Roma 10dic2016: Odessa non dimentica!

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(FOTO) Gli auguri della InterUnit dal Donbass per il 90° di Fidel!

Comunicato della InterUnit

(Unità degli Internazionalisti) per il 90esimo compleanno di Fidel Castro

Auguri Comandante!

Come militanti internazionalisti, organizzati in InterUnit all’interno della Brigata Prizrak, siamo onorati di partecipare alle celebrazioni del 90esimo compleanno del Compagno Comandante Fidel Alejandro Castro Ruz, organizzate dal Partito Comunista della Repubblica Popolare di Donetsk, Novorossiya.

Questo sabato 13 agosto 2016 accompagneremo a distanza i festeggiamenti del popolo cubano, tenendo in mente il vivo esempio di lotta rivoluzionaria, che ci ha dato durante tutta la vita il comandante Fidel.

In questa occasione, dalla nostra lotta come internazionalisti antifascisti, in questa guerra di liberazione che l’eroico popolo del Donbass ha intrapreso da più di due anni, ricorderemo le eroiche gesta che Fidel ha combattuto per il popolo cubano, tanto nel suo paese come in altre terre, dove il suo altruismo e il suo coraggio offrono alla storia dell’umanità il più grande esempio di internazionalismo proletario, come le rivoluzioni in America Latina o le guerre di liberazione in Africa.

Poiché oggi più che mai l’ingranaggio fascista e militarista dell’imperialismo yankee e dei suoi seguaci minaccia l’umanità, c’è bisogno di più Fidel, più Cuba, più internazionalismo rivoluzionario, per gridare uniti che i fascisti No Pasaran!

Viva il Comandante Fidel Castro!
Viva il Popolo di Cuba!
Viva i Popoli del Mondo!
Dalle terre libere del Donbass,
InterUnit, Agosto 2016

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Clara Statello]

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Desde la InterUnit en Donbass para los 90 años de Fidel

por InterUnit – Donbass

Como militantes internacionalistas organizados en InterUnit insertos en la brigada Prizrak, nos honra participar de las actividades de celebración del cumpleaños número 90 del compañero comandante Fidel Castro Ruz, organizadas por el Partido Comunista de la República Popular de Donetsk, Novorrusia.

Este sábado 13 de agosto de 2016, acompañaremos a la distancia las celebraciones del pueblo cubano, trayendo a nuestra memoria el ejemplo vivo de lucha revolucionaria que durante toda su vida nos ha brindado el comandante Fidel.

En esta ocasión, desde nuestra lucha como internacionalistas antifascistas, en esta guerra de liberación que ha emprendido ya desde hace más de dos años el heroico pueblo del Donbass, recordaremos las heroicas gestas libradas por Fidel y el pueblo cubano, tanto en su propio país como en otras tierras, donde su altruismo y bravura brindase a la historia de la humanidad los más claros ejemplos de internacionalismo proletario, como los que se desarrollaron al calor de las revoluciones centroamericanas o las guerras de liberación africanas entre otros ejemplos.

CatturaPorque hoy más que nunca la maquinaria fascista y militarista del imperialismo yankee y sus secuaces, amenaza a la humanidad, es que necesitamos más Fidel, más Cuba, más Internacionalismo revolucionario para gritar junto a él… “¡¡¡Fascistas No pasarán!!!”.

¡Viva el Comandante Fidel Castro! 
¡Viva el pueblo de Cuba!
¡Vivan los pueblos del mundo!

Desde las tierras libres del Donbass, InterUnit, Agosto 2016.

(VIDEO) Novorossia: Intervista a Diana Volkova

di Danilo Della Valle

Lugansk, città martoriata dalle bombe e dai combattimenti casa per casa, cerca di ripartire e ricostruire ciò che è stato distrutto dalla guerra. All’orizzonte ci sono le elezioni che si incastrano in un momento in cui, si dice, il clima potrebbe tornare ad esser pesante. Proprio di poche ore fa è la notizia dell’attentato al Presidente della Repubblica Popolare di Lugansk, Igor Plotnitsky, rimasto ferito da un ordigno che ha fatto saltare in aria la sua auto. La città che portava il nome del generale sovietico Vorosilov e che oggi è la capitale dell’autoproclamata Repubblica Popolare di Lugansk si prepara ad affrontare i prossimi mesi che saranno decisivi per le sorti del Donbass con consapevolezza e forza di volontà.

