L’America latina piange il Comandante

di Geraldina Colotti 

Cuba. L’impegno per l’integrazione del continente

Fidel ha levato l’ancora «verso l’immortalità»: lo stesso giorno in cui il Granma è partito da Veracruz per Cuba, il 25 novembre del 1956. Lo ha ricordato a caldo il presidente venezuelano Nicolas Maduro, dopo l’annuncio della morte del Comandante cubano. «Adesso tocca a noi, gli eredi dei grandi ideali, quelli di Fidel, del Che, di Chavez, difenderne il cammino – ha detto -. Adesso tocca ai giovani – perché giovani sono sempre le rivoluzioni -, difenderne il portato».

Maduro ha ricordato la grande amicizia tra Fidel Castro e Hugo Chavez, due vite all’insegna dell’antimperialismo: «Due rivoluzioni perseguite dall’impero, due rivoluzioni che abbiamo fatto crescere e che dobbiamo continuare a far crescere», ha detto ancora, ricordando gli ultimi incontri avuti con Fidel: incontri significativi, sia sul piano concreto che simbolico. Fidel ha ricevuto l’attuale presidente venezuelano (che è stato a lungo ministro degli Esteri di Chavez) un giorno prima di incontrare Obama. Gli ha inviato lettere di appoggio nei momenti più difficili del suo mandato. Lo ha sostenuto con la sua diplomazia, discreta ma efficace, a nord come al sud.

E quando Fidel ha compiuto novant’anni, il 13 di agosto, ha fatto il giro dei media una foto in cui i presidenti dell’Alba lo visitavano a sorpresa per il compleanno. L’Alba, l’Alleanza bolivariana per i popoli della nostra America, è stata una creatura di Fidel e Chavez. Ha messo in moto un altro tipo di integrazione regionale, non più rivolta al Nord America, ma al continente Latinoamericano, basata su relazioni paritarie e solidali: ogni paese, un voto, non importa se grande o piccolo, interscambio di beni e servizi senza contropartite politiche. E Raul Castro ha continuato sulla stessa linea, governando la barra in tutti i vertici internazionali. E ieri, tutti i più importanti leader del sud, sia di governo che di partito lo hanno ricordato con gratitudine: dai Sem Terra in Brasile alla sinistra anticapitalista francese, a Podemos in Spagna.

Fidel è morto nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne, dedicata al sacrificio delle tre sorelle Mirabal. Le tre mariposas – come venivano chiamate nella clandestinità – vennero trucidate nella Repubblica Dominicana dal dittatore Trujillo, pupillo degli Usa, nel 1960. A Cuba, invece, su un paese di 11 milioni di abitanti, la lotta di oltre 4 milioni di donne organizzate nella Federacion de Mujeres Cubanas ha ottenuto fin da subito la parità di diritti nella Costituzione, il Codice della famiglia e altri strumenti giuridici.

La forza lavoro femminile, pari al 66% del totale è impiegata con un salario uguale a quello degli uomini, in tutti i settori ed è presente al 49% in Parlamento (Cuba è la quarta nazione al mondo per numero di donne in parlamento). A Cuba non esistono né la tratta né i femminicidi, l’aborto è libero, gratuito e sicuro, un faro di progresso in America latina. Fidel ha sempre rivolto importanti discorsi alla Federazione delle donne, la cui segretaria è stata Vilma Espin. E la Federacion Democratica Internacional de Mujeres (Fdim) è stata fra le prime a mandare un messaggio di cordoglio.

L’America latina deve molto a Fidel. L’11 aprile del 2002, durante il golpe contro Chavez – organizzato dai grandi gruppi economici, dai vertici della chiesa, delle forze armate e dai grandi media, e guidato dalla Cia – Fidel consigliò al giovane leader venezuelano di «non immolarsi come Allende», in quanto, a differenza del presidente cileno nel 1973, egli aveva dalla sua gran parte delle forze armate. E poi diffuse la notizia ai media internazionali e parlò al telefono con i militari fedeli a Chavez, che poté così sventare anche la trappola tesa dall’arcivescovo Baltazar Porras (ora cardinale in Vaticano), mandato dai golpisti per convincerlo a dimettersi, prima di essere fucilato. Il plotone che avrebbe dovuto uccidere il presidente venezuelano si ammutinò e Chavez venne poi riportato al governo a furor di popolo, e il suo primo pensiero fu per Fidel.

L’8 gennaio del 1959, Fidel Castro pronunciò all’Avana il primo discorso pubblico dopo la rivoluzione. Alcune colombe bianche si alzarono e cominciarono a volteggiare su di lui, finché una si posò sulla sua spalla. Fidel la trattenne per qualche secondo e poi la liberò nel cielo. Un gesto che rimase impresso nella moltitudine dei presenti, e che in fondo simbolizza lo spirito che ha fino all’ultimo animato il leader cubano. La sua diplomazia ha accompagnato il processo di pace in Colombia fino alla recente firma degli accordi tra Santos e la guerriglia marxista Farc. Cuba vi ha dedicato lo stesso impegno di quello rivolto alla lotta contro l’apartheid in Sudafrica, la liberazione dell’Angola o l’indipendenza della Namibia e altre nazioni africane. All’inizio del 2000, a Cuba iniziarono anche le trattative tra l’altra guerriglia storica colombiana, l’Eln, e l’allora presidente Alvaro Uribe.

L’Avana è così diventata la capitale della pace. E sia le Farc che l’Eln hanno inviato un messaggio di cordoglio. E in molti paesi dell’America latina è stato dichiarato il lutto nazionale. Ma tutto il sud è in lutto. Cuba è stata al centro del Movimento dei paesi non allineati, che rappresentano oltre due terzi di tutti gli Stati del mondo, e il cui segretario generale è da quest’anno Nicolas Maduro. Fidel Castro – dice un comunicato della Unasur – «ha illuminato la regione con le sue idee sulla libertà, la sovranità, l’uguaglianza per le quali ha lottato per mezzo secolo».

