AlbaTV: intervista al deputato del PSUV Earle Herrera

earlechavezda AlbaTV – Venezuela

26ott2016.- “Il parlamento sta violando una sentenza, perciò anche l’accordo che ha approvato per aprire un processo politico contro il Presidente Maduro è inattuabile”

Domenica scorsa, 23 ottobre, è stata convocata una sessione straordinaria della Asamblea Nacional [il parlamento venezuelano] nel Palazzo Federale Legislativo della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

La agenda della sessione prevedeva diversi punti, tutti legati all’obiettivo centrale e fisso che l’opposizione alla rivoluzione bolivariana si è posta sin dall’anno 1998: non riconoscere il governo nazionale come legittimo. A partire dallo scorso gennaio, quando  inaugurò la legislatura come maggioranza parlamentaria, l’opposizione sta utilizzando ora nuove strategie il cui fine è la destituzione del presidente costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro Moros.

Indetta questa sessione straordinaria, si è venuta a creare una manifestazione spontanea di diversi settori della popolazione venezuelana in difesa della Costituzione Nazionale e in rifiuto alle azioni intraprese dal Potere Legislativo per generare condizioni di rottura dell’ordine costituzionale nel Paese. Il parlamento nonostante ciò ha approvato un accordo in cui non riconosce le procedure e competenze stabilite dalla Costituzione riguardanti il normale esercizio della vita istituzionale del Paese e le competenze di ognuno dei poteri pubblici che la garantiscono.

In questo contesto, sono sorti diversi interrogativi sullo scenario informativo e politico, nazionale e internazionale, rispetto alla vera portata legale e alle conseguenze dei punti dell’accordo sulla scena nazionale: è in atto un colpo di Stato in Venezuela? Qual è la portata dell’accordo di domenica scorsa? Quali sono le conseguenze di queste azioni rispetto alle iniziative di dialogo nazionale?

Queste ed altre domande si sono fatte strada nell’opinione pubblica e in questo contesto Alba TV ha avuto l’opportunità di conversare con il Deputato del parlamento, membro dell’assemblea costituente, docente e giornalista Earle Herrera, per contribuire alla comprensione dei fatti.

ALBA TV (ATV): Si specula molto sulla portata reale dell’accordo che il parlamento ha approvato domenica scorsa, perciò le chiediamo: qual è la sua validità legale? Dal punto di vista costituzionale, è corretta la destituzione del presidente Nicolás Maduro?

EARLE HERRERA (E.H.): Il parlamento della Repubblica Bolivariana del Venezuela ha convocato una sessione straordinaria che, tra i suoi punti, includeva quello di analizzare la situazione costituzionale della Presidenza della Repubblica, materia che non è di sua competenza in quanto qualsiasi dubbio dal punto di vista costituzionale è prerogativa della Sala Costituzionale del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ). Inoltre, la sessione era stata indetta anche per dare inizio a ciò che l’opposizione ha definito come un processo politico al Presidente Maduro;  oltre che per designare nuovi rettori del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE, il Potere Elettorale) e nuovi magistrati del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ, Potere Giudiziario). Ciò che sta facendo il parlamento oggi, è stato messo in atto nell’anno 2002, quando ci fu un colpo di Stato e fu approvato un documento denominato il “Decreto Carmona”. In esso si dichiaravano dissolti i poteri dello Stato, veniva destituito il Presidente e non si riconosceva la Costituzione come legittima. Quello attuale è un colpo di stato parlamentare, stile Honduras, Brasile o Paraguay.

La differenza è che il Parlamento non può né sulla forza popolare, né sulla forza militare, né sugli altri poteri pubblici, per poter raggiungere il proprio proposito, o meglio sproposito, come è stato approvato in questa sessione domenicale. Quindi adesso ha fra le mani questo documento e non sanno che farsene. Ci sono contraddizioni interne fra gli stessi partiti e gruppi che partecipano nella cosiddetta Unità Democratica (Mesa de la Unidad Democrática – MUD).

Noi, il Presidente della Repubblica, il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), li abbiamo convocati a dialogare in molteplici occasioni. Loro si sono rifiutati, perché pensano di poter emulare ciò che è stato fatto in altri paesi del Sud America.

Sin dal momento in cui iniziò l’attuale legislatura del parlamento, il 5 gennaio di quest’anno, il presidente del parlamento  assicurò che in sei mesi avrebbe tolto di scena il Presidente Maduro. Questa è stata l’offerta che ha fatto ai suoi seguaci.

Ebbene, sei mesi sono ormai passati, ad essere precisi il giorno dell’Indipendenza (del Venezuela), il 5 luglio, ed il Presidente Nicolás Maduro è ancora a Miraflores [la sede dell’Esecutivo]. L’opposizione si è impuntata, ed  hanno annunciato al Paese varie possibilità che chiamano “costituzionali e democratiche”. Queste opzioni sono state:

  • Le dimissioni del Presidente. Le dimissioni sono un atto volontario: Nicolás Maduro non ha mai proposto né se lo è mai proposto, di dare le dimissioni.
  • Una figura che loro chiamano “l’abbandono delle funzioni”. Il Presidente Nicolás Maduro è presente tutti i giorni a Miraflores, o si trova in qualsiasi altra parte del paese svolgendo le sue funzioni, e quand’è all’estero è perché sta rappresentato il Venezuela in qualità di Presidente Costituzionale. Quindi, questa del “abbandono delle sue funzioni” è una figura, come diciamo in Venezuela, presa per i capelli.
  • Hanno tentato anche, in mezzo a queste opzioni, di approvare un emendamiento costituzionale, e ne hanno presentato la proposta al Parlamento. Solo che un emendamento per ridurre il mandato di un capo dello Stato non può essere retroattivo. Questo è un principio universale delle leggi. Di modo che non è applicabile al Presidente Nicolás Maduro.
  • Un’altra possibilità, che in realtà è quella che avrebbero dovuto attivare sin dal principio, è quella del referendum revocatorio. Una figura che il movimento chavista, il movimento bolivariano, ha introdotto nella Costituzione del 1999, con l’assemblea costituente. Però l’opposizione ha attivato il processo del referendum cinque mesi dopo l’inizio della legislatura, e non si può realizzare quest’anno perché le norme che lo reggono stabiliscono tempi precisi per poter attivare un processo referendario: l’opposizione difatti non ha il tempo necessario per raccogliere le firme né per legalizzare una organizzazione come la MUD (visto che i partiti, non avendo partecipato alle elezioni, si trovano sotto la soglia del riconoscimento): devono legalizzarsi ed in seguito raccogliere la firma del 20% della popolazione votante per poter richiede l’attivazione del referendum. Tutto ciò prevede dei limiti di tempo stabiliti, che in realtà vanno ben oltre ciò che rimane dell’anno e perciò dovrà essere realizzato nel 2017.

La Costituzione stabilisce che se si revoca il mandato del Presidente prima (di raggiungere) la metà del suo periodo di governo, chi si fa carico della Presidenza del Paese è il presidente del parlamento, che nel lasso di tempo di trenta giorni deve convocare le elezioni generali. Però, se è stata oltrepassata la metà del periodo di governo, chi assume l’incarico della Presidenza è il Vicepresidente della Repubblica, che porterebbe a termine il mandato. Quindi l’anno prossimo, se l’opposizione attiva il referendum (visto che possono farlo), in caso di successiva vittoria ad assumere la Presidenza sarebbe il Vicepresidente della Repubblica, che attualmente è Aristóbulo Istúriz  ma che in quel momento potrebbe anche essere un altro, e portare a termine il mandato del Presidente Nicolás Maduro, nel caso in cui fosse revocato.

Affinché il Presidente sia revocato, deve votare contro di lui una quantità di venezuelane e venezuelani che superi il numero di voti con il quale fu eletto nel 2013. In altre parole, più di sette milioni e mezzo di venezuelani dovrebbero andare a votare a favore della revoca di Nicolás Maduro, nel referendum. Quindi loro [l’opposizione] vogliono saltare tutti i passi stabiliti per legge e per questo cercano di accelerare il processo […] in una sessione che tra l’altro è spuria, inefficace e nulla.

Dico questo in base al fatto che il parlamento ha investito tre deputati la cui nomina è stata annullata dal TSJ a causa di gravi irregolarità elettorali commesse nello stato dell’Amazonas. Questi tre deputati, di conseguenza, sono stati interdetti e non devono far parte in questo momento del parlamento. Però il parlamento li ha accettati, violando la sentenza del TSJ, e fanno loro prendere parte alle votazioni. In base a ciò, il TSJ ha emesso una sentenza che stabilisce che finché quei deputati rimangano nel parlamento, quest’ultimo sta violando la legge e perciò tutti gli atti di votazione ai quali prendano parte sono inattuabili. Per questo motivo, non solo a causa delle irregolarità giuridiche di cui è pieno l’accordo di domenica scorsa, ma anche perché il parlamento sta violando una sentenza, questo accordo che è stato approvato per aprire un processo politico contro il Presidente della Repubblica è anch’esso inattuabile.

ATV: Uno degli argomenti che la destra ha cercato di far emergere a livello internazionale, è stato il tema secondo il quale esisterebbe uno sbilanciamento di potere, una mancanza di autonomia fra i poteri dello Stato. Lei spiegava la situazione in cui si trova il parlamento. Le chiediamo allora: c’è una rottura dell’ordine costituzionale in Venezuela? Esiste o no una divisione fra i poteri?

E.H.: Abbiamo visto, proprio domenica scorsa, che certi quotidiani hanno pubblicato in prima pagina il titolo “Dittatura”; e l’opposizione in quella sessione mostrava striscioni con su scritto “dittatura”. Nonostante ciò, la sessione straordinaria è stata realizzata, quei quotidiani circolano liberamente, scrivono di tutto sul governo o sullo stesso Presidente Maduro, e non accade loro niente.

