Petrolio e basi militari: gli interessi USA in Venezuela

da: actualidad.rt.com

«Vincere una piccola guerra» in Venezuela permetterebbe ad Obama di accrescere il proprio peso politico, favorirebbe Washington per il predominio nel settore energetico e per fornirebbe agli Stati Uniti lo spazio per nuove basi militari, afferma il giornalista russo Nikandrov Nil. «Quello che sta accadendo in Venezuela oggi ricorda molto lo scenario del 1973 in Cile: in primo luogo, indebolire, quindi compromettere e infine rovesciare», dice Nikandrov.

Secondo l’analista, la ragione è molto semplice: l’immagine di Barack Obama in patria e all’estero è «catastroficamente compromessa», costringendolo a cercare tutti i tipi di «alternative di emergenza» per riaccreditarlo. Sconfiggere «un regime quasi marxista» in Venezuela sarebbe la soluzione ideale. Fornirebbe influenza politica e consentirebbe il controllo della maggiore ricchezza di petrolio del mondo.

Tuttavia, queste non sono le uniche ragioni. Il piano strategico degli Stati Uniti sviluppato in Venezuela dalla CIA e dall’Intelligence Agency della Difesa, tra gli altri servizi, fornisce una destabilizzazione completa del paese, includendo sanguinosi scontri tra l’opposizione e la polizia. Una volta utilizzata questa leva, ciò fornirebbe il pretesto a Washington per spostare le sue basi militari in Venezuela dalla Colombia, insiste l’analista.

Le autorità statunitensi non sembrano essere soddisfatti dei negoziati di pace tra il governo di Juan Manuel Santos e le FARC, secondo Nikandrov. La cessazione del conflitto armato che scuote la Colombia da più di mezzo secolo minaccia la permanenza di basi militari statunitensi sul territorio del paese latino-americano, quindi Washington sta cercando alternative. E il Venezuela potrebbe essere una di loro. Non è un caso che, nel contesto delle missioni diplomatiche, che gli Stati Uniti stanno inviando in Venezuela specialisti che vantano un record di successo in Iraq, Afghanistan e Libia. Inoltre sono anche sempre più frequenti i casi di arresti di giornalisti americani che lavorano in prossimità di obiettivi militari, aeroporti, porti, centri di controllo radar in Venezuela, riporta l’analista russo.

Secondo il governo del Venezuela, si tratta di una guerra silenziosa che cerca di creare il caos sociale.

«Il Venezuela è un obiettivo da destabilizzare. Si tratta di una guerra senza volto, senza responsabili che mira a rovesciare il governo e creare il caos sociale», ha dichiarato il presidente del Venezuela Maduro.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia, si ringrazia per la segnalazione Antonieta Giacalone]

Assange: Internet è stata occupata militarmente dagli USA

julian-assange-wikileaksda cubadebate.cu

«Internet è stata occupata militarmete dagli USA e dai suoi alleati anglosassoni», con l’obiettivo di dominare le società «minacciando la sovranità nazionale e la libertà», ha avverito Julian Assange, fondatore dell’organizzazione Wikileaks.

Assange è intervenuto in una video conferenza nell’ambito del 3º Incontro di Comunicazione Audiovisiva, a Mar del Plata, dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra, dove si trova dal giugno del 2012. Assange si è messo in comunicazione con una equipe guidata dal giornalista Pedro Brieger e altri comunicatori.

Assange ha manifestato che «la lotta contro i monopoli dei media è la lotta di una nazione poiché un paese si misura sulla bontà dei mezzi di comunicazione che ha».

«Una organizzazione di media può essere peggiore più di qualsiasi altra cosa», ha affermato il giornalista australiano, il quale ha reiterato che «molte cose si decidono in termini economici e molte volte ci sono giocatori importanti che acquisiscono posizioni dominanti sul mercato».

Inoltre, ha messo in discussione «la centralizzazione ed il controllo da parte delle stesse persone che si occupano della diffusione dei quotidiani», cosa che permette loro di realizzare disastri a livello mondiale.

«Una organizzazione di media spesso è quella che domina le conoscenze del pubblico, quindi questo può implicare un grave problema», afferma Assange.

Dopo il suo arrivo presso l’ambasciata dell’Ecuador a Londra, il 19 guigno del 2012, il fondatore di Wikileaks ha sollecitato l’asilo politico al governo di Rafael Correa, che glielo ha concesso, ma non ha potuto abbandonare la sede diplomatica poiché il Regno Unito ha negato il salvacondotto.

[Con informazione di Patria Grande]

Nasce il capitolo italiano del Movimento Europeo di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo, invitando ad aderire inviando una mail a questo indirizzo: 8dconchavez@gmail.com

La Repubblica Bolivariana del Venezuela ed il suo líder Hugo Chávez hanno ridato nuova vita e nuova potenza alla parola “Socialismo”.

A partire dall’ingresso di Chávez sullo scena mondiale, la speranza della Sinistra è rinata.

Il concetto di socialismo è stato arricchito con i contributi apportati dal Comandante Eterno, grazie all’ispirazione di Bolívar, el Libertador.

In tal modo il cosiddetto “Socialismo del XXI secolo” include i saperi autoctoni delle culture indigene, il pensiero dei libertadores e dei maestri della politica contemporanea: Ernesto Che Guevara, Salvador Allende, Fidel Castro…

Il Venezuela Bolivariano ha rotto i tradizionali e vetusti schemi delle relazioni internazionali che, sotto la sua iniziativa, hanno assunto un respiro rivoluzionario e di avanguardia.

L’ALBA, la UNASUR, la CELAC, PETROCARIBE, PETROSUR, TELESUR sono solo alcuni esempi dei successi che il Venezuela chavista è stato in grado di raccogliere.

Oggi, l’impero e l’oligarchia criolla, scossi dalla forza e dalla veemenza della Revolución Bolivariana, ritornano a minacciare la pace e la tranquillità della Patria di Bolívar.

Noi, italiani ed italiane di buona volontà, altrettanto rinnovati grazie all’agire rivoluzionario di Chávez e della Revolución Bolivariana, vogliamo dimostrare la nostra solidarietà con il Venezuela e aderiamo con la nostra firma alla creazione del Movimento Italiano di Solidarietà con la Revolución Bolivariana.


INVITIAMO TUTTI I SETTORI DEI MOVIMENTI RIVOLUZIONARI D’EUROPA A COSTRUIRE MOVIMENTI COME IL NOSTRO PER ESPRIMERE LA NOSTRA BUONA VOLONTÀ E RICONOSCENZA ALLA PATRIA DI SIMÓN BOLÍVAR E HUGO CHÁVEZ.

 Per aderire scrivere a 8dconchavez@gmail.com

Ecuador: la Rivoluzione cittadina contro la Chevron

Alla fine, il 13 novembre, la Corte Nacional de Justicia de Ecuador (CNJ) ha chiuso il processo che da venti anni la popolazione dell’Amazzonia ecuadoriana ha mosso contro la multinazionale Texaco, che dal 1992 si è unita alla Chevron. Questa è la quarta sentenza negativa che la Chevron ha raccolto negli ultimi otto anni, durante i quali i suoi  100 avvocati hanno fatto di tutto per evitare di pagare la multa di 19 miliardi di dollari.

di Achille Lollo*

(ROMA) — Nel 1993, la multinazionale Texaco Petroleum Company (oggi Chevron) portò a termine il contratto che aveva firmato nel 1964, con il governo dell’Ecuador per realizzare, in quasi due milioni e mezzo di ettari di selva amazzonica, 357 pozzi per la prospezione petrolifera, costruire 22 stazioni per pompare il petrolio dai pozzi dichiarati produttivi, per edificare nel 1980, un oleodotto di 500 Km (Trans-Ecuadoriano) e ripulire le aree dove fossero rimasti rifiuti tossici, le acque inquinate e le fosse con i fanghi petroliferi degradati. Norme che il governo ecuadoriano stabilì nel 1976 con la legge di “Prevenzione e monitoraggio dell’inquinamento ambientale”.

Di fatto, con l’uscita dall’Equador della multinazionale i tecnici della compagnia statale Petroequador hanno potuto constatare che:

1) le norme di legge per la prevenzione ed il monitoraggio dell’inquinamento non sono mai state prese in considerazione dalla Texaco Petroleum Company;

2) le denunce sul disastro ambientale in Equador che John Kimerling registrò nel suo libro Amazon Crude erano reali;

3) le accuse di genocidio per la sparizione delle comunità indigene, Tetetes e i Sansahuari, avanzate dall’organizzazione Acción Ecológica, erano veritiere, tanto che nel giugno del 1991 militanti di questa organizzazione occuparono gli uffici della Texaco nella capitale, Quito, per dare a conoscere al mondo quello che la Texaco aveva provocato nell’Amazzonia.

Alla fine, nel 1993, con l’inizio a New York dell’azione giuridica intentata dagli avvocati Steven Donzinger e Cristobal Bonifaz, su mandato di 30.000 indigeni delle comunità Cofán, Siona, Secoya, Kichwa e Huaorani, originarie delle province di Sucumbios, Orellana e Pastaza, è stato possibile definire che:

a) invece di riciclare 650.000 barili di residui petroliferi (petrolio non commerciabile) i tecnici della Texaco, li hanno semplicemente nascosti sotto terra aggravando l’inquinamento, dal momento che gli elementi tossici dei residui sono penetrati nelle falde idriche della regione in questione intossicando definitivamente il biosistema amazzonico;

b) Sono finiti nei fiumi e nei corsi amazzonici circa 80 miliardi di scorie petrochimiche insieme ai prodotti chimici utilizzati per il lavaggio delle perforazioni tra i quali il temibile “cromo-esavalente”, un composto chimico altamente cancerogeno;

c) De 1970 al 1992, la Texaco ha sottratto “quotidianamente e gratuitamente” dai fiumi circa 200.000 litri d’acqua per le operazioni di perforazione, per alimentare i sistemi di raffreddamento e per i consumi dei lavoratori. Per questo 60 miliardi di litri d’acqua, completamente inquinati sono stati sversati nei fiumi, nei laghi o direttamente nei terreni intorno ai pozzi delle stazioni senza il dovuto trattamento;

d) l’usa massiccio della dinamite lungo i fiumi ha provocato la morte di oltre 30 milioni di pesci e la loro sparizione da molti fiumi sottraendo, così, il principale alimento per le popolazioni fluviali dell’Amazzonia;

e) l’enorme inquinamento indiscriminato – soprattutto nella regione del Bloco 13 – è stato una conseguenza della tecnologia obsoleta che la Texaco aveva trasferito dagli USA in Equador, nel momento che, a partire dal 1960, in governo degli USA ha emanato una serie di leggi molto rigide che hanno proibito l’uso di un certo tpo di strumenti tecnologici per perforare i pozzi a causa dei danni che gli stessi provocavano per l’ambiente e per le persone;

f) Si è verificato l’uso discriminante di un contratto di lavoro – esclusivo della Texaco – che non remunerava i lavoratori ecuatoriani nella medesima misura degli statunitensi e che reclutava forzatamente lavoratori indigeni per “servizi aggregati” somministrando loro, solo il cibo e l’alloggio come salario;

g) Durante la costruzione dell’oleodotto (500 Km) i tecnici della Texaco hanno provocato la sparizione fisica delle comunità indigene nomadi Tetetes e Sansahuari;

h) Nel 1987 un terremoto ha distrutto 40 Km. dell’oledotto Trans-equadoriano che la Texaco per trasportare il petrolio dall’Est dell’Equador fino alla costa ovest, nella regione di Balao dove il governo ecuatoriano aveva costruito la raffineria Esmeraldes. Analizzando le distruzioni dell’oleodotto i tecinici della CEPE (Corporacion Estatal Petrolera Ecuatoriana) hanno scoperto gli errori della struttura dinamica della stessa opera, come le falle nella costruzione che si sono verificate perché gli ingegnieri della Texaco avevano ricevuto l’ordine di “risparmiare”. Quindi, oltre ad avere utilizzato prodotti di pessima qualità (come il cemento) è stato usato molto materiale difettoso (assi di ferro al posto dell’acciaio) che non avrebbero resistito ai movimenti tellurici. Una contingenza che ha evidenziato come la Texaco aveva ingannato il governo ecuadoriano, anche in funzione dell’alto livello di corruzione.

Infine, nel 1994, è stato fondato, a Quito, il Fronte per la Difesa dell’Amazzonia con l’obiettivo di organizzare, difendere e assistere giuridicamente le popolazioni indigene e i contadini che hanno sofferto per gli abusi della Texaco. Ed è stato grazie a questa organizzazione e alla perseveranza dell’avvocato Pablo Fajardo che il processo avanzato contro la Chevron-Texaco è continuato fino ad arrivare ad una giusta conclusione attraverso la Corte Nacional de Justicia de Equador.

