(VIDEO) Yoani Sánchez in Italia: il Festival dell’intolleranza e del servilismo

di Vincenzo Basile (Capítulo Cubano)

Lo scorso 28 aprile, alla chiusura del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia è intervenuta la blogger “dissidente” cubana Yoani Sánchez che, da circa due mesi, sta attraversando le due sponde dell’oceano Atlantico, in un economicamente ingiustificabile tour mondiale carico di inganni, distorsioni e manipolazioni di ogni sorta della realtà cubana che la stanno smascherando dinanzi al mondo per quello che è in realtà, vale a dire, una pedina mediatica che il potente e onnipresente vicino del nord ha giocato nella sua decennale lotta contro il popolo cubano, un popolo che nel cortile di casa degli Stati Uniti ha deciso di scrivere autonomamente e indipendentemente la sua storia.
L’intervento al Festival di Perugia non solo non ha smentito il carattere settario della autonominatasi giornalista e la sua incapacità di fronteggiare domande scomode, ma ha anzi accentuato la sua completa mancanza di argomenti e l’estremismo -quasi fanatismo- dei suoi sostenitori, spalleggiati -all’unisono- da un’irresponsabile e sempre più servile stampa italiana.
Per comprendere ciò, bisogna prima di tutto riportare un evento senza dubbio sgradevole e di poco valore culturale. Infatti, dopo la presentazione del direttore de La Stampa, Mario Calabresi, l’intervento della Sánchez all’evento -che si è distinto da molti altri di questo genere per essere ad ingresso libero- è stato immediatamente interrotto da un piccolo gruppo che ha sventolato bandiere cubane e del Movimento 26 de Julio, gridando slogan per Cuba e contro gli Stati Uniti e non sfruttando l’occasione di poter smascherare le menzogne della blogger ponendole determinate domande.
Una volta allontanati dalla sala questi elementi rissosi, l’intervento di Yoani Sánchez si è svolto nella totale armonia, tant’è che -al termine di un quasi un’ora di monologo in cui l’intervistatore, Mario Calabresi, ha preparato e servito all’intervistata, Yoani Sánchez, le basi per reiterare un discorso monotono che ormai si ripete da mesi- lo stesso Calabresi, prima di dare il via alle domande, ha dichiarato: “Ringrazio tutti, anche chi non è d’accordo. Vi ringrazio per aver ascoltato con correttezza”.
Tuttavia, l’inizio del dibattito ha scatenato l’ira dell’organizzatrice dell’evento, Arianna Ciccone, la quale si è dimostrata completamente intollerante nei confronti degli interventi “critici” che avrebbero potuto distruggere il copione dominante del Festival: “la dissidente che lotta contro una dittatura comunista”
In tal senso, la Ciccone -ripetendo più volte di essere l’organizzatrice del Festival, quasi a voler affermare di avere per questo una sorta di potere superiore sullo svolgimento del dibattito- si è diretta con fare violento e prepotente contro alcuni membri dell’Associazione Italia-Cuba e AsiCuba Umbria, con l’evidente obiettivo di impedire che rivolgessero domande critiche a Yoani Sánchez, generando caos, sconcerto e contestazioni dinanzi alla sua postura intollerante e interrompendo quindi per diversi minuti il regolare svolgimento del dibattito. Successivamente, come affermato da numerosi testimoni che hanno partecipato all’evento, Arianna Ciccone avrebbe addirittura qualificato una delle signore che ha chiesto la parola, con squallidi e volgari epiteti, come “troia” e “vacca”.
Le uniche tre domande “critiche” rivolte a Yoani Sánchez -dopo un’ora di monologo sui mali di Cuba e tutte formulate in maniera cortese e con il massimo rispetto nonostante le interruzioni della Ciccone- hanno riguardato temi come la guerra non dichiarata che gli Stati Uniti combattono contro l’Isola da più di cinquant’anni, il suo recente viaggio a Washington e l’incontro con i congressisti cubano-americani a cui a chiesto più aiuto per finanziare un cambio politico a Cuba, le sue dimostrate riunioni con i rappresentanti diplomatici statunitensi all’Avana, la finta risposta di Obama ad una sul lettera, e le ripetute menzogne che divulga via twitter. Le risposte sono state tutte caratterizzate da un continuo discorso al contrario e inconcludente.
Ad esempio, per quanto riguarda l’importante questione del suo intervento nel Senato statunitense, un fatto che sarebbe considerato scandaloso e un atto di ‘tradimento’ in ogni altro paese del cosiddetto mondo democratico, in un delirio di onnipotenza, la Sánchez ha affermato di essere una “diplomatica popolare, una persona che in quanto cittadina ha il diritto ad esercitare la diplomazia”. Ha ribadito, ancora una volta, di aver chiesto al Senato la fine dell’embargo (secondo lei una scusa usata dal governo cubano) ed ha completamente eluso la parte della domanda attinente alle richieste di ‘aiuto’ che ha rivolto ai politici nordamericani e, soprattutto, al fatto di aver sostenuto incontri con congressisti statunitensi (di origine cubana) del calibro di Mario Diaz Balart -figlio di Rafael, senatore e ministro degli Interni di Cuba durante la dittatura di Batista, fuggito a Miami dopo il trionfo rivoluzionario rubando fondi dalle casse dello Stato per poi creare La Rosa Blanca, un’organizzazione composta da quasi tutti i membri dell’apparato repressivo di Batista- e Ileana Ros-Lehtinen -figlia di Enrique Emilio Ros Pérez, un altro ufficiale del regime di Batista- che è conosciuta a Cuba come la lupa feroce per essere tra le più veementi sostenitrici della linea dura contra la Rivoluzione e per aver appoggiato attivamente e pubblicamente attentati terroristici contro l’Isola, in uno dei quali perse la vita il terribilmente sconosciuto giovane italiano Fabio Di Celmo.
Oppure, ad esempio, per quanto riguarda le false risposte di Obama a una sua lettera che invece erano state scritte dal rappresentante diplomatico statunitense all’Avana, la sua argomentazione si è basata su una sorta di improbabile e contorto discorso al contrario: non è colpa di Obama che non ha risposto alla sua lettera o di lei che ha inventato una frode mediatica, è colpa del governo di Cuba che non è abituato a lavorare in squadra. Quindi, la finta risposta di Obama, non era un imbroglio, era solo il frutto di un normale lavoro di squadra del governo statunitense, sconosciuto a Cuba.
Nonostante questo ‘scambio di opinioni e di visioni’ tra la blogger e vari membri del movimento di solidarietà con Cuba, e nonostante la delirante ferocia di Arianna Ciccone, il trattamento mediatico dell’intervento di Yoani Sánchez al Festival Internazionale del Giornalismo è stato pressoché lo stesso. Tutti i media italiani a diffusione nazionale hanno fatto esclusivamente riferimento al piccolo gruppo iniziale che ha gridato slogan contro la Sánchez -identificandoli erroneamente con l’Associazione Italia-Cuba- ed hanno completamente taciuto tutto il resto del dibattito, la manifestazione d’intolleranza della Ciccone o le risposte evasive, ambigue e inconcludenti della stessa blogger “dissidente”, la cui parola sembra non possa essere messa in discussione.
Il Corriere della Sera ha pubblicato un articolo intitolato “La blogger Yoani Sànchez contestata a Perugia. Urla e schiamazzi contro la dissidente cubana” in cui ha letteralmente trasformato l’isolato delirio di Arianna Ciccone in scontri tra due fazioni: “forte concitazione (…) durante il dibattito: decine di persone hanno voluto prendere la parola, attaccando duramente la blogger. E ancora violenti alterchi tra contestatori e organizzatori, che cercavano di difendere la Sanchez. E di permetterle di parlare. Una vera gazzarra, placata solo dall’intervento di decine di poliziotti. La blogger è uscita scortata.
Il Fatto quotidiano ha completamente ribaltato la realtà, facendo diventare la risposta colorita della donna offesa dalla Cicconi e rivolta alla stessa Cicconi in insulti a Yoani Sanchez: “un’unica – e, per l’orgoglio nazionale, molto gratificante – variante italica: un ‘stronza, stronza’, istericamente gridato da una delle più attive ripudianti in direzione della ripudiata”.
Questo evento, lascia dietro di sé due macchie indelebili. Da un lato, quella dell’intolleranza di un insignificante gruppetto di rissosi -incapaci di stabilire un contatto sincero e autentico con la Cubarivoluzionaria di oggi giorno e che vivono ancora ancorati a degli schemi culturali del secolo scorso, mentre Cuba e l’America Latina costruiscono il nuovo socialismo del XXI secolo- e della “esuberante” Arianna Ciccone, che con poche parole e pochi gesti ha esternato tutta la sua intolleranza, rendendo definitivamente vano il senso del democratico evento con “ingresso libero”. Dall’altro, lo squallido servilismo informativo dei media italiani che hanno deciso di sostenere apertamente la corrente dominante rispetto alla questione cubana, vale a dire, demonizzare il “regime castrista” e i suoi sostenitori e celebrare i suoi critici e quelli che li appoggiano. La domanda, il giornalismo investigativo, la ricerca della verità, sono elementi addizionali e opzionali di un sistema informativo dove intervistatore, intervistato e mediatore seguono lo stesso copione, un sistema informativo ormai morto e decomposto, in attesa di sepoltura.

