ONU: Lukashenko attacca chi vuole destituire Assad

da hispantv

Il presidente della Bielorussia, Alexander Lukashenko, ha criticato i paesi che chiedono la destituzione del presidente siriano Bashar al-Assad.

«Perché avrebbe ucciso, perché dovrebbe essere rovesciato l’attuale presidente, che cosa ha fatto di male?» ha chiesto Lukashenko intervenendo alle Nazioni Unite a margine della 70a sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite.

Inoltre, ha ricordato l’interferenza dell’Occidente in Iraq e il pretesto della presunta presenza di armi chimiche in Iraq, denunciando che si sta ripetendo lo stesso scenario in Siria al fine di rovesciare Assad.

Il presidente bielorusso ha chiesto che i paesi occidentali pongano fine alle interferenze negli affari interni di altri paesi, tra cui la Siria e la Libia.

Per quanto riguarda la crisi dell’immigrazione in Europa, Lukashenko ha avvertito che questa situazione grave e violenta potrebbe diffondersi in tutto il mondo.

Allo stesso modo, il Presidente bielorusso ha sottolineato la necessità di creare fiducia reciproca tra i paesi del mondo e ha espresso preoccupazione per le pressioni, le sanzioni e le azioni militari, restrizioni causate dalla egemonia e l’egoismo nazionale.

A questo proposito, Lukashenko ha invitato tutti i paesi a stabilire un mondo multipolare basato sul rispetto per la diversità culturale e il diritto dei popoli a scegliere il proprio percorso di sviluppo.

Nel suo intervento, ha anche ricordato che il suo paese sta rispettando gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio e le priorità della lotta contro la povertà, l’analfabetismo, la parità di genere e la stabilità politica e sociale interna.

Inoltre, ha concluso Lukashenko ricordando due sanguinose guerre mondiali che hanno coinvolto il territorio bielorusso, ha ribadito che nessun paese può svilupparsi senza stabilire la pace e la sicurezza.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

ONU: Maduro e Morales denunciano i disastri dell’imperialismo

da L’antidiplomatico 

Nei loro interventi alla 70a Assemblea Generale dell’ONU, Il Presidente venezuelano Nicolás Maduro e il suo omologo boliviano, Evo Morales hanno evidenziato come le guerre imperialiste siano il principale fattore dei problemi che affliggono l’umanità

Come riportato da Hispantv e RT, i Presidenti Del Venezuela e della Boliva, Nicolás Maduro e Evo Morales, nei loro interventi alla 70a Assemblea generale dell’ONU, si sono scagliati contro le politiche imperialiste che hanno causato disastri umanitari, ecologici ed economici.

«La guerra è il miglior business del capitalismo», ha dichiarato Morales, denunciando coloro che sostengono le politiche neoliberiste, ovvero i paesi sviluppati, quando queste politiche attaccano i più bisognosi.

«Come risultato delle guerre imperiali, oggi gli oceani sono diventati i cimiteri dei rifugiati che periscono in mare, dal momento che i loro paesi sono diventati trincee della guerra», ha aggiunto Morales.

Il presidente boliviano ha sottolineato che esistono le «fabbriche di guerra, si demonizzano i leader e gli stati progressisti e si criminalizza il loro orientamento anti-capitalista». Inoltre, Morales ha avvertito che le politiche del sistema capitalista non soddisfano i bisogni dell’umanità. «Ogni giorno l’impero crea veri eserciti di fanatici religiosi che non possono controllare, come l’esercito dello Stato islamico», ha spiegato commentando le accuse che gli Stati Uniti sostengono le organizzazioni terroristiche.

Inoltre, Morales ha annunciato che la politica del capitalismo colpisce direttamente l’ambiente e lo sviluppo sostenibile, a tal proposito ha chiesto ai governi di lavorare insieme per un mondo di maggiori opportunità.

Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venzuela, Nicolás Maduro sulla stessa linea di Morales, ha denunciato che le «causa concrete, specifiche, che hanno avuto un impatto devastante sui popoli fraterni di Afghanistan, Iraq, Libia e Siria, non sono altro che le guerre ingiuste, un tentativo di controllare il mondo da parte una sola potenza egemone che cerca di avere il suo dominio sui popoli».

Inoltre, Maduro ha sottolineato che l’origine della povertà e della miseria nel mondo è la disuguaglianza sociale che si deve quindi combattere con la creazione di un nuovo modello economico e sociale.

Allo stesso modo, ha chiesto la fine della ingiustizie e delle guerre imperialiste con l’intenzione di stabilire le condizioni che dirigano l’essere umano verso i suoi “nobili obiettivi”.

Egli ha aggiunto che l’aggressione e la conquista di interi paesi ha causato il flusso di richiedenti asilo che provengono da paesi arabi coinvolti nella guerra, coloro che fuggono dalla miseria e dolore.

«Pensiamo ad una casa comune dei popoli che si basi sulle loro relazioni sul rispetto del diritto internazionale e dei popoli che vedano l’Agenda 2030 come un Agenda umana di costruzione, pace, felicità e giustizia universale», ha concluso.

Quito 28sept2015: Solidaridad con los Cinco Heroes Cubanos

Bielorussia: un paese dal volto giovane

di Danilo Della Valle

Per molti esperti, il prossimo mese di Ottobre sarà un importantissimo mese per il futuro della Repubblica di Bielorussia. La Russia Bianca resta infatti l’ultimo avamposto antimperialista in Europa, l’ultimo Paese ancora fedele alla Madre Russia, sotto attacco Nato ormai da molto tempo. In verità la Repubblica governata da Alexander Lukashenko è stata oggetto di un tentativo di cosiddetta “rivoluzione colorata” già nel 2010, ma il tentativo non andò a buon fine, nonostante l’impegno dei vari sponsor (ONG) e media stranieri.

Con la crisi Ucraina, il governo Bielorusso si è ritagliato uno spazio importante nello scenario internazionale cercando di fare da paciere e cercando di risolvere il conflitto in maniera pacifica e senza ulteriore spargimento di sangue tra fratelli.

Tra poco meno di un mese il governo Lukashenko sarà chiamato ad una grande prova, quella delle elezioni.

Di seguito proponiamo una intervista al Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista di Bielorussia nonché membro del Comitato esecutivo della città di Minsk, Nikolay Viktorovich Volovich. Il Partito Comunista di Bielorussia (PKB) nacque nel dicembre 1918 a Smolensk e nei giorni della Grande Guerra Patriottica fu il principale organizzatore della Resistenza antinazista. Oggi il Partito Comunista di Bielorussia è uno dei maggiori partiti della Repubblica di Belarus, ha una sua importante rappresentanza al Parlamento, alla Camera dei Deputati, nelle autorità esecutive, e nei vari consigli locali, inoltre conta circa 7.000 membri.

  1. – Ad ottobre ci saranno le elezioni Presidenziali in Bielorussa, il suo Partito appoggia la candidatura del Presidente in carica Alexander Lukashenko, quali sono i punti in comune con il suo programma elettorale?

        – Le prossime elezioni del Presidente della Repubblica di Belarus avranno un valore politico importante non solo per il  Partito Comunista di Belarus, ma anche, più in generale, per la Repubblica di Belarus.

L’11 ottobre dovremmo fare una scelta importante che definirà la prospettiva dello sviluppo sociale, economico e politico del paese per i prossimi 5 anni. Il nostro partito non ha proposto il suo candidato presidenziale. Al XI (XLIII) Congresso straordinario del KPB  è stata approvata la decisione di sostenere la candidatura del Capo dello Stato Alexander Grigoryevich Lukashenko alla Presidenza della Repubblica di Belarus.

Il nostro sostegno alla candidatura dell’attuale Presidente di Bielorussia è dovuto al fatto che alla base del corso sociale, economico e politico condotto da Alexander Lukashenko ci sono idee di un lavoro costruttivo e di una società di giustizia sociale, libera dai principi della bugia redditizia. Queste condizioni coincidono completamente con le condizioni del programma del nostro partito. Sia nella sua base che nella base dell’ideologia socialista.

  1. – Alcuni giornalisti e politologi, in Occidente, credono che la Bielorussia possa esser il prossimo Paese ad esser destabilizzato sull’onda della “rivoluzione colorata” Ucraina, crede ci possa esser un tentativo da parte delle opposizioni con l’appoggio di ONG internazionali?

      –  Non ci sarà mai un altro Maidan in Bielorussia. È già stato dichiarato dal Presidente della Repubblica di Belarus Alexander Lukashenko. Certamente la nostra “quinta colonna” può cercare di destabilizzare la situazione con l’aiuto di sponsor stranieri. Ma in genere, nel nostro paese, noi non abbiamo tali prerequisiti sociali e politici che hanno condotto Kiev a Maidan a suo tempo.

  1. – Negli ultimi anni sembra esser ritornati ad una sorta di guerra fredda, molti sono i Paesi sotto attacco dell’Imperialismo, quale è la posizione del suo Partito riguardo quello che accade in Ucraina, Siria ecc. Ecc.?

– In 25 anni dall’indipendenza dal centro industriale, scientifico e culturale della ex URSS, l’Ucraina si è trasformata in un paese povero con l’industria distrutta e l’economia che, oltre ad esser distrutta dalla guerra civile, è governata da un gruppo oligarchico.

Naturalmente per l’Europa e gli Stati Uniti non esiste nessun obbligo morale riguardo agli stati-limitrofi. Essi senza rimorsi hanno finanziato e istigato le guerre in Libia, Siria, Iraq, Jugoslavia, rovinano i paesi latino-americani e africani dove “la gente di Maidan” crede in un “futuro luminoso”, ma poi alla fine resta con niente, sporcata con il sangue dei compatrioti. È immorale? Senza dubbio, ma la loro politica è così. Dopo tutto l’élite occidentale agisce in corrispondenza dei propri interessi. Sono convinto che una via d’uscita c’è ed è lo sviluppo dei processi d’integrazione tra i Paesi non allineati.