Una lunga lotta

Dopo avere ottenuto nel 1994, che i tribunali degli USA accettassero che la Texaco fosse giudicata negli USA per i crimini commessi in Equador ed avere ottenuto alcune sentenze favorevoli che obbligavano la multinazionale a realizzare lavori per riparare i danni provocati, gli avvocati del Fronte per la Difesa dell’Amazzonia denunciarono il falso procedimento della Texaco che, in verità, non fece nulla in termini di bonifica delle aree interessate. Ma, quando i periti nominati dai tribunali USA presentarono nuove prove che condannarono la multinazionale è avvenuta la fusione della Texaco con la Chevron. La nuova direttrice approfittò di questo per chiedere, nel 2002, al giudice Rakoff della Corte di Appello di New York che l’intero procedimento della Texaco fosse giudicato in Equador dal momento che questa compagnia non esisteva più negli USA.

In risposta il giudice Rakoff – contraddicendo la regola generale relativa alle fusioni delle imprese che considera leggittima le associazioni a scopo di lucro, proprietà, progetti, perdite o pendenze giuridiche di uan imprese che si associa ad un altra – stabilì che il processo contro la Chevron-Texaco si sarebbe dovuto trasferire nei tribuali dell’Equador la cui sentenza sarebbe stata considerata esecutiva anche negli USA e che non avrebbe avuto prescrizione se l’allungamento del processo giuridico avesse avuto necessità di più tempo che negli USA.

A partire da questo momento la Chevron-Texaco che, che successivamente si trasformerà nella multinazionale Chevron farà di tutto per evitare il processo, persino tentando di corrompere periti e giudici. Quando ciò non le riuscì, cominciò a far circolare nell’impresa la tesi assurda che fossero stati gli indigeni ad aver corrotto i giudici della Corte Nacional de Justicia dell’Equador comportandosi come i mafiosi statunitensi!

Risulta chiaro che tale comportamento non ha per nulla aiutato la transnazionale che il 14 febbraio del 2011 è stata condannata a pagare una multa di 9,5 miliardi di dollari per i danni ambientali oltre a chiedere “scusa” alle popolazioni indigene. Rifiutando di chiedere scusa la multa sarebbe raddoppiata.

Tale multa, che rappresenta un record mondiale, è stata definita dai giudici dopo aver avallato ed analizzato i lavori dei periti. 600 miloni di dollari avrebbero dovuto essere utilizzati per bonificare le falde idriche e i flussi di acqua sotterranei. 5,396 miliardi per la bonifica dei terreni inquinati. 200 milioni da investire per il recupero della flora e della fauna. 150 milioni peer ricostruire le condotte di acuq potabile. 1,4 per ripagare i danni considerati irreversibili (malattie di cancro nella popolazione). 100 milioni para per riparare i danni culturali. 800 milioni per sostenere un fondo di salute pubblica per le popolazioni delle regioni colpite e 860 milioni in favore del Fronte di Difesa Amazzonica in qualità di rappresentante delle comunità vittime nei territori interessati.

Contro la Mano Nera

Non riuscendo a trovare ulteriori giustificazioni per sfuggire alla sentenza, la direzione della Chevron ha provato a giocare la carta dell’arbitraggio della Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia, che, come tutti sanno, ha sempre formulato sentenze che hanno favorito le grandi imprese, soprattutto le statunitensi e le britanniche. Di fatto, i giudici di questa corte da un lato hanno riconosciuto l’accordo che la Texaco fece nel 1995 con il governo dell’Equador, in base al quale garantiva di risolvere i problemi dell’inquinamento e, in seguito non tenendo in cosiderazione il fatto che la Chevron e la Texaco si sono fuse definitivamente nel 2001, liberano la transnazionale Chevron da qualsiasi responsabilità affermando che in base all’accordo del 1995 spetta alla Texaco e non alla Chevron la bonifica dei territori inquinati in particolare nella regione del Lago Agrio. Sentenza che ha fatto fare salti di gioia al responsabile dell’ufficio giuridico della Chevron, Hewitt Patê e a tutti gli azionisti della transnazionale.

Fu in questo contesto che il peso politico e morale della Revolución Ciudadana si è fatto sentire a livello internazionale dal momento in cui che lo stesso presidente Rafael Correa ha condannato l’attitudine della Chevron chiedendo al mondo intero una dimostrazione di solidarietà con i popoli indigeni che sono stati vittime della Texaco, oggi Chevron.

Il 12 novembre la Corte Nacional de Justicia dell’Equador al ratificare la sentenza ha mantenuto la multa di  9,511 miliardi di dollari necessari per la ricostruzione dell’ecosistema amazzonico danneggiato dall’inquinamento della Texaco senza confermare i dieci miliardi richiesti per non aver presentato le sue scuse alla popolazione.

Di fronte a questa sentenza il Ministro delle Relazioni Estere dell’Equador e militante attivo della Revolución Ciudadana, Ricardo Patiño, ha dichiarato:«I nostro popoli indigeni hanno avuto il coraggio e la fermezza di resistere durante 26 anni contro una transnazionale che fa profitti tre volte superiori all’intero PIL dell’Equador e di vincere, obbligando la Chevron – che nel 2001 ha comprato la Texaco – a pagare quello che è stato distrutto. Visto che negli USA, in Europa e perfino nei paesi arabi la Texaco non lavorava con una teconologia tanto obsoleta come quella utilizzata in Equador. Lì ha rispettato le regole. In Equador ha simulato di rispettarle, ma in realtà nasondeva i residui e corrompeva i magistrati per non essere denunciata. Non hanno voluto attendere il giudizio di appello della Corte Nacional de Justicia de Equador e hanno fatto ricorso all’arbitraggio della Corte Internazionale dell’Aia che, a sua volta ha commesso errori inammissibili, più evidente perché pretende di stare dalla parte delle grandi imprese. L’errore è chiaro perché l’accordo tra l’Equador e gli USA al quale fanno riferimento non ha effetto retroattivo. Il problema è che il risultato di questo processo adesso apre nuove prospettive per tanti altri processi in corso in Brasile, in Argentina, persino in Canada, contro il dramma dell’inquinamento per gli effeti dello sfruttamento petrolifero o delle grandi imprese minerarie. Per questo abbiamo bisogno della solidarietà dei popoli per continuare questa lotta fino alla fine».

*giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, editore del programma TV  “Quadrante Informativo” e editorialista del periodico brasiliano “Correio da Cidadania”

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

“Il dirigente necessario vs la direzione collettiva” di Jorge Giordani

https://i2.wp.com/aristobulo.psuv.org.ve/wp-content/gallery/vamos-con-todo/giordani-fidelvasquez.jpgQui di seguito vi proponiamo la traduzione realizzata  a suo tempo per ALBAinformazione da Marco Nieli del sesto capitolo del libro di Jorge Giordani, La transición venezolana al socialismo. Intanto, per chi fosse interessato, l’intero volume è stato pubblicato in italiano per la Casa Editrice Natura Avventura Edizioni.  

Capitolo sei (pp. 133-159)

Il Partito Socialista Unito del Venezuela

6.1. La costruzione di una dirigenza politica collettiva.

Il dirigente necessario vs la direzione collettiva.

I processi di fondazione, in riferimento alle organizzazioni politiche che hanno fatto storia, così come al rinnovamento degli Stati attraverso trasformazioni profonde, sono stati oggetto di argomentazioni volte a legittimare tanto il dirigente necessario, quanto la necessità di una direzione collettiva che orienti detti processi di trasformazione sociale.

Tutto ciò porta a dibattere il livello di democraticità a livello decisionale e all’analisi di deviazioni come quelle relative al cosiddetto “culto della personalità”. In tale direzione, il lavoro di Alfredo Maneiro su Machiavelli apporta elementi utili da considerare.[68]

Un elemento importante tra i molti si trova alla fine del lavoro, laddove il menzionato autore, allo scopo di valorizzare il dramma storico dell’avanguardia, espone il legame dialettico che unisce l’idea di unicità del comando con lo sviluppo sociale, attraverso la seguente riflessione dello stesso Machiavelli, laddove afferma che,

 

“Se vuoi, pertanto, tenere un popolo numeroso e armato per ingrandire l’imperio, lo devi organizzare in maniera tale che non sempre lo possa dirigere a tuo piacimento…”[69]

Questa riflessione, che determina la capacità di autodeterminazione e il grado di coscienza collettiva di un popolo in riferimento alla presenza di questo dirigente necessario, va al di là di una semplice interpretazione del pensiero di Machiavelli come legato all’uso di un presunto gioco di capacità, dell’astuzia e dell’uso dell’intrigo da parte del Principe, come anche del genio considerato il fondatore della scienza politica moderna.

La coesistenza tra dirigente necessario e direzione collettiva fu prontamente sviluppata dal fondatore del Partito Comunista Italiano, Antonio Gramsci (1891-1937), nelle sue acute osservazioni intorno alla funzione dell’”intellettuale organico”, come espressione di questa direzione collettiva attraverso il partito rivoluzionario.

All’interno della sua filosofia della prassi, Gramsci rende mondano e terreno il pensiero della ricerca di un umanesimo assoluto della storia, riconoscendo alla volontà rivoluzionaria organizzata la vittoria su qualunque necessità e la possibilità di rompere la cornice della società in cui si trova. In questa maniera gli eventi della struttura economico-sociale interagiscono con la volontà umana di trasformazione e con la conquista del potere finalizzata alla trasformazione della società. Di qui, la conversione di una classe sociale in dirigente, nell’assunzione della direzione della società nel suo insieme, che pianifica la costruzione dell’egemonia come capacità collettiva.

Il partito come “intellettuale organico”, il partito come “Principe Moderno” sono le modalità secondo cui lo stesso Gramsci struttura la possibilità di costruzione della trasformazione sociale profonda, della rivoluzione.[70] Conseguentemente, l’intellettuale smette di essere il ricercatore della verità per costituirsi in dirigente organico del partito, nel mescolarsi attivamente alla vita pratica come costruttore organizzatore e persuasore permanente.[71]

Questa identificazione gramsciana dell’intellettuale con i problemi delle masse, con la ricerca delle soluzioni agli stessi, insieme alle urgenze e aspirazioni della maggioranza della popolazione, sono precisamente l’incarnazione della volontà collettiva che dà vita al partito e all’intellettuale organico che lo identifica come dirigente collettivo, questione che oppone l’elaborazione di Gramsci sulla costruzione e conquista dell’egemonia al carattere individuale del dirigente necessario imprescindibile, del super-uomo di Nietzsche, o di qualsiasi altro modello che termini in questa aberrazione del culto della personalità del capo necessario, facendo sempre sì che la partecipazione aperta di chi appartiene al popolo e in particolare al partito politico egemonico, compensino la mancanza di un dirigente necessario ed evitino le deviazioni relative a un esercizio assoluto e ristretto del potere.

Il carattere fondamentale che Gramsci attribuisce alla lettura del Principe di Machiavelli come “libro vivente”, come “simbolo della volontà collettiva” verso un determinato fine politico, permetterebbe di arrivare a questa dirigenza collettiva volta alla fondazione del nuovo Stato. Ricordiamo, come ribadisce Gramsci nei suoi “Quaderni dal carcere”, che

Il moderno Principe, non può essere una persona reale, un individuo concreto, può solo essere un organismo, un elemento della società complessa appena si sia proceduti alla concrezione di una volontà collettiva riconosciuta e che questa si sia affermata parzialmente nell’azione. Quest’organismo è già dato dallo sviluppo storico ed è il partito politico, cioè, la prima cellula nella quale si sintetizzano i germi della volontà collettiva che tendono a convertirsi in totali e universali…”…[72]

Si richiede allora di definire questa volontà collettiva, questa volontà politica in generale, in senso moderno, e questo è ciò che tentò di fare lo stesso Gramsci con la fondazione del Partito Comunista Italiano, evento in cui la volontà agisce come costante coscienza della necessità storica, come vera, reale ed effettiva protagonista del dramma storico.

Gramsci si domanda, quando si può dire che esistono le condizioni perché possa apparire e svilupparsi questa volontà collettiva nazional-popolare? A questa domanda risponde che si deve necessariamente considerare una manifestazione sintetica e precisa di ciò che è stata la storia della situazione dove questo Principe moderno agisce, allo stesso modo, inoltre, le limitazioni derivanti dalle esperienze fallite e le lezioni dell’esperienza devono essere incorporate al bagaglio dell’azione trasformatrice.

Dentro al processo che sta vivendo attualmente il Venezuela, la nascita di una nuova organizzazione politica partitica, il Partito Socialista del Venezuela, esprime la sfida per la costruzione del dirigente politico collettivo, che serve da base per la trasformazione che si cerca di innescare.

Durante la giornata di riconoscimento al Comando Miranda e a coloro che hanno ottenuto le votazioni più alte nel processo elettorale realizzato il 3 dicembre 2006, il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha annunciato la creazione del Partito Socialista Unito del Venezuela e ha esortato i presenti a iscriversi a questo nuovo partito.[73]

6.2. Concetto di partito politico

Vari elementi possono considerarsi al momento di concepire un partito politico, tra questi menzioniamo i seguenti:

  1. Mantenere una continuità nell’organizzazione, vale a dire, un’organizzazione la cui speranza di vita sia superiore a quella dei suoi dirigenti.
  2. L’esistenza di un’organizzazione a livello locale, stabile e presumibilmente duratura, dotata di comunicazioni regolari e diversificate con il livello nazionale.
  3. Mantenere una volontà deliberata da parte dei dirigenti locali e nazionali di prendere ed esercitare il potere, soli o in coalizione con altri, e non soltanto di influenzarlo.