L’ultima mattanza di indios in Amazzonia.

imagesdi Davide Matrone

«Ho l’impressione che sia il principio di una guerra che preoccupa soprattutto i Haorani, perché la maggior parte di loro non si sente sicuro e credo che in questa zona nei prossimi tempi ci possano essere ancora delle vittime». Con queste allarmanti parole termina l’incontro con Eduardo Pichilingue Ramos, coordinatore dei diritti collettivi dell’Ecuador, che da anni segue da vicino le popolazioni ancestrali dell’Amazzonia. C’è effettivamente preoccupazione all’indomani della situazione venutasi a creare nella zona sud-est della selva ecuadoriana dopo la tragedia dello scorso 29 marzo, quando nella provincia dell’Orellana, 30 componenti della tribù dei Tagaeris-Taromenanis sono stati uccisi dai “cugini” della nazionalità Huaorani che hanno oltretutto catturato due bambine del gruppo avversario come bottino di guerra. La vendetta consumata, è scattata all’idomani dell’uccisione dei due capi tribù Huaorani, Ompure e Buganey, avvenuta il 5 marzo da parte dei Taromenanis in località Yarentero. Ci sono varie versioni su quest’uccisione ma la più attendibile al momento risulta essere quella secondo cui le tribù Tagaeri-Taromenani vedevano nelle figure di Ompure e Buganey una minaccia per i loro stretti rapporti con i coloni delle imprese del legno. Questi tragici eventi hanno scosso la “pacifica” convivenza delle tre popolazioni indigene e hanno suscitato preoccupazione nella società civile, che in data 10 aprile 2013 si è data appuntamento all’esterno del ministero delle Risorse non Rinnovabili dell’Ecuador per chiedere al Ministro Pastor di aprire un’inchiesta. Il timore principale è che si possa ripetere ciò che avvenne 10 anni fa, quando l’eccidio di altri 16 Tagaeri in località Cuchiyacu (provincia del Pastaza) rimase senza nessun responsabile durante il governo di Lucio Gutierrez. Dal 2003 ad oggi, nella zona sud orientale dell’Amazzonia non si erano registrati fatti di sangue tra le tribù che popolano quest’area ricca di risorse naturali. Nella provincia dell’Orellana e del Pastaza vivono circa 220 mila abitanti (secondo l’ultimo censimento del 2010) di cui 3000 membri della comunità Haorani e circa 300 indigeni tra Tagaeri e Taromenani. Queste due ultime comunità indigene, denominate «isolate» o «non contattate», dal 1956 hanno rifiutato qualsiasi relazione con la civiltà esterna, in quanto si sono sempre viste minacciate dalla invadente penetrazione delle imprese petrolifere e dalla continua estrazione legale e illegale del legno.

Espansione e destabilizzazione

È sembra proprio quest’ultimo fattore a scatenare questa nuova escalation di violenza dell’ultimo periodo, secondo Eduardo Pichilingue che precisa: «Negli ultimi decenni l’espansione delle compagnie transnazionali del petrolio e quelle legate all’estrazione del legno è aumentata in quest’area. Tutto questo ha fortemente destabilizzato la vita degli indigeni che hanno visto limitare il loro accesso alle risorse naturali e di conseguenza la lotta per la sopravvivenza si è resa sempre più difficile». Intanto sul versante istituzionale, il governo Correa ha aperto un’inchiesta governativa per chiarire la vicenda e ha realizzato due missioni sul territorio con la presenza della polizia, dell’esercito, del procuratore della Repubblica Galo Chiroboga Zambrano e di alcuni funzionari del ministero degli Interni. Le due bambine catturate, nel frattempo, sono state curate e vaccinate e oggi si trovano in buono stato di salute come ha dichiarato alcuni giorni fa la ministra della Giustizia Johana Pesántez. Che ha oltretutto precisato in un’intervista televisiva: «Abbiamo realizzato vari pattugliamenti aerei e terrestri per l’investigazione del caso, ma al momento non si è riuscito a localizzare nessun cadavere che possa avallare l’ipotesi di questa mattanza o di questo supposto attentato avvenuto nei confronti delle popolazioni isolate».

Al momento ci sono ancora molti lati oscuri di questa vicenda ma ciò che è ben chiaro è che quelli avvenuti il 5 e il 29 marzo non sono semplicemente due episodi di un conflitto interno tra clan, come ha inoltre dichiarato il presidente della Repubblica Correa lo scorso 16 aprile nella città di Colimes. Dietro c’è un processo molto complesso che parla d’altro. In Ecuador lo sfruttamento delle risorse ha fatto gola a innumerevoli imprese multinazionali, alle oligarchie del paese che negli anni hanno accumulato enormi ricchezze e ha fatto gola alle mafie locali legate soprattutto all’estrazione del legno. Tutto questo ha però inciso sulla pacifica convivenza delle popolazioni ancestrali con la pachamama («madre terra» in lingua Kicwa).

Nel frattempo con l’arrivo dell’economista Rafael Correa si sono realizzati alcuni cambiamenti positivi rispetto ai governi passati in materia di politica mineraria. Ma d’altro canto si sono create molte aspettattive poi trasformatesi in critiche per le contraddizioni che ancora emergono nella sua stessa politica governativa.

I cambiamenti positivi tra gli altri riguardano i nuovi contratti con le imprese petrolifere a favore dello Stato. Con il Decreto Esecutivo n˚662 in base alla riforma alla legge 42 / 2006 si è stabilito che i profitti staordinari delle multinazionali sarebbero stati del 99% a favore dello stato e del’1% a favore delle stesse imprese (nel governo precedente di Alfredo Palacios la percentuale era del 50%), mentre i profitti ordinari sarebbero aumentati fino all’80% rispetto al 20% del passato.

La nuova Costituzione approvata il 28 settembre 2008 stabilisce, attraverso gli articoli 313 e 318, il diritto dello Stato ad amministrare, regolare, controllare e gestire i settori strategici quali l’energia, le telecomunicazioni, l’acqua e le risorse naturali non rinnovabili. E infine, il processo di ammodernamento delle attrezzature e infrastrutture delle compagnie petroliere pubbliche esistenti (Petro Ecuador e Petro Amazonas) a partire dal 2011, attraverso la promulgazione della legge organica delle imprese pubbliche.

Le responsabilità dello Stato

Le critiche però, come detto non mancano, anzi. Varie organizzazioni sociali e ambientaliste come Acción Ecológica dichiarano da tempo che in Amazzonia la politica estrattiva dello Stato deve essere assolutamente cambiata e gradualmente eliminata e nel caso della mattanza dello scorso marzo si ritiene lo Stato responsabile. Intanto c’è un tavolo di dialogo tra le due parti, ossia tra il governo e le associazioni e lunedì 22 aprile c’è stato un incontro pubblico con il ministro della Difesa, il General Oswaldo Jarrin.

Durante l’incontro il rappresentante legale dell’organizzazione Acción Ecológica, Marcello Orellana, ha presentato al ministro un rapporto nel quale si dichiara la responsabilità totale dello Stato nell’eccidio avvenuto e chiede un incontro a livello nazionale con tutte le organizzazioni indigene e organismi dei diritti umani. Il ministro ha dichiarato che ci sono state varie ispezioni nella zone per recuperare i cadaveri e capirne di più e che c’è in atto un lavoro congiunto con le rappresentanze etniche della zona, con gli organismi della difesa dei diritti umani e i rappresentanti del governo per fare chiarezza.

«Connessione aprile», scoperto un piano per destabilizzare il paese

di Geraldina Colotti

Capriles insiste: «Il voto è una truffa, nuove elezioni»

Invalidare il voto delle presidenziali. In Venezuela, l’opposizione non demorde e continua a battere su questo tasto. Il 14 aprile, Henrique Capriles Radonski, leader della Mesa de la unidad democratica (Mud) è stato battuto per poco dal candidato chavista Nicolas Maduro (48,95% contro 50,78%). Ha subito gridato alla frode e ha incitato i suoi allo scontro aperto (9 chavisti sono stati uccisi), poi ha chiesto di ricontare manualmente tutti i voti. Una richiesta impossibile, poiché la Costituzione prevede il ricorso al voto elettronico, in base al quale si procede al riscontro del 54% delle schede prima di comunicare il risultato. Tutti gli organismi internazionali, presenti come osservatori, hanno d’altronde certificato la trasparenza e l’affidabilità del voto. Il Consiglio nazionale elettorale (Cne) ha comunque accettato di verificare anche il restante 46% delle urne. Capriles ha però fatto sapere che impugnerà comunque la decisione del Cne e ricorrerà al Tribunal supremo de justicia (Tsj). Il Comando Simon Bolivar (il comitato elettorale di opposizione) sostiene di aver raccolto «oltre 52.000 denunce» di irregolarità. Il chavismo ha reagito con video e testimonianze che argomentano violenze xenofobe, minacce e aggressioni da parte del campo avverso.

Il governo ha denunciato Capriles, leader del partito Primero Justicia e Leopoldo Lopez, coordinatore di Voluntad popular sia alla magistratura locale che alle istanze di diritto internazionale, ritenendoli responsabili morali delle violenze post-elettorali. Violenze preventivate, secondo il chavismo, che già prima del 14 aveva messo in guardia sull’esistenza di un piano destabilizzante. Il 26 marzo, alcuni deputati di opposizione avevano peraltro affermato l’intenzione di Capriles di invalidare comunque i risultati elettorali.

In questi giorni, il neo ministro degli Interni, Giustizia e Pace, Miguel Rodriguez Torres ha illustrato le prove raccolte a partire dall’ottobre scorso in merito a un piano eversivo denominato «Connessione aprile». Ha mostrato alcuni dei «500 filmati» in cui si vedono giovani appartenenti a gruppi di estrema destra e Organizzazioni non governative (Ong) ricevere soldi da agenti stranieri. In questo contesto è stato arrestato un cittadino nordamericano, Tracy Timothy Hallet, in procinto di lasciare il paese. Altri video mostrano dirigenti della Mud impegnati nell’organizzazione militare degli scontri di piazza. Il governo venezuelano ha dichiarato che presenterà una denuncia alle autorità statunitensi. «Tolga il naso dagli affari interni del Venezuela, signor Kerry» aveva detto Maduro dopo le prese di posizioni Usa a sostegno di un nuovo conteggio dei voti.

