéphi­rin Dia­bré dell’Upc (Union pour le pro­grès et le chan­ge­ment), la fazione ben accetta alla Francia.

Ne è cosciente Alas­sane Dou­lou­gou, che vive da tempo in Cam­pa­nia dove fa il media­tore cul­tu­rale, oltre che il musi­ci­sta e l’attore: «Certo che c’è da temere. San­kara ha pro­vato sulla sua pelle cosa vuol dire ribel­larsi alla potenza colo­niale. Com­paoré, ora sca­ri­cato, è stato per decenni l’alfiere degli inte­ressi di Parigi nell’area. Altro che media­tore di pace, tutti sanno che era un pom­piere piro­mane! C’è stato il suo zam­pino nei con­flitti in Sierra Leone, Togo, Costa d’Avorio dove appog­giò Ouat­tara, Togo, Cen­tra­frica». Alas­sane sogna per il suo paese «una vera rivo­lu­zione, sennò che vuol dire demo­cra­zia? Biso­gna ricreare uno Stato con il con­senso di tutti e biso­gna fare come i latinoamericani.

San­kara era amico di Fidel e del Nica­ra­gua. Cha­vez venne dopo, ma più volte ha citato il lea­der del paese degli inte­gri». In piazza – nei prin­ci­pali cen­tri del Bur­kina Faso — di certo «ci sono ragazzi come quel dicias­set­tenne che nel 2007 sulla tomba di Tho­mas ci venne a dire pian­gendo che aveva capito e che nel suo remoto vil­lag­gio non avrebbe mai più inneg­giato a Compaoré».

A pro­po­sito: che ne è del mondo con­ta­dino, delle mag­gio­ri­ta­rie cam­pa­gne, che la rivo­lu­zione degli anni 1980 mise al cen­tro, per essere però stron­cata in mezzo al guado, troppo pre­sto? «Pur­troppo Com­paoré e il suo governo hanno con­tato sulla mise­ria delle cam­pa­gne, dispen­sando pic­coli favori, lavo­retti. Occor­rerà tempo», spiega ancora Alas­sane.

Da Oua­ga­dou­gou, Samsk ci pre­cisa il con­te­nuto sociale che deve avere la rivo­lu­zione– «La nostra Carta degli obiet­tivi mette le que­stioni sociali al cen­tro: sono i popoli che fanno le rivo­lu­zioni, e se i popoli non sono in buone con­di­zioni la rivo­lu­zione rimane una speranza.

Quindi occor­re­ranno riforme in tutti i campi. Pochi ric­chi si sono acca­par­rati tante terre. Salute e istru­zione sono state sabo­tate. Non si sa dove andava il denaro rica­vato dalle espor­ta­zioni minerarie…»

Caso Sankara: nuovo diniego di giustizia e la mobilitazione continua

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

 

COMUNICATO STAMPA

 

CASO SANKARA: NUOVO DINIEGO DI GIUSTIZIA. La mobilitazione continua.

 

Il 30 aprile 2014, il Tribunale civile di primo grado (TGI) di Ouagadougou si è dichiarato incompetente nell’ordinare una perizia DNA per identificare i corpi seppelliti a Dagnoen.   

 

Accogliamo questa decisione con tristezza, delusione e collera ed ormai, rivolta e rabbia ci pervadono. Questa decisione fa seguito alla richiesta depositata il 2 febbraio 2011 dagli avvocati della famiglia Sankara. Ci sono dunque voluti  ben 3 anni perché i giudici si dichiarassero incompetenti ! E la prima richiesta di giustizia della famiglia è del 1997 ! 

 

La realtà del Burkina Faso è che, l’unico vero giudice riguardo il caso Sankara è Blaise Compaoré. Lui va in panico ogni volta che se ne parla, temendo d’essere accusato, così come è terrorizzato all’idea d’essere accusato per il suo ruolo nelle guerre in Liberia, Sierra Leone e Costa d’Avorio. E’ questa la ragione per cui tutte le procedure intentate in Burkina sull’assassinio di Thomas Sankara sono bloccate. 

