Venezuela, il Senato italiano si intromette negli affari del Paese

L'immagine può contenere: 17 persone, folla, cielo e spazio all'apertodi Fabio Marcelli – ilfattoquotidiano.it

Con il voto favorevole delle forze politiche dell’ancien régime italiano e su iniziativa di un politicante come Pierferdinando Casini, che di tale ancien régime è un esponente esemplare, da sempre capace di restare a galla nella palude della politica italiana, il Senato italiano ha approvato, la scorsa settimana, una sciagurata mozione sulla situazione del Venezuela. A favore hanno votato, come accennato, Pd e Forza Italia e Lega Nord, contrari Movimento Cinque Stelle e Sinistra italiana.

Si tratta di una mozione sciagurata perché contravviene in modo evidente al principio di non ingerenza, non limitandosi a esprimere solidarietà al popolo venezuelano, cosa indubbiamente legittima e anzi auspicabile, purché si tenga conto di tutte le componenti di tale popolo, ma si colloca in modo aperto dalla parte dell’opposizione, rinunciando in tal modo a svolgere ogni possibile ruolo costruttivo nell’indispensabile dialogo promosso da Papa Francesco e vari politici come l’ex primo ministro spagnolo Zapatero.

Essa, fra l’altro, attribuisce tutta la responsabilità dell’attuale situazione di difficoltà economica al governo bolivariano, senza prendere in considerazione gli effettivi fattori di crisi, sia strutturali che congiunturali, esistenti e si erge a giudice della situazione costituzionale, affermando l’esistenza, tutta da dimostrare, di una pretesa violazione del principio di separazione dei poteri e della stessa Costituzione bolivariana vigente, sempre ovviamente da parte del governo.

Come un elefante in una cristalleria la maggioranza del Senato italiano fa propri senza alcuna riserva i punti di vista dell’opposizione venezolana (“Sembra scritta sotto dettatura dell’opposizione”, ha opportunamente osservato il senatore De Cristofaro), nel momento in cui sarebbe stata invece necessaria molta cautela e molto equilibrio, per entrare nel merito dei problemi auspicando e suggerendo soluzioni costruttive.

 

Casini era noto finora più che altro per aver a suo tempo espresso solidarietà a Dell’Utri, condannato per mafia, e per averlo fatto nella veste che allora aveva di presidente della Camera, suscitando critiche puntuali da parte di attori istituzionali responsabili, specie afferenti alla magistratura italiana. Sembrerebbe che ora egli voglia rinverdire i suoi fasti con la promozione di una mozione che costituisce un atto di sabotaggio nei confronti dei negoziati in corso fra governo e opposizione per evitare un peggioramento del confronto politico in Venezuela. Un chiaro, inammissibile appoggio, insomma, all’ala dell’opposizione venezuelana meno disposta al dialogo e che continua, sperando anche in Trump e nell’ascesa al potere della peggiore destra statunitense, a puntare le proprie carte sulla guerra civile che le forze responsabili presenti nel Paese vogliono invece giustamente evitare. Sulla stessa scia va registrata la presa di posizione dell’improbabile ministro degli esteri Alfano, che anch’egli sembra dare per prematuramente falliti i negoziati di pace.

In modo ben più obiettivo e responsabile, la mozione proposta dai Cinquestelle faceva invece ampio riferimento ai successi ottenuti, nonostante tutto, dal governo venezuelano nei settori dell’alimentazione, della salute e dell’educazione e si concludeva impegnando il governo sui seguenti punti:
1) ad avviare un dialogo con il governo venezuelano, nel pieno rispetto del principio di non ingerenza negli affari interni di altri Stati, al fine di tutelare la sicurezza e il benessere dei cittadini venezuelani e in particolare degli Italo-Venezuelani;
2) a rigettare con forza qualsiasi posizione oltranzista e ogni pratica violenta, supportando, con ogni mezzo necessario, l’iniziativa di pace della Santa Sede;
3)
a chiedere a Caracas di aumentare le misure di sicurezza a protezione della comunità italiana, predisponendo quanto necessario a garantire una vita tranquilla agli italo venezuelani nel Paese;

4) a chiedere all’opposizione venezuelana di fare quanto possibile per isolare i violenti e ripristinare le condizioni di dialogo nell’interesse del popolo venezuelano;
5) ad avviare una contrattazione per ripristinare i voli aerei da e per Caracas dal nostro Paese, agevolando i nostri concittadini nel Paese latino americano, anche con tariffe scontate;
6) a sostenere procedure di pagamento dei crediti vantati dalle imprese italiane anche attraverso contropartite in petrolio, di cui il Paese è particolarmente ricco e i cui prezzi sono in ripresa, permettendo così il recupero delle ingenti somme vantate dalle nostre imprese in tempi più rapidi.

Il Parlamento dei nominati, di cui speriamo di sbarazzarci il prima possibile, ha invece preferito di seguire Casini e Alfano sul cammino inaccettabile dell’ingerenza e del sostegno di una delle due parti in causa, in netta contraddizione con gli auspici ufficiali di successo del negoziato formulati, fra gli altri, da esponenti come Giro e Mogherini. Una pagina indubbiamente buia della politica estera italiana.

L’ingerenza del senato italiano contro il Venezuela bolivariano

di Giusi Greta Di Cristina*

ilpartitocomunistaitaliano.it

Succede talvolta che il Senato di un Paese che si dice democratico e repubblicano divenga il luogo scelto per lanciare un attacco politico ad un altro Paese, anch’esso democratico e repubblicano.

È successo in Italia, qualche giorno fa. E la vicenda è talmente grave da non poter stare zitti e farla passare come l’ennesima dimostrazione dell’ignoranza o malafede di chi ci rappresenta nelle Istituzioni.

Il 17 gennaio scorso il senatore Pierferdinando Casini ha presentato una mozione, a suo modo di dire, a difesa dei nostri “connazionali” in Venezuela, ma che noi preferiamo chiaramente indicare estremamente lesiva nei confronti della Repubblica Bolivariana del Venezuela, del suo Governo, dei nostri rapporti con le legittime istituzioni bolivariane e, infine, del popolo venezuelano tutto. Non ultimo per importanza il contenuto della mozione potrebbe creare una eco profondamente errata rispetto al Paese latinoamericano tale da influenzare politicamente i non addetti ai lavori.