E il miglior modo per onorarlo – ha detto il presidente boliviano Evo Morales – è quello di rafforzare l’unità di tutti i popoli del mondo, la resistenza al modello capitalista e all’imperialismo». Ha detto Fidel a Ramonet nell’Autobiografia a due voci: «Se l’impero divorasse l’America latina come fece la balena con il profeta Giona, non riuscirebbe comunque a digerirla. Prima o poi dovrebbe espellerla, e quella risorgerebbe di nuovo».

Le tre ragioni per le quali voglio bene a Fidel

da jesopazzo.org

PER LA FIEREZZA E LA DIGNITÀ

Avevo 18 anni quando uno dei papi più infami della storia (ma anche più amati e inattaccabili), il papa polacco della fine del blocco comunista, il papa amico dei dittatori sudamericani, Giovanni Paolo II, arrivò in visita a Cuba. Mi ricordo perfettamente di lui che scendeva dalla scaletta e di Fidel che lo aspettava sulla pista composto e fiero, per una volta col completo elegante e non con la mimetica.

Solitamente il papa nelle sue visite nei cosiddetti paesi del Terzo Mondo (è proprio Giovanni Paolo II che ha inaugurato questo “trend”) andava a trovare i poveri, i bambini rinsecchiti e con le pance gonfie in Africa, i vecchi negli ospizi pubblici o riversi per le strade in India (chi come me era piccolo negli anni Ottanta certamente avrà bene in mente queste immagini). E io mi ricordo che ero incazzata e spaventata, che non volevo rivedere, a Cuba, le stesse espressioni di paternalismo, di carità pelosa dell’Occidente. Ma Fidel fa uno dei discorsi più belli di sempre, non l’ho più riletto e non potrei riportare le parole, ma diceva più o meno così: “ciao papa, benvenuto, non voglio niente da te, ma voglio offrirti io qualcosa: la possibilità di conoscere un sistema di vita nel quale i bambini vengono curati e non muoiono di fame, a voi europei non ho niente da chiedere – questo era il messaggio di fondo – ma qualcosa da insegnarvi”.

So che può sembrare una cosa retorica o banale, ma fu un momento entusiasmante, perché, in una delle fasi più nere della storia cubana, la fine degli anni Novanta, Fidel non si era piegato come tutti credevano, ma aveva dimostrato che la Rivoluzione non aveva solo vinto, ma stava vincendo ancora…

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Napoli 26nov2016: in piazza in omaggio a Fidel

da Ex-Opg “Je so’ pazzo”

Ci vediamo dalle 20 a piazza san Domenico con bandiere, candele, musica per ricordare Fidel Castro e la coraggiosa rivoluzione cubana, che resiste nonostante tutto e che ha significato dignità, istruzione, sanità, rifiuto dell’imperialismo statunitense e delle guerre per milioni di uomini e donne…

Se c’è una cosa che ci ha insegnato Fidel è che sono i popoli da soli a liberarsi, e a poter cambiare il mondo!
e di questo ovunque c’è ancora tanto bisogno…

Napoli è al fianco dei popoli che lottano!

“Per non lottare ci saranno sempre moltissimi pretesti in ogni epoca e in ogni circostanza, ma mai, senza lotta, si potrà avere la libertà”.

¡¿Qué tiene Fidel, que los imperialistas no pueden con él?!

¡¿Qué tiene Fidel, que los imperialistas no pueden con él?!

Iba matando canallas. Con su cañón de futuro.

«La muerte no es verdad cuando se ha cumplido bien la obra de la vida.» (José Martí)

Cuando los seres humanos se vuelven universales.

 

 

Roma 10dic2016: Odessa non dimentica!

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Roma 27nov2016: Giornata della fratellanza tra i popoli

Red “Caracas ChiAma”: Declaración de Roma

por Red “Caracas ChiAma”

Aquí reportamos la Declaración final del Quinto Encuentro de la Red “Caracas ChiAma”. Fruto de la discusión y de las decisiones de quien ha tomado parte y de quien se reconoce en la Red de Solidaridad con la Revolución Bolivariana de Venezuela.

Quinto Encuentro Italiano de Solidaridad con la Revolución Bolivariana

“Caracas ChiAma, Roma Responde!”

 

DECLARACIÓN DE ROMA

 

Se ha concluido el 30 de octubre del 2016 en Roma el V Encuentro de Solidaridad con la Revolución Bolivariana de Venezuela (desarrollado los días 28-29-30 de octubre 2016), organizado por la Red “Caracas ChiAma”. Reafirmando su rol de estímulo y multiplicador, la  Red ha llevado a debatir a embajadores, políticos, intelectuales, organizaciones de migrantes, trabajadores, colectivos, movimientos sociales y populares, huéspedes internacionales.

Tres días de discussion y propuestas, abierto por los diplomáticos de los países del ALBA-TCP (Alianza Bolivariana de los Pueblos para Nuestra América – Tratado de Comercio de los Pueblos) y por tres diputadas (La Otra Europa por Tsipras, Izquierda Italiana, Movimiento 5 Stelle) y confluida en una plenaria en la que se han discutido las síntesis de las cuatro mesas de trabajo previstas:

1.- Conquistas y desafíos del socialismo bolivariano

2.- Poder Popular contra la democracia liberal

3.- Libertad de género y libertad del capitalismo

4.- Por un nuevo internacionalismo

“La Revolución bolivariana no esta aislada. El desarrollo de este encuentro es la prueba”, ha dicho el compañero embajador Julián Isaías Rodriguez Díaz, encuadrando en el actual contexto internacional conquistas y límites de la experiencia bolivariana. El imperialismo avanza y busca en Latinoamérica un experimento para nuevas técnicas de dominación:  guerra económica, golpe suave, corrupción, acaparamiento de bienes de primera necesidad, hasta resultan más eficaces de los ataques directos y de las intervenciones militares.

