Israele in Africa: guerre fomentate e ricchezze rubate

da al manar

I Servizi segreti sudafricani accusano Israele di “fomentare insurrezioni” di vendere armi e di appropriarsi delle “proprie” risorse.

Nei documenti segreti ottenuti da Al Jazeera, trapela un profondo disprezzo degli agenti segreti del Sud Africa per i loro omologhi israeliani

Infatti, queste valutazioni accusano l’ intelligence di Israele di condurre politiche “ciniche” in Africa che includono il “fomentare le insurrezioni”, “l’appropriazione di diamanti” e persino il sabotaggio della fornitura di acqua all’Egitto.

La sfiducia politica da parte dei sudafricani non sorprende data la vasta cooperazione militare israeliana con il repressivo regime dell’apartheid rovesciato nel 1994. L’attuale governo sudafricano è guidato dall’African National Congress, AFC, sostenitore dell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina.

L’analisi prodotte dai servizi sudafricani critica duramente il tour dei paesi africani da parte del ministro degli Esteri israeliano nel 2009, definendolo “un esercizio di cinismo”.

Questo viaggio di nove giorni di Avigdor Lieberman in Etiopia, Nigeria, Ghana, Uganda e Kenya aveva gettato le basi per le vendite di armi e per l’appropriazione delle risorse africane, nascondendosi dietro “una facciata filantropica”.

Israele ha a lungo mantenuto legami con i paesi africani sulla base della propria sicurezza e le esigenze diplomatiche. I suoi legami con l’ex regime di apartheid in Sud Africa sono stati in gran parte basate su esigenze militari, inclusa la cooperazione per lo sviluppo di armi nucleari.

Il Kenya, dove le forze speciali israeliane prepararono e organizzarono un raid per liberare gli ostaggi all’aeroporto di Entebbe in Uganda nel 1977, è stata a lungo un suo importante alleato.

I reports dei media israeliani e nigeriani hanno riferito che, il mese scorso, gli Stati Uniti avevano bloccato la prevista vendita da parte di Israele di elicotteri militari alla Nigeria.

I media israeliani hanno recentemente accolto con favore l’approfondimento dei legami con Israele tra il presidente Goodluck Jonathan per evitare una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite il 30 dicembre, che aveva lo scopo di imporre un calendario per il ritiro di Israele dai territori palestinese occupati.

La Nigeria aveva inizialmente indicato che avrebbe sostenuto la risoluzione palestinese, ma in ultima analisi, la propria astensione ha impedito la risoluzione per ottenere la maggioranza richiesta in seno al Consiglio.

Politiche distruttive

Il rapporto “Geopolitica del paese e rapporti dei servizi segreti” preparato da Sudafrica nell’ottobre 2009, ha accusato Israele di perseguire “politiche distruttive” in Africa, tra cui:

 – Il mettere in pericolo la sicurezza della fornitura di acqua in Egitto: gli scienziati israeliani, secondo il rapporto, «hanno creato un tipo di pianta che fiorisce sulla superficie o sulle rive del Nilo e assorbe tali grandi quantità acqua da ridurre significativamente il suo volume che raggiunge Egitto». Il rapporto, tuttavia, non ha fornito alcuna prova aggiuntiva su questa affermazione.

– Rafforzamento della rivolta in Sudan: Israele «sta lavorando duramente per circondare e isolare il Sudan dall’esterno», dice il rapporto, «alimentando l’insurrezione in Sudan». Gli agenti del Mossad hanno anche «creato un sistema di comunicazione che viene utilizzato sia per spiare che per isolare le telecomunicazioni presidenziali». Israele è stato a lungo in disaccordo con Khartoum, ed ha sostenuto il movimento secessionista che ha creato il Sud Sudan, con cui ha rapporti diplomatici. Khartoum continua ad accusare Israele di essere responsabile degli attentati in Sudan.