Mossi ancora da incredulità e da sconcerto abbiamo deciso di rispondere, punto per punto, alla mozione “sulla crisi del Venezuela”, presentata il giorno 17 gennaio scorso dal senatore Pierferdinando Casini e cofirmata da un bel numero di senatori. La mozione è stata poi approvata martedì 24 gennaio.

Il quadro descritto è da far rabbrividire: fame, miseria, privazioni, povertà, criminalità, collusione tra criminalità e potere, mancanza di cibo e medicine. Addirittura qualcuno tra i cofirmatari della mozione parla di “crisi umanitaria”(Orellana).

Il senatore Casini afferma di non voler fornire giudizi politici né sul comandante Chávez né sull’attuale presidente Maduro. Eppure parla di regime, di prigionieri politici, di azzeramento delle libertà costituzionali, di parlamentari arrestati. E continua, assieme a qualche altro cofirmatario intervenuto, che ci tiene davvero tanto a che questa mozione venga considerata per quella che effettivamente è secondo lui: la difesa dei diritti dei nostri “connazionali”, degli italiani che vivono in Venezuela e che starebbero diventando poverissimi a causa dei pessimi governi chavisti: anzi, per dirla con le parole del sen. Luciano Rossi, “i nostri connazionali (…) oggi si vedono in una situazione di assoluta indigenza”.

Si parla in essa di votazioni i cui risultati non sarebbero stati rispettati dal Governo, di un Paese che dipende economicamente dal petrolio a causa della sua incapacità politica e di gestione.

Il senatore chiede, infine, che siano rafforzate le sedi diplomatiche e consolari, per rispondere all’angoscia dei nostri connazionali, e di agire affinché il Venezuela torni ad essere un Paese civile.

Quel che il senatore ha rappresentato attraverso il suo discorso in Senato è frutto di una precisa visione e un preciso intento ed è per questo che è necessario ribadire con forza che quello che è stato scritto, e che in tanti hanno firmato, risponde al desiderio non già di interpretare veramente ed efficacemente l’attualità venezuelana ma di contrapporre un peso politico, dando all’Italia un ruolo nello scenario internazionale che noi, in quanto comunisti e anti-imperialisti, e ancora prima in quanto cittadini liberi, non possiamo accettare.

Nel suo discorso il Senatore cita come unica fonte il suo recente viaggio nel Paese sudamericano. Una visita, peraltro, svolta in solitaria, una visita non istituzionale e non per incontrare le Istituzioni. Non quindi un senatore italiano preoccupato per le sorti di un Paese che reputa vicino per tradizione e cultura, dato il grande numero di italiani lì emigrati, ma un politico italiano che è andato ad incontrare la parte politica del Paese a lui ideologicamente congeniale.Il senatore ha difatti incontrato i rappresentanti della destra, dell’opposizione al governo: ci chiediamo per quale motivo, se si trattava di una formale visita istituzionale, il Senatore Casini non abbia seguito la procedura diplomatica tradizionale, chiedendo formalmente prima alle istituzioni del Venezuela di incontrare i suoi ministri o il Presidente.Ci chiediamo perché un viaggio in solitaria, da semplice cittadino insomma, debba assumere un peso e un risvolto politico e istituzionale.

Il rispetto delle vie diplomatiche e istituzionali rappresentano il primo passo infatti verso la creazione di un rapporto proficuo fra due nazioni. Rapporto che il senatore non ha avuto forse voglia né tempo di curare con le sedi diplomatiche venezuelane in Italia, dato che, ci risulta, non sia mai stato presente nell’ultimo anno e mezzo ad alcun incontro presso l’Ambasciata della Repubblica Bolivariana in Italia.

Le lacune informative della mozione si avvertono in maniera imbarazzante quando, si fa riferimento a miseria, privazione, mancanza di medicinali. Anche questa volta, ancora una volta, non si fornisce documentazione, ma racconti, ricordi. Nessuno, in Senato pare ricordare che il Venezuela sta attraversando in questi ultimi anni attacchi interni terribili: camion che trasportano medicine e beni di prima necessità “bloccati” e poi ritrovati dall’esercito venezuelano abbandonati o nascosti in depositi, per non farli arrivare alla maggioranza della popolazione civile. Questi episodi sono stati denunciati, filmati, e a nessuno sfugge che il non farvi cenno sia indice di una precisa volontà di testimonianza degli eventi.

Gli elementi esposti in Senato servono a tracciare il quadro di un Paese in ginocchio, ma non si mostra uno straccio di dato utile. Allora vorremmo essere di aiuto ai nostri Senatori. Per esempio invitandoli a visitare siti come quello del CEPAL o della FAO, organizzazioni internazionali di certo non “chaviste. Essi dimostrano che la tendenza rispetto alla povertà, alla nutrizione, alla mortalità infantile in Venezuela sono tra i migliori dell’America Latina. Vi è stato un abbassamento dei valori a seguito della crisi economica globale, che non poteva non avere ripercussioni anche in America Latina come nel resto del mondo, ad esclusione di qualche super potenza, tra cui non rientra l’Italia. Il senatore racconta di aver visto donne, bambini e anziani cercare qualcosa da mangiare nella spazzatura. Ci chiediamo, non senza allarmi, dove viva il nostro Senatore, a quale “paese reale” faccia riferimento quando il termine di paragone è l’Italia. Ci chiediamo se gli sia giunta la notizia delle migliaia di italiani che rinunciano alle cure mediche perché non sanno come pagarsi i medicinali, o del fatto che non si mangi quasi più carne. E della disoccupazione giovanile e delle sue percentuali stellari? Invitiamo pertanto il Senatore a segnare in agenda fra i suoi viaggi anche uno in Italia, in quella vera però, quella esasperata dalle emergenze a cui non riesce a porre rimedio, quella del Sud, per esempio, affinché si accorga dello svuotamento dei paesi e delle città del suo interno, della solitudine e della disperazione, di un futuro percepito come impossibile. Il Venezuela ha ricevuto ineludibili riconoscimenti da parte di questi organismi internazionali per i piani di sviluppo che hanno consentito a tutti i cittadini di andare a scuola, avere un tetto, curarsi, sfamarsi. La CEPAL ha addirittura intitolato proprio a Hugo Chávez il programma contro la fame in Venezuela e lo ha rilanciato, a novembre del 2016, col nuovo programma “SANA”. Tutto questo, ovviamente, in maniera gratuita. Chávez ha rivoluzionato il suo Paese, ha indicato la strada agli altri Paesi dell’America Latina su come decidere del proprio territorio, delle proprie ricchezze, affinché tali ricchezze potessero finalmente servire a migliorare la vita della maggior parte possibile della popolazione venezuelana. Maduro ha continuato su quella via, osteggiato dalle grandi compagnie di commercio e dalle industrie di matrice straniera, ricreando così in Venezuela uno scenario molto simile a quello creato ad arte nel Cile di Allende, per favorire lo scoppio di rivolte e di golpe. Ci pare davvero inopportuno che un Governo, quello italiano, che dinanzi a una povertà sempre più crescente nel suo Paese, con accadimenti gravi come quelli dei terremoti in Centro Italia, e con una occupazione inesistente voglia far da faro a una Nazione che sceglie il popolo e non le banche, come si fa da noi.

