Venezuela: la realtà vs la narrazione dei media italiani

dossier a cura della Rete Italiana di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “CaracasChiAma”

Verso le elezioni del 6 dicembre: come stanno le cose in Venezuela e perché i media italiani non raccontano la verità.

1. INTRODUZIONE

Il prossimo 6 dicembre, il processo bolivariano chiamerà alle urne il popolo venezuelano: sarà quindi la ventesima volta che la Revolución – iniziata con l’elezione del presidente Hugo Chávez al tramonto del ventesimo secolo – si sottoporrà al giudizio popolare.

Nonostante la sinistra rivoluzionaria abbia vinto diciotto delle diciannove elezioni indette finora, il governo di Maduro, così come quello precedente di Chávez, è costantemente attaccato dai più potenti mezzi d’informazione internazionali, proprietà delle grandi corporazioni private che governano il mercato globale. La narrazione è sempre la stessa: il governo bolivariano viene dipinto come una grottesca dittatura governata da caudillos corrotti che stanno affamando il popolo venezuelano e espandendo il modello castrista cubano, proprio in quel paese che era considerato area riservata agli affari statunitensi e che forniva, “senza troppe storie”, carburante a quella macchina drogata di crescita senza freni che è il capitalismo globalizzato.

Questa campagna mediatica diffamatoria e, come avremo modo di vedere, infondata, si è intensificata dopo la morte di Chávez.  In particolare, negli ultimi mesi e in concomitanza con la guerra economica e la strategia della violenza realizzata dalle oligarchie in combutta con i poteri del continente americano, la stampa internazionale parla spesso e male del Venezuela bolivariano.

L’obiettivo di questo piccolo dossier è quello di illustrare come la stampa italiana più influente sull’opinione pubblica abbia agito rispetto al Venezuela con scorrettezza e poca professionalità. Coerentemente con il potere economico italiano, che ha scelto di trasformare e svendere lo Stato italiano in funzione delle necessità della globalizzazione neoliberista, il latifondo mediatico ha scelto di trattare il caso venezuelano non in funzione del diritto all’informazione, ma servendo quell’architettura imperiale composta da entità economiche e finanziare con struttura planetaria che vedono nella Rivoluzione bolivariana una minaccia per i loro interessi economici.  Gli unici mezzi d’informazione che fino ad oggi hanno fatto luce sulla significativa e interessante realtà venezuelana sono infatti quelli che non hanno padroni. Tra questi, si consiglia di consultare: ALBAinformazione, L’Antidiplomatico, Contropiano, Il Manifesto, o il blog di Fabio Marcelli su Il Fatto Quotidiano: strumenti informativi che, lo ripetiamo, oltre ad essere attratti dalle conquiste sociali raggiunte in Venezuela, hanno potuto esprimersi onestamente e professionalmente grazie al fatto di non dipendere economicamente da nessuna grande impresa privata.

Con l’augurio di aver prodotto un piccolo ma utile manuale per movimenti, organizzazioni e associazioni che lottano per una trasformazione della realtà mondiale e per la costruzione di relazioni di amicizia e solidarietà tra i popoli del mondo, abbiamo scelto il caso delle Guarimbas: le già citate violenze organizzate dalla destra più reazionaria e antipopolare in Venezuela, come esempio della campagna diffamatoria di cui è vittima il processo bolivariano in Venezuela.

2. IL CASO GUARIMBAS: LA VIOLENZA FASCISTA CONTRO IL PROCESSO BOLIVARIANO

La Salida era il piano dell’estrema destra venezuelana, guidata da Leopoldo Lopez per deporre il legittimo presidente Maduro, eletto con  un regolare processo democratico, attraverso dei movimenti di piazza, sulla falsa riga delle “rivoluzione colorate” come quelle di Libia, Siria e Ucraina. Le manifestazioni di piazza, definite “pacifiche manifestazioni di giovani studenti democratici”, si sono presto trasformate in violenta guerriglia urbana, se non proprio in azioni militari con infiltrazioni di paramilitari stranieri nelle regioni confinanti con la Colombia, come il Tachira.

Queste azioni terroriste, in seguito chiamate “Guarimbas”[1] (barricate), implicavano il blocco e il controllo delle strade, azioni armate e incendiarie contro le istituzioni socialiste della Repubblica Bolivariana del Venezuela; mediante l’utilizzo di miguelitos (chiodi atti a creare incidenti stradali) e guayas, fili di acciaio posizionati all’altezza della testa da un lato all’altro di una carreggiata (con l’obiettivo di decapitare i motociclisti). Alcuni testimoni[2] parlano di veri e propri pedaggi che i normali cittadini erano costretti a pagare ai guarimberos per potersi spostare da una parte all’altra delle città. I bersagli delle azioni terroriste erano i simboli dello stato bolivariano: ospedali, centri di salute, ambulanze, scuole, asili, centri per il turismo, tv di stato. Supermercati e negozi erano spesso costretti a chiudere per portare la popolazione allo stremo. Tutto ciò avrebbe dovuto portare a legittimare un cambio di governo o un intervento esterno. Una specie di strategia della tensione all’interno di quello che viene definito un golpe continuado.

Solo nel 2014 in Venezuela, questi atti criminali, spesso sfociati nella “caccia al chavista”, hanno provocato la morte di 43 cittadini venezuelani e più di 800 feriti, tra cui non pochi membri delle forze di polizia e delle forze armate bolivariane. Non pochi di questi ultimi, hanno perso la vita a causa di colpi di arma da fuoco sparati da cecchini posti a poca distanza da loro; alcuni sono stati uccisi mentre cercavano di togliere le barricate costruite da gruppi paramilitari colombiani e venezuelani.

Insomma, le Guarimbas della destra fascista venezuelana, iniziate il 12 febbraio del 2014, subito dopo la vittoria di Nicolás Maduro alle elezioni presidenziali, avevano come fine la creazione del disordine, per poi accusare il Governo democratico venezuelano di violare i diritti umani in Venezuela. Tutto questo, attraverso “operazioni speciali”, sotto “falsa bandiera”, che compongono ciò che non pochi analisti chiamano: “Colpo di Stato continuato”; e cioè, la “guerra senza limiti” degli Stati Uniti contro il socialismo bolivariano, con la ratio di porre in essere il precedente (o meglio, il “casus belli”) e legittimare quindi un intervento militare di tipo simmetrico dei marines statunitensi nel paese andino – amazzonico.

3. LA NARRAZIONE TOSSICA DEI MEDIA ITALIANI

Durante le Guarimbas la stampa italiana è stata il bollettino ufficiale dell’opposizione antichavista. La Stampa, il Fatto Quotidiano per la penna di Cavallini, La Repubblica con Omero Ciai, Il Messaggero, L’internazionale, Panorama, il Giornale, Rainews hanno dato l’esclusiva mediatica al punto di vista dell’opposizione, un’opposizione di ultra-destra, neoliberale e sostenuta dagli Stati Uniti, che da sempre spingono verso un cambio di governo a Caracas, per porre fine una volta per tutte all’esperienza socialista della repubblica bolivariana. Una stampa che si riconferma totalmente organica alla macchina propagandistica dell’imperialismo, arma di punta della già citata guerra di IV generazione degli Usa.

Il piano eversivo denominato “la salida”, che mirava all’uscita di scena di Maduro attraverso la mobilitazione delle piazze, ha avuto come copertura mediatica la campagna internazionale SOS Venezuela, una campagna impostata su tre canali: la stampa, i social network e internet in generale, le ONG (in particolare Amnesty e Human Right Watchs).

Sulla sua pagina italiana di Facebook, Sos Venezuela si dichiara apertamente anticastrocomunista e volta ad abbattere il socialismo, che indica come la causa del “disastro” economico e sociale del paese.  Tuttavia assume delle connotazioni volte a far leva su un pubblico con una sensibilità di sinistra[3]: descrivono le guarimbas come giovani studenti, soprattutto donne, che manifestano pacificamente per la democrazia e la libertà. Le rivolte di destra, che mirano alla fine del socialismo e alla reintroduzione di rapporti economici capitalisti (e quindi, sostanzialmente a riportare il paese alla condizione di “cortile degli Usa”), sono mascherate come manifestazioni   antiautoritarie, antirepressive, democratiche e libertarie. Un copione già andato in scena in Libia, Siria e Ucraina[4], in quella che potrebbe chiamarsi strategia Usa del golpe permanente, volta al mantenimento della sua egemonia attraverso la destabilizzazione globale[5].

Lo slogan della campagna Sos Venezuela è: il Venezuela muore mentre l’Italia tace. Invece è esattamente il contrario. Gli attivisti antichavisti in italia stanno ovunque: nei salotti tv, nei tg e nelle trasmissioni radio, su blog e social network, col sostegno di ong e classe politica.

A non aver voce sono le altre parti in causa: il governo e il popolo venezuelano. Non essendoci una pluralità di fonti se non i bollettini dell’opposizione, ne risulta che il ruolo della stampa italiana è quello di cassa di risonanza dell’ultra-destra sostenuta dagli Usa. L’informazione ne riporta semplicemente la propaganda, non i fatti oggettivi. Questo perché la campagna mediatica è volta esattamente a capovolgere i fatti: mostrare una democrazia partecipata come una feroce dittatura, una parte politica progressista e popolare come reazionaria e antipopolare, le vittime delle violazioni dei diritti umani per carnefici e i carnefici per vittime. Per poter capovolgere la realtà ha bisogno di imporre una visione unica senza contraddittorio.

Così gli attivisti dell’ultra-destra di Leopoldo Lopez, come Marinellys Tremamunno[6], approdano sui nostri schermi parlando della loro lotta di liberazione contro la brutale dittatura di Maduro e lamentando il silenzio dell’Italia sul “genocidio” che è in corso in Venezuela. Schematizzando, i punti fondameli della loro campagna mediatica sono questi:

  1. Maduro ha vinto grazie ai brogli, il suo potere è illegittimo. Maduro è un dittatore.
  2. I giovani sono scesi spontaneamente in piazza per mandare via il dittatore attraverso pacifiche manifestazioni e ripristinare la democrazia.
  3. Il governo risponde alla piazza con la repressione violenta e brutale e la persecuzione politica degli oppositori, che vengono incarcerati per le loro idee, come Leopoldo Lopez.
  4. Anche la stampa dissidente viene perseguitata e oscurata. 
  5. Il paese muore a causa di una brutale dittatura socialista che ha causato fame e miseria.
  6. Per questa ragione il popolo venezuelano (cioè gli attivisti legati a Voluntad Popular) chiede l’attenzione dei media e l’intervento esterno.