Los ataques al Poder Popular, a la “democracia participativa” y al Socialismo del Siglo XXI se verifcan justo en el momento en el que la democracia burgués sufre un calo de confianza generalizado, ahora estructural, en sus mecanismos.

Agotada la fase del tentativo de pacificación del conflicto social mediante la erogación de recursos y asistencia social, la democracia liberal impone políticas de austeridad y giros neo-autoritarios contra los estratos más pobres de la población.  Un ejemplo: el referendum de revisión constitucional.

Luego de casi 18 años de gobierno chavista, y aunque en una trayectoria que no esconde contradicciones y necesidad de ajustes, aquella de Venezuela continúa a ser, en cambio, una de las experiencias más avanzadas de democracia participativa.

Una experiencia que resiste articulando un doble movimento: desde el alto (con el compromiso de su gobierno en el cortar los tentativos desestabilizadores de la Mud), y desde abajo (con la movilización cotidiana de las poblaciones, organizada en los Concejos Comunales, en las Comunas, en el Gran Polo Patriótico encabezado por el PSUV, junto al Partido Comunista y otros partidos y movimientos revolucionarios). Y con la solidaridad de quien, hoy en día, con más determinación y claridad ve como la Revolución Bolivariana impulsa la alternativa concreta al neoliberalismo global.

La Revolución bolivariana muestra la necesidad de luchar contra el enemigo común, y la de reflexionar sobre tres importantes puntos:

1.- ¿Ir al gobierno a través de las urnas significa tener efectivamente las palancas del poder para afectar en las relaciones de producción y sobre la distribución de la riqueza, o se trata de dos condiciones muy diferentes?

2.- ¿Existe la posibilidad de un gobierno popular a nivel local cuando falta el control del gobierno central, o se cae en una “administración” de corto respiro?

3.- ¿Cuál solidaridad eficaz conviene organizar para defender los procesos revolucionarios de América Latina y en todos los del sur del mundo?

Desde aquí algunas propuestas para superar las cooperaciones bilaterales entre militantes italianos y los sigulares países: promover enlaces transnacionales entre representantes de trabajadores que sufren la misma explotación  por obra de multinacionales presentes en determinados contextos nacionales. Multiplicar las “Casas del ALBA” e inventar otros lugares, físicos y simbólicos, en los cuales juntar las luchas antimperialistas y las batallas sociales.

Retomar y desarrollar proyectos de intercambio entre Venezuela y algunas administraciones “participativas” sobre las que sea posible intervenir: en la línea de lo se ha hecho con el Alcalde de Londres Ken Livingston (dicho “Ken el rojo”), o con el petroleo en el Bronx.  Algunas referencias sociales, en pequeña y media escala ya existen – se ha dicho,  en las mesas de debate y en la discusión conclusiva –  desde proyectos de energía alternativa, experimentados en Friuli, al de la “pasta casera”, activado por el Círculo Bolivariano “Antonio Gramsci” en Venezuela.

Entre las acciones posibles:  un twitazo una vez al mes;  campañas de e-mails dirigidas a los periódicos y a los medios de comunicación para informar sobre la realidad de Venezuela;  sit- in o flash-mob (manifestaciones) en puntos sensibles y conocidos; repartición de panfletos, camión vela, colocación de carteles y manifiestos, etc.  Organización de ciclos de conferencias en todo el territorio nacional.

La presencia de los compañeros del ALBA-Suiza, una experiencia que ha puesto en red diversas organizaciones de solidaridad con la Revolución bolivariana, con los países del ALBA y con los movimientos de otros al sur del mundo, ha encontrado gran consonancia con el espíritu de “Caracas ChiAma” –  una Red nacida inmediatamente con el intento de ser un multiplicador de pensamiento y de prácticas para construír una altenativa concreta al capitalismo en el propio país.

El desarrollo de este Quito Encuentro nos ha demostrado que es posible:

1.-  Articular “un movimiento antimperialista y de izquierda” en escala europea;

2.- Construír una red de parlamentarios que, en los singulares países y a nivel europeo, hagan visible el apoyo a Venezuela, y el NO a las políticas imperialistas y belicistas que pasan a través de la imposición de tratados transnacionales y leyes neoliberalistas;

3.- Transformar la realidad en nuestra casa, constituír también en nuestro país un gobierno popular y ofrecer así la mejor contribución posible a los países objetivo del imperialismo, como Venezuela bolivariano y los países del ALBA-TCP.

La política expansionista y de injerencia del imperialismo estadounidense y de sus aliados es la principal amenaza que la humanidad debe afrontar. Frente a esto, el internacionalismo proletario se pone como respuesta histórica común, que atraviesa todas las luchas de los pueblos en el mundo: desde aquellos agredidos por la OTAN, a los movimientos en lucha contra las bases militares, el Muos o la Tav, a los trabajadores europeos que se oponen a las políticas neoliberalistas.

La Red “Caracas ChiAma” expresa, por lo tanto, apoyo a los pueblos que luchan y resisten contra las amenazas, las agresiones y las ocupaciones militares en Irak, Libia, Siria, Palestina, Kurdistan, Yemen, Iran y la Corea toda, y aquí en Europa en el Donbass, desde donde nos ha llegado un video de un saludo a nuestro Quinto Encuentro de Roma y una indicación concreta.