  1. – Il Partito Comunista Bielorusso è molto attivo sulla questione Ucraina, come giudica la decisione di pochi giorni fa di mettere fuorilegge il Partito Comunista Ucraino?

      – Tutto quello che sta succedendo non solo in Ucraina, ma in tutto il mondo non ha niente in comune con la democrazia originale che presume la possibilità della gente di influenzare il processo decisorio al livello statale più alto in favore dei propri interessi. È difficile da esprimere lo shock che provi leggendo la legge che vieta la simbologia sovietica e comunista, e la decisione di mettere fuori legge il KPU. La legge non è ancora stata firmata dal presidente, ma i monumenti sovietici li hanno già iniziati a distruggere. Ma i comunisti ucraini non si arrenderanno. Nonostante la pressione, la repressione giudiziaria e le minacce di violenza fisica, continuano a combattere organizzando ed attuando azioni di protesta, conducendo il lavoro di propaganda nelle strade delle città.

  1. – L’Europa, e l’Italia in particolare, sta soffrendo moltissimo per la situazione di sanzioni e contro-sanzioni che si è venuta a creare con la Russia. Come la Bielorussia vive questa situazione instabile dal punto di vista delle relazioni commerciali?

– Le tendenze negative nella economia della Russia indubbiamente hanno intaccato le relazioni economiche e politiche con la Bielorussia. Gli esperti occidentali parlano di un deflusso degli investimenti dalla Russia in generale, e un  ritardo della economia. Il nostro paese dipende dalla Federazione Russa in molti parametri perciò, naturalmente, tutto questo si è riflesso considerevolmente sulla Repubblica di Belarus.

  1. – Dopo la sparizione fisica di Chávez il popolo Bielorusso è stato tra quelli più attivi nella commemorazione del Comandante, determinata dalla grande collaborazione tra i due Paesi. In quali progetti i due Paesi hanno collaborato e quali prospettive future di sviluppo ci sono tra la Repubblica di Bielorussia ed i Paesi dell’ALBA?

– Le relazioni tra la Repubblica di Belarus e la Repubblica Bolivariana del Venezuela furono istituite nel 1997 nella missione permanente di Belarus all’ONU a New-York. Lo stabilimento delle relazioni così ritardato (vi ricordiamo, la stessa cosa avvenne con i più grandi paesi della regione ancora nel 1992) testimoniò la sottovalutazione da parte bielorussa del ruolo potenziale del Venezuela nella regione.

Le visite reciproche dei due Presidenti hanno promosso la crescita importante dello scambio di merci tra i due Paesi. Se nel 1998 questo scambio fece 3,6 milioni di dollari, nel 2005 — 15,6 milioni di dollari, già nel 2007 — 100 milioni di dollari, con l’aumento predetto fino a 650 milioni di dollari, che mette il Venezuela al secondo posto nella regione sul volume di cooperazione economica (vi ricordiamo, al primo posto resta sempre il Brasile con lo scambio di merci di 1,3 miliardi di dollari). La nomenclatura delle merci esportate si è estesa considerevolmente — oltre ai fertilizzanti potassici la Repubblica di Belarus ha cominciato a consegnare la produzione di tecnologie avanzate al Venezuela.

La cooperazione con il Venezuela per la Repubblica di Belarus ha permesso di trovare un nuovo partner e un alleato, ha aperto parecchie opportunità per la realizzazione del potenziale economico, scientifico e militare.

In 10 anni a partire dal momento in cui sono stare stabilite le relazioni tra i due Paesi, fu creata una considerevole base legale. “Lo sfondamento venezuelano” è diventato indicativo in molti aspetti per la diplomazia bielorussa perché ha fatto rivedere sotto altra luce le prospettive del continente latinoamericano. La cooperazione bilaterale si è sviluppata in una partnership strategica che è causata da parecchi fattori. In primo luogo, la coordinazione al livello politico con il partito venezuelano permette alla Bielorussia di ottenere il sostegno potente in parecchie organizzazioni internazionali (prima di tutto, nel Movimento dei Paesi non Allineati). In secondo luogo, sul piano economico il Venezuela oltre a una prospettiva di mercato interno è anche “la chiave” al mercato di tutta la regione latino-americana, cosa su cui insisteva anche Chávez. Per il Venezuela la Bielorussia è il fornitore di tecnologie avanzate, e anche il compagno in cooperazione militare e tecnica. L’ultimo aspetto è molto importante per il governo Venezuelano tenendo conto della pressione permanente da parte degli Stati Uniti.

         Lo sviluppo dei rapporti con il Venezuela permetterà ai reparti produttivi bielorussi di cambiare concettualmente le idee di prospettive di sviluppo delle relazioni con i paesi dell’America Latina.

  1. – La Bielorussia per molti è ancora un Paese sconosciuto, i media Occidentali non menzionano mai i dati internazionali dove risulta che la Bielorussia ha una percentuale di disoccupazione bassissima, livello di istruzione elevatissmo, grande sviluppo tecnologico, ecc ecc. Ci racconti la Bielorussia vista dai suoi occhi.

– Il mio Paese lo vedo esattamente come lei vede la Sua famiglia – stabile, un Paese con un volto giovane e a misura d’uomo.

La Bielorussia è la mia famiglia, e vorrei che nel mio Paese non ci fosse mai alcun problema. Noi non creiamo problemi ai nostri vicini, siamo un Paese dignitoso, che è sempre più autosufficiente e indipendente.

Ccs 25sept’15: Liga Latinoamericana para el Retorno a Palestina

Quito 28-30sept2015: II Encuentro LatinoAmericano Progresista

Quali armi ha ricevuto la Siria dalla Russia?

da al manar

Fonti statunitensi hanno riferito ieri che la Russia ha ormai schierato 28 aerei da combattimento in Siria, oltre a elicotteri, droni di ricognizione e altre “attrezzature militari sofisticate.” Secondo varie fonti, questi aerei sarebbero del tipo MIG-29, Sukhoi-30 e Sukhoi-34.

Questi aerei possono essere usati con i piloti sia siriani o russi per attaccare le roccaforti dei gruppi terroristici.

Il Sukhoi-30 è un velivolo biposto e bimotore. Appartiene alla categoria degli aerei da combattimento multiruolo di quarta generazione e serve per ottenere la superiorità aerea e per colpire gli obiettivi nemici a terra in tutte le condizioni atmosferiche con missili guidati e non.

Il Su-30 può effettuare attacchi missilistici su lunghe distanze senza entrare nelle zone di difesa aerea nemica. È anche possibile attaccare i diversi obiettivi contemporaneamente ed ha una vasta manovrabilità.

Il Sukhoi-34 caccia-bombardiere è un due posti bimotore a lunga distanza, ad alta manovrabilità e ad alta capacità di attacco 4.5 generazione. È particolarmente adatto negli attacchi in profondità all’interno del territorio nemico, ed è dotato di bombe a guida laser o caduta libera, un cannone da 30 mm che spara missili esplosivi o incendiari.

Il MI-28 è un elicottero d’attacco chiamato “Night Hunter”. Ha un cannone da 30 millimetri che spara fino a 900 colpi al minuto. È dotato anche di bombe e missili. La Siria ha ricevuto questi elicotteri insieme ad altro tipo di Mi-23 e Mi-25.

Il Tank T-90 era il più moderno delle Forze armate russe fino all’entrata in funzione del T-14. Sulla base del disegno del carro armato T-72, pesa 46,5 tonnellate ed è dotato di un cannone di 125 mm di una mitragliatrice di 7.62. È inoltre possibile trasportare missili. Ha una corazza reattiva di terza generazione.

Una fonte militare siriana ha confermato l’arrivo di queste armi e l’inizio dei voli di ricognizione di droni a lungo raggio venerdì scorso. La fonte militare siriana ha aggiunto che sarà subito tangibile l’impatto di queste nuove armi russe ed ha spiegato che alcune sono già state utilizzate contro l’Isis vicino Deir Ezzor e Raqqa, nel nord della Siria.

Sembra, inoltre, che siano state utilizzate nel bombardamento di Palmira di martedì scorso, che ha ucciso 38 terroristi dell’Isis. Durante i bombardamenti sono state impiegate «armi di alta qualità, tra le quali missili che colpiscono il bersaglio con precisione». Le fonti siriane hanno tra l’altro annunciato: «Abbiamo ricevuto armi di alta qualità che aiutano a individuare e distruggere il bersaglio con la massima precisione, così come i radar».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Yemen: oltre 5.000 civili uccisi dalla coalizione saudita

da l’antidiplomatico

Sono 5.412 i civili yemeniti uccisi dagli attacchi aerei avviati della Coalizione saudita dal marzo scorso: 1.603 sono bambini sotto i 14 anni e 1.258 donne.

Il portale web di notizie sul mondo arabo, Al Masdar, ha riportato la dichiarazione del ministro della Salute dello Yemen, Tamim Al-Shami, secondo la quale, gli attacchi aerei della coalizione saudita hanno ucciso un totale di 5.412 civili yemeniti dall’inizio di questi attacchi disumani per preservare il potere politico del presidente esiliato, Abd-Mansour Hadi Rabbah.
Il 25 marzo 2015, l’impopolare presidente yemenita, ‘Abd-Rabbah Mansour Hadi, è scappato dalla sua città natale, Aden, per trovare rifugio nella capitale saudita Riyadh, lasciando il suo paese senza leader e in completa confusione, in fuga dalla resistenza popolare yemenita che lo ha inseguito nel suo palazzo presidenziale di lusso a Sanaa.
In rappresaglia per aver tentato di deporre il loro più grande alleato politico nel paese, la famiglia reale saudita ha risposto con attacchi aerei implacabili su Sanaa e la campagna occidentale dello Yemen, uccidendo oltre 1.000 civili in soli due mesi di attacchi aerei.

