Intrevista a Teresa Subieta Serrano, Direttrice Nazionale dell’ Istituzione boliviana CONTEXTO

Teresa Subieta Serrano coautriz de libro "De la SUMISION a la EMANCIPACION"

di Davide Matrone – Quito agosto 2013

Teresa Subieta Serrano coautrice del libro “De la SUMISION a la EMANCIPACION”

Quando nasce quest’istituzione? e quali sono le attività principali?

Contexto nasce nel 1990 sulla spinta di alcune donne e di alcuni dirigenti della periferia della città di LA PAZ che stavano lottando per la difesa di un centro infantile che stava per essere chiuso dalle autorità locali. Avevano questo centro che garantiva la colazione gratis a più di 100 bambini con un’età inferiore ai 6 anni. Nella stessa zona c’era un gruppo di donne, delle zone periferiche della città, che soffrivano dei problemi molto gravi di salute durante il parto. Un giorno il parroco della zona mi propose di creare un progetto che aiutasse queste donne in difficoltà. E cosi, queste due situazioni di disagio sociale hanno consentito la nascita dell’Istituzione CONTEXTO.

Quali obiettivi ha raggiunto l’Istituzione nel frattempo?

Dunque nel 1990 c’erano solo 50 donne che facevano parte di tale istituzione e si riunivano solo per ricevere alimenti in forma caritatevole. Negli anni abbiamo cambiato questa mentalità assistenziale in una mentalità di autodeterminazione. Oggi le donne non mostrano solo le mani per ricevere qualcosa ma le mostrano anche per dimostrare che sono capaci di informarsi, di organizzarsi e mobilizzarsi per il loro diritti.

downloadE quante donne oggi lavorano con e per l’istituzione?

Sono 5000 a livello nazionale. Quest’istituzione è nata a La Paz e nella città di Potosi ed ora siamo nelle regioni di Santa Cruz, Cochabamba, Oruro, Beni, Chuquisaca. Purtroppo manca solo nella regione del Tarija però nel frattempo un’organizzazione di donne ci ha chiesto di essere presenti anche lì e cosi si stanno organizzando.

C’è stato un cambiamento con l’arrivo del Presidente Evo Morales?

E’ cambiata moltissima la situazione, perché con i governi neoliberali le nostre donne non erano assolutamente considerate. Per esempio queste donne volevano convertire le loro organizzazioni in scuole dove poter terminare i loro studi e ricevere un titolo di partecipazione da parte del governo. L’abbiamo chiesto e fatto durante il Governo di Losada, ma non è successo nulla. L’abbiamo ripetuto con il Governo Transitorio del 2005, quando addirittura c’era una compagna rivoluzionaria del MIR e nemmeno è successo nulla. Con l’arrivo di Evo Morales abbiamo realizzato un’alleanza strategica che ci ha permesso di creare un convegno grazie al quale le organizzazioni delle donne si sono convertite in scuole. Oggi queste donne possono terminare i loro studi elementari e questo anche grazie alla nuova legge d’ educazione Avelino Siñani che permette loro un riconoscimento a livello governativo.  (http://bolivia.infoleyes.com/shownorm.php?id=2676).

Parliamo del maschilismo in Bolivia. Come si legge nel tuo libro “nella cultura aymara in Bolivia, la nascita di un maschio si celebra. La discriminazione delle donne comincia sin dalla loro nascita”.

Il maschilismo non appartiene solo alla cultura Aymara. Tu sai benissimo che ha radici molto lontane e il maschilismo presente nella cultura maschilista ha impedito la vera uguaglianza di genere tra donne e uomini. La cultura maschilista esiste nella cultura aymara, in quella quicha e in quella amazzonica. Ed è evidente che il capitalismo ha rafforzato queste pratiche maschiliste all’interno delle suddette culture in quanto ha avuto una forte penetrazione all’interno delle stesse. Oggi, d’accordo ad un’altra nuova legge, dello Stato Plurinazionale Boliviano, si sta realizzando un lavoro in difesa delle donne. Si vogliono recuperare i valori ancestrali tra l’uomo e la donna basati sul rispetto, sulla reciprocità e sulla complementarietà. (http://bolivia.infoleyes.com/shownorm.php?id=4360).

Nello scorso maggio  è stata approvata una nuova legge, secondo la quale, si permette la ricandidatura e la rieleggibilità dell’attuale Presidente Evo Morales. (http://quitolatino.wordpress.com/2013/05/25/bolivia-promulgata-la-legge-di-applicazione-normativa-evo-morales-candidato-per-la-terza-volta/)

Si, d’accordo alla Nuova Costituzione dello Stato, in uno dei suoi articoli, si da diritto a due elezioni e quindi il Presidente Evo Morales può ripresentarsi per una seconda volta.

E voi appoggerete il Presidente Evo Morales?

Logico!

El Presidente Bolviano Evo Morales

E perché?

E’ importante perché non sta governando solo con una cupola come nel passato succedeva coi governi neoliberali. Lui è insieme a cinque organizzazioni nazionali come:

– CSUTCB (Conferación Sindical Única de Trabajadores Campesino de Bolivia)

– CSMCO “BS” (Confederación Sindical de Mujeres Campesina Originarias “Bartolina Sisa”)

– Conferedación de Comunidades Interculturales (Ex Confederación de Colonizadores)

– CONAMAQ

-CIDOB

Queste 5 organizzazioni nazionali hanno dato vita ad un PATTO DI UNITA’ che ha permesso di avere una NUOVA COSTITUZIONE POLITICA DELLO STATO, dove si riconoscono finalmente le 36 culture e Nazioni originarie della Bolivia. Ora stiamo decidendo l’agenda 2025. Con questa agenda abbiamo l’ambizione di eliminare la povertà estrema entro quest’anno e sappiamo che è un obiettivo grande. Questo oggi è il nostro sogno.

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Oggi siamo qui a Quito per celebrare i 25 anni della morte di Monsignore Leonidas Proaño  con la partecipazione di molti popoli originari del continente latinoamericano. Cosa pensi di questa partecipazione?

Questo III incontro latinoamericano è vitale, in quanto ci permette di consolidare le esperienze dei vari popoli ancestrali dell’America Latina. Un modo per poter rafforzare questa rete tra i vari paesi partecipanti come l’Ecuador, la Bolivia, Cuba, il Costarica, la Colombia ed ora si sta aggiungendo anche il Perù. Stiamo qui per recuperare e valorizzare la teologia della liberazione che continua a rappresentare un cammino per la liberazione dei popoli e la costruzione del Regno di Dio in terra.

La piccola fiammiferaia e l’Uefa

di Penelope Ferrazzani – Nena News

Roma, 29 agosto 2013, Nena News – Era l’ultimo giorno dell’anno: faceva molto freddo e cominciava a nevicare. Una povera bambina camminava per la strada con la testa e i piedi nudi. La bimba aveva molta fame e molto freddo, nel vecchio grembiule ancora un gran numero di fiammiferi, che non era riuscita a vendere a nessuno perché le strade erano deserte. Le finestre erano tutte illuminate e si sentiva odore di oca arrosto. Era la vigilia del nuovo anno. Una gran festa.

Così ci si sente a leggere sul portale dell’ebraismo italiano, alla data del 19 giugno, i commenti di Platini alle ultime finali Uefa under 21 giocate lo scorso giugno in Israele, se si è stati vicini alle ragioni degli ultimi e dei loro diritti. Esclusi dalla gran festa, celebrata dal presidente UEFA con lodi per lo stato ospitante, Israele, che -scrive l’articolo- “ha saputo incantare con le sue atmosfere”! Di atmosfere era maestra la maga Circe, Ulisse ne portò qualche testimonianza. Vediamo i motivi seri di tanto entusiasmo: nell’arco di 13 giorni, oltre 175mila persone avrebbero assistito ai 15 match, e all’ultima partita, quella giocata tra Italia e Spagna, vinta da quest’ultima, gli spettatori sarebbero stati 30mila. Una questione di numeri. Una questione d’incassi, una questione di mercato. Quella che con drammaticità si è imposta sulle scene brasiliane, quando, dopo un avvio il 13 giugno con una manifestazione di 15mila persone a San Paolo contro l’aumento dei trasporti pubblici collegato con i preparativi dispendiosi dei miliardari campionati del mondo in calendario, ha coinvolto 400 città in manifestazioni contro le enormi spese previste per i mondiali.

Ma la festa resta quella dietro alle vetrine illuminate e Platini celebrerebbe numeri israeliani e li butterebbe come una tempesta di neve sui piccoli fiammiferai che sostengono lo sport contro ogni razzismo e non solo contro quello selezionato dal “politicamente corretto” di coloro che stanno festeggiando l’arrivo del nuovo anno al calduccio dei loro camini e sulle loro tavole imbandite.