Del mismo modo la Red “Caracas ChiAma” condena el bloqueo de los Estados Unidos contra Cuba. Expresa el propio apoyo al proceso de paz en Colombia y en las Filipinas. Pero ninguna verdadera libertad es posible sin la de las mujeres,  cuyo rol es fundamental en la lucha contra un sistema capitalista que añade a la opresión del patriarcado la esclavitud del trabajo asalariado y del no-trabajo, más pesado aún para las mujeres jóvenes y las migrantes.

El rol de las mujeres es fundamental en la transición hacia el socialismo en curso en Venezuela y lo será también en aquella hacia una sociedad que renueve y multiplique los puntos más altos de la Revolución bolchevica de 1917, como la Revolución China y la Revolución Cubana.

La Constitución bolivariana de Venezuela, producto de la idea y de la acción de una Chávez “socialista y feminista” está orientada en los dos géneros, contempla un basto cuadro de derechos que garantizan la libertad de las mujeres, reconoce también el valor social del trabajo doméstico y lo tutela.

En Italia, y no solamente, las mujeres sufren un ataque siempre más cerrado a las conquistas realizadas con las luchas de los años 70s, también por el retorno de varios integralismos religiosos.  Las mujeres pero, no quieren sentirse víctimas, sino sujetos que resisten y se organizan: este es el mensaje que llega desde Venezuela y de los movimientos de las mujeres latinoamericanas, retomado y compartido por la Red “Caracas ChiAma”.

La propuesta es la de construir una mesa de trabajo permanente de comunicación y transmisión de memoria y conciencia a las más jóvenes. Con este espíritu, la Red “Caracas ChiAma” adhiere a la movilización nacional del 26 de noviembre en Roma contra la violencia a las mujeres.

Dirige un fuerte testimonio de solidaridad a la compañera Yuri Patiño, brutalmente agredida por los fascistas venezolanos en Amazonas, en el mismo día en el que aquellos mismos fascistas asesinaban al policía Molina Ramirez de Polimiranda, mientras defendía el órden público durante una manifestación de la extrema derecha, a cuya familia la Red “Caracas ChiAma” expresa igualmente plena y sentida solidaridad. Así como expresa solidaridad a las prisioneras revolucionarias, en Italia y en el mundo.

Nosotros, en cuanto participantes al Quinto Encuentro Italiano de Solidaridad con la Revolución Bolivariana de Venezuela –  “Caracas ChiAma, Roma Responde” –  todos y todas quienes se sienten parte integrante de la Red y que, tenaces y determinados, quieren conservar intacto el hilo rojo de la continuidad en la actividad de la Red, cumplimos con el programa del Quinto Encuento, elaborando la presente “Declaración de Roma” y escogiendo democráticamente la ciudad sede del Sexto Encuentro, que será Nápoles, en el mes de Abril del 2017.

Al mismo tiempo, invitamos a dar la máxima difusión a la presente “Declaración de Roma” – Declaracion Final del Quinto Encuentro Italiano de Solidaridad con la Revolución Bolivariana “Caracas ChiAma, Roma responde!”

Por un Sexto Encuentro caracterizado por el Poder Popular Constituyente en Acción!  Caracterizado por la participación de masa, de las mujeres, de los jóvenes, de los proletarios migrantes, de la amistad y de la solidaridad de los pueblos del mundo!  Caracterizado por los protagonistas de las transformaciones revolucionarias y socialistas, en Italia y en el mundo!

Hacia el Sexto Encuentro Italiana “Caracas ChiAma, Nápoles Responde!”

¡Contra el fascismo y el machismo!

¡Al lado del pueblo venezolano, de su gobierno y de su presidente Nicolás Maduro!

¡Por la construcción del socialismo!

 

Red “Caracas ChiAma” –  Italia 21 de noviembre del 2016

Rete “Caracas ChiAma”: Dichiarazione di Roma

di Rete Caracas ChiAma

Qui di seguito riportiamo la Dichiarazione Finale del Quinto Incontro della Rete “Caracas ChiAma”. Frutto della discussione e della decisione di chi vi ha preso parte e di chi si riconosce nella Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana del Venezuela.

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Quinto Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana
“Caracas ChiAma, Roma Risponde!”

DICHIARAZIONE DI ROMA

Si è concluso il 30 ottobre 2016 a Roma il V Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana del Venezuela (tenutosi i giorni 28-29-30 Ottobre 2016), organizzato dalla Rete “Caracas ChiAma”. Ribadendo il suo ruolo di stimolo e moltiplicatore, la Rete ha portato a discutere ambasciatori, politici, intellettuali, organizzazioni migranti, lavoratori, collettivi, movimenti sociali e popolari, e ospiti internazionali.

Tre giorni di confronto e proposte, aperti dai diplomatici dei paesi dell’ALBA-TCP (Alleanza Bolivariana dei Popoli per la Nostra America – Trattato di Commercio dei Popoli) e da tre deputate (L’Altra Europa per Tsipras, Sinistra italiana, Movimento 5 Stelle), e confluiti in una plenaria in cui si sono discusse le sintesi di quattro tavoli di lavoro previsti:

1. Conquiste e sfide del socialismo bolivariano;
2. Potere popolare contro democrazia liberale;
3. Libertà di genere e libertà dal capitalismo;
4. Per un nuovo internazionalismo.