Per ottenere sostegno al loro sforzo violento, i reali sauditi hanno creato una coalizione composta da alcuni stati arabi per bombardare la forza di resistenza conosciuta come “Houthi.”

Non volendo fare marcia indietro di fronte ai loro oppressori, gli Houthi e le fazioni di resistenza popolare yemenite hanno combattuto i tentativi ripetuti della Coalizione saudita per conquistare il loro territorio.
 
L’Arabia Saudita ha rifiutato di fare marcia indietro, nonostante questo elevato numero di vittime; al contrario, ha recentemente aumentato il numero di personale militare sul campo di battaglia nello Yemen, avviando un impegno a lungo termine.

(VIDEO) Assad: «Europa non sostenga il terrorismo»

da rt

«Il punto non è che l’Europa dovrebbe o non dovrebbe ricevere i rifugiati, ma c’è la necessità di affrontare le cause alla radice del problema», ha dichiarato il presidente siriano Bashar al Assad, in un’intervista concessa ad RT ed ad altri media russi. «Se gli europei sono preoccupati per la sorte dei rifugiati, la smettano di sostenere i terroristi».

Ecco il testo completo dell’intervista

Signor Presidente, a nome dei media russi: RT, Pervy Kanal, Rossiya 24, NTV, agenzie di stampa russa Rossiya Segodnia, TASS, Interfax e ‘Rossiyskaya Gazeta’, la ringraziamo per l’opportunità di parlare con lei durante questo difficile periodo della crisi siriana.

Ci sono molte domande circa la direzione in cui il processo politico di pace si svolge in Siria. Quali sono gli ultimi sviluppi nella lotta contro Stato islamico? In che stato è l’alleanza russo-siriano? Qual è la situazione del gran numero di rifugiati siriani?, Il tema che ha recentemente dominato i media europei.

La crisi siriana presto compirà cinque anni. Nonostante tutte le previsioni dell’occidente,  la sua estromissione era stata annunciata da molti leader, egli rimane presidente della Siria. Recentemente, c’è fu un’ondata di speculazione in merito alle riunioni tra alti funzionari del suo governo con i suoi avversari dell’Arabia Saudita. Ciò ha indotto l’ipotesi che si è avviato una nuova fase nel processo politico in Siria. Tuttavia, la successiva dichiarazione di Riyadh, che continua a insistere sulla sua estromissione, mostra che quasi nulla è cambiato, nonostante le minacce e le sfide che pongono gruppi come l’Isis.

Quindi, qual è la sua posizione sul processo politico? Cosa ne pensa dell’idea di condividere il potere e lavorare insieme con i gruppi di opposizione che continuano a dichiarare apertamente che in Siria non ci sarà alcuna soluzione politica senza la sua estromissione immediata? Hanno dimostrato che sono disposti a lavorare con lei e con il suo governo? Sappiamo anche che dall’inizio della crisi, molti di questi chiedono che ci siano riforme politiche e trasformazioni. Tuttavia, è possibile attuare tali cambiamenti ora nello stato attuale, con la guerra in corso e la diffusione del terrorismo in Siria?

– Permettetemi di rispondere alla vostra domanda in alcune parti, in quanto comprende diversi punti. Per quanto riguarda la prima parte della domanda sul processo politico, dall’inizio della crisi siamo stati in favore di un dialogo. Ci sono stati diversi cicli di colloqui per la Siria, Mosca e Ginevra. In realtà, l’unico ciclo di negoziati in cui abbiamo avuto successo è stato nel secondo incontro di Mosca. Non a Ginevra, o la prima a Mosca. Allo stesso tempo, questa fase era incompleta. E questo è naturale, perché la crisi è di grandi dimensioni. Incapace di trovare una soluzione in poche ore o giorni. Tuttavia, si tratta di un passo in avanti e siamo in attesa di un terzo round di colloqui a Mosca. Credo che in contemporanea con la lotta al terrorismo debba continuare il dialogo tra i partiti e gruppi politici siriani per raggiungere un consenso sul futuro del nostro paese. Dobbiamo continuare a muoverci in questa direzione.

Rispondendo alla seconda parte della sua domanda circa la possibilità di alcuni progressi, considerando la diffusione del terrorismo in Siria, in Iraq e nella regione nel suo complesso, come ho detto, dobbiamo continuare il dialogo al fine di raggiungere un consenso. Tuttavia, anche se ci riusciamo, non sarà possibile, mentre la gente muore, mentre lo spargimento di sangue continua e mentre la gente non si sente completamente al sicuro e fuori pericolo. Supponiamo che siamo stati in grado di negoziare con i partiti e le forze politiche su temi politici ed economici, la scienza, la salute o qualsiasi altra cosa. Ma come possiamo implementare questi accordi, se la priorità per ogni cittadino siriano è la sicurezza? Pertanto, siamo in grado di raggiungere un consenso, ma non possiamo attuare qualcosa fino a che non sconfiggeremo il terrorismo in Siria.

Dobbiamo sconfiggere il terrorismo e non solo quello dell’Isis. Sto parlando di terrorismo, perché ci sono molte organizzazioni, soprattutto l’Isis e al Nusra che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha dichiarato terroriste. Questo per quanto riguarda la questione del processo politico.

Per quanto riguarda la separazione dei poteri, in origine ha tenuto incontro con l’opposizione che lo ha accettato. Alcuni anni fa l’opposizione è diventata parte del Governo. Nonostante il fatto che la divisione dei poteri è regolata dalla Costituzione e le elezioni, le elezioni parlamentari in particolare e, naturalmente queste forze rappresentano il popolo, a causa della crisi, abbiamo deciso di condividere il potere per fare un passo in avanti, senza concentrarsi sull’efficacia di una tale decisione.

Per quanto riguarda il problema dei rifugiati, voglio dire che la posizione dell’Occidente e la campagna mediatica effettuata, soprattutto nell’ultima settimana, dice che queste persone sono in fuga dal governo siriano, che i media occidentali definiscono come ‘regime’. Tuttavia, da un lato, i paesi occidentali con un occhio piangono i rifugiati, con l’altro gli puntano la pistola,. Quello che succede è che, in realtà, queste persone hanno lasciato la Siria soprattutto a causa dei terroristi e la paura della morte e le conseguenze del terrorismo. In condizioni di terrore e distruzione delle infrastrutture, non si possono soddisfare le esigenze più elementari. Come risultato, le persone in fuga dal terrorismo cercano l’opportunità di guadagnarsi da vivere in altre parti del mondo. Pertanto, l’Occidente si addolora per i rifugiati sostenendo i terroristi dall’inizio della crisi.

Originariamente  l’Occidente ha definito gli eventi siriani “proteste pacifiche” poi “azioni dell’opposizione moderata” e ora supporta l’esistenza del terrorismo, ora si chiama Isis e Al Nosra, ma attribuisce la colpa al governo siriano, il “regime”, la Siria e il presidente siriano. Pertanto, pur continuando questa linea di propaganda, non hanno altra scelta che accettare più rifugiati. Il punto non è che l’Europa dovrebbe o non dovrebbe ricevere i rifugiati, ma la necessità di affrontare le cause alla radice del problema. Se gli europei sono preoccupati per la sorte dei rifugiati, smettere di sostenere i terroristi. È la nostra opinione sulla questione. Questa è la radice del problema dei rifugiati.

– Signor Presidente, , ha già toccato il tema dell’opposizione siriana interna nella sua prima risposta. Tuttavia, vorrei tornare sull’argomento, perché è molto importante e molto interessante per la Russia. Noi diciamo, cosa può fare l’opposizione siriana interna per cooperare in alcun modo con il governo e sostenerlo in questa lotta? Cosa è stato fatto stato e cosa può fare in generale? E come si fa a valutare le prospettive di un terzo round di colloqui a Mosca e Ginevra? È utile per la Siria data la situazione?

– Come sapete, ci troviamo in una guerra contro il terrorismo, che ha il sostegno di forze esterne. Ciò significa che è stata condotta  una guerra totale. Credo che ogni società, ogni patriota, qualsiasi partito che rappresenta le persone in queste situazioni debba unirsi contro un nemico comune – che si tratti di terrorismo interno o esterno. Se oggi chiediamo a qualsiasi siriano che vuole ora, la prima risposta sarà: sicurezza e stabilità per tutti. Pertanto, noi come forze politiche, sia all’interno del governo e fuori del governo, siamo tenuti ad unirci attorno alle richieste del popolo siriano. Ciò significa che, in primo luogo, dobbiamo unirci contro il terrorismo. Questo è evidente e logico.

Allora io dico che le forze politiche, il governo e i gruppi armati illegali che combattono contro il governo, devono unirsi per combattere il terrorismo. E questo è successo: alcuni gruppi prima combattevano il governo siriano, e ora si oppongono al terrorismo e sono dalla nostra parte. In questo senso hanno già preso alcune misure, tuttavia, vorrei approfittare del nostro incontro di oggi per fare appello a tutte le forze ad unirsi nella lotta contro il terrorismo, dal momento che questo è l’unico modo per raggiungere gli obiettivi politici fissati dalla Siria, attraverso il dialogo e il processo politico.

– Per quanto riguarda il terzo round di colloqui a Mosca o a Ginevra, pensa che possa essere promettente in tal senso?