E mentre l’America latina aspetta il viaggio del presidente Usa Barack Obama (a partire da giovedì prossimo), il Venezuela prepara il 1 maggio. Anche Capriles ha deciso di scendere in piazza.

L’economia venezuelana e le condizioni sociali durante il governo di Chávez

di Jake Johnston e Sara Kozameh  

traduzione a cura di Paolo Rizzi

Il presidente del Venezuela Hugo Chávez è morto dopo quattordici anni di governo. Di seguito una serie di grafici che illustrano i cambiamenti sociali ed economici che hanno avuto luogo in Venezuela durante questo periodo.

1. Crescita (Media percentuale annua)


Fonte: Banco Central de Venezuela

Questo grafico mostra la crescita del PIL (nel grafico, in inglese, GDP) e del PIL pro capite prima di Chávez (1986-1999) e durante la presidenza di Chávez.

Dal 1999 al 2003, il governo non ha avuto il controllo della compagnia petrolifera statale, di fatto controllata dall’opposizione che l’ha usata per cercare di rovesciare il governo, anche con la devastante serrata (nel grafico, Oil Strike) del 2002-2003. Per questo, una migliore misurazione della crescita economica sotto il governo Chávez deve partire da dopo che il governo ha preso il controllo della compagnia petrolifera statale e, di conseguenza, dell’economia.

Nel grafico possiamo vedere questa crescita, dal 1999 al 2012 e con evidenziato il post 2004. Siamo partiti dal 2004 perché partire dal 2003, un anno di recessione a causa della serrata, avrebbe falsato la crescita del PIL nel periodo. Dal 2004, l’economia è tornata ai livelli di produzione di prima della serrata. La crescita dopo che il governo ha assunto il controllo della compagnia petrolifera statale è stata molto più veloce.

2. Crescita del settore Pubblico e del settore Privato. 1999-2012 (Media percentuale annua)


Fonte: Banco Central de Venezuela

Questo grafico mostra la crescita del settore privato e di quello pubblico durante gli anni di Chávez.

3. Inflazione, prima di Chávez e con Chávez.

Fonte: Banco Central de Venezuela

Inflazione in Venezuela, indice dei prezzi al consumo.

4. Tasso di disoccupazione. Prima e dopo la serrata petrolifera.


Fonte: Banco Central de Venezuela, INEC

Dopo la serrate petrolifera (e la profonda recessione che ne è conseguita) finite nel 2003, la disoccupazione è scesa drasticamente, dopo i molti anni di aumento prima dell’elezione di Chávez. Nel 1999, quando Chávez è entrato in carica, la disoccupazione era al 14,5%, nel 2011 al 7,8%.

5. Tasso di povertà e povertà estrema


Fonte: INEC

La povertà è diminuita significativamente dalla serrata, di quasi il 50%. La povertà estrema è diminuita di oltre il 70%.

6. Coefficiente GINI America Latina.


Fonte: Economic Commission on Latin America and the Caribbean

Il Coefficiente Gini, che misura la disuguaglianza dei redditi, è sceso da 0,5 a 0,397, il dato più basso nella regione sudamericana.

7. Spesa sociale come percentuale del PIL

Source: SISOV

La spesa sociale è raddoppiata dall’11,3% del PIL nel 2008 al 22,8% nel 2011 (Legenda dal basso verso l’alto: istruzione, sanità, edilizia, previdenza sociale, altro).

8. Educazione: iscrizioni (percentuale sul totale di individui in età scolare)

Fonte: SISOV

(Legenda dall’alto verso il basso: pre-elementari, elementari, scuola superiore)

9. Laureati

Fonte: Ministerio del P.P. para la Educación Universitaria

10.  Malnutrizione minorile al di sotto dei 5 anni (Percentuale)

Fonte: Instituto Nacional de Nutrición

11. Venezuelani che ricevono una pensione
pensions
Fonte: Instituto Venezuela de los Seguros Sociales

Il numero di venezuelani che ricevono una pensione è aumentato dai poco meno di 500mila nel 1999 a quasi due milioni nel 2011.

fonte: cepr.net

(4VIDEO) Rafael Correa continua a far ‘ballare’ i giornalisti…

Ancora una volta il Presidente dell’Ecuador Rafael Correa fa brillantemente “ballare” i giornalisti “occidentali” che tentano di far ballare lui…

Cosa che accadde già nel 2012:

… e sempre nel 2012 Correa si chiede: “Che fine ha fatto Anita Pastor…?”

Memorabile l’intervista del 2008 quando mise all’angolo il giornalista della Mafia di Miami:

Venezuela: le violenze squadriste, la situazione economica e la disinformazione dei media mainstream

di Fabrizio Verde

per it.cubadebate.cu

Il popolo venezuelano ancora segnato per la prematura scomparsa del Comandante Hugo  Chávez, che aveva vinto in ottobre le elezioni presidenziali, con una forza straordinaria nonostante la sua salute fosse già compromessa dalla malattia, si è recato nuovamente alle urne come previsto dalla costituzione bolivariana. Nicolás Maduro, successore indicato dal Comandante, ha sfidato l’esponente della destra Capriles, che è stato ancora una volta battuto. Indice incontrovertibile della volontà popolare di continuare nel percorso di costruzione del socialismo del XXI secolo, nel solco tracciato da  Hugo Chávez. La vittoria, però, è avvenuta con un margine inferiore rispetto alle attese. Una differenza percentuale di un punto e mezzo circa, rispetto ai dieci che indicavano i principali sondaggi diffusi.

Tanto è bastato alla destra – sempre in contatto con gli elementi più reazionari dell’establishment nordamericano che cercano disperatamente di recuperare l’egemonia perduta – spalleggiata da gran parte dei mezzi di comunicazione privati interni e internazionali, per gridare alla frode e chiamare i propri sostenitori in piazza. Il tutto senza produrre uno straccio di prova seria a suffragio di un’accusa tanto grave. Il classico copione da «rivoluzione arancione», come sottolineato da Maduro, volto a creare disordini miranti a sovvertire la volontà popolare. Insomma, la cronaca di un golpe ampiamente annunciato. Così, mentre in Italia venivano mostrate immagini di proteste pacifiche come il classico «cacerolazo», con la scusante della richiesta del riconteggio integrale dei voti, per le strade del Venezuela si scatenava la violenza. Criminale e fascista. Da denunciare senza tema di smentita.

Sono state assaltate e date alle fiamme sedi del Psuv, assediate abitazioni di militanti e dirigenti del processo rivoluzionario, la sede dell’emittente satellitare Telesur e della Venezolana de Televisión. Addirittura devastati venticinque Centri Medici Integrali dove i medici cubani assicurano prestazioni sanitarie gratuite per la popolazione, i supermercati statali Misión Mercal e le case popolari della Gran Misión Vivienda. In un inquietante crescendo di odio classista. Senza contare minacce e aggressioni fisiche subite da esponenti politici, giornalisti e artisti di sinistra. Il bilancio è pesante: sono ben nove i morti (sette colpiti a morte con armi da fuoco, due investiti da camion) e oltre cento i feriti, che dai media nostrani sono indicati come il frutto di generici e non meglio precisati «scontri» tra le fazioni in lotta e la polizia.

Il tutto condito dalla solita retorica ammiccante e assolutoria verso le forze di destra. Mai è stato rammentato che il sistema elettorale venezuelano viene considerato da un osservatore imparziale come l’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter, quale il migliore del mondo. «É un dato di fatto – ebbe a dichiarare l’ex presidente durante un convegno ad Atlanta della sua fondazione Carter Center – delle 92 elezioni che abbiamo monitorato, direi che il sistema elettorale venezuelano è il migliore del mondo». Un sistema completamente automatizzato (gli apparecchi elettronici sono gli stessi utilizzati negli Usa), dotato di molteplici livelli di sicurezza, con sistema di riconoscimento tramite impronta digitale. Il voto viene espresso tramite touch screen, con ricevuta cartacea che viene apposta in un’urna sigillata. Tutti gli osservatori e gli organismi internazionali presenti, compreso il membro dell’opposizione all’interno del CNE (Consejo Nacional Electoral), non hanno avanzato dubbio alcuno circa la trasparenza e correttezza delle operazioni di voto e scrutinio.

Altro tema su cui battono in maniera incessante i media mainstream, apertamente schierati con la controrivoluzione, è la condizione economica del Paese. Secondo quanto affermano, il Venezuela sarebbe nel pieno di una «devastante» – per citare l’aggettivo utilizzato in un servizio dal Tg1 Rai – crisi economica, figlia della scellerata gestione di Chávez. Incapace di sfruttare le ingenti entrate derivanti dell’esportazione di petrolio. Curioso che queste critiche provengano, dagli stessi mezzi d’informazione che difendono a spada tratta le suicide e, queste sì devastanti, politiche di austerità applicate in Europa come un dogma indiscutibile.

Le critiche si concentrano soprattutto sull’alto tasso d’inflazione, scarsa produttività del settore privato, corruzione, taglio della produzione agricola, aumento della criminalità. Insomma, si delinea il profilo di un Venezuela destinato a un irrimediabile declino. Con la pretesa di volerci spiegare che per risollevarlo ci sarebbe bisogno di quelle stesse politiche liberiste, già applicate in maniera selvaggia, che avevano distrutto il tessuto sociale dell’intera America Latina. Riprendendo in toto i temi cavalcati dall’opposizione guidata da Capriles, che poi curiosamente sono anche le medesime critiche mosse da Repubblica in Italia, che tramite il giornalista (?) Omero Ciai si allinea perfettamente alle posizioni ultracritiche dell’inviato del britannico Guardian a Caracas Rory Caroll.