“Non riesco ad immaginare come il torneo sarebbe potuto andare meglio”. Evidentemente al presidente dell’organizzazione europea che sta lanciando fulmini sulle manifestazioni di razzismo contro calciatori non interessa se la sua festa ha deliberatamente lasciato fuori un’intera popolazione: quella originaria dei luoghi in cui stava “festeggiando”. Che qualche calciatore incluso nella squadra israeliana fosse israeliano palestinese, non significa che i Palestinesi cittadini israeliani non siano discriminati anche per legge (più di una trentina), che a quelli della Cisgiordania, inclusa Gerusalemme Est, e di Gaza non siano negati diritti elementari, come quello alla mobilità e che proprio grazie a queste violazioni sistematiche ad essi sia impedita anche una reale pratica sportiva, come ha mostrato a tutti la vicenda esemplare del calciatore Mahmoud Sarsak. Di Gaza, calciatore promettente, proprio per le restrizioni imposte allo sport dopo i bombardamenti di Gaza, fu chiamato a giocare in una squadra di Nablus. Fornito della documentazione necessaria ad attraversare il valico di Erez, vi fu invece fermato e sequestrato, deportato in un carcere israeliano, ne uscì, dopo tre anni senza processo né accusa formale, solo per la sua grande forza di volontà, che lo aveva indotto a portare avanti uno sciopero della fame di oltre tre mesi. Uno sciopero della fame che riuscì a sollecitare l’attenzione del mondo internazionale dello sport, che effettivamente si mobilitò, ottenendone la scarcerazione.

Lo sport, come le altre manifestazioni culturali palestinesi, è represso e limitato da Israele. Platini considera razzismo solo i coretti ottusi di razzisti da strapazzo? Che nome dà al fatto che in quei 30mila spettatori che lo inorgogliscono i Palestinesi saranno state mosche bianche? Disinteresse per il calcio? No: ai Palestinesi il calcio piace moltissimo e sin da piccoli lo praticano come possono, nei dintorni delle proprie case, in campetti improvvisati. tanti bambini palestinesi, già dalla Prima Intifada, sono stati feriti o uccisi dalle forze di occupazione mentre tiravano calci ad un pallone per vera passione. L’ultimo è stato il tredicenne Hamed Younis Khader Abu Daqqa, ucciso dall’esercito israeliano mentre giocava a pallone vicino a casa, indossando la maglia numero 23 del Real Madrid, l’8 novembre 2012. L’impedimento della pratica sportiva è ottenuto anche tramite la distruzione delle strutture sportive, i bombardamenti del novembre 2012 hanno distrutto il Paraolimpico ed altre strutture sportive a Gaza. Anche gli atleti, come gli altri Palestinesi, sono soggetti ad improvvisi “arresti” e detenzioni a volte interminabili, rimangono tuttora in carcere il calciatore Mohammed Sadi Nemer ed il portiere Omar Khaled Abu Omar Rowis. Come gli altri subiscono le condizioni di detenzione, il calciatore Zakaria Issa fu colto dalla morte di cancro in prigione, epilogo scontato dell’impedimento dell’accesso ad ogni cura. Come gli altri sono vittime di attacchi bellici, durante quelli contro Gaza furono uccisi i calciatori Ayman Alkurd, Shadi Sbakhe e Wajeh Moshate, oltre che più di 1400 altri Gazawi.

Questo, più o meno, è quanto hanno detto i 69 tra club, manager e figure dello sport palestinese che lanciarono l’appello a Platini per lo spostamento della UEFA under 21 da Israele. Questo hanno sottoscritto personalità internazionali dello sport, della cultura e della politica: da Kanoute a Drogba e Hazard e Menez, da Ken Loach ad Alice Walker, dall’ex ministro dello sport francese Marie-George Buffe all’Arcivescovo sudafricano Desmond Tutu. Questo hanno sostenuto gli oltre 15000 firmatari della lettera a Platini, gli sportivi e gli attivisti che si sono mobilitati da Bilbao a Le Havre, a Montpellier, a Tolosa, a Lyon, a Londra, a Roma, a Napoli, a Milano, ed in tante altre città, questo hanno continuato a sostenere anche calciatori che hanno resistito alle pesanti pressioni a cui sono stati sottoposti per la dichiarazione che avevano pubblicata. Questo è ciò che, in somma, ha divulgato la campagna Cartellino Rosso all’Apartheid Israeliana, appoggiata in Italia da numerose realtà di calcio polare e di sport di base, come il Mediterraneo Antirazzista o lo SCuP o dai COBAS scuola di Napoli, e che è parte di quella più generale di Boicottaggio, Disinvestimenti e Sanzioni contro Israele nell’ambito della quale è nata e di cui condivide gli obiettivi: la fine dell’occupazione e della colonizzazione delle terre arabe, del regime di discriminazione nei confronti dei cittadini israeliani palestinesi, per il riconoscimento del diritto al ritorno.

La crescente espansione della campagna, nata nel 2011, le numerose adesioni in costante aumento, le mobilitazioni svoltesi in tutta Europa ed anche in alcuni stadi italiani, le dimostrazioni anche durante le partite di basket e rugby, negli Stati Uniti e in Egitto. Le finestre della festa sono rimaste sfrontatamente chiuse nel loro luccicore abbagliante. E non hanno dato segni d’intendimento i calciatori italiani, nonostante le tante iniziative svoltesi l’8 giugno, quando la squadra italiana ha giocato contro quella israeliana. Né la breve irruzione al pranzo UEFA nell’hotel londinese il 24 maggio ha rotto il silenzio abissale disteso tra i due mondi.

Sono in tantissimi lì fuori sotto la neve con la piccola fiammiferaia. La festa di Platini, invece, è là dietro alle grandi finestre illuminate al calduccio. Isolata. Sola.

E’ sicuro che sia questa una posizione comoda a lungo?

A nulla vale ripetere “E anche i tentativi di boicottaggio o protesta non sono riusciti a scalfire la grande festa”. Un sottile disagio sordo giunge attraverso i vetri.

Ebbene, nonostante le mobilitazioni, lo scorso giugno la Uefa under 21 si è tenuta in Israele, secondo il programma. L’under 21 italiana ha giocato in prossimità delle macerie della Nakba del ’48 (nel Bloomfield e Teddy Stadium, il primo si chiamava Basa e ne fu espulsa nel ’48 la squadra palestinese del Shabab el-Arab, il secondo sede della razzista tifoseria del Beitar Jerusalem ed edificato in prossimità del villaggio palestinese di al-Maliha, che contava 5.798 abitanti e quasi completamente distrutto) senza tributarvi un ricordo.

Come per tutti gli altri aspetti della cultura e della storia palestinese, anche il calcio ha la sua amnesia senza redenzione: le partite giocate in Israele, come “festa dello sport”, sono cadute nei giorni della Naksa. La “ricaduta” palestinese, quella della “guerra dei sei giorni”. L’attacco israeliano che si concluse con quella che è tuttoggi la dolorosissima drammatica realtà alla base dell’ illegale condizione di vita e di sopravvivenza dei Palestinesi: l’occupazione di tutta la Palestina, incluse le colline del Golan, Gaza, Gerusalemme Est e tutta la Cisgiordania.

Tuttavia, la campagna ha raggiunto alcuni significativi risultati. Ha diffuso maggiore conoscenza della realtà di occupazione e colonizzazione in Palestina tra soggetti in precedenza non toccati, ha ottenuto ampi spazi sui media, creato legami con realtà nel mondo dello sport e gettato le basi per altre campagne di boicottaggio sportivo.

Tutto fa ritenere che la campagna continui, nonostante alcuni maldestri e reiterati tentativi di utilizzare il calcio per “normalizzare” l’occupazione e l’apartheid. E’ il caso di quelli dei dirigenti del Barcellona, che hanno dovuto assistere alla dura risposta della popolazione di Bil’in ai loro irrispettosi tentativi di minimizzare il conflitto attraverso un’improbabile “partita della pace”. La festa della UEFA Champions League, della UEFA Europa League, della FIFA World Cup. La festa negli ambienti ricchi e riscaldati dello sport mondiale va avanti, la piccola fiammiferaia continua ad osservarla fuori ai vetri illuminati, occhi sgranati nel suo gelo affamato. Le migliaia di piccole fiammiferaie, i milioni di piccole fiammiferaie.

