1° Maggio, il Saluto del Partito Comunista Siriano Unito

da an-nour.com

In tutto il mondo, la classe operaia celebra, oggi, 1° Maggio, l’eroica lotta quotidiana contro il capitalismo e lo sfruttamento… Per un mondo migliore senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo… e per la solidarietà della classe operaia internazionale, sotto lo slogan coniato dai maestri della classe operaia Karl Marx e Friedrich Engels.

Proletari di tutto il mondo unitevi…

Dopo il crollo del sistema socialista, la direzione politica ed economica del mondo da parte dell’imperialismo degli Stati Uniti, l’ulteriore sfruttamento selvaggio della classe operaia e dei popolo dei paesi in via di sviluppo, hanno rivelato ai lavoratori il castello di illusioni dell’imperialismo mondiale in tutti i paesi capitalistici.

I lavoratori hanno denunciato nelle strade la globalizzazione selvaggia che ignora le condizioni umanitarie e sociali per milioni di persone, soprattutto, dopo la recente crisi economica, il grande crollo nell’autunno del 2008, che ha portato a licenziare milioni di lavoratori e a ridurre i loro salari.

Difficilmente passa un giorno senza vedere, in una città dei paesi capitalisti, uno sciopero dei lavoratori contro il capitalismo che diventa più aggressivo e determinato a fomentare guerre, nazionali e internazionali.

La Classe Operaia Siriana ha combattuto, in tutte le forme di lotta, in difesa dei suoi diritti e, a sua volta, ha contribuito alla difesa del proprio Paese di fronte dell’imperialismo e al sionismo, per una Siria indipendente e progressista. Nella nostra crisi, voluta dall’imperialismo degli Stati Uniti e dai suoi partner europei, del Golfo e dai neo-ottomani, la classe operaia siriana ha un ruolo fondamentale nel difendere i suoi diritti e le fabbriche dagli attacchi dei gruppi terroristici.

La Classe Operaia Siriana sarà sempre in prima linea nella lotta contro il terrorismo e la reazione e diventerà protagonista nella ricostruzione di una Siria Progressista e Democratica.

Il Partito Comunista Siriano Unito come in passato, ed ancora oggi, interprete delle istanze della classe operaia siriana, saluta i nostri lavoratori, stringe le loro mani e apprezza molto il suo ruolo di fronte alle multiformi aggressioni esterne.

A questo proposito, il Partito invita la classe operaia a resistere al fine di raggiungere le sue legittime richieste: un equo salario, un alloggio adeguato, un lavoro dignitoso, il mantenimento dei diritti acquisiti, la lotta contro la corruzione e l’aumento dei prezzi e il ritorno dei rifugiati e degli sfollati.

Viva il 1 Maggio!

Partito Comunista Siriano Unito

[Tad. dall’arabo per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Chi ha ucciso Elié­cer Otaiza?

di Geraldina Colotti – il manifesto

Venezuela. 29apr2014.-Figura storica del chavismo, è stato ucciso sabato a colpi di pistola. Maduro sull’omicidio: «Strane circostanze». 

Chi ha ucciso Elié­cer Otaiza? L’ex diret­tore dell’intelligence vene­zue­lana, 49 anni, figura sto­rica del cha­vi­smo, è stato ucciso sabato a colpi di pistola. Il corpo è stato ritro­vato, privo di docu­menti, nella zona di El Hatillo e por­tato alla camera mor­tua­ria di Cara­cas, dov’è stato identificato. Secondo le prime rico­stru­zioni, è stato ammaz­zato men­tre si tro­vava in mac­china nel quar­tiere di Baruta (stato di Miranda), vicino a Cara­cas. Jorge Rodrí­guez, sin­daco del muni­ci­pio Liber­ta­dor di cui Otaiza era con­si­gliere ha decre­tato cin­que giorni di lutto nella capitale.

E ieri il par­la­mento, dov’è stata alle­stita la camera ardente, ha sospeso la seduta per inau­gu­rare il primo dei tre giorni di veglia. Le mas­sime auto­rità hanno ricor­dato il per­corso di Otaiza a fianco di Hugo Chá­vez (morto il 5 marzo del 2013), che di lui parla nel libro Cuen­tos del Arañero. Chá­vez rac­conta che il gio­vane tenente Otaiza lo andò a tro­vare vestito da donna per farlo eva­dere dal car­cere, dov’era finito per aver diretto la ribel­lione civico-militare del 4 feb­braio 1992.

Poi non se ne fece niente, ma il 27 novem­bre di quello stesso anno Otaiza par­te­cipò al secondo momento di quella ribel­lione, diretta con­tro il governo del pre­si­dente social­de­mo­cra­tico Car­los Andrés Pérez. Anche quel ten­ta­tivo fallì e Otaiza scampò per un pelo alla morte: si prese quat­tro fuci­late in pieno petto, ma soprav­visse, venne arre­stato e rimase in car­cere con Chá­vez fino al ’94, quando usu­fruì dell’amnistia. Da allora seguì le vicende poli­ti­che dell’ex tenente colon­nello, che vinse le ele­zioni nel 1998.

Otaiza fece parte del Movi­mento quinta repub­blica (Mvr) e fu tra i par­te­ci­panti all’Assemblea costi­tuente del 1999. Il nome Repub­blica boli­va­riana si deve a lui. Lo ha ricor­dato nel 2013 il pre­si­dente Nico­lás Maduro, quando gli ha con­fe­rito un’onorificenza.

Sulle cause della morte di Otaiza è in corso un’inchiesta e non ci sono al momento posi­zioni uffi­ciali. Il sospetto che possa trat­tarsi di un omi­ci­dio poli­tico è però pre­sente. «Com­pa­gno Eliécer sarai ven­di­cato», ha scritto in twit­ter la mini­stra del sistema Peni­ten­zia­rio, Iris Varela. E Maduro ha rile­vato «le strane cir­co­stanze dell’assassinio». Il muni­ci­pio Baruta è fra quelli che hanno ani­mato le pro­te­ste vio­lente con­tro il governo, che durano da oltre due mesi e hanno pro­vo­cato 41 morti e oltre 650 feriti. Attual­mente è in corso il dia­logo tra governo e oppo­si­zione, sotto l’egida della Una­sur e del Vati­cano. Ieri, Maduro ha rin­gra­ziato papa Ber­go­glio per l’atteggiamento preso: ovvero per non aver appog­giato, lan­cia in resta, la bel­li­cosa Con­fe­renza epi­sco­pale vene­zue­lana, da sem­pre schie­ra­tis­sima con l’opposizione.

La dele­ga­zione vene­zue­lana venuta ad assi­stere alla cano­niz­za­zione dei due papi ha rega­lato a Ber­go­glio il Plan della Patria, il pro­gramma di governo appro­vato dal par­la­mento. Con­tiene le linee stra­te­gi­che del modello socia­li­sta, che l’opposizione vor­rebbe azze­rare. I col­lo­qui, giunti al terzo round, stanno disin­ne­scando il pro­ta­go­ni­smo degli oltran­zi­sti, anche se per­si­stono punti caldi, soprat­tutto nello stato Tachira, alla fron­tiera con la Colom­bia. «L’attacco ter­ro­ri­sta ha bru­ciato 9 unità di tra­sporto pub­blico nel Tachira, che davano da vivere a fami­glie povere. Allerta», ha scritto in twit­ter il capo del comando ope­ra­tivo della Forza armata, Vla­di­mir Padrino López. Il timore è che l’estrema destra decida di pas­sare a un’altra fase desta­bi­liz­zante, basata sull’omicidio poli­tico. Ieri, il noto gior­na­li­sta José Vin­cente Ran­gel, sem­pre ben infor­mato, è tor­nato ad accu­sare l’Agenzia per la sicu­rezza Usa (Nsa), al cen­tro dello scan­dalo per le inter­cet­ta­zioni ille­gali (Data­gate). Gli Usa, ha detto, hanno raf­for­zato la sor­ve­glianza sul governo vene­zue­lano per intos­si­care l’informazione e mani­po­lare la vita politica.

Elias Jaua: «Fascismo contro i diritti umani»

di Geraldina Colotti – il manifesto 

«Ci stiamo scon­trando con una nuova cor­rente del fasci­smo», dice al mani­fe­sto il mini­stro degli Esteri vene­zue­lano, Elias Jaua. A quasi due mesi dalle pro­te­ste vio­lente che, nel suo paese, hanno pro­vo­cato 41 morti e oltre 650 feriti, Jaua è venuto a Roma per assi­stere alla cano­niz­za­zione dei due papi in Vati­cano, e per incon­trare il Diret­tore gene­rale della Fao, José Gra­ziano da Silva. La tappa con­clu­siva di un viag­gio presso diversi orga­ni­smi inter­na­zio­nali fra i quali l’Unesco.

Che cosa intende per nuovo fasci­smo? L’opposizione vi accusa di essere una dit­ta­tura che reprime paci­fici studenti.

Abbiamo deciso di effet­tuare que­sta cam­pa­gna inter­na­zio­nale pro­prio per fare chia­rezza: per spie­gare e denun­ciare presso gli orga­ni­smi mul­ti­la­te­rali del sistema delle Nazioni unite e altre isti­tu­zioni con che cosa ci stiamo scon­trando, quale peri­colo ha dovuto affron­tare la società vene­zue­lana durante i 15 anni di governo socia­li­sta: una cor­rente fasci­sta che, dal colpo di stato del 2002 a oggi ostenta le stesse facce, gli stessi inte­ressi e le stesse pra­ti­che. Non ha pro­po­ste, ma un unico intento: far cadere il governo con mezzi vio­lenti sca­val­cando la volontà popo­lare riba­dita nel corso di 18 ele­zioni. Una posi­zione con un ele­vato livello di xeno­fo­bia nei con­fronti di altri nostri fra­telli carai­bici, soprat­tutto verso i medici cubani. Un’ondata di intol­le­ranza verso set­tori sociali spe­ci­fici del popolo vene­zue­lano, come si vede dagli obiet­tivi presi di mira sia nel corso delle vio­lenze post-elettorali seguite alle pre­si­den­ziali del 14 aprile 2013, sia durante le pro­te­ste di que­sti mesi: strut­ture pub­bli­che, scuole, cen­tri medici e cen­tri edu­ca­tivi, asili nido con i bam­bini dentro.

Per­ché vi siete rivolti all’Unesco?

Siamo stati all’Unesco insieme a stu­denti dei set­tori popo­lari aggre­diti da gruppi armati di oppo­si­zione che vogliono spin­gere il popolo a una guer­ra­ci­vile. L’Unesco ci ha rico­no­sciuto come paese libero dall’analfabetismo, quinto per matri­cole uni­ver­si­ta­rie al mondo e secondo in Ame­rica latina, ci ha pre­miato per aver favo­rito l’accesso alla tec­no­lo­gia mediante la distri­bu­zione gra­tuita di com­pu­ter por­ta­tili ad alunni e stu­denti, ha rico­no­sciuto in due occa­sioni mani­fe­sta­zioni della nostra cul­tura, come patri­mo­nio dell’umanità. Abbiamo denun­ciato le azioni vio­lente di sin­daci e di gover­na­tori di oppo­si­zione, che avreb­bero dovuto garan­tire il rispetto dei diritti umani e invece hanno pro­mosso e isti­gato alla loro vio­la­zione: bru­ciando uni­ver­sità e cen­tri edu­ca­tivi hanno negato il diritto all’istruzione, attac­cando le sedi della tele­vi­sione pub­blica e dei media comu­ni­tari hanno vio­lato il diritto alla comu­ni­ca­zione libera e plu­rale. E per que­sto lo stato ha dovuto appli­care la legge e san­zio­narli, anche con il carcere.

La Fao ha inti­to­lato un pro­gramma di lotta alla fame allo scom­parso pre­si­dente Hugo Cha­vez. Ma per la destra il socia­li­smo boli­va­riano è un modello per­dente, che pro­voca penu­ria ali­men­tare e infla­zione. E resta comun­que da sra­di­care un 7% circa di povertà estrema. Cosa avete chie­sto a Gra­ziano da Silva?

L’anno pas­sato, la Fao ha pre­miato il Vene­zuela per aver scon­fitto la fame in poco tempo, per aver abbas­sato la soglia di povertà estrema dal 26% in cui si tro­vava nel ’98, a meno del 7%. Una fascia che è comun­que tute­lata da coper­ture sociali estese, a par­tire dal sistema delle Case di ali­men­ta­zione che for­ni­scono cibo gra­tuito. Nel Pro­gramma del Plan della Patria, avviato da Cha­vez, assunto dal pre­si­dente Nico­las Maduro e rati­fi­cato dal par­la­mento per volontà del popolo, c’è il fermo pro­po­sito di sra­di­care la povertà estrema in sei anni. Com­pito dell’offensiva che stiamo por­tando avanti è anche quello di tro­vare risorse neces­sa­rie, nella diver­si­fi­ca­zione dell’economia, per rom­pere que­sto zoc­colo duro di povertà estrema. Alla Fao abbiamo denun­ciato la vio­la­zione del diritto umano all’alimentazione da parte dell’opposizione che ha distrutto ton­nel­late di ali­menti desti­nati ai set­tori popo­lari e dan­neg­giato le reti di distri­bu­zione alimentare.

Il pre­si­dente di Fede­ca­ma­ras si è dichia­rato molto sod­di­sfatto dei col­lo­qui di pace. Vuol dire che avete rivi­sto i pro­grammi a favore della Confindustria?

La dire­zione poli­tica della rivo­lu­zione non si nego­zia senza man­dato del popolo. Que­sto abbiamo detto all’opposizione. Il modello socia­li­sta non è nego­zia­bile: per­mette l’esistenza del set­tore pri­vato, sia a livello nazio­nale che inter­na­zio­nale, ma subor­di­nato agli inte­ressi popo­lari. Chiun­que voglia inve­stire in Vene­zuela deve rispet­tare i diritti dei lavo­ra­tori e il pro­cesso poli­tico che il popolo si è dato, i diritti sociali che ha costruito durante la rivo­lu­zione. Le mul­ti­na­zio­nali che inve­stono nel set­tore petro­li­fero lo hanno accettato.