– L’importanza del terzo round di colloqui a Mosca è dovuto al fatto che sarebbe una piattaforma di preparazione per il terzo a Ginevra. Il patrocinio Internazionale della riunione di Ginevra non è stato imparziale, mentre la Russia agisce su questo tema in modo imparziale e si attiene ai principi di legittimità internazionale e in conformità con la risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

In aggiunta, ci sono differenze di principio sul governo di transizione nella dichiarazione di Ginevra. È necessario che nel terzo turno di Mosca le citate controversie tra diverse forze in Siria siano risolte per raggiungere il terzo turno di incontri a Ginevra con una posizione consolidata. Ciò creerà le condizioni per il successo del terzo turno di Ginevra. Crediamo che Ginevra 3 possa avere successo senza quello di Mosca 3. Pertanto sosteniamo lo svolgimento della riunione a Mosca dopo il completamento della preparazione di questo forum, che dipende in particolare dalla parte russa.

– Signor Presidente, vorrei portare avanti la questione del sostegno straniero per la soluzione della crisi siriana. In questo contesto, vorrei chiedere: è chiaro che dopo la questione nucleare iraniana è stata risolta, Teheran avrà un ruolo sempre più attivo negli affari regionali. In questo senso, come si fa a valutare i recenti sforzi iraniani per normalizzare la situazione in Siria? E in generale, quanto è importante per voi il sostegno di Teheran? Ci sono tali aiuti militari? Se ci sono, in cosa consistono?

– Al momento non vi è alcuna iniziativa specifica dall’Iran. Tuttavia, ci sono idee preliminari e principi relativi a tale idee, che si basano sul principio della sovranità della Siria e, naturalmente, la decisione del popolo siriano e la lotta contro il terrorismo. Naturalmente i rapporti tra Siria e Iran hanno una lunga storia e hanno più di 35 anni. Siamo uniti da un rapporto di alleanza e una fiducia reciproca. Riteniamo pertanto che l’Iran giochi un ruolo importante.

La Siria difende l’Iran e il suo popolo. Questo paese supporta lo stato siriano nella politica, nell’economia e militarmente. Quando si parla di sostegno militare non è quello che sta cercando di vendere alcuni media occidentali come l’invio in Siria di gruppi militari iraniani: si tratta di una menzogna. Teheran ci fornisce equipaggiamenti militari. Naturalmente, manteniamo uno scambio di specialisti militari provenienti da Siria e Iran, ma questo scambio è sempre esistito. Naturalmente, questo tipo di cooperazione bilaterale si intensifica in condizioni di guerra. Sì, l’aiuto di Teheran è un fattore chiave per la forza della Siria di fronte a questa difficile guerra barbara.

– Come parte della nostra discussione sui fattori regionali e attori regionali, di recente lei ha parlato di coordinamento con il Cairo nel campo della sicurezza e della lotta contro il terrorismo, ha detto che i due paesi sono sullo stessa barricata nella lotta contro il terrorismo. Ciò che ha rapporti con Cairo oggi, dove esistono più strutture dell’opposizione? Sono contatti diretti o con la mediazione russa, soprattutto data la natura strategica delle relazioni russo-egiziane? Il presidente al-Sisi è un ospite atteso oggi a Mosca.

– Le relazioni tra Siria ed Egitto non si sono mai interrotte, anche negli anni precedenti, anche con il presidente Mohammed Morsi, che appartiene all’organizzazione terroristica Fratelli Musulmani. Tuttavia, diverse organizzazioni egiziane hanno insistito sul mantenimento delle relazioni, almeno a un livello minimo. Questo si spiega in primo luogo con il fatto che gli egiziani si rendono conto che cosa sta accadendo in Siria. La seconda ragione è che la lotta che abbiamo oggi è una lotta contro un nemico comune. Chiaramente è ormai evidente a tutti, perché il terrorismo si è diffuso in Egitto, Yemen, Siria, Libia, Iraq e altri paesi, compresi i paesi islamici come l’Afghanistan, il Pakistan e gli altri. Così ora posso dire che abbiamo una visione comune con l’Egitto.

Ma in questo momento, abbiamo solo relazioni a livello di organi di sicurezza.No a livello politico, ad esempio, non c’è contatto tra i Ministeri degli Affari Esteri dei due paesi. C’è solo la cooperazione tra le agenzie di sicurezza.

Non si possono fare pressioni sia sul Cairo che su Damasco al fine di evitare che siamo uniti saldamente. Naturalmente questi contatti non sono favoriti da Mosca, come le ha ipotizzato. I rapporti non sono mai stati interrotti, ma oggi siamo lieti di vedere che le relazioni tra Russia ed Egitto stanno migliorando. Mentre Damasco e Mosca hanno storicche relazioni solide e buone che le uniscono. È naturale che la Russia è felice per qualsiasi progresso nello sviluppo delle relazioni siro-egiziane.

– Signor Presidente, mi permetta di tornare al tema della lotta contro il terrorismo. Come considera l’idea di creare una zona franca di terroristi dello Stato islamico nel nord, al confine con la Turchia? E in questo contesto, come si fa a commentare la cooperazione indiretta dell’occidente con organizzazioni terroristiche come il Fronte al Nusra e altri gruppi radicali? E con chi sarebbe disposto a cooperare per combattere i terroristi dello Stato islamico?

– Se diciamo che ai confini con la Turchia non ci saranno sarà terroristi, significa che ci sono in altre regioni. Tale retorica è per noi inaccettabile. Il terrorismo deve essere eliminato ovunque. Più di tre decenni sollecitano la creazione di un’alleanza internazionale per combattere il terrorismo. Per quanto riguarda la cooperazione occidentale con al Nusra, questo è un fatto concreto. Sappiamo tutti che sia il Fronte Nusra e che l’Isis, la Turchia che ha stretti rapporti con l’Occidente, ha armi, denaro e volontari. Sia il Presidente Recep Erdogan e il primo ministro Ahmed Davutoglu non fanno nemmeno un passo senza prima coordinarsi con gli Stati Uniti e altri paesi occidentali. Sia il Fronte Nusra e che lo Stato Islamico devono il loro potere crescente nella regione alla protezione protezionismo dell’occidente che considera il terrorismo come un jolly periodicamente preso dalla manica e pronto per l’uso. Oggi vogliono usare il Fronte al Nusra contro lo Stato islamico, può essere perché, in una certa misura, lo Stato islamico è fuori controllo. Tuttavia, questo non significa che essi vogliono liquidare lo Stato islamico. Se avessero voluto, lo avrebbero già fatto. Per noi, lo Stato islamico, il Fronte Nusra e altri gruppi armati che uccidono i civili sono estremisti.

Con chi si può parlare? È una questione della massima importanza. Fin dall’inizio abbiamo detto che siamo pronti per qualsiasi dialogo se questo può ridurre la minaccia terroristica, e quindi portare ad una maggiore stabilità. Naturalmente, con questo intendo le forze politiche. Abbiamo anche parlato con alcuni gruppi armati e abbiamo raggiunto gli accordi, con la quale la pace è stata stabilita in alcune aree problematiche. In altre occasioni i paramilitari sono stati aggiunti all’esercito siriano. Ora combattono come gli altri e sacrificano la loro vita per il bene della patria. Questo è il dialogo con tutti, tranne coloro che ho già detto (lo Stato islamico, il Fronte al Nusra e gruppi simili) per una semplice ragione. Queste organizzazioni si basano su l’ideologia del terrore. Esse non sono semplicemente le organizzazioni che si ribellarono contro lo Stato come altre. No! Si nutrono di idee terroristiche. Quindi, il dialogo con loro non porterebbe a risultati reali. Non si può che combatterli e sterminarli. Non ci può essere dialogo con loro.

– Parlando di partner regionali, con  quali si è disposti a collaborare nella lotta contro i terroristi?

– Naturalmente, collaboriamo con i paesi amici, soprattutto con la Russia, l’Iran, l’Iraq che lotta contro il terrorismo come noi. Per quanto riguarda gli altri stati, siamo aperti a collaborare con chiunque abbia una forte determinazione a combattere il terrorismo. Nel caso della cosiddetta coalizione contro il terrorismo contro lo stato islamico guidata dagli Stati Uniti, non vediamo questa determinazione. La realtà è che, anche se questa coalizione ha iniziato le sue operazioni, lo Stato Islamico continua ad espandersi. Non riescono a fare qualsiasi cosa. Questa coalizione in alcun modo cambia la situazione ‘sul terreno’. Paesi come la Turchia, Qatar, Arabia Saudita e la Francia, gli Stati Uniti e altri paesi occidentali che sostengono i terroristi non possono combattere il terrorismo. Non si può essere contemporaneamente contro i terroristi e dalla loro parte. Tuttavia, se questi paesi decidono di cambiare la loro politica (e che il terrorismo è come uno scorpione, se lo metti in tasca, inevitabilmente ti morde) noi non negheremo la collaborazione, ma che sia con loro una vera e propria coalizione contro il terrorismo non sia illusoria.

– Qual è lo stato l’esercito siriano? Le forze armate del paese e prendono più di quattro anni di combattimenti. Sono spossate dalla guerra o si consolidano? Ci sono ancora riserve per rafforzare la sua attività? E un’altra domanda molto importante. Ha detto che i suoi ex nemici dell’esercito siriano hanno disertato il loro campo e stanno ora lottando nell’esercito governativo. Sono molti e quanto aiutano a combattere i gruppi radicali?