Ma il nostro è un paese capitalista, alleato di Paesi capitalisti, interessato all’interesse dei pochi e non dei molti. Ecco probabilmente perché, con una mancanza di lungimiranza politica davvero incredibile, ci si rivolge ad un legittimo governo straniero, per chiedere, tra l’altro, il rispetto per la vita e i soldi solo di una parte dei cittadini (che sono italo-venezuelani, per inciso, non italiani) e non, semmai, di un intero popolo.

Nella surreale discussione aperta sulla mozione, i senatori hanno aperto sulla possibilità di potenziare gli istituti diplomatici o chiedere al governo venezuelano di predisporre eccezionali misure di sicurezza a tutela dei nostri concittadini (si parlava di presidi di polizia, scorta, controlli delle aree aziendali e delle aziende): riteniamo fuori misura la richiesta che il Governo debba mettere a disposizione parte delle forze armate solo per una categoria di cittadini, che sono cittadini fra i cittadini, venezuelani fra i venezuelani, che hanno vissuto, dal momento in cui si sono trasferiti nel Paese latinoamericano, le vicissitudini del Paese. Immaginiamo solo per un momento che un qualsiasi Governo straniero dovesse chiedere a quello italiano di predisporre misure extra di salvaguardia per i suoi concittadini trasferitisi in Italia: che risposta darebbe il nostro Governo?

Forse la parte più grave della mozione è quella ad indirizzo politico. Il senatore, infatti dice di non dare giudizi politici e invece li dà eccome, non riportando però la corretta lettura dei fatti. Alle ultime elezioni per il Parlamento la destra ha stravinto: è stato lo stesso Maduro ad ammetterlo (prova ne sono i video facilmente reperibili). Perché, a differenza di quel che accade in Italia, altrove le sconfitte vengono riconosciute come tali. Ma il Parlamento appena eletto non ha seguito le procedure previste. Nella Magna Carta della Repubblica del Venezuela (che, preme ricordarlo, è una Repubblica Presidenziale e non Parlamentare) non è prevista la procedura utilizzata per esempio in Brasile, ma è previsto un referendum revocatorio.

Suggeriamo ai senatori di provvedere ad informarsi sugli aspetti di politica interna prima di accusare un governo di essere un “regime”. Quando si parla di Ledezma o di López si dovrebbe sapere che si tratta di politici che hanno utilizzato il loro potere e la loro posizione per organizzare possibili colpi di Stato, che sono stati coinvolti nel loro passato nelle trame per porre fine all’esperienza bolivariana. Non sappiamo quanti dei nostri senatori sappiano quanti tentativi golpisti abbia subito la classe dirigente bolivariana, a partire da quel terribile e indimenticato 2002, con la destituzione di Chávez, il massacro di PuenteLLaguno e il popolo che, per la prima volta nella storia, ha costretto i golpisti a rimettere il loro legittimo presidente al suo legittimo posto.

Il senatore Casini si appella, non si capisce bene a chi, affinché in Venezuela maggioranza e opposizione tornino a confrontarsi e a collaborare, “sul piano del rispetto del dialogo politico”. Ma lo fa chiamando il governo venezuelano regime e parteggiando apertamente per l’opposizione. Addirittura, il senatore cofirmatario Liuzzi, suggerisce che tal dialogo dovrebbe svolgersi “attraverso appositi tavoli come quelli invocati dalla nostra mozione, ma anche perché venga inculcato nei venezuelani, in particolare nella residua classe dirigente del Venezuela, un senso di colpa in merito al malcelato senso di orgoglio che purtroppo pervade quella classe dirigente, oggi piuttosto incline a nascondere la polvere sotto il tappeto pur di non riconoscere i gravi errori commessi nella pianificazione di natura economica, politica e sociale.”.

Ora, a parte la presunzione che si respira tra queste righe, tipica di una classe dirigente, quella italiana, abituata a non lottare per i cittadini ma per i propri e di pochi altri interessi, urge rispondere ad entrambe queste affermazioni, che consideriamo offensive per il governo e per il popolo venezuelano.

In primo luogo risulta poco credibile rivolgersi alle due parti politiche avendo dapprima dato un giudizio netto, senza alcun contraddittorio. In secondo luogo, il senatore Casini e i senatori cofirmatari dimenticano, o non sanno, quante volte in questi mesi il governo ha chiesto all’opposizione, alla MUD, di collaborare per abbassare la tensione e ristabilire un clima più disteso. Tutte le volte l’opposizione ha dapprima accettato tavoli di incontro, per poi rimandare ogni tentativo di riconciliazione al mittente. E il mittente, repetitaiuvant, era sempre il Governo, nelle figure del suo legittimo presidente e i suoi legittimi ministri. È proprio di un paio di giorni fa l’ennesima beffa: la destra ha rifiutato il progetto di 21 punti elaborato e presentato dalle personalità internazionali, vale a dire il Vaticano, UNASUR e tre ex presidenti (tra cui Zapatero) per il dialogo politico in Venezuela, affermando che il suddetto processo non avrà continuità e che al contrario presenterà essa stessa un nuovo meccanismo. Dunque, non tentativo di pace ma condizioni a priori. Inoltre, nello stesso giorno, la Assemblea Nazionale ha organizzato una sedicente “sessione in strada” per affrontare col popolo la situazione ma alla quale il popolo non ha avuto possibilità di accesso: come mostrano filmati reperibili in rete, la sessione si è svolta entro recinti e solo a pochi è stato consentito l’ingresso. Così da non disturbare i relatori anti Maduro. Questo si unisce ai tentativi di destabilizzazione del Paese, al clima di odio, e al tentativo di ricreare scenari golpisti come si diceva all’inizio del nostro documento.