 

Ma la famiglia Sankara ha il diritto di potersi raccogliere su una tomba autenticata come quella del defunto presidente Thomas Sankara. La famiglia Sankara, le famiglie dei collaboratori di Thomas Sankara assassinati con lui, i popoli africani e tutti gli eredi politici di Thomas Sankara oggi chiedono verità e giustizia. 

 

Il popolo burkinabè questa volta ha deciso di sollevarsi per mettere fine al regime decadente di Blaise Compaoré. Quest’ultima decisione di giustizia, dopo la condanna del Burkina da parte della Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli per le numerose carenze nell’inchiesta sull’assassinio del giornalista Norbert Zongo, non fa che indebolire ancor più l’immagine del suo regime, mentre la popolazione burkinabé, comprese alcune personalità fin’ora molto vicine al presidente, ne chiede le dimissioni. 

 

Forti di 13.600 firme già ottenute (vedi http://thomassankara.net/spip.php?article878&lang=it), del sostegno a livello internazionale di centinaia di associazioni e di partiti politici, noi continuiamo, ora più che mai, ad esigere che sia resa giustizia e sia creata velocemente una commissione d’inchiesta internazionale indipendente, poiché non si può contare sulla giustizia del Burkina. Numerose testimonianze indicano inoltre l’implicazione della Francia, della CIA e di alcuni paesi vicini in un complotto internazionale all’origine dell’assassinio. Per questo motivo, noi chiediamo: 

 

–          ai membri del Congresso americano di esigere che siano aperti, nei loro paesi, gli archivi dell’epoca e sia condotta un’investigazione sull’eventuale implicazione della CIA;

–          ai parlamentari francesi di accettare la domanda d’inchiesta parlamentare sull’assassinio di Thomas Sankara, già depositata due volte, il 20 giugno 2011 e il 5 ottobre 2012, all’Assemblea nazionale della Repubblica  francese ed esigere l’apertura degli archivi permettendo di avanzare nella ricerca della verità. 

 

Non intendiamo attendere oltre ! 

 

Chiamiamo dunque nuovamente i cittadini, i partiti politici e le organizzazioni della società civile ad amplificare la campagna con nuove iniziative pubbliche. 

 

Perché sia fatta infine verità sull’assassinio di Thomas Sankara, invitiamo di nuovo : 

 

– i giornalisti a realizzare nuove investigazioni;

 

– gli storici ad impegnarsi in nuove ricerche;

 

– i documentaristi a produrre nuovi film;

 

– l’opinione pubblica ad esercitare pressioni per alimentare la lotta.

 

L’ora della verità e della giustizia si avvicina. Affrettiamola tutti insieme ! 

 

La rete internazionale « Giustizia per Sankara. Giustizia per l’Africa. » 

 

Il 1 maggio 2014, a Ouagadougou, Bobo-Dioulasso, Abidjan, Parigi, Dakar, New York, Londra, Washington, Madrid, Bruxelles, Torino, Ajaccio. 

 

Contatti:  contactjusticepoursankara@gmail.com

Venezuela oggi e Burkina Faso ieri: una…

… lettera aperta al Circolo Arci Thomas Sankara di Messina

di Francesco Cecchini (*)   

Cari amici e amiche, compagni e compagne,

conosco il vostro impegno culturale sociale che onora il nome di Thomas Sankara.   

Vedo che il Circolo organizza sabato 22 marzo un evento/dibattito sul Venezuela con la seguente premessa:

Il Circolo Arci Thomas Sankara riapre le proprie finestre sul mondo, dopo il racconto sulla mobilitazione popolare in Mali è la volta della mobilitazione studentesca in Venezuela.