4.   Il proposito dell’organizzazione di ricercare un sostegno popolare attraverso le elezioni o qualsiasi altra forma.[74]

Il partito tende a presentare formule omogenee che traducono diversi interessi parziali dentro di un piano unico.

Potere nel seno degli organi che detengono la capacità di decisione suprema nella direzione del paese, dei poteri del Governo (gestione e direzione) e del Parlamento (legislativo).

I partiti devono dare risposta ai problemi materiali ma anche a quelli di tipo etico.

Il partito è una riunione – materiale o ideale – di persone che professano una stessa dottrina politica.

I partiti attuali si definiscono meno per il loro programma che per la natura della loro organizzazione.

Le funzioni che deve esercitare un partito, tra le altre, si possono enumerare come segue:

  1. Contribuire alla formazione dell’opinione attraverso di organismi che ne rivendicano la propria responsabilità pubblicamente. Incidono nell’opinione pubblica e realizzano una funzione pedagogica. (Programma generale di governo).
  2. Elementi decisivi della espressione politica della società, sebbene non esclusivi, il che si articola attraverso la concorrenza per le elezioni. (Elezione di rappresentanti).
  3. Comunicazione tra la società e lo Stato.
  4. Direzione dell’azione delle istituzioni pubbliche, o anche di controllo governativo, attraverso la critica.
  5. Rafforzare il regime, stabilizzandolo e legittimandolo.
  6. Strutturazione della successione politica.

I partiti come limitatori della creazione libera e autentica delle diverse volontà individuali, come parti conformatrici in percentuale della volontà generale.

Ogni organizzazione tende a generare una struttura burocratica. La democrazia è possibile soltanto mediante l’eliminazione dei partiti e il passaggio all’autogoverno diretto della società, altrimenti esistono soltanto regimi diretti da oligarchie. Quest’ultima possibilità poteva portare all’affermazione che era preferibile il governo di un uomo solo, unica possibilità di rompere le oligarchie.

6.3.  Obiettivi

La formazione di una forza rivoluzionaria capace di trasformare la società venezuelana.

 

La definizione degli strumenti teorici autonomi e originali per l’interpretazione della realtà presuppone un riconoscimento critico delle matrici del pensiero.

 

Identificazione e selezione di un insieme di principi della teoria politica in base alla quale costituire il movimento storico di trasformazione della realtà venezuelana.

 

6.4.  Contesto nazionale e internazionale

La nascita del Partito Socialista Unito del Venezuela ha luogo in un contesto particolare che è necessario riassumere almeno in forma sintetica: in campo nazionale:

1.La diversità delle forze che appoggiarono il Presidente Chávez nelle elezioni del 3 dicembre 2006.

2.L’invito espresso di un’adesione politica partitica alle altre organizzazioni senza condizioni e a titolo personale, negando l’iscrizione per via indiretta.

3.La conformazione di una struttura “Comando Miranda” che nasce come organizzazione di sostegno a una campagna elettorale specifica per la creazione della nuova organizzazione politica del partito.

4.La relazione biunivoca tra l’organizzazione politica del partito e i membri del governo.

5.L’apertura di un processo di discussione ideologica all’interno della rete di sostegno elettorale creata dal Comando Miranda.

6.L’elezione da parte della base della nuova dirigenza politica del partito.

7.La necessità di convocare un’Assemblea Costituente di delegati eletti direttamente dalla base.

Sul piano internazionale vale la pena segnalare alcuni elementi come i seguenti:

1.Il mondo vive una crisi strutturale del capitale.

2.Si sviluppa una guerra in Irak con penetrazione dell’impero USA verso la conquista di nuove fonti di energia.

3.Continuano le tensioni politico-militari nel Medio Oriente e in Asia, particolarmente in Afghanistan e Pakistan.

4.Si sono prodotti alcuni cambiamenti in governi latinoamericani come Bolivia, Brasile, Ecuador, Nicaragua, Argentina, con tendenze progressiste.

5.Si è prodotto un cambiamento nella direzione del governo cubano, il cui leader Fidel Castro, per motivi di salute, ha dovuto trasmettere le consegne.

6.Si è avuta la morte del dittatore Augusto Pinochet in Cile.

7.Continuano i cambiamenti dei rapporti di forza negli USA, con il rifiuto del governo Bush per la sua partecipazione alla guerra in Iraq e si inizia la campagna presidenziale in questo paese.

Una tale lista deve considerare fondamentalmente due elementi, uno a livello nazionale e l’altro internazionale; entrambi presentano un carattere strutturale che va ben al di là della semplice congiuntura. Si tratta, da un lato, di quello che abbiamo già considerato riguardo alla crisi strutturale del capitale, così definita da Mészáros, che arriva a mettere in questione niente meno che la totalità degli esseri umani che abitano sul pianeta terra, crisi questa senza soluzione, secondo l’autore, nel contesto del metabolismo della logica del capitale che minaccia per la prima volta nella storia dell’umanità la vita della totalità degli esseri umani.[75]

Dall’altro lato, nel contesto del paese esiste una crisi nel sistema capitalista di rendita venezuelano, secondo Asdrúbal Baptista, situazione questa che si trova anche alla base del modello produttivo nazionale.[76]   

Tanto la crisi strutturale del capitale a livello del pianeta terrestre, come quella più specifica del capitalismo di rendita venezuelano sono due elementi che servono da punto di riferimento alla nascita del Partito Socialista Unito del Venezuela; inoltre, aggiungiamo che il nostro paese si trova in una fase di superamento della crisi di legittimazione del regime politico che ha governato durante la Quarta Repubblica.[77]

In questo contesto particolare la creazione di un Partito Socialista presenta connotazioni che ricordano le organizzazioni di massa create alla fine del secolo XIX, dove il potere emanava dalla base affiliata, che doveva eleggere i suoi dirigenti.

Questa esperienza, che comincia appena come partito di massa con una affiliazione diretta degli individui, è andata crescendo durante l’anno 2007 con la realizzazione di una serie di attività volte alla costituzione delle Assemblee dei Battaglioni, unità basica di circa 300 persone, e la successiva elezione dei portavoce.

In tutto, si è riusciti a registrare un numero di aspiranti in tutto il paese di 5669305, distribuiti tra i 335 municipi, le 1121 parrocchie e i 18898 Battaglioni.[78] Della totalità dei Battaglioni Socialisti, ogni 10 costituiscono una Circoscrizione Socialista, circa 1400 in tutto, al cui interno sono stati eletti i portavoce e i differenti delegati, politici e ideologici, di organizzazione e logistica, di propaganda, di lavoro sociale e di difesa territoriale. Una volta che sono stati definiti i circa 1400 delegati, si insedierà il Congresso Costituente ancora in attesa di mettersi in moto nelle sue sessioni ordinarie.

6.5.  Problemi e criteri del cambio di organizzazione politica

La discontinuità con le organizzazioni politiche esistenti, compresa la forza maggioritaria che formalmente appoggia il processo di cambiamento, deve considerare due tipi di discontinuità con comportamenti assunti in precedenza. La prima è riferita alla necessità di porre un netto taglio con il comportamento clientelare, cioè con la ricerca di benefici per persone o gruppi che cercano di conservare potere dentro dell’organizzazione politica attraverso il conseguimento di posizioni in seno al governo ai suoi livelli differenti.

 

La seconda discontinuità deve operare in relazione a coloro che cercano di costruire posizioni di potere a partire della eccessiva valorizzazione personale nella direzione delle organizzazioni dell’apparato dello Stato, come nell’Esecutivo nelle sue differenti istanze, l’istituzione militare, le relazioni con i gruppi economici e i mezzi di comunicazione e lo stesso apparato di partito o dei partiti e organizzazioni che accompagnano il processo.

 

La risposta, relativa a queste discontinuità, deve essere ricercata in una democrazia di base e dalla base che eviti gli incistamenti clientelari e burocratici, conducenti a queste posizioni di potere per il beneficio di persone e gruppi particolari. Devono evitarsi egualmente le designazioni “dedocratiche” le quali in parte derivano da una direzione politica incoerente e dispersa, prodotto dell’assenza di una direzione unificata e diffusa, collettiva, con unità di propositi e soprattutto con un programma politico unico.

 

Due criteri che potrebbero aiutare a risolvere tra molti, il tipo di discontinuità programmate, si riferiscono alla qualità rivoluzionaria  e alla distinzione tra obbedienza e disciplina.

In quanto al criterio della qualità rivoluzionaria di un progetto di cambiamento, si intende da Alfredo Maneiro come la capacità dei membri di un’organizzazione di trasformare realmente la società e se stessi come soggetti di cambiamento.

 

E in quello che riguarda la differenziazione tra obbedienza e disciplina, il non confonderle implicherebbe atrofizzare il libero gioco delle idee e delle opinioni nel seno del collettivo o in quello di una organizzazione politica determinata.

6.6.  La proposta programmatica

Per Benjamin H. Constant de Rebesque, un partito politico è una riunione di persone che professano una stessa ideologia, una stessa dottrina politica, il che le assimila a gruppi di pensiero. Il fondamento teorico del partito esprime la “ideologia”, la “dottrina” e in termini più specifici il “programma”, il suo manifesto politico. A titolo esemplificativo, il Manifesto Comunista, scritto nel 1848, per il quale furono incaricati Carlo Marx e Federico Engels, su mandato della Lega dei Comunisti, come fondamento del primo partito internazionale dei comunisti.[79]

In quanto alla proposta relativa al PSUV, si sono elaborate alcune bozze, che dovranno essere sottoposte al percorso dell’Assemblea Costituente, in modo da legittimare tanto la teoria come la pratica dell’azione di trasformazione del paese verso una società di tipo socialista.[80]

Tentiamo di facilitare almeno in parte questo processo di elaborazione ancora in corso.

La prima considerazione ha a che vedere con la collocazione della nascita del PSUV nel contesto di una società mondiale dominata dalla logica del capitale, come ci ha mostrato István Mészáros. Non ci può essere un contesto più allargato di fronte a noi, si tratta di ciò che accade alla società nel suo complesso, al suo metabolismo sociale impregnato fino al midollo di crisi strutturale, di una transizione verso un altro metabolismo basato sulla logica del lavoro, il quale richiederà sforzi inauditi e tempo, non si realizzerà per semplice decreto e per approvazione di una legge o di una Costituzione, di per sé necessarie, come osserviamo nella dinamica attuale del paese. L’importante è che dobbiamo cominciare qui e oggi a costruire questa nuova società, non c’è tempo da perdere, dato che l’alternativa è smettere di lottare contro questa logica che tutto pervade, tutto domina nei suoi interstizi più intimi e particolari. Detto punto di riferimento per la transizione che si vuole deve essere sottoposto a un intenso dibattito per la collocazione del nostro processo di trasformazione sociale e come costituente la base del PSUV.

Un secondo punto per la riflessione ha a che vedere con la specificità venezuelana che si porta sulle spalle la propria storia, il suo fardello di tempo, le sue sfide e le sue paure. Questo segnale concreto va nella direzione della Grande Nazione Bolivariana, della Patria Grande dei nostri Liberatori, insieme alla sorte del resto dei popoli del nostro continente che è storia comune, passato ancestrale dei nostri abitanti originari; questo libro aperto di lotte non può rimanere fuori delle considerazioni del nuovo partito politico che si cerca di costruire, lo specifico del nostro esempio storico oltremodo glorioso deve confluire nella lotta di altri popoli, farsi universale, ed è in questa direzione che molti altri popoli del mondo osservano con curiosità e ammirazione ciò che accade qui, e a sua volta, è per questo che né la grande potenza egemonica del mondo né il suo governo di turno possono permettere un successo all’interno delle nostre frontiere, dato che sarebbe il seme di altre ribellioni e lotte da parte di popoli oppressi e saccheggiati storicamente. A titolo di esempio, si veda ciò che succede in altri paesi dell’America Latina e dei Caraibi.

Un terzo punto si riferisce alla specificità della costruzione del socialismo in Venezuela e alle caratteristiche del suo modello di sviluppo e di accumulazione, attualmente basato su di una rendita internazionale proveniente dalle risorse energetiche, il che fa sì che le condizioni iniziali nelle quali si formula il PSUV debbano prendere in considerazione lo Stato che esiste e le possibilità di costruzione di uno nuovo, libero dai legami che produce la rendita petrolifera e le sue conseguenze materiali. La triade della logica del capitale, del lavoro e dello stesso Stato nazionale sono elementi che debbono essere presi seriamente in considerazione al momento di elaborare la proposta programmatica del PSUV.