Nella Costituzione del 1999, a differenza di altri paesi dove solo esistono i tre poteri classici (il Potere Esecutivo, il Potere Legislativo ed il Potere Giudiziario), in questa costituzione vennero aggiunti, dall’Assemblea Costituente altri due poteri, che già erano stati suggeriti da Simón Bolívar, il Libertador, nell’anno 1819 durante il Congresso di Angostura. Si tratta del Potere Morale e del Potere Elettorale, presente quest’ultimo anche nella fondazione della Repubblica Boliviana.

Questi cinque poteri hanno la stessa gerarchia: non esiste un potere che valga più di un altro. Ebbene, il capo dello Stato è il Presidente della Repubblica: capo dello Stato e capo del governo, in Venezuela, visto che abbiamo un regime presidenziale, è il Presidente della Repubblica. Nonostante ciò, gli altri poteri hanno ciascuno delle prerogative molto specifiche e nessuno di loro può annullarne un altro (o non riconoscerlo come legittimo). Perciò il parlamento non può destituire i magistrati del TSJ perché starebbe “pagando e dandosi il resto” in ambito giudiziario, usurpando funzioni che non sono di sua competenza perché formano parte delle prerogative degli altri poteri.

ATV: Lunedì 24 si annunciava l’inizio del dialogo tra il Governo nazionale e l’opposizione, con l’accompagnamento dell’UNASUR e del Vaticano. Cosa si aspetta lei, come deputato del PSUV, di fronte a questo dialogo con una destra che ha un curriculum destabilizzante, golpista, di incitazione alla violenza?

E.H.: Ho buone aspettative, perché il dialogo non si porta avanti con dei monaci francescani, il dialogo si porta avanti proprio con quei settori che menzionate ed è per questo che il dialogo è difficile.

Si tratta di settori violenti, sono settori che hanno dato un colpo di Stato nel 2002, che hanno paralizzato l’industria petrolifera venezuelana per due mesi portando la produzione del petrolio da 3 milioni 500 mila barili al giorno, a 20 mila barili al giorno, per distruggere l’economia del paese. Nel 2014 scatenarono quello che qui si chiama la “Guarimba”, che consiste nel bloccare strade, incendiare barricate, isolare interi quartieri. La risorsa della violenza è sempre stata nelle loro mani. Nel 2013, provocarono 11 morti quando non riconobbero l’elezione del presidente Nicolás Maduro, e nel 2014 provocarono 43 morti e migliaia di feriti; nel sabotaggio petrolifero le perdite si calcola siano state di 15 mila milioni di dollari. Durante la Guarimba, con gli incendi nei quartieri si calcola che i danni abbiano raggiunto i 10 mila milioni di dollari e ciò spiega, almeno in parte, la situazione economica che sta vivendo oggi il Venezuela. È con questi settori che dobbiamo stabilire il dialogo.

Il Vaticano, il papa Francesco, ha già mandato qui in Venezuela il suo rappresentante e sta invitando a riunirsi a fine ottobre sull’isola Margarita. Loro inizialmente hanno detto che avrebbero partecipato, ed adesso dicono di no. Perché vi sono, all’interno dell’opposizione, dei settori violenti, settori radicali, che si impongono di fronte ai settori equilibrati, democratici, che sanno che qui il dialogo è l’unico modo per uscire da questa situazione di crisi. Loro [i settori radicali] hanno già cercato di eliminare la Rivoluzione Bolivariana con tutti i metodi violenti possibili e immaginabili, ma non ci sono riusciti perché la popolazione è disposta a difendere questo processo di fronte alle situazioni più difficili in cui possa trovarsi il Paese.

Viene data loro un’eccellente opportunità, quando il Vaticano tende loro la mano. Ma qui i media privati minacciano i settori più moderati, perché i mezzi di comunicazione, o meglio i padroni dei mezzi di comunicazione, vogliono far tabula rasa e far sparire il chavismo dalla faccia della terra, che è un’impresa impossibile. Impossibile perché è parte di un sentimento nazionale, perché è una forza reale, storica, tellurica. È come eliminare il peronismo, come cercarono di eliminare il peronismo in Argentina: migliaia di morti, migliaia di desaparecidos, ma il peronismo è ancora lì. Cercare di eliminare una corrente storica è una pazzia.

Nonostante ciò, i proprietari dei media si pongono questo obiettivo, insieme a settori esteri come il Comando Sur degli Stati Uniti, che si pronuncia con frequenza contro il Venezuela. Come il signor Alvaro Uribe [ex presidente della Colombia], con l’aiuto delle forze paramilitari colombiane che si sono introdotte nel nostro Paese. Sono stati catturati paramilitari colombiani nei dintorni della capitale, qui a Caracas. Ed ora, il signor Almagro, segretario della OSA (Organizzazione degli Stati Americani). Il signor Almagro dovrebbe essere un portavoce della mediazione, un portavoce che cerca la riconciliazione e la pace. Il signor Almagro è il primo istigatore della violenza e del fatto che non si stabilisca un dialogo per cercare soluzioni ai problemi del nostro Paese. Il Presidente [della Bolivia] Evo Morales l’ha appena definito come un mercante di sovranità. Il signor Almagro sta vendendo la sovranità dei paesi alla potenza egemonica d’America e del mondo.  

Questo è il cammino che dobbiamo percorrere, ma è l’unico cammino.

ATV:  Stanno cercando di mettere in gioco la sovranità del Paese, la continuità della Rivoluzione Bolivariana, ma a livello regionale, dal suo punto di vista, cosa significa il Venezuela per la continuità dei processi di liberazione dell’America Latina? Cosa significa la continuità della Rivoluzione, non solo per le venezuelane ed i venezuelani, ma anche per il continente?

E.H.: Il Venezuela ha nel proprio sottosuolo la riserva petrolifera più grande del mondo, in tempi di crisi del petrolio e con la prospettiva per cui certamente ci stiamo avvicinando alla fine dell’era petrolifera. Oltre a trovarsi in questa situazione, il Venezuela, sin da quando è arrivata la rivoluzione Bolivariana con il Presidente Chávez, ha dato spinta ai movimenti integrazionisti dell’America Latina. Con il presidente Chávez, l’America Latina per la prima volta ha avuto voce propria, si sono fatti passi concreti verso l’integrazione. Non si è trattato solo di riunioni, discorsi, retorica. È stata creata Petrocaribe, che è un’impresa petrolifera integrata dal Venezuela e dai paesi dei Caraibi che non producono idrocarburo. È stata creata l’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), che, a differenza della OSA – che è stata anche definita, da un ministro degli esteri cubano, “ministero delle colonie” – ha avuto per la prima volta una voce propria di fronte alla potenza egemonica. Il Venezuela attualmente è alla la presidenza del Movimento dei Paesi Non Allineati (MNOAL). Il Venezuela ha giocato un ruolo di primo piano nella creazione della Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (CELAC). Dunque, in tutto questo processo di integrazione il Venezuela è stato l’avanguardia; e l’avanguardia va eliminata. Il serpente si uccide colpendolo alla testa.

Non che sia l’unica testa, perché lo è stata anche l’Argentina, il Brasile di Lula, la Bolivia di Evo Morales, il Nicaragua di Daniel Ortega. Ma, senza dubbio, con il Presidente Chávez il Venezuela si è messo a capo dei processi di integrazione della Patria Grande e questo ha preoccupato gli Stati Uniti, che adesso dicono che è affare loro e, come ha detto il signor Donald Trump, “si sono dimenticanti del loro cortile di casa”. Vogliono tornare.

Aristóbulo Istúriz, il Vicepresidente del Venezuela, diceva che si sta mettendo in atto un processo di ri-colonizzazione. Loro non vogliono venire qui per aiutare con lo sviluppo, affinché i paesi dell’America Latina possano competere sui mercati mondiali, no, no, no. Vogliono ri-colonizzare ciò che da molto tempo chiamano “il loro cortile di casa”.

ATV: Lei, domenica scorsa, quando è intervenuto in Parlamento, ha mostrato alla fine del suo diritto di parola, una maglietta con l’emblema degli occhi di Chávez. È stata un’azione simbolica: la destra si è spaventata, ha reagito, perché sembra che Chávez faccia loro paura. Ed è stato simbolico anche per il chavismo, per alzare il morale, emozionare, e ricordare ancora una volta che Chávez c’è ancora, che era lì nel parlamento con voi. Le chiediamo ora, per terminare quest’intervista: quale sarebbe il messaggio per la popolazione che oggi riceve il Presidente Maduro [di ritorno dalle riunioni con i paesi dell’OPEP] nel mezzo di una manifestazione popolare? Mentre in parlamento continua la cospirazione, qual è il messaggio per la popolazione chavista, che oggi forma i CLAP e le Comuni, e che è vittima della guerra economica?

E.H.: Nell’intervento che ho fatto domenica scorsa in parlamento, quando mi sono sbottonato la camicia e ho mostrato la maglietta con gli occhi di Chávez, ho fatto appello a una risorsa simbolica, di fronte a un parlamento che lì dispone di tutti i media a suo favore, e che non sempre mettono a fuoco quando un deputato chavista sta parlando, o riprendono dalle peggiori angolazioni. Un parlamento che aveva lì presenti i propri tifosi: mentre il popolo chavista era fuori e non lo lasciavano entrare, ai sostenitori dell’opposizione era stato consentito loro l’accesso per poterci intimidire quando stavamo parlando. In questi casi bisogna rispondere con le risorse dell’immaginazione, qui con una risorsa simbolica. Mostrare gli occhi di Chávez ha aiutato davvero a sollevare l’animo della popolazione che era lì fuori e so che oggi la popolazione che va a ricevere il Presidente Nicolás Maduro è guidata proprio da quello sguardo del Comandante Eterno della Rivoluzione, il Comandante Hugo Chávez. Ed è per questo che ho citato il suo ultimo proclama, quello in cui dice: “Non mancheranno coloro che in situazioni difficili cercheranno di portarci via la patria. Non ce la faranno.”