Ne abbiamo parlato con Diana Volkova, Presidente dell’Associazione “Lugansk città russa”, che allo scoppio della guerra ha lasciato la propria abitazione in Italia per tornare in Donbass, dalla sua gente, per partecipare attivamente alla costruzione della neonata Repubblica.

Ciao Diana, innanzitutto raccontaci la tua storia. Allo scoppio della guerra sei tornata in Patria, a Lugansk. Cosa ti ha spinto a prendere questa decisione?

Allo scoppio della guerra abitavo in Italia, studiavo in un liceo. Ogni sera però, quando tornavo a casa, sentivo le notizie sul Donbass. La preoccupazione per la mia gente andava via via aumentando con il passare del tempo, quando i bombardamenti erano sempre più frequenti e cruenti, quando cominciavano a morire molti dei nostri uomini che volevano difendere la propria terra. Per questa sofferenza, per la mia casa ed i mie affetti, ho pensato di tornare lì dove sono nata, a Lugansk. Volevo fare anch’io qualcosa per il nostro territorio con la speranza che tutto si sarebbe risolto con il tempo.

Che situazione hai trovato a Lugansk?

Quando sono arrivata a Lugansk, si sentivano ancora gli spari in lontananza, benché i bombardamenti fossero finiti. La prima cosa che mi è balzata agli occhi è stata la quantità di case distrutte dalle bombe e dai combattimenti. C’era disperazione e dolore tra la popolazione.

Oggi tu sei a capo del movimento giovanile “Lugansk città Russa” che fa parte dell’Associazione giovanile di Lugansk. Raccontaci come è nata questa associazione e quali obiettivi essa si prefigge?

Sì, esattamente, sono tra i fondatori del movimento giovanile “Lugansk città russa” che fa parte dell’Associazione giovanile di Lugansk. I presidenti di quest’organizzazione, nel gennaio del 2015, hanno pensato di riunire tutti i ragazzi giovani che condividevano pensieri ed idee nell’Associazione giovanile di Lugansk. Anzitutto quest’organizzazione ha lo scopo di unire i giovani e sviluppare in loro il patriottismo verso la propria terra natia, aiutare loro a sviluppare idee, proposte creative ed a realizzare progetti in diversi campi.

Attualmente i media principali sembrano aver dimenticato il Donbass facendo credere che si viva una tregua permanente dopo gli accordi di Minsk. È esattamente così oppure si continua a sparare?

Purtroppo la situazione non è cambiata molto, si continua a sparare anche nel territorio di Lugansk. Gli accordi di Minsk non sono del tutto rispettati.

Qual è attualmente la situazione umanitaria nel territorio di Lugansk?

Posso affermare che ora la situazione è sensibilmente migliorata rispetto a quando è scoppiata la guerra. Nella popolazione si avverte la voglia di ricominciare, ognuno fa qualcosa per lo sviluppo della città. La gente sta ritrovando la forza per ripartire e si sta sviluppando inoltre un grande senso della Patria. Soprattutto in noi giovani, posso dire che siamo la vera forza motrice di questa neonata Repubblica.

In Ucraina Occidentale invece, dopo il Maidan, molte cose sono cambiate. Cosa pensi riguardo quello che accade lì?

La gente in Ucraina Occidentale sta cominciando a capire ciò che sta succedendo nel Paese. I prezzi dei prodotti di prima necessita aumentano di giorno in giorno, gli stipendi e le pensioni sono sempre più bassi, ormai è davvero impossibile vivere in lì, non ci sono più le condizioni minime e la situazione è insostenibile.

Prossimamente ci saranno le elezioni in Donbass, come si avvia il popolo novorusso ad affrontare questo importante avvenimento? Come immagini il futuro prossimo per il Donbass?

Il popolo novorusso vuole esser innanzitutto libero, principalmente per questo le prossime elezioni saranno un banco di prova importantissimo per la nostra nascente Patria. Dal mio punto di vista, invece, mi piacerebbe vedere il Donbass parte della Federazione Russa. Non voglio che il nostro territorio torni a far parte dell’Ucraina dopo tutta la sofferenza ed il dolore che ci ha causato.