Iniziata il 4 febbraio, dopo che una denuncia di tentato stupro da parte di una studentessa universitaria di San Cristobal ha scatenato un’ondata di proteste contro l’insicurezza e la situazione economica che si è estesa a tutto il Paese. Proteste che il governo di Maduro ha liquidato come parte di un complotto “golpista” e “fascista”, censurando i media e i social network. Gli studenti denunciano stupri, torture e sequestri. Riappare la parola desaparecidos. Mostreremo video realizzati dagli studenti e immagini di media indipendenti. Intervengono la dott.ssa MATILDE ELIZABETH RAMIREZ BRICENO, socia venezuelana del circolo, il prof. DANIELE POMPEJANO docente di storia dell’America Latina (Università di Messina). E’ previsto un collegamento Skype con il Venezuela.

In Venezuela, l’inflazione è al 56,2%. C’è una penuria di generi di prima necessità che nel caso della carta ha esiti grotteschi (la scomparsa di quella igienica) e inquietanti (il rischio di chiusura dei giornali, soprattutto quelli di opposizione).

L’insicurezza è indicata dai 23.763 omicidi commessi nel 2013: uno ogni 20 minuti, per un totale di 200 mila nei 15 anni di governo prima di Hugo Chávez e adesso di Nicolás Maduro, con un tasso – il 5° al mondo – passato dai 19 omicidi ogni 100 mila abitanti del 1998 ai 79 attuali.

Il deterioramento del pluralismo informativo, dopo che le minacce di azioni penali e multe draconiane hanno intimidito i media non allineati al punto che i proprietari della tv critica Globovisión hanno deciso – per disperazione – di vendere a un imprenditore filo-chavista, è testimoniato da quanto successo il 13 febbraio: mentre la violenza nelle manifestazioni dilagava, c’è stato un black-out informativo interrotto solo da reti sociali e dalla tv colombiana Ntn 24. Questa a un certo punto è stata bruscamente oscurata e poco dopo è stato bloccato anche Twitter…. («LIMES, rivista italiana di geopolitica»).

Care e cari,

vi vorrei invitare a tener conto di altre informazioni. A esempio di quanto ha scritto Ignacio Ramonet sull’ultimo numero del mensile «Le Monde Diplomatique»; è il direttore dell’edizione spagnola di «Diplò» e profondo conoscitore dell’America Latina, compreso il Venezuela. Ecco il testo.

Nei mesi scorsi, in Venezuela, ci sono state quattro elezioni decisive: due presidenziali, il voto per i governatori e infine le municipali. Tutte vinte dal blocco della rivoluzione bolivariana. Nessun risultato è stato impugnato dalle missioni degli osservatori internazionali. La votazione più recente ha avuto luogo appena due mesi fa… E si è conclusa con una netta vittoria –l’ 11,5% di differenza – dei chavisti. Da quando Hugo Chávez ha assunto la presidenza nel 1999, tutte le tornate elettorali mostrano che, sociologicamente, l’appoggio alla rivoluzione bolivariana è maggioritario.

In America latina, Chávez è stato il primo leader progressista – dai tempi di Salvador Allende – che ha scelto la via democratica per arrivare al potere. Non si può capire il chavismo se non si considera il suo carattere profondamente democratico.

La scommessa di Chávez ieri, e di Nicolás Maduro oggi, è il socialismo democratico. Una democrazia non solo elettorale. Anche economica, sociale, culturale… In 15 anni il chavismo ha consentito a milioni di persone – che in quanto poveri non avevano carta d’identità – lo statuto di cittadini e ha consentito loro di votare. Ha devoluto oltre il 42% del bilancio dello Stato agli investimenti sociali. Ha tolto dalla povertà 5 milioni di persone. Ha ridotto la mortalità infantile. Ha sradicato l’analfabetismo. Ha moltiplicato per cinque il numero di maestri nella scuola pubblica (da 65.000 a 350.000). Ha creato 11 nuove università. Ha concesso pensioni d’anzianità a tutti i lavoratori (incluso quelli del settore informale)… Questo spiega l’appoggio popolare che ha sempre avuto Chávez, e le recenti vittorie elettorali di Nicolás Maduro.