«La Rivoluzione bolivariana non è isolata. La riuscita di questo incontro ne è la prova», ha detto il compagno ambasciatore Julián Isaías Rodríguez Díaz, inquadrando nell’attuale contesto internazionale conquiste e limiti dell’esperienza bolivariana. L’imperialismo avanza e cerca nel Latinoamerica un’esperimento per nuove tecniche di sopraffazione: guerra economica, golpe suave, corruzione, accaparramento di beni di prima necessità, risultano persino più efficaci degli attacchi diretti e degli interventi militari.
Gli attacchi al Potere Popolare, alla “democrazia partecipata” e al Socialismo del XXI secolo si verificano proprio nel momento in cui la democrazia borghese soffre di un calo di fiducia generalizzato, ormai strutturale, nei suoi meccanismi.

Esaurita la fase del tentativo di pacificazione del conflitto sociale mediante l’erogazione di risorse e welfare, la democrazia liberale impone politiche di austerità e svolte neo-autoritarie contro le fasce più povere della popolazione. Un esempio: il referendum di revisione costituzionale.

Dopo quasi 18 anni di governo chavista, e pur all’interno di un percorso che non nasconde contraddizioni e necessità di aggiustamenti, quella del Venezuela continua a essere, invece, una delle esperienze più avanzate di democrazia partecipativa.

Un’esperienza che resiste articolando un doppio movimento: dall’alto (con l’impegno del suo governo nel rintuzzare i tentativi destabilizzanti della Mud), e dal basso (con la mobilitazione quotidiana della popolazione, organizzata nei Consigli Comunali, nelle Comunas, nel Gran Polo Patriótico con alla testa il PSUV, insieme al Partito Comunista ed altri partiti e movimenti rivoluzionari). E con la solidarietà di chi ogni giorno con più determinazione e chiarezza vede come la Rivoluzione bolivariana spinge in avanti l’alternativa concreta al neoliberismo globale.
La Rivoluzione bolivariana mostra la necessità di lottare contro il nemico comune, e quella di riflettere su tre importanti nodi:

1. andare al governo attraverso le urne significa detenere effettivamente le leve del potere per incidere sui rapporti di produzione e sulla distribuzione della ricchezza, oppure si tratta di due condizioni ben diverse?

2. esiste la possibilità di un governo popolare a livello locale quando manca il controllo del governo centrale, oppure si scivola in un “amministrativismo” dal corto respiro?

3. quale solidarietà efficace conviene organizzare per difendere i processi rivoluzionari dell’Amarica latina e in tutti i sud del mondo?
Da qui alcune proposte per superare le cooperazioni bilaterali tra militanti italiani e i singoli paesi: promuovere collegamenti transnazionali tra rappresentanze di lavoratori che subiscono lo stesso sfruttamento ad opera di multinazionali presenti in determinati contesti nazionali. Moltiplicare le “Case dell’ALBA” e inventare altri luoghi, fisici e simbolici, in cui congiungere le lotte antimperialiste e le battaglie sociali.

Riprendere e sviluppare progetti di interscambio tra il Venezuela e alcune amministrazioni “partecipate” su cui sia possibile intervenire: sulla linea di quanto venne fatto con la Londra del sindaco Ken Livingston (detto “Ken il rosso”), o con il petrolio nel Bronx. Alcune referenze locali, su piccola o media scala, già esistono – si è detto, nei singoli tavoli o nella discussione conclusiva -: dai progetti di energia alternativa, sperimentati in Friuli, a quelli della “pasta casera”, attivati dal Circolo Bolivariano “Antonio Gramsci” in Venezuela.

Tra le azioni possibili: un twitazo una volta al mese; campagne di e-mail dirette ai giornali e ai mass media per informare sulla realtà del Venezuela; sit-in o flash mob in punti sensibili e conosciuti; volantinaggi, camion vela, affissione di manifesti, ecc; organizzazione di cicli di conferenze su tutto il territorio nazionale.

La presenza dei compagni di ALBA-Suiza, un’esperienza che ha messo in rete diverse organizzazioni di solidarietà con la Rivoluzione bolivariana, con i paesi dell’ALBA e con i movimenti di altri sud del mondo, ha riscontrato grande consonanza con lo spirito di “Caracas ChiAma” – una Rete nata fin da subito con l’intento di essere un moltiplicatore di pensiero e di pratiche per costruire un’alternativa concreta al capitalismo nel proprio paese.

Lo sviluppo di questo Quinto Incontro ci ha dimostrato che è possibile:

  1. articolare “un movimento antimperialista e di sinistra” su scala europea;
  2. costruire una rete di parlamentari che, nei singoli paesi e a livello europeo, rendano visibile il sostegno al Venezuela e il No alle politiche imperialiste e guerrafondaie che passano attraverso l’imposizione di trattati transnazionali e leggi neoliberiste;
  3. trasformare la realtà a casa nostra, costituire anche qui nel nostro paese un governo popolare e offrire così il migliore contributo possibile ai paesi bersaglio dell’imperialismo, come il Venezuela bolivariano e i paesi dell’ALBA-TCP.

La politica espansionista e di ingerenza dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati è la principale minaccia che l’umanità deve affrontare. Di fronte a questa, l’internazionalismo proletario si pone come una risposta storica comune, che attraversa tutte le lotte dei popoli nel mondo: da quelli aggrediti dalla NATO, ai movimenti italiani in lotta contro le basi militari, il Muos o la Tav, ai lavoratori europei che si oppongono alle politiche neoliberiste.

La Rete “Caracas ChiAma” esprime perciò sostegno ai popoli che lottano e resistono contro le minacce, le aggressioni e le occupazioni militari in Iraq, Libia, Siria, Palestina, Kurdistan, Yemen, Iran e la Corea tutta, e qui in Europa nel Donbass, da dove ci è giunto un video di saluto al nostro Quinto Incontro di Roma e un’indicazione concreta.
 