Basta però andare alla lettura dei dati, per constatare come queste critiche strumentali e ideologiche, non reggano alla prova dei fatti. L’inflazione che a oggi viaggia al 27.8%, nel 1996, prima dell’avvento di Chávez, al potere superava il 100%, secondo i dati del Banco Central de Venezuela. La stessa istituzione che informa come negli anni della gestione  Chávez, il settore privato sia cresciuto in media del 3.03% annuo, mentre quello pubblico del 2,82% per anno. Per quanto riguarda il settore agricolo, invece, abbiamo un aumento annuo della produzione del 3%, unito all’esponenziale aumento della produzione di grano, che grazie agli sforzi del governo ha compiuto un balzo in avanti del 140%. Permangono problemi alla corrente elettrica e ai rifornimenti alimentari, ma questi sono imputabili all’esplosione dei consumi tra le fasce più povere della popolazione, e non alla diminuzione della produttività, visto che come si evince dai dati, non ha avuto luogo.

Un discorso a parte va poi fatto per i settori commerciali e industriali privati del Venezuela, da sempre dominati dai cosiddetti groupos economicos, che controllando settori chiave dell’economia al riparo dalla competizione, non sono mai stati «costretti» dal mercato a investire in produttività e innovazione tecnologica. Volendo ragionare con la stessa logica dei critici di  Hugo Chávez. Tirando le somme, dunque, anche l’accusa che le politiche socialiste del governo bolivariano abbiano danneggiato l’economia privata, non trova fondamento alcuno nella realtà.

La verità è palese: le classi dominanti non riescono ad accettare che le ingenti risorse derivanti dal petrolio, non siano più andate a rimpinguare i conti bancari dell’oligarchia come è sempre avvenuto. Ma bensì siano state utilizzate massicciamente per l’edificazione materiale del socialismo. Che significa, nella pratica, avere il minor tasso di disuguaglianza sociale della regione sudamericana – coefficiente di Gini 0,39 – supermercati statali con prezzi calmierati per le fasce sociali più deboli, case popolari – Gran Mision Vivienda – per chi prima era costretto in baracche di paglia e fango. Ingenti investimenti per la spesa sociale. Sanità universalistica e gratuita. L’accesso agli studi superiori garantito per tutti. Una pensione che permetta di affrontare con serenità la vecchiaia. Un sistema dove le ricchezze vengono distribuite equamente. Questo è il motivo reale per cui i servi dell’imperialismo riversano tanto odio e calunnie nei confronti di Hugo  Chávez e del movimento bolivariano.

Monedero: «L’Europa insorgente si incontrerà con l’America Latina»

Juan Carlos Monedero en La ONUJuan Carlos Monedero: «L’Europa insorgente, L’Europa dissidente e l’esempio dell’America Latina finiranno per incontrarsi»

di Francisco Fernández

Mercoledì, 24 Aprile 2013

Intervista realizzata venerdì scorso a Juan Carlos Monedero* approfittando della sua partecipazione ad un seminario che ha avuto luogo presso l’Università di Granada.

Qual è il panorama politico che si è presentato a Maduro durante le elezioni?

Maduro ha ricevuto due colpi. Il primo è stato la morte di Chávez, il leader evidente ed assoluto del processo bolivariano a livelli financo eccessivi, cosa che ha portato a che lui si caricasse troppo con il lavoro, impedendo allo stesso tempo che, intorno a lui, sorgessero altre leadership. Il secondo colpo che riceve Maduro sono le elezioni, nelle quali non si aspettava un risultato tanto stretto. Questo secondo spavento lo ha dovuto elaborare e digerire più rapidamente ma ha avuto come conseguenza due elementi molto positivi per il processo. In primo luogo, Maduro ha inteso che la leadership deve essere collettiva, qualcosa che lo ha portato a accentuare il lavoro collegiale del governo. E, in secondo luogo, la necessità di ricostruire l’egemonia del Venezuela, che non ha ereditato da Chávez e che la può realizzare solo girando tutto il paese e parlando con gli agenti politici e sociali, cosa che ha annunciato che farà.

A parte questi due colpi ha ricevuto un regalo drammatico: l’opposizione è tornata a mostrare il suo vero volto, il volto del fascismo; ha causato otto morti, Centri Diagnostici Integrali distrutti, militanti aggrediti e malmenati, membri del CNE, Consiglio Nazionale Elettorale, minacciati… in questo modo, questa destra patetica, fascista e golpista pensava che avrebbe sconfitto il governo, senza dubbio quello che è riuscita a raccogliere è stato il rafforzamento della leadership di Maduro.

In un’altra occasione hai segnalato che Maduro appartiene al «socialismo bolivariano». Quali saranno le linee fondamentali di queste idee?

Maduro è una persona che appartiene all’ala più avanzata del movimento bolivariano. Così come ci sono altri attori politici che si sono identificati con la boli-borghesia o con le posizioni più moderate. Maduro proviene da una formazione politica, quella della Lega Socialista e da una socializzazione della lotta. Nel suo discorso, il giorno stesso delle elezioni, è stato molto chiaro nel dire che si andava verso la costituzione del socialismo e che non ci sarebbe stato alcun dialogo possibile con la borghesia; si può avere un dialogo con gli attori dell’opposizione, ma non si può produrre nessun tipo di negoziazione con coloro che vogliono vivere del lavoro altrui. Con ciò il profilo politico progressista è chiaro.

Ed è bolivariano perché inoltre in questi 14 anni è stata una persona che ha costantemente condiviso il suo tempo con il presidente Chávez e in tutti i dibattiti; dall’Assemblea (in tutta la elaborazione legislativa, con la proposta delle leggi, nel dibattito delle stesse…) persino come Cancelliere, organizzando una integrazione regionale differente, come è l’UNASUR o anche come è l’ALBA, dove c’è un investimento delle forze di progresso differente in questa integrazione che è inedita al mondo.

A differenza della costruzione della Unione Europea che si realizza sui criteri capitalistici e competitivi, con piccole frange di solidarietà, la concezione dell’ALBA si traduce, esattamente all’opposto, in un accordo di cooperazione e di aiuto. Questa stessa concezione dell’ALBA accompagna Nicolás Maduro e sarà un riferimento nella sua gestione di Governo.

Senza dubbio, i mezzi di comunicazione non riflettono precisamente questa immagine, piuttosto puntano in direzioni molto diverse…

Maduro riceve una parte delle critiche che sono solite lanciare contro il processo bolivariano, motivo per il quale è stato accusato di autoritarismo, di essere castro-comunista, di censurare i media… Critiche vuote di qualsiasi contenuto e che generalmente sono menzogne. È stato inoltre obiettivo di un’altra accusa: è un conducente di autobus. Vale a dire un lavoratore. Quindi la figura di Maduro disturba i più conservatori perché questa crede che, come direbbe il Partito Popolare, in questo modo la «marca Venezuela» risulta screditata avendo come rappresentante un conducente di autobus, un lavoratore. Come se non avessimo visto laureati e dottori portare alla rovina interi paesi.

Quindi le critiche che ha ricevuto Nicolás Maduro non sono molto differenti da quelle che ha tradizionalmente ricevuto Chávez. Lo abbiamo visto durante le elezioni: lo si è accusato di frode elettorale – e non lo si è dimostrato perché è una menzogna –, lo si accusa di violenza poliziesca utilizzando una foto delle repressioni in Egitto, lo si accusa, utilizzando come esempio un piccolo paesino, di commettere una frode avendo più elettori che votanti – al contrario del candidato Capriles, che avendo due seggi, mostra soltanto una urna. Vale a dire che le accuse che abbiamo visto durante tutti questi anni contro il Venezuela sono state solo menzogne, ciò non significa che non ci siano problemi nel paese. Certamente, se è giusto ciò che diceva Bertrand Russell di Thomas Paine: «era un uomo con difetti, come qualsiasi essere umano, ma non lo si criticava per i suoi difetti piuttosto per i suoi pregi». In generale, gli attacchi che leggiamo al processo bolivariano non sono soliti coincidere con ciò che realmente si fa male, semmai sono attacchi relativi a cose fatte bene ma che sono di pregiudizio per i privilegi di taluni.

E perché tali critiche partono dagli USA e dall’Europa? Quali sono gli interessi?

Il Venezuela è la maggior riserva di petrolio del mondo. La geostrategia politica ed economica nordamericana è vincolata alle risorse naturali. Nella mappa dell’America Latina si sovrappongono risorse naturali, conflitti sociali e basi nordamericane, è una constante. Però, il Venezuela non solo ha il petrolio, in più, ha l’Amazzonia – le terre, l’acqua, il gas – ed anche un controllo su tutta la zona. Questo lo ha capito molto bene il Brasile e per questo la alleanza di Chávez e Lula è stata assoluta, poiché hanno capito esattamente la strategia nordamericana. E Maduro farà lo stesso, cioè, la non-integrazione latinoamericana sarà una integrazione del rispetto e della sovranità.

D’altro canto in America Latina troviamo anche altri processi di emancipazione, come lo zapatismo, che presentano, allo stesso tempo, alcune similitudini e certe differenze con il socialismo bolivariano.

Sì, tra il socialismo bolivariano e lo zapatismo ci sono affinità e divergenze. Lo zapatismo, se prendiamo in considerazione la definizione di John Holloway di «cambiare il mondo senza prendere il potere», basata sullo stesso movimento, si contraddice radicalmente con il presupposto bolivariano di «prendere il potere per cambiar il mondo».