Le rela­zioni pri­vi­le­giate con Cina e Rus­sia, mirano ad archi­viare i rap­porti com­mer­ciali con gli Stati uniti?

Il nostro pro­gramma stra­te­gico è basato sulla visione di un nuovo mondo mul­ti­po­lare, non su una pola­riz­za­zione basata su un qual­che paese-guida. Favo­riamo la costru­zione di diversi poli di svi­luppo eco­no­mico, sociale, poli­tico, uno dei quali vor­remmo fosse costi­tuito dall’America latina. Con­tiamo di ven­dere un milione di barili di petro­lio alla Cina, ma anche all’India, ai Brics e natu­ral­mente ai nostri fra­telli carai­bici in base a scambi soli­dali che, se venis­sero meno, por­te­reb­bero alla desta­bi­liz­za­zione del con­ti­nente: di que­sto dovrebbe tener conto la destra e chi la sostiene. Vogliamo anche con­ti­nuare a ven­dere il petro­lio agli Usa. Magari impie­gas­sero la loro potenza per favo­rire il benes­sere dei popoli e non per le guerre. Con­ti­nue­remo anche ad aiu­tare i poveri del Bronx attra­verso le nostre raf­fi­ne­rie locali, for­nendo loro car­bu­rante gra­tuito per l’inverno. Lavo­riamo per un nuovo equi­li­brio in cui i popoli — e gli stati, di cui rispet­tiamo le dif­fe­renze -, pos­sano com­ple­men­tarsi: ma senza inge­renze e mano­vre desta­bi­liz­zanti. Gli orga­ni­smi delle nazioni suda­me­ri­cane hanno dimo­strato di avere un ruolo fon­da­men­tale nella riso­lu­zione dei con­flitti. Anche ora in Vene­zuela. Que­ste dif­fi­coltà pos­sono forse ral­len­tare i nostri pro­getti, ma non fer­me­ranno l’avanzata di un’alternativa al capi­ta­li­smo in tutto il continente.

La Rivoluzione bolivariana: garanzia dei diritti umani

Mirandinos protestan contra ataques de opositores a misiones socialesdi Gianmarco Pisa

L’appello

Scrive Amnesty International (www.amnesty.it/venezuela-proteste-rischio-diritti-umani): «Il Venezuela sembra sull’orlo di un abisso. Dall’inizio di febbraio 2014, il paese è scosso dalla violenza innescata da manifestazioni pro e contro-governative, in cui sono morte oltre 37 persone, compresi sei membri delle forze di sicurezza. I feriti sono più di 500 e oltre 2000 persone sono state arrestate. La maggior parte è stata rilasciata, ma rimangono a loro carico accuse che potrebbero comportare lunghe pene detentive. Sono stati registrati episodi di uso eccessivo della forza da parte delle forze di sicurezza, violenza da parte di gruppi armati filo-governativi e manifestanti. Alcuni detenuti hanno raccontato di essere stati torturati. Negli ultimi dieci anni, la società venezuelana si è sempre più polarizzata. L’attuale crisi politica rischia di minare i progressi negli ultimi anni in favore dei diritti delle persone più emarginate. La risposta a questa crisi è il rispetto incondizionato dei diritti umani e il rafforzamento delle istituzioni che sostengono lo stato di diritto».

Il rapporto

Nel suo rapporto alla 52a sessione della Commissione ONU contro la Tortura*, Amnesty si spinge a dare ad un capitolo, tra gli altri, il titolo “Impunità”: «L’impunità per i diritti umani rimane una preoccupazione in Venezuela. Il sistema giudiziario non sembra essere adeguatamente sostenuto ed è sottoposto a interferenze da parte del potere esecutivo, in particolare nei casi di coloro che sono apertamente critici delle autorità. Per esempio, nel dicembre 2010, il giudice María Lourdes Afiuni Mora è stata arrestata alcune ore dopo avere ordinato il rilascio del banchiere Eligio Cedeño, decisione in suo potere e coerente con la legge. Il suo arresto è avvenuto il giorno dopo la denuncia di quella decisione da parte di Hugo Chávez nel corso di un’intervista in cui ha chiesto per lei la pena di 30 anni. Il giudice Afiuni è oggi libera su cauzione.

«Nel febbraio 2014, un mandato di arresto è stato emesso contro Leopoldo López, leader del partito di opposizione Voluntad Popular, il giorno dopo che il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello, ed il Ministro degli Affari Esteri, Elías Jaua, lo hanno accusato di essere tra i responsabili delle violenze prima e dopo le manifestazioni anti-governative degli studenti. Il giorno dopo l’arresto di López, il presidente Maduro ha chiesto che fosse tenuto in prigione. Leopoldo López è attualmente in stato di arresto in attesa dell’esito delle indagini del pubblico ministero per quanto riguarda la sua responsabilità per i reati di danneggiamento, incendio doloso, istigazione a delinquere e cospirazione.

«Il giudice ha stabilito che non c’erano prove per accusarlo dei crimini più gravi elencati nel mandato d’arresto, comprese le accuse, ritenute infondate, di terrorismo, omicidio e danneggiamento aggravato. Oltre ai problemi con la magistratura, a seguito della denuncia del Venezuela della Convenzione Americana dei Diritti Umani, nel settembre 2013, la Corte Interamericana dei Diritti Umani non ha più giurisdizione sul Venezuela. Questo Tribunale, che rappresenta l’istituzione di ultima istanza [ma letteralmente andrebbe tradotto come: l’ultima risorsa e l’ultima speranza di giustizia] per le migliaia di vittime di violazioni dei diritti umani e le loro famiglie in tutta l’America, e costituisce un complemento necessario ai sistemi giudiziari nazionali, non sarà più a disposizione della popolazione del Venezuela.

«Amnesty International ha espresso preoccupazione a riguardo e ha esortato il governo a riconsiderare questa decisione, deleteria per le vittime di violazioni dei diritti umani. Nel contesto delle carceri, secondo i dati pubblicati dallo “Observatorio Venezolano de Prisiones”, dal luglio 2011 al dicembre 2013, 1.313 detenuti sono morti e 2.149 sono rimasti feriti nelle carceri venezuelane. Sono state avviate indagini su questi decessi, ma solo in poche occasioni sono stati individuati i responsabili, e raramente sono state adottate misure concrete per sanzionare la violenza tra i detenuti e per stabilire se l’uso della forza da parte delle autorità di pubblica sicurezza sia stato adeguato e proporzionato».

La realtà

Se nel 1999, all’alba della rivoluzione bolivariana, il 70% della popolazione viveva in condizioni di povertà, con ca. il 50% in povertà relativa e ca. il 20% in povertà assoluta, oggi i due indici sono scesi rispettivamente al 24% e al 6%, conseguendo il primo degli Obiettivi di Sviluppo del Millennio in anticipo sulla data prevista (2015). La disoccupazione si  mantiene sotto l’8% (in Italia il tasso ufficiale di disoccupazione è sopra al 12%), la percentuale di immatricolazioni universitarie è tra le più alte del mondo, il Paese è stato già dichiarato dall’UNESCO “Zona Libera dall’Analfabetismo”.

L’Indice di Incidenza della Malnutrizione è sceso dal 12% al 6% tra il biennio 1990-1992 ed il biennio 2005-2007, grazie alla politica nutrizionale e per la sovranità alimentare attuata dal governo anche attraverso l’azione della Mision “Alimentacion” (“Mercal”) che ha consentito di raggiungere e superare la media raccomandata FAO con 2700 kcal. al giorno messe a disposizione, in media, di ogni cittadino. La Mision “Vivienda” ha pianificato la costruzione di 2.650.000 nuove case e la ristrutturazione di altre 1.000.000 entro il 2020 per assicurare a tutti condizioni abitative soddisfacenti. Infine, i programmi sociali e culturali hanno consentito la distribuzione gratuita di milioni di libri a scuole, università, luoghi di aggregazione ed educazione e, nel 2012-2013, due “luoghi culturali” sono stati inseriti dall’UNESCO nel Patrimonio Culturale Immateriale dell’Umanità, i “Diavoli Danzanti” di Corpus Christi e la “Parranda” di S. Pietro.

L’Indice di Sviluppo Umano è uno dei più alti in America Latina (da 0,660 nel 1999 a 0,750 nel 2012), e il Paese si colloca al 70° posto tra i Paesi ad alto sviluppo umano, anche perché le disuguaglianze sono state fortemente ridotte, come mostra il coefficiente di Gini, passato dal valore 0,49 nel 1999 a 0,39 nel 2012. A dispetto dunque, delle denunce politiche e della propaganda avversaria, il Venezuela, anche sotto il profilo dei diritti umani, è una “storia di successo”.

*tbinternet.ohchr.org/Treaties/CAT/Shared%20Documents/VEN/INT_CAT_ICO_VEN_16579_E.pdf

Silvia Baraldini solidarizza a Cuba con la causa dei Cinque

Alessandra Riccio e Silvia Baraldini a Cuba

Alessandra Riccio e Silvia Baraldini a Cuba

da amicuba

La Habana, 28apr2014.- Presso “La Casa delle Americhe” a La Habana si è tenuto un incontro con Silvia Baraldini, l’attivista italo-statunitense per i diritti degli afroamericani e dei latinos, che era stata detenuta 20 anni nelle carceri degli Stati Uniti e in Italia attualmente partecipa al Comitato di Solidarietà con i Cinque cubani.

All’incontro dove era accompagnata dalla giornalista italiana Alessandra Riccio, erano presenti anche René González e Fernando González, gli unici due del gruppo dei Cinque che sono stati rilasciati per aver terminato di scontare la loro condanna.

Silvia che era stata condannata a 43 anni di detenzione negli Stati Uniti, in seguito ad una lunga campagna di sensibilizzazione dell’opinione pubblica in Italia, venne liberata e rimpatriata dopo aver trascorso 20 anni in carcere.

Negli interventi al termine dell’incontro, sono stati ricordati anche altri detenuti di lungo corso negli Stati Uniti oltre ai tre dei Cinque ancora in carcere, come Mumia-Abu-Jamal.

[Si ringrazia per la segnalazione Coordinamento Alta Maremma per i Cinque] 

Ramonet presenta a La Habana «Hugo Chávez Mi primera vida»

di Ismael Francisco e Oscar Figueredo Reinaldo

25 aprile 2014.- Si racconta che in una delle conversazioni che Ignacio Ramonet ebbe con Chávez, quest’ultimo gli domandò quale era la media del discorso di un presidente francese. Ramonet gli assicurò che in alcune occasioni straordinarie, come ad esempio, durante una campagna elettorale, poteva durare al massimo un’ora. «Io ho bisogno di almeno quattro ore per mettermi in moto», obiettò il presidente venezuelano. Dal gusto che può produrre il monologo, sono venute fuori moltissime ore di conversazione, grazie alle quali Ramonet ha potuto scrivere il suo Hugo Chávez. Mi primera vida.

«L’idea di concepire questo libro è nata precisamente da un altro libro, Cien horas con Fidel, un testo che il comandante bolivariano annotava con zelo, giacché lo considerava come un manuale». Abbiamo parlato a lungo di questo libro e un giorno gli chiesi perché non fare un volume su di lui; l’idea non gli piacque molto, perché aggiungeva che aveva davanti a sé una vita e che queste cose si potevano dedicare a persone come Fidel», ha ricordato Ramonet.

Il volume di oltre settecento pagine è stato presentato mercoledì sera a La Habana e racconta la formazione di Chávez dalla sua nascita fino alla vittoria delle elezioni per la Presidenza del paese, nel 1998.

Tre anni e circa duecento ore di conversazione ha creato un libro che ci presenta a un Chávez “enormemente umano”, lo stesso uomo che durante quattordici anni di governo non solo ha cambiato il percorso della storia del suo paese, ma anche quello dell’America latina.

Il politologo ha inoltre riconosciuto di aver apprezzato l’enorme amore che Chávez sentiva per i llanos venezuelani e per gli uomini e le donne che in esso ci vivono. Un posto molto speciale lo occupa lo stato di Barinas e la città di Sabaneta, dove è nato, giacché in essa si concentrano i ricordi d’infanzia.

Sulla presentazione di questo volume Abel Prieto, consulente del presidente cubano, ha assicurato che una delle riuscite di Ramonet è stata quella di aver saputo evidenziare la particolarità dell’oralità di Chávez mediante la trascrizione di svariati poemi e canzoni intonati dallo stesso presidente.

Durante la serata letteraria diretta dalla giornalista Arleen Rodríguez Derivet, la cantante ecuadoriana Marisol Baue e il cantautore cubano Raúl Torres hanno interpretato canzoni in omaggio al leader storico della rivoluzione bolivariana.

Il libro avrà una edizione cubana che si presenterà il 28 luglio, 60 anniversario della nascita di Chávez.

Erano presenti durante la presentazione Miguel Barnet, presidente dell’UNEAC; Edgardo González, capo della missione diplomatica del Venezuela nell’Isola; Fernando González, eroe della Repubblica di Cuba; i familiari dei cinque eroi, così come i rappresentanti del corpo diplomatico di questo paese amico; artisti e altre personalità.

 in cubaliteraria.com

[Tad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Dei 180 arrestati durante le proteste violente, gli studenti sono solo il 7%

Luisa Ortega Díaz

Luisa Ortega Díaz

di Geraldina Colotti – il manifesto

26apr2014.- Solo il 7% delle 180 per­sone che si tro­vano in car­cere per aver par­te­ci­pato alle pro­te­ste vio­lente con­tro il governo vene­zue­lano è costi­tuito da stu­denti. L’informativa è stata illu­strata dalla Fiscal gene­ral Luisa Ortega Diaz.