Allo stesso modo la Rete “Caracas ChiAma” condanna il blocco degli Stati uniti contro Cuba. Esprime il proprio appoggio al processo di pace in Colombia e nelle Filippine.
Ma nessuna vera libertà è possibile senza quella delle donne, il cui ruolo è fondamentale nella lotta contro un sistema capitalista che aggiunge all’oppressione del patriarcato la schiavitù del lavoro salariato e del non-lavoro, ancora più pesante per le giovani donne e le migranti.

Il ruolo delle donne è fondamentale nella transizione verso il socialismo in corso in Venezuela e lo sarà anche in quella verso una società che rinnovi e moltiplichi i punti più alti della Rivoluzione bolscevica del 1917, come di quella cinese e della Rivoluzione cubana.

La Costituzione bolivariana del Venezuela, prodotto dell’idea e dell’azione di un Chávez “socialista e femminista” è declinata nei due generi, contempla un vasto quadro di diritti che garantiscono la libertà delle donne, riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico e lo tutela.

In Italia, e non solo, le donne subiscono un attacco sempre più serrato alle conquiste realizzate con le lotte degli anni ‘70, anche per il ritorno di vari integralismi religiosi. Le donne però non vogliono sentirsi vittime, ma soggetti che resistono e si organizzano: questo il messaggio che arriva dal Venezuela e dai movimenti delle donne latinoamericane, ripreso e condiviso dalla Rete “Caracas ChiAma”.

La proposta, è quella di costruire un tavolo permanente di comunicazione, informazione e trasmissione di memoria e coscienza alle più giovani. Con questo spirito, la Rete “Caracas ChiAma” aderisce alla mobilitazione nazionale del 26 novembre a Roma contro la violenza sulle donne.

Rivolge un forte attestato di solidarietà alla compagna Yuri Patiño, brutalmente aggredita dai fascisti venezuelani in Amazonas, nello stesso giorno in cui quegli stessi fascisti uccidevano il poliziotto Molina Ramirez di Polimiranda, mentre difendeva l’ordine pubblico durante una manifestazione dell’estrema destra, alla cui famiglia la Rete “Caracas ChiAma” esprime ugualmente piena e sentita solidarietà. Così come esprime solidarietà alle prigioniere rivoluzionarie, in Italia e nel mondo.

Noi, in quanto partecipanti al Quinto Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana del Venezuela – “Caracas ChiAma, Roma Risponde!” – tutte e tutti coloro che si sentono parte integrante della Rete e che, tenaci e determinati, vogliono conservare intatto il filo rosso della continuità nelle attività della Rete, ottemperiamo al programma del Quinto Incontro, elaborando la presente “Dichiarazione di Roma” e scegliendo democraticamente la città sede del Sesto Incontro che sarà Napoli, nel mese di Aprile del 2017.


Invitiamo nel contempo a dare la massima diffusione alla presente “Dichiarazione di Roma” – Dichiarazione finale del Quinto Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma, Roma Risponde!”

Per un Sesto Incontro all’insegna del Potere Popolare Costituente in Azione! All’insegna della partecipazione di massa, delle donne, dei giovani, dei proletari migranti, dell’amicizia e della solidarietà dei popoli del mondo! All’insegna dei protagonisti della trasformazione rivoluzionaria e socialista, in Italia e nel mondo!  

Verso il Sesto Incontro Italiano “Caracas ChiAma, Napoli Risponde!”

Contro il fascismo e il machismo. A fianco del popolo venezuelano, del suo governo e del suo presidente Nicolás Maduro. Per la costruzione del socialismo!

Rete “Caracas ChiAma” – Italia, 21 novembre 2016

Filippine: Duterte si sgancia dagli USA

Duterte con i maoisti filippini

da lacrescitafelice.blogspot.it

La Cina dimostra sempre di più di essere il principale polo di attrazione antimperialista. Per questo motivo la potenza declinante degli Stati Uniti cerca di isolare la Cina e l’asse Mosca-Pechino. Il Pivot to Asia da una parte, e la stessa guerra in Siria che colpisce un paese dove sono collocate le uniche due basi militari all’estero della Russia, hanno il compito di intralciare la Via della Seta ossia la principale via commerciale della Cina. C’è una potenza in piena parabola discendente che sta ostacolando lo sviluppo mondiale portando kaos e disordine e ce n’è un’altra in ascesa pacifica che crea infrastrutture, lavoro e sviluppo ovunque. La guerra in Siria vede gli USA in serie difficoltà così come il Pivot to Asia che sta collezionando parecchi insuccessi. Quello più clamoroso è dovuto allo spostamento di campo delle Filippine, nucleo del perno sull’Asia, giacché il paese si trovava in pieno contenzioso con la Cina per la sovranità sul Mar Cinese Meridionale, altro tentativo di condizionare le rotte commerciali cinesi. Qui il Pivot to Asia si è trasformato in Pivot to China. Naturalmente è bastato che il nuovo presidente Duterte mettesse in discussione la sacra alleanza con i vecchi colonizzatori, gli USA appunto, perché si scatenasse l’Armata Nazista dei Diritto-umanisti con tanto di Sinistra Imperiale al seguito.

E allora vediamo da vicino chi sia Rodrigo Duterte che si è sempre dichiarato di sinistra nonché il primo Presidente Socialista delle Filippine. Il neo-presidente durante gli studi universitari militò nel movimento studentesco di sinistra Kabataang Makabayan, i Giovani Patrioti, fondato nel 1964 dove lavorò con i futuri dirigenti del Partito Comunista delle Filippine ed ebbe come professore José María Sison, leader del PCF.

Duterte è indiscutibilmente un progressista. Fin dalla sua prima elezione a sindaco della città di Davao, nell’isola di Mindanao, aprì ai rappresentanti delle minoranze Lumad e Moro da sempre discriminate. Il presidente filippino ha intenzione di riformare il sistema sanitario prendendo ad esempio quello di Cuba, con cui sarebbe possibile accordarsi dato che i cubani si sono sempre mostrati disponibili per l’assistenza ad altri paesi.