Una quarta considerazione ha a che vedere con la transizione sociopolitica del paese nel tentare di superare il precedente regime della Quarta Repubblica con un altro che apra prospettive e condizioni per la costruzione del socialismo nel nostro paese. Gli anni dall’inizio del nuovo governo nel 1999 hanno dato un esempio sufficientemente significativo dell’insieme dei progressi necessari e delle forze esterne e interne che desiderano mantenere immobile il paese nella storia. L’esempio del referendum costituzionale non è altro che un nuovo segnale del carattere della lotta perché avanzi in direzione di una società di nuovo conio, basata sull’approfondimento dell’inclusione di coloro che sono stati esclusi storicamente. Approfondire la transizione, superando le contraddizioni interne, comprese quelle che si producono all’interno dello stesso popolo, richiede il disegno di una strategia di direzione collettiva, la costruzione di quella volontà di cui parlava Gramsci, l’instaurazione del Principe Moderno, l’intellettuale organico, capace di avanzare con un nuovo blocco storico orientato verso il socialismo.

In un capitolo anteriore abbiamo commentato alcune delle sfide che prevede Mészáros per la costruzione della nuova società, tra le quali quella relativa all’irreversibilità del processo diventa fondamentale e prioritaria. L’esperienza delle lotte del mondo post-capitalista e il loro successivo fallimento sono lezioni da tenere costantemente a mente, ed è in questa direzione che la irreversibilità del nuovo modello di società basato su di un pluslavoro in grado di soddisfare le necessità della società, dei suoi liberi produttori associati e di coloro che la compongono, si converte in condizione necessaria e permanente da seguire. Le azioni da intraprendere debbono essere valorizzate in riferimento al criterio dell’irreversibilità, al tentare di conquistare spazi politici e materiali. Consolidare i progressi che di fatto non sono stati pochi in questa prima decade del nuovo processo di trasformazione, con la visione concentrata sull’irreversibilità, appare una condizione sine qua non.

Un sesto elemento ha a che vedere con le relazioni tra l’elaborazione teorica dello stesso PSUV e la natura e particolarità della sua pratica politica. La filosofia della prassi alla quale faceva riferimento Gramsci, l’esercizio dell’azione politica positiva, di costruzione di un futuro possibile e fattibile, deve riuscire efficace contro il passato oppressore, cominciando come proposto da Roman Rolland, ripreso brillantemente dal creatore del Partito Comunista Italiano, ad agire con il pessimismo della ragione e l’ottimismo della volontà, il tutto inteso in senso collettivo. Il PSUV deve essere espressione e coscienza della volontà popolare, rompendo coi legami del passato, trasformando questa negatività in proposta di azione costruttiva, in quanto programma dello stesso partito.

La conformazione del PSUV dalla base come struttura di massa aperta al futuro, ma impegnata nella dura realtà di lotta che verrà nel tentare di risolvere il problema collettivo del potere, in funzione dei fini che si propone la nuova società in gestazione, con la sua nuova forma statuale, legata ai cambiamenti materiali che si richiedono per amministrare il tempo disponibile dei lavoratori, del suo utilizzo a beneficio delle grandi maggioranze e la fine del tempo minimo, che porta allo sfruttamento e al dominio da parte delle personificazioni del capitale. L’unità della politica e della produzione, dell’economia delle risorse in una sorta di mediazione collettiva che permetta l’utilizzo degli eccedenti in maniera razionale e non dispendiosa sarà anche parte delle sfide che si prevedono al momento di elaborare il programma di azione, la stessa gestione del governo e la valutazione dei risultati. Da qui la necessità di una critica permanente e di un’autocritica, come elemento della condotta non soltanto dei dirigenti di circostanza che esprime la società, ma anche della condotta quotidiana dei suoi militanti imbevuti di una necessaria eguaglianza sostanziale nel processo di assunzione di decisioni. L’esercizio pieno di questo tipo di condotta sarà un antidoto alla concentrazione del potere in poche mani, (uno stimolo) alla ricerca incessante delle soluzioni possibili, alla lotta per il loro conseguimento, in questo cammino che è un processo senza limiti per raggiungere questa utopia come luogo inesistente ma che però illumina come un faro la direzione di quello che si intende costruire, in determinate circostanze e a partire dalle condizioni nelle quali ci incontriamo. Dette tensioni tra il desiderabile e il possibile, tra la teoria e la pratica, tra l’astratto e il concreto, (vanno viste) alla luce di un’illuminante razionalità come quella concepita da Rosa Luxemburg nello stabilire la già menzionata unità dialettica tra l’azione quotidiana e l’obiettivo finale rivoluzionario, elemento basilare del disegno strategico e del programma di azione del Partito Socialista Unito del Venezuela.

Un altro elemento che richiede la piena coscienza dell’organizzazione politica del partito si riferisce al problema della divisione interna al genere umano, della divisione del lavoro e a quella relativa alle classi e gruppi dentro alla società, in tal senso si rende di nuovo necessaria la pratica di una eguaglianza sostanziale senza mediazioni di tipo avversativo né di tipo gerarchico. Il partito in questa direzione si costituisce nella forma più adeguata a preparare e predisporre una dirigenza realmente democratica con capacità di direzione e di guida, in lotta permanente contro l’individualismo come forma di apoliticismo primitivo; il partito nel senso di Gramsci si converte nel Principe moderno.

Seguendo Gramsci nella sua riflessione intorno al contributo di Machiavelli, egli si pone molte domande e organizza una risposta che citeremo in tutta la sua estensione, considerandola di primaria importanza non solo in quanto all’esperienza di ciò che accadde in Italia, durante la lotta contro il fascismo, ma che ci permette di inquadrare ciò che adesso si trova in piena fase di gestazione, il PSUV nel caso del Venezuela. Vediamo come Gramsci formula detto problema,

…Che cosa sarà la storia di un partito? Sarà la semplice narrazione della vita interna di un’organizzazione politica? Come nasce, (come nascono) i primi gruppi che la costituiscono, le polemiche ideologiche attraverso le quali si costituiscono i suoi programmi e la sua concezione del mondo e della vita? Si tratterebbe, in tal caso, della storia ristretta di gruppi intellettuali o della biografia politica di un’individualità singolare? La cornice del quadro  si formerà subito e sarà conseguentemente più ampia e comprensiva. Si dovrà fare la storia di una determinata massa di uomini che avranno seguito i loro precursori, avranno mantenuto la fiducia, la loro lealtà, la loro disciplina o che li avranno criticati “realisticamente”, disperdendosi o rimanendo passivi di fronte ad alcune iniziative. Ma questa massa sarà costituita soltanto da membri del partito? Sarà sufficiente seguire i suoi congressi, le elezioni, etc. tutto quell’insieme di attività e di modi di esistenza con i quali la massa di un partito manifesta la propria volontà? Evidentemente occorrerà tenere a mente il gruppo sociale di cui il partito è l’espressione più avanzata: la storia del partito, cioè, non potrà non essere la storia di un gruppo sociale. Ma questo gruppo non si trova isolato, ha amici, affinità, avversari, nemici. Soltanto dal quadro d’insieme nazionale e statale (e spesso anche con interferenze internazionali) risulterà la storia di un determinato partito, pertanto si può dire che scrivere la storia di un partito significa niente di meno che scrivere la storia generale di un paese da un punto di vista monografico, per evidenziarne un aspetto caratteristico. Un partito avrebbe avuto maggiore o minore significato e peso, nella misura nella quale la sua particolare attività avrebbe pesato più o meno nella determinazione della storia del paese. Da ciò ne risulta che dal modo di scrivere la storia di un partito deriva il concetto di che cos’ è il partito o di che dovrebbe essere. Il settario si compiacerà dei fatti interni, che avranno per lui un significato esoterico e lo riempiranno di un entusiasmo mistico; lo storico, anche dando a ogni cosa l’importanza che ha nel quadro generale, calcherà l’accento soprattutto sull’efficienza reale del partito, sulla sua forma determinante, in positivo e in negativo, nell’aver contribuito a creare un evento e anche nell’avere impedito che altri eventi si compissero…” [81]

Questa lunga citazione ha una validità incredibile, se pensiamo al qui e adesso del Venezuela, (paese) dove si costituisce una nuova organizzazione politica di partito, il PSUV. La riflessione di Gramsci acquista una validità singolare non soltanto in quanto al significato dell’organizzazione stessa del PSUV, ma anche al tentare di comprendere che succede nel paese e nel resto del mondo. Già abbiamo menzionato la necessità di comprendere il contesto tanto nazionale quanto internazionale, da ciò la necessità di tenere a mente il metabolismo della logica del capitale nella sua transizione a una logica del lavoro, da un lato e dall’altro, la specificità del modello attuale di sviluppo e di accumulazione che vige in Venezuela. Lasciare da parte tali elementi nella costituzione del PSUV sarebbe negare la realtà, occultarla, ideologizzarla in quanto tale, punto questo di partenza necessario per agire in maniera scientifica, obiettiva, in particolare nel costruire un’organizzazione radicale, trasformatrice, rivoluzionaria, di carattere socialista.

Ancora accompagnando Gramsci nelle sue riflessioni intorno alla creazione del partito rivoluzionario, egli si chiede quando detto partito si renda “necessario” storicamente. In tal senso, prevede la convergenza di tre elementi fondamentali: il primo, riferito all’esistenza di persone la cui partecipazione si offre in base alla disciplina e alla fedeltà al progetto proposto, e non tanto al loro spirito creativo e organizzativo. Senza di ciò, il partito non potrebbe esistere, per quanto è anche certo che ciò nemmeno sarebbe di per sé sufficiente. Una tale agglomerazione umana costituisce una forza, in quanto esiste qualcuno che la centralizza, la organizza e la disciplina; al contrario, detta forza tenderebbe a convertirsi in qualcosa di minuscolo e impotente. Il secondo elemento ha a che vedere con quel fattore di unione che dà coerenza all’insieme, che lo può rendere efficiente e potente nell’agire in maniera coordinata, (ossia) la questione che non sarebbe utile l’agire ognuno da solo e in maniera individuale. Si tratta, affermiamo, di un elemento necessario di sinergia per l’attuazione coerente e direzionata di qualunque sistema sociale. Infine, il terzo elemento si rapporta ai due anteriori, nel ricercare nelle sue debite proporzioni, definite e finite, l’azione del partito. Il secondo elemento ci pare che permetterebbe di avanzare in quella che abbiamo definito la condizione di irreversibilità, nel non permettere di distruggere una forza esterna o interna alla propria organizzazione del partito in condizioni normali di esistenza. Senza la direzione che imprime il secondo elemento, gli altri due rimarrebbero vuoti di contenuto e si troverebbero lontani dal costruire l’organizzazione del partito come sistema coerente. Gramsci afferma che la convinzione ferrea che determina soluzioni ai problemi che pone il partito non sarebbe possibile senza la presenza del secondo elemento menzionato. In questa stessa direzione, concludiamo che, nel definire la politica e quindi la storia diversamente da un gioco fatuo di illusioni, sono gli esseri umani coloro che acquistano coscienza di fronte allo sviluppo dei conflitti fondamentali della società, e ciò appartiene al mondo della ideologia, presentando un carattere organico e gnoseologico e non soltanto di tipo psicologico e moralista.

Gramsci, nel considerare le relazioni di forza tra gli attori politici, finisce per affermare che dette relazioni arrivano a una conclusione nella sfera dell’egemonia e in quella delle relazioni etico-politiche. La sua visione dialettica della realtà gli permette di osservare gli elementi fondamentali del processo sociale, tanto in quello che accade nel presente e nel passato, come nella sua azione verso il futuro, in una “previsione che non può essere puramente obiettiva”, dato che l’essere umano introduce la previsione nel suo programma di azione e afferma che solo in quanto l’aspetto obiettivo della previsione si colleghi a un programma di azione, in questa stessa misura essa acquista obiettività, dato che la passione sprona l’intelletto e coopera per far sì che l’intuizione sia più chiara; inoltre, essendo la realtà in parte il risultato dell’applicazione della volontà umana alla società, nel prescindere da ogni elemento volontario o nel considerare soltanto il calcolo della partecipazione degli altri, la realtà quotidiana risulterebbe mutilata di alcune di queste componenti. Afferma egualmente che chi vuole fortemente, identifica gli elementi necessari per la realizzazione della sua propria volontà. La lotta tra il dover essere e l’essere appare in tutta la sua intensità nella politica con tutte le sue opposizioni, contraddizioni e conflitti.