Il Presidente Chávez è stato lungimirante, per non parlare di profezie e che poi dicono che siamo superstiziosi. È stato lungimirante e ha predetto ciò che sarebbe successo in situazioni difficili, come quella che sta avvenendo oggi il Paese.

Per questo gli occhi di Chávez, che ho mostrato con la maglietta, illuminano il cammino.

[Trad. dal castigliano di Ilaria Arienta per ALBATV – si ringrazia Pablo Kunich Cabrera per la segnalazione]

Russia: intervista a Pavel Tarasov (Kprf)

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Il nostro compagno e collaboratore Danilo Della Valle ha di recente visitato la Russia e ne ha approfittato per realizzare alcune interviste a diversi e differenti protagonisti della politica russa che possono essere qui in Italia di interesse per comprendere cosa si muove nel panorama del paese più esteso del mondo.

La tornata elettorale di settembre ha visto, tra molte polemiche, un solo grande protagonista: il Partito del Presidente Putin, Russia Unita. Eppure il mondo politico russo non è solo rappresentato da Russia Unita ma, anzi, da molti altri partiti che partecipano attivamente alla vita politica del Paese. Uno di questi è il Partito Comunista della Federazione Russa, secondo partito alla Duma, che durante le ultime elezioni ha avuto un calo molto importante di consensi, pur rimanendo il primo partito di opposizione con qualche deputato in più della sorpresa LDPR, i liberal-democratici guidati dall’eclettico Zhirinovsky. Ad un anno di distanza dall’incontro con il vice Presidente della Duma e del Kprf, Ivan Melnikov, abbiamo incontrato diversi rappresentanti del Partito Comunista per discutere dei risultati delle ultime parlamentari e della situazione economica del Paese. Di seguito pubblichiamo una sintetica intervista a Pavel Tarasov, deputato del Kprf e redattore della rivista socio-politica “Falce e Martello”.

Alla luce del cambio di sistema elettorale, si può dire che Russia Unita non avrà rivali per un po’ di tempo, è d’accordo?

Le elezioni sono andate esattamente come voleva il Cremlino, il sistema proporzionale è stato cambiato con un sistema misto e questo sicuramente non ha portato un giovamento al nostro partito. Inoltre, a mio avviso, tutti i mezzi di informazione sono stati occupati dalla propaganda di Russia Unita. La sola unica cosa positiva durante questa tornata elettorale è stata la nomina a segretario dello ЦИК (il comitato centrale delle elezioni) di Ella Pamfilova che almeno cerca di lavorare nel rispetto delle regole democratiche.

Lei è stato candidato alla Duma nonostante la giovane età, ed ha raggiunto un ottimo risultato. Che riscontri ha avuto dalla popolazione durante la campagna elettorale?

 Sono stato candidato durante l’ultima tornata elettorale al collegio 208 di Mosca. Qui sono arrivato al secondo posto con il12% mentre al primo posto è arrivato Nikolay Gonchar di Russia Unita con il 34.25%. Sinceramente non mi aspettavo potesse prendere una percentuale così alta. Durante la campagna elettorale la popolazione ha mostrato grande sostegno per il Kprf e una forte sfiducia verso il governo. Per questo il risultato finale delle elezioni stupisce molto. Parzialmente può esser spiegato con delle  manipolazioni e brogli durante le elezioni, almeno per quanto riguarda alcuni seggi.

14874961_10211125706729150_880495540_nIl Kprf ha perso moltissimi deputati rispetto alle ultime elezioni. Cosa ha causato questa debacle?

Sì, effettivamente durante questa ultima tornata elettorale abbiamo perso. Oltre ai diversi punti percentuali abbiamo perso anche molti deputati, siamo passati da 92 a 46. Sicuramente in questo risultato ha influito il passaggio dal sistema proporzionale a quello proporzionale misto, nei collegi uninominali è molto più difficile vincere. Siamo riusciti a far scattare 7 deputati nei collegi uninominali. Inoltre l’astensione è stata molto alta, e ciò a mio avviso non ha favorito i partiti di opposizione.

Una delle critiche più severe mosse al Kprf, sia da molti partiti di sinistra in Occidente che da altri partiti in Russia, è quella di esser una finta opposizione al governo e di avere una leadership “vecchia”. Crede sia vero?

Per quanto riguarda le critiche che vengono da Occidente, in Europa la maggior parte dei partiti di sinistra si vergogna di autodefinirsi comunista e per questo ogni critica al Kprf sembra davvero senza senso. Credo che chi accusa il Kprf di esser una opposizione soft o è in malafede o non conosce le nostre posizioni e ciò che noi facciamo: durante l’ultimo periodo hanno addirittura cercato di mandare in carcere due deputati della ultima Duma, Bessonov e Parshen, ed il governo vieta sistematicamente, con l’aiuto della polizia, i nostri picchetti e le nostre manifestazioni. Mi sembra che qualcuno vuole vedere solo ciò che vuole, senza basarsi sui fatti. Per quanto riguarda la questione “generazionale”, può sembrare che nel Kprf ci siano solo persone “anziane” perché effettivamente i nostri leaders sono sulla scena da anni ed i media danno maggior spazio a loro. Ciò sicuramente può frenare le nuove generazioni, ma nel Kprf militano comunisti di tutte le età, abbiamo una buona fetta di giovani militanti e deputati che ricoprono incarichi all’interno del Partito.

Quanto possono inficiare sulla situazione economica russa le sanzioni messe in atto come ripicca per la questione della Crimea?

Attualmente la situazione russa non è delle migliori, ma dubito che si possa pensare che l’attuale crisi economica sia dovuta soltanto alle sanzioni per ciò che è successo in Crimea. Le sanzioni sono efficaci grazie al fatto che durante gli anni ‘90 l’industria nazionale del Paese è stata totalmente distrutta e svenduta, e  quando la Russia è stata colpita dalla pioggia di petroldollari questi fondi  hanno riempito le tasche dei liberali che girano intorno al Presidente e non sono stati spesi per lo sviluppo dell’economia del Paese.

Russia: intervista a Sergey Baburin

1838a3de-bee3-47d9-a371-68f1dec83cb3di Danilo Della Valle

Il nostro compagno e collaboratore Danilo Della Valle ha di recente visitato la Russia e ne ha approfittato per realizzare alcune interviste a diversi e differenti protagonisti della politica russa che possono essere qui in Italia di interesse per comprendere cosa si muove nel panorama del paese più esteso del mondo.

Sergey Baburin è da sempre una figura controversa del mondo politico russo. Deputato della Duma nel 1990, è stato uno dei protagonisti nel 1993 delle rivolte contro le riforme economico-sociali del governo liberista di Eltsin che si conclusero con un bagno di sangue e con l’esercito che sparò sul Parlamento, dove erano asserragliati molti deputati e parte dei manifestanti. Baburin ha ricoperto varie cariche politiche ed accademiche, è oggi vice-Presidente dell’Accademia russa della Scienza ed uno degli editori della rivista “Slavi”, oltre ad esser membro dell’Istituto giuridico Europeo “Justo”. È stato candidato alle ultime elezioni parlamentari con il Kprf, anche se il suo movimento rimane autonomo e con posizioni divergenti da quelle del Partito di Zyuganov, facendo capo ad una area nazionalista e conservatrice. 

È stato candidato alle ultime elezioni Parlamentari alla Duma che hanno visto il trionfo del Partito Russia Unita e l’appiattimento delle opposizioni su percentuali molto più basse. Come valuta i risultati?

Valuto i risultati delle elezioni in maniera molto negativa, ma posso dire che non è stata una guerra “giusta”. Si possono perdere le elezioni in una guerra onesta ma quella delle ultime elezioni non lo è stata. La percentuale indicata ufficialmente non è assolutamente vera, i votanti sono stati molti di meno e, mi assumo la responsabilità di ciò che dico, nutro forti dubbi anche sulla vittoria di Russia Unita. Secondo i nostri osservatori in molti collegi abbiamo vinto, mentre ufficialmente abbiamo perso le elezioni. Ed anche dove abbiamo preso seggi non ci è stato permesso di vedere esattamente le percentuali. Io sono stato un candidato del Kprf, ma non sono un rappresentante del Partito. Siamo alleati da 25 anni anche se durante le prime elezioni non siamo scesi in campo insieme, ci sono comunque delle distanze ideologiche tra il mio movimento ed il Kprf.

La crisi strutturale che il sistema capitalistico sta affrontando rende chiara una cosa: questo non è il sistema migliore per le popolazioni del mondo, ma solo per i ricchi. La forbice tra le classi aumenta sempre di più e questo può diventare un problema. Come pensa si possa uscire da questa situazione?

Il modello economico della Russia è basato sulla produzione, come avviene per  la Cina, per caratteristiche territoriali e per tradizione. È quello il modello da seguire, purtroppo molti dei nostri governi che si sono succeduti, come quello di Medvedev,  non hanno a cuore la Russia e non hanno seguito questo tipo di modello. Per me al giorno d’oggi l’economia non può esser né socialista né capitalista, con la tecnologia che avanza sempre di più l’economia chiede altri bisogni. In molti Paesi d’Occidente hanno imparato dagli errori della crisi del 2008 ed anche se vivono in un sistema capitalista hanno una economia indirizzata socialmente. In Russia, prima con Eltsin e poi ancora con i governi che gli sono succeduti, c’è un neocapitalismo che è totalmente lontano dal popolo russo, proprio per questo abbiamo una diversità enorme tra le classi. Abbiamo una distanza enorme tra ricchi e poveri, abbiamo due società diverse, su 140 milioni di abitanti 100 di questi vivono fuori dalla economia e questo crea una instabilità totale. Ciò non è accettabile.