– Certo, ogni guerra è un male. Ogni guerra è distruttiva, qualsiasi guerra indebolisce la società e l’esercito in base alla ricchezza e alla forza del paese. Tuttavia, non è un fattore determinante perché tutto ha il suo lato positivo. La guerra deve consolidare la società contro il nemico e quando un paese subisce un attacco l’esercito diventa il simbolo più importante. Il popolo appoggia l’esercito, fornisce tutto il supporto necessario, comprese le risorse umane come le reclute e i volontari per difendere la patria. Allo stesso tempo, la guerra dà alle forze armate una grande esperienza nelle operazioni militari. In altre parole, ci sono sempre lati positivi e negativi. Per quanto riguarda la sua domanda, se ci sono ancora le risorse posso dire: Certo. Se l’esercito non avesse avuto le risorse sarebbe stato impossibile sopportare quattro anni una guerra estremamente difficile, soprattutto contro il nostro attuale nemico che ha le risorse umane illimitate. Combattiamo i terroristi in Siria provenienti da più di 80 o 90 paesi. Cioè, il nemico ha il sostegno di milioni di persone in diversi paesi per mandarli a combattere dalla parte dei terroristi. Per quanto riguarda i militari, le nostre risorse sono principalmente siriane. Quindi noi abbiamo le risorse che ci permettono di continuare a difendere il paese. Inoltre, resistiamo perché le risorse non sono limitati a quelle umane. C’è anche la volontà.

E ora la nostra volontà di combattere e difendere il nostro paese dai terroristi è più forte che mai. Proprio questa situazione ha colpito alcuni paramilitari, che in un primo momento hanno combattuto per qualche motivo contro lo Stato, capendo si aver sbagliato, hanno deciso di unirsi alle forze governative. Ora stanno combattendo a fianco dell’esercito. Alcuni si sono uniti alle forze armate, altri collaborano con le forze armate della Repubblica in diverse regioni della Siria.

– Signor Presidente, la Russia da 20 anni per combattere il terrorismo. Questo può assumere forme diverse, ma sembra che solo ora lo si stia affrontando faccia a faccia. Il mondo vede un nuovo modello di terrorismo. Nel territorio occupato, lo Stato islamico stabilisce tribunali, le amministrazioni. Ci sono notizie, nella quali, si annuncia a breve che stanno preparando a rilasciare la propria valuta. Cioè, alcune caratteristiche formali di uno Stato appaiono e questo può essere uno dei fattori di attrazione sempre più forte per i sostenitori di diversi paesi. Ci puà spiegare cosa stanno combattendo questi?. Si tratta di un enorme gruppo terroristico o forse un nuovo stato che cerca di cambiare radicalmente i confini della regione e del mondo in generale? Cosa è oggi lo stato islamico?

– Naturalmente, come lei ha detto, il gruppo terrorista Isis, cercare di prendere la forma di Stato per attirare nelle sue fila il maggior numero di volontari che vivono nelle illusioni del passato, sogno di creare uno stato islamico fondato sulla religione. Questo è un approccio idealista che non ha nulla a che fare con la realtà, questo è un errore. Uno Stato non può nascere dal nulla e costringere la società ad accettarlo. Lo Stato deve essere il risultato di uno sviluppo naturale della società. Non si può prendere uno stato alieno ed imporlo alla gente. Qui sorge la domanda: Il cosiddetto Stato islamico o Isis ha qualcosa in comune con il popolo siriano? Certo che no! Abbiamo gruppi terroristici, ma non definiscono il carattere della nostra società. In Russia ci sono gruppi terroristici e tantomeno riflettono la società russa, non hanno nulla a che fare con la sua diversità e il carattere onesto. Quindi, che cercano di stampare moneta, francobolli, passaporti o emettere e acquisire altri cose che concernono ad uno Stato, ciò non significa che sono uno stato. In primo luogo, non hanno nulla in comune con il popolo, in secondo luogo, le persone che vivono sotto la loro occupazione, ora scappano verso un vero stato, o verso il loro paese o territorio per combatterlo con le armi in mano. E solo una minoranza crede ancora in loro bugie. Naturalmente non sono uno Stato, ma un gruppo terroristico. Vediamo chi sono veramente. Sono la terza ondata di organizzazioni politiche create dall’Occidente per diffondere la loro ideologia velenosa. Perseguire fini politici. La prima ondata, all’inizio del secolo scorso ha portato i Fratelli Musulmani. La seconda ondata di Al Qaeda, che ha combattuto contro l’Unione Sovietica in Afghanistan. E la terza ondata è lo Stato Islamico, il Fronte Nusra e altre organizzazioni simili. Chi sono l’Isis e altri gruppi? Soono un progetto estremista dell’Occidente.

– Signor Presidente, dal momento che la crisi siriana è iniziata ci sono state più polemiche sul problema curdo. Ci sono state pesanti critiche per il suo atteggiamento nei confronti della minoranza curda. Ma ora le unità curde sono quasi diventate alleate militari in alcune operazioni contro lo stato islamico. Già hanno una posizione chiara? Chi sono i curdi per voi e cosa è lei per loro?

– In primo luogo, non è corretto dire che lo Stato svolge una determinata politica contro i curdi, perché uno stato non può preferire alcuni dei suoi cittadini: questo avrebbe diviso il paese. Se davvero avessi fatto una politica discriminatoria nella società, la maggior parte non sarebbe dalla parte del governo e il paese sarebbe stato diviso fin dall’inizio. Consideriamo i curdi parte della società siriana, non sono estranei, vivono in questa terra, come gli arabi, circassi, armeni e molte altre nazioni e fedi che vivono in Siria fin dai tempi antichi. Noi non sappiamo neanche a quando alcune di questi popoli guà erano nella regione. Ma senza queste componenti non sarebbe una società monolitica in Siria.

Tuttavia, mi chiedo se i curdi sono nostri alleati. No, sono patrioti.

Anche qui non si può generalizzare, come ogni altro elemento integrante della società siriana, i curdi sono divisi in diverse tendenze, appartengono a diverse tribù e partiti politici di destra e di sinistra, e si differenziano da altri. Cioè, se si parla di curdi nel loro complesso, non si può essere obiettivi. Alcuni partiti curdi che sollevano alcune richieste, tuttavia, non rappresentano tutti i curdi. Ci curdi che si sono adattati perfettamente alla società, e vorrei sottolineare che in questa fase non sono solo i nostri alleati, come alcuni hanno cercato di definire. Tra i nostri eroi caduti dell’esercito ci sono molti curdi. Ciò significa che i curdi vivono in armonia all’interno della nostra società. D’altra parte, alcuni partiti urdi pongono esigenze diverse, e abbiamo già soddisfatto alcune delle loro richieste all’inizio della crisi. Ma ci sono altre richieste che non hanno nulla a che fare con lo Stato e che lo Stato non può soddisfare. Questi problemi sono di competenza del popolo e della Costituzione. Per risolverle necessario che il popolo le accetti queste richieste prima di noi, come Stato, prenderemo la decisione appropriata.

In ogni caso, qualsiasi decisione da prendere sarà presa a livello nazionale. Allora io dico: ora ci siamo uniti con i curdi e gli altri membri della società per combattere i terroristi. Recentemente ho discusso la questione: è nostro dovere unirci per resistere allo Stato islamico. Una volta che avremo finito con lo Stato islamico, il Fronte Al-Nusra e altri gruppi terroristici, possiamo parlare delle richieste dei curdi e di alcuni partiti curdi nel consesso nazionale.

Quindi, qui non c’è nessun tema proibito, ma si affronta  nel rispetto dell’unità. del popolo e dei confini di Stato siriani e che si sviluppi in linea con lo spirito della lotta contro il terrorismo e nella libertà della diversità etnica, nazionale, religiosa e confessionale del nostro paese.

– Signor Presidente, lei ha in parte risposto a questa domanda, però, mi piacerebbe approfondire. Alcune forze curde in Siria richiedono, ad esempio, per cambiare la Costituzione, di introdurre un comando locale per la creazione di uno stato curdo indipendente nei territori settentrionali. Oggi tali dichiarazioni si sentono, in particolare quando i curdi con successo lottano contro lo Stato islamico. Lei è d’accordo con queste affermazioni? Potrebbe prendere in considerazione questa cosa, i curdi magari si aspettano un tale tipo di gratitudine? Nel complesso, si uò parlare di questo?

– Quando difendiamo il nostro paese non ci aspettiamo ringraziamenti perché è un dovere naturale. Se qualcuno merita di essere ringraziato, allora bisogna farlo con ogni cittadino siriano che difende la sua patria. Ma credo che difendere la patria è un dovere. Quando fate il vostro dovere, non ti aspetti un grazie. Tuttavia, la questione che lei ha citato all’inizio è strettamente legata alla costituzione siriana. Se, per esempio, si desidera modificare il sistema costituzionale nel vostro paese, in Russia, in merito a questioni  territoriali-amministrative o la concessione ad alcune regioni di poteri diversi rispetto ad altre, non compete al presidente o al governo, ma alla Costituzione. Il presidente non è il proprietario della Costituzione, così come il governo. La Costituzione appartiene al popolo. Di conseguenza, qualsiasi modifica alla Costituzione richiede un dialogo nazionale. Come ho già detto, lo Stato siriano non si oppone a qualsiasi tipo di richiesta, purché queste non minaccino l’integrità della Siria, la libertà dei cittadini e la diversità nazionale. Se una delle parti, gruppo o livello della società hanno qualche richiesta, queste devono essere sempre all’interno dei contesti nazionali, e nel dialogo con le altre forze siriane. Quando il popolo siriano accetta di prendere queste misure, relative alla federalizzazione, decentralizzazione, introduzione del controllo autonomo o una revisione completa del sistema politico, allora ciò richiederà un consenso comune su ulteriori modifiche alla Costituzione e la realizzazione di un referendum. Pertanto, questi gruppi devono convincere il popolo siriano nella discussione delle loro proposte, come i loro sforzi non dovrebbero essere un dialogo con lo Stato, ma con le persone. Da parte nostra, quando il popolo siriano decide di andare avanti in una particolare direzione, noi ovviamente accettiamo.