Il nuovo appello viene da Jibril al-Rujub, il presidente della Federazione palestinese del calcio (PFA), che ha chiesto alla FIFA di bandire Israele dalle competizioni internazionali come la Coppa del Mondo. In risposta alle restrizioni di movimento dei calciatori anche nell’area controllata dall’Autorità Palestinese. All’origine della richiesta di Jibril al-Rujub, la più recente vicenda di eclatante impedimento alla partecipazione alla vita sportiva internazionale: il divieto all’ingresso nei TPO dei rappresentati della Federazione dell’Asia dell’Ovest (WAFF) per assistere ai campionati regionali degli Under 17.

La FIFA girerà lo sguardo da un’altra parte per non vedere il muro condannato nel 2004 dalla Corte Internazionale di Giustizia e che ha comportato la sottrazione illegale di terreni di proprietà palestinese e la separazione tra villaggi e città palestinesi e costretto la popolazione autoctona in aree anguste, violandone il diritto alla mobilità, come ha fatto la UEFA? Anche la FIFA vuole piegarsi all’idea dello sport come privilegio? Oppure intende lo sport come strumento per abbattere frontiere e costruire diritti?

Come si comporterà ora Blatter?

Anche lui ha più volte fatto promesse ai Palestinesi, ad esempio il 10 luglio ha dichiarato l’intenzione di predisporre una task force sulle limitazioni del movimento dei calciatori palestinesi da parte d’Israele.

Aprirà Blatter quella finestra scintillante per accogliere la piccola fiammiferaia? 

Siria. Si risveglia il fronte antiguerra

da ossin.org

Afrique Asie, 30 agosto 2013 

Siria. Si risveglia il fronte antiguerra

Dall’Egitto di Sissi all’Iran, passando per la Russia e l’America Latina, si moltiplicano le prese di posizione contro la guerra

L’Egitto contrario a ogni tipo di intervento in Siria
Il ministro egiziano degli affari esteri, Nabil Fahmy, certamente seguendo le istruzioni dategli dal generale Al Sissi, ha alzato i toni giovedì 29 agosto affermando che il suo paese si oppone con forza a ogni tipo di intervento militare contro la Siria, La differenza di toni rispetto all’epoca di Mubarak è radicale. E soprattutto rispetto all’era di Morsi che aveva dichiarato, due settimane prima di essere deposto,  la “jihad contro la Siria”.

“L’Egitto non prenderà parte ad alcun attacco militare contro la Siria e vi si oppone con forza, conformemente alla sua posizione di principio contraria a ogni intervento militare straniero in questo paese”, ha sottolineato Fahmy in un comunicato.

Ha invitato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite a fare “tutto il possibile per verificare i fatti (circa la presunta utilizzazione di armi chimiche) e ad assumere le misure adeguate nei confronti questo orrendo crimine”.

Il 20 luglio Fahmy aveva promesso di “riesaminare” le relazioni diplomatiche con la Siria, rotte in giugno dal deposto presidente Morsi.

Il nasseriano Sabbahi: “Un’aggressione contro l’Egitto comincia da un attacco contro la Siria”
Da parte sua, il capo del Movimento Popolare egiziano, Hamdeen Sabbahi, si è detto contrario a qualsiasi aggressione contro la Siria. “La storia prova che tutte le aggressioni contro l’Egitto cominciano con un attacco alla Siria” ha scritto martedì su Twitter. Sabbahi ha definito “barbara ogni aggressione contro il popolo siriano”, aggiungendo: “L’aggressione occidentale contro la Siria distrugge, non libera”.

Secondo Sabbahi, “è necessario che vi sia una presa di posizione del governo e popolare araba unita in difesa della nostra sicurezza regionale”.

Tamarrod chiede la chiusura del canale di Suez
Anche il movimento Tamarrod, protagonista delle lotte che hanno portato alla caduta del regime dei Fratelli Mussulmani, ha invitato l’Egitto a prendere una posizione ferma nei confronti di un eventuale attacco statunitense contro la Siria.
Il portavoce di Tamarrod, Hassan Chahine, ha chiesto la chiusura del Canale di Suez per impedire il passaggio delle cacciatorpediniere e delle navi da guerra destinate a colpire la Siria.

“Sostenere l’esercito siriano arabo è un dovere nazionale”, ha sottolineato. E ha aggiunto: “E’ giunto il momento che i popoli arabi si ribellino dopo che sono stati ormai smascherati i piani dell’ESL (Esercito Siriano Libero, una delle milizie dei “ribelli” siriani, finanziata e addestrata dall’Occidente, ndt) e dei suoi alleati terroristi, diretti a destabilizzare la patria araba tutta intera.

Tamarrod ha inoltre annunciato di volere al più presto lanciare una campagna che inviti i popoli arabi a boicottare le merci USA e di tutti gli altri paesi che parteciperanno all’attacco contro la Siria.

Diplomazia russa. Niente guerra contro la Siria, né oggi né domani
Secondo un diplomatico russo, citato dal quotidiano libanese al Akhbar, “non vi sarà guerra, né oggi né domani”, in quanto “l’amministrazione Obama ha deciso di perseguire tutte le istanze della legittimità internazionale prima di prendere la decisione unilaterale di agire contro la Siria”.

Il diplomatico russo, che ha chiesto di mantenere l’anonimato, ha spiegato che “la prossima tappa sarà la riunione del Consiglio di Sicurezza. Una riunione che promette di essere burrascosa tra i cinque membri permanenti del Consiglio, e il cui esito già si conosce: tre voti contro due. Washington, Londra e Parigi contro noi e Pechino”. “Questa tappa da sola promette di durare una settimana. L’amministrazione Obama cerca infatti di guadagnare tempo, vuole che il Congresso gli accordi una autorizzazione a intraprendere un’azione militare unilaterale. Perché? Forse per dei calcoli politici interni. Vale a dire uno scambio di compromesso tra l’amministrazione Obama e i suoi oppositori. Per dire il vero, non vi è una politica estera statunitense. Tutto quanto accade nel mondo, per gli Stati Uniti costituisce un affare interno”.

E ha aggiunto: “Secondo le nostre informazioni, il Congresso USA non conta di risolvere la questione in questa o nella prossima settimana. Vi saranno quindi diversi giorni di attesa. E questa attesa non sarà improduttiva. Noi abbiamo, da Mosca, avviato una interlocuzione con gli Statunitensi. Il nostro ministro degli affari esteri Lavrov è in comunicazione permanente col suo omologo USA Kerry, sia telefonicamente che attraverso messaggi. E ciò con l’intento di evitare qualsiasi malinteso o mancanza di comunicazione. Lo stesso con gli Europei, ma a un ritmo meno intenso. Di qui l’abbassamento dei toni nelle dichiarazioni politiche di questo fine settimana. Ciò non significa peraltro che un attacco militare contro la Siria non sia più presente nell’agenda degli Stati uniti. Ma assistiamo, nel corso delle ultime ore, ad un abbassamento dei toni. E noi scommettiamo sulla prosecuzione di questa tendenza  e contiamo di impegnarci in essa seriamente”.

Il diplomatico russo ha precisato che “l’annullamento della riunione di Le Haye, previsto in un primo momento per mercoledì 28 agosto, non ci ha per niente toccati. Questa riunione era riservata agli esperti che lavorano all’organizzazione di Ginevra 2. Il suo annullamento è la naturale risposta di Washington alle nostre posizioni relative alla armi chimiche e alla nostra determinazione a respingere le loro accuse che noi abbiamo invece rivolto ai loro alleati di Ghuta-Damasco. Occorre sapere che questo tipo di messaggi diplomatici è del tutto naturale nelle nostre relazioni”.

E ha sottolineato: “Noi non abbiamo alcuna fretta di organizzare la seconda Conferenza di Ginevra. Sono loro ad avere fretta. Da tempo tentano con ogni mezzo di fare avanzare le cose e guadagnare tempo. Noi pensiamo che un’altra data sarà prossimamente fissata. In effetti sono stati i media occidentali che si sono impuntati su un imminente raid USA il cui obiettivo sarebbe di accelerare Ginevra 2. In ogni caso noi, a Mosca, siamo persuasi che la seconda fase del dialogo siriano sarà possibile già questo autunno, addirittura tra ottobre e novembre”.

Interrogato sulla posizione russa nel caso di un attacco degli Stati Uniti contro la Siria, il diplomatico russo ha risposto: “Le parole di Lavrov circa il rifiuto della Russia a partecipare ad una guerra contro chicchessia sono dichiarazioni puramente diplomatiche. Si è trattato di una risposta diretta a una domanda posta nel corso di una conferenza stampa. In realtà le cose sono diverse. Vi sono circa 17.000 cittadini russi attualmente in Siria. Sono tecnici che lavorano in tutte le istituzioni statali siriane. Noi diciamo a tutto il mondo e ai nostri concittadini che Mosca è impegnata a garantire la loro protezione e la loro sicurezza fisica. Punto e basta! 