Secondo i dati del Mini­ste­rio publico (Mp), i morti (civili e mili­tari) sono finora 41. Tra il 12 e il 24 aprile, Ortega ha pre­sen­tato altre 19 accuse con­tro 47 per­sone sospet­tate di aver par­te­ci­pato ad atti van­da­lici fina­liz­zati a pro­muo­vere un colpo di stato. Il Mini­ste­rio publico ha anche messo sotto inchie­sta 145 per­sone sospet­tate di aver vio­lato i diritti umani, due delle quali accu­sate di omi­ci­dio, uno per tor­tura e 142 per atti di cru­deltà.
Ortega ha nuo­va­mente invi­tato lo stu­dente Raul Ayala, che aveva denun­ciato di esser stato vio­len­tato con la canna del fucile a col­la­bo­rare con gli inqui­renti. Il caso aveva fatto scal­pore, ben­ché le prime peri­zie medi­che non aves­sero con­fer­mato le accuse.

Un altro rap­porto indica che, dall’inizio di feb­braio (quando sono scop­piate le pro­te­ste vio­lente), vi sono stati 162 attac­chi ai medici cubani che lavo­rano nei quar­tieri popolari.

Oltre 30.000 coo­pe­ranti che pre­stano assi­stenza a circa 11 milioni di per­sone. Sono arri­vati nel paese dopo le ter­ri­bili inon­da­zioni che hanno messo in ginoc­chio lo stato Var­gas nel 1999 e hanno for­ma­liz­zato la loro coo­pe­ra­zione nel 2003, con l’istituzione della Mision Bar­rio Aden­tro, all’insegna di uno scam­bio soli­dale: il petro­lio vene­zue­lano in cam­bio di medici. Una cam­pa­gna di odio fomen­tata dalle destre con­tro “il castro-madurismo” ha però pro­vo­cato le aggres­sioni alle strut­ture pub­bli­che in cui lavo­rano i cubani e allo stesso per­so­nale sanitario.

La Pro­cu­ra­trice gene­rale ha illu­strato i dati alla stampa al ter­mine di un corso sui Diritti umani rivolto ai «comu­ni­ca­tori sociali» e orga­niz­zata dalla Scuola nazio­nale dei giu­dici dell’Mp. Ortega ha anche respinto il rap­porto pre­sen­tato sul Vene­zuela dalla Com­mis­sione inte­ra­me­ri­cana per i diritti umani (Cidh), per­ché – ha detto — «non rispec­chia la realtà».

Il governo vene­zue­lano, insieme ad altri paesi pro­gres­si­sti dell’America latina, da anni accusa la Cidh di essere subal­terna a Washing­ton e ha deciso di non farne più parte quand’era ancora in vita il pre­si­dente Hugo Cha­vez. Fra gli argo­menti addotti, che Ortega ha ricor­dato, l’inattività della Cidh di fronte alle denunce pre­sen­tate dalle asso­cia­zioni per i diritti umani circa la scom­parsa di oltre 3.500 per­sone durante i governi della IV Repub­blica (1958–1998).

Anche le vit­time del Cara­cazo — la rivolta popo­lare con­tro le misure impo­ste dal Fondo mone­ta­rio inter­na­zio­nale al governo del social­de­mo­cra­tico Car­los Andrés Pérez nel 1989 — si sono rivolte alla Cidh, ma senza esito. Chie­de­vano giu­sti­zia per i parenti uccisi dal fuoco dell’esercito, che ha spa­rato sulla folla pro­vo­cando migliaia di vit­time, in gran parte occul­tate nelle fosse comuni.

Nem­meno i parenti delle vit­time del colpo di stato con­tro Cha­vez del 2002 hanno otte­nuto sod­di­sfa­zione dalla Cidh. E ora si oppon­gono alla pos­si­bi­lità che il governo Maduro accolga la richie­sta dell’opposizione pre­sen­tata nell’ambito dei col­lo­qui di pace in corso.

La Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud) che rac­chiude le varie com­po­nenti dell’antichavismo, ieri è nuo­va­mente scesa in piazza insieme agli stu­denti che non accet­tano il dia­logo con il governo e che chie­dono soprat­tutto l’amnistia.

«L’educazione si rispetta», dice­vano i car­telli di quelli che hanno sfi­lato ieri. Una sto­na­tura con­si­de­rando che, in 15 anni di governo, il cha­vi­smo ha soprat­tutto pun­tato sull’educazione per tutti e che per stu­diare gli stu­denti non devono sbor­sare una lira. Gli stu­denti di oppo­si­zione hanno pro­te­stato anche con­tro la recente deci­sione del Tri­bu­nal supremo de justi­cia (Tsj) che ha accolto il ricorso di un sin­daco e ha sta­bi­lito che, prima di mani­fe­stare, si deve chie­dere l’autorizzazione alle auto­rità locali.

Una misura adot­tata in tutti i paesi demo­cra­tici, ha fatto notare il sin­daco del muni­ci­pio Liber­ta­dor (il più grande dei cin­que che com­pon­gono la capi­tale), Jorge Rodri­guez. Anche ieri, gli oltran­zi­sti hanno mar­ciato all’interno delle zone bene­stanti, nei quar­tieri est di Cara­cas: i quar­tieri in cui non si pla­cano del tutto le «gua­rim­bas», bar­ri­cate di detriti e spaz­za­tura data alle fiamme.

Durante un assalto dei «gua­rim­be­ros» nel muni­ci­pio Cha­cao si è quasi rischiata una strage in un asilo pieno di bam­bini che si tro­vava all’interno del mini­stero dell’Abitare, dato alle fiamme. Per que­sto, ieri il Tri­bu­nal supremo de justi­cia ha accolto la denun­cia pre­sen­tata con­tro il sin­daco Ramon Mucha­cho da alcune asso­cia­zioni: per non aver ottem­pe­rato al dovere costi­tu­zio­nale di garan­tire la libera cir­co­la­zione dei cittadini.

Uruguay e Palestina apriranno ambasciate a Ramallah e Montevideo.

da Hispan.Tv

I governi di Uruguay e Palestina hanno intenzione di aprire un’ambasciata a Ramallah e Montevideo. Lo ha annunciato il Ministero degli Affari Esteri del paese latinoamericano.

Tale decisione è stata presa durante una visita del ministro degli Esteri uruguaiano, Luis Almagro, in Palestina.

«Entrambi i paesi aspirano alla stessa cosa, abbiamo un ordine del giorno assolutamente positivo con l’aspirazione ad una maggiore cooperazione, come l’aumento degli scambi e il miglioramento del dialogo politico a tutti i livelli», ha dichiarato Almagro.

In un incontro con il Primo Ministro palestinese dimissionario, Rami Hamdolá , entrambe le parti hanno discusso sulla situazione politica del territorio, alla luce dei recenti sviluppi ed hanno valutato i modi per aumentare la cooperazione economica.

Almagro, inoltre, ha appoggiato la riconciliazione raggiunta, mercoledì scorso, tra il Movimento di Resistenza Islamica palestinese (Hamas) e il Movimento di liberazione nazionale palestinese (Fatah).

La visita del ministro degli Esteri uruguaiano in Palestina è l’ultima tappa di un tour in quattro paesi arabi, iniziato lunedì scorso, che lo ha portato in Qatar, Arabia Saudita e Giordania.

Da due anni, le relazioni tra i due paesi si sono rafforzate in seguito al voto favorevole dell’Uruguay per l’adesione della Palestina come Stato membro osservatore presso le Nazioni Unite.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Alla prova della contro-rivoluzione: le basi marxiste del “socialismo del XXI secolo”

foto di Nuova Alba.di Gianmarco Pisa

Un aspetto che riveste rinnovata importanza nello scenario attuale del Venezuela Bolivariano è senza dubbio l’economia nazionale. Sebbene il peggioramento delle condizioni economiche sia dovuto prevalentemente a motivi “artificiali”, come l’aggressione speculativa contro la moneta nazionale, l’accaparramento ed il sabotaggio economico da parte dei gruppi privati e degli speculatori nazionali e internazionali, in una parola, una vera e propria “offensiva di classe”, in cui la guerra di classe è sviluppata dai “ricchi” contro i “poveri”, è altrettanto vero che, dopo mesi di destabilizzazione, proprio la “congiuntura economica” sembra oggi essere la debolezza maggiore del governo bolivariano, almeno nella percezione di settori popolari, al punto che nei sondaggi sembra essere diventata, comprensibilmente, la preoccupazione maggiore dei venezuelani. Ad avere precipitato, oltre alle “cause scatenanti” sopra richiamate, il Paese nella situazione attuale è, poi, l’effetto combinato di due fenomeni macro-economici ben noti alla letteratura e alla prassi: l’inflazione e la carenza* di beni.

Oggi, questa situazione rischia di rappresentare la contraddizione saliente per la continuità stessa del progetto bolivariano: non tanto per le conquiste della rivoluzione, quanto soprattutto per la continuità dei progressi sin qui realizzati proprio in campo economico e sociale. In tal senso, è opportuno richiamare alcuni degli “insegnamenti” della esperienza chavista: che la rivoluzione non è una formulazione teorica astratta sulla felicità, né è un’astrazione utopica o un “sogno delle élite rivoluzionarie”, né, tanto meno, la promessa aerea di un paradiso presunto. La rivoluzione (in particolare, la rivoluzione bolivariana tra le altre rivoluzioni socialiste del passato e del futuro) è un processo storico e sociale, all’interno del quale giungono a maturazione le condizioni per abrogare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, per realizzare la proprietà sociale della produzione, anche attraverso l’espropriazione della proprietà privata delle élite, per coniugare, infine, libertà, giustizia sociale e diritti umani. La società civile ha sempre, almeno da quando Karl Marx ha reso tutti consapevoli di questo fondamentale, l’economia alla base: e Wall Street rappresenta – anche simbolicamente – la contraddizione tra l’1% e il 99%.

Quando, nel Venezuela di oggi, si parla di accaparramento e di speculazione, e, in particolare, di carenza* di beni, si tende, spesso strumentalmente e maliziosamente, a confondere i “consumi” e il “consumismo”. Il consumismo è un’aberrazione derivata dal capitalismo, vale a dire dal modo di produzione capitalistico, che tende inevitabilmente (per le ragioni stesse dell’accumulazione capitalistica) alla sovrapproduzione ed alla massimizzazione del profitto e che si verifica quando i capitalisti, attraverso vari mezzi, creano nelle masse bisogni falsi (indotti) verso beni superflui (inutili). È bene osservare il fenomeno, eminentemente di natura economica, anche da un altro punto di vista, soprattutto sociale: si tratta, infatti, di un altro modo per espropriare i lavoratori, attraverso il quale non solo si sottrae il plusvalore prodotto, ma si sottrae anche una quota di valore-lavoro che, incorporato nel salario, finisce per volatilizzarsi nella ricerca di beni superflui e nell’appagamento di bisogni indotti. Il circuito pubblicitario e la guerra di classe attraverso la “comunicazione” (altra forma della “guerra di quarta generazione”, come pure la si definisce) partecipano attivamente a questo stato di cose, al punto che oggi il terreno mediatico è uno dei fronti dello scontro sociale. Il consumo, in quanto tale, è invece, piuttosto, la manifestazione del diritto di ottenere ciò che serve per vivere o, in altri termini, per riprodurre, attraverso il salario, la propria forza-lavoro (alloggio, vitto, vestiario, salute, istruzione, arte, spettacolo, cultura, informazione, insomma, tutto quanto concorre alla vita degna).

Se le ristrettezze limitano la possibilità delle persone di ottenere tali beni, il governo rivoluzionario deve intervenire per affrontare il problema. Non a caso, Maduro ha ripetutamente affermato che l’economia è il tema prioritario di quest’anno politico, conseguenza delle guarimbas economiche, cavalcate dai settori della borghesia più violenta, radicale e squadrista, e da una decelerazione del processo economico legato al socialismo bolivariano, probabilmente inevitabile e, per altri aspetti prevedibile, ma su cui si può e si deve intervenire. Dopo l’offensiva rivoluzionaria contro l’accaparramento e la speculazione, Maduro, a margine dei Dialoghi di Pace con l’opposizione, ha annunciato una nuova offensiva: «Produrre tutto ciò che serve… Qualsiasi persona che produce qualcosa deve sentirsi chiamata in causa in questo sforzo… Chiamo tutti i cittadini a diventare produttori»; ciò anche allo scopo di superare la dipendenza dalle entrate petrolifere e risolvere le inevitabili distorsioni da questa prodotte nei meccanismi di produzione di beni e servizi. Ancora Nicolás Maduro: «L’offensiva economica ha il carattere di una grande rettifica… Il passo da intraprendere sarà quindi più completo, più profondo e più strutturale rispetto ai mesi scorsi». È necessario diversificare la produzione e allargare le cosiddette “basi materiali” della produzione stessa, superando la dipendenza dal petrolio, anche con una maggiore capacità di sviluppare investimenti, e migliorare il potenziale tecnologico della produzione nazionale, con un atteggiamento aperto, anti-dogmatico, creativo, coraggioso, innovativo, come sempre in tutte le pagine migliori del “Socialismo del XXI secolo”, non disdegnando di aprire un confronto costruttivo con i settori più aperti della borghesia nazionale ed internazionale.