– Oltre un anno fa e gli attacchi aerei della coalizione USA effettuate nel territorio della Siria, agendo sulle stesse postazioni dell’aeronautica militare siriana contro l’Isis. Nonostante questo, non c’è stato alcun scontro tra la coalizione guidata dagli Stati Uniti e la Syrian Arab Air Force. C’è un coordinamento diretto o indiretto tra il governo siriano e la coalizione nella guerra contro lo Stato islamico?

– Sarete sorpresi, ma la risposta è no. Capisco che non suona convincente; combattiamo, se così si può dire, contro un nemico comune. Attacchiamo gli stessi obiettivi e gli stessi luoghi, senza alcun coordinamento, e non ci siamo imbattuti in uno con l’altro. Può sembrare strano, ma è vero. Tra il governo, l’esercito siriano e gli Stati Uniti non vi è alcun coordinamento o  contatto. E perché non vogliono ammettere o accettare il fatto che siamo l’unica forza che lotta contro lo stato islamico a terra. Dal loro punto di vista, forse, la cooperazione con l’esercito siriano avrebbe ammesso la nostra efficacia nell’affrontare lo stato islamico. Purtroppo, questo atteggiamento riflette la miopia e l’ostinazione del governo degli Stati Uniti.

– Quindi non c’è nemmeno un accenno di cooperazione? Ad esempio, per i curdi? Dico questo perché, come sappiamo, gli Stati Uniti collaborano con i curdi; e i curdi, nel frattempo, hanno contatto con lo Stato siriano. Questo significa che non vi è alcun coordinamento indiretta?

– Vi è una terza parte, non gli iracheni. In passato abbiamo avvertito dagli iracheni prima di ogni attacco. Da allora non li abbiamo contattati, non abbiamo scambiato messaggi tramite altri ambiti.

– Allontanandosi un po’ di questo tema: lei ha vissuto in Occidente e per un tempo è stato associato con altri leader occidentali che dall’inizio della crisi continuano a sostenere i gruppi armati che cercano di rovesciarla. Come vi sentireste se si dovesse lavorare con quegli stessi leader e dare loro una mano? Vi fidereste di loro?

– In primo luogo, non vi è un rapporto personale, ma un rapporto interstatale. Quando si parla di relazioni tra i paesi, si parla di certi meccanismi, non attendibili. La fiducia è qualcosa di personale, qualcosa che non può essere contato nelle relazioni politiche tra le persone. Io sono responsabile di 23 milioni di persone in Siria, e un altro, per esempio, è responsabile di decine di milioni di persone in un altro paese. Non è possibile decidere il destino di decine o centinaia di milioni di persone che pendono dalla fiducia tra due persone. Ci deve essere un meccanismo. Quando questo esiste, allora si può parlare di fiducia. In secondo luogo, è il compito principale di qualsiasi politica, stato, primo ministro o presidente sta lavorando per il bene dei suoi cittadini e del paese. Se un incontro e la stretta di mano con qualcuno possono beneficiare il popolo siriano, sono obbligato a farlo, mi piace o no. Non parliamo di me, se posso o non voglio. Abbiamo parlato dei benefici che possono portare le decisioni che si prenderanno. Quindi sì, siamo disposti a fare tutto ciò che può beneficiare il popolo siriano.

– Parliamo di coalizioni per la lotta contro il terrorismo e lo stato islamico. Il presidente della Federazione Russa Vladimir Putin ha chiesto la creazione di una coalizione regionale per la lotta contro lo Stato Islamico, e forse le ultime visite di alcuni delegati arabi a Mosca sono state effettuate in questo ambito. Tuttavia, il ministro degli Esteri siriano Walid al Mualem ha detto che per questo è necessario un miracolo. Si riferisce, come Damasco, sl coordinamento nel campo della sicurezza con i governi di Giordania, Turchia e Arabia Saudita. Come vede questo tipo di coalizione? Pensi di poter dare risultati? Come già accennato in precedenza, ogni rapporto dipende dalla interessi. Siete disposti a coordinare le proprie azioni con questi paesi? È vero che ci sono stati incontri tra funzionari siriani e sauditi, come riportato dai media?

– Per quanto riguarda la lotta contro il terrorismo è un tema globale e ambizioso, con aspetti culturali, economici e militari, che è direttamente collegato alla sicurezza. Naturalmente, in termini di misure di prevenzione, tutti gli altri aspetti sono più importanti  come le questioni di sicurezza e militari. Oggi, tuttavia, data la realtà della lotta contro il terrorismo, soprattutto quando ci troviamo di fronte non solo ai gruppi armati specifici, ma davanti ad un esercito terrorista che ha armi pesanti e miliardi di dollari per reclutare più membri, si dovrebbe prestare attenzione prima alle questioni della sicurezza e militari.

Quindi per noi è chiaro che la coalizione dovrebbe agire in diverse direzioni, ma soprattutto deve combattere i terroristi sul campo di battaglia ‘. È logico che questa coalizione dovrebbe essere creata per i paesi che credono nella lotta contro il terrorismo. Nella situazione attuale è possibile che la stessa persona sostiene il terrorismo e lo combatte. Questo fanno paesi come la Turchia, Giordania e Arabia Saudita. Destinato ad essere parte del funzionamento della coalizione antiterrorismo nel nord della Siria, ma sostenengono anche il terrorismo nel sud, nord e nord-ovest. In sostanza nelle stesse aree in cui c’è la lotta al terrorismo. Sottolineo ancora una volta: se questi paesi decidono di tornare ad un atteggiamento giusto, si cambia idea e si decide di combattere il terrorismo per il bene comune, allora naturalmente lo accetteremo e collaboraremo con loro e gli altri Stati membri. I rapporti politici cambiano di frequente; Possono essere cattivi e diventare buoni, o un nemico può diventare il vostro alleato. Questo è normale. Chiunque sia, noi collaboriamo con lui nella lotta contro il terrorismo.

– Signor Presidente, è attualmente in corso un vasto movimento di rifugiati. In gran parte questi rifugiati provengono dalla Siria e si dirigono verso l’Europa. C’è l’idea che queste persone sono praticamente sono state danneggiati dal governo siriano, che non è riuscito a proteggere loro, e sono stati costretti a fuggire dalle loro case. Mi dica, per favore, come considera  queste persone che sono fuggite in Siria? Li vede come parte di un potenziale elettorato siriano in futuro? E ancora una domanda: Quale parte di responsabilità ha l’Europa in questo deflusso di rifugiati che si svolgono in questo momento? Secondo lei, è l’Europa colpevole per questo?

– Chiunque lasci la Siria, senza dubbio, è una perdita per il paese, indipendentemente dalla loro ideologia o possibilità. Naturalmente, esclusi i terroristi. Cioè, sto parlando di tutti i cittadini a meno che i terroristi. Quindi per noi, questo l’emigrazione è una grande perdita. Mi ha chiesto delle elezioni. L’anno scorso ci sono stati le elezioni presidenziali in Siria. Nei paesi vicini, e il Libano prima, ci sono stati molti rifugiati. Se dobbiamo credere alla propaganda dei media occidentali, tutti fuggirono dal governo siriano che perseguitato e ucciso. Essi sono stati presentati come se fossero nemici del governo. Ecco quindi lo stupore di come gli occidentali  si sono stupiti quando hanno visto i siriani esprimere il loro voto per il presidente che li stava presumibilmente uccidendo. Questo è stato un duro colpo per la propaganda. Con l’organizzazione del voto all’estero, sono stati dati determinate condizioni. Era necessario avere un’ambasciata. Il governo siriano dovrebbe controllare le operazioni di voto. Tutto questo dipende dai rapporti con l’estero. Molti Stati membri avevano rotto le relazioni diplomatiche con la Siria e avevano chiuso le nostre ambasciate nel loro territorio. In questi stati non è stato possibile procedere alla votazione, e si è reso necessario per i cittadini di andare in un altro paese, se ci fossero seggi elettorali. Questo è quello che è successo l’anno scorso. Per quanto riguarda l’Europa, ovviamente colpevole.

Ora l’Europa sta cercando di mostrare i fatti come se la sua unica colpa fosse di non aver messo i mezzi o, in mancanza di garantire un’immigrazione organizzata, perché i profughi annegati nel tentativo di attraversare il Mediterraneo. Ci scusiamo per tutte le vittime innocenti, ma  la vita di coloro che annega in mare è più prezioso di coloro che muoiono in Siria? Perché deve essere la più preziosa di quelli che muoiono macellati per mano dei terroristiche sostenete? Come ci si può commuovere per il bambino che è morto in mare e  non notare le migliaia di bambini, anziani, donne e uomini che sono diventati vittime di terroristi in Siria? Questa vergognosa doppia morale degli europei è diventato evidente a tutti e non è più accettata. È Illogico dispiacersi per alcune delle vittime e tutte le altre si ignorano. Non vi è alcuna differenza sostanziale tra di loro. L’Europa, naturalmente, è responsabile nella misura in cui essa ha sostenuto e continua a sostenere e finanziare il terrorismo. L’Europa qualifica ‘opposizione moderata’ i terroristi e li distingue tra di loro. Ma sono tutti estremisti.

– Se posso, mi piacerebbe tornare alla domanda sul futuro politico della Siria. Signor Presidente, i vostri avversari (e come comprendere sia coloro che si oppongono al potere con le armi in mano, come i suoi avversari politici) continuano a insistere che una delle condizioni più importanti per il raggiungimento della pace è il suo ritiro dalla  politica e le sue dimissioni da presidente. Cosa ne pensi di questa cosa non solo come capo del governo, ma anche come cittadino del suo paese? Sei teoricamente disposto a lasciare se sente che è necessario?