I processi di trasformazione del Venezuela, dell’Ecuador, o della Bolivia si fanno dallo Stato. E da qui sorge inoltre una discussione che Chávez ha fatto chiaramente: lo Stato può essere una base di lancio, ma se non si bilancia con il Potere Popolare si converte in un mostro. L’eredità di Chávez ha evidenziato come il meglio del socialismo bolivariano è la creazione dello «Estado comunal», e ha esortato Nicolás Maduro affinché faccia della costituzione dell’Estado comunal la sua principale opera.  Lo Stato Comunale non è altro che il contrappeso dello stato neoliberale rappresentativo; qualcosa di inedito, qualcosa che deve essere inventato, che pone in parallelo gli elementi comunitari con quelli statali rappresentativi, che considero proprio adesso il cammino corretto.

Lo zapatismo con tutta la sua dignità e tutta la sua lotta complicata contro uno Stato corrotto come quello messicano, non può andare più in là della costruzione dei caracoles, cioè, nicchie di dignità condannate ad essere isole di resistenza, mentre il progetto sviluppato da Chávez ha cambiato il continente.

È possibile che alcuni elementi della politica venezuelana possano arrivare in Europa?

La politica venezuelana approderà in Europa. La censura informativa che si è costruita sul processo di cambiamento in America Latina si va a tradurre in un interesse crescente. Molte delle rivendicazioni che osserviamo nella Unione Europea andranno ad incontrare esempi con quello che da quindici anni si è iniziato a fare in America Latina. Soprattutto, nelle strategie contro il neoliberalismo che si traducono in processi di costituzionalizzazione che, a loro volta, si trasformano in processi antimperialisti che conducono a processi anticapitalisti.

Così come il 15-M e il Movimento degli indignados hanno scoperto la politica e le lotte per la giustizia e per l’uguaglianza, l’Europa insorgente, l’Europa dissidente, finirà con incontrarsi con l’America Latina. Così come ciò che è avvenuto nel Nord Africa ha aiutato a mettere in marcia i processi di trasformazione in Europa, quando si conosceranno i processi latinoamericani credo che accadrà qualcosa di simile ma più radicalizzato. Mentre le lotte del mondo arabo avevano come primo obiettivo liberarsi dai dittatori, l’obiettivo delle lotte in America Latina consiste nel liberarsi dall’ingerenza degli USA nelle economia nazionali, cosa che ha più a che vedere con i problemi che abbiamo in Europa.

A questo dibattito dovremmo aggiungere un’altra discussione, già aperta in America latina, sulla questione dell’estrattivismo ed il rispetto della Pachamama, che è una lotta che interessa molto l’Europa e che avrà sicuramente una eco.

Sotto quale forma possono apparire in Europa questi elementi che si incontrano in Venezuela?

Del Venezuela ci devono interessare più le domande che le risposte. Qui non ci sarà un Chávez, qui non aspettiamo che i militari diano una spinta al processo di emancipazione, nonostante il fatto che bisognerà contare anche su di loro. Qui non c’è una popolazione destrutturata come quella con cui ebbe a che fare Chávez, non esiste una dissoluzione delle strutture sociali intermedie come avvenne in Venezuela, non siamo paesi rentisti, non abbiamo petrolio, abbiamo una struttura statale differente…

Quello che abbiamo in comune con il Venezuela sono i mali del modello neoliberale, la sottomissione ai padroni stranieri e le necessità di costruire una identità nazionale o plurinazionale che condivida elementi comuni.

Ma, ritornando ad un punto che abbiamo segnalato prima, gli escraches non suppongono già un sintomo di una maggiore attenzione alle strategie politiche sviluppate in America Latina contro il neoliberalismo?

Più di un anno fa scrissi un articolo dove ipotizzavo che l’escrache era l’unica soluzione che vedeva il brutale trasferimento dai poveri ai ricchi; mi sembrava intollerabile che i ricchi potessero godere con assoluta impunità questa spoliazione. Quando ipotizzai ciò già ero molto cosciente del lavoro dei figli dei desaparecidos in Argentina, coloro che hanno praticato gli escraches. Per questo, il Sud già ci ha dato chiavi di comportamento di fronte alle istituzioni che qui non avevamo considerato; nelle nuove proteste, che coincido con quelle dell’America Latina, e che sono proteste contro il neoliberalismo, incontreremo linee di attuazione simili.

Non credi che gli escreches hanno prodotto un effetto mediatico simile a quello causato dal SAT l’estate passata?

Effettivamente. Tanto gli escraches come la espropriazione di sette carrelli sono il superamento dei meccanismi della democrazia rappresentativa quando questa già non dà risposte. Espropriare sette carrelli del supermercato significa ricordare che c’è gente che ha fame, quindi che non si sta applicando la Costituzione spagnola. Gli escraches, a loro volta, ci ricordano l’assenza di rappresentatività dei nostri rappresentanti. Vale a dire, sono una impugnazione della democrazia liberale rappresentativa.

Grazie agli escraches ricordiamo che quelli che si definiscono come i “mandatari” sono in realtà i “comandati” che chi comanda è il popolo e loro ciò che hanno da fare è obbedire. Ma hanno costruito una bolla istituzionale blindata con i privilegi che provenivano dalla lotta contro la monarchia assoluta e che si convertono in anacronismi per i senza vergogna ma che sfuggono sfruttando l’immunità parlamentare per rubare o per ottenere privilegi.

L’espropriazione di sette carrelli si è convertita in una crisi di Stato, qualcosa che ha spaventato le elites perché sicuramente gli ha ricordato altri accadimenti simili; per esempio, quando i poveri assaltavano i negozi, una immagine molto latinoamericana e che, all’improvviso, ti mette in discussione tutto un regime. Dopo l’attacco dei negozi in Venezuela ci fu una risposta repressiva molto forte, e da lì nasce Chávez. Se rubare sette carrelli della spesa genera una risposta repressiva da parte dello Stato, nasce un disagio profondo nella cittadinanza e sicuramente si determinerebbe allo stesso tempo una messa in discussione radicale del regime.

E gli escraches, allo stesso modo che rubare i carrelli evidenziano la fragilità e l’illegittimità del sistema, mettono in chiaro che questi gruppi di privilegiati già non hanno il favore popolare, e che, per tanto, non si può continuare a offrire ai banchieri europei il benessere degli spagnoli, non si può continuare a negoziare con la Merkel la compressione delle nostre pensioni, non si possono svuotare istituzioni o casse di risparmio per poi andarsene al ristorante di lusso a spendersele… ciò significa che finisce l’impunità di questo gruppo.

E, allo stesso modo che si è tentato di penalizzare e sanzionare le azioni del SAT, adesso si sta producendo – soprattutto da parte del Partito Popolare – una criminalizzazione degli escraches. Qual è il senso di questa strategia?

Gli escraches attaccano la linea di galleggiamento del sistema. Mirano alla proprietà privata, alla identificazione dello Stato come garante della società privata, ai corpi di sicurezza come corpi repressivi che proteggono la proprietà privata e lasciano in evidenza che «il re è nudo» facendo esplodere l’articolo 14 della Costituzione, nel quale si dice che «gli spagnoli sono uguali di fronte alla legge», e l’art. 9 che afferma che i poteri pubblici hanno l’obiettivo di rimuovere «gli ostacoli che impediscono o rendano difficile» il libero sviluppo degli spagnoli e delle spagnole. Per tanto gli escraches si situano nella difesa degli aspetti più emancipatori della Costituzione e coloro condannano gli escreches si schierano a difesa degli aspetti più repressivi del nostro sistema costituzionale.

Una volta in più siamo di fronte ad una lotta, una contraddizione tra il diritto alla proprietà privata ed i diritti umani. La Piattaforma dei Colpiti dall’Ipoteca, che realizza gli escraches, si schiera a favore dei diritti umani. In cambio, coloro che ricevono gli escraches rinunciano ai diritti umani e si schierano a difesa della proprietà privata.

(*) Juan Carlos Monedero è professore titolare di Scienze Politiche e dell’Amministrazione nell’Università Complutense di Madrid e direttore del Dipartimento di Governo, Politiche Pubbliche e Cittadinanza nell’Istituto Complutense di Studi Internazionali.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione a cura di Ciro Brescia]

Juan Carlos Monedero:
 «La Europa insurgente, la Europa disidente, va a acabar encontrándose con el ejemplo de América Latina»               
Francisco Fernández
Miércoles, 24 de Abril de 2013
 Juan Carlos Monedero en La ONUEntrevista, realizada el pasado viernes, a Juan Carlos Monedero* aprovechando su participación en un seminario que tuvo lugar en la Universidad de Granada.

¿Cuál es el panorama político que se le ha presentado a Maduro durante las elecciones?

Maduro ha recibido dos golpes. El primero ha sido la muerte de Chávez, quien ha sido líder claro y absoluto del proceso bolivariano a niveles excesivos, que llevaron a que él cargase con demasiado trabajo, impidiendo al mismo tiempo que, en su entorno, surgieran liderazgos alternativos. El segundo golpe que recibe Maduro es en las elecciones, donde no se esperaba un resultado tan ajustado. Este segundo susto lo ha tenido que procesar y digerir más rápido, pero ha tenido como consecuencia dos elementos muy positivos para el proceso. En primer lugar, Maduro ha entendido que el liderazgo tiene que ser colectivo, algo que lo ha llevado a acentuar la labor colegiada del gobierno. Y, en segundo lugar, la necesidad de reconstruir la hegemonía de Venezuela, que no ha heredado de Chávez y que solamente la puede armar recorriendo el país para hablar con todos los agentes políticos y sociales, cosa que ya ha anunciado que va a hacer.