Chiaramente, tutto ciò richiede accortezza e strategia. Non è una cosa facile, perché questo programma si scontra con gli attacchi sia da destra, conservatori, neo-liberali, che pretendono il dominio dell’economia di mercato, sia dall’ultrasinistra, utopistici, dogmatici, che accusano di “consumismo” tutte le istanze dei “consumatori”. Per affrontare una questione così complessa, Nicolás Maduro ha annunciato diverse misure, tra cui la Conferenza Economica nell’ambito della Conferenza di Pace, con un incontro tra rappresentanti del gabinetto economico e settori produttivi, sia dell’economia pubblica sia dell’economia privata. Al contempo, la Conferenza serve a confermare l’orientamento socialista dell’economia nazionale, per rendere chiaro che lo Stato conserva il suo potere di controllo e di direzione, come dimostra anche la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale della legge che definisce il meccanismo pubblico dei prezzi equi: «Sarà una Autorità di Controllo dei Prezzi, attraverso gli ordini e i contratti, quella incaricata di stabilire il giusto prezzo di ogni articolo, mantenendo i prodotti al giusto prezzo e a pari condizioni». Nicolas Maduro ha inoltre confermato che questa fase della offensiva economica si sviluppa intorno a undici assi: l’industria del petrolio, l’industria chimica, le costruzioni, la manifattura, la meccanica, il tessile, il calzaturiero, l’agricoltura, il turismo, le comunicazioni e la tecnologia. Una strategia adeguata da articolare con cura.

* in molti casi i beni sono resi irreperibili, distratti dalle reti di distribuzione e commercializzazione, pubbliche e private, e contrabbandanti in Colombia per motivi speculativi legati alla guerra economica, NdC. 

[Rielaborazione da testi e materiali di analisi di ANROS – Venezuela e di Néstor Francia, si ringrazia Mario Neri del Circolo Bolivariano “Antonio Gramsci”, Caracas per la messa a disposizione della documentazione di riferimento]

Mezzi di comunicazione e terrorismo

di Luis Britto García

La libertà di espressione

Ogni volta che si tratta il tema della libertà di espressione in Venezuela, si deve obbligatoriamente ricorrere al classico paradosso del greco bugiardo: “tutti i Greci sono bugiardi”, dice un sofista e, continuando, aggiunge: “Io sono un Greco”. “Non c’è libertà di espressione in Venezuela”, mente un comunicatore e lo afferma liberamente in un paese dove si presuppone non ci sia la libertà di dirlo.

E non lo afferma in un paese qualsiasi. Sostiene che non c’è libertà di espressione nel paese in cui, grazie all’abuso della stessa, nel 2002 si è perpetrato il primo colpo mediatico del mondo, operato attraverso l’isolamento comunicazionale del Presidente e il falso annuncio delle sue dimissioni, e dove alla fine di quell’anno e all’inizio del successivo tutti i mezzi si incatenarono durante due mesi e mezzo, per invocare ventiquattr’ore al giorno, senza risultato, il rovesciamento del governo legittimo. In quell’occasione, nessun mezzo fu chiuso né sanzionato per queste attività criminali.

Le tesi non si dimostrano con il contraddittorio, ma con i fatti. A chi voglia conoscere l’assoluta libertà di espressione che la società e lo Stato venezuelano accordano ai propri mezzi di comunicazione, basta rendersi conto, anche in maniera sommaria, del loro contenuto. Non è difficile; lo si può fare quotidianamente, tra gli altri canali, attraverso la pagina Web dell’Organizzazione degli Stati Americani.

Per esempio, i mezzi venezuelani mentono senza ritegno quando dicono che il governo del Venezuela è tirannico o autoritario. Alla pagina 8 de El Nacional del 21 marzo del 2014, leggiamo, a cinque colonne, l’opinione del senatore Marco Rubio dello stato della Florida, secondo cui “il Venezuela vive una tirannia”. Pensateci almeno una volta: quale tirannia permette che un giornale la qualifichi come tale?

Lo stesso giorno, El Universal stampa alle pagine 1-7: “Márquez: innegabile che Nicolás Maduro sia nato a Bogotà”. Diteci quale “dittatore” permette che si metta in discussione sulla carta stampata la sua nazionalità, allo scopo di chiedere “la nullità delle elezioni, perché, per Legge, non può essere Presidente.”

Sempre lo stesso giorno, in annunci cubitali pubblicati su tutti i giornali importanti, Leopoldo López convoca a una “CONCENTRAZIONE NAZIONALE CONTRO LA DITTATURA E PER LA LIBERTÀ”. Ci sarà una dittatura al mondo che permette la convocazione mediatica di una concentrazione volta a rovesciarla? Ciò è tanto improbabile come la circostanza che alcuni comunicatori rispettino il pubblico che intendono ingannare e i magistrati di fronte ai quali presentano simili denunce.

Conoscendo le regole di questo gioco, al lettore ormai non sembrerà strano che, il 18 febbraio, El Universal pubblichi in prima pagina e in corpo 3 che “gli studenti hanno denunciato la censura presso la Conatel”. Si acchiappa prima un bugiardo che un ladro. Che governo pratica la censura, permettendo che si informi liberamente sulle proteste contro di lei?

Inutile moltiplicare gli esempi, che ciascuno può mettere insieme quotidianamente. Si smaschera più facilmente un bugiardo che un ladro. Una parte dei comunicatori venezuelani non solo hanno superato il limite della veridicità, ma anche della semplice vergogna o dello scrupolo più lieve.

Esiste la censura in Venezuela? Sì, una censura instaurata da una parte dei media nazionali e internazionali, per nascondere quello che in realtà succede nel paese e privare così dei loro diritti le maggioranze democratiche.

C’è la dittatura in Venezuela? Sì, una dittatura mediatica, che pretende di imporre tiranni del genere di Carmona Estanga o falsità atroci come quella per la quale il paese vive uno scenario di guerra civile.

 

Perché mentono?

 

La cosa più grave è che con un tale bagaglio etico pretendono di operare come attori politici, deporre o nominare mandatari o presentare accuse di fronte a organismi internazionali contro i paesi dove realizzano inganni simili. Con tali considerazioni in mente dobbiamo giudicare le loro argomentazioni.

 

Egemonia dei mezzi di comunicazione privati

 

Con la stessa indifferenza verso la veridicità con la quale i media argomentano che in Venezuela opera una dittatura, sostengono allo stesso modo che lo Stato esercita un’egemonia comunicazionale. La realtà, come suole accadere, è diametralmente opposta a ciò che argomentano i media. Nel 1998, l’impresa privata era proprietaria dell’80% delle stazioni televisive e del 97% delle radio-diffusioni FM, e non c’erano mezzi comunitari. Questi mezzi privati si caratterizzavano per un’alta concentrazione della proprietà, tanto orizzontale come verticale.

Attualmente operano in Venezuela 2.896 media; 2.332 appartengono all’impresa privata. Il 65,18% continua ad essere privato, il 30,76% è comunitario: appena un 3,22% appartiene al servizio pubblico. Il principale cambiamento consiste nella moltiplicazione dei mezzi comunitari, attraverso i quali la società accede alla comunicazione. Bisogna aggiungere che questi ultimi, nella maggior parte dei casi, presentano una minore diffusione e tendono a durare un tempo limitato.

Nella radio-diffusione funzionano 1.598 stazioni private, 654 comunitarie e appena 80 di servizio pubblico. Nella televisione a segnale aperto 55 canali sono privati, 25 sono comunitari, appena 8 di servizio pubblico.

Quasi tutti questi mezzi privati sono oppositori. Pretendere che lo Stato stia esercitando un’egemonia comunicazionale con gli scarsi mezzi dei quali dispone è una menzogna, che basta a squalificare chi la propaga.

Ciò nonostante, il bolivarianismo esercita una palese egemonia, non tanto nel numero di mezzi, quanto nel messaggio. Un messaggio che postula la democrazia contro la dittatura, l’eguaglianza contro il privilegio, la tolleranza al posto del razzismo, l’educazione gratuita, la sanità e la sicurezza sociale per tutti: ovviamente, è preferibile a chi sostiene il contrario, e perciò assicura solide maggioranze elettorali a chi lo predica e lo realizza.

 

Accesso all’informazione

Alcuni media argomentano che lo Stato non somministra loro l’informazione che richiedono o che non li invitano agli atti nei quali questa si trasmette.

A questo riguardo, va fatto notare che, se consideriamo che in Venezuela sono attivi circa tre mila mezzi di comunicazione, in ognuno dei quali lavorano decine e a volte centinaia di persone, sarebbe sommamente difficile per lo Stato somministrare a tutti e a ognuno dei comunicatori le informazioni che richiedono. A ciò, bisogna aggiungere che la sistematica manipolazione da parte di alcuni mezzi privati di tutte le dichiarazioni e dati che il settore pubblico emette, giustifica il trattare con cautela le richieste che questi formulano.

Questo accade, per esempio, con diverse pagine Internet, in gran parte anonime o radicate all’estero, dedicate alla divulgazione di supposti tassi di cambio del dollaro o dell’euro, con l’intenzione di provocare la svalutazione della moneta nazionale. In applicazione degli articoli 5 e 12 della Legge sugli illeciti cambiari del 17 maggio 2010, sono state offuscate un centinaio di pagine dedicate a diffondere queste false informazioni e a distruggere la stabilità del segno monetario.

 

Le cifre reali dell’insicurezza

 

In altri casi, i media diffondono informazioni esagerate o semplicemente false e senza fondamento, e lo Stato si limita a fornire cifre più affidabili. Basandosi su di inchieste di “percezione” dell’insicurezza, organizzazioni non governative come l’ Osservatorio Venezuelano sulla Violenza calcolano percentuali di omicidi del 73 e fino al 75,8 per ogni 100.000 abitanti, ed esacerbano la percezione dell’insicurezza riportando all’interno delle cifre di vittime della violenza i defunti per incidenti automobilistici o sul lavoro, o fornendo un trattamento sensazionalista ed esagerato dei delitti.

Eppure, basandosi su di un calcolo oggettivo e reale dei corpi di reato, il Ministro dell’Interno e della Giustizia Miguel Rodríguez Torres ha rivelato che il vero tasso di omicidi nel 2013 è stato di 39 omicidi ogni 100.000 persone, quasi la metà di quello proclamato dai media. Ciò nonostante, le false cifre sull’insicurezza sono il fondamento di quasi tutta la campagna dell’opposizione, e la manifestazione del 12 febbraio 2014, che dà il la a una tragica catena di violenze, si dice organizzata contro l’insicurezza. Sembra che il nostro paese sia stato vittima durante un quinquennio di un’operazione di Guerra Psicologica per esacerbare il panico e far scoppiare violenze “contro l’insicurezza”, destinate in realtà a rovesciare con il terrore il governo bolivariano democraticamente eletto, che alle ultime elezioni ha ottenuto il 75% dei municipi, con un vantaggio di dieci punti e mezzo sul totale dei voti sull’opposizione.

 

 

Legittimazione del terrorismo nei media venezuelani

 

In Venezuela, una violenza terrorista di blocchi stradali e assassini, premeditata e perpetrata contro gli abitanti di meno di due decine di municipi e protetta da sindaci e polizie oppositori è trasformata, appoggiata e promossa dai media come una “sollevazione sociale”, “pacifica” e “su scala nazionale”, che solo presenterebbe violenze quando infiltrati o “collettivi” le provocano. Vediamo il trattamento di questi accadimenti da un’altra prospettiva.

Così, Leopoldo López, dirigente del partito minoritario Voluntad Popular, partecipe del colpo di Stato dell’aprile 2002, nel gennaio 2014 si esprime attraverso i media: “Che se ne vadano tutti, un cambiamento totale e profondo al vertice del governo nazionale”. E, in seguito, aggiunge: “Vogliamo lanciare un appello ai Venezuelani […] affinché ci solleviamo. Convochiamo il popolo venezuelano per dire: ‘adesso basta’. […] Con un obiettivo da discutere: ‘l’uscita’. Qual è l’uscita fuori da questo disastro?”. Dopo di che, insiste nell’incitare i suoi seguaci a persistere nella violenza: “Faccio un appello a tutto il paese a mantenere e aumentare la pressione fino a far crollare la dittatura” (Salim Lamrani, “25 verità sulle manifestazioni in Venezuela”, Opera Mundi, e “L’oppositore Leopoldo López chiede ai venezuelani di aumentare la pressione ‘fino a far crollare la dittatura’”, 19 marzo 2014).

Il 13-2-2014 Notitarde titola, in prima pagina: “Infiltrati hanno forzato le marce studentesche” (A meno che indichiamo un’altra cosa, le citazioni seguenti si riferiscono a prime pagine). Lo stesso giorno, Últimas Noticias titola: “Juan Montoya, di un certo collettivo 23 Gennaio e Basil da Costa, studente della Humboldt, caduti alla Candelaria”. El Nacional titola, a chiare lettere: “Manifestazione per la Pace messa sotto attacco da violenti”, senza spiegare come si possono chiedere con “la Pace” le “dimissioni immediate” di un Presidente eletto. El Carabobeño legittima l’accaduto con un vistoso titolo cubitale: “La protesta è in strada”, mentre El Universal mente, egualmente in prima pagina, anche qui a titoli cubitali: “Giovani mobilitati in tutto il paese”, confondendo un settore della parrocchia Candelaria con la totalità del Venezuela. Per creare maggiore confusione, afferma che “presumibilmente collettivi ufficialisti hanno sparato contro i radunati nell’avenida Universidad”. Getta così per primo le basi della menzogna spropositata che i media ripeteranno durante varie settimane: una protesta “pacifica” (che incendia edifici e veicoli) “in tutto il paese” (ma che solo ha luogo in un municipio) aggredita da “collettivi”, forma con la quale si designano immaginari gruppi armati bolivariani.