Queste verità sono quantomeno incomplete. La stampa italiana le propugna senza contrapporre il punto di vista delle altri parti in causa, il governo bolivariano e il resto del popolo venezuelano. Tace su dei fatti oggettivi.

  1. In Venezuela non c’è alcuna dittatura. Maduro ha preso il posto di Chávez prima ad interim in quanto vice, poi perché eletto democraticamente dal popolo venezuelano. Le elezioni sono avvenute regolarmente, in maniera trasparente[7]. L’opposizione denuncia brogli ma non presenta prove, per cui le sue accuse rimangono del tutto prive di fondamento reale.

La stampa italiana ha sempre cercato goffamente di mostrare la repubblica bolivariana come una dittatura. Ma non potendosi basare su alcun dato oggettivo, si è limitata a discreditare prima Chávez, definendolo un populista, un demagogo autoritario, caudillo o duce[8], poi Maduro definito poco carismatico[9], lasciando intendere l’inadeguatezza di un ex tramviere a guidare uno stato. Bisognerebbe ricordare a questo tipo di stampa, che le origini operaie di Maduro non significano che non è qualificato per il ruolo di presidente, ma soltanto che il popolo venezuelano ha scelto di essere rappresentato da un ex tranviere, piuttosto che da un avvocato o un uomo d’affari.

  1. Al contrario, la piazza di Lopez rappresenta un limitato gruppo sociale uscito sconfitto dal confronto elettorale, che adesso cerca di raggiungere il potere attraverso la destabilizzazione e la richiesta di un intervento esterno. La stampa italiana ha quindi l’onere di camuffare da manifestazione democratica un piano evidentemente eversivo, che spiega perché a) il governo di Caracas denuncia un golpe diretto da paesi stranieri b) perché Leopoldo Lopez si trova in carcere. E’ costretta a tacere sui 5 milioni di dollari che gli Stati Uniti hanno stanziato nel 2014 per sostenere le attività dell’opposizione[10], ovvero le cosiddette “manifestazioni spontanee”. Manifestazioni che peraltro hanno poco di pacifico.
  1. Ad attribuire la responsabilità delle violenze e delle violazioni dei diritti umani ai manifestanti sono proprio le stesse vittime dei disordini! E’ il comitato vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuado[11] a denunciare i metodi violenti, i blocchi stradali, le imboscate, gli assalti a scuole, ospedali, supermercati, tv nazionali e le infiltrazioni paramilitari tra i manifestanti, soprattutto negli stati frontalieri con la Colombia in cui sarebbero presenti anche mercenari stranieri. Alcuni guarimberos riceverebbero un compenso di 3000 bolivar al giorno[12], altri sono politici legati all’estrema destra colombiana, come il sindaco della capitale del Tachira, San Cristobal[13].

Tra le vittime non ci sono solo soltanto elementi dell’opposizione, ma chavisti, forze dell’ordine, semplici cittadini che cercavano di togliere le barricate o che le difendevano, cittadini morti perché i soccorsi erano bloccati dalle barricate[14]. Non le manifestazioni di studenti, spontanee e pacifiche, di cui parla l’opposizione, ma uno scenario da guerra civile provocata da chi ha pianificato e sostenuto la Salida, ovvero Leopoldo Lopez e gli Stati Uniti.

  1. Non esiste nessuna sospensione della libertà di stampa. In Venezuela c’è un pluralismo mediatico non sottoposto al controllo del governo. Alcuni mezzi di comunicazione schierati con l’opposizione hanno manipolato foto di abusi delle forze dell’ordine avvenuti in Messico, Chile, Spagna e altri paesi, come violenze avvenute durante le manifestazioni di piazza. Per queste manipolazioni si sono aperte dei procedimenti giudiziari che hanno poi portato alla chiusura di emittenti e giornali[15]. La domanda che ci si dovrebbe porre è: perché i media manipolavano le immagini? Qui prodest?
  1. L’opposizione indica nel socialismo la causa della crisi del paese, per questo vorrebbe reintrodurre misure neoliberiste e libertà di mercato (che è forse l’unica libertà che realmente chiede!). Dello stesso parere non sembra essere la Fao, che più volte, ha premiato il Venezuela per i suoi risultati nella lotta alla fame e alla povertà. L’ultimo riconoscimento lo ha ricevuto proprio quest’anno per aver raggiunto l’obiettivo “sviluppo del millennio”, ovvero aver eliminato la fame grazie alle mission viviendas, e aver aiutato gli altri paesi ad uscire dalla povertà. Se il Venezuela è riuscito a ridurre il livello di povertà al 5,4% e ad eliminare la fame, è grazie alla nazionalizzazione del petrolio, una misura di politica economica socialista. Con i proventi del petrolio il Venezuela, oltre a dichiarare una lotta strutturale alla povertà, è riuscito a fornire servizi, strutture e trasporti pubblici al suo popolo e a garantire il diritto all’abitazione costruendo abitazioni popolari (sinora 800.000). La crisi è dovuta, in larga parte, a una guerra economica provocata da: guerra del prezzo del petrolio al ribasso, la speculazione sul bolivar, il contrabbando di merci ai confini della Colombia. Queste pressioni esterne, su una economia non ancora solidamente sviluppata inserita in un quadro di crisi economica globale, hanno creato problemi di inflazione e carenza di merci di prima necessità, oltre che una diminuzione della ricchezza generale. Il malcontento popolare generato da questa temporanea situazione di crisi, è strumentalizzato dalla stampa venezuelana (e italiana) legata agli interessi di Washington e dall’opposizione per destabilizzare il processo bolivariano e condizionare l’esito delle elezioni del 6 dicembre.
  1. Considerando questi aspetti ne esce un quadro diverso da quello servito in pasto al pubblico dagli “attivisti democratici” dell’ultra destra di Lopez: le Guarimbas sono state un’operazione con cui l’opposizione ha solo cercato di destabilizzare il potere di Caracas con la scusa dei diritti umani, per sostituire un governo legittimo, progressista e popolare a una élite politica reazionaria legata a interessi economici e politici esterni al Venezuela e contrapposti al suo popolo. In questo senso, la richiesta di un aiuto esterno e di sanzioni, era funzionale soltanto a fermare il processo bolivariano, esasperare la situazione economica e privare il popolo venezuelano della propria autodeterminazione e sovranità. Una situazione che ha costretto la stampa a manipolare o tacere sui fatti per poter mostrare la realtà capovolta come verità mediatica.

4. CONCLUSIONI

Quello che ci viene da chiedere è perché la legalità di uno stato democratico dev’essere rispettata in quest’Italia ingiusta e calpestata impunemente in Venezuela? In Venezuela si è arrivati al punto che un gruppazzo di ex presidenti è andato a fare lì una manifestazione. Che direbbero se Zapatero, Sarkozy o … Ahmadinejad venissero a manifestare davanti a Rebibbia per protestare contro i pestaggi dei poliziotti che riducono la gente nelle condizioni di Stefano Cucchi o contro le torture ai prigionieri politici o contro il 41 bis che sempre tortura è?

Come mai la stampa nostrana, che in Italia sta sempre dalla parte delle cariche della polizia, dei lacrimogeni, del diritto dello stato alla repressione dei manifestanti, in Venezuela (come prima in Libia, Siria e Ucraina) diventa improvvisamente sensibile alle aspirazioni di libertà e democrazia di “giovani studenti pacifici venezuelani”, della destra fascista anti-chavista filo Usa?

Se vincesse la destra – e cioè se quel 40% circa di oppositori diventasse maggioranza -, il Venezuela diventerebbe improvvisamente una democrazia gradita a questi giornali? E cosa definisce la tanto decantata democrazia (borghese) se non il feticcio elettorale?

Cosa direbbero questi giornali se il sindaco di Milano o di Roma si calasse il passamontagna come Daniel Ceballos (ex sindaco di San Cristobal) se ne andasse in giro ad attaccare la polizia? Perché qui in Italia, giornali come il Fatto Quotidiano e i suoi consimili chiedono galera per corrotti e mafiosi e in Venezuela difendono e coccolano golpisti e banchieri corrotti? Perché questi giornalisti tacciono sulla repressione che colpisce la dissidenza di sinistra italiana, come per esempio il movimento No Tav, ergendosi a paladini della legalità, e invece in Venezuela sostengono chi non rispetta una costituzione prodotta da una recente rivoluzione di nuova democrazia?

Forse la risposta è da trovare in quello che hanno fatto il governo di Chávez prima e quello di Maduro poi.  Allora, prima di concludere questo breve racconto, occorre illustrare e sottolineare alcune vittorie importanti raggiunte dal Venezuela socialista e bolivariano. Possiamo elencare 4 punti fondamentali in questo senso, 4 obiettivi già raggiunti dalla Rivoluziona Bolivariana che non può smontare o negare nemmeno il discorso ultrareazionario dell’opposizione:

  1. la Rivoluziona Bolivariana ha il grande merito di aver politicizzato una società lasciata completamente atomizzata dal modello di capitalismo rentier petrolifero promosso dal 1958, anno della restaurazione della “democrazia rappresentativa”. In altri termini, il processo bolivariano ha saputo rompere con il modello anteriore di democrazia formale, fossile e senza contenuti, che ricorda molto l’attuale modello decadente italiano, e realizzare una lenta ma effettiva transizione a un modello di democrazia sostanziale, partecipativa, popolare e basata sulle Comunas: organi di autogoverno locale che smantellano la burocrazia statale e le sue logiche esclusive ed alienanti.
  1. Il processo bolivariano ha messo i diritti sociali al centro del modello economico. Le missioni sociali e altri potenti programmi sociali realizzati dal Governo negli ultimi anni ricordano le politiche sociali realizzate dalle socialdemocrazie europee nel dopoguerra grazie alle conquiste del movimento operaio. Tuttavia, la grande differenza è che in Venezuela i programmi sociali –lontani dalle dinamiche assistenzialiste- prevedono spesso la più ampia e protagonista partecipazione possibile delle comunità, come per esempio la missione Barrio Adentro[16]. Più in generale, a differenza di quello che era il Welfare State, il governo bolivariano non chiede permesso al grande capitale per realizzare queste politiche finalizzate a pagare il “debito sociale” contratto dal capitalismo con il popolo venezuelano, e in particolare con le classi popolari. Infatti, la spesa sociale in Venezuela è esplosa quando la congiuntura macroeconomica era positiva, ma è continuata ad aumentare anche quando la crisi economica globalizzata ha avuto un forte impatto sull’economia nazionale, ancora dipendente dal petrolio. Quindi, nel Venezuela socialista le condizioni degli strati più vulnerabili non dipendono da quanti profitti può accaparrare comunque la borghesia, ma sono un obiettivo centrale e non negoziabile per il governo. Questa volontà politica ha fatto sì che negli ultimi 15 anni il Venezuela ha ridotto enormemente la povertà, e allo stesso tempo la disuguaglianza economica.
  1. Un’altra fondamentale questione che ha permesso grandi conquiste sociali è la nazionalizzazione del petrolio. Il Venezuela è tra i paesi più ricchi al mondo per riserve di greggio. Grazie alla volontà e determinazione del presidente Hugo Chávez il controllo del petrolio è stato strappato alle imprese multinazionali e messo a disposizione dello Stato e di un progetto di paese includente, democratico, solidale, al servizio di un orizzonte sociale socialista. In tal modo è stato possibile dal ’99 ad oggi dimezzare il livello di povertà, portandolo dal 10,8% al 5,4%, mentre la disoccupazione, soprattutto quella giovanile, si è assestata intorno al 5%[17]. La restituzione dei proventi derivanti dall’industria petrolifera al popolo, ha permesso l’accesso per tutti alle cure mediche, mentre ha garantito il diritto all’abitazione e all’alimentazione. La nazionalizzazione non ha soltanto consentito di diminuire la forbice tra ricchi e poveri, configurando una struttura sociale più equa, ma ha permesso di esportare una maggiore eguaglianza sociale negli altri paesi dell’ALBA. Fornendo il petrolio a condizioni vantaggiose, ha permesso l’indipendenza energetica di quei paesi dalle multinazionali del petrolio, che hanno perso un continente da saccheggiare. La stampa borghese urla al paternalismo e alla corruzione, per discreditare un modello di integrazione economica basato sulla cooperazione -non sulla concorrenza – e sulla socializzazione dei profitti, ovvero sulla restituzione del plusvalore alle classi che lo producono.
  1. Questo progetto socialista a livello interno si proietta fuori dai confini statali come un grido di dissenso alla logica imperiale della globalizzazione neoliberista. A livello regionale, il governo bolivariano è stato determinante per smontare il Consenso di Washington e costruire il Consenso Bolivariano, una nuova architettura sovranazionale antimperialista, che si è materializzata nell’istituzionalizzazione dell’ALBA: come progetto socialista d’integrazione regionale. Più in generale, a livello internazionale, il Venezuela rappresenta un pilastro essenziale per la costruzione di un mondo multipolare, un ordine internazionale per la prima volta nella storia senza imperi ne imperialismi, ma basato sull’autodeterminazione dei popoli e sulla convivenza tra diversi modelli politici e sociali.

Ovviamente, riconoscere questi grandi passi in avanti non vuol dire credere che il Venezuela sia oggi un paradiso, anzi. Non vuol dire non riconoscere che la Rivoluzione bolivariana deve ancora fare passi in avanti per democratizzare le forze di polizia o l’economia del paese. Oltre alla guerra economica messa in piedi dal potere economico, ci sono grandi ostacoli non ancora superati: primo tra tutti la dipendenza dal petrolio e del modello primario esportatore. Però, il governo bolivariano rimane l’unica forza politica democratica e rivoluzionaria capace di affrontare queste grandi sfide. Non solo, nonostante le contraddizioni e i problemi, il Venezuela bolivariano e socialista può e deve rappresentare un esempio per altri popoli e nazioni che stanno soffrendo la barbarie del capitalismo e la crudeltà del neoliberismo. Forse proprio per questo, uno dei grandi obiettivi delle corporazioni mediatiche è quello d’impedire che le sinistre mondiali e i movimenti anticapitalisti possano analizzare con obiettività e trasparenza l’attuale processo bolivariano. Disorientando e mentendo continuamente sulla realtà delle cose in Venezuela non solo si crea un’opinione pubblica internazionale consenziente a un’eventuale operazione militare, ma s’impedisce alla sinistra mondiale di fare dell’esperienza bolivariana una ricchezza teorica e pratica per altri progetti di trasformazione sociale.

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Note:

[1]              Per un maggior approfondimento sulle Guarimbas:
http://www.ivoox.com/artilleria-palabra-programa-7-11-2015-audios-mp3_rf_9301638_1.html

[2]              Testimonianze del comitato delle Vittime delle Guarimbas e del Golpe Continuado:

[3]              L’opposizione in piazza unisce slogan anticomunisti a canti di tradizione comunista. Si “traveste” così da movimento per i diritti umani, per raccogliere il consenso generale e difendersi dalle accuse di fascismo che il governo le muove. http://www.ilgiornale.it/news/esteri/venezuela-muore-perch-litalia-tace-denuncia-quando-silenzio-1001989.html

[4]              Raul Castro denuncia una campagna sovversiva ordita dagli Stati Uniti, nei confronti dei governi che ostacolano gli interessi dello schieramento imperialista. Queste campagne si articolano con metodi “più sottili e camuffati, senza rinunciare alla violenza, per spezzare l’ordine interno e la pace” e impedire “ai governi di concentrarsi nella lotta per lo sviluppo economico e sociale”. https://actualidad.rt.com/actualidad/view/120688-raul-castro-venezuela-eeuu-ucrania

[5] https://albainformazione.com/2015/10/13/la-strategia-del-golpe-continuo/

[6] http://www.ansa.it/sito/videogallery/mondo/2014/04/11/venezuelani-paese-e-distrutto-38-morti_7d70441a-936f-4284-870a-93a34ecafad2.html
http://www.rainews.it/dl/rainews/media/La-crisi-in-Venezuela-Presentata-una-petizione-al-parlamento-a-Roma-dagli-italo-venezuelani-Video-52742aef-60bc-4f8f-895f-d0b12b18676e.html

 

[7]              In Venezuela le votazioni avvengono con un sistema di “doppia identificazione”, in cui l’elettore deve registrarsi prima con un documento identificativo e poi con l’impronta digitale. Dopo di che, c’è quello della “doppia certificazione” del voto: effettuata prima elettronicamente e poi con il rilascio di uno scontrino, il quale va successivamente depositato nell’urna. Infine, l’intero processo è stato monitorato da tre grandi gruppi di osservatori internazionali: Unasur (Unione Nazioni del Sud – organismo latinoamericano), gli osservatori del Centro Carter e del CNE (Consiglio Nazionale Elettorale), oltre che a  rappresentanti di lista di entrambi gli schieramenti.

[8] http://www.blitzquotidiano.it/politica-mondiale/berlusconi-chavez-abbracci-frattini-gerarchi-fascismo-396411/

[9] http://www.repubblica.it/esteri/2013/03/06/news/venezuela_maduro_successore_chavez-53958605/?ref=search

[10] http://www.theguardian.com/commentisfree/2014/feb/18/venezuela-protests-us-support-regime-change-mistake

[11] https://albainformazione.com/2015/10/16/intervista-a-oscar-carrero/

[12] Aporrea denuncia la presenza di paramilitari e narcotrafficanti colombiani, oltre che i compensi elargiti ai dimostranti.   http://www.aporrea.org/oposicion/a187814.html

[13] http://ilmanifesto.info/elezioni-comunali-allombra-delle-guarimbas/

[14] http://www.aporrea.org/actualidad/n249080.html

[15] http://www.correodelorinoco.gob.ve/nacionales/venezuela-tomara-acciones-judiciales-contra-manipulacion-mediatica-hechos-violentos/

[16] http://lainfo.es/it/2015/04/16/12-anni-barrio-adentro/

[17] http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=5694&pg=13246

Vi sono due terrorismi: quello degli stati e quello dell’ISIS

argentinos

di James Petras-La Haine

19nov2015.- I perdenti sono i popoli, quelli che cercano di cambiare i sistemi politici ed economici e difendere la libera espressione e i benefici sociali

Ephraim Chury Iribarne: L’estrema destra ha vinto le elezioni in Argentina questa Domenica, e ha annunciato oggi che cercherà di espellere il Venezuela dal Mercosur; che negozierà con i fondi- avvoltoio e tornerà al FMI. Volevamo sentire la tua analisi su questo.

JP: In primo luogo, dobbiamo far notare che il modello d’estrazione capitalista agro-minerario, come base dell’economia, si è esaurito molto tempo fa – come abbiamo detto qui. L’idea che sia possibile condividere le grandi entrate tra capitalisti, finanziarie, lavoratori, pensionati, è un modello che si è esaurito. Bisogna scegliere tra lavoratori e capitalisti.

In questo senso, i governi sedicenti progressisti non hanno voluto affrontare questa realtà e hanno cominciato a perdere consensi tra i settori popolari e in particolare della classe media, come è avvenuto in Brasile, Argentina, Uruguay e, più recentemente, in Venezuela e in altri paesi.

Pertanto, di fronte al fatto che il deterioramento comincia a influenzare la tasca e l’inflazione comincia a svegliarsi, possiamo dire che l’idea che si dovesse andare oltre il populismo e il nazionalismo verso il socialismo era all’ordine del giorno. E quando i governanti di questi paesi non hanno preso questa strada, hanno aperto la strada per il ritorno della destra, approfittando delle difficoltà economiche che interessano i settori popolari e, ovviamente, con il forte sostegno del capitale nazionale e internazionale. Questo è successo in Argentina.

Ora, tale esaurimento ha lasciato il paese polarizzato in modo indiretto. Scioli chiaramente non era un’alternativa socialista o progressista, nel senso popolare. Ma il paese rimane altamente polarizzato e in nessun modo Macri ha un mandato per le misure estreme che si stanno preparando.

Dobbiamo aspettarci che Macri lancerà una forte offensiva, a cominciare dalla nomina del suo gabinetto. Secondo quello che si sente a Wall Street, sta preparando una squadra come quella di Cavallo e i neo-liberisti più aggressivi. Dunque, questo gabinetto sarà il primo passo che mostrerà il suo volto di estrema destra.

I grandi capitali qui sono in attesa delle privatizzazioni, delle liberalizzazioni, si stanno preparando a un’invasione capitalista internazional-imperialista all’Argentina. Un imperialismo su invito. E Macri – non vi è dubbio – adotterà misure che vanno verso la svalutazione del peso argentino, con una conseguente grande perdita del potere d’acquisto dei lavoratori, ma che favorirà notevolmente il settore finanziario. Questa svalutazione sarà la prima cosa.

In secondo luogo, verranno i tagli fiscali, che causeranno un forte calo in quello che percepiscono i beneficiari delle pensioni, i dipendenti pubblici e qualsiasi altro settore sociale, che riceva un qualche finanziamento pubblico.

Ciò ha anche implicazioni enormi, perché come abbiamo detto, la società argentina si è polarizzata. In questo caso, possiamo dire che un settore popolare e, in particolare, la classe media, ha deciso di cadere nella trappola del “cambiamento”, senza sapere esattamente cosa significasse questo cambiamento.