– Vorrei aggiungere qualcosa a quello che hai detto, a partire dall’inizio della campagna di informazione che è stato diretta dall’occidente per convincere che l’intero problema è nella persona del presidente. E perché mai? Perché volevano dare l’impressione che il problema siriano è ridotto ad un individuo. Di conseguenza, la reazione naturale delle persone contro questa propaganda è ipotizza che l’intera questione è una questione di una persona, in qualsiasi modo questo può essere al di sopra degli interessi nazionali e dovrebbe lasciare, e in questo caso, tutto può essere risolto. Questo è il modo in cui semplifica l’Occidente. Tuttavia, ciò che effettivamente accade in Siria è simile a quello che sta accadendo in tutta la regione.

Guardate quello che è successo nei media occidentali all’inizio dei moti in Ucraina: per loro, il presidente Putin è passato da amico a nemico dell’Occidente, uno zar, un dittatore che reprime l’opposizione russa, che è salito al potere con metodi non democratici, non importa chi sia stato eletto in elezioni democratiche, deve essere accettato dall’Occidente. Oggi, per loro, questo non è più una democrazia. Ecco le informazioni della campagna occidentale.

Si dice che quando il presidente va, le cose andranno meglio, ma di fatto, che cosa significa? Per l’Occidente significa che mentre il presidente resta loro continueranno a sostenere il terrorismo, perché è diventato di priorità dei leader dei cosiddetti il cambiamento dei “regimi” della Siria, Russia e altri paesi. Ed è che l’Occidente non supporta partner o Stati sovrani. A che si riducono le loro aspirazioni nei confronti della Russia? E la Siria? E l’Iran? Sono stati sovrani. Vorrebbero rimuovere una persona e mettere  in atto un altro che faccia l’interesse dell’Occidente, non nella loro stessa patria. Per quanto riguarda il presidente, sono salito al potere con il consenso del popolo, attraverso un processo elettorale, e se deve andare via, lo fa su richiesta del suo popolo, e non per la decisione degli Stati Uniti, o del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite o della Conferenza di Ginevra. Se la gente vuole che io resti, il presidente resterà, e se non vorrà, dovrà andare via senza indugio. Questa è la mia posizione sulla sua domanda.

– Presidente, il conflitto durato da più di quattro anni. Probabilmente spesso ha analizzato quello che è successo e guarda al passato. C’è qualcosa che rimpiange e che cambierebbe se potesse tornare indietro nel tempo?

– Qualsiasi governo fa errori. Succede tutti i giorni probabilmente. Ma questi errori non sono fatali, ma piuttosto un problema di tutti i giorni. Quali errori hanno portato alla guerra in Siria? Non sembra logico. Si può essere sorpresi quando le dico di eventi precedenti alla crisi siriana, quello più importante è stato la guerra del 2003 in Iraq, quando il paese è stato invaso da EE. UU. Eravamo totalmente contro questa aggressione, e abbiamo capito che a causa di questa guerra l’Iraq sarebbe stato diviso in fazioni settarie. A ovest abbiamo il Libano, un paese diviso da fedi diverse. E abbiamo capito perfettamente che questo ci avrebbe condizionato. Pertanto, l’origine di questa crisi sta in quella guerra, che divise l’Iraq lungo identità religiose; qualcosa che è in parte manifesta nella situazione in Siria e che ha reso più facile il compito di istigare discorsi violenti tra le diverse fedi in Siria.

Inoltre, anche se non così decisiva come in precedenza, un altro evento importante è stato il sostegno ufficiale che l’Occidente ha dato ai terroristi in Afghanistan, nei primi anni ’80, definendoli “combattenti per la libertà”. Più tardi, nel 2006, in Iraq, tutelato dagli USA è venuto fuori lo Stato islamico, che Washington non combatte affatto. Tutti questi fattori, presi insieme, hanno creato le condizioni per l’insorgenza di disturbi, con il sostegno dell’Occidente, degli stati del Golfo finanziati, in particolare il Qatar e l’Arabia Saudita, il supporto logistico della Turchia, soprattutto se si considera che Erdogan ideologicamente appartiene alla organizzazione dei Fratelli Musulmani e, di conseguenza, ritiene che un cambiamento della situazione in Siria, l’Egitto e l’Iraq significherà la creazione di una nuova Sultanato, non ottomano, ma appartenente alla Fratellanza Musulmana. Tutti questi fattori hanno portato la situazione al punto in cui siamo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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Siria, Conferenza internazionale: «Unire sforzi contro il terrorismo»

da l’antidiplomatico

Con il patrocinio della Presidenza della Repubblica araba siriana si è svolta a Damasco la conferenza sindacale internazionale di solidarietà con i lavoratori e il popolo siriano contro il terrorismo. Delegazioni di 29 Paesi, per l’Italia l’USB, in rappresentanza di 100 milioni di lavoratori, hanno preso parte ai lavori, ribadendo la necessità di unire gli sforzi per combattere il terrorismo, l’ingerenza imperialista e l’embargo economico.

I partecipanti alla conferenza sindacale internazionale di solidarietà con i lavoratori e il popolo siriano contro il terrorismo che si è svolta a Damasco, nella dichiarazione finale, hanno espresso la loro sincera solidarietà con il popolo siriano e il suo Stato, così come hanno ribadito il loro supporto per la loro lotta contro le ingerenze straniere in Siria.

Hanno anche espresso stupore per il sostegno straniero incessante ai gruppi terroristici, invitando a unire gli sforzi e aumentare il coordinamento internazionale e arabo nella lotta contro il terrorismo e le sue conseguenze.
Hanno inoltre sottolineato la necessità di lottare contro l’ideologia estremista e mobilitare le persone in tutto il mondo per fermare le guerre, i blocchi e le ingerenze.

Infine, i partecipanti alla manifestazione, hanno rivolto un messaggio al presidente Bashar Al-Assad, garantendo che comunicheranno alla loro gente la realtà della guerra terroristica che la Siria affronta come popolo, società, istituzioni economiche, culturali e di civiltà, chiedendo la fine dell’interferenza straniera nei suoi affari interni, di sollevare il blocco e le sanzioni economiche e di coordinarsi direttamente con il suo esercito e la sua leadership nella lotta contro il terrorismo.

Napoli 24 ottobre. No alla NATO, No alle aggressioni imperialiste

Manifestazione indetta contro l’esercitazione Trident Juncture 2015 (a cui parteciperanno diverse Ong!) e le spinte verso un nuovo scontro mondiale

Le contraddizioni causate dal dominio capitalistico ancora una volta stanno producendo crisi economica, rafforzamento della competizione tra le grandi potenze, aggressioni dirette ed indirette ai popoli dei Paesi più deboli e rafforzamento del militarismo. Ancora una volta si stanno creando le condizioni per un nuovo conflitto mondiale che tutte le classi dirigenti dicono di non volere ma che rafforzano ogni giorno di più con le loro scelte economiche, politiche e militari.

Le potenze occidentali, con capofila gli USA, per quanto in competizione anche tra di loro, perseguono al momento una politica unitaria nei confronti delle potenze emergenti di Russia e Cina ma soprattutto nella manomissione e aggressione verso i Paesi più deboli. Di tale politica unitaria la NATO è il dispositivo principale: uno strumento di convergenza e di coordinamento degli interessi dominanti dell’imperialismo euro-atlantico, uno strumento offensivo al servizio delle mire espansionistiche ed interventistiche delle grandi potenze occidentali, a scala planetaria, che tanti disastri stanno provocando in giro per il mondo. Dalla ex Jugoslavia all’Afghanistan, dall’Iraq alla Libia, passando per il sostegno ai cosiddetti “rivoltosi” di Ucraina e Siria, la Nato ha seminato morte e distruzione contro popolazioni e Paesi che non rappresentavano nessuna minaccia per l’Europa e per gli USA. 

Ma il crescente militarismo, la corsa agli armamenti da esso indotto e la militarizzazione dei territori degli stessi Paesi facenti parte della NATO si rivela essere un potente strumento in mano ai governanti e alle classi dirigenti per disciplinare anche le proprie popolazioni, per imporre una gestione sempre più autoritaria delle istituzioni, per ridurre le possibilità di ribellarsi alle conseguenze della crisi ed alle politiche che l’accompagnano a difesa dei grandi poteri economici finanziari ed industriali.

Per tale motivo la lotta contro la NATO rappresenta uno dei nodi principali per contrastare il crescente militarismo, la politica di aggressione e le spinte verso una Terza guerra mondiale.

Dal 3 ottobre fino al 6 novembre si svolgerà in Italia, Spagna e Portogallo la «Trident Juncture 2015» (TJ15), definita dallo U.S. Army Europe «la più grande esercitazione Nato dalla caduta del Muro di Berlino». Con 36 mila uomini, oltre 60 navi e 200 aerei da guerra di 33 paesi (28 Nato più 5 alleati), questa esercitazione servirà a testare la forza di rapido intervento  – Nato Response Force (NRF) – (circa 40mila effettivi) e soprattutto il suo corpo d’élite (5mila effettivi), la Very High Readiness Joint Task Force (VJTF), enfaticamente soprannominata “Spearhead” (punta di lancia), in grado di essere schierata in meno di 48 ore per rispondere “alle sfide alla sicurezza sui nostri fianchi meridionale e orientale”.  In altre parole ad intervenire rapidamente, portando la “guerra preventiva”,  ovunque si ritengono minacciati gli interessi occidentali estendendo, quindi, l’azione della Nato ad ogni angolo del mondo.

Parteciperanno all’esercitazione, oltre ad alcune tra le maggiori organizzazioni internazionali e governative, anche varie associazioni cosiddette umanitarie e diverse ONG, a dimostrazione della funzione collaterale alle politiche interventiste delle grandi potenze che molte di esse svolgono. Soprattutto vi parteciperanno le industrie militari di 15 paesi pronte a fare altri profitti fornendo le nuove armi di cui la Nato avrà bisogno.