A parte de esos dos sustos ha recibido un regalo dramático, y es que la oposición ha vuelto a sacar su verdadero rostro, que es fascista; ha generado ocho muertos, centros de diagnósticos integral devastados, militantes golpeados, miembros del Consejo Nacional Electoral amenazados… De esta forma, esa derecha patética, fascista y golpista pensaba que iba a acabar con el gobierno, sin embargo lo que ha conseguido ha sido reforzar el proceso de liderazgo de Maduro.

En otro sitio has señalado que Maduro pertenece al «socialismo bolivariano». ¿Cuáles serían las líneas fundamentales de ese ideario?

Maduro es una persona que pertenece a la izquierda del movimiento bolivariano. Así como hay otros actores políticos que se han identificado con la boliburguesía o con posturas más moderadas, Maduro viene de una formación política en la Liga Socialista y de una socialización de lucha. En su discurso, el mismo día de las elecciones, fue muy claro al decir que se iba a hacia la constitución del socialismo y que no había diálogo posible con la burguesía; podía haber diálogo con actores de la oposición, pero no se iba a producir ningún tipo de negociación con aquellos que quieren vivir del trabajo de los demás. Con lo cual el perfil de izquierda de Maduro está claro.

es bolivariana porque también durante estos catorce años él ha sido una persona que ha estado constantemente con el presidente Chávez y en todos los debates; desde la asamblea (en toda la elaboración legislativa, con el impulso de leyes, en el debate de las mismas…) hasta como canciller, armando una integración regional diferente, como es UNASUR o también como es el ALBA, donde hay un presupuesto de izquierda diferente en esa integración que es inédita en el mundo.

A diferencia de la construcción de la Unión Europea, que se hace sobre criterios capitalistas y competitivos, con pequeñas franjas de solidaridad, la concepción del ALBA se traduce, muy al contrario, en un acuerdo de cooperación y de ayuda. Esa propia concepción del ALBA acompaña a Nicolás Maduro y va a ser un referente en su gestión de gobierno.

Sin embargo, los medios de comunicación no reflejan precisamente esta imagen, más bien apuntan en direcciones bien distintas…

Maduro recibe una parte de las críticas que se suelen realizar sobre el proceso bolivariano, al que se ha acusado de autoritario, de castro-comunista, que cierra medios… Unas críticas vacías de contenido y que generalmente son mentira. Él ha incorporado una crítica nueva: es conductor de autobús. Es decir, es un trabajador. Entonces la figura de Maduro molesta a la derecha porque ésta cree que, como diría el Partido Popular, la «marca Venezuela» se ve deteriorada por tener como representante a un conductor de autobús, a un trabajador. Como si no hubiéramos visto a licenciados y doctores arruinar países.

Entonces las críticas que ha recibido y que va a recibir Nicolás Maduro no van a ser muy diferentes a las que tradicionalmente ha recibido Chávez. Lo hemos visto durante las elecciones: se le ha acusado de fraude electoral –y no se ha demostrado porque es mentira–, se le acusa de violencia policial utilizando una foto de la represión en Egipto, se le acusa, con el ejemplo de una pequeña población, de cometer un fraude habiendo más electores que votantes –sin embargo el candidato Capriles, habiendo dos mesas, solamente muestra una urna–. Es decir, las acusaciones que hemos visto durante todos estos años sobre Venezuela han sido mentira, lo cual no implica que no haya problemas en el país. Sin embargo, sí es cierto lo que decía Bertrand Russell sobre Thomas Paine: «era un hombre con defectos, como cualquier ser humano, pero no se le atacaba por sus defectos sino por sus virtudes». Por lo general, los ataques que leemos al proceso bolivariano no suelen coincidir con las cosas que realmente hacen mal, sino que son ataques que están vinculados a que se hacen cosas bien que perjudican a sectores privilegiados.

¿Y por qué esas críticas se realizan especialmente desde Estados Unidos y Europa? ¿Cuáles son los intereses?

Venezuela es la mayor reserva de petróleo del mundo. La geoestrategia política y económica norteamericana está vinculada a los recursos naturales. En el mapa de América Latina se superponen recursos naturales, conflictos sociales y bases norteamericanas, es una constante. Pero, Venezuela no sólo tiene petróleo, además, es la Amazonía –las tierras, el agua, el gas– y, también, es un control de toda la zona. Esto lo ha entendido muy bien Brasil y por eso la alianza de Chávez y Lula ha sido absoluta, porque han entendido perfectamente la estrategia norteamericana. Y Maduro va a hacer lo mismo, es decir, la no-integración latinoamericana va a ser una integración del respeto de la soberanía.

Por otra parte, en América Latina también encontramos otros procesos de emancipación, como el zapatismo, que guardan, al mismo tiempo, ciertas similitudes y ciertas diferencias con el socialismo bolivariano.

Sí, entre el socialismo bolivariano y el zapatismo hay afinidades y hay diferencias. El zapatismo, si hacemos caso a la expresión de John Holloway de «cambiar el mundo sin tomar el poder», basada en el propio movimiento, se contradice radicalmente con el presupuesto bolivariano de «tomar el poder para cambiar el mundo».

Los procesos de transformación de Venezuela, Ecuador o Bolivia se hacen desde el Estado. Y ahí también surge una discusión que Chávez tuvo muy clara: el Estado puede ser una palanca, pero si no se contrarresta con poder popular se convierte en un monstruo. La herencia que Chávez señaló como lo mejor del socialismo bolivariano es la creación del «Estado comunal», y le reclamó a Nicolás Maduro que hiciera de la constitución del Estado comunal su principal obra. Y el Estado comunal no es sino el contrapeso del Estado representativo neoliberal; algo inédito, algo que hay que inventar, pero que pone en paralelo a los elementos comunitarios con los elementos estatales representativos, que creo que ahora mismo es el camino correcto.

El zapatismo, con toda su dignidad y toda su lucha complicada contra un estado corrupto como es el mexicano, no puede ir más allá de construir caracoles, es decir, nichos de dignidad condenados a ser islas de resistencia, mientras que el proyecto desarrollado por Chávez ha cambiado el continente.

¿Y es posible que algunos elementos de la política venezolana puedan llegar a Europa?

La política venezolana va a terminar viniendo a Europa. El cierre informativo que se ha construido sobre los procesos de cambio en América Latina se va a traducir en un creciente interés. Muchas de las reivindicaciones que observamos en la Unión Europea van a encontrar ejemplos en lo que hace quince años se empezó a hacer en América Latina. Sobre todo, en estrategias contra el neoliberalismo que se traducen en procesos constitucionales que, a su vez, se transforman en procesos antiimperialistas que conducen a procesos anticapitalistas.

Igual que el 15-M y el movimiento de los indignados descubrieron la política y las luchas por la justicia y por la igualdad, la Europa insurgente, la Europa disidente, va a acabar encontrándose con el ejemplo de América Latina. Igual que lo que ocurrió en el norte de África ayudó a poner en marcha el proceso de transformación en Europa, cuando se conozcan los procesos latinoamericanos creo que va a ocurrir algo similar pero más radicalizado. Mientras que las luchas en el mundo árabe tenían como objetivo primero echar a dictadores, el objetivo de las luchas en América Latina era desterrar la injerencia de Estados Unidos en las economías nacionales, y eso tiene más que ver con los problemas que tenemos en Europa.

A este debate habría que añadir otra discusión, ya abierta en América Latina, sobre el extractivismo y el respeto a la Pachamama, que es una lucha a la que es muy sensible Europa y de la que también terminará haciéndose eco.

¿Bajo qué formas pueden aparecer en Europa estos elementos que ya se encuentran en Venezuela?

De Venezuela nos deben interesar las preguntas más que las respuestas. Aquí no va a haber un Chávez, aquí no vamos a esperar de los militares una tarea de impulso del proceso emancipador, aunque hay que contar con ellos. Aquí no hay un población desestructurada como la que se encontró Chávez, no hay una disolución de las estructuras sociales intermedias como las que había en Venezuela, no somos un país rentista, no somos un país con petróleo, tenemos una estructura estatal diferente…

Lo que compartimos con Venezuela son los males del modelo neoliberal, el sometimiento a patrones extranjeros o la necesidad de arma una identidad nacional o plurinacional pero que comparta elementos comunes.

Pero, volviendo a un punto que has señalado antes, ¿los escraches no suponen ya un síntoma de una mayor atención a las estrategias políticas desarrolladas en América Latina contra el neoliberalismo?

Hace más de un año escribí un artículo donde planteaba que el escrache era la única solución que veía a la brutal transferencia de los pobres a los ricos; me parecía intolerable que los ricos pudieran disfrutar con absoluta impunidad de ese despojo. Cuando planteé aquello ya era muy consciente de la labor de los hijos de los desaparecidos en Argentina, quienes pusieron en marchar los escraches. Por lo tanto, el Sur ya nos ha dado claves de comportamiento frente a las instituciones que aquí no habíamos considerado; en las nuevas protestas, que coinciden con las de América Latina, y que son protestas contra el neoliberalismo, vamos a encontrar líneas de actuación similares.

¿Y no crees que los escraches han producido un efecto mediático similar al causado por el SAT el verano pasado?

Efectivamente. Tanto los escraches como la expropiación de siete carritos son superaciones de los mecanismos de la democracia representativa cuando ésta ya no da respuestas. Expropiar siete carritos del supermercado es recordar que hay gente que está pasando hambre, incumpliéndose por tanto la Constitución española. Y los escraches, a su vez, son recordatorios de la ausencia de representatividad de nuestros representantes. Es decir, son una impugnación de la democracia liberal representativa.

Gracias a los escraches recordamos que los que se entienden como ‘mandatarios’ realmente son ‘mandatados’, que quien manda es el pueblo y ellos lo que tienen que hacer es obedecer. Pero habían construido una burbuja institucional blindada con privilegios que provenían de la lucha contra la monarquía absoluta y que se convierten en anacronismos para sinvergüenzas que se escudan en la inmunidad parlamentaria para robar o para obtener privilegios.