E ancora una cosa, se gli Argentini sono lagnosi, sanno come combattere per le cose che toccano la loro tasca. Così, gli stessi che hanno votato per Macri – o almeno alcuni – sono quelli che si usciranno in strada, una volta che l’impatto sociale ed economico comincerà a colpire la loro tasca, il loro reddito, i loro impieghi, le probabilità di ottenere un’assicurazione sociale , etc.

Credo che questo sta per esplodere nella lotta di classe più feroce che abbiamo visto negli ultimi tempi, sta per risvegliare questa capacità di sciopero generale che troviamo solo in Argentina e, forse, in Uruguay. E questo sarà anche un grave ostacolo perché Macri possa portare avanti le sue politiche. Si tratta di continuare, nonostante i conflitti, nonostante la resistenza, potrebbe prendere una piega molto grave. Vale a dire, più o meno dormiente durante il periodo di Nestor Kirchner e Cristina Fernandez, si risveglierà bruscamente e vedremo un’intensificazione della lotta di classe in tutti i sensi.

Questa è una previsione da parte di coloro che ora stanno piangendo per l’esaurimento del modello progressista. Era inevitabile, perché il modello progressista non era progressista. È stato una politica molto contraddittoria e le basi erano reazionarie, anche se la politica di assistenza sociale è stata positiva. Le basi erano piuttosto reazionarie, perché l’asse erano le grandi imprese minerarie, l’agricoltura su larga scala, gli esportatori e le finanziarie.

E ora, con Macri, l’accordo tra i settori reazionari e il governo genererà enormi conflitti. E penso che in sei mesi assisteremo a un altro scenario. Le feste di Macri oggi finiranno per le strade, con altro tipo di attività, che non sono esattamente l’apertura dello champagne e il ballare sul palco. Vedremo un altro tipo di confronto, piqueteros e altre forme di resistenza.

ECHI: Passiamo alla questione del terrorismo, Francia, Belgio. Come possiamo analizzare tutto ciò?

JP: Ci sono due terrorismi. Vi è un terrorismo di Stato ora, che sta violando tutti i diritti costituzionali dei cittadini, negando a chiunque il diritto di riunione, la libertà di espressione, le possibilità di esprimere il disaccordo. È in atto uno Stato d’assedio, una militarizzazione. Il terrorismo di Stato sta combattendo il terrorismo islamico.

I cittadini soffrono il terrorismo due volte, il terrorismo dei fucili e il terrorismo della Polizia e dell’Esercito. E lo stesso sta accadendo ora in Siria, in Iraq, nello Yemen, dove i paesi occidentali stanno bombardando città, strade, mentre l’ISIS anche bombarda e decapita vittime. Dunque, c’è un ampliamento e approfondimento del terrorismo da entrambe le parti, il terrorismo occidentale che si chiama “anti-terrorismo” e il terrorismo islamico, che parla di un nuovo mondo religioso.

macriIn ogni caso, i perdenti sono la stragrande maggioranza dei cittadini, che cercano di cambiare il sistema politico ed economico e cercare di difendere la laicità, la libera espressione, e anche il benessere dei popoli. E non c’è alcun discorso che trova spazio in questa situazione di guerra tra i terrorismi statali e i terrorismi territoriali. E dobbiamo leggere questo terrorismo come una politica che non ha nulla a che fare con la difesa della democrazia, perché sappiamo una cosa che abbiamo riportato da un po’ di tempo; il terrorismo islamico riceve il sostegno diretto dall’Arabia Saudita e formazione in Turchia. Entrambi alleati dei paesi occidentali.

E non solo questo, ma ricevono anche armi dagli Stati Uniti, che cercano di distinguere tra terroristi occidentali e anti-occidentali, quando i due sono costantemente mescolati.

Si tratta di una situazione di scarsa attrazione per i turisti che vanno in Europa, ma ancora peggiore per le persone che cercano di seguire la loro vita di routine. Cosa è peggio, la minaccia islamica o la presenza di militari e di polizia ovunque? Sedersi a sorseggiare un caffè e vedere le armi ovunque, chissà se un soldato nervoso non inizia a sparare in preda ai fantasmi del terrorismo.
Siamo in una situazione piuttosto autoritaria e minacciosa e le dichiarazioni dei governanti di Francia, Belgio, dei governi che hanno fallito nella crisi economica, utilizzano il pretesto del terrorismo per rafforzare l’autoritarismo, monopolizzare i media e proiettarsi come difensori del popolo, mentre hanno storie di fallimento alle spalle che stanno generando enorme disoccupazione enorme e povertà. Il che genera diverse risposte, comprese le risposte terroriste.

ECHI: Quali altri temi stai affrontando in questo periodo?

JP: Una cosa che voglio commentare è l’altro terrorismo che troviamo in Ucraina, dove i destrorsi – il Settore di Destra, si chiama – e i fascisti che sono al governo a Kiev, il governo golpista che ha preso il potere con il sostegno degli Stati Uniti d’America, hanno distrutto gli impianti di luce della Crimea, provocando black-outs su larga scala. Hanno fatto esplodere centrali, lasciando ospedali, scuole e altri edifici al buio.

Ora, questi gruppi terroristici sono noti, ma siccome sono “nostri” terroristi – come dicono gli occidentali – non li perseguono, non cercano di incarcerarli. Essi, insieme con i governanti, sono responsabili della sofferenza della Crimea, ma fa parte di una tattica per molestare i Russi e i popoli ucraini che sono in disaccordo con il colpo di stato. Ma di questo non si parla in questo modo. Quando si sente parlare in T.V., parlano di gruppi “ribelli”, di gruppi “anti-russi”, non usano la parola terrorista, sebbene abbiano fatto saltare siti con la violenza, usando la dinamite, per terrorizzare i milioni di Crimeani che sono con la Russia. E questo è il tipo di doppio discorso, parlare di terroristi solo quando colpiscono gli occidentali, ma parlare di ribelli o sconosciuti, quando i terroristi sono incorporati in gruppi politici occidentali, come nel caso dell’Ucraina.

E infine voglio accennare a qualcosa d’altro. Qui negli Stati Uniti, l’amministrazione Obama ha rilasciato la più grande spia della storia, una spia israeliana di nome Jonathan Pollard, che aveva rubato migliaia di documenti riservati, consegnandoli a Israele. Alcuni di questi documenti riportavano i nomi degli agenti nord-americani in URSS. Israele ha preso questi documenti e li ha scambiati con l’Unione Sovietica, per avere più immigrati ebrei in Israele; l’Unione Sovietica ha ottenuto i nomi e ha liquidato centinaia di agenti statunitensi.

Quindi, per molti anni, il signor Pollard non ha potuto riavere la libertà, nonostante tutti i leaders israeliani lo difendessero come un grande eroe e patriota, per il lavoro sporco che ha fatto dentro il governo degli Stati Uniti come un traditore e una spia. Lo hanno dipinto come una grande figura politica in difesa di Israele e della sua sicurezza. Ma in realtà Pollard era un mercenario. Riceveva migliaia di dollari da parte del governo israeliano. E non solo. Ha cercato di fare affari con altri governi, anche con il Sudafrica dell’apartheid, il razzista Pakistan e altri paesi, con chiunque potesse vendergli documenti.

Inoltre, quando Pollard ha avuto la possibilità di influenzare il governo degli Stati Uniti, ha sempre cercato un modo per rafforzare la posizione di Israele ed è stato sostenuto da tutte le principali organizzazioni ebraiche negli Stati Uniti, che lo dipingevano come una figura virtualmente innocente.
Bene, finalmente, dopo 30 anni, lo hanno liberato. E la gente dice che bello, alla fine abbiamo potuto ottenere la sua libertà.

Ma per quanto riguarda i veri prigionieri politici come Mumia Abu-Jamal? L’afro-americano rimane da più di 30 anni di carcere (dal 1981), accusato di crimini compiuti dalla polizia e sconfessati da tutti gli esperti legali.

Che dire di Leonard Peltier? Un grande leader indiano che ha già 38 anni di carcere per false accuse. Perché Peltier e Mumia rimangono in carcere mentre la grande spia Pollard è libera?
Questo è il grande potere che hanno Israele e i Sionisti, hanno potuto far rilasciare Pollard. Ma tutti i progressisti che hanno sostenuto Mumia e Peltier non hanno questo potere sul governo degli Stati Uniti. Poi, spie straniere potrebbero essere rilasciate perché hanno legami con Israele e il Sionismo, mentre grandi combattenti, liberatori americani rimangono a marcire in carcere.

EChI: Molto bene, Petras. Come sempre, molte grazie per tutti i tuoi contributi. Ci rincontreremo lunedì.

JP: D’accordo. E avremo una grande festa qui il Giovedì, chiamata la giornata del Ringraziamento, che celebra i coloni trapiantati, gli indiani che gli hanno insegnato a mangiare il tacchino, e poi i coloni li tradirono gli rubarono la loro terra.

Estratto da La Haine

Testo completo in: http://www.lahaine.org/el-modelo-de-extraccion-de

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Macri contro il Venezuela: tensioni nel Mercosur

Mauricio-Macridi Vincenzo Paglione

Non c’è ombra di dubbio che il neoeletto presidente dell’Argentina, Mauricio Macri, futuro partner strategico della destra americana e nazionale nel cono Sud, vuole condizionare i rapporti dei paesi dell’area dell’Unasur, iniziando dal Venezuela. Le dichiarazioni rilasciate in questi giorni fanno presagire che il neopresidente eletto desidera infliggere una punizione esemplare al governo venezuelano per una presunta violazione dei diritti umani (caso Leopoldo López). In termini geopolitici, questo modo di fare evidenzia l’espressa volontà di voler condizionare i rapporti d’integrazione dei paesi dell’area latinoamericana, caldeggiando la loro frammentazione, come effetto di un piano già prestabilito.

Siffatte iniziative personali che, in realtà, sono teleguidate dai centri del potere mondiale, vogliono schiudere la strada alle ambizioni di dominio delle potenze egemoniche per gestire gli affari e gli interessi strategici della regione. Il che vuol dire far collassare il lungo percorso d’integrazione e di ampliamento di uno spazio geografico con qualità geostrategiche e neoeconomiche fondamentali (minerali, idrocarburi, gas, biodiversità, ecc.) e d’importanza capitale.