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Il fantasma del Comandante Mozgovoi nella morsa della guerra

Il fantasma del Comandante Mozgovoi nella morsa della guerradi Maurizio Vezzosi – lantidiplomatico.it
 
Ad un anno dall’uccisione del Comandante Alexey Mozgovoi della Brigata Prizrak (in russo: Fantasma) riproponiamo questo racconto a lui dedicato scritto a pochi giorni dalla sua uccisione e originariamente pubblicato da Carmilla on-line. Ad introdurlo alcune delle sue parole sulla lotta contro le oligarchie, dentro una guerra che con il benestare dell’Occidente insangua il Donbass e l’Ucraina da quasi due anni.
 
 
Coloro che hanno volontà, cercano una via! Quelli che non ce l’hanno, cercano una scusa! […] Non siete stanchi della corruzione? Tangenti negli ospedali, tangenti nelle scuole, negli asili, tangenti in qualsiasi struttura pubblica. Non siete stanchi dell’illegalità nel governo – a tutti i livelli, dai funzionari locali al presidente? Non siete stanchi di lavorare per un pugno di briciole, quando i cosiddetti “padroni” delle fabbriche e delle miniere, costruite dai vostri padri nel periodo sovietico hanno sempre le mani in pasta e comprano qualunque cosa a chiunque vogliano? E tu devi vivere dentro il recinto che loro hanno stabilito? Non siete stanchi di questo? 
[…] Pensate che il sistema scolastico funzioni bene? Non credo. Ed è così dappertutto. Per quanto tempo ci siamo lamentati contro le pratiche scorrette della polizia? Nessun risultato. Fino a quando non cominceremo per davvero a combattere contro tutto questo, non cambierà nulla. Continueremo a parlarne a tavola, incolpando il governo per questo o per quello… Ma se non agiamo, il governo continuerà solo ad annuire e a farsi gli affari propri. […] Mentre la gente comune… non se la passa così bene. Così, signori intelligenti e colti, che pensate alle nostre idee come un’utopia – unitevi a noi. E datevi almeno un pochino da fare per renderle realtà. Così che questa idea non scompaia senza lasciare traccia. Per questo – non abbiamo bisogno di discussioni teoriche sul fatto che siano o meno utopia, ma di un sacco di duro lavoro. E dovete combattere, come stiamo combattendo ora. 
 
Alexey Mozgovoi 
3 Aprile 1975, 23 Maggio 2015 
 
 
I fantasmi del Donbass nella morsa della guerra
 
In quest’angolo di Europa i tempi che corrono sembrano quelli dell’Operazione Barbarossa.

Scuole e ospedali bombardati, villaggi in fiamme, interi centri abitati cancellati, di fatto, dalle cartine geografiche: migliaia di vite spezzate.

Niente di nuovo da queste parti, niente di diverso da quanto messo in atto da quegli “uomini in divisa dal colore dei lupi” ormai più di settant’anni or sono.
Niente di nuovo muove la furia dei battaglioni punitivi dell’operazione ATO dei golpisti di Kiev: odio razzista, anticomunismo, violenza cieca.

Niente di nuovo, niente di diverso anima la determinazione di chi vi si oppone: fermare il fascismo. E’ questo l’imperativo dei partigiani che, insorgendo, hanno proclamato la nascita delle Repubbliche Popolari di Lugansk e Donetsk.
Una storia per certi aspetti già vista, che quasi non si dovrebbe aver bisogno di raccontare.

Sono i primi giorni di Aprile, e nevica. L’asfalto è ghiacciato, e camminare all’aperto senza scivolare è davvero difficile.

Scriviamo da Kommissarovka, nella Repubblica Popolare di Lugansk. Un piccolo villaggio a qualche chilometro dal fronte, molto vicino a Debalstevo: qui si è svolta una battaglia fondamentale dove le milizie popolari hanno piegato i battaglioni punitivi di Kiev costringendo alla resa oltre mille soldati e facendo man bassa di mezzi e armamenti.

Qui, in un vecchio carcere ex sovietico – e poi ucraino – c’è una della basi della Brigata Prizrak (in russo: fantasma) il cui comandante, Alexey Mozgovoy, è stato di recente vittima di un attentato che non gli ha lasciato scampo.