Perché allora le proteste? Non dimentichiamo che il Venezuela chavista – che custodisce le principali riserve di idrocarburi del pianeta – è stato (e sarà) sempre oggetto di tentativi di destabilizzazione e di campagne mediatiche sistematicamente ostili.

Nonostante si sia unita sotto la leadership di Henrique Capriles, l’opposizione ha perso quattro elezioni in successione. Di fronte a questo fallimento, la sua frazione più di destra, legata agli Stati uniti e diretta dal golpista Leopoldo López, punta ora su un colpo di stato a lenta combustione. E applica le tecniche del manuale di Gene Sharp.

In una prima fase: creare lo scontento mediante l’accaparramento massiccio dei prodotti di prima necessità; far credere nell’incompetenza del governo; fomentare manifestazioni di scontento; e intensificare la persecuzione mediatica.

Dal 12 febbraio, gli oltranzisti sono passati alla seconda fase, propriamente insurrezionale: utilizzare lo scontento di un gruppo sociale (una minoranza di studenti) per provocare proteste violente, e arresti; organizzare manifestazioni di solidarietà con i detenuti; introdurre tra i manifestanti pistoleri con il compito di provocare vittime da ambedue i lati (la perizia balistica ha stabilito che gli spari che hanno ucciso a Caracas, il 12 febbraio, lo studente Bassil Alejandro Dacosta e il chavista Juan Montoya provenivano dalla stessa pistola, una Glock calibro 9 mm); incrementare le proteste e il loro livello di violenza; raddoppiare l’attacco mediatico, con l’appoggio delle reti sociali, contro la repressione del governo; fare in modo che le grandi istituzioni umanitarie condannino il governo per l’uso smisurato della violenza; ottenere che i governi amici lancino avvertimenti alle autorità locali.…

Siamo in questa tappa. E dunque: è a rischio la democrazia in Venezuela? Sì, perché è minacciata, una volta di più, dal golpismo di sempre.

Certamente è importante analizzare e capire anche quali cambiamenti in Venezuela sono necessari. Nello stesso numero di «Le Monde dipolomatique» in un articolo intitolato «Nuovi strumenti per gli obiettivi rivoluzionari» Jaques Sapir afferma che contro la destabilizzazione tentata dalla destra e dall’élite si impongono, in campo monetario e di bilancio, nuove misure economiche di breve e lungo periodo. Ma è prioritaria la difesa e il sostegno della rivoluzione bolivariana, per quello che significa per Venezuela, America Latina e il mondo intero, contro il golpismo interno e l’imperialismo degli Stati Uniti.

Voi che avete intitolato il circolo a Sankara sapete bene quanto sia feroce l’imperialismo contro chi osa ribellarsi

Grazie per l’attenzione.

Un caro saluto e buon lavoro,

Francesco Cecchini
(*) Mentre scrivevo questa nota il vento della crisi ha investito l’Arci, mettendo in rilievo le contraddizioni fra una concezione istituzionale e una movimentista dell’organizzazione. Ne può nascere un reale rinnovamento dell’Arci e una sua maggiore presenza nel fronte delle lotte politiche, sociali e culturali. Leggendo «il manifesto» del 18 marzo ho appreso che l’Arci sostiene il legittimo governo del Venezuela. Dell’iniziativa del circolo Thomas Sankara di Messina, intitolata «CARACAS BRUCIA», ho saputo perché invitato. Dissento da un’ impostazione che non prende una chiara e netta posizione a favore della rivoluzione bolivariana; l’oratrice ufficiale Elizabeth Ramirez accusa apertamente il governo di Maduro di essere una dittatura. Da qui la mia lettera aperta. Segnalo anche per chi volesse sentire una campana diversa dai media italiani tutti schierati contro la Rivoluzione bolivariana:

– un ottimo articolo di Marina Correggia: «L’ ALBA, HUGO CHAVEZ E L’AFRICA», dove si accenna anche a Thomas Sankara; mi piacerebbe che fosse letto sabato a Messina per onorare sia la memoria di Hugo che quella di Thomas.