Al senatore Liuzzi vogliamo invece ricordare che la nostra classe dirigente non ha nulla da insegnare ai dirigenti bolivariani, i quali hanno perseguito e perseguono una via, quella dell’autodeterminazione che non tralascia l’economia globale, in pieno stile con l’andamento del Pianeta. Solo con l’aggiunta del rispetto dei popoli e delle diversità, senza il mito del capitalismo e dello sfruttamento. E nessuna classe dirigente, infine, dovrebbe permettersi le parole di superbia che il nostro senatore destina ai suoi colleghi venezuelani.

E lo vogliamo ricordare proprio oggi, a qualche giorno dall’anniversario della nascita di José Martí, padre di NuestraAmérica, che fece della liberazione e dell’autodeterminazione dei popoli dell’America Latina il suo obiettivo, fino alla morte.

Alla mozione è stato aggiunto e approvato un ordine del giorno che vuole impegnare l’Italia all’aiuto economico per le imprese italiane verso cui lo Stato bolivariano risulta insolvente. Saremmo davvero ben felici che, nel segno di voler dare l’esempio al governo di Maduro, gli stessi senatori chiedessero al nostro Governo di occuparsi delle imprese italiane, divorate dalla crisi e costrette a chiudere, o delle aziende italiane che hanno delocalizzato la loro produzione, lasciando nella disoccupazione e nella disperazione migliaia e migliaia di famiglie italiane. Ci chiediamo come mai lo Stato voglia o possa adottare misure d’intervento con le aziende italiane all’estero e mai con quelle sul territorio. Ci chiediamo come mai si faccia appello a un così forte controllo statale in Venezuela ma non si faccia al medesimo modo in Italia.

In conclusione, il Partito Comunista Italiano considera inaccettabile la mozione presentata dal senatore Casini e dai suoi cofirmatari, appoggiata persino dal nostro ministro degli Esteri, per tutti i motivi fino ad ora spiegati. L’ignoranza rispetto ai fatti o la malafede nella narrazione rappresentano un pericoloso esempio di ingerenza politica: ci si deve augurare, al contrario, che l’intera nazione bolivariana risolva i suoi problemi e le sue criticità nel massimo rispetto delle sue leggi e delle sue istituzioni.

Preferiremmo che nel portare come esemplificazioni i casi di Cuba e della FARC in Colombia si agisca nella consapevolezza di ciò di cui si sta parlando: Cuba rimane un Stato a direzione socialista, e le FARC in Colombia vengono osteggiate in quel processo per la pace che proprio il comandante Chávez aprì per primo con loro quando era in vita.

Il Partito Comunista Italiano chiede, infine, al Senato della repubblica italiana, al ministro degli Esteri e al presidente del Consiglio che venga cessato ogni tentativo di ingerenza nella politica del legittimo Governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, in nome della libertà decisionale e legislativa di ogni popolo del mondo.

Viva la Repubblica Bolivariana del Venezuela

Viva Simón Bolívar

Viva l’autodeterminazione dei popoli.

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* Comitato Centrale PCI, Responsabile Dipartimento Esteri per le relazioni con l’America Latina

 

Encuentro de Movimientos Sociales y Fuerzas Políticas

por granma.cu

Declaración de Santo Domingo

“Por la paz, la unidad y la integración de Nuestra América”

Los movimientos sociales y las organizaciones políticas  de América Latina y el Caribe, reunidos los días 23 y 24 de enero del 2017 en la ciudad de Santo Domingo, República Dominicana, suscribimos el presente documento de ferviente apoyo a la V Cumbre de Jefes de Estado y Gobierno de la Comunidad de Estados Latinoamericanos y Caribeños –CELAC-, junto a la esperanza de que contribuya aún más a la consolidación y el fortalecimiento de ese importante mecanismo de concertación y acción mancomunada de nuestros países, en defensa de los intereses y derechos de las naciones y los pueblos.

 

La CELAC representa un rayo de esperanza para los países latinoamericanos y caribeños que debemos coordinar esfuerzos para juntos combatir los grandes males que nos aquejan, como son:  la pobreza, el hambre, el desempleo, la falta de acceso a servicios de salud, educación y a viviendas dignas, la desigualdad de género y violencia contra las niñas y mujeres, la violación de los derechos más elementales, la guerra cultural y mediática, la inseguridad ciudadana, el flagelo de las drogas, las políticas neoliberales, las acciones ilegales y depredadoras de las empresas multinacionales, la destrucción del medio ambiente, el intercambio desigual y los obstáculos para una comunicación contra hegemónica, entre otros males.

 

Sumamos nuestro esfuerzo militante a la lucha común por la soberanía nacional, la democracia, el desarrollo sostenible y la garantía de todos los derechos humanos para todos nuestros ciudadanos. Esto se torna más indispensable cuando la ofensiva de la derecha en el continente y el reciente ascenso al poder del presidente estadounidense, aumenta el riesgo de que, junto a sus prédicas hegemonistas, misóginas, racistas, xenófobas e imperialistas, se multipliquen y ejecuten las amenazas de agresión características de la vieja política del gran garrote y el intervencionismo, que tantas tragedias han causado a nuestros pueblos a lo largo de la historia.

 

Denunciamos militantemente esas graves amenazas, llamamos a la alerta, la solidaridad más decidida y la unidad de nuestros pueblos, y reclamamos espacios de diálogo entre los gobiernos y los movimientos sociales para enfrentar esos y otros desafíos.

 

Respaldamos la Proclamación de América Latina y el Caribe como Zona de Paz, como fuera acordado en 2014 por los Jefes de Estado y Gobierno en la Segunda Cumbre de la CELAC.

 

Rechazamos la implantación de bases militares por países y organizaciones ajenos a la región, la reactivación de la IV Flota, la implementación de un nuevo Plan Cóndor, los ejercicios militares conjuntos con potencias y organizaciones extranjeras, como la OTAN, y demandamos el retiro de la MINUSTAH de Haití, primer país en alzarse contra la dominación colonial y con el cual nos solidarizamos permanentemente.