*

 

di Agustín Lewit e Silvina M. Romano

Fonte:  http://www.celag.org

 

Nella sua prima conferenza stampa come neo presidente eletto dell’Argentina, Mauricio Macri (PRO, Propuesta Republicana), così come aveva dichiarato ripetutamente durante la sua campagna elettorale, ha assicurato che nel prossimo summit del Mercosur – 21 dicembre ad Asunción, Paraguay – solleciterà l’applicazione della clausola democratica contro il Venezuela, adducendo limiti di libertà di espressione in questo paese e una supposta persecuzione nei confronti dei leader dell’opposizione. Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, il presidente neoeletto argentino si è riferito precisamente al caso di Leopoldo López, leader di “Voluntad Popular”, condannato dalla giustizia venezuelana a quasi quattordici anni di prigione per essere considerato uno dei mentori degli incidenti che nel 2014 troncarono la vita a quarantatré persone. Un dettaglio da non trascurare è stato quello della presenza di Lilian Tintori, moglie di López, la scorsa domenica nel bunker del PRO.

La clausola democratica del Mercosur è inserita nelle normative del blocco del sud dalla firma del Protocollo di Ushuaia, il 24 luglio 1998 [1]. La premessa di questo protocollo è stata la Dichiarazione Presidenziale di Las Leñas del 27 giugno 1992, la quale sostiene che “il pieno vigore delle istituzioni democratiche costituisce condizione indispensabile per l’esistenza e lo sviluppo del Mercosur” (intro. Protocollo di Ushuaia). Questa disposizione stabilisce che, di fronte a un’eventuale rottura dell’ordine democratico in qualsiasi dei paesi membri, si prenderanno delle misure, accordate per consenso, che “possono partire dalla sospensione del diritto di partecipare nei diversi organi dei rispettivi processi d’integrazione, fino alla sospensione dei diritti e degli obblighi che emergono da quei processi” (art.5). Anche se nel Protocollo di Montevideo – più conosciuto come Ushuaia II -, sottoscritto il 20 dicembre 2011 nella capitale uruguaiana, sparisce l’allusione esplicita alla necessità di ratificare le suddette sanzioni, detto protocollo non è in vigore.

Fino ad ora l’unico caso in cui si è applicata la suddetta clausola è stato quello del Paraguay, quando si avviò il colpo parlamentare che si finì con la destituzione del presidente Fernando Lugo, il 24 giugno 2012. Nonostante che il settore politico che aveva provocato la caduta dell’allora presidente addusse di averlo fatto per mezzi “costituzionali”, il 29 giugno 2012 i membri del Mercosur, – Argentina, Brasile, Uruguay (il Venezuela non era stato incorporato del tutto) – decisero di “sospendere alla Repubblica del Paraguay dal diritto di partecipare negli organi del Mercosur e dalle delibere, secondo i termini dell’articolo 5° del Protocollo di Ushuaia” [2], il che faceva intendere che Lugo era stato destituito senza un regolare processo. Ciò aveva costituito un’alterazione della dinamica democratica in quel paese.

Nonostante le insistenze del leader conservatore argentino, la verità è che l’aver invocato la clausola democratica contro il Venezuela sembra ridursi – almeno per il momento – più a una dichiarazione personale d’intenti che a un fatto concretizzabile. In primo luogo perché, al di là delle valutazioni sul governo bolivariano, nessuno può mettere in dubbio il suo profondo carattere democratico: dal 1998 ad oggi, il chavismo ha vinto cinque elezioni presidenziali consecutive, molte di loro con percentuali schiaccianti, dove si sono aggiunte numerose elezioni legislative e consultazioni popolari. In nessun comizio si è proibita la partecipazione o la limitazione delle campagne. In secondo luogo sembra molto difficile che Mauricio Macri riesca ad allineare al resto dei presidenti del Mercosur con il suo attacco contro il Venezuela e raggiungere il consenso unanime degli stessi – requisito indispensabile per l’attivazione della clausola -. Probabilmente riceverà l’appoggio di Horacio Cartes che fino ad ora si trovava “controllato” dalla maggioranza progressista e, senza dubbi, d’ora in poi troverà in Macri un socio ideologico. Ma comunque è poco probabile che – nonostante le ambiguità verso il governo venezuelano – l’Uruguay assecondi la richiesta e men che meno il Brasile. L’iniziativa di Macri ha avuto ripercussioni nel resto dei paesi del blocco. Florisvaldo Fier, alto rappresentante generale del Mercsour, ha dichiarato: “Penso che Macri si debba informare un po’ meglio, perché la clausola democratica si applica quando si è davanti a un colpo di Stato”. Rafael Correa, presidente ecuadoriano, da parte sua ha affermato che “non è il caso” applicare quella clausola contro il Venezuela, poiché “piaccia o no, in quel paese vige una democrazia” e un progetto politico che “è stanco di vincere le elezioni”. Danilo Astori, ministro dell’Economia dell’Uruguay, ha dichiarato al riguardo: “Le clausole democratiche come quella del Mercosur si applicano al momento di una rottura istituzionale ed io, al di là delle discrepanze che esistono nei confronti del Venezuela, sono del parere che non sia avvenuta nessuna rottura istituzionale”. Il cancelliere dello stesso paese con toni simili ha affermato: “Ancora sussistono le condizioni per non applicare quella clausola (…) si è ancora distanti da un’alterazione dell’ordine democratico in Venezuela”. Solo il cancelliere paraguaiano ha manifestato una certa affinità con la proposta di Macri quando ha dichiarato che “prendeva nota” dell’iniziativa.

La cosa certa è che, anche se questo puntuale attacco contro il Venezuela non proceda per via legale, l’ascesa del conservatorismo argentino inizia a evidenziare forti ripercussioni in ambito regionale.  Le previste tensioni politiche che metteranno a confronto al governo argentino con le forze progressiste che sono al potere, minacciano di paralizzare a un Mercosur che, anche se ha manifestato qualche marcia indietro, in questi ultimi anni ha rivelato notevoli progressi.

Note:

[1] http://www.infoleg.gov.ar/infolegInternet/anexos/55000-59999/59923/norma.htm

[2] http://www.pressenza.com/es/2012/07/suspension-de-paraguay-en-el-mercosur-en-aplicacion-del-protocolo-de-ushuaia-sobre-compromiso-democratico/

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Yemen y Cuba hace 25 años votaron contra la guerra

Per non dimenticare. 25 anni fa, Cuba e Yemen soli contro la prima guerra del Golfopor Marinella Correggia
 
El 29 de noviembre tendria que ser uno de los dias de agradecimiento a Cuba para su acción historica para la paz, la solidaridad y la humanidad, contra el imperialismo de la guerra y de los privilegios. Hace 25 años Yemen y Cuba fueron los únicos que resistieron en el Consejo de Seguridad ante el secuestro de Naciones Unidas por parte de EE.UU. en la preparación de la devastadora “Tormenta del desierto”
 
 
• El 2 de agosto de 1990 Iraq invade Kuwait, al que acusa de llevar a cabo una guerra económica porque, al invadir el mercado con su petróleo, contribuyó a hundir el precio con enormes pérdidas para los iraquíes recién salidos de la desastrosa guerra con Irán. Pocos días antes el embajador estadounidense, April Glaspie, dio al presidente Saddam Hussein una suerte de  (engañosa) luz verde a la acción militar.
 
En los meses sucesivos EE.UU. obstaculiza cualquier posible solución diplomática y prepara la legitimación de la ONU a su guerra aérea: la “Tormenta del desierto”, operación que destruiría Iraq a partir de la madrugada del 16 de enero de 1991, con la participación de diversos países árabes y occidentales, entre ellos Italia. Pero ya desde agosto Bush padre manda a Arabia Saudita cientos de miles de hombres. Es la operación “Escudo del desierto”.
 
Yemen es el único país árabe en el Consejo de Seguridad de Naciones Unidas y, tomando en serio la tarea de representar el conjunto de la región, se rehúsa a participar en la votación sobre la inmediata resolución 660, que pide la retirada de Iraq del territorio de Kuwait. Entre tanto, Jordania busca una solución negociable ante la Liga Árabe, pero después de la primera reunión, con divisiones evidentes (los únicos que no comparten la posición norteamericana son Libia, Jordania, Argelia y Yemen), pero EE.UU. siguen adelante en el Consejo de Seguridad y la Liga es expulsada.
 
En el Consejo de Seguridad George Bush y sus aliados refundan las Naciones Unidas, convirtiéndola en un instrumento de la voluntad y el poder norteamericanos. Como escribió Phillis Bennis en el libro Calling the Shots. How Washington Dominates Today’s UN (Olive Branch Press, 1995), las Naciones Unidas están entre las “víctimas de la guerra del Golfo”, “convertida en agente legitimador de las decisiones unilaterales de la única superpotencia que queda”. “Por lo demás, Washington necesitaba un enfrentamiento militar con una clara victoria garantizada y con la aprobación de la ONU para hacer entender que, aún siendo la única superpotencia estratégica, no tenía la intención de bajar las cortinas, y que Moscú ya estaba en línea con el nuevo orden mundial”.
 
La Unión Soviética, en total declive, próxima a la disolución y formalmente dependiente de la ayuda accidental, no pone el veto – al que tiene derecho como miembro permanente del Consejo de Seguridad- a las resoluciones sobre Iraq. “¿Quiénes somos nosotros – responde con tristeza el embajador soviético en Naciones Unidas a un periodista – para decir que el Pentágono no puede tomar todas las decisiones de una guerra que será conducida en nombre de la ONU?”
También China apoya al no oponerse a Washington, ya sea por tener un papel diplomático más influyente, o por obtener un aligeramiento de las sanciones a que estaba sometida después de los sucesos de la plaza Tienanmen (1989).
 
La resolución clave que lleva a la guerra, el llamado ultimátum a Iraq, es la 687 del 29 de noviembre de 1990, que autoriza a los países miembros a cooperar con Kuwait utilizando todos los medios necesarios, por tanto la fuerza. Los Estados Unidos y las petromonarquías preparan el terreno utilizando el bastón y la zanahoria para ganarse el consenso de los miembros no permanentes. Entre estos últimos, además de los países occidentales (Canadá, Finlandia) y la Rumanía post – muro, uniformemente alineados a favor de la decisión norteamericana, los demás miembros de turno, pertenecientes al grupo de los no alineados, fueron convencidos al sonido de paquetes de ayuda, militar y de otro tipo: Costa de Marfil, Colombia, Etiopía, Malasia, Zaire. La Unión Soviética obtuvo 4 000 millones de los saudíes.
 
Cuba y Yemen son los dos miembros de turno del Consejo de Seguridad que desde el inicio de la crisis se alzaron, varias veces solos, recordando al Consejo la Carta de Naciones Unidas que invoca soluciones pacíficas a las controversias, y tratando de convencer a los demás miembros de alejarse de la línea beligerante de Washington. Con ellos, EE.UU. y los saudíes utilizan el bastón. A la espera de la resolución crucial la presión sobre los dos desobedientes se intensifica.
 