Sebbene rappresenti un appuntamento decisivo per certificare le nuove strategie interventiste, Trident Juncture 2015 non è la sola grande esercitazione militare messa in campo dalla Nato.

Dall’“esplosione” della crisi ucraina le esercitazioni a ridosso dei confini russi sono più che raddoppiate. Decine di migliaia di uomini e centinaia di mezzi hanno partecipato alle manovre aereo-navali nel mar Nero,  al largo delle coste sia di Romania e Bulgaria che della Georgia, nel mar Baltico, al largo della Norvegia e delle Repubbliche baltiche, rafforzando di fatto la presenza navale Nato. E ancora, esercitazioni terrestri in Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e nei Paesi baltici cui si sta accompagnando un crescente processo di riarmo con il trasferimento in questi Paesi di centinaia di carri armati, pezzi di artiglieria ed altri mezzi militari e l’avvio del programma di dispiegamento della cosiddetta “Difesa antimissile” in Polonia.

Una provocatoria stretta  militare sulla Russia che,  insieme alle pressioni sulla Cina con il dispiegarsi di mezzi militari nel Mar Cinese, aumenta il rischio di uno scontro diretto tra grandi potenze, portandoci dritti ad un nuovo conflitto militare internazionale.

Ma l’esercitazione è anche una prova di forza diretta a quei Paesi o pezzi di Paesi (ormai) riluttanti ad accettare supinamente il dominio dell’imperialismo.  E’ di appena qualche giorno fa il minaccioso appello che i principali membri della Nato, Italia in primis, hanno indirizzato “a tutte le fazioni libiche” perché arrivino ad un “governo di concordia nazionale che, in cooperazione con la comunità internazionale, possa garantire la sicurezza al Paese (alias  agli affari dei “nostri” imprenditori, al “nostro” petrolio, alle “nostre” coste) contro i gruppi di estremisti violenti che cercano di destabilizzarlo”

Un pretesto, quello del terrorismo e dell’ISIS, che, insieme alla lotta contro i trafficanti di esseri umani, serve a legittimare le guerre e le occupazioni militari in corso in alcuni Paesi e le nuove aggressioni, al Medio e Vicino Oriente come ai Paesi dell’Africa Nord e sub-sahariana. Il via libera alla missione navale EuNavForMed con cinque navi militari, due sottomarini, l’uso dei droni, tre elicotteri e un migliaio di soldati per bloccare la partenza dei migranti dalle coste libiche, è solo la fase preparatoria di un nuovo intervento in Libia di cui l’Italia si candida ad essere capofila. Così come l’annuncio da parte di Francia e Gran Bretagna dell’invio di aerei in Siria per bombardare ufficialmente le postazioni dell’ISIS, ma di fatto l’esercito siriano, è un salto di qualità in direzione di un’aggressione diretta alla Siria.

Come al solito le diplomazie dei governi occidentali si vestono da (presunti) pompieri dopo che hanno provveduto essi stessi ad appiccare l’incendio. Così ora si crea un allarme per l’arrivo di tanti immigrati come se le politiche di strozzinaggio e di rapina prima e di aggressione militare diretta ed indiretta poi, di cui sono stati artefici, non fossero la causa scatenante di questo enorme afflusso di immigrati. Così l’emergenza immigrati viene strumentalizzata per giustificare un ulteriore livello di militarizzazione e per creare consenso alle politiche interventiste facendo leva sulla più bieca propaganda razzista di cui in Italia è capofila la Lega di Salvini. Le orribili scene di morte, che, data la presenza dei  barconi, l’esercitazione nel Mediterraneo rischia di moltiplicare,  e la repressione di questi giorni verso chi fugge da guerra, fame e devastazione ambientale rendono ancora più doveroso uno schieramento netto al fianco degli immigrati ed una mobilitazione forte contro queste odiose campagne xenofobe. 

Opporsi alle esercitazioni per dire no alla politica di aggressione della Nato ed alla politica militarista del nostro governo è necessario.

Non possiamo essere complici della politica imperialista di distruzione e sfruttamento. Non possiamo più accettare che mentre ci chiedono continui sacrifici per “uscire dalla crisi economica”, mentre tagliano salari e pensioni, la sanità, la scuola, i trasporti, rendendo precaria la nostra stessa sopravvivenza, continuano a spendere miliardi per le spese militari che hanno ormai raggiunto cifre spaventose (la spesa militare italiana, secondo il SIPRI, nel 2014, è stata di circa 30 miliardi di dollari).

Non possiamo permettere che mentre si strozzano Paesi come la Grecia e si spendono centinaia di milioni per impedire l’arrivo dei migranti o per tenerli in lager come i CIE, ogni minuto si spendono nel mondo, con scopi militari, 3,4 milioni di dollari, 204 milioni ogni ora, 4,9 miliardi al giorno con il solo obiettivo di accrescere i profitti e difendere i privilegi delle classi dominanti.

L’esercitazione Trident Juncture 2015 sarà guidata dal Jfc Naples, comando Nato (con quartier generale a Lago Patria, Napoli) agli ordini dell’ammiraglio USA Ferguson, che è a capo delle Forze navali USA in Europa e delle Forze navali del Comando Africa. Non è occasionale: il Jfc Naples, infatti, si alternerà annualmente con Brunssum (Olanda) nel  comando operativo della Nato Response Force, confermando il ruolo decisivo di Napoli nelle strategie dei comandi militari.

E’ per questo che, a partire dalla Sicilia, dalla Sardegna, da Poggio Renatico (Ferrara), da Pratica di Mare e Pisa, tutti coinvolti nell’esercitazione, proponiamo di costruire insieme una forte mobilitazione contro la Trident Juncture, la militarizzazione dei territori e le politiche di guerra, su tutto il territorio nazionale da far confluire in una manifestazione nazionale a Napoli il 24 ottobre.

Anche negli altri Paesi coinvolti dall’esercitazione – ad es., a Saragoza e Barbate, in Spagna –  gli attivisti antimilitaristi hanno avviato una campagna di opposizione alle manovre Nato e stanno preparando mobilitazioni.

Lavoriamo sin da ora a coordinare le tante opposizioni che si daranno dentro e fuori dall’Italia per allargare e dare continuità ad un movimento contro la Nato e la guerra.

 

Napoli 24 ottobre 2015 Manifestazione Nazionale per dire:

  • No all’esercitazione militare NATO “Trident Juncture 2015”
  • No alle aggressioni militari e a qualsiasi ingerenza e manomissione portata avanti dalle potenze imperialiste
  • No alle campagne razziste e xenofobe
  • Si al diritto d’asilo per tutti i profughi e immigrati;
  • Si al taglio delle spese militari e l’incremento delle spese sociali per: casa, lavoro, servizi sociali, reddito garantito, provvedimenti a difesa del territorio e dell’ambiente…

 

Napoli 10/09/15                                              Per info, adesioni e contatti: assembleanowar.na@gmail.com

 

Promotori:

Alex Zanotelli Padre missionario comboniano

Comitato napoletano “Pace e disarmo”

Rete Napoli No War

 

Prime adesioni:

Assadakah Napoli

Alba informazione

Circolo Vegetariano VV.TT.

Cobas Napoli

Comitato BDS Campania

Coordinamento NoTriv Terra di Bari

Esseblog

Movimento di lotta per il lavoro Banchi Nuovi

Pax Christi Napoli

Redazione www.ildialogo.org (Giovanni Sarubbi – direttore)

Red Link

Rete dei Comunisti

Sinistra anticapitalista Napoli

 

Alessandro Santoro – prete della comunità delle Piagge

Claudia Berton, Verona (insegnante e scrittrice)

Maite (Maria Teresa Iervolino), Prc Napoli

 

Rete NoWar: «Italia si dissoci dalle politiche di guerra in Siria e Yemen»

da Rete No War Roma

COMUNICATO STAMPA DI RETE NO WAR ROMA

Roma, 15-16 settembre, Parlamento.

Rete No War promuove, dalle 15 alle 21, un presidio affinché «L’Italia si dissoci dalle nefaste politiche di guerra in Siria e Yemen».

Concentrazione e conferenza alle ore 17.00 di martedì. 

Scopo del presidio è chiedere:

Che l’Italia si adoperi per la fine delle sanzioni dell’UE contro il popolo siriano, già sfiancato da oltre 4 anni di guerra fomentata dall’esterno. E per la ripresa dei rapporti diplomatici con la Siria come da interrogazione parlamentare dello scorso luglio 2015, ancora in attesa di risposta;

Che l’Italia si dissoci dalla politica di guerra di Usa, Turchia, Arabia saudita, Qatar, Israele, Francia, Regno unito che in Siria da anni sostengono in vario modo milizie armate estremiste (note come tali al governo Usa fin dal 2012), fino al Nuovo Califfato;

Che l’Italia ponga fine agli strettissimi rapporti militari con i monarchi sauditi (fra i primi acquirenti di armi nel nostro paese) che bombardano e affamano lo Yemen, in spregio alla legge 185/90, come da interrogazione parlamentare dello scorso giugno 2015 relativa allo Yemen, ancora in attesa di risposta;

Che l’Italia si impegni in modo serio nel boicottaggio economico del Nuovo Califfato, un’organizzazione in continua crescita economica. Chi compra il petrolio di cui si è impossessato? Chi lo rifornisce di armi? Perché ancora non si è riusciti a tagliare le linee di approvvigionamento?

Che l’Italia non taccia più su una delle maggiori cause delle crisi migratorie. E dichiari anche in sede europea che le aggressioni all’Iraq, alla Libia, alla Siria ed ora allo Yemen hanno devastato i loro territori e umiliato le loro popolazioni spingendole a esodi forzosi.

Concentrazione e conferenza alle h. 17 del 15 settembre.

Per informazioni: 3312053435

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