 

Condenamos la criminalización de la protesta social y la persecución por grupos paramilitares contra gobiernos, organizaciones y líderes progresistas. En ese sentido, exigimos la libertad de la diputada Milagro Salas y del luchador político Simón Trinidad, y reclamamos justicia para el caso de los 43 normalistas de Ayotzinapa.

 

Apoyamos la resistencia y la lucha de Puerto Rico por su independencia, aún ausente de la CELAC, y celebramos el indulto de Oscar López Rivera, fruto de la batalla de su pueblo y de la solidaridad internacional por su liberación.

 

Respaldamos firmemente la soberanía de la República Argentina sobre las Islas Malvinas, Georgias del Sur y Sandwich del Sur y los espacios marítimos circundantes.

 

Nos unimos al reclamo mundial por el levantamiento inmediato e incondicional del bloqueo genocida contra lahermana República de Cuba por parte del Gobierno de los Estados Unidos y la devolución del territorio ocupado por la Base Naval de Guantánamo.

 

Expresamos nuestro apoyo incondicional a la Revolución Bolivariana y al legítimo gobierno liderado por el presidente Nicolás Maduro. Exigimos la derogación de la injerencista Orden Ejecutiva del Gobierno de los Estados Unidos que califica a Venezuela como una amenaza a su seguridad nacional.

 

Saludamos la reciente victoria electoral del Frente Sandinista en Nicaragua y la reelección del Presidente Daniel Ortega. Alertamos sobre el intento de socavar la estabilidad del gobierno de El Salvador.

 

Reclamamos la urgente necesidad de erradicar la pobreza, el hambre y la desigualdad social, para construir sociedades justas e inclusivas, que garanticen el acceso para todos a la salud, la educación pública, gratuita y de calidad, a una vivienda digna sin desalojos forzosos, el trabajo digno y el respeto a las conquistas y derechos laborales, el fomento de la cultura y la identidad, las oportunidades para los jóvenes y estudiantes, y la participación efectiva del pueblo. Nos solidarizamos con las luchas de los maestros y los estudiantes en toda la región, incluyendo las reformas educativas.

 

Apoyamos los esfuerzos del pueblo colombiano por alcanzar la paz con justicia social, luego de cinco décadas de cruenta guerra, en el marco de los acuerdos logrados entre el gobierno colombiano y las FARC-EP, y del inicio del diálogo con el Ejército de Liberación de Nacional. La paz de Colombia es la paz del continente.

 

Nos guía la convicción inequívoca de que el más efectivo recurso es la unidad de las naciones y los pueblos, y en ese ánimo reiteramos nuestro compromiso militante de hacer cuantos esfuerzos sean precisos para poner esa fuerza popular en pie, y así formar una barrera infranqueable contra las pretensiones del imperialismo estadounidense y sus aliados. Avanzar hacia la conquista de nuestra definitiva liberación nacional y social, que desde la inmortalidad nos siguen señalando los guías y precursores de esa causa, nos anima a adoptar la presente Declaración y suscribrirla con el más alto espíritu de solidaridad latinoamericana y caribeña, con eterno compromiso al legado de los  invictos Comandantes Fidel Castro y Hugo Chávez e inspirados en la heroica resistencia de mujeres como Mamá Tingó, las Hermanas Mirabal y todos nuestros héroes y mártires de la Patria Grande.

 

 

Santo Domingo, 24 de enero de 2017

Firmado:

 

Campaña Dominicana de Solidaridad con Cuba – CDSC

Comité Dominicano de Solidaridad con la Revolución Bolivariana

Articulación Nacional Campesina – ANC

Comisión Nacional de los Derechos Humanos – CNDH

Confederación Nacional Unidad Sindical – CNUS

Federación de Transporte la Nueva Opción – FENATRANO

Unión de Trabajadores Cañeros – UTC

Confederación Nacional de Mujeres del Campo – CONAMUCA

Asociación Nacional de Enfermería – ASONAEN

Centro de Solidaridad para el Desarrollo de la Mujer – CE MUJER

Cooperativa de Producción Social de la Vivienda – COOPHABITAT

Justicia Climática

Frente Estudiantil Flavio Suero – FEFLAS

Movimiento de Mujeres Trabajadoras – MMT

Movimiento de Trabajadores Independientes – MTI

La Multitud

Juventud Caribe

Fundación Francisco Alberto Caamaño

Corriente Magisterial Juan Pablo Duarte

Universidad Autónoma de Santo Domingo – UASD

Asamblea de los Pueblos del Caribe – APC

Federación Sindical Mundial, América Latina y el Caribe – FSM

ALBA Movimientos

Cloc – Vía Campesina

Grito de los Excluidos/as Caribe

Campaña  Cero Desalojos – AIH

Partido Comunista del Trabajo – PCT

Movimiento Patria para Todos – MPT

Movimiento Rebelde – MR

Fuerza de la Revolución – FR

Círculos Caameñistas

Camina RD

Fuerza Juvenil Dominicana – FJD

Ligas Populares – LP

Unión del Barrio

Marcha Patriótica

Unión de los Trabajadores de Trinidad y Tobago

Comité de Solidaridad con Cuba de Guyana

Sindicato Petrolero de Trinidad y Tobago

Organización por la Solidaridad con los Pueblos de Asia, África y América Latina – OSPAAAL

Organización Continental Latinoamericana y Caribeña de Estudiantes – OCLAE

Alianza Internacional de Habitantes, AIH

 

Otros movimientos y fuerzas políticas y sociales de República Dominicana, Panamá, Nicaragua, El Salvador, Haití, Trinidad y Tobago, Puerto Rico, Venezuela, Cuba, Guyana, Colombia, Ecuador, Argentina, Bolivia y Estados Unidos.

Cuba chiama Napoli: Incontro con una delegazione cubana!

L'immagine può contenere: 1 persona, in piedi e spazio all'apertodi Ex OPG Occupato – Je so’ pazzo

MERCOLEDI’ 25 GENNAIO – ORE 18.30 –
CUBA INCONTRA NAPOLI!