Il 14 febbraio, El Universal titola “Messi all’angolo da un collettivo”, e in seguito, a 4 colonne, “I partiti dell’Unità esigono il disarmo dei gruppi”. Quelli che incendiano cinque veicoli e distruggono parzialmente l’edificio della Procura sarebbero dunque disarmati. Quelli che bisognerebbe disarmare sono quelli che lo impediscono. Insistendo sul concetto, alla pagina 1-2, a quattro colonne, “Capriles esorta Maduro a dissociarsi dai ‘paramilitari’”, e nello stesso articolo, “Voluntad Popular conferma che continuerà in strada”. Lo stesso giorno, Últimas Noticias informa: “Manifestanti bruciano pneumatici di fronte alla VTV”. È l’inizio di un attacco terrorista con blocchi stradali e tentativi di incendio che si estendono contro il canale dello Stato per varie settimane.

Il 15 febbraio, Tal Cual sostituisce ormai l’informazione con l’incitamento, e riempie la prima pagina con l’arringa: “Protestare è un dovere, non solo un diritto”. Lo stesso giorno, El Universal titola, a quattro colonne: “L’episcopato chiede di disarticolare i collettivi”. El Nacional prepara un altro degli elementi del montaggio, l’aggressione internazionale, titolando ormai in prima pagina: “L’ONU, l’UE e l’OEA preoccupati per la violenza in Venezuela”. Sono organismi che non possono pronunciarsi senza consultare democraticamente i loro membri, eppure un quotidiano che appoggia il cambiamento di un governo senza democrazia non può prestar attenzione alla legittimità. Soltanto Últimas Noticias informa che, secondo la Defensora del Pueblo, “43 dei 79 feriti sono poliziotti”, il che testimonia del potere di aggressione e di fuoco dei manifestanti che si suppongono “pacifici”.

Il 16 febbraio, El Nacional trova il modo di nascondere l’immensa manifestazione bolivariana per la Pace che attraversa Caracas il giorno prima: la titola a tre colonne, a pagina 2, “Maduro accusa Álvaro Uribe di stare dietro la violenza” e premette al titolo: “Segnalati cacerolazos nella Candelaria”. Non deve sembrare strano dunque che, di lato, ancora a tre colonne, si premetta al titolo: “SNTP: esiste un vuoto di informazione”, per poi titolare: “Giornalisti rafforzeranno Internet di fronte alla censura”. Si tratta di organizzare reti sociali per la migliore circolazione di una vergognosa campagna, che fa passare ingannevolmente immagini di repressioni avvenute in Grecia, Libia, Egitto, Siria, Spagna, Catalogna, Argentina e Ucraina come documenti sugli abusi polizieschi in Venezuela. Il corpo della notizia si esime anche dallo spiegare come la presunta censura lasci stampare questo titolo contro la censura. Il “vuoto di informazione” si rende necessario per nascondere ciò che Maduro dichiara in una grande manifestazione di massa e che pubblica in prima pagina Últimas Noticias, a quattro colonne: “Non accetto gruppi violenti”.

Apparentemente ispirato da tali infondatezze, il 17 febbraio El Nacional informa in prima pagina “Denunciano torture a 11 studenti a Carabobo” e “El Nacional riduce le sue pagine ma non il suo coraggio”, mentre pubblica dichiarazioni contro “le bande armate”, che non sarebbero quelle che bloccano le strade con la violenza, ma i bolivariani. Quel giorno El Universal titola, alla pagina 3, “Teppisti sequestrano la protesta”. In effetti, non può occultare che la protesta “pacifica” lascia “due facciate di banco distrutte, come anche la facciata dell’edificio della Direzione Esecutiva della Magistratura e quello del Ministero del Trasporto Terrestre. Anche varie residenze private sono risultate colpite, come anche la demarcazione e lo stesso marciapiede di molte strade”. Ciò è facile da spiegare: sarebbe opera della “teppa”, eppure, come appare questa in una presunta marcia “studentesca”, senza che né i suoi dirigenti né le autorità oppositrici del Chacao muovano un dito? Alla pagina 3-2 si esercita la sottile arte della menzogna: “Vicini smentiscono attacchi contro la metro e il metrobus”. Nonostante tali smentite, in attacchi che sono filmati dalle video-camere di sicurezza di stazioni e veicoli, circa un centinaio di unità di metrobus e varie stazioni della metro sono distrutte e devono essere chiuse temporaneamente.

Martedì 18, El Universal titola, con una teatrale foto degli imbavagliati: “Pretesa dalla Conatel la fine della censura”, senza spiegare come un titolo così avrebbe potuto essere pubblicato, se fosse esistita la censura. Nella stessa pagina, a cinque colonne, “La Mesa esprime il suo appoggio unanime a Leopoldo López”; con tale appoggio al dirigente che esige “le dimissioni”, questa organizzazione si associa dichiaratamente al piano di deporre il Presidente eletto con la forza. Questo stesso giorno, Diario Vea titola: “Governo rifiuta la manipolazione di immagini sul Venezuela da parte dei media internazionali”, e Caracas CCS titola “La destra attiva l’operazione caos nella rete”, riferendosi al fatto che “nelle reti sociali e nei giornali si è sviluppata una campagna di odio contro il Venezuela. Usano immagini di altre nazioni per informare sui recenti fatti violenti”. Nessuno dei quotidiani di grande tiratura si unisce alla denuncia né alla condanna della scandalosa frode.

Il 18 febbraio, Tal cual sentenzia, a titoli cubitali: “La protesta è legittima”, eppure non fa minimamente menzione dell’informazione di Caracas CCS, secondo la quale “120.000 milioni di bolívares finanziano atti violenti” e “pagano tre mila bolívares quotidianamente a sicari motorizzati”. A pagina 2, in 4 colonne, Tal cual pluralizza una solitaria denuncia fatta da un arrestato: “Prigionieri stuprati con fucili” e che settimane dopo ancora è tutta da provare. Ne El Universal, la pagina 1-8 è dedicata totalmente al tema “San Diego incendiato”, e spiega: “La sentenza della Corte Costituzionale che ordina il carcere e le dimissioni dalla sua carica per Enzo Scarano, sindaco del municipio carabobeño di San Diego, ha provocato l’immediata protesta degli abitanti del municipio, che in alcuni casi si è fatta violenta”. L’illustrazione è data da otto grafiche di incendi di supermercati e trasporti di combustibile, barricate e blocchi stradali, che più che informazione sembrerebbero propaganda di guerra. Alla 1-7, il citato intento di delegittimazione del Presidente: “Márquez: innegabile che Nicolás Maduro sia nato a Bogotá”. Tanto inconfutabile è la notizia, che non se ne fornisce la minima prova.

Il 19 febbraio, El Nacional e El Universal dedicano le loro prime pagine alla consegna di Leopoldo López e divulgano le sue parole: “Se il mio arresto serve a svegliare il popolo, ne varrà la pena”. Entrambe le foto nei due quotidiani rivali sono identiche: sembra che ci sia stata una cartellizzazione informativa. A drammatici titoli cubitali, la prima pagina a corpo 3 de El Universal titola, “Un muro poliziesco divide la città”, e aggiunge: “passanti che sono rimasti bloccati reclamano il diritto al libero transito”. Un tale diritto non è mai invocato per le decine di migliaia che rimangono bloccati nelle loro periferie per blocchi stradali violenti chiamati “guarimbas”. In nessuno dei suddetti giornali si fa menzione del discorso del Presidente sopra il particolare, né di un comunicato delle FANB sullo stesso tema.

Il giorno seguente, El Universal continua la campagna che invoca l’interventismo delle organizzazioni internazionali, pubblicando in prima pagina a 6 colonne le foto di cinque manifestanti di fronte alla sede della OEA a Washington, con un eloquente cartellone: “SOS Venezuela”. Come se si trattasse della stessa notizia, ai piedi della grafica, titola: “La Procura chiede 10 anni di carcere per López”.

Il giorno seguente, riappare infine Capriles Radonski, offuscato nella sua figura di leader dal radicalismo violento di López, dichiarando, a cinque colonne: “Non si risolve la crisi economica con il piombo”. Eppure, la vera dichiarazione appare solo, minimizzata e nascosta, alla pagina 1-2: “Risulta ormai troppo sospetto lo stesso copione di sempre! Le barricate (guarimba), le aggressioni, le vittime (…) Continueremo a cadere nella trappola? Qua bisogna che ci sia ragione, orientamento, senso della lotta politica”. Ripete che lui non ha cercato “scorciatoie né di portare il popolo in un vicolo senz’uscita”. Il fatto che il dirigente scelto dall’opposizione in elezioni interne per rappresentarla in tre processi elettorali si dissoci dalle barricate (guarimbas) e dalle aggressioni meriterebbe da solo un titolo; la stampa lo considera nocivo per la sua propaganda di guerra, e lo nasconde, pubblicandolo con parentesi e punti sospensivi (…), come se fosse un’oscenità. Bisogna aggiungere che quello “stesso copione” che Capriles condanna adesso, era lo stesso che ha applicato dopo la sua sconfitta elettorale dell’aprile 2013, quando convocò pubblicamente i suoi seguaci a uscire in strada per sfogare la rabbia”, e questi provocarono una dozzina di assassinii e oltre ottanta feriti. Come se non fossero sufficienti le contraddizioni, nella stessa pagina, a 4 colonne, “Aveledo accusa il Governo di alimentare le proteste”, come se a questo convenisse uno stato di agitazione terrorista.

Últimas Noticias del 22-2 illustra i progressi delle tattiche pacifiche: “Tra i lesionati ci sono 37 poliziotti” e alla pagina 12: “stanotte è morto un motocicilista dopo di essere urtato contro il filo (guaya) di una barricata”. El Nacional insiste, a 3 colonne: “Code per comprare benzina e cibo” e sottotitola: “Il paese è semi-paralizzato e non solo per le proteste studentesche e le barricate. Nei negozi e nei supermercati, gli scaffali mostrano carenze importanti e razionano la quantità di prodotti che ogni persona può acquistare”. Il paese non è semi-paralizzato: solo disturbano la circolazione barriere di rifiuti in una decina di municipi con sindaci oppositori; le code sono quelle normali in qualsiasi punto commerciale: ancora una volta, si mente, nel cercare di convertire una perturbazione locale in nazionale o una profezia in realtà, come quando nella stessa edizione il giornale titola al futuro: “Crolleranno gli acquisti di benzina e cibo”, allo stesso tempo che insiste: “Il Foro Penale denuncia 18 casi di tortura”, nessuno dei quali è stato verificato fino a ora.

Il 23 febbraio, solo Últimas Noticias informa sull’ovvia verità della situazione, e ciò a titolo piccolo e a una colonna: “Le zone popolari non fanno barricate (guarimbean)”. La presunta “insurrezione nazionale” è appena uno sporadico blocco stradale in alcuni municipi governati dall’opposizione. Lo stesso giorno, El Nacional pone in risalto a grande titolo, con un’enorme immagine e cinque colonne, una concentrazione oppositrice e diminuisce in una piccola illustrazione di due colonne, senza titolo, la concentrazione chavista di 40.000 persone, nella quale la ministra delle Donne, Andreína Tarazona, dichiara che “difenderemo la rivoluzione con le unghie!”.

Il 24 febbraio, El Nacional insiste, a cinque colonne: “La protesta pacifica occupa le strade”. Come prova, l’immagine mostra una fila di persone su di un marciapiede, “catene umane” che avrebbero luogo “in varie città del territorio nazionale” (senza specificare quali). Con lo stesso risalto, continua l’intento di assedio internazionale: “Denunceranno il governo venezuelano per delitti di lesa umanità”. Come su Internet si era preteso di fare passare per eventi venezuelani quelli rappresentati in immagini di altri paesi, allo stesso modo si assimila la situazione del paese a casi stranieri; “Le violazioni dei Diritti Umani sono simili in Russia e Venezuela”. El Nuevo País, in enormi titoli cubitali a carattere xenofobo, dichiara: “Fuori i Cubani, esigono gli studenti”. Si preferisce non informare su quali organizzazioni o dirigenti pretendano rappresentare o soppiantare i 9.500.000 studenti venezuelani, la terza parte della popolazione del paese.

Il 25 febbraio, El Nacional titola, a cinque colonne: “Sette dei quindici morti hanno ricevuto tiri nella testa”, e sottotitola: “Il blocco stradale e gli scontri con la GNB hanno congestionato la zona est della città”. L’ambiguo titolo, lontano dal confermare che solo ci sono disturbi nella zona est, sembrerebbe suggerire che ci sono stati 15 morti il giorno prima e non nelle quasi due settimane di violenza. A una colonna, il titolo “Sparano per uccidere” esprime il contrario del corpo della notizia: “Il criminologo Javier Gorriño ha indicato che ‘non sparano tiri in aria, ma che si cerca di ferire le zone vulnerabili del corpo”. La pagina 2 cita l’obiettivo occulto dello scenario di “ribellione”, favorire un colpo di Stato: “Militari del 4-F cercano di creare una terza forza”. El Universal, da parte sua, in una colonna minima, cita le parole con le quali la Procuratrice Luisa Ortega Díaz smentisce categoricamente le grottesche accuse di tortura con le quali si è ricreata la stampa durante settimane: “Praticato l’esame medico legale, non è certo che sia stato introdotto il fucile”. A cinque colonne, la giustificazione di un dirigente oppositore: “Capriles: La protesta è per strada, non l’ho convocata io”. L’emotiva fotografia è esattamente la stessa del giornale rivale El Nacional, eppure utilizzata per illustrare titoli distinti: sembrerebbe seguire la cartellizzazione informativa tra media che si suppongono rivali.