634c2f29-218d-4dda-b3e8-5b08660da14aPassando alle questioni di politica internazionale, dove lei è sempre stato molto attivo, oggi un fronte molto caldo è quello siriano. La Russia sta facendo la sua parte nell’aiuto della popolazione locale e nel combattere il terrorismo, come pensa possa risolversi la crisi?

Dal 2011 sono il Presidente del Comitato russo di solidarietà con il popolo libico e con il popolo siriano. Posso dire che oggi la Russia fa giustamente il suo dovere aiutando il popolo siriano, ma a mio avviso il governo dovrebbe riuscire a fermare la Nato in maniera più decisa. Credo che la pace si possa raggiungere solo con il governo legittimo attuale, che è l’unico a poter garantire la pace in Siria. Se Assad dovesse andare via, la situazione potrebbe precipitare come è successo nella Libia di Gheddafi, e ciò comporterebbe delle conseguenze catastrofiche.

Anche in Donbass, nel cuore dell’Europa, la situazione sembra ancora molto calda e la soluzione sembra non esser così vicina, con le parti in causa ancora molto distanti nel trovare un accordo che possa far cessare veramente questa guerra. I media Occidentali hanno puntato varie volte il dito contro la Russia, rea di aver aizzato la popolazione a ribellarsi dopo il Maidan ed il conseguente golpe di Kiev.

Per quanto riguarda il Donbass, il governo Russo non è mai stato l’iniziatore di questi eventi ma era interessato solo alla Crimea, dopo che la sua popolazione si è ribellata al Maidan, ed organizzare una situazione stabile lì. Per questo quando gli abitanti di Lugansk e Donetsk, di loro iniziativa, hanno cercato di copiare ciò che è accaduto in Crimea, il Cremlino è rimasto spiazzato, non sapendo che fare. Alla luce dei fatti attuali, credo che la Russia debba prendere una decisione definitiva sul Donbass: o riconoscere queste Repubbliche come Indipendenti o garantire che il popolo del Donbass vada a referendum, ed accettarne il verdetto, facendole diventare eventualmente parte della Russia, come è accaduto per la Crimea. Purtroppo la fazione liberale all’interno di Russia Unita non vuole che ciò accada per le ripercussioni economiche che una decisione del genere può avere sulla Russia, e il Presidente Putin si è convinto di questo che i liberali dicono. Oggi la Russia aiuta la popolazione del Donbass in via non ufficiale, nonostante tutto però le sanzioni ci sono lo stesso e se la Russia avesse fatto ciò che a mio avviso andava fatto non sarebbe cambiato molto rispetto ad ora. Fortunatamente è scattata una grande solidarietà nei confronti della popolazione del Donbass, non solo da parte del popolo e del governo russo ma anche da parte di molti movimenti e partiti Europei. Se vogliamo, lo stesso governo Ucraino usa una doppia faccia verso il Donbass; fa la guerra alla popolazione ma poi continua a comprare prodotti da loro. Credo che da un lato al governo ucraino converrebbe riconoscere il Donbass indipendente, è sempre stata una regione non gradita a Kiev perché impedisce la creazione di una Ucraina Occidentalizzata in toto, è una questione storica questa. L’aspetto che frena il governo Ucraino è che se dovessero riconoscere le Repubbliche indipendenti, probabilmente ci potrebbero essere problemi anche nell’Ucraina del Sud e nelle altre città dell’Est che sarebbero portate a seguire le orme della Crimea e del Donbass: a Kharkov, Dnipropetrovsk, Odessa, Mariupol c’è una forte tradizione russofona.

Venezuela: nessun “impeachment” per Maduro è possibile

Venezuela: il Parlamento non ha il potere di destituire il Presidente. Nessun 'impeachment' per Maduroda L’Antidiplomatico/Russia Today

Come spiegato dall’avvocato costituzionalista Enrique Tineo ai microfoni di RT, in Venezuela il Parlamento non può destituire il Presidente della Repubblica. «Il procedimento di impeachment del Brasile è molto differente. Lì è diretto. Una decisione del Parlamento può destituire un presidente legittimamente eletto»

Domenica 23, il Parlamento venezuelano controllato da quell’eterogenea coalizione di forze che si oppongono al chavismo denominata MUD, ha dichiarato «la rottura dell’ordine costituzionale e l’esistenza di un colpo di stato» che sarebbe stato ordito dal governo Maduro. Il PSUV (partito di governo) ha invece denunciato che le manovre della MUD sono parte del nuovo Plan Condor in corso di svolgimento nella regione sudamericana, come conferma il recente golpe parlamentare realizzato in Brasile. Anche le Forze Armate hanno preso posizione, ribadendo il proprio appoggio al legittimo presidente Maduro e respingendo l’idea che in Venezuela sia in corso un colpo di stato.

Intanto i media internazionali fanno da megafono all’opposizione rilanciando l’idea che Maduro cerchi il colpo di stato e che il Parlamento abbia avviato un processo di impeachment contro il presidente democraticamente eletto, proprio come avvenuto in Brasile. 

In realtà, come spiegato dall’avvocato costituzionalista Enrique Tineo ai microfoni di RT, in Venezuela il Parlamento non può destituire il Presidente della Repubblica. «Il procedimento di impeachment del Brasile è molto differente. Lì è diretto. Una decisione del Parlamento può destituire un presidente legittimamente eletto». 

Quello che stiamo vivendo in Venezuela – spiega Tineo – è un attentato alla Costituzione, dall’interno e dall’esterno.

Dall’interno perché vengono utilizzati argomenti che troviamo nel testo costituzionale e dall’esterno perché lo fa un ramo del Potere Pubblico, in questo caso il legislativo». 

Ma l’attivazione della procedura prevista dall’articolo 233 della Costituzione Bolivariana è molto diversa: «Viene convocato il Potere Morale Repubblicano che è composto dal Procuratore Generale della Repubblica, il Controllore Generale della Repubblica e il Difensore del Popolo», poi in seguito alla decisione del Consiglio Morale Repubblicano «si invia il tutto al Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ)» che infine si rivolge al Parlamento. 

Secondo Tineo, quanto approvato dall’Assemblea Nazionale «è suscettibile di bocciatura da parte della Sala Costituzionale del TSJ». Questo perché un ramo del Potere Pubblico (Assemblea Nazionale) agisce come un elettore libero». Addirittura andando contro gli altri poteri pubblici. 

Infine bisogna ricordare che il massimo tribunale del Venezuela ha dichiarato nulli tutti gli atti del Parlamento dopo che quest’ultimo non ha obbedito a una sentenza della sala elettorale che aveva chiesto di non procedere con il giuramento di 3 deputati su cui vi sono delle denunce per brogli elettorali. 

Genere e Rivoluzione: verso il Quinto Incontro “Caracas ChiAma”

di Geraldina Colotti

Nel 2015, agli inizi d’agosto, fece molto scalpore in Venezuela il brutale omicidio di Liana Hergueta, 53 anni, nota attivista di opposizione: violentata, asfissiata e poi fatta a pezzi. I resti vennero ritrovati in un’automobile chiusi in due valige: la testa in una, il tronco e gli arti nell’altra. Dopo l’arresto, i sicari confesseranno i motivi del crimine, maturato negli ambienti paramilitari dell’estrema destra venezuelana: Hergueta pretendeva la restituzione di una somma sottratta, e da giorni aveva denunciato la truffa in facebook. Per le donne della sinistra, si è trattato di un femminicidio, una forma estrema di violenza che colpisce la donna in quanto tale. Nello stesso quadro, ma per ragioni diverse, si situa la preoccupante escalation di omicidi contro dirigenti sindacali o comunitarie, che svolgono attività politica nei quartieri popolari più a rischio, come la Cota 905. Lì si sono insediati pericolosi cartelli in stile messicano i quali, oltre a intervenire nella contesa politica, hanno importato anche la violenza sessuale e il femminicidio come modalità “punitiva”. Dispongono di sofisticati strumenti di intercettazione in dotazione ai governi, e di armi da guerra. Nella Cota 905, a giugno del 2016 è stata sequestrata, torturata e bruciata Elizabeth Aguilera, 43 anni, un’altra nota militante del Psuv. All’elenco si è aggiunta Yesenia Contreras. Dirigeva la campagna elettorale di Zulay Aguirre, madre del giovane deputato socialista Robert Serra, brutalmente ucciso insieme alla sua compagna Maria Herrera mentre conduceva un’inchiesta parlamentare sui legami dell’estrema destra con i paramilitari colombiani. Poi è toccato a Génesis Arguisone, leader sociale della popolosa zona di Petare, assassinata durante un incontro pubblico del chavismo. A dicembre era stata uccisa Irma Guillen, figura di primo piano nel quartiere Catia. In questa settimana, uomini incappucciati hanno sequestrato un’altra dirigente comunitaria. Il suo corpo è stato ritrovato in un sacco, a bordo di un fiume.