Dibattito con una delegazione proveniente da Cuba, con a capo Vicente Jesús González Díaz, responsabile della logistica dei funerali di Fidel Castro; Alba Beatriz Soto Pimentel, ambasciatrice di Cuba in Italia;

Sarà inoltre proiettata, in anteprima europea, una delle quattro parti di cui si compone il documentario “Omaggio del popolo cubano al Comandante Fidel Castro”

——
Il 25 novembre moriva Fidel Castro, il “comandante en jefe” della rivoluzione cubana e tra i protagonisti della storia mondiale del XX secolo. All’indomani della conferma della notizia – tante volte annunciata dai media in tutto il globo, ma, con l’eccezione di quest’ultima volta, sempre smentita – in tanti hanno cominciato a speculare sul futuro della “Cuba socialista”. Morto Fidel, e in più con le aperture di Obama prima e l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti poi, il modello cubano è destinato a cambiare pelle, a soccombere anch’esso al capitalismo. Così, almeno, dicono tanti osservatori. Eppure, l’immensa folla di cubane e cubani corsi a dare l’ultimo saluto alla ceneri di Fidel, che hanno percorso tutta l’isola, qualche dubbio lo fa venire.
Sarà che la rivoluzione cubana, attaccata fin da subito – con le armi, col terrorismo, con il “bloqueo”, l’embargo statunitense in vigore dal 1962, con la propaganda, ecc. – e data per spacciata un giorno sì e l’altro pure, ha resistito e continua a resistere, ma le narrazioni dominanti non ci convincono. Non è che il potere popolare costruito sull’isola in questi sessant’anni ha portato con sé una legittimazione popolare ben al di là di quanto ci raccontano i nostri media? Non è che la definizione di “regime”, “dittatura”, sono formule buone per la propaganda che mira a veder finire l’esperienza cubana il prima possibile e non, invece, a capire nel profondo ciò che accade sull’isola, le sfide che si aprono all’orizzonte, i possibili scenari futuri? E, soprattutto, c’è qualcosa che possiamo imparare dal modello cubano, in termini di risposte ai bisogni della popolazione, di partecipazione popolare, di un diverso universo valoriale?

Ne parliamo mercoledì 25 gennaio!

Pugnalata alle spalle del Venezuela bolivariano parata dai 5 Stelle

MONDOCANE

di Fulvio Grimaldi

Venerdì, 20gen2017.- Mozione presentata dal Senato da Ferdinando Casini e compari, compresi gli espulsi o transfughi dei 5 Stelle (che giustificano una volta di più in pieno la loro espulsione), zeppa dell’ignoranza di tutti i firmatari e del miserabile livore dei reazionari e burattini degli Usa, fondata su tutte le mistificazioni e falsità fornite dalle centrali imperiali della disinformazione e destabilizzazione, di fronte al successo di un processo di liberazione ed emancipazione dalla morsa colonialista e imperialista iniziata con Hugo Chavez e sostenuto dalla stragrande maggioranza del popolo venezuelano.

Mozione della senatrice Ornella Bertorotta e di altri senatori 5 Stelle che è riuscita a bloccare il tentato colpo di mano dei detriti centrodestristi e di esponenti del PD e a imporre un’ampia discussione in aula martedì prossimo. Correttamente la mozione dei 5 Stelle contrappone al quadro strumentale e mistificatorio tracciato dai firmatari della mozione anti-Venezuela una realtà venezuelana di interventi, senza precedenti in Sudamerica, a favore delle classi deboli, con un riscatto ugualmente senza precedenti su tutti piani dei diritti e dei bisogni del popolo. Realtà di giustizia sociale all’origine della reazione, anche golpista, di un ceto di parassiti predatori sostenuti da chi, all’estero, si sente minacciato dal modello venezuelano.

La mozione insiste sulla cessazione delle interferenze straniere che violano la sovranità e l’autodeterminazione del paese, registra le vere cause dell’attuale malessere, in parte dovuto alla corruzione diffusa, al dilagare della criminalità e, in prima istanza, al sabotaggio della grande distribuzione privata che ha in parte neutralizzato un’adeguata possibilità di alimentare la popolazione attraverso i canali pubblici. Preoccupata per le conseguenze della crisi ad arte innescata dai nemici della rivoluzione bolivariana, sui nostri concittadini in Venezuela e sulla popolazione tutta, la mozione sollecita un ritorno al dialogo attualmente boicottato dall’opposizione e una pacificazione che permetta al Venezuela di riprendere il suo cammino di riscatto sociale.

>>>continua su fulviogrimaldi.blogspot.it>>>

La referencia del General Padrino López a la guerra popular prolongada

por Néstor Francia

Análisis de Entorno Situacional Político

Jueves 12 de enero de 2017

Pueblo precavido vale por dos

¿Quién podría creer, a comienzos de 2016, que las cosas resultaran tan favorables para la Revolución como hasta ahora? Nosotros sabíamos que la capacidad de resistencia del chavismo era lo suficientemente fuerte como para sobrepasar la victoria de la derecha del 6D, pero también temíamos que ese sector aprovechara los efectos de la guerra económica (y de algunos errores acumulados) para lanzar una gran ofensiva que resquebrajara la estabilidad del país y pusiera en peligro la paz, cuya defensa se había convertido en objetivo, desde que partió físicamente Hugo Chávez, de Nicolás Maduro y nuestro Gobierno. Hoy, 12 de enero de 2017, el panorama político ha tenido desarrollos muy interesantes, reforzados por unos cuantos acontecimientos recientes.

El nuevo año se inicia con el Gobierno Bolivariano adueñado de la iniciativa política y en retoma de la ofensiva. Los amagos patéticos de la derecha en la Asamblea Nacional lucen desubicados, erráticos y sin destino. Hasta voceros de su mismo lado están advirtiendo sobre la inconveniencia de las más recientes actuaciones de la AN, el último en sumarse al coro de reproches, hasta ahora, ha sido el periodista opositor Vladimir Villegas, quien afirma que la declaración de abandono del cargo no tiene asidero constitucional. Por otro lado, la convocatoria de una nueva marcha de la derecha para el 23 de enero luce como más de lo mismo. El poco de fuelle que mostraron en aquella manifestación del 26 de octubre pasado, la toma de Caracas que no fue tal, no está presente en este momento, las derrotas políticas, unas tras otras, han hecho mella en la base social de la derecha y esta ha vuelto a entrar en estado de desmoralización y desmovilización.