Non vi saranno grandi operazione di evacuazione nelle prossime ore. L’ultima evacuazione in ordine di tempo ha riguardato un centinaio di famiglie che hanno preferito lasciare Damasco. Queste famiglie sono state rimpatriate da Beirut. I 17.000 Russi che sono rimasti a Damasco sono dei tecnici e noi contiamo di difenderli con tutti i mezzi possibili”.

Questa risposta da parte del diplomatico russo pone un’altra questione di natura militare, vale a dire quale sia l’equilibrio delle forze militari nel Mediterraneo, al largo della Siria.

E la risposta è: “La mobilitazione statunitense non è il risultato dell’attacco chimico di Ghuta. Secondo informazioni sicure e certe in nostro possesso, essa è cominciata un mese fa. Al contrario la nostra presenza militare nel Mediterraneo è da tutti conosciuta e si è rafforzata da circa due anni. Da quando voi avete scritto, il 29 novembre 2011, che la battaglia di Siria è diventata la battaglia di Russia”.

E le conclusioni: “In effetti tutte le opzioni sono possibili. Quanto accade oggi è comparabile alla crisi dei missili di Cuba. Il presidente Obama ammira John F. Kennedy, e Putin sembra l’erede del russo Kruscev. E dunque tutto è possibile. Ciò che è importante sapere è che noi pensiamo che in questa settimana non succederà niente…”

L’America Latina contro un intervento militare in Siria
La maggioranza dei paesi dell’America Latina si è pronunciata mercoledì contro un intervento militare in Siria, nel momento in cui gli Stati Uniti e alcuni dei loro alleati europei progettavano un attacco contro la Siria.

“Una aggressione contro la Siria avrebbe conseguenze estremamente gravi per il Medio oriente, una regione già teatro di disordini”, ha dichiarato in un comunicato il ministro cubano degli affari esteri.

“Costituirebbe una violazione flagrante dei principi fissati nella Carta delle Nazioni Unite e dal diritto internazionale e accrescerebbe i pericoli per la pace e la sicurezza internazionale”, ha commentato il ministro cubano.

Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha espresso “il ripudio di ogni ingerenza, a maggior ragione nella vicenda siriana”.

Il suo omologo boliviano, Evo Morales, ha anch’egli condannato le minacce di attacco. “Noi respingiamo, noi condanniamo” ogni intervento militare straniero in Siria, ha dichiarato dal Palazzo presidenziale di La Paz.

Morales ha menzionato le informazioni di stampa secondo le quali delle armi chimiche sarebbero state usate nei pressi di Damasco, non dal governo ma dai “ribelli”, allo scopo di provocare un intervento internazionale.

“Noi non accettiamo l’uso di agenti chimici che, secondo queste informazioni, sono usate da gruppi che destabilizzano la democrazia e il governo” siriano, ha dichiarato il presidente boliviano.

Il Brasile non sosterrà un intervento militare in Siria senza l’avallo del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ha dichiaro mercoledì ilnuovo ministro degli affari esteri, Luiz Alberto Figueiredo. A suo avviso, si tratterebbe di una violazione del diritto internazionale e della Carta dell’ONU.

Maduro ha evocato un collegamento tra i complotti per assassinarlo e l’intervento in Siria
Anche il presidente del Venezuela, Nicolas Maduro, ha condannato le minacce occidentali di attacco contro la Siria, nel corso di una visita a Tachira, nell’ovest del paese.

E ha affermato che le autorità venezuelane hanno sventato un complotto per assassinarlo in concomitanza degli attacchi occidentali contro la Siria.

Maduro ha ricordato l’arresto in Venezuela, annunciato lunedì dalle autorità, di due Colombiani che sarebbero coinvolti in questo progetto di assassinio. “Il piano era di eliminarmi durante l’attacco contro la Siria”, ha affermato.

“Il progetto degli Occidentali era di farli coincidere (temporalmente), proprio come avevano progettato nel 2002, quando un tentativo di colpo di Stato contro Chavez aveva preceduto l’aggressione dell’Iraq da parte degli Stati Uniti”, hanno riferito i media venezuelani.

Il segretario generale dell’OEA “contrario” a un intervento in Siria
In questo ambito, il segretario generale dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA), il cileno José Miguel Insulza, si è dichiarato mercoledì “profondamente contrario” ad un eventuale intervento militare in Siria.
“Sono profondamente contrario agli interventi militari. Non vi sono molti esempi al mondo di interventi di questi tipo che abbiano avuto effetti positivi”, ha dichiarato Insulza alla stampa.

Attacco alla Siria. Triplo messaggio iraniano agli Occidentali

I messaggi iraniani agli Occidentali non conoscono tregua. Quasi tutte le istanze politiche e militari della Repubblica islamica d’Iran sono impegnate a fondo per solidarizzare con la Siria, minacciata da un attacco occidentale.

Riassumendo, il nocciolo dei loro messaggi è che l’intervento occidentale non resterebbe senza risposta, e lascia intendere la possibilità di un intervento iraniano per aiutare il governo siriano.

Teheran privilegia una tripla equazione
Avverte tra l’altro che Israele non sarebbe risparmiata dalla risposta ad un eventuale attacco. Nella notte tra martedì e mercoledì, la Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano ha assicurato che “ogni missile USA che si abbatterà sulla Siria avrà per risposta un missile siriano su Tel Aviv”.

Stesso tono da parte del Capo di Stato Maggiore delle forze armate iraniane, il generale Hassan Firuzabadi che ha assicurato che le fiamme dell’eventuale aggressione militare contro la Siria bruceranno l’entità sionista. E da parte del comandante dei Guardiani della Rivoluzione, il generale Mohammad Ali Jaafari, secondo il quale “gli Israeliani devono sapere che lo scoppio di una guerra nella regione per iniziativa degli USA provocherà la prossima distruzione di Israele”.

Un secondo Vietnam
La seconda equazione divulgata dagli Iraniani è che la guerra contro la Siria sarà un secondo Vietnam per gli Statunitensi. “Gli Statunitensi, e nonostante la sceneggiata delle sconfitte che hanno accumulato in Iraq e in Afghanistan, perseverano ostinatamente su questa strada e potranno gustare ancor più l’amarezza delle loro prossime sconfitte, perché la Siria sarà il cimitero dei conquistatori, la sua guerra è più pericolosa di quella del Vietnam, essa sarà un nuovo Vietnam”, ha proseguito Jaafari.

Una dichiarazione simile e assai sulfurea è stata rilasciata dal Comandante dell’Unità AlQuds dei Guardiani della Rivoluzione, il generale Kassem Souleimani. “Il paese del Levante è il luogo della nostra ascensione al cielo, e sarà il cimitero degli Statunitensi”, ha detto a porte chiuse, prima che la dichiarazione fosse divulgata dai media iraniani. E ha assicurato che “ogni soldato USA che sbarcherà dal suo aereo o dalla sua nave dovrà portare la sua bara con sé”.

L’Iran interverrà

Queste prese di posizione sono venute a completare quelle della Guida Suprema, l’Imam Ali Khamenei, il quale ha assicurato che un attacco contro la Siria provocherà un incendio in tutta la regione, lasciando intendere che il suo paese non resterà inerte di fronte a ciò che accade in Siria. E che ha nelle mani tutti i piani e le opzioni da adottare in caso di attacco.
Si tratta di affermazioni di grande importanza, soprattutto quando è noto fino a qual punto Washington abbia interesse a tenere lontana Teheran.

Oltre all’influente politico Jeffrey Feltmann, Washington ha inviato nella capitale iraniana anche uno dei suoi alleati nella regione, il monarca dell’emirato dell’Oman, Sultane Kabouss. Secondo fonti iraniane che hanno seguito da vicino la visita di tre giorni svoltasi la settimana scorsa, quest’ultimo ha chiesto agli Iraniani di levare mano in Siria, in cambio di un riconoscimento USA dei diritti nucleari iraniani e di una sospensione delle sanzioni imposte contro la Repubblica Islamica d’Iran.

Contemporaneamente, Feltmann si è sforzato di far credere agli Iraniani che l’attacco occidentale (del quale ha rivelato la data per domenica prossima) sarebbe limitato, ponendo l’accento sul fatto che esso non ha come obiettivo l’eliminazione del regime, ma solo di indebolirlo per giungere a Ginevra 2 in modo da garantirne il successo.