– La subordinazione dei servizi segreti del Kenya: «Come parte del suo safari in Africa centrale, il Mossad aveva fornito informazioni ai keniani sulle attività di altre reti di spionaggio straniero». In cambio, si legge nel rapporto, il Kenya ha concesso il permesso di installare una sede sicura a Nairobi e ha fornito «un accesso privilegiato ai servizi di informazione in Kenya».

– La proliferazione delle armi di Israele ha «contribuito ad armare alcuni regimi africani e aggravato la crisi in altri, tra cui la Somalia, il Sudan, l’Eritrea e il Sud Africa», si legge ancora nel documento. Oggi, Israele «è alla ricerca di nuovi mercati per la sua gamma di armi» e segretamente fornisce armi ad “alcuni paesi, tra cui l’India, come quelle nucleari, chimiche, laser e quelle che utilizzano le tecnologia della guerra convenzionale».

– Appropriazione delle ricchezze minerarie dell’Africa. Israele «cerca di appropriarsi dei diamanti africani», dice il rapporto sudafricano oltre a «l’uranio, torio e altri elementi radioattivi utilizzati per la fabbricazione di combustibile nucleare».

– La formazione di gruppi armati, «i soldati israeliani a riposo sono alla ricerca di opportunità di lavoro come la formazione delle milizie africane, mentre gli altri membri della delegazione hanno facilitato i contratti degli israeliani con le varie bande».

Un esercizio di cinismo

Nel 2009, quando Lieberman ha fatto la sua visita ufficiale in Africa, il ministero degli Esteri israeliano ha rilasciato questa dichiarazione: «La visita in Africa è molto importante per rafforzare e migliorare la posizione di Israele nella la comunità internazionale».

Ma gli analisti dell’ intelligence sudafricana hanno una diversa interpretazione di questa iniziativa:

«Mentre Lieberman [sic] ha parlato con i leader africani per la fame, la mancanza di acqua, malnutrizione ed epidemie che affliggono le loro nazioni», sottolineano che  «le promesse di Tel Aviv agli Stati africani potrebbero essere considerato come un esercizio brillante di cinismo».

Il documento del Sud Africa aggiunge: «i tentacoli militari, della sicurezza, economici e politici  di Israele hanno raggiunto tutte le parti dell’Africa, dietro una facciata filantropica». E si ritiene che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha lanciato un’offensiva diplomatica per guadagnare amici in Africa.

Ma il Sud Africa non può attualmente essere considerato amico di Isarele, infatti, sulla base delle valutazioni dell’Agenzia per la sicurezza dello Stato, Lieberman ha ancora infastidito il governo sudafricano, nel novembre 2013, quando ha avvertito la comunità ebraica nel paese, forte di 70.000 persone, doveva affrontare un “pogrom” e non poteva salvarla, salvo quella degli immigrati in Israele, «immediatamente, senza indugio, prima che sia troppo tardi».

«Il governo del Sud Africa sta creando un clima di sentimento anti-israeliano e di anti-semitismo», aveva dichiarato Lieberman, che «porterà ad un pogrom contro gli ebrei del paese, sarà solo questione di tempo».

Il Consiglio ebraico sudafricano aveva condannato i commenti di Lieberman come “allarmisti e incendiarie”, sottolineando che l’antisemitismo in Sud Africa registra tassi contenuti.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Turchia: No alla lotta contro Daesh!

da al manar.com

Alla vigilia dell’adozione da parte del Consiglio di sicurezza della risoluzione Onu 2170 sulla lotta internazionale contro al-Daesh e Fronte Al  Nosra, il Washington Post ha pubblicato un’intervista con un certo Abu Youssef, un ufficiale della organizzazione terroristica Daesh nella regione di Iskenderun (Hatay) in Turchia.

Abou Youssef ha assicurato che i terroristi feriti Daesh sono curati in ospedali turchi e Ankara fornisce loro di tutti i servizi necessari.

Questo leader Daesh ha confermato ancora una volta l’entità del sostegno illimitato turco alle milizie terroristiche che combattono in Siria e in Iraq.