La expropiación de siete carritos se convirtió en una crisis casi de Estado, algo que asustó a las élites porque seguramente les recordó otros sucesos parecidos; por ejemplo, cuando los pobres asaltaban las tiendas, una imagen muy latinoamericana y que, de repente, te invalida todo un régimen. Después del asalto a las tiendas en Venezuela hubo una respuesta represora muy fuerte, y de ahí sale Chávez. Si robar siete carritos implicara una respuesta represora por parte del Estado, se desarrollaría un enfado profundo de la ciudadanía y seguramente se produciría al mismo tiempo un cuestionamiento radical del régimen.

Y los escraches, igual que robar carritos evidencia la fragilidad e ilegitimidad del sistema, dejan claro que ese grupo de privilegiados ya no tiene el favor popular, y que, por tanto, no puede seguir ofreciendo a los banqueros europeos el bienestar de los españoles, no puede seguir negociando con Merkel el endurecimiento de nuestros pensiones, no puede vaciar instituciones o cajas de ahorros para después irse a restaurantes caros a gastárselo… Es decir, se acaba la impunidad de ese grupo.

Y, del mismo modo que se intentó penalizar y sancionar la acción del SAT, ahora se está produciendo –sobre todo desde el Partido Popular– una criminalización de los escraches. ¿Qué explica tal estrategia?

Los escraches atacan la línea de flotación del sistema. Apuntan a la propiedad privada, a la identificación del Estado como garante de la sociedad privada, a los cuerpos de seguridad como cuerpos represivos que protegen la propiedad privada y dejan en evidencia que «el Emperador está desnudo» al dinamitar el artículo catorce de la Constitución, donde se dice que «los españoles son iguales ante la ley», y el artículo nueve, que afirmar que los poderes públicos removerán «los obstáculos que impidan o dificulten» el libre desarrollo de los españoles y españolas. Por tanto los escraches se sitúan en la defensa de lo más emancipador de la Constitución y los que persiguen a los escraches se sitúan en lo más represivo de nuestro sistema constitucional.

Una vez más tenemos una lucha entre el derecho a la propiedad privada y los derechos humanos. La Plataforma de Afectados por la Hipoteca, y quienes realizan los escraches, se sitúan a favor de los derechos humanos. En cambio, quienes reciben los escraches renuncian a los derechos humanos y apuestan por la propiedad privada.

(*) Juan Carlos Monedero es profesor titular de Ciencia Política y de la Administración en la Universidad Complutense de Madrid y director del Departamento de Gobierno, Políticas Públicas y Ciudadanía en el Instituto Complutense de Estudios Internacionales.

 

(VIDEO) Il compleanno della libertà e le majunches a Posillipo

di Pier Paolo Palermo
Amici del Bradipo, buonasera. Anche oggi, ve lo confesso, ho fatto una marachella. Invece di andare a seguire la mia lezione di pedagogia all’Università, nell’ambito nel percorso formativo che mi porterà a diventare il professor Palermo, me ne sono andato a fare una gita fuori porta con alcuni amici sovversivi. Dovete sapere che in data odierna si celebra l’anniversario dell’indipendenza del Venezuela, e per l’occasione il personale del Consolato napoletano della patria di Bolívar si è recato, come di consueto, a ricordarlo presso il busto del Libertador, al Parco Virgiliano. In una splendida cornice di sole, mare e la famosa “aria fina” celebrata da tanti capolavori della canzone napoletana classica, hanno preso la parola il Console, alcuni suoi collaboratori, e infine un sovversivo del quale non faremo il nome, ma al quale faremo riferimento d’ora in poi come “il facinoroso”, per ragioni che vi appariranno chiare a breve.
Ebbene, era tanto una bella giornata, gli interventi erano stati estremamente misurati ed equilibrati, nonostante la situazione di grave tensione che ha vissuto il Venezuela negli ultimi giorni (che hanno prodotto otto morti e diversi feriti); poi, poco prima di schierarci per una bella foto ricordo, un misterioso personaggio con la maglia della Vinotinto si avvicina al facinoroso, pronunciando la fatidica locuzione “lei mi deve una spiegazione”, Vabbè, non ha detto proprio così, ma quello era il senso. Invitato a unirsi a noi per lo scatto, declina l’invito. Mmmhhh…
Poco dopo, ecco spiegato l’arcano: alcune giovani donne, munite di cartelli e striscioni antichavisti, si avvicinano (pur rimanendo alla debita distanza di sicurezza) ed esprimono il loro dissenso rispetto a qualcosa. Siccome non è facile (almeno per me) capire che cosa si possa mai imputare al proceso bolivariano, mi avvicino, preceduto peraltro da un gruppetto di compagne e compagni (scusate il termine). La curiosità mi mangia vivo, non ho mai visto dei majunches da vicino. Come avevo ipotizzato, sono venezuelane. Una di loro ha perfino una pentola con sé, che però ha il buon gusto di non percuotere. Leggo i cartelli, chiedono il riconteggio dei voti.
Care amiche, forse non vi è arrivata la notizia, ma i voti si stanno già riconteggiando. E verrà confermato il risultato annunciato, state tranquille. Sappiamo quanto sia affidabile il sistema elettorale venezuelano, ce lo hanno detto gli osservatori internazionali. Ce lo ha detto Jimmy Carter, che lo ha descritto come il più affidabile che avesse mai avuto modo di conoscere. Ma voi volete il riconteggio. E va bene, lo avrete. Non era necessario sparare, aggredire, appiccare incendi. Non lo era, perlomeno, se il vostro obiettivo era una verifica del risultato elettorale, e non far sprofondare il paese in un clima che potesse giustificare un intervento militare. Ma non facciamo i malpensanti, parliamo con le signore.
Se non che, le signore tanto signore non sono. La loro antipatia per il neo-eletto Nicolás Maduro è viscerale, una parola tira l’altra, e ben presto una di costoro invita il facinoroso ad andarsene a Cuba, che nella sua immaginazione dev’essere una specie di riserva per comunisti pedofagi e liberticidi. Si scatena il parapiglia. Il facinoroso ha un diavolo per capello (meno male che di capelli non ne ha tantissimi…), le majunches sono quasi in lacrime, dicono di volere la pace, ma allora poi uno si chiede perché siano venute a provocarci, proprio nel giorno in cui si celebra l’indipendenza del loro paese. Si scopre ora che l’uomo misterioso è il marito di una di loro, nonché sedicente militante del M5S, che rimprovera al facinoroso di aver accostato il Movimento a un’esperienza a suo giudizio negativa. In realtà, è facilmente verificabile che lo stesso Grillo ha più volte fatto riferimenti a Chávez ed altri leader latinoamericani di sinistra, indicandoli come modelli positivi. Il facinoroso viene calmato a fatica, si inizia a discutere più pacatamente, non si trovano punti in comune (era oggettivamente improbabile) ma spunta qualche timido sorriso, da una parte e dall’altra. Non fa niente che il vostro candidato fa schifo alla merda, il Venezuela è anche vostro, e l’ex autista che denigrate con tanto astio e tanta supponenza perché figlio del popolo sarà anche il vostro presidente. Alla fine il facinoroso arriva perfino ad abbracciare la moglie della talpa vinotinto, e andiamo via sereni.
Bilancio della giornata: non ci sono più le mezze stagioni, Posillipo è sempre meravigliosa, e questa primavera sta portando una bella ventata d’aria fresca: perché quando la borghesia prende striscioni e pentole e scende di casa per andare a difendere i suoi privilegi (ebbene sì, erano tutte signore benestanti), vuol dire che l’aria sta cambiando. Apriamo le finestre, lasciamola entrare, questa aria nuova. Ve lo faccio dire anche dal grande Vincenzo Russo, figlio del popolo come Nicolás Maduro, nuovo presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela.

Contro le ingerenze imperialiste

(VIDEO) La solidarietà bolivariana a Roma

Roma 17 Aprile 2013.Manifestazione di solidarietà al nuovo presidente del Venezuela Maduro, davanti all'Ambasciata del Venezuela, contro i tentativi di colpo di stato,indetta da Rete No War, Ass. Italia-Cuba Roma, Amici Mezzaluna Rossa Palestinese.

RADIO ITALIA IRIB Hamid Masoumi Nejad corrispondente della RTV Iraniana in Italia

 

 