Questi discorsi arabi e statunitensi non sembrano avere convinto gli Iraniani. Senza indugio, Teheran ha risposto a Feltmann che la Siria è una linea rossa, non può essere barattata con nessun altro dossier.  Secondo Al Akhbar, gli ha anche spiegato che, anche se l’attacco sarà limitato, niente impedisce che la risposta non lo sia.

Giustamente Teheran evoca l’incendio di tutta la regione. E’ soprattutto il parere del comandante dei Guardiani della rivoluzione, secondo cui la guerra non si limiterà alla Siria, ma colpirà tutti gli istigatori della guerra e i loro protettori.  

[Trad. ossin – si ringrazia per la segnalazione Leonardo Landi]

È necessario evitare l’aggressione imperialista contro la Siria

ImmaginePubblichiamo l’articolo della compagna Socorro Gomes, Presidente del Consiglio mondiale della pace e del Centro brasiliano di solidarietà con i popoli e lotta per la pace, scritto per il portale Cebrapaz, riguardante le minacce di aggressione contro il popolo siriano e l’uso costante della disinformazione ad opera degli Stati Uniti e dei grandi mass media. Ne esce confermata la necessità di costruire una immediata mobilitazione di solidarietà con il popolo siriano e una rete internazionale di informazione solidale, di resistenza e di lotta.

a cura di Milena Fiore – donneinrosso.wordpress.com

La Siria, con oltre diecimila anni di civiltà, culla dell’alfabeto più antico, con la sua capitale Damasco, una delle più antiche città del mondo, sta per essere attaccata militarmente dalla potenza bellica più potente, micidiale e senza scrupoli che l’umanità abbia mai conosciuto.

Per più di due anni, gli Stati Uniti, il Regno Unito, la Francia, il regime sionista di Israele, le monarchie reazionarie del Medio Oriente e la Turchia hanno sostenuto con armi e denaro i mercenari, terroristi che sotto l’appellativo di ribelli hanno reso le strade e le città siriane uno scenario di distruzione e di morte. Ospedali, scuole, quartieri residenziali, chiese, moschee, infrastrutture statali, sono stati attaccati sistematicamente per creare caos e terrore tra la popolazione.

La sopravvivenza del governo di Bashar Al Assad, che ha innegabilmente ha contato sul sostegno e l’unità della maggioranza assoluta del popolo siriano contro questa potente quanto nefasta coalizione, ha fatto sì che Barack Obama si mettesse sulla strada delle provocazioni e delle minacce aperte, seguendo ancora una volta i passi battuti dal suo predecessore, il rifondatore del terrorismo di Stato, l’ex presidente George W. Bush. Tutti noi ricordiamo. Quest’ultimo, nel 2003 invase l’Iraq, distrusse il paese, uccise centinaia di migliaia di iracheni, compreso il presidente Saddam Hussein, con il falso pretesto delle armi di distruzione di massa e dell’uso di armi chimiche.

Terminata la divisione del bottino, comportandosi come i capi della banda di aggressori, impadronitesi della maggior parte del petrolio iracheno, le autorità di occupazione affermarono pubblicamente, cinicamente, di non aver trovato le armi a cui avevano fatto allusione. Pur senza essere proclamato, il ridisegno del Medio Oriente ha continuato a essere perseguito, stavolta dal democratico Barack Obama, che fin dall’inizio ha affermato sulla crisi in Siria che l’uso di armi chimiche sarebbe stata una “linea rossa”.
Come in una composizione musicale, ripeteva la stessa partitura. L’allora Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha più volte affermato che il vero obiettivo degli Stati Uniti nella crisi che coinvolge il paese arabo è la caduta del presidente Bashar Al Assad.
Ho avuto l’opportunità, come presidente del Consiglio Mondiale della Pace, di visitare la Siria più volte. Naturalmente, ogni nazione ha le proprie caratteristiche. Tuttavia, il popolo siriano, che abbraccia una grande diversità di religioni ed etnie, dimostra una forte identità nazionale. Ci sono sciiti, sunniti, alawiti, drusi e cristiani, ma la loro identità siriana è al di sopra di ogni altra. La convivenza tra le religioni è pacifica e rispettosa. Il centro di Damasco comprende, a distanza di pochi metri, chiese e moschee. L’ospitalità che ricevono i visitatori, che è anche un costume brasiliano, mi ha suscitato ammirazione e simpatia. La solidarietà della nazione siriana per il popolo palestinese e la sua solidarietà antimperialista con gli altri popoli della regione la rendono rispettata e stimata dai popoli di tutto il mondo. Tutta questa ricchezza umanistica è sotto un imminente pericolo di distruzione.

Come ha detto l’indomito presidente Hugo Chavez, non ci si può fidare nemmeno un po’ degli Stati Uniti. Anche prima che gli ispettori dell’ONU, che sono in Siria per indagare se si stiano usate armi chimiche e chi eventualmente le usi, dessero il loro parere, il Segretario di Stato di Barack Obama, John Kerry, ha già dichiarato che non vi è alcun dubbio sul fatto che il governo siriano le abbia utilizzate, nonostante non si fornisca alcuna prova di tali fatti: una chiara dimostrazione che non sono importanti i fatti, ma le versioni che sono convenienti per gli interessi della potenza imperialista. Quest’ultima, lo sappiamo tutti, ha accumulato una vasta esperienza di violazioni del diritto internazionale, avendo ripetutamente strappato la Carta dell’ONU. Gli Stati Uniti usano, oltre alle armi, i grandi mezzi di comunicazione privati per imporre i loro interessi di potenza egemonica, ormai in declino, come se coincidessero con gli interessi di tutti i paesi.
Gli Stati Uniti perseguono il “ridisegno del Medio Oriente”, per il quale fomentano e strumentalizzano i conflitti etnici e religiosi, costruiscono reti di spionaggio e di terroristi mercenari per creare caos, indebolire gli Stati nazionali e i governi, e, con l’appoggio dei grandi media, creano una rete di intrighi e di disinformazione. Gli imperialisti “creano i fatti” che giustificano l’azione “umanitaria” dei missili, dei droni e delle flotte da guerra, tutto l’apparato bellico necessario per il dominio militare e il saccheggio della ricchezza di altri paesi e il controllo delle rotte marittime. Questo è il grande interesse nazionale degli Stati Uniti: dominare le nazioni e rapinare i paesi e i popoli.
Il popolo siriano ha dimostrato grande valore e coraggio nella difesa della sua autodeterminazione, costituendo un esempio e una speranza per i popoli in lotta.
Dobbiamo intensificare i nostri sforzi a sostegno della pace e dell’opposizione alla guerra, incondizionatamente esprimere la nostra solidarietà con il popolo siriano, che deve essere manifestata ovunque attraverso denunce delle azioni di aggressori: nelle scuole, nelle università, nei luoghi di lavoro, nelle strade e nelle piazze, organizzando eventi per condannare e prevenire questo crimine contro i popoli.
Spetta a tutti i governi che sono impegnati per la sovranità delle nazioni e per la pace condannare le forze che preparano l’aggressione contro la Siria ed esigere il rispetto della Carta delle Nazioni Unite, facendo cessare le minacce di guerra contro la Repubblica araba siriana.
Per i lavoratori, il movimento sindacale, quello delle donne, quello dei giovani, per i movimenti popolari, è il momento di occupare le strade e le piazze contro questa aggressione imperialista e assumere la difesa della pace e della sovranità della Siria.

si può leggere la versione originale dell’articolo cliccando quì

Dall’Islanda un chiaro messaggio: «Il capitalismo non si riforma, va abbattuto»