E il 26 febbraio, El Nacional attizza la violenza titolando, a cinque colonne: “si mantengono le proteste per lo meno in dieci località”, insignificante proporzione rispetto alle 335 nelle quali consta il paese. Il giorno seguente, pontifica che “a 25 anni dal Caracazo, la brutalità militare è peggiore”, paragone deprecabile tra un’ ecatombe che contò varie migliaia di vittime di una sola parte in una settimana, con disturbi che provocano un saldo di tre decine, gran parte di esse agenti dell’ordine pubblico. Ancora titola a 5 colonne: “52 organizzazioni ripudiano la repressione nel Venezuela”. Si tratta di legittimare un’ingerenza internazionale attraverso una “Coalizione di Organizzazioni per i Diritti Umani nelle Americhe”; apparentemente, nessuno ripudia il sequestro sistematico di abitanti del quartiere, dato che l’ante-titolo dichiara: “si mantengono le proteste con blocco di vie in per lo meno dieci località”. Cade così la fanfaronata della protesta “nazionale”: ripetiamo che dieci municipi sono un’insignificante minoranza di fronte ai 335 del paese. El Universal, da parte sua, diffonde a 5 colonne la foto di un’oppositrice che implora l’intervento straniero con tanto di cartellone in inglese: “SOS”, mentre alle sue spalle una fila di guardie la lascia posare senza nemmeno prestarle attenzione. Nello stesso tono, a due colonne, “Celebrità internazionali si pronunciano contro la violenza”, citando le opinioni sulla situazione venezuelana di esperti provenienti da paesi occupati dagli Stati Uniti, come il portoricano Ricky Martin e i colombiani Shakira e Carlos Vives. Anche El Universal confessa che “Le proteste di strada sono state confinate sopra tutto a est della città”, senza spiegare che lì sindaci e poliziotti oppositori proteggono qualcosa di molto distinto dalle manifestazioni: i sequestri violenti di abitanti dei quartieri mediante il blocco stradale, e l’assassinio a colpi d’arma da fuoco di coloro che cercano di rimuovere gli ostacoli.

Il 27 febbraio, Últimas Noticias titola a tre colonne: “A Miraflores parlano di pace”, riferendosi al Tavolo di Dialogo che convoca il governo, alla quale sono intervenuti “Dirigenti d’impresa, politici, dei media, religiosi e tre sindaci dell’opposizione”. Più in basso, si informa che “Il papa Francesco chiede una tregua dalla violenza”. El Nacional, al contrario, afferma che “Mentre continua la repressione, la MUD non dialogherà con Maduro”, con un’ovvia incitazione alla continuazione della violenza, e mente a 5 colonne, sostenendo che “A 25 anni dal Caracazo, la brutalità militare è peggiore”. Solo alla pagina 2, fa riferimento agli sforzi di conciliazione, per screditarli, affermando che “la Conferenza di pace ha ignorato le torture, gli abusi e la censura”. Torture sulle quali non esistono prove, e censura che non avrebbe lasciato pubblicare simile titolo: evidente istigazione al conflitto.

Il 28 febbraio trascorre all’insegna di un clima di dialogo. Últimas Noticias titola che “La Commissione della Verità proposta da Mendoza si è installata nella cornice dell’ agenda per la pace”, mentre il Vicepresidente Arreaza afferma: “Bisogna isolare i violenti”. Si informa di una “Pioggia di lacrimogeni” ne El Rosal, “quando un gruppo ha cercato di chiudere l’autostrada Fajardo e la GN lo ha impedito”. Tale autostrada è una via sotto giurisdizione nazionale; i lacrimogeni sono un mezzo accettabile di evitare un blocco stradale che paralizzerebbe la capitale. A due colonne, l’ammiraglio Orlando Maniglia smentisce una menzogna che circola sui media: “Impossibile montare una base russa in Venezuela”. Avverte che la Costituzione lo proibisce e attribuisce l’annuncio a “un errore di Mosca”. In contrasto con queste notizie che contribuiscono al clima di intesa, quello stesso giorno, la prima pagina del corpo 1 de El Universal informa a 5 colonne che “In carovane reclamano la libertà”. Le carovane si limitano alla circostanza che “decine di conducenti si sono riuniti a Santa Mónica”. Nella stessa pagina, appena a una colonna, dichiara tardivamente Carlos Ocariz, sindaco oppositore del municipio Sucre: “Quello che producono le barricate (guarimbas) è un retrocesso, in nessun caso una crescita” e spiega: “Io come sindaco mai potrei appoggiare delle persone che bloccano una strada o bruciano spazzatura, ma c’è dell’altro: non le condivido come politico, non è questo il cammino”. Entrambe le notizie confermano a malincuore lo sgonfiarsi della tattica terrorista.

Il 2 marzo, El País raccoglie dichiarazioni di Capriles, secondo le quali “Le proteste non sono negoziabili”, e spiega che “Enrique Capriles si rifiuta di negoziare con un governo bugiardo e repressore”. L’opportunista politico, impegnato in una lotta per il comando con Leopoldo López, riassume in forma accomodante le sue affermazioni riguardo al fatto che l’agitazione in strada non rovescia il governo. Lo stesso giornale si rivela profetico nel titolare che “Una grande marcia studentesca riempirà oggi le strade di Caracas”.

Passa l’intervallo del Carnevale, durante il quale tutto il paese si precipita verso le località di vacanza. Il 5 marzo, El Nacional titola che “Violano norme interne della FANB in atti repressivi”; il 6 marzo, a 5 colonne, “Giovani rifiutano le torture, gli assassinii e gli arresti”. Sabato 8 si arriva all’incoerenza, al titolare, a 4 colonne: “Foro Penale: “La GNB si porta via tutti quelli che incontra”. Difficile compito, quello di arrestare tutta la popolazione di un paese con trenta milioni di abitanti. Il giorno seguente, El Universal proclama, a cinque colonne: “Barricate paralizzano e dividono la città” e sottotitola che “le proteste si moltiplicano in tutte le municipalità di Caracas, dove molti cittadini non possono uscire per andare al lavoro e ai luoghi di studio”. È irrispettoso verso il lettore pretendere che minoranze di tre municipalità, la cui popolazione non arriva al mezzo milione di abitanti rappresentino la popolazione di una metropoli nella cui area estesa abitano più di cinque milioni. In una colonna si titola: “Giornali del Latino-america si uniscono per informare sul Venezuela”, celebrando la circostanza che i quotidiani di vari monopoli si collegano per pubblicare una pagina di giornale contro il paese.

Il 9 marzo, El Universal raccoglie dichiarazioni dell’oppositore Capriles in prima pagina, a 5 colonne: “L’atteggiamento del Governo approfondirà la crisi”. Nella pagina seguente reitera: “Se il governo non cede, ci sarà conflitto”. L’intervistatore chiede se il governo cederà: “Perché no?” risponde l’intervistato. E il giornalista sentenzia, invertendo i ruoli: “Perché funziona con la logica di un governo totalitario”. Eppure è un governo democraticamente eletto, che ha installato un Dialogo per la Pace e fa tutti gli sforzi per essa. Lo stesso giornale titola: “Il tavolo avvisa che il governo provoca la Guerra Civile”, mentre a 2 colonne afferma che: “disturbi provocano due decessi ne Los Ruices”; senza informare che le infelici vittime erano bolivariani inermi. Il giorno seguente, El País informa, a otto colonne: “Perquisiscono depositi dei guarimberos”, e spiega che “Eligio Rivas, Capo di Core 5, assicura di aver catturato il gruppo che fornisce la logistica a settori violenti”.

Sarà necessario continuare quest’analisi all’infinito? Attraverso di essa, verifichiamo un tenace attentato alla veridicità informativa, nell’affermare mentendo che il governo sarebbe dittatoriale o tirannico (nonostante sia democraticamente eletto), che esercita la censura (sebbene lasci pubblicare tali dichiarazioni), mentre si avalla la pretesa oppositrice di cercare un’“uscita”, mediante un “governo di transizione” incostituzionale, che sarebbe invocato da gruppi “non violenti” (i quali sequestrano con la violenza gli abitanti con blocchi stradali, e assassinano quelli che rimuovono le barricate) su scala “nazionale” (e non solo da parte di alcuni gruppi terroristi in un numero limitato di municipi oppositori).

Così i media deformano la realtà, e pretendono di mettere in piedi uno scenario da guerra civile che serva da pretesto per il colpo di Stato, l’invasione straniera o la secessione territoriale, dove solo c’è, parafrasando William Ospina, una situazione dove i poveri celebrano mentre protestano i ricchi.

 

Falsa presentazione della violenza terrorista come protesta sociale

 

Alla promozione di un colpo di Stato mediatico nel 2002 e di un lock-out patronale accompagnato dal sabotaggio petrolifero tra quell’anno e il 2003, i media venezuelani aggiungono adesso la promozione della violenza terrorista, presentata come presunta protesta sociale.

È terrorismo l’impiego della violenza e della disinformazione, per raggiungere un obiettivo politico illegittimo.

In questo senso, parte dell’opposizione venezuelana è impegnata nell’esercizio della violenza e della disinformazione, per conseguire l’obiettivo incostituzionale di rovesciare il governo democraticamente eletto di Nicolás Maduro e sostituirlo con un “governo di transizione”, non eletto da nessuno.

Tutti quelli che hanno seguito le aggressioni violente in Venezuela e il trattamento che di esse fa la stampa, avranno notato le seguenti caratteristiche:

-La violenza della marcia del 12 febbraio, allo stesso modo di quella dell’11 aprile del 2002, è pianificata in anticipo dall’opposizione. L’11 febbraio del 2014, Venezolana de Televisión divulga una comunicazione telefonica tra gli oppositori Fernando Gerbasi e Carratú Molina, nella qual si racconta che per la concentrazione del giorno seguente sono previsti atti di violenza come quelli dell’11 aprile, ed è disponibile un fondo di 120.000 milioni di bolívares per finanziare le violenze.

-Gli atti terroristi si focalizzano dapprima in 19, poi in 9 e finalmente in uno dei municipi di classe media o medio-alta, governati da sindaci oppositori, alcuni in stati di frontiera, municipi che, è bene ripeterlo, costituiscono un’infima minoranza territoriale e di popolazione, di fronte ai 335 municipi del Venezuela. Nessun disturbo o blocco stradale tocca le zone urbane della classe alta, come il Country Club o La Lagunita. Nemmeno osano penetrare nelle zone popolari. Como titola Últimas Noticias in prima pagina il 23-2-2014: “Le zone popolari non fanno blocchi (guarimbean)”.

-I sindaci oppositori e i loro poliziotti municipali fomentano e proteggono le violenze, al punto che agenti della Polizia del Chacao assassinano a colpi d’arma da fuoco un’agente del Servizio Bolivariano di Intelligenza, che arresta uno dei violenti. Perciò, si rende necessario che il Tribunale Supremo di Giustizia, rispondendo a denunce di abitanti vittime di blocchi stradali, con una sentenza del 17 marzo intimi ai sindaci del Chacao, Ramón Muchachos; di San Diego, Vicencio Scarano; di San Cristóbal, Daniel Ceballos; di El Hatillo, David Smolanski; di Baruta, Gerardo Blyde; di Lecherías, Gustavo Marcano, di applicare la Costituzione e le leggi che gli impongono di garantire il diritto di circolazione nelle strade bloccate.

-Il giorno seguente la diffusione della sentenza del Tribunale Supremo di Giustizia, cessano di maniera quasi totale le violenze presuntamente spontanee dei blocchi stradali, che da quel momento non contano con la protezione delle polizie locali dei sindaci, salvo nel caso del sindaco di San Cristóbal, Daniel Ceballos, contro il quale si emana un ordine di cattura per ribellione civile e cospirazione, e in quello di Vicencio Scarano, condannato a 10 mesi e 15 giorni di prigione per disobbedienza alla summenzionata sentenza.

-Gli attivisti violenti sono presentati dai media come “giovani studenti”, ma sono poi soppiantati da adulti, incappucciati e emarginati, al punto che il 14 marzo Nicolás Maduro dichiara che di 1.529 detenuti in un mese di violenze, solo 558, appena un terzo, sono studenti. Tutti sono liberati, salvo 105, contro i quali si predispongono misure restrittive della libertà, per essere stati catturati con armi da fuoco. Di cinque arrestati dal corpo di vigilanza dell’Università Centrale del Venezuela, nessuno è studente, e quello che lo è, frequenta l’Università privata di Santa Maria. Bisogna aggiungere che in Venezuela sono studenti più di 9 milioni e mezzo, uno su tre Venezuelani: se tale settore della popolazione fosse contro il bolivarianismo, questo non avrebbe vinto le elezioni, né potrebbe resistere la sua offensiva.

-Invece di manifestare pacificamente, i violenti incappucciati incendiano quasi un centinaio di unità di trasporto collettivo e di alimenti; distruggono totalmente o parzialmente edifici pubblici, stazioni della Metro e le sedi di 15 università gratuite, così come delle istallazioni elettriche e telefoniche; sparano contro la popolazione e a volte lo fanno alle spalle, contro quelli che vanno con loro alle manifestazioni, bloccano le strade nel territorio dei municipi oppositori, impediscono con la forza il passaggio degli abitanti e li sequestrano nelle loro case, li asfissiano bruciando spazzatura, distruggono migliaia di alberi e segnali e versano benzina negli acquedotti.

-I terroristi abbandonano gli ostacoli che accumulano per la strada, però assassinano con spari a distanza i civili o le autorità che cercano di rimuoverli.

-I terroristi incappucciati ricorrono alla minaccia, all’aggressione fisica e all’ assassinio con spari nella testa e tiri alle spalle e agguati contro le persone, per arrivare infine al saccheggio e all’esazione di pedaggio.

-Si riforniscono regolarmente di denaro, alimenti, vestiti, cappucci, sostanze incendiarie ed esplosive e armi in centri di raccolta vicini ai disturbi, alcuni dei quali sono stati perquisiti nella giurisdizione dei municipi oppositori.

-Le offensive terroriste ricorrono durante quattro settimane, periodo atipico per le manifestazioni spontanee, il che, al contrario, evidenzia un coordinamento, un’organizzazione, un allenamento e finanziamento di ampio raggio.