Politici curdi hanno già rivelato, con documenti e immagini a sostegno, che le autorità turche  supportano a tutti i livelli le organizzazioni armate in Siria. Mentre decine di indagini sono state pubblicate sulla stampa americana e turca su questo argomento.

E quando le condanna internazionali sugli abusi del Daesh piovevano da tutto il mondo, centinaia di persone, durante la celebrazione della preghiera di Eid al-Fitr, nella regione di Amrli, a Istanbul, hanno chiamato la jihad e la fedeltà al “Califfo” Abu Bakr Baghdadi.

Il fatto che 5000 turchi combattono nelle file dei Daesh non suscita timori nel governo turco. Uno studio recente ha dimostrato che 3 milioni di turchi supportano la richiesta di fornire una base per Daesh in Turchia!

Anche se le fonti di armi all’Isis-Daesh e al-Nosra sono al confine con la Giordania, i quantitativi di armi sono originari della Turchia, hanno confermato i rapporti occidentali.

Tornando al colloquio con Abu Youssef, un membro del popolo Partito Repubblicano, Mahmoud Tanal, ha presentato un’interrogazione contro il governo in parlamento, sulla veridicità dell’inchiesta pubblicata dal Washington Post con Abu Youssef.

Sono stati chiesti chiarimenti sulle circostanze che hanno permesso l’ingresso di questi leader Daesh nei territori turchi, e quindi, se il Ministero dell’Interno fosse a conoscenza di questa intervista e della cura dei feriti negli ospedali turchi. E quale sia, inoltre, la responsabilità del governo nel rapimento dei dipendenti del consolato turco a Mosul, all’ombra di informazioni su una presunta alleanza tra il governo e lo stato islamico.

Il governo turco conferma ogni giorno la portata del suo sostegno illimitato a Daesh e al-Nosra. Infatti, Ankara ha fatto una fuga in avanti attraverso l’uso di organizzazioni estremiste,  aprendo loro confini per indebolire il governo siriano e le autorità politiche turche in Iraq. Tutto questo si è verificato dopo il fallimento della politica turca in Siria, in Egitto e Arabia Saudita.

Ankara non sarà sconvolta nel vedere l’Iraq diviso in stati, in cui verrà stabilito lo stato del califfato con Mosul sua capitale. Lo stato di Daesh guidato da Baghdadi, si troverà costretto a trattare con la Turchia. Così, la Turchia avrà una zona dove imporrà il suo dominio e trarrà beneficio per il petrolio nella lotta contro l’Arabia Saudita e i paesi del Golfo.

Allo stesso modo, l’indipendenza del Kurdistan e le differenze tra Erbil e Baghdad saranno una buona opportunità per la Turchia per il transito del petrolio e del gas. Quello che sta accadendo,  è senza alcun rispetto per la sovranità e la Costituzione irachena.

Secondo il giornalista Sami Cohen del quotidiano turco Milliyet, la risoluzione delle Nazioni Unite sullo stato islamico in gran parte mette in imbarazzo la Turchia.

«La nuova alleanza internazionale contro Daesh, raccogliendo Stati Uniti, Francia, Iran e curdi, è molto simbolica. Ma la Turchia non ha aderito a questa alleanza, nonostante il pericolo Daesh. Con il pretesto di non esporre ad altri pericoli i propri diplomatici detenuti dal Daesh, la Turchia non farà parte di questa alleanza e non consentirà agli aerei americani di decollare dal proprio territorio per colpire lo stato islamico». Cosa che metterà in imbarazzo la Turchia nei confronti di Washington e di altri paesi, ha spiegato Cohen.

Ricordando che il presidente turco Recep Tayyip Erdogan aveva dichiarato, di nuovo,  la sua opposizione a un attacco aereo contro Daesh quando il presidente Barack Obama ha parlato nei primi giorni dopo l’offensiva contro il Daesh in Iraq.