Birgitta Jónsdóttii è una deputata islandese che al centro della sua gestione colloca la libertà d’informazione degli abitanti del suo paese.
L’attuale deputata è stata consulente di Wikileaks ed è presidente dell’International Modern Media Institute, che pretende trasformare l’Islanda in un rifugio per informatori, come Edward Snowden o lo stesso Julian Assange, leader di Wikileaks.
Jónsdóttii, è membro de Il Movimento, un partito politico che è nato a partire dalle proteste che hanno scosso l’Islanda nell’anno 2009. Inoltre alla fine del 2012 ha fondato il  Partito Pirata islandese, con il quale ha ottenuto tre seggi nelle elezioni di aprile.
«Il capitalismo non si può riformare, si deve distruggere, abbattere. Non voglio però imporre nessun –ismo, non c’è un solo sistema che possa essere la soluzione. L’unica cosa certa che si deve fare è essere più sostenibili nelle nostre comunità. Dobbiamo essere coscienti del costo che presuppone ciò che consumiamo; del problema delle pensioni, con tanta gente giovane disoccupata, chi pagherà le pensioni nei prossimi 20 anni? Risulta ovvio che i nostri sistemi non funzionano, così che forse dobbiamo girarci indietro e cercare cosa non ha funzionato…», afferma la deputata islandese a El País.
«Non hanno capito che ci troviamo nel XXI secolo e che il nostro modo di comunicare e di condividere le informazioni è stato radicalmente trasformato. Non capiscono che è in atto una rivoluzione dell’informazione che si muove molto rapidamente. Ma certamente hanno capito come abusare di queste nuove forme di comunicazione che utilizziamo, invadendo la nostra privacy, attaccando ciò che tiene insieme le nostre democrazie. Viviamo in un mondo nel quale il giornalista non può più proteggere le sue fonti, dove i medici non possono più garantire il diritto alla privacy dei loro pazienti… I leaders mondiali non capiscono il danno che stanno causando. Non capiscono nemmeno il senso delle parole sostenibilità o trasparenza».
[Si ringrazia Alfredo Viloria per la cortese segnalazione – Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Ciro Brescia]

12 alleati degli Stati Uniti nella Nato si smarcano da un attacco alla Siria

AFPda actualidad.rt.com

Gli alleati degli Stati Uniti nella Nato iniziano a prendere le distanze uno dopo l’altro da un possibile intervento militare in Siria senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Uniti

«I paesi che hanno rifiutato con determinazione di partecipare in qualsiasi modo ad azioni militari contro la Siria senza l’egida delle Nazioni Unite sono in realtà molti di più del Regno Unito», ha dichiarato all’agenzia di stampa russa Itar Tass una fonte diplomatica di Bruxelles a condizione di mantenere l’anonimato. «Si tratta di almeno 12 paesi», ha precisato.

Il diplomatico ha sottolineato che le conseguenze di un possibile intervento militare in Siria sono «imprevedibili», come è improbabile che, nel caso di una vittoria dei ribelli si realizzi una «pace di lunga durata» nel Paese, citando gli eventi accaduti in Libia, dove dopo una costosa operazione aerea della NATO il paese è stato trascinato in una guerra civile.

Citando altre fonti, Itar Tass, afferma che tra i paesi che respingono l’intervento militare in Siria si trovano l’Italia e la Grecia.

Poche ore fa la Camera dei Comuni del Parlamento britannico ha votato contro l’iniziativa avanzata dal primo ministro, David Cameron, di effettuare un attacco militare «selettivo» in Siria «per ragioni umanitarie».

«Il rifiuto del Regno Unito ad appoggiare l’aggressione contro la Siria è un duro colpo per le posizioni dei partigiani della guerra, tanto nella NATO che negli Stati Uniti». «Il dissenso cresce», ha scritto il consigliere del presidente russo, Yuri Ushakov, sul suo account Twitter.

Questo venerdì, il Ministro degli Affari Esteri della Germania, ha escluso la possibilità che il suo paese possa prendere parte alle operazioni militari contro la Siria.

Da parte sua, il presidente francese Francois Hollande, ha dichiarato che il suo paese può partecipare a qualsiasi azione militare in Siria, anche senza la Gran Bretagna. In un’intervista al quotidiano Le Monde ha detto che tutte le opzioni d’intervento sono sul tavolo, ma nessuna sarà presa in considerazione se non vi saranno le condizioni che la giustifichino. Hollande ha inoltre dichiarato di non escludere la possibilità che un’azione militare contro la Siria possa essere effettuata prima del prossimo mercoledì, secondo la BBC.

 [Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Fabrizio Verde]

(VIDEO) Calcio e Rivoluzione in Colombia: «le FARC-EP e las barras»

da calcioerivoluzione.blogspot.it

mercoledì 28 agosto 2013

Le FARC-EP sul fenomeno delle «barras»

Due membri della delegazione di pace delle FARC-EP a L’Avana (Cuba) per i negoziati di pace tra la più antica guerriglia latinoamericana ed il governo colombiano, sono i protagonisti di un video in cui le FARC esprimono la loro posizione in merito ai gruppi di tifosi di calcio, le famose “barras” ed al ruolo che questi svolgono e possono svolgere oggi in Colombia. Sergio Ibañez e Emiro Jiménez, questi i nomi dei due militanti delle FARC che appaiono nel video, vestono le maglie del Santa Fe e dei Millionarios, le due principali squadre di calcio della capitale Bogotà, divise da una rivalità che ha condotto a numerosi episodi di violenza. 
 
Proprio contro questa violenza le FARC si esprimono con chiarezza, sottolineando invece come le “barras” debbano contribuire al processo di unità popolare e superare questa violenza indotta dall’esterno. Le “barras” sono infatti definite come «espressioni del popolo e, come tali, devono stare al lato del popolo. Attraverso l’amore verso i colori del club si canalizzano le profonde diseguaglianze che affliggono i quartieri del nostro paese. […] Sappiano che ci sono grandi nemici sulla strada del ‘barrismo’: il calcio inteso come business, che vuole fare della nostra passione una merce; lo stato di polizia che reprime le espressioni del popolo; gli imprenditori del crimine che vogliono trasformare le ‘barras’ in mafie staccate dalle loro origini popolari».

Il Maestro Claudio Abbado: «Cuba, Paese all’avanguardia. Lo sa anche Veronesi»

Il maestro Abbado, tra i primi firmatari dell’appello pro Castro, risponde alle critiche

di Claudio Abbado – abbadianidc.espero.it

Girando il mondo, in tanti anni di lavoro, ho sempre cercato di trovare i lati positivi di ogni cultura. Per imparare qualcosa di nuovo, per crescere: in fondo siamo tutti un po’ ignoranti. Prima Vienna, poi Berlino e Londra, e poi ancora il Venezuela e Cuba: in queste e altre tappe ho cercato costantemente di venire a contatto con gli aspetti più validi, più forti, più importanti di quei Paesi. L’uomo, per sua natura, è portato invece a distruggere o fare emergere quasi esclusivamente i lati negativi delle altre civiltà. Mi sembra lo si stia facendo ora con Cuba.

Conosco Cuba, ci sono stato più volte e ci tornerò. Perché, mi chiedo, non vengono rese note le cose positive di una cultura come quella cubana? Proviamo a mettere da parte, almeno per una volta, la strumentalizzazione politica che si tende a fare di ogni cosa e proviamo a riportare semplicemente dei fatti. Stranamente delle cose più valide che ci sono a Cuba non si parla mai. Cominciamo dalla ricerca medica, che a Cuba è all’avanguardia. C’è un dottore, Gregorio Martinez Sanchez, che sta lavorando alla ricerca per debellare il cancro e che ha «scoperto» una nuova e, a quanto pare, importante cura. Solo che, piccolo dettaglio, ha anche bisogno di poterle realizzare, di metterle in pratica queste sue ricerche. L’ho fatto sapere al professor Umberto Veronesi, che qualche settimana fa mi ha scritto una lettera, in cui dice che appoggerà il progetto di questo medico cubano.

Lo farà perché lo ritiene giusto. Ma la ricerca medica all’avanguardia non è l’unico aspetto fortemente positivo di quest’isola. A Cuba, forse i potenti se lo dimenticano, non esiste l’analfabetismo, che è invece assai diffuso in molte altri parti del mondo. A Cuba con un po’ di terra libera, non ci si mette a speculare: loro preferiscono fare degli orti enormi, che serviranno poi a tutti (esempio che è stato ripreso poi da altre nazioni). Sono tornato recentemente all’Avana e ho visto che in cinque anni ci sono stati miglioramenti dal punto di vista del restauro per case e piazze. A dicembre ho portato la Mahler Chamber Orchestra per dei concerti, a gennaio l’Orchestra Giovanile Simón Bolívar, di cui facevano parte anche 44 cubani. C’è uno scambio bello e proficuo fra il Venezuela e Cuba. Uno scambio legato alla musica e al balletto.

Il Venezuela è più avanti dal punto di vista della formazione musicale, grazie al sistema di Antonio Abreu che coinvolge 240.000 (duecentoquarantamila!)* giovani salvati dalla strada e Cuba invece è più avanti dal punto di vista del balletto: il loro è uno scambio culturale per imparare a vicenda, per crescere, come dicevo prima. Il fatto poi che ho portato quei 44 musicisti cubani a Caracas e che l’anno prossimo li porterò con tutta l’orchestra in Europa, smentisce che i cubani non possono uscire. Cinque anni fa sono stato a Cuba con la Mahler Jugend Orchester e abbiamo portato materiale, corde e strumenti musicali, che lì mancano, perché, non dimentichiamolo, è un paese povero e in quanto povero andrebbe aiutato, non attaccato. C’è poi un gruppo di bravissimi musicisti cubani, ‘Ars Longa’, che ho voluto sostenere e che vengono regolarmente invitati al Festival Gesualdo in Basilicata. Li abbiamo fatti conoscere l’anno scorso attraverso una tournée che ha toccato anche Bari, Matera, Roma e Bologna.