Proprio a Kommissarovka lo abbiamo incontrato per la prima volta insieme all’addetta stampa della Brigata Anna Aseeva e agli uomini della scorta, vittime a loro volta di uno dei tanti crimini che la giunta golpista di Kiev ha sul proprio conto.

Una passeggiata nei corridoi di questo complesso carcerario farebbe ricredere forse persino i più ostinati denigratori della resistenza portata avanti dalle milizie popolari.

All’ex carcere si accede attraversando la soglia di un massiccio cancello blindato e lambendo un profondo fossato utilizzato per le ispezioni dei controlli di sicurezza. Il filo spinato circoscrive il perimetro della base insieme a muri di cemento armato e torrette di avvistamento.

Il cannone di un imponente T-64 di produzione sovietica dà il benvenuto a chi varca il cancello: fissata alla sua torretta sventola una bandiera rossa con una falce e martello.

“Dobro pagialovat”, ci dicono i miliziani. Benvenuti, benvenuti nella casa dei fantasmi.

Fuori l’aria è gelida, e la nebbia fittissima ci permette a malapena di scorgere la cima di un traliccio per le trasmissioni radio, qualche metro oltre le mura della base.

Camminare nella campagna circostante non è affatto una buona idea: il rischio di urtare accidentalmente ordigni inesplosi o di innescare mine è decisamente concreto.

Varcando il cancello e la spessa coltre di nebbia spostata dal vento finiamo per essere inghiottiti da un’ acre nube di fumo. A ridosso di una delle tante mura di recinzione di questo ex carcere un miliziano è alle prese con un fuoco alimentato da legna zuppa e da vecchi mobili fatti a pezzi alla meglio. Da un lato una pila di fascicoli di carta fradicia: un via vai di gente giovane, e meno giovane, si dà da fare per prendere nei vecchi uffici devastati dai combattimenti le carte della polizia ucraina in modo da dare animo alle fiamme. Cani e gatti, che hanno trovato riparo in questa vecchia prigione, osservano sotto una tettoia.

L’umidità della legna, ma anche il metodo – non esattamente scientifico – utilizzato per alimentare il fuoco appestano l’aria che respiriamo. Sono le dieci, ma già un pentolone, annerito come le rughe dei più indaffarati, bolle sul fuoco per cuocere il pranzo della brigata.

Dopo quattro, cinque rampe di scale percorriamo alcuni corridoi interminabili e angusti, verniciati dalla polizia ucraina con un fastidioso smalto celeste.

 

A terra ancora i segni dei feroci combattimenti a cui le milizie sono state costrette per liberare il complesso dai battaglioni punitivi: attraversiamo una stanza dove venivano fatti i colloqui tra detenuti e familiari. Gli scarponi dei miliziani spezzano il tappeto di bossoli e di vetri che circoscrivevano gli spazi di detenzione.


Poco più in là c’è una stanzetta, nel centro di un altro corridoio che quasi non riceve luce naturale. In alto disegni di cani, gatti e fantasiose creature ci fanno intuire che quello spazio dovesse essere destinato agli incontri tra genitori detenuti e figli. Ma un gran trambusto non permette di rifletterci molto. Alcuni pentoloni ammaccati e fumanti vengono rapidamente disposti in un angolo della stanzetta e in un baleno compare di fianco al muro una fila di miliziani che attendono di buon grado il proprio turno.

Il posto a sedere per tutti non c’è, e di conseguenza qualcuno mangia in piedi, qualcun altro sposta il fucile per fare spazio al proprio compagno. Ci si stringe.

Chi ha finito si alza e fa sedere gli altri. Nelle scodelle dei miliziani ci sono sempre – più o meno – le stesse cose: pasta cotta fino a farla diventare un’indistinta poltiglia, un brodo da versarci sopra, con qualche pezzo di carne.
Tre fette di pane. E una tazza di tè. Ma a volte ci sono anche marmellata, burro e sottaceti, ci assicurano.


Anche questa è la guerra. Diamo il buon appetito a tutta la compagnia. Qualcuno rimane indifferente, altri ricambiano rispondendo in italiano, altri – forse i più sinceri – sgranano gli occhi e alzando i sopraccigli ridimensionano il nostro zelo.