– le riflessioni di Valerio Evangelisti: Venezuela, la repubblica degli accattoni

pubblicate il 9 marzo 2014 nella rivista «Carmilla» (http://www.carmillaonline.com)

L’Alba, Hugo Chávez e l’Africa

di Marinella Correggia

Seguendo il sogno di Hugo Chávez, i paesi dell’Alba approfondiranno i lineamenti di una cooperazione Sud-Sud solidale e complementare con l’Africa, così da rispondere ai bisogni dei popoli resistendo al tempo stesso allo sfruttamento economico e alle guerre innescate dall’imperialismo.

La Carta a África è un testamento. Hugo Chávez sta già molto male quando, nel febbraio 2013, rincresciuto di non poter partecipare al Terzo vertice dei capi di stato e di governo dell’ Asa-America del Sud e dell’Africa (1), nella Guinea equatoriale, manda ai partecipanti questa lettera (2), il suo ultimo grande documento di politica internazionale. Egli auspica che l’Asa diventi un «foro della cooperazione solidale e complementare» fra i due continenti.

La lettera si conclude con questa frase: «Vivremo e vinceremo». Ma il «presidente infinito» muore a Caracas il 5 marzo 2013.

Pochi giorni dopo, l’8 marzo, molto lontano, nella capitale del Burkina Faso Ouadagougou, una donna e il suo bambino vanno a deporre la bandiera venezuelana sulla tomba del ex presidente Thomas Sankara, ucciso nel 1987, mentre alcuni artisti suonano in onore dei due rivoluzionari, così affini nel loro amore sincero per i popoli e gli oppressi, nella loro ricerca di una strada rivoluzionaria degna, egualitaria, sostenibile. (3)

La «Lettera all’Africa» di Hugo Chávez

Nel suo testamento africano, il presidente del Venezuela parla di due continenti «più che fratelli, uniti da indivisibili legami storici e destinati a procedere insieme verso il pieno riscatto». Riportiamo qui di seguito ampi brani: «(…) America del Sud e Africa sono uno stesso popolo. Si riesce a comprendere la profondità della realtà sociale e politica del nostro continente, nella profondità dell’immenso territorio africano, dove, sono sicuro, ha avuto origine l’umanità. (…) Gli imperi del passato, colpevoli del sequestro e dell’assassinio di milioni di figli e figlie della madre Africa, col fine di alimentare un sistema di sfruttamento schiavista nelle sue colonie, seminarono nella nostra America sangue africano guerriero e combattivo, arso dal fuoco che produce il desiderio di libertà. Questa semina è germogliata, e la nostra terra ha partorito uomini della grandezza di Toussaint Louverture, Alexander Petion, José Leonardo Chirino, Pedro Camejo», così importanti nel «processo indipendentista, unionista, antimperialista nell’America Latina e Caraibica». Viene poi il secolo XX, e «le lotte di liberazione in Africa. Processi di indipendenza, nuove minacce neocoloniali, eroi e martiri: Patrice Lumumba, Amilcar Cabral (…).»