Insomma Cuba è anche questo, non è solo Guantanamo, che è invece una prigione USA. Mi chiedo anche perché non si parla quasi mai di nuove idee e realtà italiane, a mio avviso, molto importanti per l’ecologia e per l’ambiente, come i treni con nuovi locomotori che trasportano i Tir, o altri camion, attraverso il Brennero, da Monaco di Baviera a Innsbruck, Bolzano, Trento, Verona con nuovo innesto dal Veneto all’Emilia Romagna. Oppure di quella cittadina vicino a Trento che sta realizzando un progetto impostato sul traffico e riscaldamento totale con l’utilizzo di energie naturali (pannelli solari, idrogeno). Questa cittadina ha vinto fra l’altro il primo premio per il miglior progetto in Europa.

* questo scritto di Abbado si riferisce ad una cifra del 2005, all’oggi, sono coinvolti nel Sistema circa 450 mila musicisti

[Si ringrazia per l’utile segnalazione Fabrizio Verde]

Basem Tajeldine: «I morti beneficiano i “Fratelli Musulmani” che vogliono la guerra civile»

16ago2013 
Il 14 agosto del 2013 è accaduto ciò che molti aspettavano. Le Forze Armate dello Stato egiziano hanno eseguitola smobilitazione forzata di tutti gli accampamenti di protesta dei seguaci della Fratellanza Musulmana nelle importanti città egiziane di Nasser e Giza. Diversi media internazionali hanno insistito nel sottolineare e nel gonfiare le cifre non meno importanti di morti e feriti causati dalla violenza generata dall’azione dell’esercito egiziano e dalla resistenza dei seguaci del deposto presidente egiziano Mohamed Morsi.
L’azione delle Forze egiziane ha incontrato la resistenza armata da parte dei Miliziani  della Fratellanza Musulmana che non hanno esitato a rispondere con uguale potere di fuoco**. Immagini di impatto del fuoco incrociato non sono mai state diffuse nei primi momenti dell’evento. L’informazione era chiaramente faziosa e dominata da Al-Jazeera la quale ha fatto apparire gli FM come se fossero semplici “vittime” di una evidente repressione. Dei militari e dei poliziotti morti non si è commentato*** e oggi cominciano a farsi vedere le notizie alternative. Risulta utile evidenziare che dalla sua deposizione, Mursi, il passato 30 luglio, i manifestanti islamisti hanno portato il paese ad una virtuale paralisi di tutte le sue attività abituali e generato rigurgiti di violenza settaria in tutto il paese attaccando Chiese Copte e attaccando i gruppi che sostengono il governo di transizione diretto da Adli Mansour ed il generale Abdel Fatah Al Sisi.     
 
Le forze militari egiziane pretendevano con questa azione di ristabilire l’ordine pubblico, rompere la resistenza della Fratellanza Musulmana per dare l apossibilità al processo di transizione di continuare ed arrivare in maniera pacifica alle elezioni presidenziali previste per febbraio dle prossimo anno. L’attuale governo diretto da Adli Mansour aveva diretto reiterati appelli alla dirigenza della Fratellanza Musulmana affinché non continuasse ad utilizzare i manifestanti pro-Mursi come “scudi umani” in vista della scadenza indicata dalle Forze Armate Egiziane per iniziare lo sgombero delle città interessate. Centinaia di donne  e bambini sono stati presenti in queste manifestazioni ed hanno assistito ai dolorosi e brutali eventi dello sgombero, e sono stati utilizzato come scudi dagli islamisti armati.
 
La strategia della Fratellanza Musulmana ha consentito storicamente di vittimizzarsi agli occhi della comunità internazionale a causa della repressione, prima, del dittatore Hosni Mubarak (governo nel quale partecipò la stessa Fratellanza Musulmana fino ai suoi ultimi giorni), e oggi si fanno passare per le vittime della repressione del governo di transizione. Per questo hanno contato con il sostegno dei media transnazionali e fondamentalmente di Al-Jazeera. Nessuno di questi media, però, ha osato diffondere la notizia che i commandos jiadisti mercenari e traditori giunti dalla Siria e della Libia hanno eseguito azioni terroriste contro le istallazioni militari egiziane nel Sinai e in tutto il paese, pretendendo in questo modo di presentare una immagine di caos ed ingovernabilità dell’Egitto. Inoltre non hanno detto nulla nemmeno relativamente all’appoggio che Al Qaeda sta offrendo alla Fratellanza Musulmana. 
 
Il Fronte Tamarrud (responsabile delle grandi mobilitazioni previe alla deposizione di Mohamad Morsi) e La Corrente Popolare Egiziana, i più importante Fronte progressista dell’Egitto e guidato dal popolarissimo ex candidato presidenziale Hamdeen Sabbahi,  sostiene che la Fratellanza Musulmana è la principale responsabile della violenza del mercoledì scorso dovuto al fatto che il gruppo islamista ha «ha scelto uno scenario di scontro con lo Stato» e hanno fatto appello ad appoggiare la resistenza dei “comitati di difesa popolare” per appoggiare il governo transitorio. 
 
La possibilità di una guerra civile in Egitto è l’ipotesi più sanguinosa tanto desiderata dalla Fratellanza Musulmana, dagli USA e da Israele. Se è certo che gli strateghi USA hanno una grande influenza nei vertici delle Forze Armate Egiziane (il terzo esercito finanziato dagli USA), sanno che gli ultimi eventi accaduti in questo paese hanno svelato le responsabilità degli USA dell’Unione Europea e delle Petro-monarchie del golfo per il sostegno alla Fratellanza Musulmana. La situazione che vive il popolo egiziano ha radicalizzato molti gruppi delle Forze Armate, ragioni che oggi motivano forti dubbi e scontento degli strateghi falchi imperiali nei confronti dei militari di questo paese. 
 
Il criminale progetto dell’Islam politico reazionario per la regione – con il quale coincidono tanto gli strateghi USA come i loro alleati sionisti – si iscrive precisamente nello smantellamento di tutti gli Stati-Nazione del mondo arabo e più in là; nella divisione confessionale e tribale di tutti quei territori in maniera che diano luogo alla nascita alla creazione di nuovi califfati e vice-regni medievali (simili all’Arabia Saudita, al Qatar, al Bahréin e agli Emirati Arabi Uniti) retti dall’anarchia e la interpretazione reazionaria della Legge Islamica (La Sharia). 
 
Per realizzare questo proposito in Egitto, la Fratellanza Musulmana in Egitto ha tentanto la strada delle riforme costituzionali. Fallito questo intento e sconfitti dalla mobilitazione popolare e dai vertici militari opportunisti che hanno spodestato Morsi, adesso la strada che stanno tentando di imporre è la Guerra Civile. Uno stato debilitato sarebbe facile obiettivo per il suo smantellamento.  
 
I morti egiziani beneficiano soltanto la “Fratellanza Musulmana” e alimentano il suo proposito criminale di cercare appoggio internazionale alla sua causa, un intervento straniero auspicato dall’ONU ed il suo ritorno al governo nel paese. La “primavera araba” si è trasformata in un crudele inverno per i popoli della regione ed una nuova opportunità per il progetto reazionario politico che nascondono gli islamisti.  
 
Ciò che accade nella Repubblica Araba di Siria è un esempio di ciò che pretende la “Fratellanza Musulmana” in Egitto. Ma il popolo egiziano e la sua avanguardia nasseriana non cadranno facilmente nella trappola dei reazionari.
*  marxista venezuelano, analista internazionale, moderatore del Programma Voci contro l’Impero, Radio del SUR, articolista di DiarioVEA e CO 
[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Le riflessioni di Fidel: La bugia prezzolata

di Fidel Castro Ruz

Fonte: Cubadebate

Mi spinge a scrivere il fatto che molto presto accadranno degli avvenimenti molto gravi. Nella nostra epoca non trascorrono più di dieci o quindici anni senza che la nostra specie corra dei pericoli reali. Né Obama né nessun altro sarebbe in grado di garantire nulla; dico questo per spirito di realismo, poiché solo la verità ci potrebbe offrire un pizzico in più di benessere e un soffio di speranza. In materia di conoscenza siamo ormai arrivati all’età adulta. Non abbiamo il diritto d’ingannare né di ingannarci.