Femminicidi di natura politica, in aumento – secondo recenti statistiche – negli ultimi due anni: omicidi di genere e di classe, giacché le donne che hanno preso la scena con il chavismo provengono tutte dai settori popolari tradizionalmente esclusi: indigene, afrodiscendenti, donne poverissime emancipate dal lavoro e dall’istruzione. Se molte donne vengono uccise all’interno di una relazione di subalternità con gli uomini – commenta il collettivo La Arana femminista -, in altri casi i delitti avvengono per il motivo opposto: l’aumento crescente del potere femminile, che mette in causa il dominio maschilista e ne provoca la reazione violenta. Nella sua accezione comune il femminicidio è ricondotto a quei crimini compiuti generalmente dal marito, dall’ex compagno o da un famigliare della donna. Una storica sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani ha incluso però nel femminicidio anche quei crimini perpetrati da uomini sconosciuti dopo un’aggressione sessuale. E già nel 1976, quando il termine “femminicidio” viene definito una prima volta dal primo Tribunale internazionale per i crimini contro la donna, lo si qualifica come “L’assassinio di donne realizzato da uomini e motivato dall’odio, dal disprezzo, dal piacere o dal sentimento di proprietà”.

Un delitto “ideologico”, strettamente connesso con i valori sociali e gli stereotipi di genere. Su questo mette l’accento la costituzione bolivariana, rigorosamente declinata nei due generi, e attenta alla tutela dei diritti della donna: a partire da quelli economici e lavorativi (si riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico). Dal 1998, quando Hugo Chávez è andato al governo definendosi da subito “femminista”, le donne hanno ottenuto leggi importanti, lavorando soprattutto sulla prevenzione dei delitti: con le procure di prossimità e con una massiccia opera di educazione e formazione, che comincia nelle scuole elementari e continua nei commissariati e nelle caserme, dove i corsi di studi su genere e diritti umani sono obbligatori. I centri di attenzione, sparsi in tutto il paese, forniscono assistenza e accompagnamento legale alle vittime. Nel 2014, una riforma alla già avanzatissima Ley Organica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia, votata nel 2007, ha introdotto nel codice penale il femminicidio e il femicidio come reato a sé, passibile di una condanna da 15 a 30 anni. L’anno scorso, il Cedaw, il comitato che controlla l’applicazione della legge, ha felicitato il Venezuela per il livello d’attenzione al tema di genere, ma ha considerato deficitaria l’applicazione della legge sul campo. La legge riconosce 18 tipi di violenza di genere, ma quelli che più vengono denunciati sono i maltrattamenti fisici, e la preparazione dei magistrati è ancora insufficiente.

La Procuratrice generale Luisa Ortega Diaz, molto attenta alla giustizia di genere, nei mesi scorsi ha lanciato un allarme: solo durante il primo trimestre del 2016, nel paese si sono registrati 75 femminicidi, un aumento considerevole rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando erano state ammazzate 57 donne. Nel 2016, 3.932 uomini sono stati accusati di delitti legati alla violenza di genere e 6.646 hanno subito condanne, soprattutto per aver aver inflitto maltrattamenti fisici e psichici. Nei mesi scorsi, Ortega ha promosso diversi seminari internazionali sul tema, che si sono tenuti online, nell’ambito del Mercosur “di genere”: per sensibilizzare i magistrati sul femminicidio e le sue cause, che purtroppo attraversano classi e frontiere.

Prima delle ultime elezioni parlamentari, quando il chavismo aveva la maggioranza dell’Assemblea, è passata una legge che impone almeno il 40% di candidature femminili ad ogni livello della vita politica. Con il ritorno delle destre, si allontana però la legge sul matrimonio ugualitario. Una recente sentenza della Corte suprema, ne apre però la strada in concreto. Accantonata anche la legge sull’interruzione di gravidanza, che le femministe chiedono da anni.

Altro punto su cui discutono le donne in Venezuela riguarda gli effetti della guerra economica sull’autonomia e la partecipazione delle donne: la guerra economica, che costringe a lunghe code soprattutto le donne e le obbliga a discutere di come trovare gli alimenti a basso costo anziché di politica, può riportare indietro le conquiste realizzate?

Il V Incontro di solidarietà costituisce un’occasione qualificata per rimettere al centro il tema del rapporto tra pensiero di genere e lotta di classe e la necessità di contribuire in questa ottica alla costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria che metta fortemente in campo i due soggetti: in una relazione dialettica tra libertà delle donne e libertà per tutte e tutti. Un legame che, in occidente, si è purtroppo spezzato a partire dagli anni ’80, quando il pensiero delle donne si è fondamentalmente staccato dalle lotte di massa. Al contrario, in America latina le donne hanno guidato il formidabile processo di riscatto che ha portato al governo il “socialismo del XXI secolo”. E continuano ad essere propositive. Ultimo esempio, lo sciopero delle donne lanciato dopo il brutale assassinio di una sedicenne in Argentina, a cui hanno aderito anche donne italiane ed europee: per un’ora, le donne si sono astenute da ogni tipo di attività, poi hanno marciato contro il femminicidio e la violenza di genere e trans-gender. Un esempio da riprendere e da ampliare, prima di tutto con le nostre sorelle migranti.

Venezuela Hoy: verso il Quinto Incontro “Caracas ChiAma”

di Geraldina Colotti

Sono trascorsi quasi 18 anni da quel 6 dicembre del 1998, quando Chávez venne eletto presidente del Venezuela con il 56,2% dei voti. Una sorpresa per l’establishment abituato a un’asfittica e rituale alternanza tra centro-destra e centro-sinistra e a forti livelli di disaffezione elettorale. Irruppe allora sulla scena un’alleanza inedita, un nuovo blocco sociale, variegato e composito, che aveva catalizzato la protesta contro la corruzione, i tagli alla spesa sociale e la svendita del paese, ma conteneva in nuce anche una nuova proposta: basata su una nuova indipendenza e sul riscatto sociale degli esclusi. Proprio gli esclusi, infatti (quella “plebe” composta dai poverissimi delle periferie, dagli indigeni, dagli afrodiscendenti, dalle donne, dai marignali) costituiranno l’ossatura del “proceso bolivariano”: uniti agli operai, agli studenti, ai militari progressisti e a quelle fasce di piccola borghesia impoverita dalle politiche economiche modello Fmi.

La discussione per l’Assemblea costituente, che porterà alla nuova Carta magna, rimette in moto il paese. Un impegno – quello per una nuova costituzione – ribadito da Chávez al momento di assumere l’incarico, il 2 febbraio del 1999: “Giuro davanti al mio popolo e a questa moribonda costituzione che promuoverò le trasformazioni democratiche necessarie affinché la Repubblica nuova abbia una Carta Magna adeguata ai nuovi tempi”, aveva detto Chávez annunciando così il suo inedito stile di governo. Il 15 di dicembre del 1999, sotto le forti piogge dell’alluvione che provocherà la “tragedia del Vargas”, la Costituzione viene approvata con 71,78% dei voti.

Una Costituzione molto avanzata, che promette di non rimanere solo sulla carta, come sovente è accaduto in America latina. Inquadra il funzionamento di una repubblica presidenziale unicamerale, basata sull’equilibrio di 5 poteri. Ai tradizionali tre delle democrazie rappresentative (legislativo, esecutivo e giudiziario) ne aggiunge altri due: il potere cittadino e quello elettorale. Il Tribunal Supremo de Justicia (Tsj) vigilerà al mantenimento dell’equilibrio tra questi 5 poteri, affinché nessuno possa prevalere in modo anomalo sugli altri. Una costituzione declinata nei due generi, che contempla un vasto spettro di diritti, e stabilisce l’impianto per la ripresa di sovranità nazionale e l’attacco al latifondo.

L’approvazione dell’Assemblea costituente prefigura l’articolazione di un doppio movimento, dal basso e dall’alto per modificare dall’interno l’architrave del vecchio stato borghese che non è stato sepolto da una rivoluzione di stampo novecentesco. Un doppio movimento che accompagna tutt’ora il cammino del proceso bolivariano verso la transizione al socialismo.

La nuova Costituzione contiene almeno 70 articoli che promuovono la partecipazione cittadina in diversi settori del paese e molti fanno riferimento alla partecipazione popolare. Si individua il quadro che porterà all’istituzione dei Consigli comunali: l’articolo 62 si riferisce alla partecipazione popolare nella gestione pubblica. L’articolo 70 stabilisce le forme di partecipazione in campo economico, sociale e politico. L’articolo 182 riguarda la creazione del Consiglio locale di pianificazione pubblica.

Il presidente Chavez, prima e dopo essere eletto, ha sempre messo l’accento sull’importanza della partecipazione popolare nella gestione della cosa pubblica. E dopo il colpo di stato dell’11 aprile del 2002, scoperto e sconfitto dal popolo che ha riportato in sella il proprio presidente, si creano i Circoli bolivariani.

Per mettere in questione il latifondo mediatico (in Venezuela l’informazione è in gran parte nelle mani dei grandi gruppi privati), si dà impulso ai media comunitari, grazie al cui tam tam si sono scoperte le trame ordite dagli Usa per dare il potere a Pedro Carmona Estanga, capo di Fedecamara (la Confindustria locale), appoggiato dalle gerarchie ecclesiastiche e dai grandi media privati.

Prima di assumere l’incarico, Chávez aveva compiuto un viaggio a Cuba, in Europa e a Washington, dove si era riunito con l’allora presidente Bill Clinton, a cui aveva promesso di mantenere buone relazioni fra i due paesi: relazioni, però, da pari a pari, e perciò insopportabili per gli Usa. Dopo aver constatato nei fatti che Chávez non era addomesticabile, la Cia riprenderà a fomentare la natura golpista dell’opposizione venezuelana: una caratteristica che abbiamo visto agire nel corso di questi 18 anni, sostenuta da una poderosa campagna mediatica, più che mai attiva durante il governo di Nicolas Maduro.

Il 22 di dicembre del ’99 viene dissolto il vecchio Congresso e si indicono nuove elezioni. Chávez vince con il 59,76% dei voti, e il suo campo conquista la maggioranza del nuovo Parlamento con 91 seggi. Nasce così la Quinta Repubblica.