Por supuesto, la derecha tratará de influir en su público de galería, sobre todo al nivel internacional, y se tomará la foto “masiva” del 23 de enero (o la trucará, si acaso puede y no se hace tan evidente el nuevo fracaso). Ellos tienen que gritar al mundo y a sus seguidores que no están muertos, a pesar de las malas noticias que provienen del “parte médico” de la realidad. Pero hay una gran posibilidad de que ese día les salga el tiro por la culata y la gracia se les convierta en morisqueta. Al convocar a su masa decepcionada a la calle, están corriendo un gran riesgo, pero no les queda otra. No se van a entregar, ni ahora ni más tarde, por más mal que se vean ni más golpes que se lleven. A decir verdad, para la oposición la múcura está en el suelo y no pueden con ella. Repetimos, quizá hace un año pocos pensarían que estaríamos hoy diciendo esto, pero lo cierto es que la oposición está en mucho peor estado que antes de las funestas elecciones parlamentarias del 6D de 2015.

Ahora bien, a todo esto hay que sumar un elemento que no debe ser descuidado: el papel que juega la derecha más radical, la que está al frente del plan golpista, y que está representada principalmente por factores como VP (Leopoldo López) y Vente Venezuela (María Corina Machado), con el apoyo de otras organizaciones menores y de factores del llamado “movimiento estudiantil”, y el respaldo tácito de sectores como la jerarquía católica, actores mediáticos como El Nacional, El Nuevo País, Unión Radio, portales varios (La Patilla e Informe21, por ejemplo) y elementos del poder económico.

Estos radicales han contado con la mediocridad y la cobardía política de sectores más “moderados” que se han sometido al chantaje de la “unidad”, lo que los ata de manos con respecto a la contumacia de los radicales. Esos “moderados” tuvieron su momento de gloria el año pasado, cuando impusieron la tesis electoralista de la convocatoria del referendo revocatorio, pero el reiterado fracaso de esas tácticas ha vuelto a poner en beligerancia a los radicales, que ahora reclaman su lugar bajo el sol de la derecha y comienzan a imponerse. Si finalmente la MUD se ausenta de la mesa de diálogo convocada para el 13 de enero, los radicales se envalentonarán aun más de lo que están.

En ese contexto se da una reciente y significativa declaración de uno de los principales voceros de ese sector golpista, el secretario general encargado de VP y vicepresidente de la AN, Freddy Guevara: “Las decisiones que tenemos que tomar en la Asamblea Nacional tenemos que tomarlas teniendo en cuenta varias cosas, primero que estamos en dictadura, hay que dejarse de la ilusión institucional, nosotros no podemos seguir siguiéndole el juego a un Gobierno que se convirtió en dictadura… no podemos seguir nadando en dos aguas… nosotros no podemos seguir jugando a que estamos en una ilusión institucional y que el Gobierno nos va a reconocer”. Estos son los argumentos que se viene manejando para exigir a los “moderados” que se lancen de una vez a un proceso de radicalización y de enfrentamiento abierto por todos los medios posibles.

¿Qué papel jugarán esos factores radicales el 23 de enero próximo? Este es un peligro real que existe para ese día, porque no necesitan mucha gente para desatar una espiral de violencia y hasta reeditar el escenario de las guarimbas o uno parecido.

Ciertamente, la posibilidad de algún éxito para un nuevo guarimbazo es reducida, pero recordemos que estos radicales no están contando con el pueblo, sino con factores externos y/u organizados como fuerzas de choque, como el paramilitarismo. Su esperanza final es una intervención foránea monitoreada por el imperialismo. Eso lo saben nuestros dirigentes, así que no es paja lo del Comando Especial Anti-golpe ni la referencia del General Padrino López a la guerra popular prolongada. Pueblo precavido vale por dos.

 

I propositi del nuovo anno

di Luis Britto García

Non continuare a consegnare l’ottanta per cento dei dollari preferenziali alla stessa dozzina di imprese che pratica le importazioni fantasma che accaparra e nasconde i prodotti di base importati e li rivende alle mafie dei contrabbandieri ai prezzi del “Dollar today”.

Far sì che lo Stato si incarichi delle importazioni e la distribuzione dei beni di prima necessità mediante la quale una dozzina di oligopoli ad oggi ha creato la scarsità nonostante lo Stato abbia triplicato la quantità di dollari preferenziali che sono stati ad essi concessi dal 2004.

Non continuare a nascondere i nomi dei funzionari che hanno consegnato circa 60 miliardi di dollari preferenziali ad imprese fasulle senza esigere documenti, cauzioni e garanzie sul rispetto degli impegni.

Non permettere che il 40% di ciò che produce il Venezuela o importa continui a perdersi attraverso le frontiere.

Mantenere chiusa ogni frontiera che diventi una vena aperta per il dissanguamento di moneta e prodotti sussidiati e serva alla infiltrazione di delinquenti.

Non permettere che i paramilitari stranieri continuino a creare eserciti privati alimentando la delinquenza organizzata e la violenza fascista.

Non cercare di obbligare il popolo a che risolva in tre giorni ciò che si è lasciato fare all’avversario durante tre anni.

Non insistere sull’abuso, proibito per decreto da Hugo Chávez Frías, di sequestrare i documenti d’identità al cittadino che si rivolge ad un ufficio pubblico.

Nazionalizzare le banche implicate nell’attentato contro la moneta e nell’attentato cibernetico contro il sistema di pagamento con carte di credito.

Denunciare gli infami trattati contro la doppia tassazione, in virtù dei quali le transnazionali non pagano tasse in Venezuela.

Abbandonare una volta per tutte qualsiasi illusione di poter cooperare con un capitalismo che vuole distruggere il paese.

Non insistere nelle politiche o per meglio dire con l’assenza di esse che hanno portato il socialismo alla sua seconda sconfitta elettorale.

Applicare rigorosamente le misure di controllo dei prezzi per evitare che i prodotti sussidiati siano illegalmente venduti con un prezzo maggiorato rispetto al prezzo legale e rivenduti.

Non tollerare che siano venduti a prezzo internazionale e nemmeno al prezzo di “dollar Tomorrow” prodotti che sono stati acquisiti con dollari preferenziali per ogni 10 bolívares.

Non imitare con i media rivoluzionari i difetti, gli abusi e le volgarità dei media oppositori.

Non pretendere di sostituire il lavoro di massa con la proiezione mediatica.