Nella stragrande maggioranza dei casi l’opinione pubblica conosce abbastanza bene il nuovo rischio che è alle porte.

Non si tratta semplicemente di razzi transcontinentali che puntano verso obiettivi militari in Siria, bensì che quel valoroso paese arabo, sito nel cuore di più di mille milioni di musulmani, il cui spirito di lotta è proverbiale, ha dichiarato che resisterà fino all’ultimo respiro a qualsiasi attacco militare.

Tutti sanno che Bashar al Assad non era politico. Ha studiato medicina. Si è laureato nel 1988 e si è specializzato in oftalmologia. Assunse il ruolo di politico con la morte di suo padre Hafez al Assad nell’anno 2000 e dopo la morte accidentale di un fratello prima che assumesse quel compito.

Tutti i membri della NATO, fanatici alleati degli Stati Uniti, e alcuni paesi petroliferi alleati dell’impero in quella zona del Medio Oriente, garantiscono il rifornimento mondiale di combustibili di origine vegetale, accumulati durante più di mille milioni di anni. Di contro, saranno necessari almeno 60 anni per la disponibilità di energia proveniente dalla fusione nucleare di particelle d’idrogeno. Pertanto l’accumulo di gas serra continuerà ad aumentare a ritmi vertiginosi e con forti investimenti in tecnologie e impianti.

D’altro canto si afferma che nel 2040, tra solo ventisette anni, molti dei compiti che oggi svolge la polizia come fare le multe e altre incombenze, saranno realizzati dalle macchine. I lettori possono immaginare come sarà difficile discutere con una macchina capace di processare milioni di calcoli per minuto? In realtà alcuni anni addietro era qualcosa d’inimmaginabile.

Alcune ore fa, lunedì 26 agosto, i comunicati provenienti da agenzie stampa note al gran pubblico per i loro servigi sofisticati agli Stati Uniti, si sono impegnati a diffondere la notizia che Edward Snowden ha dovuto scegliere la Russia perché Cuba aveva acconsentito alle pressioni degli Stati Uniti.

Ignoro se qualcuno in qualche luogo abbia detto o no qualcosa a Snowden, giacché questo non è il mio compito. Leggo tutto quello che posso su notizie, opinioni e libri che si pubblicano nel mondo. Ammiro il coraggio e l’onestà delle dichiarazioni di Snowden che, secondo il mio parere, si è adoperato per far conoscere al mondo la politica veramente nauseante e disonesta del grande impero che mente e inganna al mondo. Su ciò che non sono d’accordo è che qualcuno, qualsiasi fossero i suoi meriti, possa parlare in nome di Cuba.

La bugia prezzolata. Chi è che la afferma? Il quotidiano russo “Kommersant”. Che cosa è questo libello? Secondo quanto spiega la medesima agenzia Reuters questo giornale cita le fonti vicine al Dipartimento di Stato americano: “[…] la motivazione di questa scelta è stata dettata dal fatto che all’ultimo momento Cuba ha informato alle autorità d’impedire a Snowden di salire sul volo dell’aerolinea Aeroflot”. Secondo il quotidiano, “[…] Snowden aveva trascorso un paio di giorni nel consolato russo di Hong Kong per dichiarare la sua intenzione di volare verso l’America latina via Mosca”. Se volessi, potrei parlare di questi temi che conosco in modo esteso.

Oggi ho osservato con molto interesse le immagini del presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Nicolás Maduro, durante la sua visita alla nave ammiraglia del distaccamento russo che fa visita al Venezuela dopo aver fatto scalo nei porti dell’Avana e Nicaragua.

Durante la visita del presidente venezuelano alla nave mi sono interessate alcune immagini grafiche. Una di queste si è contraddistinta per l’ampiezza dei movimenti dei suoi innumerevoli radar capaci di controllare le attività operative della nave in qualsiasi situazione si presenti.

D’altra parte abbiamo fatto delle indagini sulle attività del quotidiano mercenario “Kommersant”. A suo tempo è stato uno dei più perversi mezzi al servizio dell’estrema destra controrivoluzionaria, la quale si beneficia del fatto che il governo conservatore e lacchè di Londra spedisca i suoi bombardieri verso la Base Aerea di Cipro, pronti per lanciare le bombe sulle forze patriottiche dell’eroica Siria. Mentre che in Egitto, definito come il cuore del mondo arabo, migliaia di persone sono assassinate dai responsabili di un rude colpo di stato.

In quest’atmosfera si stanno preparando i mezzi navali e aerei dell’impero e i loro alleati per dare inizio a un genocidio contro i popoli arabi.

È assolutamente evidente che gli Stati Uniti cercheranno come di consueto fare pressioni a Cuba, così come fa con l’ONU o con qualsiasi altra istituzione pubblica o privata del mondo. Questa è una delle caratteristiche che contraddistinguono i governi di questo paese e non sarebbe possibile aspettare altra cosa da quei governanti, ma non in vano si resiste da 54 anni difendendo senza tregua – e tutto il tempo che fosse necessario -, facendo fronte al criminale blocco economico imposto dal ricco impero.

Il nostro maggiore errore è di non essere stati capaci d’imparare molto di più in un tempo molto breve.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Vincenzo Paglione]

Deputato venezuelano El Zabayar si arruola nelle Brigate della Resistenza Siriana

da patriagrande.com.ve

Il Deputato venezuelano di origine siriana Adel El Zabayar ha chiesto un permesso indefinito tramite lettera, che gli è stato concesso, per arruolarsi nelle brigate internazionali di resistenza in Siria.

El Zabayar,  ha preso la decisione di lasciare il suo seggio ed imbracciare il fucile per difendere la pace in Siria, dove si arruolerà nelle brigate della resistenza del paese assediato, che gli USA e i suoi complici cercano di invadere.

L’Asamblea Nacional (AN) ha emesso una dichiarazione di condanna contro l’aggressione militare degli USA ai danni della Repubblica Araba di Siria, approvata in Commissione mercoledì 28 agosto 2013, durante la sua prima riunione del presente ciclo legislativo.

Al termine della giornata, Fernando Soto Rojas è stato incaricato di dare a a conoscere la decisione di El Zabayar ed ha assicurato che il documento del parlamentare si consegnerà all’ambasciata di Siria in Venezuela.

Allo stesso modo ha affermato che da buon bolivariano Adel El Zabayar ha richiesto un permesso indefinito e lo stesso gli è stato concesso all’unanimità. Dal canto suo il deputato Soto Rojas ha rifiutato la complicità con la nazione nordamericana da parte della Gran Bretagna, della Francia e della Germania per invadere la Siria senza alcuna base legale.

[La Radio del Sur]

Siria, Carla Del Ponte: «Le armi chimiche sono dei ‘ribelli’»

armi chimiche medioriente

da controlacrisi.org

Domenica 5 maggio 2013, Carla del Ponte, il magistrato svizzero ex procuratore del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia dal 1999 al 2007, aveva già rovesciato il convincimento dell’opinione pubblica mondiale sottolineando che ad utilizzare le armi chimiche, a partire dal letale «gas sarin», in Siria, erano stati gli insorti e non gli uomini fedeli al regime di Bashar al Assad. Ad oltrepassare quindi il limite invalicabile (la famosa “red line”) di cui aveva parlato più volte Barack Obama, minacciando una reazione se ad usare le armi chimiche fosse stato Assad, sarebbero state invece le forze dell’opposizione. «Stando alle testimonianze che abbiamo raccolto – ha detto la Del Ponte, parlando ai microfoni della RSI (Radio della Svizzera Italiana) – i ribelli hanno usato armi chimiche, facendo uso di gas sarin, anche se le indagini sono ancora da portare a termine».

Del Ponte ha spiegato che le prove sono state raccolte dagli “investigatori”, Onu, “sul posto nei paesi limitrofi, che hanno interrogato le varie vittime e i medici degli ospedali”. L’ex magistrato elvetico ha confermato di aver visto in un ultimo rapporto della settimana scorsa che «ci sono concreti sospetti, se non ancora prove inconfutabili, che è stato usato del gas sarin, per come le vittime sono state curate», e, «questo utilizzo è stato fatto da parte degli opponenti… dei ribelli e non dalle autorità governative». Del Ponte punta il dito non tanto sui siriani anti-Assad ma contro le frange qaediste sottolineando che, “il fatto non ci sorprende perché negli opponenti si sono infiltrati combattenti stranieri».

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