Durante la tragedia di Vargas, e a fronte degli altissimi livelli di povertà della popolazione, Chávez iniziò ad applicare un cambiamento nella concezione della Forza Armata: per impiegarla, cioè, non più soltanto nelle funzioni di difesa, ma in quelle di supporto alla popolazione (alimenti, salute e recupero degli spazi pubblici). Il 27 febbraio del 2000 viene varato perciò il Plan Bolivar 2000.

Chávez afferma di aver tratto il concetto di alleanza civico-militare anche dal pensiero politico del leader venezuelano Fabricio Ojeda, intellettuale e comunista.

Giornalista e fondatore della Union Republicana Democratica (URD), dopo aver partecipato alla cacciata del dittatore Marcos Pérez Jiménez, Ojeda abbandonò l’incarico di deputato nel governo di Betancourt nel 1962, per organizzare un Frente Guerrillero delle FALN. Nel suo libro “La guerra del pueblo”, scritto poco prima di essere ucciso in cella dall’intelligence militare, Ojeda dice: “La base antifeudale e antimperialista del nostro processo rivoluzionario presenta un tipo di alleanza che travalica l’origine del credo politico, la concezione filosofica, le convinzioni religiose, la situazione economica o professionale e l’appartenenza di partito dei venezuelani. Per vincere il nemico comune, la sua forza e il suo potere, occorre una lotta unitaria… Sono propensi a lottare per la liberazione nazionale le seguenti forze: gli operai e i contadini, la piccola borghesia, gli studenti, gli intellettuali, i professionisti, la maggioranza degli ufficiali, sottufficiali, classi e soldati dell’aviazione, della marina, dell’esercito”.

Dopo la sconfitta del golpe del 2002, l’unione civico-militare si consolida come dottrina, e trova fondamento costituzionale nel principio di corresponsabilità nella Difesa integrale della Patria. Nel Capitolo II sui Principi di sicurezza nazionale, l’articolo 326 della Costituzione stabilisce che il principio di corresponsabilità tra Stato e società civile deve realizzare “indipendenza, democrazia, uguaglianza, pace, libertà e giustizia” negli ambiti “economico, sociale, politico, culturale, geografico, ambientale e militare”.

L’alleanza civico-militare ha il suo correlato costituzionale nella Milizia bolivariana. Fu creata il 2 aprile del 2005 con il nome di Comando General de la Reserva Nacional y Movilización Nacional. Dall’11 aprile del 2009, il suo nome è Comando General de la Milicia Bolivariana. La Milizia ha funzioni complementari a quelle delle Forze armate, rivolte al popolo per la realizzazione della “difesa integrale” nel senso indicato da Fabricio Ojeda.

È  – questa – una delle caratteristiche più originali della rivoluzione bolivariana, un laboratorio di conquiste e sfide che proietta il suo esempio oltre i confini del continente.

Molte le conquiste realizzate in 18 anni di governo bolivariano: prima di tutto in termini economici e in quello della partecipazione popolare alle decisioni politiche: a saldo del debito storico nei confronti dei settori tradizionalmente esclusi. Strumento fondamentale per la sconfitta della povertà e per quella dell’analfabetismo, le misiones.

Un arco di leggi avanzatissime ha avviato un cambiamento strutturale che ha fortemente ridotto il potere del latifondo e quello delle imprese private: non abbastanza da contrastare la guerra economica che ha cercato di mettere in ginocchio l’economia del paese (ancora troppo dipendente dalle importazioni), dopo la drastica caduta del prezzo del barile.

E questa è senz’altro la sfida più grande, che il governo Maduro ha deciso di raccogliere con forza. Ma con quali strumenti: è possibile avanzare davvero verso il socialismo senza cambiare nel profondo le relazioni di proprietà? Lo scontro di poteri in corso in Venezuela con un Parlamento che intende seguire la via del golpe istituzionale per tornare a un sistema neoliberista, pone un problema di fondo: la relazione tra democrazia formale e democrazia sostanziale alla luce della lotta di classe, lo scontro di interessi e di concezioni tra due modelli di paese. Uno scontro complesso, che invita a riflettere sul difficile rapporto tra conflitto e consenso, nel sud e nel nord del mondo globalizzato. Che fare quando anche una parte dei settori popolari si lascia sedurre dalle sirene della borghesia e assume gli interessi degli sfruttatori? Bisogna assecondare la tendenza mettendo a rischio conquiste fondamentali oppure assumere fino in fondo l’onere della democrazia sostanziale, fino al punto di mettere fuori legge la borghesia?

Le numerose tornate elettorali, in Venezuela, sono state anche un formidabile fattore di aggregazione politica. Dopo tre anni di guerra economica, però, affidare le sorti della rivoluzione a uno strumento da sempre appannaggio delle classi dominanti, può aprire voragini devastanti. Lo si è visto nel secolo scorso in Nicaragua, ma anche durante le ultime elezioni parlamentari, che hanno dato la vittoria alle destre. In che direzione si sta muovendo l’organizzazione del potere popolare? Ne discuteremo con gli ospiti venezuelani alla luce degli ultimi avvenimenti in corso nel paese.

E qui, un altro punto di discussione: di quale partito c’è bisogno per essere all’altezza della sfida e sfuggire alle trappole del sistema borghese?

La forza delle donne nel proceso bolivariano, visibile in ogni campo della vita pubblica, è significata da un avanzato quadro di leggi, disegnato dalla Costituzione. La Carta Magna riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico, e diverse leggi tutelano il lavoro femminile, la maternità e puniscono la violenza di genere. Eppure, la Procuratrice generale Luisa Ortega ha lanciato l’allarme: dal 2015 a oggi i femminicidi sono in aumento. La guerra economica, che costringe a lunghe code soprattutto le donne e le obbliga a discutere di come trovare gli alimenti a basso costo anziché di politica, può riportare indietro le conquiste realizzate?

Un’altra sfida, prevista nel programma strategico bolivariano, è quella di un nuovo modello produttivo, che metta al centro il rapporto tra ambiente e sviluppo. Di recente, sta suscitando molto dibattito la decisione di concedere alle multinazionali la zona dell’arco minerario, pur subordinandola al controllo delle popolazioni locali e al rispetto delle avanzate leggi in tema ambientale.

E quanto è andato avanti il nuovo sistema comunale, che prevede un’articolazione sempre più decentralizzata con il potere statale? Dai consigli comunali e dalle comunas è partita la riscossa per la sovranità alimentare e contro la guerra mediatica, che ha coinvolto campagne e città. I Clap (Comités locales de abastecimiento y producción) non sono solo un mezzo per rifornire di alimenti base i settori popolari per sottrarli al ricatto del contrabbando, ma anche uno strumento di auto-organizzazione politica, sono organismi di massa rivoluzionari.

A questo riguardo, vale raccontare un’esperienza di organizzazione dal basso e di interscambio tra Italia e Venezuela: quella dei corsi autogestiti di pasta, che si vanno diffondendo in diverse comunità organizzate, e a cui abbiamo contribuito con l’invio di macchine per fare la pasta, raccolte e smistate dal compagno Mario Neri.

Dopo 18 anni di sperimentazione, in cui il presidente e i suoi ministri hanno agito in base alla consegna: “fabbrica abbandonata, fabbrica occupata e recuperata”, le destre dicono che sia le fabbriche autogestite che quelle nazionalizzate hanno fallito. Il tema è complesso, ma i dati smentiscono la propaganda dell’opposizione. A che punto è questa sfida?

E per finire, il tema internazionale. Riprendendo l’esempio di Cuba, il Venezuela ha messo al centro la costruzione di nuove alleanze regionali, all’insegna dello scambio paritario e della non aggressione. Un modello che, come ha dimostrato l’ultimo vertice dei Paesi non Allineati, si proietta anche verso altri paesi del sud. Purtroppo, il ritorno a destra di due importanti paesi come Brasile e Argentina, sta portando il Mercosur verso il Trattato di libero commercio con l’Europa e l’Alleanza del Pacifico a guida Usa: con la complicità del Paraguay e del moderatissimo Uruguay. Per questo, si sta negando al Venezuela la presidenza dell’organismo regionale che le spetta di diritto: con il pretesto dei diritti umani. Il 1 dicembre scade l’ultimatum dei poteri forti. La firma del Tlc è un attacco alla sovranità dei popoli che il Venezuela difende. È un attacco ai nostri interessi. Compito di questo incontro è costruire un asse sud-sud che, a partire da gesti concreti, costruisca campagne di opposizione al sistema imperialista, a partire dai nostri territori e su scala nazionale. Difendere il Venezuela bolivariano significa difendere il futuro dei nostri ideali.

Maduro in Vaticano: riprende il dialogo ma la destra vuole la guerra

di Geraldina Colotti – il manifesto

26ott2016.- «La Patria no se vende», ha detto il papa in un messaggio per il Bicentenario dell’Indipendenza argentina. «Una Patria che, nel suo anelito di fratellanza, si proietta ben oltre i limiti del Paese: fino alla Patria Grande di San Martín e Bolívar. Preghiamo – ha ripetuto – per questa Patria Grande: che il Signore la protegga, la faccia più forte, più fraterna e la difenda da ogni tipo di colonizzazione». Un papa «bolivariano», quindi, quello che ieri ha ricevuto a sorpresa in Vaticano Nicolas Maduro. Un gesto di grande importanza politica, nel momento di maggior attacco delle destre al presidente bolivariano, sia sul piano interno che su quello internazionale.