6.7.  Partito programma e partito apparato

Cerroni prevede la necessaria tensione che deve esistere tra la condizione programmatica e quella del partito stesso; allo stesso modo, segnala che la perdita di importanza nell’elaborazione programmatica del partito – l’esaurimento ideale, la sterilizzazione del programma e il suo valore marginale – si manifestano fondamentalmente nella rinuncia o nell’attenuazione degli elementi programmatici rinnovatori – le riforme di struttura, il che a sua volta significa l’adeguamento del partito alla politica fine a se stessa, al parlamentarismo puro e alla pura problematica della conquista e amministrazione del potere pubblico; in questa direzione, il partito si vede spinto verso una variante del vecchio clientelismo rappresentato dalla burocrazia partitica. Il partito apparato, cioè, il partito macchina come la formazione tecnica istituzionale, tende a perdere la connessione organica con il partito programma, come progetto ideale del partito. In questa stessa ottica, l’autore menzionato afferma che,

…Esiste un pericolo nella sinistra di “cosificazione” della politica, nella misura in cui il risolversi l’azione politica esclusivamente nelle contese e combinazioni destinate a ottenere il potere, la prospettiva ideale si contrae e si dissolve o, peggio ancora, si pragmatizza adattandosi alle mutevoli esigenze della lotta e della vita politica. Il fenomeno che spesso si presenta sotto la forma del “realismo politico”, di fatto è – almeno sul lungo termine – un segno inconfondibile di adattamento all’ambiente storico-sociale, di ripiegamento riformista…”…[82]

Una tale prospettiva teorica deve servirci da messa in guardia in quanto alla conformazione del PSUV, non soltanto per la storia passata vissuta con tanta drammaticità nel caso venezuelano, per non parlare di altre esperienze a differenti latitudini, ma anche in quanto la nascita, la conformazione, lo stesso Congresso della Fondazione del PSUV deve partire da esperienze già vive e per nulla ripetibili, pur essendo la memoria dei Venezuelani corta e pigra. La storia ci insegna che quando non si impara da essa, se la prima volta è stata una tragedia, la seconda potrebbe convertirsi in commedia; essa presenta sempre il conto a coloro che ostinatamente si ostinano a ripetere esperienze fallite. La possibilità che si apre con la conferma del PSUV è grande e deve affrontare sfide, alcune delle quali abbiamo indicato nel corso di questo lavoro, ricordando ancora che un partito politico si costituisce in una congiuntura storica qualsiasi ma che poi deve pagare il conto richiesto dalla storia stessa, e che le prossime generazioni saranno presenti per valutarla, continuarla, negarla, in fin dei conti mantenendo la possibilità di costruirne una differente; il futuro della società continua aperto, nonostante le voci della piazza che pretendono confiscarlo per mantenere lo status quo.

Il perno necessario, in definitiva dialettico, tra il partito programma e il partito apparato che subisce una discontinuità nel caso di molte o della maggioranza delle esperienze socialdemocratiche, deve tenere a mente la problematica permanente della proposta riformista in contrapposizione all’altra di carattere rivoluzionario che pretenda di trasformare a fondo, meglio transustanziare, alla García Bacca, per costruire alla fine la utopia socialista, e nel nostro caso, specificatamente, quella bolivariana. I cambiamenti che devono arrivare alle radici della superstruttura e alla struttura, nei termini come li ha previsti Gramsci con la costruzione dell’intellettuale organico, e nella tesi proposta da Mészáros di una società in transizione verso un metabolismo basato sulla logica del lavoro, richiedono, lo ripetiamo, nel qui e adesso venezuelano, la costituzione urgente e imprescindibile di un partito politico, e in questa direzione deve tentare di incamminarsi il Partito Socialista Unito del Venezuela.

6.8.  Il partito e le relazioni di forza

Seguendo di nuovo Gramsci e collocandoci a livello internazionale, nel tenere in conto la logica del metabolismo del capitale e la crisi strutturale che sta attraversando, non possiamo fare a meno di mettere sul tappeto i rischi già identificati di un paese egemonico globale, gli USA, la cui capacità distruttiva, produttiva e politica è capace di schiacciare qualunque intenzionalità di indipendenza e sovranità, che non osi sottomettersi ai suoi progetti. La forza militare nucleare o di qualsiasi altra risorsa in megatoni, come forza bruta, ha evidenziato effetti terribili nella sua applicazione chirurgica in Iraq, o nelle minacce che incombono sull’Iran, o in quelle su qualsiasi altro paese con immense risorse energetiche, semplicemente per soddisfare l’antropofagia di un consumo dilapidatore. E’ per questo che non possono permettere nessun tipo di successo nel progresso del modello venezuelano, e ancora meno i suoi possibili effetti di propaganda, dato l’esempio di indipendenza dei criteri e la presa di decisioni autonome.

Gramsci prevede un secondo elemento necessario per esaminare le relazioni di forza e il loro legame col partito, riferite al legame che si stabilisce tra la struttura e la sovrastruttura in un determinato periodo di tempo, dentro del quale queste relazioni si devono muovere nell’ambito dei seguenti principi,

…“…1)nessuna società si pone compiti per i quali non esistono le condizioni necessarie e sufficienti o per le quali esse non si trovano in via di sviluppo; 2) nessuna società si dissolve o può essere sostituita se prima non si sono sviluppate tutte le forme di vita che si trovano implicite nelle sue relazioni…”…[83]

 

Principi questi che debbono mantenere una mediazione dialettica che permetta di identificare i movimenti organici e congiunturali tra la struttura e la sovrastruttura. L’analisi dei fatti politici nel suo divenire storico permette una sequenza che spiega tanto lo specifico quanto il generale delle contraddizioni nelle relazioni di forza, riscontrandosi differenti momenti: il primo, una relazione di forze legata alla struttura, indipendente dalla volontà degli esseri umani; si pensi allo sviluppo obiettivo delle forze produttive e al loro dominio sulla natura, il che dà un certo grado di realismo alle possibilità di trasformazione, in condizioni sufficienti per realizzare cambiamenti a livello delle relazioni di produzione. Un secondo momento ha a che vedere con il grado di omogeneità della forza politica della quale si tratta, il livello di autocoscienza collettiva, di solidarietà, ciò che si chiama coscienza di sé in quanto a una determinata classe sociale. Di ciò si tratta specificamente in quanto alla relazione di forze e al partito politico in quanto tale; possono svilupparsi più o meno rapidamente obiettivi di tipo corporativo alla base di interessi comuni dei membri dell’organizzazione.

Sottolinea Gramsci che l’analisi delle relazioni di forza non può essere fine a se stessa, ma deve avere un significato che giustifichi un’attività pratica, un’iniziativa volontaria, il contesto dove deve essere applicata la forza come tale, come azione politica, in condizioni favorevoli per continuare avanzando e consolidando il terreno conquistato. Gramsci afferma che

…”…I partiti politici nascono e si costituiscono in organizzazioni per guidare le situazioni in momenti storicamente vitali per le classi che rappresentano; ciò nonostante, non sempre sanno adattarsi ai nuovi compiti e alle nuove epoche, non sempre sanno sviluppare relazioni di forza complesse (e di conseguenza le relative posizioni delle loro classi) in un determinato paese o nel campo internazionale…”…[84]

 

Che somiglianza con la nostra realtà attuale e con la fase di costituzione del PSUV, tenendo in conto le differenze tra realtà diverse a varie decadi di distanza, nel dover analizzare i gruppi che costituiranno il partito, la massa aspirante, i militanti, la sua burocrazia interna, la sua dirigenza collettiva, la carriera dei funzionari, la sua proiezione politica amministrativa, la conformazione dei suoi quadri di base, le regole del gioco interno, l’emulazione, lo spirito di sacrificio, di solidarietà, la provenienza sociale dei suoi membri. Come dunque si produrrà la determinazione di raggiungere certi fini? Ad esempio nella nostra esperienza recente la partecipazione nascente del PSUV e delle sue prime istanze organizzative in un processo tanto complesso come il realizzato referendum, che ha finito per negare la proposta di Riforma della Costituzione del 1999. Il PSUV ha ricevuto così il suo battesimo di fuoco in mezzo al confronto che vive il paese, in vista del superamento della crisi della legittimità dello Stato, processo che oltretutto continua e non dà segnali di risolversi, dato ciò che si trova in gioco, e il confronto tra quelli che difendono il vecchio modello politico, chiamato della Quarta Repubblica, e quelli che scommettono sulla creazione di una nuova, già in parte plasmata nella Costituzione della Repubblica Bolivariana, che richiede necessariamente adattamenti, se si vuole costruirne una socialista.

6.9.  La Rivoluzione Bolivariana Venezuelana

La necessità di conformare una concezione della rivoluzione bolivariana ci porta a definire alcuni aspetti inerenti alla congiuntura, i quali risultano fondamentali per arrivare a costruire la nuova società socialista, che si propone:

1)La necessaria costituzione di una dirigenza politica collettiva nei termini dell’”intellettuale organico” o del “Principe Moderno”. L’efficacia ed efficienza di detta dirigenza deve raggiungere delle proporzioni ben definite tra l’esercizio del potere governativo e i dirigenti del processo politico, attraverso di un’organizzazione politicamente disposta con coerenza all’elaborazione e implementazione della sua azione.

2)La definizione del tipo di Stato che sostituisce l’esistente, basato sul metabolismo della logica del lavoro.

3)La definizione delle alleanze internazionali che traducono le aspirazioni dei popoli della Patria Grande e i sogni dei nostri precursori e liberatori. Dette alleanze devono favorire gli interessi del Progetto Nazionale Bolivariano, privilegiando la soddisfazione delle necessità dei Venezuelani.

4)Il disegno e l’implementazione del Progetto Nazionale Bolivariano, permettendo la sua implementazione a partire dall’esperienza acquistata in questa prima decade.

5)Lo sviluppo di un Modello Produttivo che approfitti dell’utilizzo delle risorse esistenti, superando l’anomalia della rendita petrolifera.

6)Lo sviluppo di tutte le forme di lotta popolare che permettano di rendere irreversibile il processo di cambiamento iniziato.

7)La conformazione di un nuovo blocco egemonico che dia sostegno e praticabilità al Progetto Nazionale Bolivariano di carattere socialista.

8)Consolidare le posizioni raggiunte e i diritti dei lavoratori, combattendo la linea di minor resistenza e assumendo posizioni che rafforzino la solidarietà, la giustizia e la eguaglianza sostanziale.

Non vorremmo terminare senza citare di nuovo la lucidità di Gramsci nel definire il Principe Moderno in termini di partito politico e la sua differenza in rapporto al diritto costituzionale

…”…il partito politico detiene un potere di fatto – che esercita la funzione egemonica e pertanto equilibratrice di interessi diversi, nella società civile, la quale si trova intrecciata in modo tale di fatto con la società politica che tutti i cittadini sentono che dirige e governa. Su questa realtà che si trova in continuo movimento, non si può creare un diritto costituzionale, di tipo tradizionale, ma soltanto un sistema di principi che affermino come fini dello Stato i fini propri, la propria sparizione, cioè, il riassorbire la società politica dentro la società civile…”…[85]

A tratti, nel corso della stesura, abbiamo citato l’attività di fondazione di un partito politico come il PSUV insieme con la realizzazione di una Riforma Costituzionale che ha sofferto una negazione, uno sgambetto, attraverso un referendum, come quello svolto il passato 2 dicembre. Il Principe Moderno ancora in fase di gestazione ha avuto come già menzionato un battesimo di fuoco differente dallo scegliere un candidato, come sarebbe stata la rielezione del Presidente della Repubblica il 3 dicembre del 2006, dato che in questa occasione non esisteva questo Principe Moderno, che praticamente viene formulato posteriormente alla elezione vittoriosa di tipo presidenziale. Sappiamo che una vittoria ha sempre molti pretendenti, ciò nonostante, la sconfitta sembra essere orfana, però nel caso venezuelano, e nel processo di transizione che stiamo vivendo, il Principe neonato, il PSUV, nasce con una buona base di esperienza di fronte a una lotta dove si dibatte la possibilità di costruzione del socialismo in Venezuela, e migliore carta di credito non ha potuto avere per scrivere la storia di un partito, e anche per continuare a scrivere la storia di un paese e quella di una rivoluzione che va al di là dei suoi leaders naturali e di quelli storici, che hanno dato la loro esistenza per la Patria Grande.

6.10.Proposta per la discussione di alcune basi del PSUV

Con l’obiettivo di prevedere una proposta per la discussione intorno alle basi del PSUV, ci permettiamo di sottoporre alla critica e posteriore elaborazione, dentro dello sviluppo del suo Congresso di Fondazione, i seguenti suggerimenti:

Articolo 1.

Il PSUV si costituisce per realizzare, consolidare e approfondire il processo rivoluzionario venezuelano e per accelerare la transizione del Venezuela verso una società socialista.

Articolo 2.

Il PSUV lotterà per liberare il popolo venezuelano dallo sfruttamento del capitalismo e del dominio di qualsiasi potenza straniera, e lotterà per il conseguimento della maggior felicità possibile per tutti gli abitanti del paese.

Articolo 3.

Il PSUV riunirà tutte le volontà esistenti nel paese, orientate a costruire la Patria Grande, a sviluppare la massima solidarietà con i popoli fratelli del continente americano nelle sue lotte per la liberazione nazionale e contro l’imperialismo dominante.

Articolo 4.

Il PSUV si impegna a lottare in maniera indefettibile, fino a costruire una società basata sul lavoro creativo e la utilizzazione del tempo sociale disponibile a fini sociali umanitari.

Articolo 5.

Il PSUV lotterà per la pace e il rispetto dell’autodeterminazione dei popoli, per il rispetto della storia e della cultura di ognuno di loro e per la costruzione di un essere umano nuovo la cui realizzazione si basi sui principi etici della libertà e dell’eguaglianza sostanziale di tutti i suoi membri.

Articolo 6.

Il PSUV stabilirà relazioni di collaborazione e solidarietà con tutte quelle organizzazioni politiche e sociali a livello mondiale che lottano per la conquista del socialismo rivoluzionario come sistema metabolico della nuova società del Terzo Millennio.

Articolo 7.