I più disinvolti vengono da noi e si meravigliano, anche con una certa insistenza, del fatto che degli italiani accettino di mangiare – persino sorridendo – qualcosa che, lontano dalla guerra, si guarderebbero bene di avvicinare alla bocca. “Korrispondent” ci chiamano, ma non passa qualche ora che siamo già diventati “gli italiani”, i compagni italiani.

Su indicazione del comandante alcuni miliziani ci mostrano quella che per alcuni giorni sarà la nostra sistemazione: una stanzetta a cui si arriva facendosi largo tra vetri in frantumi, vecchi mobili, polvere e spazzatura. A parte due vecchie brande sradicate dalle celle, nella stanza non c’è nient’altro. Una stufetta elettrica non ha la meglio sul freddo che nei corridoi soffia come soffia nella campagna circostante. Come chiunque abbia dormito qui per qualche giorno, siamo costretti ad arrangiarci andando alla ricerca di quello che ci serve, a volte chiedendolo ai miliziani, a volte rovistando tra i cumuli di spazzatura e cianfrusaglie a cui sono ridotte le stanze dell’edificio.
Diamo una mano a spaccare la legna per il fuoco, e il nostro impegno viene apprezzato molto.

Qualcuno ci offre delle caramelle. Altri del latte condensato. Qualcuno ci porta un’altra stufa elettrica, o del tè, che molti ci invitano a consumare nelle loro camerate dove, seduti sulle brande, si cerca di combattere il freddo: avvolgendo con le mani una tazza d’alluminio rovente, ascoltiamo i racconti della vita di questi ragazzi venuti a combattere qua da ogni angolo dell’ex Unione Sovietica. Dalla Moldova alla Kamchatka. Spesso fanno lavori semplici, semplici come il loro modo di fare, che a volte può sembrare scontroso. Ma ci si rende conto ben presto che il fare brusco, senza fronzoli, non è che l’irruenza della sincerità di cui è impregnato ogni loro singolo sguardo.

Molti sono convintamente comunisti: alcuni in modo riservato, senza far rumore, altri rivendicandolo a piena voce e sfoggiando orgogliosamente cimeli sovietici nelle loro camerate e nelle loro uniformi, che spesso di uniforme hanno ben poco.

Nella sua stanza il comandante, un quarantenne ucraino dagli occhi di ghiaccio, ha disposto con cura bandiere rosse e un gagliardetto con il volto di Lenin.

Altri, comunisti non sono, e non lo so mai stati. Ed anzi, prima di questa guerra per i comunisti non provavano nessuna simpatia, ci assicurano, mentre adesso i comunisti sono rispettati anche dai loro naturali nemici. Almeno per il momento.

Riflettiamo, passeggiando nei sotterranei dell’ex carcere. Qui oltre alle docce, un deposito di armi e munizioni, un magazzino di medicinali e varie officine per la manutenzione, ci sono delle stanze con una porta blindata e un piccolo oblò in vetro, che quasi ricorda quello delle porte stagne delle imbarcazioni: sono le vecchie celle del regime di detenzione duro, riservate a chi infrangeva la disciplina carceraria o era sottoposto a una sorveglianza speciale.
Una finestra di pochi centimetri quadrati, due brande attaccate al muro.

Un’umidità impressionante che rende l’ambiente malsano e maleodorante. Chiunque dorma qui si ammala, ci assicurano Xavi ed Eloy, due medici spagnoli che offrono servizio d’assistenza sanitaria alla brigata: febbre, bronchiti, problemi respiratori.


Ma i ragazzi che dormono qui non si fanno grossi problemi: durante i bombardamenti l’intera brigata era ammassata nei sotterranei dopo l’evacuazione dei piani superiori.

Passeggiando a qualche centinaio di metri dalla base, davanti a uno dei chioschi del villaggio un ragazzetto ci si fa incontro con il fare di uno che ha voglia di parlare. Gli spieghiamo chi siamo ed il perchè ci troviamo in Donbass. “Guardate che fanno i fascisti” dice alzandosi la maglietta e mostrandoci lo squarcio di una cicatrice che gli attraversa il busto.

“Voinà”, si sente ripetere tra la gente e anche i meno attenti finiscono ben presto per comprendere il significato di questa parola.

Poco dopo ci ritroviamo a camminare nello stesso corridoio dove qualche ora prima i miliziani attendevano il proprio pasto, mentre il sole sta tramontando.