Il presidente venezuelano sottolinea la necessità di «trasformare l’Asa in uno vero strumento generatore di sovranità e sviluppo nel sociale, nell’economia, nella politica e nella tutela ambientale». E indica i temi e le caratteristiche della solidarietà afro-latinoamericana della quale auspica una grande crescita: «Nei nostri continenti si trovano sufficienti risorse naturali, politiche e storiche, che servono per salvare il pianeta dal caos in cui è stato condotto. Non perdiamo l’opportunità che il sacrificio indipendentista dei nostri predecessori ci offre al giorno d’oggi, di unire le capacità per condurre le nostre nazioni verso un autentico polo il quale, per dirlo con le parole del padre Libertador Simón Bolívar, sia più grande per la sua libertà e gloria che per la sua estensione e ricchezze. (…) La nostra cooperazione Sud-Sud deve essere un autentico e permanente vincolo di lavoro congiunto e deve focalizzare strategie e piani verso il Sud, verso i nostri popoli. Non neghiamo le nostre sovrane relazioni con le potenze occidentali, ma dobbiamo ricordarci che non da lì viene la soluzione integrale e definitiva per le problematiche comuni ai nostri paesi. Anzi, alcune di quelle potenze proiettano una politica neocoloniale che minaccia la stabilità che abbiamo iniziato a rafforzare nei nostri continenti.

Sorelle e fratelli: Vorrei evocare per questo Terzo vertice dell’Asa, lo spirito di fratellanza, unità e volontà che ha accompagnato lo sviluppo del meraviglioso Secondo Vertice, nell’isola di Margarita, in Venezuela, con l’adozione unanime della Dichiarazione di Nueva Esparta. (…)

Contro la guerra all’Africa, per la pace e la felicità dei popoli

Da sottolineare come Hugo Chávez per l’ennesima volta condanni la guerra della Nato in Libia nel 2011 e, seppure indirettamente, l’ignavia di chi nel mondo non agì per la pace e non seguì i ripetuti inviti dell’Alba al negoziato e al rifiuto dell’ingerenza. (4)

Dice infatti nella lettera: «Con dolore devo osservare che il nostro lavoro, iniziato formalmente nel 2006, è stato interrotto dalle forze imperialiste che pretendono di dominare il mondo. (…) dopo il vertice di Margherita il continente africano è stato vittima di molteplici interventi e attacchi da parte delle potenze Occidentali.

Le invasioni e i bombardamenti imperialisti, che hanno ignorato qualsiasi opzione di soluzioni politiche e pacifiche dei conflitti interni apertisi in diverse nazioni africane, hanno avuto tra i loro obiettivi principali quello di frenare il processo di consolidamento dell’unità dei popoli africani e, di conseguenza, minare l’avanzamento dell’unione di questi con i popoli latinoamericani e caraibici.

La strategia neocoloniale è stata, dagli inizi del secolo XIX, quella di dividere le nazioni più vulnerabili del mondo, per sottometterle a una relazione di dipendenza di tipo schiavistico. E’ per questo che il Venezuela si è opposto radicalmente e dall’inizio all’intervento militare straniero in Libia. E’ lo stesso motivo per il quale il Venezuela ribadisce oggi il suo più assoluto rifiuto a ogni attività d’ingerenza della Nato.

Di fronte alla minaccia extraregionale di impedire l’avanzare e l’approfondirsi della nostra cooperazione Sud-Sud, dico come Bolívar nella sua Lettera dalla Jamaica del 1815: “Unione, unione, unione, deve essere il nostro massimo obiettivo”.

Il nostro governo rinnova, in questo Terzo vertice Asa, in questa sorella repubblica di Guinea equatoriale, la sua assoluta volontà di avanzare nel lavoro richiesto per consolidare la cooperazione nelle aree che proponemmo durante il nostro passato Vertice. Energia. Educazione. Agricoltura. Finanza. Comunicazione. Queste continuano a essere le nostre priorità, per le quali ribadiamo l’impegno ad avanzare in iniziative concrete come PetroSur, l’Università dei Popoli del Sud o la Banca del Sud, per citare alcuni esempi. (5)

Nell’area delle comunicazioni, dal Venezuela proponiamo che questo sforzo che siamo riusciti a sviluppare congiuntamente con diversi paesi dell’America del Sud, TeleSur, si articoli con l’Africa perché essa che possa compiere da queste latitudini la sua principale funzione: connettere i popoli del mondo tra loro e portar loro la verità e la realtà dei nostri paesi.