UN GESTO sicuramente più sensato e lungimirante di quelli esibiti dai tanti che – dall’Italia all’Europa, all’Osa – parlano di pace, ma intendono la pace del sepolcro per chi difende i diritti degli ultimi, contro venti e maree. Il Vaticano entra così ufficialmente in campo come grande mediatore nel conflitto tra governo e opposizione in Venezuela. Un conflitto di classe – inutile girarci attorno – tra due blocchi sociali contrapposti, in un paese ricchissimo di risorse (le prime al mondo di petrolio e oro, ma anche di acque, di biodiversità…), e per questo al centro di comprensibili appetiti internazionali. Un paese in cui, tra esperimenti, scivoloni e approssimazioni, governa «la plebe» organizzata da un partito-contenitore, sincretico e inorganico, eccedente gli schemi classici graditi in Europa.

UN CONFLITTO che, piaccia o meno, si può anche intendere senza infingimenti: come l’inevitabile scontro tra democrazia formale e democrazia reale quando si mette davvero mano a problemi di carattere strutturale. Un conflitto da leggere senza paraocchi e manicheismi, fuori dallo schema consolatorio che guarda al Latinoamerica come a un continente in mano a un manipolo di «cattivi» oligarchi e beate moltitudini. Dal Brasile, all’Argentina, dall’Ecuador alla Bolivia, al Venezuela, per la prima volta dopo la «decade perdida» del neoliberismo sfrenato, hanno avuto accesso al consumo settori tradizionalmente esclusi: «Non avrei mai pensato che togliere dalla povertà 50 milioni di persone scatenasse una reazione simile», ha detto l’ex presidente brasiliano Lula da Silva commentando la reazione dei poteri forti contro Dilma e lui medesimo.

PARTE DI QUEI SETTORI si sono fatti sedurre dalle sirene del nemico, potenti e ben supportate, e hanno votato a destra: credendo al Berlusconi argentino o al Capriles venezuelano, che promettevano di far meglio e di più: salvo poi applicare il format deciso dai poteri forti, il giorno dopo la vittoria elettorale. E così, con una maggioranza piena in Parlamento, le destre avrebbero potuto far passare la legge sul matrimonio paritario o quella sull’interruzione di gravidanza, che stavano per essere discusse.

INVECE hanno proposto leggi di chiara marca neoliberista: bocciate dal Tribunal Supremo de Justicia (Tsj), ago della bilancia in un sistema in equilibrio tra 5 poteri costituiti. E, soprattutto, hanno cercato un’improbabile unità nella loro litigiosa coalizione (La Mesa de la Unidad democratica – Mud) intorno a un’unica ossessione: farla finita con l’insopportabile operaio del metro chiamato «maburro» (somaro) così come Chavez veniva chiamato «mono» (scimmia). Ora il Parlamento ha messo in moto l’impeachment al presidente: per assenza ingiustificata dall’incarico e per essere «colombiano». Maduro ha compiuto un breve viaggio per stabilizzare il prezzo del petrolio e, dopo il papa, ha incontrato il nuovo Segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. La Costituzione non prevede autorizzazione del Parlamento per un viaggio di 5 giorni.

QUANTO ALLA NAZIONALITÀ colombiana, si tratta di un «suggerimento» tossico dell’ex presidente colombiano Uribe, padrino dei paramilitari, che si è di nuovo fatto sentire. Inoltre, le decisioni del Parlamento sono state considerate illegali dal Tsj per l’inclusione di 4 deputati inquisiti per frodi e non abilitati. Anche l’impeachment non può svolgersi come in Brasile. E in ogni caso, più di mezzo paese non resterebbe a guardare. Il 30 cominciano gli incontri di mediazione sull’isola Margarita, ma una parte dell’opposizione ha di nuovo optato per la violenza.

Roma 28/29/30ott2016: V Incontro Caracas ChiAma, Roma risponde!

programma-v-incontro-di-solidarieta

(VIDEO) Venezuela: il popolo si riprende l’Assemblea

da Rete Solidarietà Rivoluzione Bolivariana

Al Grido di “Uh, Ah, Maduro no se va!”, il popolo bolivariano del Venezuela si riappropria di una assemblea borghese ormai auto-esautoratasi. L’unico ferito che si registra all’interno della AN è il compagno Oswaldo Rivero, noto comunicatore popolare conosciuto come Cabeza ‘e Mango. “Voi non amate i poveri, voi qui dentro amate solo i capitalisti!”, “Maduro è il Presidente che ci ha lasciato Chávez, è il nostro presidente!”, “Voi non avete più alcuna legittimità!”, “Siete illegali qui dentro!”, questi alcuni dei commenti del popolo in rivolta contro l’assemblea della borghesia.
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(FOTOS) Sigue el curso de pasta artesanal en los Consejos Comunales!

por Fundaroy

EL CURSO DE PASTA ESTE SABADO EN CATIA RUPERTO LUGO

Este sábado 15 de octubre 2016 le toco a la comunidad Ruperto Lugo de Catia en la Parroquia Sucre ubicada al norte-oeste de la ciudad de Caracas organizar un Curso De Pasta y Ñoquis.

Asistieron representante del Consejo Comunal Diamantes del Sol, el Consejo Comunal Los Flores y el Colectivo Fundación Para El Progreso Comunal de Venezuela.


RECETARIO POR PASTA CON HUEVO ARTESANAL

Cada 100g de harina 1 Huevo y un pisco de sal.

Por hacer tallarines, ravioli, cannelloni, hojas para pasticho recomiendo al pasar de más de medio kg de harina entonces de 5 huevo sería mejor 4 y medio vasito de agua mineral tibia, eso haces la pasta suave, más fácil de trabajar y meno pesada por la digestión en cuanto sus condimentos ya son suficientes.

Todo tipo de masa tiene que ser consistente, suave y no quede pegada en la mesa o manos, tener siempre harina al lado para espolvorear. NO echar toda la harina de una vez sino tener siempre más de medio vaso en caso es todavía húmedo.

Todo tipo de masa tiene que reposar almeno 15-20 minutos, si es más, mejor así se puede trabajar con facilidad. Por hacer tortellini, mariposas, guitarras, tornillitos es decir toda aquella pasta que necesita forma manual mejor poner un huevo más de la cantidad de harina sin agua y humedecer siempre las partes que se pegan. Tener siempre la pasta una vez echa cubierto sea la masa que la pasta NO tiene que estar en aire, meno donde haces calor o para secarlas siempre sin aire con una temperatura no menos de 34-35°.

Para congelar poner en una bandeja despegados uno con otro después de 1 o + hora se puede embolsar así no queda pegado. Para cocinar en particular los ravioli y tortellini una vez que el agua hierve bajar la temperatura sino las burbuja y alta temperatura rompe la pasta… Todo tipo de relleno tiene que ser ya cocinado y húmedo NO líquido sino rompe la pasta al cocinar.

Tipo de pasta que aprendimos en el curso Totellini, guitarra, mariposas, tornillos, Hojas, ravioli, canelloni, tallarine

RECETA NOQUIS de PAPAS

Ingredientes :1 kilo de papas 350 gr de harina 1 huevo 1 pizca de sal

Lavamos las papas y sin pelarlas, ponemos a cocer en una olla con abundante agua. Cuando estén cocidas las sacamos del agua, las pelamos y trituramos; podemos hacer esto con la ayuda de un pasa puré o con un tenedor. Le añadimos el huevo, una pizca de sal y mezclamos. Agregamos la harina poco a poco mientras vamos mezclando.

Debemos obtener una mezcla homogénea, algo pegajosa. Nos enharinamos las manos y dividimos la masa en porciones que estiramos sobre la mesa donde hemos puesto un poco de harina formando un cilindro. Con un cuchillo cortamos porciones de uno 1.5 cm o 2 cm.

Con un tenedor marcamos unas incisiones en la superficie, este rallado hará que la salsa con la que cocinemos nuestros ñoquis se adhiera a ellos quedando estando aún más ricos.

Se puede hacer esto también con un rallador de queso o simplemente con un dedo para crear un hundimiento de las porciones.

Ponemos abundante agua a hervir y añadimos los ñoquis, los vamos añadiendo en tandas, cuando el ñoqui suba a la superficie nos indica que ya está, en este momento los sacamos con una espumadera.

La cocción pude ser de 1 minuto o 1 minuto y medio. Si no se van a prepara en el momento se pueden congelar se ponene hante en una bandeja por una hora para que se endurecen y luego se pasan al congelador. Se pueden guardar por 1 a 2 meses.
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Venezuela: il bilancio partecipativo si fa sistema

di Geraldina Colotti – il manifesto

15ott2016.- Caracas. Per il Tsj, il Parlamento è “in stato di ribellione”.

In Venezuela, il braccio di ferro tra il Parlamento governato dalle destre e il governo di Nicolas Maduro sta producendo conseguenze inedite, sia sul piano politico che istituzionale. Per la prima volta nella storia del paese, a varare la finanziaria del 2017 non sarà l’Assemblea nazionale, ma il Tribunal Supremo de Justicia (Tsj). L’alta corte lo ha deciso martedì scorso, ribadendo che ogni atto del Parlamento unicamerale è da considerarsi privo di valore legale. Per l’opposizione (maggioritaria in Parlamento), si tratta di un atto incostituzionale che dev’essere sanzionato dall’Osa con la Carta democratica interamericana. Per il Tsj è invece il Parlamento unicamerale ad essere privo di legittimità.

Uno scontro tutto politico. L’Assemblea nazionale vuole disarticolare la «democrazia partecipativa e protagonista» per imporre il tradizionale sistema rappresentativo con cui applicare il «programma di transizione», tarato sul modello neoliberista già visto in Argentina e ora nel Brasile di Temer. Il Venezuela è però una repubblica presidenziale basata sull’equilibrio di 5 poteri di cui il Tsj è ago della bilancia. Ignorarlo, significa porsi fuori dall’ambito costituzionale. A settembre, l’alta corte ha così definito l’Assemblea nazionale in «stato di ribellione»: per aver integrato tre deputati eletti nello stato di Amazonas, sotto processo per accuse di brogli elettorali alle legislative del 6 dicembre scorso.