>>>continua>>>

Giovanna Martelli (SEL) risponde a Mario Giro sul Venezuela

am-latina-voltodi Giovanna Martelli (*) – su cambiailmondo.org

L’intervento di Mario Giro, sul Venezuela, pubblicato nei giorni scorsi mi ha stimolata nella riflessione. Mario Giro narra di una situazione paradossale e confusa in Venezuela in cui solo l’intervento diretto di Papa Bergoglio ha avuto la capacità – un mezzo miracolo come lo definisce Giro – di far ripartire le trattative tra il governo di Maduro e l’opposizione in un Paese che comunque “lentamente scivola nell’anarchia istituzionale”.

Il mio amore per il popolo sudamericano è noto e la frequentazione di quelle donne e di quegli uomini mi fanno stare sempre molto attenta ad esprimere valutazioni su quanto sta accadendo in quei luoghi. Ernesto Cardenal scrive che “le cose sono in relazione l’una con l’altra e alcune sono comprese in altre e queste ancora in altre, in modo che tutto l’universo è una sola, vasta cosa” e noi sappiamo che la vastità è complessa e spesso contraddittoria da analizzare con cura, evitando il rischio di cadere nel superficiale giudizio.

Il mio incontro con il Venezuela Bolivariano di Chavez e Maduro non è il medesimo di Mario Giro perché a questo paese e alla sua diplomazia di pace si deve (insieme a Cuba) la messa in marcia, l’accompagnamento e l’esito dell’accordo di pace in Colombia che necessita, per l’opposizione delle formazioni di Destra di Alvaro Uribe, del forte sostegno internazionale per dare gli strumenti al popolo colombiano di attuarlo al più presto, connotandolo come un processo di costruzione di Pace che mette al centro la giustizia sociale e i diritti umani.

Per questo dare  delle visioni parziali delle realtà sociali e politiche dei Paesi  di quell’Area (in questo caso il Venezuela) porta con se il rischio di essere un mero esercizio di orientamento al prossimo voto italiano del 4 dicembre, utilizzando ancora una volta lo spettro della paura dell’anarchia e dell’instabilità e non riconoscendo a pieno l’art. 22 della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, che definisce  la sicurezza sociale della persona come quella condizione nella società che ci consente di essere  liberi dal bisogno, dal potere e dalla paura. Il modo migliore per aprire la porta ai Trump che si annidano in ogni luogo del mondo.

La Politica di Papa Francesco ha scelto un’altra strada: quella del dialogo.  Un dialogo che ha evidenziato la natura reale del conflitto in atto: da una parte il campo di chi – pur con tutti gli errori di un percorso nuovo e che nessuno nega – difende i diritti dei settori popolari e dall’altra il campo di chi ha usato la maggioranza in parlamento non per proporre azioni di progresso sociale per il popolo, ma attuare una sistematica delegittimazione istituzionale figlia di quel blocco di politiche neoliberiste delle quali vediamo gli esiti nefasti negli strati più poveri della popolazione mondiale. La strada giusta è quella prendere la netta distanza dalle politiche ciniche ovvero: indifferenti ai sentimenti e alla morale comune.

La distanza che ha preso Evo Morales in Bolivia portando con se nel Parlamento Boliviano donne  indigene con la gerla, minatori con il casco, una rappresentazione diretta ed emozionale del suo popolo che lui stesso dipinge “I popoli indigeni sono la riserva morale dell’umanità”.

La distanza che ha preso Milagro Sala imprigionata arbitrariamente nelle carceri della provincia di Jujuy, che con la “copa de leche” e l’educazione di massa ha riempito di senso e sostanza la contraddizione dell’immagine che ti accoglie a Jujuy: Eva Peron ed Ernesto Che Guevara, uniti in una medesima lotta per il medesimo scopo: “un’Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana” come nelle parole di Juan Domingo Perón.

“Risorgerò nel mio Popolo” predicava al suo popolo Oscar Romero, un popolo, quello Salvadoreño, tiranneggiato da pochi ricchi  che sfruttavano terre e uccidevano contadini senza avere la minima cura del loro Paese e della sua Gente.

La rinascita é tale se è profondamente e intimamente distante dal cinismo. Si rinasce se siamo in grado di attuare “quella rivoluzione del cuore” che riconsegna nelle mani del popolo sovrano il potere pieno: di scelta, di valutazione e di giudizio.

Noi limitiamoci a dar loro gli strumenti per essere libere e liberi dal Bisogno , dal Potere e dalla Paura.

 

(*) – Giovanna Martelli: https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanna_Martelli

 

L’incontro censurato tra il papa e movimenti sociali

Vittorio Agnolettodi Vittorio Agnoletto

Una riflessione socio-politica sull’incontro tra movimenti sociali e papa Francesco.

Ho partecipato al  III° incontro dei movimenti organizzato in Vaticano da papa Francesco;  180 attivisti sociali provenienti da tutto il mondo chiamati a discutere per quattro giorni sui temi del lavoro, della casa e della terra.

ll clima era quello dei Forum Sociali Mondiali, i manifesti e le bandiere appese alle pareti, sul palco i cartoneros di Buenos Aires, i popoli indigeni australiani a rivendicare i loro diritti al fianco di Joao Pedro Stedile, leader dei SEM Terra, di Vandana Shiva, di Ignacio Ramonet fondatore di Le Monde Diplomatique, di Pepe Mujica, già presidente dell’Uruguay, tutti seduti vicino al cardinale Turkson presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, a don Luigi Ciotti, presidente di Libera. 