Infine, voglio ribadire il mio auspicio che questo foro diventi uno strumento utile per conquistare la nostra definitiva indipendenza, mettendoci all’altezza dell’esigenza epocale per costruire, come direbbe il Libertador, la più grande felicità per i nostri popoli.

Sono convinto che riusciremo a completare questo lavoro che ci hanno tramandato i nostri libertadores e martiri, i nostri milioni di donne e uomini che si sono sacrificati (…) Cammineremo quindi verso la nostra unione e definitiva indipendenza. Parafrasando Bolívar dico ancora: formiamo una patria, un continente, un solo popolo, a ogni costo e tutto il resto sarà sopportabile».

Un’unità fra due continenti all’insegna dell’autodeterminazione e della ricerca della giustizia economica e sociale affinché, contando gli uni sugli altri, si raggiunga l’indipendenza e la maggiore felicità possibile. Nelle sue parole sembra di sentir riecheggiare le esortazioni rivolte ai capi di stato africani quasi trent’anni prima da Thomas Sankara, il quale all’epoca in America latina poteva avere come soli amici Cuba e il Nicaragua sandinista; l’Alba (Alternativa bolivariana per la nostra america) non esisteva ancora. Ad Addis Abeba, all’assemblea dell’Organizzazione per l’unità africana (ora Unione africana), il presidente dell’eternamente povero ma finalmente rivoluzionario Burkina Faso lanciava un potente appello all’interdipendenza interafricana per l’indipendenza dagli ex colonialisti e l’affrancamento dalla miseria, rifiutando di pagare il debito ingiusto verso il Nord usuraio e al tempo stesso operando per il disarmo del continente : «E potremo finalmente utilizzare le nostre immense risorse per lo sviluppo dell’Africa (…)». (6)

Solidarietà: ieri l’operazione Milagro, domani…

Riportiamo alcune frasi dal documento di una conferenza Africa- America latina in preparazione a Roma a cura della Rete No War e di attivisti africani, in collaborazione con l’Ambasciata del Venezuela in Italia: «Questi due continenti che hanno legami culturali forti, e per alcuni aspetti ancora da scoprire, hanno cominciato a riconsiderare e a far valere il valore della loro identità. Vi sono evidenze che mettono in luce la radice comune a questi due mondi. Oggi, dopo i processi di decolonizzazione e di emancipazione, notiamo però una diversa risposta da parte di questi due continenti ai bisogni dei loro popoli. L’America Latina è ormai un riferimento a livello internazionale, basti pensare a alla Teologia della Liberazione, a personaggi come Simón Bolívar, José Martí, Sandino, Che Guevara, Salvador Allende, Fidel Castro y Hugo Chávez, alle rivoluzioni cubana, bolivariana, ciudadana, sandinista e indigena e alla creazione dell’Alba che hanno cambiato il volto di questo continente. L’Africa invece, malgrado le indimenticabili esperienze di Patrice Emery Lumumba, Thomas Sankara e Cheik Anta Diop, non è arrivata ad emanciparsi totalmente dalla “tutela” dell’Occidente. Con tutte le risorse di cui dispone, l’Africa non è ancora riuscita ad avere una politica sociale, economica e culturale propria. Mentre gran parte dei Paesi dell’America latina, grazie anche al processo d’integrazione, hanno già sanato le piaghe dell’analfabetismo e della malnutrizione».

Dunque, fra le tante strade del futuro suggerite dal presidente bolivariano per i rapporti fra i due continenti fratelli, soffermiamoci sugli aspetti più propriamente inerenti la solidarietà Sud-Sud, di fronte ai bisogni essenziali: un’estensione all’Africa di quel che avviene regolarmente nell’ambito dell’alleanza Alba (Alternativa bolivariana per la nostra America), con lo scambio o il dono di servizi sanitari, educativi, assistenziali, portati avanti in particolare da Cuba e Venezuela – la prima ricca in competenze umane, la seconda con la risorsa del petrolio sociale. Intorno al 2006, un interessante progetto plurinazionale portò in Africa la missione Milagro, ampio programma di cure e operazioni oculistiche gratuite previsto all’articolo 5 dell’accordo fra Venezuela e Cuba per la costruzione dell’Alba. Si trattava di un esperimento di cooperazione a più attori nel quale alcuni paesi africani ricevevano cure gratuite per i loro cittadini, la Libia e il Venezuela fungevano da donatori, Cuba forniva gli oculisti. (7)