Il PSUV lotterà per creare le condizioni e le basi spirituali e materiali, oggettive e soggettive, che rendano irreversibile il processo di costruzione di una società socialista in Venezuela.

Articolo 8.

Il PSUV baserà le sue realizzazioni sul rispetto della volontà di ciascuno dei suoi membri e di coloro che collettivamente approvano i principi, gli orientamenti, i regolamenti attuativi e di comportamento che riflettono il rispetto della libertà di pensiero, mantenendo in forma permanente la critica e l’autocritica, come pratica di una linea politica coerente che orienti e si trovi all’avanguardia del popolo venezuelano.

Articolo 9.

Il PSUV elaborerà la sua linea politica in forma permanente, adattandosi alle circostanze che si prevedono nel paese. La revisione continua di dette azioni si troverà espressa nelle sue tesi, nella sua proposta programmatica e nei suoi programmi di azioni, tutto ciò elaborato e assunto collettivamente all’interno del ruolo che deve compiere il PSUV come “intellettuale organico”.

Articolo 10.

Il PSUV si gestirà in conformità agli statuti e ai regolamenti che definisce il suo Congresso di Fondazione e a quelli che si richiedano in riferimento alla realtà storica nella quale si trova ad agire socialmente e politicamente.[86]

 

(trad. Marco Nieli).


[68] Alfredo Maneiro, Machiavelli. Politica e filosofia (Caracas, Fondazione editoriale Il cane e la rana, 2006).

[69] Ibidem, p. 73.

[70] Antonio Gramsci, Op. cit.

[71]Giorgio Amendola. Storia del Partito Comunista Italiano 1921-1943.  (Roma. Editori Riuniti. 1973).

[72] Antonio Gramsci, Op. cit.  p. 5.

[73] Hugo Chávez Frias. El discurso de la unidad. (Caracas. Edizioni del secolo XXI.Gennaio 2007). N. 1; Si veda anche il Discorso di inizio della costruzione del Partito Socialista Unito.  (Caracas. Edizioni del secolo XXI. Marzo 2007). N. 2, a proposito del primo evento  con i propulsori del Partito Socialista Unito. 24 Marzo 2007. Teatro Teresa Carreno. Caracas.

[74]Alcune di queste caratteristiche sono diventate classiche per i partiti politici, si vedano, tra gli altri, i lavori di Robert Michels. Partiti politici. Uno studio sociologico delle tendenze oligarchiche della democrazia moderna. (USA. The Crowell-Collier Publishing Co. 1962); Maurice Duverger. I partiti politici. (Messico. Fondo di Cultura Economica. 1957); Giovanni Sartori. Partiti e sistemi partitici. Vol. 1 (Cambridge. University Press. 1976); Ramón Garcia Cotarelo. I partiti politici.  (Madrid. Fondazione Sistema. 1985); Un’acuta critica del lavoro di Michels l’ha formulata Gramsci in Op. cit., pp. 95-100.

[75] Si vedano le opera già citate: Oltre il capitale; Il secolo XXI: socialismo o barbarie? E la recentemente pubblicata “La sfida e il fardello del tempo”, nell’edizione portghese.

[76] Si vedano i lavori di Asdrúbal Baptista: La società capitalista: verso il suo stadio finale? (Caracas. Accademia Nazionale di Scienze Economiche. 2007); Teoria economica del capitalismo di rendita. Economia, petrolio e rendita. (Caracas. Edizioni IESA. 1997).

[77]Si veda A. Giordani C. La transizione venezuelana e la ricerca di un cammino autonomo. (Caracas, Vadell Hermanos Editori. 2007)

[78]Quattro livelli compongono l’organizzazione del PSUV, l’unità basica di partecipazione, frequenza e formazione, è la componente midollare dell’Assemblea Costituente ed è lì che si eleggono i portavoce, e che nascono gli spunti per il resto delle altre istanze. La seconda corrisponde alla località, come luogo di incontro dei Battaglioni nel loro spazio naturale, a difesa e per la costruzione della rivoluzione. Il terzo livello conforma la unità di dibattito e aggregazione delle realtà territoriali, cioè i Blocchi Territoriali e finalmente l’Unità Nazionale del PSUV, come organizzazione delle reti per la difesa e la costruzione rivoluzionaria socialista.

[79]…“… Un fantasma percorre l’Europa: il fantasma del comunismo. Tutte le forze della vecchia Europa si sono unite in una santa crociata per denunciare questo fantasma: il Papa e lo Zar, Metternich e Guizot, i radicali francesi e gli sbirri tedeschi…”…Così recitava il testo iniziale, dove la dottrina appare non come un ideale da realizzare, ma come il prodotto delle leggi del capitalismo e in questo modo di doveva elevare la teoria a necessità della rivoluzione sociale, dando legittimità a un movimento dei lavoratori, costituiti a loro volta in partito politico. Le idee comprese nel Manifesto Comunista si sono convertite in una specie di patrimonio teorico originario del socialismo, e sono state sottomesse più di una volta a rielaborazioni per adattarle alle condizioni specifiche dello sviluppo capitalista e postcapitalista. Un esempio in questa direzione è stata la cosiddetta “Critica al Programma di Gotha”, redatto nel 1875, ma pubblicato soltanto nel 1891.

[80]Il documento si trova in elaborazione da parte di Alberto Muller Rojas e Alì Rodriguez Araque.

[81] Antonio Gramsci. Op. cit.  pp. 23-24.

[82] Jorge A. Giordani C. La propuesta del MAS. (Caracas. Università Centrale del Venezuela. Centro di Studi dello Sviluppo. Facoltà di Scienze Economiche e Sociali. 1992) p. 240; Vedere anche La proposta socialista del MAS. Verso un riformismo di sinistra? (Valencia. Editori Fratelli Vadell. 1989).

[83] Antonio Gramsci. Op.Cit.

[84] Antonio Gramsci. Op.Cit.  p. 51.

[85] Antonio Gramsci. Op.Cit.  p. 94.

[86] A illustrazione per la discussione di questa tematica, suggeriamo lo studio del libro: América: Testi rivoluzionari. (Caracas. Corporazione Venezuelana Agraria. 2007). Volumi I e II, in particolare segnaliamo il testo”Basi del Partito Rivoluzionario Cubano” di José Marti, 1892, dal quale abbiamo preso la struttura e ispirazione per la proposta avanzata. 

Venezuela e Consiglio Mondiale per la Pace solidali con la Siria colpita dal terrorismo

Da SANA.SY

Il ministro degli Esteri venezuelano, Elias Jaua, ha ribadito la solidarietà del suo paese con la Siria, sottolineando che il Venezuela mantiene la sua posizione in difesa del popolo siriano in tutte le sedi internazionali.

In un discorso al meeting di solidarietà con la rivoluzione bolivariana, organizzata nell’ambito delle attività di chiusura degli incontri del Consiglio Mondiale della Pace in collaborazione con la commissione per la solidarietà internazionale, Jaua ha affermato chee nessuna rivoluzione accetta la distruzione e la divisione del paese, sottolineando che l’imperialismo ha creato gruppi terroristici in Siria, come ha fatto in Libia, per dividere.

Jaua ha ribadito la determinazione del suo governo a rifiutare qualsiasi aggressione contro la Siria.

Inoltre, Jaua ha portato il sostegno del suo paese alla causa palestinese.

Da parte sua, il primo vicepresidente dell’Assemblea Nazionale, Dario Vivas, ha accolto con favore l’iniziativa della Ambasciata siriana di rafforzare i legami culturali tra i due Paesi, assicurando la solidarietà del suo paese con la Siria di fronte al terrorismo.

Il Delegato venezuelano, George Jabour ha dichiarato che il parlamento venezuelano formerà una delegazione per visitare la Siria e affermare il sostegno del Venezuela, popolo e governo, a questo Paese.

Inoltre, il Presidente del Consiglio Mondiale della Pace, Socorro Gomes, ha affermato che la priorità per il consiglio è quello di mostrare solidarietà con il popolo siriano contro l’attacco imperialista che punta tutto il Medio Oriente.

L’ambasciatore siriano in Venezuela, Ghassan Abu Mazen, ha espresso, nel frattempo, la sua soddisfazione per la sua partecipazione alla cerimonia di solidarietà con la rivoluzione bolivariana, facendo sapere loro che il Venezuela aveva capito fin dall’inizio della crisi in Siria la verità di ciò che stava accadendo in questo paese, accusando l’imperialismo mondiale di innescare una guerra universale contro di essa.

Nello stesso contesto, Abbas ha ringraziato i paesi che hanno sostenuto la Siria, compresi i paesi di Alba e Brics.

«Noi vogliamo la pace, ma difendiamo il nostro paese, perché non possiamo stare nelle mani dei terroristi e dei mercenari che uccidono il popolo siriano, distruggono le infrastrutture e rubano le sue risorse naturali», ha concluso Abbas.

Si noti che il Consiglio Mondiale della Pace aveva dichiarato la sua solidarietà con la Siria, la leadership e il suo popolo nella lotta contro l’attacco terroristico sostenuta da paesi arabi e occidentali, e aveva considerato la battaglia combattuta dalla Siria una battaglia contro tutti i paesi che vogliono imporre la loro egemonia sugli altri.

Ieri il Consiglio Mondiale della Pace ha sottolineato la sua solidarietà con la Siria contro l’offensiva terroristica sostenuta dai paesi arabi e occidentali, dicendo che la battaglia innescata in Siria è quella di tutti i popoli contro le forze imperialiste che stanno cercando di imporre la loro egemonia.

In un discorso alla riunione del Consiglio, il Presidente del Consiglio Mondiale della Pace, Maria Socorro Gomes, ha rilevato che una delegazione del Consiglio è in visita in Siria per portare la sua solidarietà, affermando che il destino del mondo sarà definito in Siria.

Da parte sua, il segretario esecutivo del Consiglio Mondiale della Pace ha affermato che la posizione del Consiglio per il supporto alla Siria è chiara.

Il segretario del Consiglio del Venezuela ha sottolineato l’importanza di esaminare la questione siriana alla riunione, ricordando che lo scorso settembre nel meeting tenutosi a Caracas del Consiglio politico dei paesi dell’ALBA, sono state condannate in una dichiarazione le intenzioni aggressive contro la Siria.

[Trad. dal francesce per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Líbia implodiu a democracia criada com a “guerra humanitária” da OTAN

https://i1.wp.com/www.analisidifesa.it/wp-content/uploads/2013/11/mappa-libia-cirenaica3.jpgEscrito por Achille Lollo – Quarta, 27 de Novembro de 2013 – Correio da Cidadania/São Paulo-Brasil

A mídia europeia e a estadunidense se aproveitaram do final positivo das negociações entre os EUA e o Irã sobre a normalização do uso de urânio nas centrais nucleares iranianas, para reconstruir o “glamour” político do presidente Barack Obama. De fato, nos últimos seis meses, a imagem política de Obama caiu bastante, em função dos erros de avaliação política cometidos no Oriente Médio, primeiro por Hillary Clinton e depois à causa das péssimas opções geoestratégicas adotadas por John Kerry na Síria, no Afeganistão e, em particular, na Líbia, onde o primeiro-ministro, Ali Zeidan, além de enfrentar, com poucos resultados, uma dificílima situação econômica, agora deve resolver dois complicados problemas institucionais.

Primeiro com o Fezzan, que requerer mais autonomia administrativa do governo de Trípoli, e, em segundo lugar, com a Cirenaica, que já anunciou a ruptura política e institucional, exigindo a criação de um Estado federal para legitimar seu governo formado com 26 ministros e, consequentemente, negociar a venda do petróleo e do gás extraído na Cirenaica, sem a intermediação dos burocratas de Trípoli.

Em poucas palavras, um desastre para a geoestratégia da Casa Branca que, no lugar de antecipar os eventos, agora é, praticamente, obrigada a correr atrás deles para evitar o pior. Por exemplo, no Egito, os EUA sustentaram Mubarak até o fim, desatendendo ao que estava acontecendo na Praça Tahir. Depois, cederam às pressões da Arábia Saudita e do Qatar e apoiaram a Irmandade Muçulmana, legitimando a eleição fajuta de Mohamed Morsi como presidente. Quando os militares intervieram para evitar a bancarrota e a islamização do Egito, emprisionando o presidente Morsi e toda a direção da Irmandade Muçulmana, a Casa Branca ficou muda. Depois, fixou uma temporária suspensão para os financiamentos ao exército egípcio (1,6 U$D bilhão) e, quando ficou evidente que a Arábia Saudita apoiava os golpistas, John Kerry foi Ao Cairo e normalizou as relações, como se nada tivesse acontecido!

É evidente que a ziguezagueante atuação da Casa Branca estimulou no Oriente Médio diferentes reações. Por exemplo, em Israel, o governo sionista liderado por Benjamin Netanyahu se aproveitou para realizar a construção de 1500 apartamentos na parte palestina de Jerusalém, para depois querer extrapolar com a construção de mais 24.000 apartamentos na Cisjordânia, provocando a dura reação de Abu Mazen da ANP, que ameaçou abandonar a mesa das negociações. Diante disso, Obama fez a voz grossa com “Bibi” (isto é Benjamin Netanyahu), que prometeu parar os projetos de colonização apenas na Cisjordânia.