Il Tsj aveva sospeso in via cautelare i tre deputati indigeni, in attesa della sentenza dei tribunali. Il battagliero presidente dell’Assemblea – Henry Ramos Allup, del partito Accion Democratica (Ad) – aveva però deciso di integrarli nell’incarico e, il 1 agosto, l’alta corte aveva considerato il gesto «una evidente violazione dell’ordine pubblico costituzionale». In conseguenza, aveva dichiarato nulla ogni decisione presa con il voto dei tre deputati.

Maduro, che ha recentemente rinnovato il decreto che stabilisce lo Stato di eccezione e di Emergenza economica, dovrà perciò presentare la finanziaria per il 2017 all’approvazione del Tsj e non dell’Assemblea. Per tutta la settimana, il presidente ha discusso il bilancio in numerose assemblee popolari, che hanno coinvolto tutti i settori sociali del paese: dagli operai agli studenti, alle donne, ai pensionati. Un bilancio partecipato, esteso a tutto il Venezuela per sancire che, nonostante la drastica caduta del prezzo del petrolio e la guerra economica intentata dai poteri forti, non ci saranno tagli alla spesa sociale. Anzi. Oltre all’aumento di salari e pensioni, la spesa sociale più in controtendenza rispetto a quanto avviene in Europa è quella destinata alla cultura e all’istruzione pubblica. Non solo gli universitari venezuelani studiano in modo totalmente gratuito, hanno in dotazione computer e libri, ma anche borse di studio per recarsi all’estero, il cui montante è stato aumentato.

Ieri, il presidente ha illustrato il bilancio al Congreso de la Patria, un organismo composto da 100 rappresentanti del potere popolare su tutto il territorio. Il piano di governo, varato all’inizio dell’anno, ne aveva suddiviso il lavoro in cinque aree fondamentali: da quella economica a quella politica e della formazione; dall’organizzazione territoriale, alla costruzione di «un nuovo blocco storico che rafforzi la coscienza progressista dei popoli», a un nuovo modello economico-produttivo, e all’approfondimento delle distinte «vie di lotta», che accompagnino quella elettorale.

Un piano generale per uscire dall’angolo, che sta producendo frutti soprattutto per il buon funzionamento dei Clap, i Comité Locales de Abastecimiento y Distribucion con cui l’esecutivo porta gli alimenti direttamente nelle case dei meno abbienti, per aggirare il contrabbando. Un recente patto con le imprese private sancisce che debbano vendere almeno il 50% dei prodotti direttamente allo stato, che li destina ai Clap. I Comités sono anche una forma di auto-organizzazione, fornita da un’omonima rivista che dà conto dei successi del nuovo modello produttivo.

Ma l’opposizione pensa al referendum revocatorio contro il presidente. Tra il 26 e il 28 ottobre, si procederà alla raccolta del 20% delle firme. A rafforzare il campo delle destre è arrivata ieri anche la nomina del venezuelano Arturo Sosa a nuovo Generale dei Gesuiti (il papa nero), accolta con giubilo dall’opposizione.

(VIDEO) La Siria a Roma con il M5S e il monsignor Tobij

di Danilo Della Valle

“Una mezza verità non è una verità ma è una bugia”. Queste le parole d’accusa dell’arcivescovo cristiano-maronita di Aleppo Monsignor Joseph Tobji che rimbombano nella sala stampa della Camera dei Deputati durante la conferenza sulla Siria organizzata dalla Commissione Esteri del Movimento 5 Stelle con la partecipazione del deputato Manlio Di Stefano e del giornalista Alberto Negri.
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Una nuova puntata di ciò che Di Stefano chiama “un punto di vista alternativo a ciò che il mainstream ci dice” e che stavolta ha fatto scalo ad Aleppo, città martoriata da una guerra che in pochi vedono, che in pochi raccontano, ma della quale tutti parlano. Aleppo era la seconda città della Siria, la città degli scambi commerciali, dove vivevano quattro milioni di persone di diverse etnie e diverse confessioni. Oggi ad Aleppo vive poco meno della metà degli abitanti di un tempo, da quattro anni a questa parte la città è una nuova Berlino, divisa in 2 blocchi: quello est sotto il controllo dei “ribelli” e dei terroristi e quello ovest sotto il controllo dei lealisti al governo siriano. “Purtroppo i media Occidentali parlano solo della sofferenza di una parte della città, quella est sotto il controllo dei “ribelli” -asserisce Monsignor Tobji- “dimenticando che la guerra causa morte e distruzione anche nella parte Ovest. I terroristi si divertono a sparare sui civili, viviamo con la morte negli occhi, solo in questa settimana sono morte 85 persone, è stata bombardata l’Università Statale di Aleppo. Sono ormai anni che non abbiamo la corrente elettrica, la rete è stata danneggiata dai terroristi. E quando ad ucciderci non sono le bombe ci pensano le sanzioni economiche che i governi Occidentali, tra cui quello Italiano, infliggono alla Siria. Con le sanzioni economiche quasi tutta la popolazione vive sotto o poco sopra la soglia di povertà, è come una condanna a morte. Inoltre c’è il fenomeno dell’immigrazione che per noi è un grave problema. Le persone, soprattutto i giovani, scappano dagli orrori della guerra e questo fenomeno lascerà la Siria senza una generazione di giovani, senza futuro”.
Le parole del vescovo Maronita, sebbene molto dure, hanno lasciato anche un briciolo di speranza attraverso la proposta ripetuta in sala stampa dopo averla riferita al Senato. “L’unico modo per porre fine a questa guerra è smettere di vendere armi ai ‘ribelli’ e fermare i flussi di terroristi che attraverso la Turchia giungono in Siria. I governi stranieri dovrebbero favorire accordi politici, conciliazioni tra le religioni ed incoraggiare il commercio e la ricostruzione per far sì che il popolo siriano possa tornare a vivere una vita normale”.
A fare eco alle parole del vescovo è stato il giornalista Alberto Negri che ha raccontato in maniera molto chiara la sua lunga esperienza in Medio-Oriente. Il giornalista ha raccontato di come la città di Aleppo fosse il “crocevia dell’umanità” dove si incrociavano migliaia di iracheni, palestinesi, libanesi che vivevano in pace in Siria; di come la Siria fosse l’unico Paese che consentiva ai Palestinesi di vivere in pace e studiare senza alcun documento particolare. Secondo il reporter italiano infatti la Siria potrebbe esser paragonata alla Yugoslavia, un Paese multiculturale e multiconfessionale distrutto dalle ingerenze straniere che hanno fatto leva su alcune contraddizioni interne. Solo che oggi la Russia di Putin sembra esser più decisa a difendere l’alleato Siriano di quanto il governo russo dell’epoca lo fosse nei confronti della Yugoslavia.

“Ci sono tanti pezzi di questa storia, ognuno di essi è importante. Tutti gli Stati della regione sono stati disgregati e ridotti in polvere. Io sono stato ad Hama quando c’era una legittima protesta popolare contro il governo. Questa protesta che era senza dubbio pacifica si è trasformata in poco tempo in un conflitto. Il 6 Luglio 2011 l’ambasciatore Usa in Siria passeggiava in mezzo ai ribelli, per giunta in un Paese Arabo ostile, il giorno dopo si vide l’ambasciatore francese. Avete mai visto un Ambasciatore Usa passeggiare sul lungotevere?” -ha dichiarato poi Negri- “Da quel momento in poi sono cominciati ad arrivare mercenari dalla Tunisia, Libia, e molti atri paesi, passavano attraverso la Turchia. I feriti erano curati in una struttura privata, pagata dal Qatar, li abbiamo anche intervistati. Al ritorno dalla Siria era chiaro l’obiettivo: quello di trasformare il Paese in un nuovo Afganistan degli anni 80, quello che osteggiò l’Urss. Questa è una guerra caldissima, che ogni giorno lascia sul campo tantissimi morti, nonostante i media parlino di una guerra fredda. Da un lato c’è l’asse della Resistenza, formato da Russia, Iran, Libano ed esercito Siriano, e dall’altro c’è l’asse formato dai “ribelli”, dagli islamisti e dagli Usa che si appoggiano sia ai Curdi, acerrimi nemici dell’Isis e con un progetto politico ben definito, sia ai ‘ribelli’ che combattono direttamente con i terroristi”.

Parole forti quelle di Alberto Negro che hanno riscosso abbastanza consensi tra gli addetti ai lavori. Al termine delle testimonianze dirette è toccato al deputato Manlio Di Stefano concludere dicendo che è necessario che le forze politiche Italiane ed Europee che hanno a cuore la pace si facciano sentire nelle istituzioni nazionali ed Europee con iniziative pratiche atte a chiedere l’immediata cessazione dei commerci di armi con i terroristi e la cancellazione delle sanzioni economiche che affamano la popolazione.

Di Stefano, senza peli sulla lingua, ha accusato il governo Renzi di piangere per i morti della guerra in Siria ma allo stesso tempo di continuare a vendere armi ad una delle parti in causa in questa guerra che uccide ogni giorno centinaia di persone. Inoltre il deputato del M5S ha ribadito che in Occidente dovremmo smettere di fare delle ingerenze atte a sovvertire i governi di altri Paesi per scopi economici, come accade oggi in Siria e come accade in vari Paesi del Continente Latinoamericano.
Non sono mancate neanche le stoccate ad una certa stampa rea di raccontare solo “mezze verità” e di demonizzare una delle parti in causa di questa guerra e tacendo su ciò che realmente accade lontano dall’Italia.
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https://www.youtube.com/watch?v=GCKDdVFcuwg

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