I risultati in campo sociosanitario ed educativo raggiunti da Cuba sono noti (a chi non si fa ingannare dalla «dittatura mediatica», per usare le parole di Fidel Castro). L’isola internazionalista, fiera del proprio modello sanitario, manda medici in tanti paesi del mondo; in oltre venti dei quali, i più poveri, i servizi di Cuba sono resi gratuitamente, ultimamente – da quando esiste l’Alba – con l’aiuto finanziario del Venezuela bolivariano.

Nel campo della lotta alla fame, anche la patria di Chávez ha ormai da insegnare. A giugno il nuovo presidente Nicolás Maduro ha ritirato il premio dell’Onu per aver raggiunto anzitempo sia il primo Obiettivo di sviluppo del millennio – dimezzare la proporzione di coloro che soffrono la fame entro il 2015 – sia quello stabilito dal Vertice Mondiale dell’Alimentazione, ovvero dimezzare per il 2015 il numero dei sottonutriti. Strumenti privilegiati: 22.000 punti di distribuzione alimentare, i sussidi sui prodotti di base, le case dell’alimentazione, che forniscono cibo gratuito. E l’investimento nell’agricoltura (anche nell’agroecologia) «per superare i modelli di sultanato petrolifero che ci hanno imposto in precedenza», ha detto Maduro.

E qui la novità: il Venezuela sembra voler coinvolgere un nuovo partner nella cooperazione solidale e indipendentista afro-latinoamericana «per una più grande felicità». Infatti il presidente Maduro, incontrando il papa Francesco, ha proposto un lavoro comune insieme ai missionari cattolici in Africa.

A mo’ di conclusione. Un altro presidente dell’Alba, il boliviano Evo Morales, concludendo il 2 agosto scorso i lavori del vertice antimperialista dei popoli per la legalità internazionale a Cochabamba, ha auspicato che «i popoli dell’Africa possano recuperare le proprie risorse naturali».

 

Note

1. Il Secondo vertice si era tenuto a Margarita (Venezuela) nel 2009, con capi di stato e di governo da 49 paesi africani e 12 dall’America latina. Il Primo vertice ad Abuja (Nigeria) nel novembre 2006.
2. In questo link il testo integrale.
3. L’omaggio a Hugo Chávez è visibile, ad esempio, qui.
4. Nel 2011, di fronte ai piani imperialisti sulla Libia velati da pretesti umanitari evidentemente falsi, gli stessi movimenti occidentali non ascoltarono l’esportazione di Fidel Castro ad appoggiare l’iniziativa dell’Alba.
5. « Il trasferimento di risorse da Sud a Nord è una cifra spaventosa; loro poi riprestano il denaro con tassi di interesse molto alti … ma non siamo stupidi e non continueranno a manipolarci con la storiella del libero mercato» dichiarava Chávez a Margarita.
6. Il discorso di Sankara si trova in video a questo link e riprodotto nel testo Sankara, le parole e i discorsi, edizioni Sankara, varie edizioni.
7. Riportato da Granma internacional nel 2006.

 

(VIDEO) Dal Burkina Faso al Venezuela con Amore!

ZinTV
À Ouagadougou, capitale du Burkina Faso, la nouvelle du décès de Hugo Chávez est arrivée en même temps que ses derniers mots : Une Lettre à l’Afrique lue par le chancelier de la République bolivarienne, Elias Jaua, lors du IIIème sommet de l’ASA en Guinée Equatoriale, ce 21 février 2013.

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