Una foto attaccata al muro richiama la nostra attenzione: è la foto di un nostro amico, un volontario bielorusso. Si fa chiamare Variak. Sotto il suo volto la sua data di nascita, del 1975, e quella del giorno che ci stiamo lasciando alle spalle.

E’ morto.

Nei pressi del posto di blocco dov’era di stanza ha urtato un ordigno inesploso, che non gli ha lasciato scampo. Ci si annoda lo stomaco: sconforto, rabbia, odio.

Trangugiamo, quasi senza accorgerci di farlo, qualche fetta di pane affogata nel brodo. Serrati, nella morsa della guerra, i nostri occhi si fissano sulla patina d’olio che ricopre la zuppa e lambisce l’acciaio della scodella. Nella morsa di una guerra.

Nella morsa di una guerra che non fa sconti a chi avuto il coraggio di guardarla in faccia, senza curarsi di dare tutto per un domani migliore.

Donetsk commemora le vittime dell’attentato terroristico di Parigi

da denyaleto.livejournal.com

Nella notte tra il 13 e il 14 novembre la capitale francese ha subito il più sanguinoso attacco terroristico sul territorio europeo degli ultimi dieci anni, in cui hanno perso la vita 129 persone e centinaia sono rimaste ferite.

Il giorno dopo l’attentato, gli abitanti di Donetsk ne hanno voluto commemorare le vittime, radunandosi davanti all’albergo Park Inn, unico ufficio di rappresentanza internazionale in quanto sede degli uffici dell’Ocse.

Il fatto che la Francia, assieme agli altri paesi europei, non abbia mai commemorato i cittadini di Donetsk caduti sotto le bombe di  Poroshenko e che sostenga con ogni mezzo il governo golpista di oligarchi e neonazisti che da quasi due anni conduce una guerra fratricida contro il popolo del Donbass, non ha impedito a giovani studenti, donne e uomini di Donetsk di recare fiori, candele e simboli della Francia, per unirsi al loro lutto. Solidarietà fra vittime di una violenza sui popoli.

“Siamo tutti molto scossi davanti a una tragedia del genere” dice uno studente dell’università di Donetsk, “è terribile essere consapevoli di  tutto quello che sta accadendo nel mondo. Qui ci sono studenti di diverse facoltà dell’università di Donetsk. Abitiamo tutti qua e abbiamo tutti età diverse. Vogliamo vivere in pace e vogliamo dimostrare che non si deve rimanere indifferenti dinnanzi a questi eventi”.

Una enorme lezione di solidarietà e civiltà da parte di un popolo che ancora soffre l’orrore della guerra.

Qui le FOTO

[Per ALBAinformazione a cura di Clara Statello]

 

Donbass: intervista al combattente internazionalista anarchico Ludwig

da Comitato per il Donbass Antinazista

“Ludwig” italiano ed anarchico, entra nell’Unità 404 dei comunisti combattenti del comandante Arkadich. Lo intervistiamo.

• Nome di battaglia?

Ludwig

• Come il compositore?

Come il più grande compositore di sempre-

• Perché sei qui?

Vivo di ideali ma sono anche una persona molto pratica…

• In che senso?

Sono un anarchico, ho la mia utopia per cui combattere. Ma ciò che succede nel Donbass è qualcosa di diverso. E’ un qualcosa di tetro che può succedere anche in Italia se non lo fermiamo in tempo. La fascistizzazione dell’Ucraina è una questione seria. Una società evoluta dovrebbe puntare alla distruzione dei padroni mentre avviene il contrario in Ucraina, quella “liberata” come dicono loro a Kiev. Lì c’è proprio la massima espressione di quel che di peggio può combinare un padrone. L’indottrinamento e la propaganda stanno promuovendo il massacro di migliaia di persone.

• Quindi sei qui per partecipare ad una sorta di fronte antifascista?

Sì, fondamentalmente qui come in tutta Europa non c’è nemmeno un germoglio di quel futuro che un uomo dai principi di sinistra come me si augurerebbe di trovare. E’ una situazione generalizzata dei tempi che viviamo, possiamo solo porre resistenza alle barbarie che esondano di fronte ai nostri occhi, in attesa di una ricostituzione delle forze attorno ad un’idea comune di sinistra, di progresso.