-I terroristi utilizzano armi da fuoco con mirini laser, frequentemente portano guanti e sono seguiti da “ombre”, che raccolgono i bossoli per evitare l’identificazione delle armi, brandiscono strumenti per distruggere pneumatici, bombe di frammentazione e trappole contro le persone. Il 24 febbraio è catturato un terrorista del Medio Oriente, Jayssam Mokded Mokde, con “prove schiaccianti di preparativi finalizzati a commettere atti terroristi”, secondo il governatore Tarek el Aisami (Ciudad CCS 25-2-2014, p.4). Un altro terrorista di origine cinese è arrestato con un arsenale. Il 1 aprile, Tarek El Aisami informa in Venezolana de Televisión sulla confisca di un altro arsenale con esplosivi, sostanze incendiarie e meccanismi detonanti a controllo remoto. Alla fine di marzo, si denuncia un’insolita concentrazione di paramilitari alla frontiera del Dipartimento Nord di Santander. Il presidente Maduro informa dell’incarcerazione di tre generali dell’Aviazione, indagati per presunta partecipazione a un colpo di Stato. Nessuno dei coinvolti in queste attivitàè studente.

-Il ricordo delle vittime fatali smentisce il presunto carattere “pacifico”. Fino al 29 marzo, 6 guardie nazionali e 19 cittadini sono morti per spari presumibilmente provenienti dall’opposizione: in totale, 25 compatrioti sarebbero stati abbattuti con armi da fuoco da parte degli oppositori. Sette persone sono morte per incidenti stradali causati da barricate. Due sono morti per mancanza di attenzione medica, nel non potere arrivare in tempo ai centri di assistenza a causa dei blocchi stradali. Un’ ottuagenaria è morta per un infarto quando la sua casa è stata assaltata dall’ opposizione. Un oppositore è morto nel manipolare un mortaio, un altro è rimasto fulminato nel cercare di ristabilire una barricata. Invece, solo tre cittadini sono morti per spari presumibilmente effettuati da agenti dell’ordine pubblico, un altro sarebbe morto colpito dalla Guardia Nazionale. Quattordici funzionari sono indagati per questi motivi. In questa lista di perdite fatali solo cinque sono stati segnalati come studenti, e in media l’età delle vittime ruota intorno alla trentina. Non sembra che la partecipazione studentesca o giovanile sia stata preponderante. Per il 24 marzo, si registrano 461 lesionati, dei quali 143, quasi un terzo, sono poliziotti o guardie.

-Le azioni dei gruppi terroristi non contano con l’appoggio sociale: secondo un sondaggio di Interlaces, l’87% dei Venezuelani rifiutano le barricate (“guarimbas”). Le scrittrici oppositrici Carolina Espada e Milagros Socorro le condannano in articoli demolitori.

-Carlos Ocariz, sindaco oppositore del Municipio Sucre dello Stato Miranda, dichiara all’El Universal “Le barricate (guarimbas) quello che fanno è allontanare, invece di aggregare” (2-3-2014).

-Per incredibile che paia, i terroristi non presentano di fronte alla deprimente copertura mediatica nazionale e internazionale un programma, un progetto né una lista di rivendicazioni, al di là del cercare di imporre con la forza e contro la costituzione un’“uscita”, un “governo di transizione” o la consegna: “Maduro, vattene subito”.

-Le azioni terroriste non hanno una finalità in se stesse, se non quella di simulare per i media uno scenario di presunta “guerra civile” in pochi dei 335 municipi del Venezuela.

Quelle menzionate sono pratiche, tattiche o logistiche che non presentano la più remota affinità con quelle di un movimento studentesco o giovanile.

 

 

Sostegno di media stranieri al terrorismo

 

Ancora meno, nessun movimento “giovanile” del mondo aveva contato con il sospetto e automatico sostegno della Società Interamericana di Stampa, la quale dedica in tutti i suoi giornali affiliati per lo meno una pagina quotidiana a denigrare il Venezuela; né sull’immensa maggioranza dei media privati, che esaltano i delitti degli oppositori, mentre nascondono le massicce e partecipate manifestazioni per la pace delle maggioranze bolivariane.

Nessun movimento studentesco del mondo conterebbe nemmeno con l’appoggio dei tre gruppi di editori dell’America Latina, il GDA (Gruppo di Giornali delle Americhe), l’ANDIARIOS (Associazione degli Editori di Giornali e Mezzi Informativi) e il PAL (Gruppo Periodici Associati Latino-americani), che raggruppano i proprietari di 82 giornali, i quali si impegnano a pubblicare quotidianamente una pagina sul Venezuela.

E in nessun caso, movimenti studenteschi o giovanili accetterebbero né godrebbero dell’appoggio dell’ex-presidente colombiano Uribe, che cerca di raccogliere un milione di firme a favore del rovesciamento del governo legittimo del Venezuela; del presidente dell’OEA, il quale ha cercato di inviare una commissione investigatrice al paese; dell’Alto Commissariato dei Diritti Umani dell’ONU, che chiede al Venezuela che giudichi i responsabili degli attacchi contro i manifestanti anti-governativi (http://www.ultimasnoticias.com.ve/noticias/actualidad/politica/onu-pide-a– venezuela-enjuiciar-la-muerte-de-manife.aspx#ixzz2tX88l5ZO); del Segretario di Stato statunitense, e della Camera dei Rappresentanti di quel paese, la quale deplora “l’imperdonabile violenza perpetrata contro dirigenti oppositori e manifestanti nel Venezuela”.

Nemmeno uno solo di tali gruppi mediatici, organismi e politici si sono mai mobilitati a favore di giovani o di studenti come quelli che reclamano la gratuità dell’ educazione superiore in Chile e altri paesi: nessuno si è pronunciato sulla protesta a scala nazionale delle classi lavoratrici colombiane contro il TLC; hanno sempre manifestato a favore di interventi imperiali atroci contro governi democratici o nazionalisti.

Mediante la realizzazione di atti violenti sproporzionatamente esagerati e criminalmente esaltati da parte delle menzionate catene di media, i terroristi incappucciati cercano solo di giustificare un colpo di Stato, un intervento straniero, o l’istituzione di un “territorio liberato” che legittimi una secessione dei ricchi stati della frontiera.

 

 

 

 

Terrorismo mercenario

 

Questo quadro già abbastanza fosco, si aggrava se si prende in considerazione la conversazione telefonica registrata del dirigente oppositore Requesens, nella quale questo discute con un complice sull’abbandono delle loro attività da parte di alcuni terroristi, perché non è stato loro pagato completamente lo stipendio di mille bolívares quotidiani per le loro attività distruttive, né quello di tre mila bolívares ai motorizzati. Non approviamo l’intercettazione di comunicazioni private, eppure ancora meno siamo d’accordo con il pagamento di mercenari per assassinare compatrioti.

Da parte sua, il Ministro dell’Interno e della Giustizia Miguel Rodríguez Torres ha dichiarato che tra i detenuti si trovano paramilitari. Queste notizie rivelano in forma decisiva la vera composizione di parte dei gruppi che realizzano atti terroristi, e spiegano la presenza di tratti e procedimenti alieni agli studenti, tali come l’assassinio selettivo mediante spari alla testa, il sabotaggio in grande scala e la indiscriminata aggressione contro i beni pubblici e privati.

Da un decennio metto in guardia contro un’infiltrazione paramilitare che sostituisce la teppa creola, domina il commercio informale e il contrabbando da estrazione, impone gabelle, fa pagare le vaccinazioni, traffica in persone e stupefacenti, legittima capitali, gestisce bingo e casinò, compra imprese di trasporto e di produzione e assassina sindacalisti agrari e urbani. A questo proposito, ho segnalato:

A queste cifre già di per sé preoccupanti, si deve aggiungere la continua penetrazione in Venezuela di paramilitari colombiani, che secondo fonti degne di ogni credito, fanno pagare le “vaccinazioni” e istituiscono gabelle negli stati di frontiera, e, secondo il Presidente Hugo Chávez Frías, sono ormai arrivati fino alla Capitale.

I paramilitari si istallano in zone popolari, investono fondi del narco-traffico in attività come il prestito usuraio agli ambulanti, la tratta di persone, il traffico di droghe, il sicariato e il gioco illegale di bingo, casinò e macchinette negli spacci di alimenti e bar, e alcuni dirigono linee di trasporto negli stati limitrofi e altre industrie di importanza strategica.

Questi nuclei paramilitari potrebbero essere teste di ponte e Quinte Colonne di un intervento, scatenare una guerra civile, e nel caso di un conflitto interno, potrebbero impedire una mobilitazione dei settori popolari come quella che ha deciso il 13 aprile 2002. (La pace con la Colombia. Caracas, Ministero della Comunicazione e dell’Informazione, 2008).

Ho ripetuto l’allarme in libri come La cuestión colombo-venezolana, in collaborazione con Iraida Vargas, Mario Sanoja, Eva Golinger, Miguel Ángel Pérez Pirela e Sergio Rodriguez, con prefazione di Piedad Córdoba, Caracas, Editorial Ipasme, 2012, e La invasión paramilitar. Operación Daktari, in collaborazione con Miguel Ángel Pérez Pirela, Caracas, Correo del Orinoco, 2012.

Siamo di fronte alla materializzazione di questi allarmi. Una rete di agenti provocatori radicati nei principali municipi oppositori e protetti dalle polizie di questi non potrebbe mantenersi durante quasi un mese, senza il sostegno di una complessa rete terrorista. Lo ricorda anche, in un intelligente articolo, Julio Escalona:

“Il capitale finanziario transnazionale si è andato associando al narco-traffico, al traffico delle armi, delle persone, al lavaggio del denaro, al commercio di schiavi, etc. È probabile, da quanto descritto, che si stia creando un vincolo tra settori finanziari associati in particolare all’opposizione di estrema destra con il crimine transnazionale e con i problemi di sicurezza che affliggono la società venezuelana e ad altre del nostro continente latino-caraibico. Questa associazione è un’altro dei punti di forza della destra fascista, che si dà da fare in Venezuela.

Per queste e per altre vie, il capitale finanziario si relaziona con la formazione di grandi eserciti privati e, in generale, alla privatizzazione della guerra. Questi eserciti privati hanno partecipato alle guerre dell’Irak, dell’Afghanistan, della Libia, della Siria, della Colombia; alla destabilizzazione di governi, ad invasioni, uccisioni, attentati, sabotaggi… Sono eserciti di mercenari, che eufemisticamente sono chiamati “contrattisti civili”.

Il micro-traffico di droghe è una variante del crimine transnazionale, che, come già ho segnalato, si relaziona alla formazione di bande, con gli scontro tra di loro, la generalizzazione di rapine, sequestri lampo, il sicariato e le più diverse forme di criminalità. Questa è una delle radici dei problemi di sicurezza in Venezuela, in Messico, in Colombia, negli U.S.A. … Certamente, la sicurezza ha radici interne (anche quando oggi giorno è molto difficile definire la frontiera tra l’“interno” e l’“esterno”); eppure, le reti del crimine transnazionale si vanno estendendo attraverso gli interstizi della società venezuelana. Non è una semplice minaccia circostanziale. Ha un tremendo significato strategico in quanto grave minaccia alla sicurezza dello Stato, alla stabilità delle istituzioni, necessaria alla pace e alla vita quotidiana della nostra società, all’economia, alla salute, etc. È una componente essenziale della strategia di destabilizzazione permanente.

Hanno appreso dalla politica “sociale”, basata sui benefici e il terrore, promossa da Pablo Escobar e il “Chapo” Guzmán, ispirata alla più antica tradizione mafiosa.

Appoggiandosi alla stimolazione degli interessi individuali e a metodi illegali, orientati a rovesciare lo Stato e le relazioni di solidarietà, i gruppi narco-paramilitari sono venuti definendo qualcosa come una politica “sociale” mafiosa.

Un aspetto è la politica dei “micro-crediti”, che nel suo sviluppo può rapportarsi al micro-traffico di droghe, che, secondo il caso, può fornire fondi per cancellare i crediti ricevuti. E una subordinazione multipla.

Usando i fondi accumulati attraverso azioni criminali vanno distribuendo “crediti” tra la popolazione povera con diversi fini (consumo, micro-imprese, piccoli affari, problemi familiari…), però con il chiaro proposito di costruire reti di potere e andare soppiantando lo Stato venezuelano. Con i micro-crediti, combinati con l’estorsione, il ricatto e la paura, sono andati gettando le basi di una politica “sociale”, in corrispondenza, come già detto, con la più antica tradizione mafiosa.” (“La estrategia imperial de ingobernabilidad permanente contra el gobierno bolivariano”, 05-03-2014).

Il fenomeno ha anche richiamato l’attenzione di Raúl Zibechi, nel suo penetrante articolo “Derechas con look de izquierda”:

“In tutti i casi, le destre sono state capaci di creare un dispositivo “popolare”, come quello che descrive Rafael Poch, per destabilizzare i governi popolari, dando l’impressione che siamo di fronte a mobilitazioni legittime che finiscono per rovesciare governi illegittimi, sebbene questi siano stati eletti e mantengano l’appoggio di settori importanti della popolazione. In questo punto, la confusione è un’arte talmente decisiva, come l’arte dell’insurrezione che in altri tempi hanno dominato i rivoluzionari” (Alai-América Latina, 7-3-2014).

Dobbiamo prenderne atto: così come le aspirazioni imperiali di dominare la nostra industria degli idrocarburi e la presenza paramilitare sono costanti contro le quali bisognerà combattere sul lungo termine, dobbiamo anche prevedere una prolungata alleanza tra i due fattori per scatenare una scalata di violenza politica, che si sta aggiungendo alla già eccessiva violenza della teppaglia comune.

L’apparizione di questa nuova violenza terrorista di origine politico, appoggiata da gran parte dei media nazionali e internazionali e con collegamenti esteri, obbliga a considerare il problema della sicurezza insieme dal punto di vista geografico, sociale, economico, politico, strategico, culturale e internazionale, mediante il coordinamento di tutti gli organi dei poteri pubblici e tutte le forze sociali, per l’adozione di misure all’ altezza della gravità della situazione.