La rielezione degli stessi leader politici in Turchia consacrerà il sostegno irresponsabile turco al terrorismo? In tal caso, la Turchia farà parte del problema invece di aiutare a porre fine al conflitto.

[Traduzione dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Intervista a Samir Amin: «I Fratelli Musulmani sono stati sconfitti»

da Fronte Popolare

13lug2013.- Adesso la Turchia può uscire dalla NATO

Riportiamo qui di seguito una parte dell’intervista che l’economista marxista egiziano Samir Amin ha concesso al quotidiano comunista turco Aydınlık organo ufficiale del Partito dei Lavoratori di Turchia (İşçi Partisi). Il nostro intento è quello di fornire al lettore italiano una migliore conoscenza dei recenti avvenimenti in Egitto che hanno portato alla deposizione da parte dell’esercito del Presidente Mohamed Morsi (NdR).   

Aydınlık: Ci sono stati vari commenti sul rovesciamento del Governo Morsi in Egitto. Alcuni lo chiamano colpo di stato, altri lo chiamano rivoluzione. Lei come lo definisce?

Samir Amin: Questa non è né una rivoluzione, né un colpo di stato. Questo è un vero e proprio movimento popolare, ovvero un movimento di massa.

Le elezioni dopo le quali Morsi ha preso il potere erano, senza dubbio, truccate; però è ovvio che una parte della popolazione lo sosteneva. Il popolo aveva voluto un alternativa al modello neoliberale di Mubarak ma ha sofferto a causa di una nuova dittatura per più di un anno.

Il modello che ha costruito Morsi era una dittatura, una versione islamica di quella di Mubarak. Lui non ha ascoltato nessun consiglio e ha sempre agito secondo le proprie convinzioni.

Questo atteggiamento di Morsi ha scatenato la reazione popolare del movimento “Tamarrud”. Questa iniziativa popolare ha raccolto più di 25 milioni di firme, un numero da non sottovalutare.

Ciò significa che la maggior parte della popolazione non vuole Morsi. Questo è un movimento popolare senza precedenti.

Perciò è ovvio che l’esercito non ha fatto un colpo di stato. Non si può chiamare un tale atto “un colpo di stato” in queste condizioni. L’esercito ha soltanto allontanato un dittatore dal potere politico. Questa era la richiesta del popolo.

I media occidentali dicono che Morsi sia capace di fare iniziare una guerra civile in Egitto. Questo non è vero. Se fosse vero, 20 milioni di cittadini non sarebbero scesi in piazza per protestare contro lui.

Anche se erano finanziati dall’Occidente (e dagli alleati dell’Occidente), i Fratelli Musulmani non sono riusciti a portare più di due milioni di persone in piazza. Perciò non si può parlare di un tale rischio (di una guerra civile). Sono avvantaggiati i rivali dei Fratelli Musulmani. I Fratelli Musulmani non rappresentano il popolo egiziano e adesso sono stati sconfitti.

I comandanti dell’esercito erano a conoscenza di questo fatto e perciò hanno arrestato Morsi.

Aydınlık: Come sono le relazioni tra l’esercito e gli Stati Uniti?

Samir Amin: Quando ci riferiamo all’esercito, dobbiamo prendere in considerazione il fatto che la maggior parte dei comandanti era vicina al regime di Sadat e Mubarak ed alcuni erano diventati loro complici. Con i fondi statunitensi e l’appoggio Occidentale sono diventati una parte della borghesia collaborazionista dell’Egitto.

Nonostante ciò, bisogna notare che ci sono tanti ufficiali nell’esercito che si sentono nazionalisti e nasseristi e non accetterebbero un intervento diretto da parte degli Stati Uniti. Penso che questi ufficiali si oppongano non solo agli Stati Uniti ma all’Occidente e ai suoi alleati “naturali” nella regione, come Israele.