Realmente el bloqueo contra Cuba dura décadas, por tanto Estados Unidos no tiene muchos instrumentos diplomáticos ni económicos. Pero de todas formas prueban: vísperas del voto se desarrolla en Manhattan el 28 de noviembre, el primer encuentro ministerial entre Washington y La Habana en 30 años. Es a todas luces una revisión de la posibilidad de convencer a los cubanos de desistir. Nada que hacer: el  29  de noviembre 1990 Cuba y Yemen votan contra la resolución 687, la resolución de guerra… China se abstiene, todos los demás votan a favor.
 
Yemen – el país más pobre de la región, recientemente unificado- paga un precio muy alto por la valentía de violar el consenso ordenado por los estadounidenses. Pocos minutos después de la votación, Estados Unidos le comunica al embajador Abdallah Saleh al-Ashtal: “Será el no más caro que jamás hayan dicho”, y cancelan el plan de ayuda de 70 millones de dólares. No era suficiente: por su parte Arabia Saudita expulsa a cientos de miles de trabajadores yemenitas. Una retorsión nazi.
 
La madrugada del 16 de enero de 1991 Estados Unidos y sus aliados comienzan a bombardear, a pesar de la respuesta positiva de Iraq a los últimos intentos de negociación por parte del secretario general de Naciones Unidas; de Irán (apoyado por Moscú), y de Nicaragua, La India y Alemania (Daniel Ortega fue el único jefe de Estado que se trasladó a Bagdad para evitar la guerra).
 
Mientras las ciudades iraquíes son destruidas por las bombas poco inteligentes  y los soldados que se retiran de Kuwait son sepultados vivos en el desierto por los marines, Moscú apoya la aceptación por la parte iraquí de la resolución 660: la retirada de Kuwait, pero EE.UU, y Gran Bretaña piden más inmediatamente y siguen bombardeando. 
 
 [Trad. Yenia Silva]

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Sulla destabilizzazione delle democrazie in America Latina

downloaddi Luiz Alberto de Viana Moniz Bandeira [i] http://www.laondadigital.uy

Lo scienziato politico, Luiz Alberto de Viana Moniz Bandeira, afferma che gli Stati Uniti persistono nel loro intento di destabilizzare i governi di sinistra in America Latina e che ciò si è potuto osservare nelle recenti manifestazioni pseudo spontanee che reclamano l’impeachment di Dilma Rousseff. Sostiene che le organizzazioni nordamericane come la CIA, la NSA (Agenzia Nazionale sulla Sicurezza) e le ONG vincolate a queste, agiscono in modo attivo per destabilizzare i governi progressisti dell’America Latina.

 

  • Il leader del PT alla Camera, Sibá Machado (AC), ha spiegato nelle reti sociali che la CIA tenta di destabilizzare i governi democratici dell’America Latina. Come valuta questo fatto di fronte agli episodi storici che dimostrano che gli USA sono dietro a questi processi di destabilizzazione dei governi di sinistra e progressisti?

 

MB – Da molto tempo Washington crea delle ONG con il proposito di promuovere e intraprendere delle manifestazioni, utilizzando le risorse provenienti dall’USAID, dal National Endowment for Democracy (NED), dalla CIA, l’Open Society Foundation (OSF) del multimiliardario George Soros, la Freedom House, l’International Republican Institute (IRI), sotto la guida del senatore John McCain, ecc. queste istituzioni lavorano apertamente con il settore privato, con i municipi e i cittadini, come anche con gli studenti reclutati per svolgere corsi negli USA. Hanno proceduto nella stessa maniera nei paesi dell’Eurasia, dove dal 1989 al 2000 si sono create più di 500.000 organizzazioni, la maggior parte della quale si trova in Ucraina. Altre sono state organizzate in Medio Oriente per far nascere la Primavera Araba.

La strategia consiste nello sfruttare le contraddizioni che esistono all’interno del paese, i problemi interni, con lo scopo di aggravarli per generare turbolenza e caos, fino a rovesciare il governo in carica, senza ricorrere a colpi militari. In Ucraina, all’interno del progetto TechCamp, istruttori al servizio dell’ambasciata americana, in quel momento diretta dall’ambasciatore Geoffrey R. Pyatt, preparavano, sin dal 2012, a specialisti e professionali nel campo della guerra d’informazione e discredito delle istituzioni dello Stato. Questi uomini sono esperti nell’usare il potenziale rivoluzionario dei mezzi di comunicazione moderni, sovvenzionando la stampa su carta e quella radiofonica, le reti televisive e i siti Internet, per manipolare l’opinione pubblica e organizzare proteste con l’obiettivo di sovvertire l’ordine costituito nel paese e abbattere il presidente Viktor Yanukovych.

Questa strategia si fonda nelle dottrine del professor Gene Sharp e della Political Defiance, in altre parole, della Sfida Politica, termine impiegato dal colonnello Robert Helvey, specialista della Joint Military Attache School (JMAS), al servizio della Defense Intelligence Agency (DIA). La dottrina descrive la forma per abbattere a un governo e conquistare il controllo delle istituzioni, mediante la pianificazione delle operazioni e la mobilitazione popolare per assaltare le fonti del potere dei paesi considerati ostili agli interessi e ai valori dell’Occidente (Stati Uniti).

Tale strategia ha determinato, in gran misura, la politica del regime change, la sovversione in altri paesi, senza ricorrere al colpo militare, incrementata dal presidente George W. Bush, nelle cosiddette “rivoluzioni colorate” in Europa e in Eurasia, così come nell’Africa settentrionale e in Medio Oriente. Spiego nel dettaglio e con prove contundenti come si porta a termine questa strategia nel mio libro, La Segunda Guerra Fría, e attualmente sto analizzando e scrivendo un altro volume, El Desorden Mundial, nel quale approfondisco lo studio su quello che è accaduto e avviene in vari paesi, soprattutto in Ucraina.

 

  • Oltre alla CIA, in che forma agiscono gli USA contro i governi di sinistra in America Latina?

 

MB – Non si tratta di un tema di carattere ideologico, ma di governi che non si sottopongono alle direttive di Washington. Una potenza mondiale come gli USA è più pericolosa quando inizia a perdere l’egemonia che non quando espandeva il suo impero. Il monopolio che ottenne dopo la Seconda guerra mondiale con la produzione della moneta internazionale di riserva – il dollaro – sta subendo la sfida della Cina, della Russia e del Brasile, il quale si è associato con questi paesi nella creazione della Banca Internazionale di Sviluppo (BID), come alternativa al FMI, alla Banca Mondiale, ecc.

Inoltre la presidente brasiliana, Dilma Rousseff, ha denunciato davanti all’ONU lo spionaggio da parte del NSA; ha respinto l’acquisto dei caccia americani, preferendolo aprire con la Svezia; ha rifiutato di cedere il pre-sal[ii] alle compagnie petrolifere americane e non si è allineata con gli Stati Uniti su altri temi di politica internazionale, come invece sì è accaduto in diversi paesi dell’America Latina.

 

  • Il governo del Venezuela sta denunciando la partecipazione di Washington nei tentativi di golpe. Si sta verificando lo stesso con il Brasile?

 

MB- Evidentemente esistono degli attori, professionisti ben pagati, che agiscono sia in Venezuela, Argentina e Brasile, appartenenti o meno alle ONG, al servizio dell’USAID, National Endowment for Democracy (NED) e altre entità americane. Non è stato un caso se il presidente russo, Vladimir Putin, ha chiesto la creazione di un registro di tutte le ONG che operano sul territorio russo e che fosse indicata la fonte delle loro risorse e come sono impiegate. Il Brasile dovrebbe fare qualcosa di simile. Le manifestazioni del 2013, così come quelle più recenti, in opposizione alla rielezione della presidente Rousseff, indubbiamente non sono state spontanee. Gli attori, con appoggio esterno, fomentano e incoraggiano la dura lotta di classe che c’è in Brasile, la quale è stata potenziata dal momento in cui un leader sindacale, Lula, è stato eletto presidente della Repubblica. I quotidiani brasiliani, come quelli tedeschi, hanno evidenziato che la maggior parte di quelli che hanno partecipato alle manifestazioni di domenica 15 (marzo [N.d.T.]), era gente della classe media alta e alta, cioè di chi ha soldi.

 

  • Secondo lei, quali sono gli interessi che Washington considera contrastati dal governo del PT per giustificare la partecipazione della CIA e dei gruppi imprenditoriali di destra, come quello dei fratelli Koch (industria petrolifera), nel finanziamento delle mobilitazioni contro Dilma? Il pre-sal, per esempio?

 

MB – Gli interessi sono compositi come ho spiegato poc’anzi. È molto strano il modo in cui si è avviata l’Operação Lava-Jato[iii], la quale è partita da una denuncia “premiata” e con un’ampia partecipazione da parte della stampa, ma priva delle prove materiali che dimostrassero quanto accaduto. Nella sua lettera testamento, il grande presidente Getúlio Vargas (1882-1954) aveva già denunciato che “La campagna sotterranea dei gruppi internazionali si è alleata con quella dei gruppi nazionali che si mostravano contrari al regime di garanzia del lavoro. (…) Contro la giustizia dell’emendamento del salario minimo si sono scatenati degli odi. Ho voluto sviluppare la libertà nazionale, mediante il potenziamento delle nostre ricchezze, creando la compagnia Petrobrás e, non appena questa comincia a funzionare, l’ondata di agitazione s’ingigantisce. L’Eletrobrás è stata ostacolata fino alla disperazione. Non vogliono che il lavoratore sia libero. Non vogliono che il popolo sia indipendente”.

 

  • Come interpreta lei la nascita di gruppi di destra in Brasile con un programma completamente allineato agli interessi degli USA?

 

MB – I gruppi di destra esistono in Brasile come in qualsiasi altro paese. Si sono ravvivati con la crisi economica scoppiata nel 2007-2008 e che ancora oggi continua in diversi paesi come il Brasile, dove hanno fatto irruzione con più ritardo rispetto all’Europa. La destra è stata sempre stimolata dagli interessi di Wall Street e dal complesso industriale USA, il quale è governato dalla corruzione, la cui porta girevole – esecutivi delle imprese/segretari del governo – non ha mai smesso di funzionare in tutte le amministrazioni che si sono succedute.