No mundo islâmico Obama é cada vez mais desacreditado e desconceituado por ser vítima do que poderíamos chamar a “síndrome dos Clinton”, isto é: o conjunto de características diplomáticas e militares ou de sinais geopolíticos associados a uma condição política crítica, suscetíveis de despertar reações de temor e insegurança.

Elementos que se enquadram perfeitamente na difícil e trágica evolução da conjuntura política da Líbia, visto que:

1) O presidente Barack Obama pediu, em setembro, ao primeiro ministro italiano Enrico Letta: “…considerar a necessidade de a Itália se manter pronta a intervir na Líbia e garantir a estabilidade no aproveitamento dos recursos energéticos (petróleo e gás), além de colaborar na reconstrução do exército, da polícia e da estrutura administrativa…”. Um pedido que nunca será atendido pelo governo italiano, que não quer repetir o fracasso da intervenção na Somália, visto que as milícias mobilizam 230.000 homens armados, dos quais 150.000 em Trípoli.

2) No passado dia 10 de outubro, o primeiro-ministro Ali Zeidam foi sequestrado por uma milícia ligada ao Ministério de Interior para obter dele uma “demissão voluntária”. Algo que não aconteceu porque intervieram os homens da milícia de Mesurada que o próprio primeiro-ministro havia contatado com uma “doação” de um milhão de dólares.

3) Aos 13 de novembro, vários deputados promoveram uma greve e várias manifestações em Trípoli, aparentemente organizadas para denunciar a violência das milícias. Na verdade, no dia 15, os manifestantes tentaram atacar o prédio onde estavam aquartelados os milicianos de Mesurada, aqueles que haviam salvado o primeiro ministro. Vendo-se cercados, os milicianos reagiram com selvajaria, matando 67 pessoas e ferindo mais de 500 manifestantes. A seguir, o “Conselho dos Sábios” de Mesurada ordenou a saída da milícia de Trípoli juntamente com todos os deputados de Mesurada.

4) No dia 23, cinco dias após a proclamação da “autonomia política e econômica” da Cirenaica, o governador militar de Bengase, Abdullah Al-Saiti, declarou o “estado de sítio” para reagir aos ataque dos milicianos da Ansar Al Sharia (fundamentalistas islâmicos salafitas). Por isso, o primeiro ministro Ali Zeidan foi logo nos EUA para pedir uma possível intervenção dos EUA e da OTAN, obtendo apenas promessas e condenações verbais dos separatistas.

O Pentágono não quer deslocar tropas na Líbia

Os generais do Pentágono descobriram que na Líbia os EUA estão repetindo o mesmo erro que o governo Bush cometeu no Afeganistão com os Talebani e Osama Bin Laden. Quer dizer: os emissários de Hillary Clinton usaram muita leviandade e dólares para cooptar as lideranças dos grupos do fundamentalismo islâmico (jihadistas, salafitas, irmandade muçulmana e outro radicais sunitas), para mover uma “guerra santa” contra Gheddafi e seu exército.

Um conflito onde as múltiplas operações realizadas pelos caças-bombardeiros dos países da OTAN, o uso maciço dos foguetes lançados dos navios da Sexta Frota para destruir as infraestruturas civis e militares e as missões secretas dos grupos especiais britânicos, franceses, qatorianos e sauditas caracterizaram a dinâmica dessa “guerra humanitária”. Por sua parte, o “exército rebelde”, após a eliminação dos últimos núcleos de resistência do exército de Gheddafi, se fragmentou, dando vida a um conflito de baixa intensidade, onde as milícias lutam entre elas pelo controle do poder.
A presença das milícias no cenário político da Líbia, na realidade, se tornou preponderante em função da manipulação planejada e realizada pelos agentes dos serviços secretos da Arábia Saudita e do Qatar, bem como pelos representantes das diferentes facetas do universo fundamentalista (Muffits sunitas, Irmandade Muçulmana, Al Qaeda, Jihadistas, Defensores da Sharia, Salafitas etc. etc.). Um universo político que se associou aos velhos líderes das 140 tribos (também divididas em clãs familiares) se ligou aos chefes dos grupos étnicos (Cabili e Berberes) e garantiu a representatividade dos líderes dos Conselhos de Sábios de cada província e dos comitês urbanos.

Nesse confuso cenário institucional, onde a política se mistura com o islamismo, o nacionalismo é sufocado pelo fundamentalismo e as conquistas da revolução foram logo silenciadas com a possível imposição das leis da Sharia, houve também a participação das multinacionais europeias e dos serviços secretos dos países da OTAN, para sustentar a formação de uma “frente liberal”, sob a direção de Mahmoud Jibril , Mohamed Megarief e do próprio Ali Zeidan. Contrariando todas as expectativas políticas, a Frente Liberal, criada na última hora e sem grandes pretensões políticas, inesperadamente conseguiu derrotar os partidos islâmicos na primeira eleição livre realizada em 2012, após a queda de Gheddafi.

Esse fato não foi minimamente avaliado pela então Secretária de Estado, Hillary Clinton, que, no pico de sua desdenhosa arrogância, nomeou Christophens Stevens, “embaixador de paz” com a função específica de monitorar a frente liberal, com vista promover uma rápida e dinâmica ocidentalização da nova democracia líbia. Um processo que, no campo econômico, deveria promover a “privatização” da NOC-Libia (National Oil Corporation Líbia) e assim entregar às transnacionais 85% do patrimônio da indústria dos hidrocarbonetos da Líbia.

Um projeto que despertou o ódio das lideranças separatistas da Cirenaica, que decidiram bloquear o plano dos EUA, fazendo assassinar o embaixador Christophens Stevens pelos homens da milícia jihadista “Ansar Al Sharia”, quando o mesmo se deslocava em Bengase no simbólico dia de 11 de setembro de 2012. Pois, desta maneira, todo os jornais e as televisões penalizaram os jihadistas de

Bengase!
Estado Federativo?

Se o governo do primeiro-ministro Ali Zeidan quer evitar a explosão de uma incontrolável guerra civil deve, desde já, negociar a principal reivindicação do governo do novo estado de Barga (Cirenaica), cujo primeiro-ministro, Abd-Rabbo al-Barassi exige da Assembleia Nacional de Trípolia aprovação de uma lei que transforma a Líbia em um estado federal formado por três estados nacionais: Tripolitânia, Fezzan e Barga (Cirenaica).

A seguir, Ali Zeidan deve, também, negociar com Ibrahim Al Jathran, líder da milícia Hamza que ocupou militarmente os portos petrolíferos e as refinarias de Es Sider, Brega e Ras Lanuf , e mantém sob seu controle a “Petroleum Facilities Guard”, que é a empresa de segurança que controla os portos, os oleodutos, os gasodutos, as refinarias e as áreas de estocagem localizadas ao longo da costa da Cirenaica. Ibrahim Al Jathran exige do governo de Trípoli que a venda do petróleo e do gás da Cirenaica seja feito por uma nova empresa pública controlada pelo governo da Cirenaica, chamada “Libia Oil and Gas Corp”. Segundo Ibrahim, a nova empresa vai repassar aos governos de Trípoli e do Fezzan dois quartos dos valores faturados com a vendas dos hidrocarbonetos da Cirenaica.

Uma condição que coloca o governo de Trípoli no limite da bancarrota, criando as condições objetivas para a implosão da guerra civil. Porém, para fazer a guerra aos separatistas, o governo de Trípoli precisa de ter um exército preparado para isso. Um problema que o primeiro ministro Ali Zedain deve resolver o mais rápido possível, visto que em Trípoli o Ministério da Defesa recorre “aos serviços” de 20.000 milicianos, enquanto espera que da Jordânia voltem os soldados formados pelos “conselheiros” da OTAN.

Uma situação anacrônica onde Ali Zeidan nem sequer pode bater os punhos na mesa das negociações, porque o governo de Trípoli ainda não planejou a formação de um “exército nacional”, capaz de desarmar os 430 grupos armados que se consolidaram sob forma de milícias populares, mobilizando 230.000 homens, regularmente armado e com os salários em dias. Pois a primeira lei que os seis ministros do partido da Irmandade Muçulmana impuseram ao governo “democrático” de Ali Zeidan foi o “financiamento das atividades das milícias populares com 900 milhões de U$D”.
Uma lei que na realidade inviabilizou a formação de um exército regular, por dois motivos: falta de fundos e de voluntários, visto que maioria do jovens continua alistada nas milícias. Por outro lado, os 6 ministros e os deputados da Irmandade Muçulmana, bem orientados por assessores sauditas, conseguiram desarticular todos os projetos de reorganização da administração, da polícia e sobretudo do exército, fazendo votar a lei do “isolamento político”, em base à qual quem trabalhou ou apoiou o regime de Gheddafi não pode exercer nenhum tipo de chefia, cargo de responsabilidade e tampouco ser oficial do exército nacional. Uma lei que penalizou milhares de funcionários públicos e de militares que lutaram contra o exército de Gheddafi. Tanto que Mohamed Megarief, antigo embaixador líbio na Índia até 1986 e depois fundador da Frente de Salvação Nacional da Líbia, foi obrigado a se demitir do cargo de presidente da Assembleia Nacional em função da nova lei.

Porém, esse cenário político se torna complexo também para os separatistas da Cirenaica, do momento em que dos 6,1 milhões de líbios quase 3,5 milhões ficam concentrados na Tripolitania e mais da metade de 1,6 milhão de trabalhadores emigrantes – que, com a guerra, perderam o trabalho e suas poupanças -, permanecem acampados nos arredores de Trípoli. Enfim, como irá reagir esse povo quando o governo de Trípoli não puder pagar os salários e as importações dos alimentos?

Achille Lollo é jornalista italiano, correspondente do Brasil de Fato na Itália e editor do programa TV “Quadrante Informativo” e colunista do “Correio da Cidadania”

Il caso Bahar Kimyongür e l’oscuro ruolo dell’Interpol

Bahar Kimyongür
«Dopo il Belgio, l’Olanda e la Spagna, questa volta è in Italia che Bahar Kimyongur – giornalista e militante per la pace – si è fatto arrestare, malgrado sia ogni volta innocente. Dietro questo accanimento c’è la Turchia democratica del Signor Erdogan che imprigiona e tortura i giornalisti. Ma com’è possibile? Bahar sarà arrestato in tutti i Paesi in cui si recherà? Teoricamente potrebbe accadere per ben 188 volte, dato che l’arresto viene operato per mezzo di INTERPOL – organizzazione internazionale dedita alla cooperazione di polizia – che mente al suo statuto operando un arresto per ragioni politiche. In più, ciò è possibile perché il governo belga chiude gli occhi.» (Michel Collon)
26 novembre 2013

Intervista all’avvocato Selma Benkhelifa, specializzata in diritto degli stranieri. Un avvocato che combatte per i più deboli e recentemente ha difeso gli scioperanti della fame afghani, curdi e iraniani.


Che cos’è l’INTERPOL e che ruolo gioca questa organizzazione internazionale?

L’INTERPOL è un’organizzazione intergovernativa di cooperazione di polizia e di contrasto del crimine internazionale. Quando un Paese vuole arrestare un sospetto o una persona condannata in contumacia – che quindi non si trova sul suo territorio – l’INTERPOL spicca un mandato di arresto internazionale e si incarica di diffonderlo in 190 Paesi diversi. Tutti i servizi di polizia del mondo – o quasi – possono arrestare colui o colei che è oggetto del mandato. La politica dell’INTERPOL è molto opaca e poco democratica. L’organizzazione si vanta – cito : «di facilitare la cooperazione internazionale di polizia, anche se non esiste alcuna relazione diplomatica tra i Paesi interessati». Ora, in generale, è con i Paesi non democratici che non si ha alcuna relazione diplomatica.

L’organizzazione è quasi inaccessibile alle persone e non esiste una procedura per far annullare il mandato, né esiste la possibilità di accedere al dossier. I diritti della difesa sono inesistenti. Tutt’al più, si può leggere sul sito dell’INTERPOL, che essa agisce nel rispetto della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, di cui tutti sanno che questa non consacra che dei diritti teorici.

Per quanto riguarda il caso Bahar, si assiste ad un curioso funzionamento dell’organizzazione. Perché INTERRPOL continua a far circolare un mandato d’arresto contrario a decisioni giudiziarie già prese in diversi Paesi europei?

Bahar è un cittadino belga e il Belgio non estrada i suoi nazionali. Questo è quello che lo protegge sul territorio belga. Al contrario, in tutti gli altri 188 Paesi del mondo, questi può essere arrestato su richiesta della Turchia. I Paesi Bassi hanno preso una decisione giudiziaria indicando molto chiaramente che il mandato turco era fondato su accuse di carattere politico, escluse da tutte le legislazioni relative all’estradizione e dallo stesso statuto dell’INTERPOL. Tuttavia, se il giudice olandese poteva rifiutarsi di eseguire il mandato d’arresto nei Paesi Bassi, non aveva alcun potere in relazione al mandato stesso. In Spagna, allo stesso modo, il giudice ha compreso immediatamente che l’istituzione si era allontanata dal suo scopo, al fine di perseguire un oppositore politico. Ad ogni modo, fino a quando l’INTERPOL non elimina il mandato, Bahar continuerà ad essere arrestato ogni volta che passerà una frontiera.