Perciò anche loro hanno solidarizzato con le masse e hanno spinto l’esercito a fare questo intervento. Vedete che si tratta sempre della vittoria del popolo, e non dell’esercito, anche se questa non può essere definita come una “vittoria definitiva”.

Detto questo, non si deve dimenticare che l’esercito è pur sempre l’esercito e perciò dobbiamo stare attenti a qualunque tentativo militare che miri ad instaurare un regime autoritario.

Aydınlık: Ma c’è un rischio del genere?

Samir Amin: Sì, anche se non sembra molto probabile. Non viviamo negli anni ’40. I cittadini di oggi sono più razionali e coscienti. Anche due anni fa c’era una certa confusione verso i Fratelli Musulmani. Adesso si può vedere la vera faccia dei Fratelli Musulmani e degli ex oppressori come i neoliberali di Mubarak e i suoi alleati borghesi. Perciò possiamo dire che questo nuovo bilancio politico è stato portato dal popolo stesso.

Aydınlık: Chi c’è dietro questo movimento?

Samir Amin: Un movimento popolare che si chiama “Tamarrud”. “Tamarrud” significa “ribellione” o “rifiuto” in arabo. Forse anche voi usate la stessa parola in turco?

Aydınlık: No, da noi è diverso.

Samir Amin: Siccome ci sono tante parole arabe nel vocabolario turco, ho pensato che ci fosse anche questa.

Dunque, questo movimento “Tamarrud” ha unito tanti movimenti politici e sindacati in unico fronte. Tra le avanguardie ci sono, senza dubbio, le forze comuniste e socialiste. Inoltre, ci sono i piccoli borghesi e i contadini senza terra che lottano insieme agli operai e ai socialdemocratici per instaurare un ordine democratico e socialista. Ci sono anche tanti avvocati, medici, ingegneri, insegnanti, accademici, ecc. Hanno aderito anche tanti gruppi femministi. In sintesi, ci sono due modelli: il modello operaio e il modello piccolo borghese. Un modello attrae le masse oppresse, l’altro attrae le masse colte che comunque si sentono represse. Sono queste le persone che soffrono.

Aydınlık: Quindi ci sono cittadini egiziani di varie provenienze sociali?

Samir Amin: Sì, direi che si sono riuniti cittadini egiziani di varie provenienze sociali e politiche per opporsi al regime di Morsi. Certamente, ci sono anche degli opportunisti di destra che hanno deciso di appoggiare il movimento dopo aver visto che Morsi poteva cadere. Hanno pensato che questa fosse l’ora di imporre le proprie regole ai seguaci di Morsi.

Aydınlık: Chi sono i leader del movimento precisamente?

Samir Amin: Ci sono tanti leader. Come potete immaginare, ci sono grandi e piccoli movimenti. Ci sono manifestanti che vengono dai quartieri urbani e questi hanno i propri gruppi. Alcuni di questi manifestanti possono essere considerati dei leader. Quindi non possiamo parlare di un unico leader, però c’è un personaggio che unisce tutti: Hamdin Sabbahi. Lui aveva preso cinque milioni di voti nelle ultime elezioni presidenziali e quelli che lo avevano votato fanno parte della popolazione più colta dell’Egitto. Per “colto” non intendo “laureato” ma più politicizzato e più razionale. Certamente sono una minoranza numericamente però hanno la capacità di diventare forze di avanguardia.

Quei cinque milioni che hanno votato per Morsi, invece, sono la parte più fondamentalista dell’Egitto e hanno venduto la propria libertà per “i premi elettorali”.

Aydınlık: Quindi come è stato eletto Morsi? Democraticamente?

Samir Amin: No, le elezioni erano truccate senza dubbio. Era ovvio: miliardi di dollari sono stati messi a disposizione dei Fratelli Musulmani da parte delle potenze Occidentali. Peraltro i Fratelli Musulmani hanno preparato dei “premi elettorali” per le famiglie povere, cioè delle casse piene di zucchero, riso e carne. Ogni famiglia povera ha ricevuto una di queste casse. Sono state distribuite circa 30 milioni di casse.