UN’IMPREVEDIBILE ALLEANZA

Quello che ho vissuto in quei quattro giorni era  completamente impensabile, e non solo per me, fino a quando non ho visto ed udito quello che accadeva con i miei occhi e le mie orecchie.

Sabato 5 novembre, in Vaticano c’è stato l’incontro con Francesco aperto a migliaia di attivisti. Prima i rappresentanti dei movimenti di tutto il mondo hanno illustrato gli obiettivi emersi nei giorni precedenti; un gruppo musicale ha suonato anche una canzone dedicata ai partigiani curdi e un filmato inquadrava dei contadini che lavoravano i campi, mentre in sottofondo il Papa condannava chi sfrutta il loro lavoro e sullo schermo apparivano le immagini di Wall Street.

LA SOLIDARIETA’ E’ NECESSARIA  MA NON SUFFICIENTE

Un discorso, preciso, netto, quello di Francesco, che non dà  adito ad interpretazioni differenti. Non esistono religioni o popoli terroristi, esistono invece singoli gruppi che praticano il terrorismo; esiste poi il terrorismo di Stato che semina la paura con l’obiettivo di ridurre i diritti umani. Dobbiamo rifiutare ogni muro, praticare l’accoglienza, sapendo che vi sono cause strutturali che  producono emigrazioni e non ha senso distinguere tra migranti economici e coloro che fuggono dalla guerra. E’ inaccettabile che quando una banca fallisce si trovi subito il denaro per salvarla, mentre non si trovano mai i soldi necessari per soccorrere e accogliere i migranti. Dobbiamo contrastare la speculazione finanziaria  e il dio denaro che per molti è diventato l’unico motivo di vita. Non basta fare assistenza: è il sistema che va cambiato; anzi talvolta si finisce per garantire una sorta di credibilità ad un sistema marcio.

Un discorso che va ben oltre la dottrina sociale della Chiesa, fortemente in sintonia con la Teologia della Liberazione e con quanto i movimenti altermondialisti sostengono da 15 anni; Francesco non è un leader politico, né tanto meno è diventato il leader dei movimenti sociali, ma certamente sui temi sociali, della giustizia e dell’uguaglianza (su altri argomenti ovviamente permangono differenze anche significative) ne è diventato un rifermento etico imprescindibile.

Francesco  ha scelto di farsi carico dei destini dell’intera umanità, non solo della Chiesa; appare consapevole che  il  destino dell’umanità, in particolare quello dei miliardi di poveri, è messo sempre più a rischio dall’attuale modello di sviluppo; la Madre Terra stessa è a rischio grazie ai cambiamenti climatici e alla devastazione del territorio. Francesco con le sue parole e con le sue azioni sembra affermare che non c’è futuro per la Chiesa se non dentro un percorso condiviso con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, a prescindere dal credo religioso di ciascuno.

 LA SOLITUDINE DI FRANCESCO

Oltre cinquant’anni fa Giovanni XXIII s’inseriva in una fase della Storia che preparava un grande risveglio democratico. Ora c’è Trump e la voce di Francesco si leva isolata tra i potenti della Terra, né lui cerca alcuna sponda tra coloro che dominano il mondo. Per cercare dei compagni di strada il suo sguardo è rivolto altrove.

Non è un caso che non sia molto amato nelle stanze del Vaticano e nei palazzi romani; non è un caso che i media italiani abbiano ignorato l’incontro; non è nemmeno un caso che le grandi associazioni cattoliche abbiano scelto di disertare l’udienza del 5 novembre: hanno evidentemente ritenuto che le parole con le quali Francesco aveva lanciato il suo appello non fossero per loro.

 Questo sistema atrofizzato è in grado di fornire alcune “protesi” cosmetiche che non sono vero sviluppo: … finché non si risolveranno radicalmente i problemi dei poveri, rinunciando all’autonomia assoluta dei mercati e della speculazione finanziaria e aggredendo le cause strutturali della iniquità, non si risolveranno i problemi del mondo e in definitiva nessun problema. L’iniquità è la radice dei mali sociali..”

 Non è  difficile immaginare il suono sgradevole che le parole di Francesco hanno prodotto nelle orecchie di chi si ostina a difendere, con la forza o con l’ignavia, l’attuale sistema.

Julián Isaías Rodríguez: «ALBA alternativa alla crisi del capitalismo»

Ambasciatore del Venezuela in Italia: «ALBA modello alternativo alla crisi del capitalismo»da mppre.gob.ve

In occasione del 1° Incontro delle Comunità Andine e Latinoamericane tenutosi presso la Casa del Popolo di Torpignattara, l’Ambasciatore della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Italia, Julián Isaías Rodríguez, ha affermato che L’alleanza Bolivariana per i Popoli della Nuestra America – Trattato del Commercio dei Popoli (ALBA-TCP) è un modello alternativo alla crisi.

L’incontro è stato organizzato dalla Rete Comunità Andina (CAN) in Italia, il cui obiettivo era quello di sensibilizzare i presenti circa le problematiche dei migranti latinoamericani nella penisola italiana, in particolare, le comunità andine di Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù.

Dal momento che l’ALBA-TCP è diventata un vero e proprio modello di riferimento in materia di complementarità e cooperazione reciproca tra i popoli, gli organizzatori hanno considerato opportuno invitare il massimo rappresentante diplomatico di uno dei paesi fondatori dell’alleanza.

Durante l’attività, l’Ambasciatore Rodríguez ha dichiarato con forza che l’ALBA è il riflesso «dell’integrazione latinoamericana dei popoli, dal basso, partendo dai movimenti popolari», e nasce ispirata «dalle battaglie anticoloniali, anticapitaliste, anti-patriarcali e antimperialiste».


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