C’è una vera possibilità di estradizione verso la Turchia da parte delle autorità italiane?

Io non penso. Tuttavia il rischio esiste. Immagino che l’obiettivo della Turchia non è soltanto quello di ottenere la sua estradizione – cosa che è poco probabile – ma è anche quello di servirsi di questo mandato per farne un bersaglio. Sottolineo, allo stesso modo, che Bahar non è l’unico, e che in Turchia ciò rappresenta una consuetudine. Tutti gli oppositori curdi sono oggetto di questi mandati.

C’è una base legale per questa estradizione? Di principio, l’estradizione non è esclusa per motivi politici?

In Europa si applica la Convenzione europea per l’estradizione. L’articolo 3 prevede chiaramente che le infrazioni politiche ne sono escluse. È anche previsto che, se ci sono delle serie ragioni di credere che le accuse sono motivate da « considerazioni di razza, di religione, di nazionalità o di opinione politica», lo Stato non darà luogo all’estradizione. È per questo motivo che Bahar, in linea di principio, non può essere estradato, ma può essere arrestato in modo permanente.

In questa storia, che ruolo gioca il governo belga? Si pensi ai ministri Milquet (Interno) e Reynders (Esteri). Cosa potrebbero fare?

Bahar è belga. Il ruolo del Belgio è di impedire che un cittadino belga sia oggetto di abusi per fini politici. Non c’è quasi alcuna possibilità, per una semplice persona, di esigere la cancellazione di un mandato d’arresto internazionale. Al contrario, questo è quello che gli Stati possono – e devono – fare.

Il governo belga e il ministro degli Affari Esteri hanno il dovere di contattare l’INTERPOL e di esigere che questo mandato, manifestamente motivato da una volontà di persecuzione politica, sia annullato.

Il suo parere su questa situazione che sembra “assurda”?

La situazione è ingiusta. I diritti della difesa di fronte all’INTERPOL sono ridotti a niente. L’INTERPOL si rivolge soltanto agli Stati; il semplice cittadino non è un interlocutore. È per questo, che bisogna esigere che il governo belga faccia il necessario per far cancellare questo mandato – e in modo più generale – i mandati i cui caratteri politici siano già stati giudicati da un tribunale. Per altro, penso che bisogni anche considerare di perseguire l’INTERPOL per colpa. Il suo statuto vieta di diffondere un mandato di carattere politico. Facendo questo, nonostante la decisione del giudice olandese, l’INTERPOL deve farsi carico della sua responsabilità.

Maïté Cardon il 23 novembre 2013

Strana storia italiana del reporter turco che sa tutto sulla Siria

Giornalista arrestato sitoL’arresto in Italia di un giornalista dissidente turco che lavora in Belgio e conosce troppi segreti sulla Siria.

Galera italiana per Bahar Kimyongur giornalista turco-belga. La guerra siriana diventata semi clandestina dopo il non intervento deciso dagli Stati Uniti si combatte sotto traccia. In Italia arriva il cronista turco-belga che denuncia le brame di guerra del governo di Ankara e lo accoglie la Digos

da remocontro.it

Dalla sala arrivi dell’aeroporto di Milano direttamente all’ufficio matricola del carcere di Bergamo. Operazione Digos nei confronti di un presunto sovversivo, il cittadino turco Bahar Kimyongur, giornalista per mestiere in Belgio e dissidente per coerenza nella sua Turchia di origine. Bahar collabora col gruppo di giornalisti del sito belga Investig’action del giornalista di Michel Collon, ed è da tempo bersaglio del governo di Ankara. Ordini di cattura via Interpol trasmessi da quella magistratura. Kimyongur era stato già arrestato tempo fa in Belgio e poi in Spagna e portato in giudizio con l’accusa mossa da Ankara di far parte di un gruppo terrorista. Questa volta l’accusa parla di minaccia a un ministro e fiancheggiamento del terrorismo, in particolare dell’ organizzazione turca Dhkpc. Per la stessa accusa Kimyongür era stato già assolto in Belgio e nei Paesi bassi.

Ma chi è Bahar Kimyongür, e cosa gli viene contestato? Certamente è un amico della Siria e scopertamente avversario della politica statunitense nell’area confinante col suo Paese d’origine. Nel 2000, durante una visita dell’allora ministro degli Esteri turco al Parlamento europeo, Bahar lo interrompe pubblicamente denunciando violenze e persecuzioni, e lanciando volantini. L’indomani la stampa turca lo descrive come amico di terroristi e nemico della nazione. In seguito la Turchia ne chiede l’estradizione accusandolo anche di far parte di un’associazione terroristica. Arrestato e poi assolto sia dalla giustizia olandese che da quella belga. Rimane però in piedi purtroppo il mandato di cattura internazionale. Nel 2012, Bahar si attira nuovamente le ire turche denunciando il ruolo diretto del governo Erdogan nell’addestramento, nel finanziamento e nel transito delle formazioni jihadiste attive in Siria.

La campagna Usa e turca anti siriana il bersaglio mirato delle critiche del giornalista e pacifista turco. «Se siete ancora scettici sulla questione del ruolo centrale degli Stati Uniti nel caos siriano, vi invitiamo a gettare uno sguardo più attento sulle operazioni in corso sul fronte nord-occidentale della Siria. Nella provincia turca di Hatay, cioè ai piedi della roccaforte siriana, gli jihadisti di Al Qaida o dell’Esercito siriano di Liberazione ASL, operano a stretto contatto con i soldati dell’esercito turco di Erdogan e con le truppe statunitensi. A qualche chilometro dalla frontiera siriana esiste una base radar della NATO, quella di Kisecik, situata sulla sommità della catena montuosa dell’Amanus. Gli abitanti del paese di Antiochia denominano questo sito come “il radar”». Infine il segreto del «Punto O della frontiera siriana sulla cima del Djebel El Aqrà, il monte Cassius».

Secondo le rivelazioni del giornalista detenuto a Bergamo, la Nato sarebbe impegnata a costruire sul monte Cassius – 1700 metri di altitudine – una nuova base-osservatorio sopra il villaggio siriano di Kassab. L’installazione militare dominerebbe la provincia siriana di Lattaia consentendo il controllo di tutta la Siria, per cielo, terra e mare. Nell’area, va ricordato che, situata a meno di 150 chilometri dalla frontiera siriana, c’è la base militare d’Incirlik. Secondo le rivelazioni del reporter incarcerato, da quella base aerea transiterebbero gli armamenti provenienti dalla Libia destinati agli insorti siriani. Ultima rivelazione, nel Golfo di Alessandretta (Iskenderun), a meno di un miglio dalle coste siriane, navi da guerra Nato fornirebbero agli insorgenti siriani informazioni e rilevamenti di natura militare. Nelle province di Hatay e di Adana la Cia disporrebbe di centri di addestramento ribelli.

Giornata Mondiale della violenza contro le donne

di Davide Matrone

Oggi 25 novembre cade la giornata internazionale della Violenza contro le donne. Ma perché in questa data? Perché il 25 novembre del 1960 furono uccise le sorelle Mirabal nella Repubblica Domenicana durante la dittatura del Generalissimo Trujillo.

La proposta, affinché si tenesse in questa data, fù avanzata dalla Repubblica Domenicana.

L’Assemblea Generale dell’ ONU, con la risoluzione 54/137 il 17 dicembre del 1999, decretò questo giorno come Giornata Mondiale contro la Violenza sulle Donne. 

In frammento seguente si ricorda la cattura e l’uccisione delle tre sorelle Mirabal, Minerva, Patria e Maria Teresa, ad opera dei servizi d’intelligenza della dittatura del generalissimo Trujillo.

Rafael Viloria, GAlleЯi@rt e gli amici del Bradipo

Foto: Rafael Viloria live @ GalleRi Art

Rafael Viloria accompagnato dal Maestro Ciro Imperato

di Pier Paolo Palermo

Amici del Bradipo, una volta ogni tanto anche il vostro pigro mammifero arboricolo scende dall’albero e si prende una boccata d’aria e di vita. Ieri sera si è recato, pede lento come gli si confaceva, a Galleri Art, il nuovo spazio occupato nella galleria Principe di Napoli. In cartellone l’esibizione di Rafael Viloria, giovane e valido cantautore venezuelano, preceduto dal navigato ma non certo senescente Massimo Ferrante e seguito da un altro giovane di prospettiva, nella fattispecie nostrano, che risponde al nome di Andrea Tartaglia. Diciamo subito che ne è valsa la pena. E tenete presente che mi è necessario tanto, ma proprio tanto sforzo per mettermi le scarpe e scendere, specie quando il tempo è così uggioso. Ho fatto bene a farlo.
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Dopo aver passato un’oretta buona ad armeggiare tra cavi e mixer per eliminare un fastidioso rumore di sottofondo, cosa che mi ha ricordato i lustri vissuti da musico fallito, mi faccio mescere una birra e mi siedo. Nemmeno il tempo di mettermi comodo, che la chitarra del maestro Ferrante mi mette l’arteteca addosso. Bevo e percuoto la terra con il piede senza remore, come mi ingiungono di fare i nostri antenati comuni, per la breve durata dell’esibizione. Solo pochi brani e il maestro stacca la chitarra e va via, per un impegno lavorativo. E già il musicista che lavora per me guadagna automaticamente punti. Non mi metto a spiegarvi perché, sarebbe un discorso lungo, e magari lo capite lo stesso leggendo il resto del post.
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Sale sul palco Rafael. Un po’ nervoso per la gripe, l’influenza che gli ha abbassato la voce, e per la barriera linguistica. Si fa aiutare da un compagno ispanofono, che traduce qualche verso dei vari pezzi prima dell’esecuzione. A un certo punto, omaggio a Victor Jara. Una canzone che si chiama Ni chicha ni limoná. Nel testo, le seguenti parole:
 
Si usted quiere más que toca/primero hay que trabajar
Se vuoi più dello stretto necessario, prima bisogna lavorare. Quelli fra voi così masochisti da leggermi con assiduità capiranno quanto questa frase possa piacere al vostro Bradipo. Conoscevo la canzone, ma ieri sera per la prima volta l’ho capita veramente. L’ho capita alla luce di quello che sta succedendo in questo paese. Quando poi, in una conversazione successiva al concerto, Rafael mi dice: «La gente non ama più il lavoro, e questo è un problema», o qualcosa del genere, io strabuzzo gli occhi, e mi dico che questo giovanotto deve essere il mio alter ego venezuelano e con i capelli. 
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Foto: Ieri sera a GalleRi ArtQuesto, cari amici del Bradipo, perché noi viviamo in un paese di dottrinari dalle voluminose epe, il cui scopo nella vita non è modificare di una virgola la realtà che li circonda, bensì farsi dare ragione. Poco cale, a costoro, che la ragione è notoriamente dei fessi. “Pragmatismo” è, per questi alti funzionari della Motorizzazione del ben pensare, una parolaccia. Se non ti rilasciano prima la patente di rivoluzionario, non puoi circolare. Il lavoro? E che ne sanno questi del lavoro? Ne possono parlare in termini astratti, ma la verità è che non lo capiscono. La canzone di Victor Jara è una critica intelligente e ironicamente severa della classe media, e della sua assurda pretesa di consumare senza lavorare. Questa è la sfida: ripensare noi stessi, da consumatori (passivi, assoggettati alle scelte e alle decisioni altrui, umanamente immaturi) in lavoratori, e quindi artefici del mondo di cui vogliamo godere. Non basta ripartire più equamente il prodotto di un lavoro del quale non siamo protagonisti; dobbiamo riprenderci il lavoro, altrimenti continueremo a oscillare fra l’uomo di ieri e quello di domani, fra una concezione e un’altra dell’esperienza umana. Non saremo ni chicha ni limoná.
[altre foto e video su facebook]

Roma contro la Chevron

da El Chentro Sociale di Torbellamonaca (Roma)

Oggi a Piazza Barberini si è svolto un sit-in, contro la multinazionale Chevron-Texaco (organizzato dalla comunità Ecuadoriana presente a Roma e che sostiene la Revolucion Ciudadana nel loro paese) per protestare contro il disastro ambientale che la stessa Multinazionale ha provocato nella regione Andina in Ecuador a discapito del territorio e delle popolazioni indigene che vi vivono. Lo slogan era … Che Chevron paghi per il disastro che ha provocato!

Ovviamente abbiamo aderito e partecipato, l’iniziativa ha coinvolto turisti e non che transitavano nella piazza ed erano molto incuriositi nel vedere il sit-in … Verranno fatte altre iniziative nei diversi luoghi della città, cercheremo di coinvolgere realtà politiche e sociali dei territori e sosterremo la campagna contro la multinazionale Chevron-Texaco in solidarietà delle popolazioni indigene Ecuadoriane colpite dal disastro prodotto dalla stessa, inoltre il nostro sostegno alla Revolucion Ciudadana in Ecuador.

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