 

  • Tra gli organizzatori delle manifestazioni di protesta c’è gente sicuramente a favore della privatizzazione di Petrobrás e delle ricchezze nazionali. Queste persone manifestano un evidente complesso d’inferiorità nei confronti degli interessi stranieri. Come si potrebbe analizzare questo movimento alla luce della storia del Brasile? Siamo di nuovo di fronte al dilemma nazionalismo versus cedimento?

 

MB – È evidente che dietro all’’Operação Lava-Jato”, l’obiettivo che si vuole perseguire è quello di screditare la Petrobrás e le imprese statali per creare le condizioni che porteranno alla loro privatizzazione. Tuttavia sono sicuro che le forze Armate non lo consentiranno. Non interverranno nel processo politico né esistono le premesse per un colpo di Stato tramite l’impeachment della presidente Rousseff, contro la quale non esiste nessuna prova di corruzione, frode elettorale, ecc. Argomenti sempre usati nella liturgia sovversiva delle entità e dei leader politici che l’USAID, la NED e le altre organizzazioni che gli Stati Uniti patrocinano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

NOTE:

[i] Luiz Alberto Moniz Bandeira, analista politico, storico brasiliano.

[ii] Pre-sal,  parte del sottosuolo marittimo che si trova sotto uno strato di sale. Si stima che le maggiori riserve di petrolio, ancora inesplorata, sono presenti sotto lo strato del sottosuolo marittimo del Brasile, del Golfo del Messico e della costa occidentale dell’Africa. [N.d.T]

[iii] Operação Lava-Jato (Operazione Lavaggio delle Macchine), nome dato a un’investigazione realizzata dalla Polizia Federale del Brasile su presunti fatti di corruzione che ha visto coinvolta la compagnia petrolifera Petrobrás, mediante il movimento illegale di grosse somme di denaro che seguiva lo schema adottato del lavaggio del denaro sporco. In quest’operazione si sono visti coinvolti diversi uomini d’affari e politici dell’entourage della presidente Rousseff.

 

Análisis de Entorno Situacional Político (26nov2015)

por Néstor Francia

Jueves 26 de noviembre de 2015

– 10 días

– Editorial de El Nacional, una gema

– Ejercicio de odio

– Torpedeando la integración

– Añoranza de la OEA

– Contra Bolívar y contra Chávez

– Plomo contra los líderes revolucionarios

– Deslegitimación de la Unasur y de las elecciones del 6D

– Preguntas que se hace Cristina Fernández

– La MUD al desnudo

– Palabras del cura fascista Urosa Savino

– El chavismo y la paz

– Las calles y la lucha política

– Cristina se pone al frente

– La temida voz de los revolucionarios

El editorial del diario fascista El Nacional de ayer es un verdadera gema por su revelador contenido. El texto, todo él, no tiene desperdicio, pero por razones obvias no podemos transcribirlo completo acá; recomendamos su lectura con detenimiento. Baste solo esta muestra para avizorar por dónde van los tiros de este pasquín de la ultraderecha golpista: “Saludábamos ayer la victoria de Mauricio Macri en los comicios argentinos como alentadora señal de que el populismo que se ha ensañado contra el pueblo latinoamericano tiene los días contados… ¿Qué futuro aguarda entonces a organismos como Unasur, abocados a la defensa del autoritarismo y su continuidad, perversiones que han sido duramente golpeadas con los resultados electorales del domingo en la nación rioplatense? ¿Y qué puede depararle el porvenir a la Alba, alianza fundamentada en tratos preferenciales en materia petrolera, graciosamente dispensados por Chávez y sucesores como si fuesen ellos los dueños de nuestro principal producto de exportación? Tratos y convenios que abonaron el terreno de la corrupción en el cual se hunden la administración de Dilma Rousseff , su partido, Odebrecht y hasta el mismísimo Lula, así como los parientes de Correa, los allegados de Ortega y no digamos el entorno justicialista de los Kirchner”.

Estas frases resumen no solo el odio visceral que destila El Nacional, que ejerce promoviendo la violencia de manera cotidiana en Venezuela y además arrojando su pestilencia hacia pueblos hermanos. También condensa la intención de la derecha latinoamericana de torpedear la integración latinoamericana y caribeña, que en el fondo guarda una añoranza de aquellos tiempos en que reinaba la OEA, postrada ante los designios del gran capital y las órdenes imperiales. Los ataques contra la Unasur y el Alba son en realidad contra Bolívar y contra Chávez, contra el pensamiento integrador del Libertador y contra los grandes logros del Gigante en el camino de hacerlo realidad.

El fragmento citado se inscribe de manera explícita en la gran batalla continental entre los dos modelos enfrentados en el continente, el neoliberalismo y la democracia popular. El Nacional no solo le echa plomo a Chávez, el centro de sus pesadillas, sino que carga además contra todos los recientes líderes de la Revolución Latinoamericana: Rousseff, Lula, Correa, Ortega, los Kirchner (Evo se salvó seguramente por un momentáneo olvido en la premura del editorialista).

Pero además en el editorial se manifiesta una de las más insistentes matrices actuales de la derecha criolla, la descalificación de la Unasur, que apunta por supuesto a abonar al plan de deslegitimar políticamente las elecciones parlamentarias venezolanas.

En ese sentido es apropiado citar palabras de Cristina Fernández, refiriéndose al resultado de las elecciones presidenciales argentinas. Cristina se preguntó qué hubiera pasado si el Frente Para la Victoria gana por la mínima diferencia, como pasó con Juan Manzur en la provincia de Tucumán, cuando cantaron fraude, aunque “ganó por 14 puntos de diferencia y sin embargo mantuvieron en vilo a un país y una sociedad… Qué hubiera pasado si el resultado hubiese sido al revés, qué estaría pasando hoy en la Argentina, si hubieran reaccionado como nosotros, con la grandeza, la comprensión y la vivencia democrática que debemos tener los argentinos”.

A la MUD no le ha quedado otra que mostrar sus verdaderas intenciones, al desconocer la idoneidad de la misión de acompañamiento de la Unasur, despotricar contra su presidente, Leonel Fernández, y negarse a firmar el acuerdo de reconocimiento de los resultados electorales promovido por el organismo suramericano.

Ha quedado al desnudo no solo ante el país sino también ante todo el continente ¿quiénes son los antidemocráticos y los tramposos?

Por esa razón indignan las palabras de ese canallesco fariseo, el cura fascista Jorge Urosa Savino, quien instó “en especial” al presidente Maduro a respetar los resultados electorales: “Maduro debe ser el primero en respetar las leyes y dejar de hacer el llamado a la calle a protestar o a rechazar los resultados de las elecciones parlamentarias”. Urosa afirmó que “sugerir tomar las calles es intolerable” y que los dirigentes políticos y los funcionarios del Estado “deben hacer un llamado a la paz”. En realidad, el único sector político del país que hace permanentes llamados a la paz es el chavismo, y también el único que firmó el acuerdo de respeto a los resultados que propuso el CNE y que se mostró dispuesto a suscribir al acuerdo que presentó la Unasur.

Por otra parte, llamar al pueblo a las calles, si se hace como lo hicieron Capriles en 2013 (para drenar la “arrechera”) o López en 2014 (para provocar “la salida” de Maduro por métodos violentos) es un crimen, pero más allá de eso, la calle es un escenario natural de la lucha política. Por supuesto, este llamado democrático del presidente Maduro le resulta odioso a un redomado y reaccionario burgués como este cura golpista. Aquí vale citar de nuevo a la compañera Cristina Fernández, cuando dijo que el pueblo la tendrá “defendiendo las conquistas logradas y recogiendo esta cosecha de conciencia popular, nacional y democrática que hemos sembrado en todo el país”.

La presidenta argentina dijo además que el kirchnerismo ha “empoderado al pueblo en sus derechos y la gente sabe cuáles son. En la cabeza de todos y cada uno de ustedes están los derechos y son ustedes los que deberán defenderlos si alguien se atreve a arrebatárselos. Ahí estaremos junto a ustedes defendiendo las conquistas logradas”.

Así es la voz de todos los revolucionarios latinoamericanos, la que temen los oligarcas y los imperialistas.

Napoli 27nov2015: Scampia. La Voce degli occhi

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(VIDEO) Declaración de internacionalistas en Venezuela

Los pueblos también votamos por la Revolución

Ser internacionalista es saldar nuestra propia deuda con la humanidad. Quien no sea capaz de luchar por otros no será nunca suficientemente capaz de luchar por sí mismo.

 
 Fidel Castro, discurso del 5 de diciembre de 1988

La Revolución Bolivariana se abrió al mundo como un llamado. 
Hace dieciséis años, descubrimos en Hugo Chávez a un hombre nuestro, que comenzamos a llamar, con respeto y admiración, Comandante. 


En él y en el pueblo venezolano reconocimos una esperanza, una luz o, más bien, una llamarada para seguir impulsando las luchas y construir la nueva sociedad por la que tanto hemos luchado en cada uno de nuestros territorios, para seguir transformando las realidades de injusticia que aún se imponen en la mayoría de nuestros países. 


De esta forma, en las disputas por recuperar nacionalidades, tierras, viviendas, derechos, se nos fue metiendo, en el corazón y en la conciencia, la imagen siempre clara de Chávez, como diciendo «se puede», «debemos», «aquí estamos», «no estamos solos ni solas». Una invitación a ir a por más, a por todo; en eso se convirtió. Las luchas de resistencia se hicieron más fuertes, más seguras en su razón histórica, aquella que nunca concibió que las palabras vida y capitalismo pudieran ir juntas. El Comandante ahí siempre, ofreciendo la libertad de los pueblos, que se construye y no se mendiga. 


Dieciséis años, sí. Un tiempo para avanzar en unidades, sentirnos parte de la Revolución Bolivariana, aprender su himno de «bravo pueblo», su potencia transformadora, su conducción encabezada hoy por Nicolás Maduro, junto a un mar de pueblo que se hace fuego que enciende la vida.

Y así como hicimos de las enseñanzas de Chávez una responsabilidad en cada uno de nuestros países, muchos y muchas de nosotras decidimos hacer nuestra esta tierra grande de Bolívar y luchar en ella y por ella como internacionalistas, convencidos y convencidas de aportar todo cuanto sea posible. 


Mientras en muchos de nuestros países hoy se ha privatizado la educación y la salud, aquí encontramos servicios públicos, masivos y gratuitos, encontramos las Misiones.

Mientras en muchos de nuestros países nos están desalojando de nuestras casas por no poder pagar a los bancos, aquí encontramos un Estado que ha construido y entregado más de 800.000 viviendas dignas.

Mientras en muchos de nuestros países nos han desplazado y masacrado para quitarnos nuestras tierras, aquí asistimos a la entrega de tierras y apoyo para la producción.