I Fratelli Musulmani, insieme alla polizia, hanno occupato tutti gli uffici elettorali dello Stato. Infatti, hanno impedito anche agli addetti alla sorveglianza di entrare negli uffici. Tutti i giudici si sono lamentati delle elezioni però le organizzazioni “democratiche” dell’Occidente “sorprendentemente” non hanno notato niente. Interessante, no? L’Occidente non ha visto un fatto chiaro che era stato testimoniato personalmente da ogni cittadino egiziano che ha votato.

Quindi sarebbe assolutamente sbagliato dire che Morsi è il presidente legittimo dell’Egitto. Anzi, egli è tutt’altro che legittimo, è totalmente illegittimo!

Aydınlık: Il Governo Morsi aveva chiesto 6 miliardi di dollari come crediti al FMI però ha ricevuto 12 miliardi dollari dai paesi del Golfo e da Israele. Lei come interpreta questo fatto?

Samir Amin: Allora, i paesi Occidentali, il FMI e la Banca Mondiale hanno imposto delle condizioni impegnative all’Egitto prima di prestare i crediti. Lo stesso vale anche per i paesi del Golfo. Praticamente, queste condizioni riguardavano la continuazione delle politiche neoliberali, cioè le politiche economiche dell’imperialismo, però adesso ci sono più persone che riescono a collegare le politiche neoliberali con l’imperialismo, perciò direi che testimoniano un periodo speranzoso. Il neoliberalismo è stato applicato in Egitto per 30 anni, il regime di Morsi incluso, e ha sempre aumentato la povertà. Poi, ovviamente, è cresciuto anche il divario tra le classi sociali.

Perciò, la soluzione ottima è liberarsi gradualmente dal neoliberalismo. Le forze politiche sono pazienti e sanno che non possono risolvere tutti i problemi causati dal neoliberalismo in un giorno. Questa non è neanche una rivoluzione, quindi l’unica soluzione è la liberazione graduale. Le forze comuniste e socialiste hanno programmi che prevedono soluzioni simili, ed esse sono, ovviamente, le forze più progressiste riguardo ai diritti dei lavoratori, alla retribuzione minima, al laicismo e alla lotta antimperialista. Un governo decente può applicare queste politiche e se il Popolo vede che un’altra economia è possibile, le sosterranno anche i cittadini. Bisogna notare che i cittadini sono pazienti.

Un altro punto è questo: il Popolo e la maggior parte degli ufficiali militari sono stanchi dell’egemonia israeliana e statunitense nella regione e vogliono costruire un Egitto sovrano. In questo quadro sarà ben possibile un’alleanza tra l’Egitto e paesi come la Cina, l’India, la Russia, l’Iran, l’India, il Brasile e la Nuova Turchia. Questa è l’unica politica estera che l’Egitto sovrano può applicare.

Aydınlık: Un’ultima domanda sulla Turchia. Lei come interpreta le manifestazioni del mese di giugno?

Samir Amin: Penso che voi compagni turchi sappiate cosa sta accadendo in Turchia molto meglio di me ma se voleste sentire anche la mia opinione, ne sarei contento.

E’ ovvio che questo movimento in Turchia si oppone al regime fondamentalista e neoliberale di Erdoğan che usa anche dei metodi repressivi per silenziare l’opposizione. Il movimento è composto da varie forze politiche come i comunisti, i kemalisti, i socialdemocratici e i musulmani di sinistra. Penso che sia un movimento molto positivo e si vede che una delle posizioni condivise dalla maggior parte dei manifestanti è l’opposizione all’egemonia statunitense in Turchia. Perciò credo che la Nuova Turchia possa uscire anche dalla NATO, se continua con la stessa determinazione. Questo sarebbe un colpo molto forte per l’imperialismo statunitense.

[Traduzione a cura di Aytekin Kaan Kurtul -Fonte: aydinlikgazete.com]

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