Per gli oltre tremila osservatori internazionali Maduro ha vinto

di Geraldina Colotti – Il Manifesto – 17apr2013

Aggressioni, violenze, intimidazioni, 7 morti e 71 feriti denunciati nel Tachira, nel Miranda, alla Limonera. Gruppi di destra armati e mascherati seminano il panico in Venezuela.
All’origine dei disordini, l’appello alla piazza di Henrique Capriles Radonski, il candidato di opposizione sconfitto da Nicolas Maduro alle presidenziali di domenica scorsa. Una sconfitta di misura, che ha attribuito 7.563.747 preferenze al candidato chavista e 7.298.491 al rappresentante della destra. La Mesa de la Unidad Democratica (Mud) non ha accettato i risultati, ha misconosciuto l’autorità del Consiglio nazionale elettorale (Cne) e ha chiesto un nuovo conteggio dei voti, uno per uno. Gli oltre 3.000 osservatori internazionali presenti e i 170 “accompagnanti”, hanno invece attestato l’inattaccabilità del sistema elettronico utilizzato. Anche uno dei rettori principali del Cne, Vincente Diaz, di opposizione, ha confermato la regolarità del voto.
I risultati fotografano problemi politici, non tecnici. Quando ha perso, seppure per un pugno di voti come nel referendum del 2007, il chavismo lo ha riconosciuto. Nelle regionali del 16 dicembre scorso, Radonski è diventato governatore dello stato Miranda con un margine di appena 30.000 voti sul ministro degli esteri Elias Jaua, il quale ha riconosciuto i risultati. Adesso, invece, Capriles ha scatenato i suoi.
Negli stati del Tachira e del Zulia, gruppi armati hanno incendiato le sedi del Partito socialista unito del Venezuela, minacciato i militanti, distrutto le reti alimentari, bruciato i quadri di Chávez e Bolivar: «Come nella hitleriana Notte dei cristalli, e i grandi media privati tacciono», ha commentato Jaua. Molte radio comunitarie denunciano aggressioni.
Le reti sociali hanno convocato una conferenza stampa per allertare sui «piani di golpe» della destra, basati sul doppio binario del discredito istituzionale e sulle provocazioni di piazza. È andata così nel 2002, durante il colpo di stato contro Chávez, l’11 aprile. Dall’alto dei palazzi, due cecchini hanno sparato allora sui manifestanti di entrambe le fazioni a Puente Llaguno, accusando il chavismo per isolarlo a livello internazionale. La storia è poi venuta fuori, comprovata da materiale video e dal lavoro delle associazioni per i diritti civili. Intanto, il popolo aveva rimesso a posto le cose, riportando al governo il presidente eletto.
Anche ora Capriles si è rivolto ai governi internazionali gridando alla frode. E ha invitato la Forza armata nazionale bolivariana (Fanb) a invalidare i risultati e a disconoscere la legittimità delle istituzioni, in primo luogo quella del Cne. Tuttavia, gran parte delle rappresentanze diplomatiche del mondo si sono felicitate con
il nuovo presidente. Solo il ministro degli esteri spagnolo GarciaMargallo si è espresso a favore di Capriles, suscitando le proteste di Caracas. Il capo del Comando strategico operativo, il generale Wilmer Barrientos ha ribadito che «la Fanb è fedele alla Costituzione».
Il nemico non è il popolo Lunedì Maduro ha ricevuto l’investitura dalla presidente del Cne, Tibisay Lucena. Giovedì assumerà l’incarico davanti al Parlamento. «Tutti hanno diritto di manifestare, ma senza violenze», ha dichiarato, e ha invitato gli oppositori presenti a «non cadere nella spirale dell’odio»: perché «il nemico non è il popolo venezuelano, ma l’oligarchia». Intanto, chavisti e opposizione si riversano nelle strade. Nel Lara e a Barinas la polizia ha risposto con lacrimogeni. Il governo moltiplica gli appelli alla calma. Per due ore, militanti della Mud hanno circondato la casa di Lucena, altri si sono recati davanti alle sedi di Telesur e di Venezolana Television, la prima ad essere stata chiusa durante il golpe del 2002. Nei quartieri di Caracas, dove Capriles ha vinto con 8,78 punti su Maduro, si svolgono cazerolazos contro il governo. Medici cubani della Mision Barrio Adentro denunciano aggressioni e vandalismi ai centri medici di quartiere. Un’attitudine che toglie il velo al falso ecumenismo progressista tenuto da Capriles durante la campagna elettorale quando ha promesso ai medici cubani la nazionalità venezuelana (qualora decidano di abbandonare l’isola).
«Non tollerano che a guidare il paese sia un presidente operaio», ha affermato Maduro. Quegli stessi media internazionali, che ieri chiamavano «scimmia» Chávez, considerandolo caudillo e grossolano, oggi ne esaltano la figura di statista e la cultura: e puntano il dito sulle scivolate dell’ex autista di autobus dimenticando quelle di Capriles, la cui inconsistenza culturale ha sempre fatto arrossire i ben più navigati politici della IV Repubblica, che partecipano alla Mud. I consulenti lavorano bene Fatto sta che questa volta i consulenti di immagine di Capriles hanno lavorato bene: consigliandogli di esaltare Chávez per abbassare «Nicolas» al suo livello. L’opposizione ha tenuto alta l’incertezza e la sfiducia durante la malattia del defunto presidente, aiutata dalle titubanze della parte avversa. Con allarmi, rumori e denunce, ha messo in ombra i piani di prevenzione «integrali» proposti dal governo. L’idea di una marcia notturna contro l’insicurezza, riuscita e mediatizzata, ha oscurato il lavoro quotidiano compiuto nei quartieri popolari dalle associazioni territoriali e i risultati ottenuti. Ha fatto dimenticare i disastri esistenti negli stati e nei municipi gestiti dalla Mud, dove il tasso di violenza fa schizzare le statistiche a livello stellare. Moltiplicando gli spot sui corrotti e sui «raccomandati» ha saputo giocare su invidie e rancori presenti negli strati popolari. Enfatizzando i difetti altrui, ha messo la sordina ai propri.
Nelle strade del Venezuela non ci sono bambini denutriti, nelle scuole libri e computer sono gratuiti, nell’ultimo anno sono state distribuite oltre 200.000 case popolari. L’opposizione ha però presentato un quadro apocalittico di crisi, inflazione e scarsità alimentare, eludendo il proprio ruolo nella faccenda. Rispetto alle ultime regionali, è così risultata maggioritaria in 6 stati (ne aveva persi 20 su 23).
E tuttavia Maduro ha vinto, seppur con margini più vicini a quelli degli Usa o dell’Europa che a quelli ottenuti da Chávez. Adesso, dall’Orinoco a Caracas il popolo appoggia il suo piano in cinque punti basato sul socialismo umanista, la difesa dell’ambiente, la sovranità alimentare e l’indipendenza. Intanto, il movimento discute: «Com’è possibile che, nonostante tutto quello che il governo ha fatto per gli strati popolari alcuni settori poveri abbiano votato per i loro oppressori?»

Appello ANROS (Capítulo ITALIA) con la Rivoluzione bolivariana!

Ai membri dell’Associazione Nazionale delle Reti ed Organizzazioni Sociali del Venezuela, alle organizzazioni di base, ai consigli comunali, alle radio comunitarie, a tutto il popolo venezuelano che appoggia la Rivoluzione Bolivariana:

Cari Compagni,

tenendo conto dei risultati elettorali che hanno dato come Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Nicolás Maduro lo scorso 14 Aprile nonché delle manifestazioni di stampo fascista che si stanno tenendo da parte dell’opposizione:

Il Movimento di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana, e i membri del collettivo ANROS Italia chiedono di

1- Ratificare la nostra solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana nella sua lotta per la costruzione del Socialismo del XXI secolo e la continuazione delle idee e dell’esempio del Presidente Hugo Chávez Frías;

2- Esigere dai gruppi oppositori che stanno portando avanti queste azioni, di rispettare i risultati pubblicati dal Consiglio Nazionale Elettorale, che esprimono la volontà del popolo venezuelano rispetto al progetto politico che desidera seguire;

3- Denunciare le azioni violente dell’opposizione che sono già costate la vita a varie persone e la distruzione dei beni pubblici, frutto dei progetti sociali portati avanti dal governo Bolivariano;

4- Diffondere attraverso i mezzi di comunicazione ufficiali ed alternativi, così come all’interno delle nostre associazioni e reti sociali, il risultato elettorale ed il comportamento fascista, antidemocratico e di sabotaggio dell’opposizione.

per ANROS (Capítulo ITALIA)
Indira Pineda
Ciro Brescia

aderiscono a questo appello:

Associazione ALBA

Redazione ALBAinFormazione per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli

Associazione di Amicizia Italia-Cuba, Circolo Campi Flegrei (Napoli)

Jóvenes del Partido de la Refundación Comunista (Napoli)

Colectivo Estrella Roja

Circulo Bolivariano Jose Carlos Mariategui (Napoli)

Centro Cultural “La Città del Sole”

[trad. dal castigliano Martina Tabacchini]

COMUNICADO DE SOLIDARIDAD

A: Los miembros de la Asociación Nacional de Redes y Organizaciones Sociales, a las organizaciones de base y consejos comunales, a las Radios Comunitarias, a todo el pueblo venezolano que apoya la Revolución Bolivariana.

Queridos compañeros:

Teniendo en cuenta los resultados electorales que dieron como presidente de la República Bolivariana de Venezuela a NicolásMaduro el pasado 14 de abril, y a las manifestaciones de carácter fascistas que están teniendo lugar por parte de la oposición:

El movimiento de solidaridad con la Revolución Bolivariana, y miembro del colectivo de ANROS en Italia Sostiene:

1-Ratificar nuestra solidaridad al pueblo bolivariano en su lucha por la construcción del Socialismo del XXI Siglo, y la continuidad de las ideas y el ejemplo del Presidente Hugo Chávez Frías.

2-Exigir a los grupos opositores que están llevando a cabo estas acciones, de Respetar los resultados publicados por el Consejo Nacional Electoral, que expresan la voluntad del pueblo venezolano respecto al proyecto político que desea seguir.

3-Denunciar las acciones violentas de la oposición que ya le han costado la vida a varias personas, y la destrucción de bienes públicos, frutos de los proyectos sociales llevados a cabo por el gobierno bolivariano.

4-Difundir en los medios de comunicación oficiales y alternativos, así como al interno de nuestras asociaciones y redes sociales, el resultado electoral y el comportamiento fascista, antidemocrático y de sabotaje de la oposición.

ANROS (Capítulo ITALIA)

SE SUMAN A ESTE APELO

Asociación Alba “Por la amistad y la solidaridad entre los pueblos”. Redacción alba Información.

Asociación de Amistad Italia – Cuba. Circulo Campi Flegrei (Napoli)

Jóvenes del Partido de la Refundación Comunista (Napoli)

Colectivo Estrella Roja

Circulo Bolivariano Jose Carlos Mariategui (Napoli)

Centro Cultural “La Città del Sole”

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