Y, sobre todo, cuando en muchos de nuestros países nos siguen asesinando y persiguiendo por pensar diferente, por organizarnos, aquí encontramos leyes para construir Poder Popular y la libertad de discutir sin miedo, de gritar sin miedo, de organizarnos y luchar sin miedo. 


Aquí estamos, compañeras y compañeros de diferentes países, convencidas y convencidos de que la solidaridad, los cuerpos puestos al servicio de las revoluciones son una necesidad histórica, una manera de responder al llamado de Chávez. Seguiremos aquí, aprendiendo y haciendo frente a la guerra económica, mediática, violenta, a las conspiraciones del imperio norteamericano, a la burguesía y a la oligarquía, los enemigos comunes de hace mucho tiempo.

En nuestras voces están las de miles de mujeres y hombres, campesinas/os, pobres, trabajadoras/es, comuneras/os,  jóvenes, todos y todas situadas de este lado del mundo, el de Chávez, la Revolución Bolivariana, defendiendo la necesidad impostergable de vencer. 


Hoy como Revolución, atravesamos por una de las crisis más duras que hemos vivido. Crisis por el avance de la derecha transnacional, pero también crisis por lo mucho que debemos corregir y profundizar.

Hoy no tenemos al frente a nuestro Comandante, eso ha sido un duro golpe para todas y todos. Pero tenemos la posibilidad y el deber de decidir entre permitir que las sombras nos alcancen, o hacernos fuertes y luchar juntos y juntas por nuestra definitiva independencia. 


Nos han querido desgastar y vencer golpeando nuestra moral. Las colas, los medios de la derecha, la violencia sembrada… Y ahí estamos resistiendo, de a poquito dibujando alternativas para no dejar que nos roben la esperanza. 

El próximo 6 de diciembre tendremos una nueva batalla electoral. Muchos de nosotras y nosotros no podremos votar, pero claro que nos sumamos a esta lucha. Y, por esto, si yo fuera venezolano o venezolana, este 6 de diciembre votaría por la Revolución!! 

Chávez vive, la Patria sigue! 

Caracas, 22 de noviembre de 2015

 

Firmas:

Brigada Apolonho de Carvalho, MST- Brasil

FDLP – Palestina

Brigada Eva Perón, Movimiento Popular Patria Grande – Argentina

Fundación Pakito Arriaran – País Vasco

Brigada Che Guevara – Argentina

FPLP- Palestina

Terra Liberada, Comité de Solidariedade Internacionalista – Galiza

Congreso de los Pueblos – Capítulo Venezuela

Brigada de Solidaridad del Frente Popular Darío Santillán – Corriente Nacional – Argentina

Marcha Patriótica – Capítulo Venezuela

Movimiento Socialista José Carlos Mariátegui – Perú

Movimiento Bolivariano de Colombianos y Colombianas por la Paz – Venezuela

Iniciativa Cultural Colombia no está sola – Venezuela

Adhieren organizaciones venezolanas: 

Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora 

Movimiento de Pobladores y Pobladoras 

Movimiento Popular Uníos 

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Roma 3dic2015: Omaggio al Comandante eterno Hugo Chávez

 

Omaggio al Comandante eterno, Hugo Chávez che si terrà a Roma, giovedì 3 dicembre, alle 16:30. Sarà una iniziativa molto emozionante in cui ricorderemo il suo ultimo discorso.

I comunisti con la Siria: resistere all’imperialismo e alla reazione

da Marx21 – resistenze.org

Traduzione per resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare.

Risoluzione approvata al 17° Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai (Istanbul, 30 ottobre-1 novembre 2015)

La Siria è stata attaccata da un’alleanza guidata dall’imperialismo statunitense e dai suoi collaboratori, tra cui i regimi più reazionari del Medio Oriente. Non è possibile affermare che il conflitto in corso dal 2011 sia una guerra civile. La maggior parte degli aggressori sono mercenari e bande islamiche di tutto il mondo, armati, finanziati e sostenuti da Qatar, Arabia Saudita e Turchia.

Milioni di cittadini siriani sono stati costretti a lasciare la loro patria di fronte al serio pericolo di morte. Nel paese hanno avuto luogo innumerevoli omicidi e massacri. Sono state utilizzate armi chimiche e messi in atto i metodi più brutali di omicidio. Diverse città sono cadute sotto il dominio di un regime barbarico in cui sono calpestati i valori più fondamentali dell’uomo. Armi e munizioni vengono trasferite in Siria dai paesi limitrofi; i suoi confini e i diritti di sovranità vengono violati continuamente. Le sue fabbriche sono state saccheggiate; gli allevamenti e le coltivazioni usurpate così come il petrolio, commerciato illegalmente sul mercato mondiale dalle bande occupanti.

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Le molte facce del Brasile

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di Immanuel Wallerstein – jornada.unam.mx

Il Brasile è una potenza mondiale importante – in termini di grandezza, densità di popolazione e influenza -. Nonostante ciò, per molti versi è la combinazione di una così variegata e contraddittoria sfaccettatura che a chiunque è difficile, compresi gli stessi brasiliani, sapere in che modo definire le caratteristiche del Brasile come nazione e come forza all’interno del sistema–mondo.

In questo momento il volto più importante del Brasile è quello di Lula (Luiz Inácio Lula da Silva) e del suo partito, il Partido dos Trabalhadores (PT). Dopo tre infruttuose corse verso la presidenza, Lula vinse finalmente nel 2002. L’elezione di un leader sindacale di umili origini a ricoprire la carica di presidente rappresentò, almeno, la penetrazione sociale di una persona e di un partito che aveva sfidato le gerarchie sociali incuneate nel sistema politico.

Lula e il PT essenzialmente avevano promesso due cose. La prima fu di elevare significativamente il reddito reale dei settori più poveri del paese. E ci riuscì mediante il programma Fome Zero (Fame Zero ). Questo programma si contemperò a una serie di programmi federali di assistenza destinati all’eliminazione della fame in Brasile. Annoverava la Bolsa Familia (La Canasta Familiare), l’accesso a un credito ed era previsto anche l’aumento del salario minimo.

La seconda promessa è stata il rifiuto delle politiche neoliberali dei suoi predecessori e l’adempimento degli impegni presi dai governi precedenti verso il Fondo Monetario Internazionale.

Ma Lula, quasi all’improvviso, cambiò d’atteggiamento. Nominò come ministro delle Finanze e come presidente della banca Centrale a due persone precisamente impegnate con le politiche neoliberali e, in modo particolare, mantenere la promessa fatta al FMI di conservare un certo surplus primario delle entrate, che consiste nella conservazione di una porzione delle entrate statali che di solito s’impiegano nella spesa pubblica. Questo tipo di politica macroeconomica riduce i fondi disponibili per gli investimenti sociali. Il suo vanto è di rendere stabili i governi ed evitare l’inflazione. Il FMI pretese dal Brasile che serbasse un surplus del 4,25%. Sotto il mandato di Lula, il surplus aumentò a un livello mai visto prima, cioè del 4,5%.

Le politiche miste di Lula coesistevano all’interno della particolare cultura politica del Brasile, paese con un enorme numero di partiti politici, nessuno dei quali eccede la quarta parte dei seggi in Parlamento. La cultura politica del Brasile considera quasi normale che gli individui, compresi i partiti politici, effettuino con molta frequenza dei mutamenti d’indirizzo secondo le alleanze. Semplicemente vanno alla ricerca di potere e denaro. Una delle forme in cui Lula e il suo partito si sono mantenuti sulla cresta dell’onda, è stata quella del mensalão (i mensili pagati ai membri della legislatura). È molto probabile che il livello di corruzione del Brasile non sia realmente maggiore di quello della maggioranza degli altri paesi, ma i rapidi cambiamenti che si sono verificati durante le alleanze legislative l’hanno reso molto visibile.

Poi viene il Brasile come forza geopolitica, il Brasile del BRICS – gruppo di cinque economie soprannominate emergenti (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), la cui forza si basa nella capacità di poter rialzare i prezzi mondiali dei prodotti basici d’esportazione. All’improvviso ci fu nuova ricchezza in Brasile (come in altri paesi del BRICS), fino a quando non collassò il prezzo delle merci basiche. Da un punto di vista economico si ha l’impressione che, così come la ricchezza è arrivata in maniera facile, altrettanto se n’è andata.

Tuttavia il BRICS è stato un ulteriore tentativo d’incremento dell’accumulazione di capitale. È stato un tentativo per affermare la loro forza geopolitica. Anche sotto quest’aspetto si sono verificate delle inconsistenze. Da una parte il Brasile è diventato la principale forza che ha fatto l’intento di costruire (nel primo decennio del XXI secolo) un’unità dell’America Latina e dei Caraibi, indipendenti dagli Stati Uniti e dalle strutture da essi create per controllare il subcontinente. Il Brasile è stato il paese che ha capeggiato la creazione dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) e riuscire a far convivere al suo interno paesi antitetici tra di loro come il Venezuela di Hugo Chávez e la Colombia di Juan Manuel Santos.

Il Brasile, che è stato campione dell’autonomia dell’America Latina, è stato anche il paese che ha cercato in mille modi d’imporsi verso i suoi vicini, soprattutto verso l’Argentina. È stato anche il Brasile che ha voluto istituire un gruppo lusofono che affinché lavorasse per i suoi interessi economici. È stato anche il paese i cui vincoli ravvicinati con la Cina (attraverso il BRICS) non s’inserivano in una struttura tra uguali geopolitici.

Oggigiorno tutte queste diverse forme del Brasile si muovono verso implosioni interne. Il successore di Lula alla presidenza, Dilma Rousseff, l’anno scorso ha avuto un catastrofico calo di popolarità. Anche Lula ha perso qualcosa del suo atteggiamento, una volta intoccabile. Il regime è minacciato dal processo alla Rousseff. Circolano voci che l’esercito stia prendendo in considerazione un eventuale colpo di Stato. La negazione di tale possibilità da parte del capo delle forze armate sembra già di per sé una quasi conferma di queste voci.

Tuttavia, non si vede una chiara alternativa, il che rende il processo e il colpo militare come qualcosa di poco probabile. Il fatto che si dichiari che esistono molti Brasile è qualcosa che si può asserire per tanti altri paesi, forse per quasi tutti. Ma in qualche forma ciò può sembrare più evidente nel caso del Brasile. Sarà davvero audace l’analista che riuscirà a predire come sarà il Brasile del 2016 o del 2017. Tuttavia, anche se i dettagli precisi sono imprescindibili, le forze del Brasile possono continuare a fare di questo paese un locus chiave del potere mondiale.

 [Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

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