Per il resto, mi chiedo, è possibile che nel 2015 ancora non si parli del benessere comune come argomento principale? Gli Stati Uniti, l’imperialismo, sono i promotori di questa visione omicida del mondo che porta l’uomo ad odiare l’uomo. Lo hanno dimostrato qui in Italia proteggendo i fascisti, utilizzandoli per soffocare i movimenti popolari. In Ucraina stanno sperimentando ora la regia statunitense, voglio sinceramente evitargli questa “democrazia” a stelle e strisce. Da questa storia o ne usciremo tutti un po’ più liberi o finiremo tutti un po’ più schiavi.

• Ludwig, la presenza degli italiani nel Donbass è veramente limitata se confrontata con quella gli spagnoli. Ti senti un po’ una specie di eroe?

Che sia un periodo storico in cui farebbe bene a tutti avere eroi questo mi pare evidente, purtroppo. In una società malata il popolo ha bisogno di eroi, nel casino della modernità fatta d’apparenza, sì, sarebbe proprio la medicina giusta. Ma ho solo una buona dose di senso del dovere, forse è empatia, forse sapere che è la cosa giusta da fare.

• Che ne pensi dei ribelli?

L’arma più forte che hanno i ribelli è la verità e non basteranno le armi più tecnologiche americane per sconfiggerli. Sono animati di un misto tra lotta di classe e guerra nazionalista. E’ già successo nella storia e continuerà a succedere. Sta a noi indirizzare e valorizzare una delle due tendenze.

• E dell’esercito ucraino?

Loro invece sono un misto fra nazionalisti, mercenari ma anche gente comune mandata a morire.

• Se incontri un soldato ucraino sul campo, uno giovane, magari finito nella mobilitazione di Poroshenko… cosa farai?

Questa guerra l’ho scelta e lui no, è contro questo che combatto, per evitare che altri come lui siano spinti a trovarsi nella sua stessa situazione.

• Hai saputo della campagna che stanno portando avanti gruppi musicali anarchici come i Moscow Death Brigade?

Mi stupisce questa cosa, sono rimasto piuttosto deluso quando ho letto il loro appello contro le repubbliche popolari. Non tutti gli anarchici hanno le stesse priorità, evidentemente. Forse sono rimasti spaventati dalla partecipazione di alcuni elementi nazionalisti fra la resistenza… ma questo sta nella natura delle cose, anche in Italia contro i nazifascisti fu proprio così, la situazione era tutt’altro che pura. Il conto però si paga alla fine. La guerra non finisce con la resistenza.

• Come ti informi?

Su internet c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno. Le televisioni sono inutili ed assoggettate ai poteri forti, è da sempre così. Con internet tutto questo è stato scavalcato, per chi comanda è un grosso problema. Seguo soprattutto alcuni gruppi italiani e spagnoli, sono quelli che stanno più sul pezzo.

• Come descrivi questa guerra?

E’ una guerra già vista, gli americani che armano e finanziano dei criminali ed il popolo che subisce le peggiori violenze di questa strategia scellerata. Ora c’è la tregua, prima ci riversavano proiettili e bombe dappertutto, senza badare alle zone abitate da civili inermi. Ogni area, anche a chilometri dalla linea del fronte, è a tiro dei missili Grad e dall’artiglieria.

• Quanto resterai lì?

Il tempo necessario, magari per mostrare ad altri che si può agire nella vita, che possiamo essere attori di questo spettacolo indecifrabile che è la nostra esistenza.

• Questa è la domanda che forse i più vorrebbero farti: non hai paura di morire?

Sono sicuro che quando giungerà la nostra ora ci torneranno in mente gli attimi in cui abbiamo voltato le spalle a chi aveva bisogno. Preferirei affrontare quel momento con il cuore sereno.

• Sei preparato per quello che ti aspetta?

Certo. Sono un fuciliere d’assalto.

• Vuoi mandare un messaggio ai compagni italiani?

Stare a casa ad impazzire sui socialnetwork, terribile, non credete?

‪#‎Donbass‬ ‪#‎Unit404‬ ‪#‎Anarchy‬ ‪#‎Lugansk‬ ‪#‎Donetsk‬ ‪#‎донбасс‬ ‪#‎Донецк‬‪#‎луганск‬ ‪#‎новороссия‬ ‪#‎Ukraine‬ ‪#‎Novorossiya‬

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