 

 

Libertà in Internet

 

L’Istituto Prensa y Sociedad sostiene che da parte dell’esecutivo nazionale si sarebbe messa in discussione la deliberazione cittadina nelle reti sociali; e che tra febbraio e marzo 2014 l’impresa twitter avrebbe accusato problemi generalizzati per un blocco parziale. L’impresa pubblica CANTV ha negato di averle realizzate, e l’impresa twitter non ha mai confermato che abbia mai avuto luogo un tale blocco.

A questo proposito, il Ministero del Potere Popolare per la Comunicazione e la Informazione riporta che, al contrario, “il Venezuela sta oggi diventando la vittima di una strategia di cyber-guerra; una serie di attacchi cibernetici e informatici che cercano di penetrare e distruggere la piattaforma di tecnologie della comunicazione e informazione del governo”. Nel corso di questa, “più di 160 siti internet pubblici di alta sensibilità come la Pdvsa, i Ministeri della Difesa e delle Finanze, la compagnia telefonica CANTV e il Consiglio Nazionale delle Telecomunicazioni hanno ricevuto attacchi sistematici per disabilitarli e penetrare i loro sistemi di informazione”. Ciò ha messo a rischio circa 266 mila domini pubblici e privati. Alcuni siti pubblici hanno ricevuto più di 10 milioni di attacchi in poche ore (Venezuela se respeta. minci.gob.ve.marzo 2014).

In Venezuela, non solo l’uso di Internet e delle reti sociali è pienamente libero, ma addirittura l’opposizione abusa di tali tecnologie per trasmettere messaggi di odio e di discriminazione. A titolo di esempio: Karen Rojas Mata: Bisogna ucciderli tutti, quei maledetti chavisti. Mayelis Colmenarez: Ogni volta che vedo degli chavisti, mi prende la tentazione di avere una mitragliatrice e tatatatata ucciderli. Oscary: Questo sgradevole momento nel quale stai in un gruppo di chavisti parlando del loro presidente e vuoi solo cacciare un fucile e ucciderli tutti.

A tutto questo si intreccia l’indiscriminata diffusione di voci e di menzogne, come le immagini di repressione da diversi luoghi del mondo, che si è preteso far passare per scene successe in Venezuela; gli annunci di presunti carenze nei magazzini; le profezie di crollo economico; l’attacco mediatico contro la stabilità della moneta; gli eventi inventati e tutta una gamma di strategie nelle quali si associa lo strumento di Internet e le reti sociali con la pratica del terrorismo, come anche l’isteria xenofobica che denuncia Eduardo Rothe nel su articolo “Del odio”:

“Come parte dell’attuale colpo di Stato contro la democrazia venezuelana, la CIA (che si ripete sempre) ha intensificato nelle reti sociali la sua campagna anti-cubana che ormai dura da 10 anni. È riuscita a infiltrare i cervelli oppositori: dall’infetto Padre Palmar fino alla ragazzina che si inizia in twitter, tutti riferiscono di camion di soldati cubani che arrivano a Caracas, o ufficiali del G2 dando ordini a Fuerte Tiuna. L’unica prova è il razzismo e le foto dei nostri militari: “In Venezuela non abbiamo negri tanto negri”…” (rothegalo@hotmail.com https://twitter.com/profesorlupahttp://www.aporrea.org/actualidad/a185471.htm)

 

 

Disponibilità di carta per la stampa

 

Secondo i rapporti dell’Istituto Prensa y Sociedad, durante la prima quindicina del 2014, circa 21 media stampati in 9 stati avrebbero avuto difficoltà ad acquistare carta per i quotidiani e altre componenti. La prima cosa che bisognerebbe domandare al suddetto istituto è a che titolo e con quali diritti illustrano di fronte a una Commissione per i Diritti Umani i problemi mercantili di varie società anonime. I Diritti Umani, come indica la loro stessa definizione, sono inerenti alla persona umana naturale; e non alle imprese, società o corporazioni.

Nonostante le lamentele di queste corporazioni che non sono soggetti di Diritti Umani sull’andamento dei loro affari, secondo riportato dal Ministero del Potere Popolare per la Informazione e la Comunicazione, nessuno di loro ha chiuso; alcune si sono limitate a stampare edizioni con meno pagine o a effettuare riduzioni di personale (Venezuela se respeta. minci.gob.ve.marzo 2014). A ogni modo non dobbiamo dimenticare che il giornalismo è nel mondo capitalista un ramo imprenditoriale sommamente competitivo, nel quale costantemente appaiono e spariscono media: perfino il tradizionale Newsweek è uscito dalle edicole negli Stati Uniti, per passare al formato digitale.

Bisogna ripetere al proposito che il Venezuela è un’economia mista, dove l’immensa maggioranza dei media di comunicazione operano come imprese private sulla base del minimo costo e del massimo profitto. Lo Stato venezuelano ha istituito nel 2003 un controllo cambiario destinato a frenare la fuga di valuta, che gli attribuisce l’ amministrazione e la destinazione di questa. Dentro di questa cornice legale, lo Stato ha fatto il possibile per fornire la liquidità necessaria perché la stampa continui funzionando normalmente. Si devono tenere in conto, ciò nonostante, alcuni fattori.

In primo luogo, alcune imprese non soddisfano la procedura indispensabile per ottenere liquidità preferenzialmente o con i requisiti richiesti. Altre imprese non rispettano la legislazione del lavoro che protegge i loro lavoratori e conseguentemente non possono presentare le solvibilità lavorative che richiedono le norme.

In altri casi ancora, alcune imprese la cui gestione finanziaria non è favorevole, ricorrono all’argomento della mancanza di carta per effettuare riduzioni di personale o per giustificare in anticipo un possibile lock out e il mancato rispetto delle proprie obbligazioni lavorative. Imprese che si trascinano una lunga storia di insuccessi economici da molto prima che si stabilisse il controllo dei cambi, o che sono finanziate dall’estero per diffondere messaggi destabilizzatori approfittano così delle circostanze per attribuire i loro fallimenti allo Stato.

Infine, altri piccoli media della carta stampata sono vittime della speculazione da parte dei loro colleghi che importano la carta, e anche attribuiscono la propria situazione allo Stato. A proposito, il deputato Julio Chávez segnala che grandi imprese venezuelane distributrici ed editrici hanno importato carta in bobina per prodotti stampati, avvalendosi di liquidità concessa dallo Stato a un tasso di 6,30 bolívares per un dollaro, e lo rivendono ai loro colleghi impresari a un tasso di dollaro libero, circa dieci volte maggiore (http://www.minci.gob.ve/2014/01/diputado-chavez-grandes-diarios-revendían-papel-periodico-importado-con-dolares-de-cadivi). Così si sono importate nel 2013 circa 140.000 tonnellate metriche di carta.

Il presidente eletto Nicolás Maduro ha dichiarato che negli ultimi anni si sono concessi a diversi impresari circa 60.000 milioni di dollari, affinché acquistassero le componenti necessarie per i loro affari e per comprare e rivendere prodotti necessari all’economia del paese.

Ebbene, secondo dichiarazioni del ministro delle Finanze Jorge Giordani e dello stesso presidente Maduro, gli impresari ai quali si sono concesse queste quantità di liquidità al tasso preferenziale di 6,30 bolívares per dollaro, invece di importare nel paese i beni per il cui acquisto furono attribuite, hanno realizzato importazioni fittizie o semplicemente non hanno realizzato nessuna importazione, conservandosi le somme concesse in valuta preferenziale, e vendendo le proprie materie prime come se fossero state acquistate con dollaro libero. Alcuni piccoli organi di stampa sono stati vittime dell’avidità di questi importatori fraudolenti, e lo Stato, nella misura del possibile, ha concesso loro liquidità a un tasso preferenziale affinché realizzassero da se stessi l’importazione, per proteggere alcune imprese private contro la speculazione da parte di altre.

D’altro canto, nel Rapporto Annuale del National Endowment for Democracy per il 2012, consta che quest’anno la NED ha destinato 1.338.331 dollari a organizzazioni e progetti in Venezuela, per attività vincolate alla responsabilità di governo, all’educazione civica, alle idee e valori democratici, alla libertà di informazione, ai diritti umani e altre di questo tipo. Lo stesso anno si sono assegnati 465.000 dollari addizionali per fortificare il movimento operaio latino-americano, mentre l’Istituto Repubblicano Internazionale somministrava 645.000 dollari e l’Istituto Nazionale Democratico per gli Affari Internazionali contribuiva con altri 750.000 dollari. Sono le quantità che rivelano i documenti ufficiali della NED, che non tradiscono le altre sovvenzioni pagate dalla CIA, dalla NSA, dalla DEA e da altre agenzie di sicurezza statunitensi, e nemmeno comprendono quelle sborsate da organi privati, come la Fondazione Società Aperta di George Soros, o il Dialogo Interamericano, che allo stesso modo versano fiumi di denaro per “fortificare la società civile in Venezuela”, ossia, per finanziare l’opposizione. Da parte sua, l’avvocatessa e comunicatrice Eva Golinger, calcola che dal 2002 fino al presente, gli Stati Uniti hanno trasferito a queste agenzie e istituzioni “promotrici della democrazia e della società civile” più di 100 milioni di dollari, per sostenere le attività dell’opposizione al governo bolivariano.

Di fronte a tali cifre, bisogna responsabilmente richiedere una verifica sulla loro destinazione e utilizzo finale. Come è possibile che tanti fiumi di liquidità si siano versati all’opposizione venezuelana, e che i principali attori politici di questa, la fazione dei mezzi di comunicazione privati che durante 14 anni ha sostenuto incondizionatamente colpi di Stato, sabotaggi petroliferi, blocchi patronali, assassinii selettivi, tentativi di magnicidio, importazione di paramilitari e violenze terroriste, non li abbiano investiti in una componente fondamentale per questi obiettivi, come lo è la carta per la stampa? Cosa è stato di tali somme colossali? Lo Stato democratico venezuelano ha l’obbligo di rinnovare o requisire agli agenti del terrorismo le somme che questi hanno sprecato? O forse sarebbe meglio che l’ opposizione venezuelana e i media da lei diretti spiegare di fronte all’opinione pubblica nazionale e mondiale l’origine, l’uso e soprattutto la destinazione di tante e tali quantità? La maggioranza democratica al governo e soprattutto la minoranza oppositrice sono egualmente interessati in questo indispensabile dibattito. E anche, incidentalmente, il popolo statunitense, che paga le proprie imposte perché le agenzie di sicurezza le dilapidino nell’appoggiare gruppi che le impiegano infruttuosamente.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

Ripreso l’accesso al Quartiere Palestinese di Yarmouk

da Sana.Sy

E’ ripartita ieri e proseguirà fino a domani, la consegna dei soccorsi alla popolazione del campo di Yarmouk assediati dai gruppi terroristici.

In una dichiarazione all’Agenzia SANA, il Direttore del Comitato generale per i profughi arabi palestinesi in Siria, Ali Mustapha ha spiegato che l’accesso al nuovo carico di aiuti umanitari si svolge sotto la supervisione del Comitato di Soccorso e in collaborazione con l’UNRWA al fine di distribuire circa 900 cesti alimentari. Mustapha ha precisato che le bande armate ostacolano la fornitura di aiuti ai residenti del campo.

Da parte sua, il membro del Comitato Centrale del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – Comando generale, Kifah Abou Ghazi, ha dichiarato che le persone del campo vivono in una condizione tragica, a causa delle pratiche delle bande terroristiche, sottolineando che gli atacchi dei terroristi impediscono l’ingresso degli aiuti umanitari al campo di Yarmouk.

In una dichiarazione simile, il direttore del Dipartimento politico dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l’ Ambasciatore Anwar Abdul Hady, ha osservato che dopo l’accordo con i funzionari siriani, la distribuzione di aiuti alimentari nel campo è ripresa da ieri mattina.

L’Ambasciatore Abdul Hady ha assicurato che l’organizzazione non risparmierà alcuno sforzo per fornire aiuti umanitari alle persone nel campo di Yarmouk, in collaborazione con il governo siriano e l’UNRWA per alleviare le sofferenze del popolo palestinese, dentro e fuori dal campo, al fine di giungere ad una soluzione della crisi nel campo, con la consegna delle armi, l’allontanamento degli uomini armati, per consentire alle famiglie di tornare alle loro case.

Inoltre, si è focalizzata l’attenzione sui servizi offerti dal governo siriano per alleviare le sofferenze dei palestinesi in tutti i campi, compreso quello di Yarmouk.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Cuba solidale con la Siria

da Sana.Sy

La Scuola Latinoamericana di Medicina (ELAM), a Cuba, è stata protagonista di un atto di solidarietà con la Siria, organizzato dall’Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli (ICAP) e l’Associazione di Amicizia Cubano–Araba, in collaborazione con l’Ambasciata di Siria a Cuba e l’Unione degli studenti siriani.

Rodrigo Alvarez Cambras, Presidente dell’Associazione di Amicizia Cubano-Araba, ha espresso la solidarietà di Cuba al popolo siriano contro la guerra imperialista di terrore, condotta nei suoi confronti.

Cambras ha anche denunciato l’ingerenza straniera negli affari interni della Siria, chiedendo il rispetto del diritto del popolo siriano all’autodeterminazione. A sua volta, l’incaricato d’affari siriano a Cuba, Ghassan Haidar, ha sottolineato la determinazione della Siria a sradicare il terrorismo, grazie ai sacrifici delle sue forze armate.

Haidar ha ringraziato la Russia, la Cina e i paesi dell’ALBA, in particolare Cuba, per la sua posizione ferma in appoggio alla Siria.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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