Non ricevere a braccia aperte e con incarichi chiave, come fosse un Messia, il primo squallido che si degna di relazionarsi con noi e che ci viene ad adulare. Pulire la casa per evitare che venga distrutta dall’interno.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

La scelta dell’Ecuador

di Geraldina Colotti – il manifesto

Intervista. Guillaume Long, ministro degli Esteri e della Mobilità umana

4gen2017.- Storico e accademico, Guillaume Long catalizza facilmente l’attenzione nei grandi vertici in cui rappresenta l’Ecuador, il suo paese. Lo abbiamo incontrato durante il nostro ultimo viaggio in Venezuela, nel pieno della campagna internazionale contro i paradisi fiscali, che ha ricevuto l’appoggio del papa Bergoglio e dell’Onu.

Il 19 febbraio, in Ecuador, oltreché per il presidente, si vota anche il referendum contro i paradisi fiscali. Perché questa iniziativa?

I paradisi fiscali sono la massima espressione del capitalismo senza volto, senza responsabilità, senza trasparenza, senza umanità. Dobbiamo sviluppare azioni globali contro questa forma di capitalismo selvaggio che riguarda tutti, ma colpisce soprattutto i paesi poveri, a cui vengono sottratte in modo fraudolento grandi risorse necessarie allo sviluppo.

L’intento del referendum è quello di proibire a chiunque eserciti un incarico pubblico di avere beni o capitali, di qualunque natura, nei paradisi fiscali. Se passa il Si, nello spazio di un anno, contato a partire dalla proclamazione dei risultati definitivi, l’Assemblea nazionale riformerà la Ley Organica de Servicio Publico, il Codigo de la Democracia e altre leggi connesse per adeguarle alla volontà della cittadinanza. Chi non rispetta la legge, verrà rimosso dall’incarico.

Dal vertice dei Non allineati a quello della Celac, al G77, l’Ecuador sostiene le proposte dei paesi socialisti. Qual è la domanda del Sud?

Con altri paesi progressisti che si sono alleati nel XXI secolo, l’Ecuador mette il suo impegno per trasformare a fondo le grandi strutture internazionali che producono una doppia ingiustizia: a livello dei singoli paesi, in quanto limitano la possibilità di ridistribuire le risorse a favore dei più deboli, e a livello delle strutture di potere generali perché perpetuano le asimmetrie.

Dal Movimento dei paesi non allineati, ora diretto dal Venezuela, proviene l’indicazione che il sud globale dev’essere rispettato, dev’essere incluso nei meccanismi della governance. I paesi della periferia che oggi vengono definiti in via di sviluppo, ma che per Fidel – e io preferisco quella sua definizione – sono il Terzo mondo, devono essere inclusi nelle decisioni che riguardano l’umanità.

Esistono diversi spazi in cui portare questa grande domanda globale, ma uno dei principali è quello dei Non allineati in cui sono emersi contenuti e obiettivi importanti e comuni: a partire dalla cittadinanza universale, dal rifiuto dei mega accordi globali che minano alla base il multilateralismo e dalla riforma delle Nazioni unite.

Dal vertice Mnoal è emersa una condanna unanime verso l’occupazione illegittima e illegale della Palestina da parte di Israele, quella contro il blocco economico a Cuba e quella contro alcune pratiche inaccettabili come l’evasione tributaria e i paradisi fiscali.

Noi chiediamo l’istituzione di un tribunale internazionale per i crimini delle multinazionali. Trovare consenso intorno ad alcune grandi cause è importante, perché le grandi cause motivano l’agire umano, ci protendono verso le utopie.

Che sia il Venezuela a presiedere alcuni importanti organismi internazionali come la Mnoal ha un grande significato per tutta l’America latina in un momento in cui c’è un poderoso contrattacco dei poteri forti ai governi progressisti del continente. Bisogna difendere il Venezuela, il suo diritto a decidere, rispettarne le istituzioni. L’Ecuador lo sta facendo in ogni spazio internazionale. Appoggiamo il dialogo sotto l’egida della Unasur. Gli attori esterni che vi si oppongono, non aiutano. Il Venezuela non ha bisogno di una ulteriore polarizzazione indotta dall’esterno.

Lo scenario politico del sud è però molto eterogeneo, come si fa a rendere concreti i proclami dei summit?

Oltre all’impegno costante e alla speranza, ci vuole pazienza quando, come nel caso della Mnoal, vi sono 120 paesi. Molte grandi cause del sud hanno trionfato dopo anni. Grazie all’Ecuador, che ha avanzato la richiesta nel 1952, oggi i mari dei paesi sono di 200 miglia e non più di 300, così oggi abbiamo una frontiera con il Costa Rica mentre prima bisognava passare per la Colombia o per Panama.

La questione si è conclusa con la Convemar del 1982. Tutti i paesi del Nord, come gli Stati uniti ma anche molti dell’Europa si sono opposti in nome della libertà del mare. Però ci sono libertà ingiuste, basate sull’asimmetria, sul fatto che uno ha più potere di un altro: se non ci sono uguali opportunità, non c’è libertà. Da allora, invece, abbiamo 200 miglia di mare in cui solo noi possiamo pescare, altri paesi possono farlo solo se hanno il permesso.

La natura del multilateralismo è di mettere le differenze al servizio delle grandi cause, come quella di dare democrazia al sistema delle Nazioni unite.

Qual è la vostra proposta?

La priorità oggi è quella di dare potere all’Assemblea generale e toglierlo a quel Consiglio di notabili che è il Consiglio di sicurezza. Vi sono diverse proposte, una è quella di aumentare il numero dei membri. Questo renderebbe l’organismo appena un po’ più democratico, ma non risolverebbe un problema strutturale come quello del veto da parte dei paesi con seggio permanente, a cui noi ci opponiamo fermamente.

Il potere decisionale dev’essere dell’Assemblea generale, ogni paese un voto, alla pari.

Che senso ha la parola sviluppo per il sud nel mondo pluripolare?

Se la nozione viene declinata in modo eurocentrico, contiene delle trappole da cui i nostri paesi cercano di svincolarsi riempiendola di altri contenuti. Noi diamo preferenza ad altri indicatori, quello della felicità, della natura, e per questo parliamo di buen vivir e di beni relazionali.

Certo il Pil è importante, perché senza una base materiale non ci può essere felicità per il popolo, ma anche se guadagni molti soldi e poi sei obbligato a trascorrere ore nel traffico per recarti al lavoro non sei felice e non ti godi niente. La felicità non è solo consumare sempre di più, possedere sempre più cose..

di Gerladina Colotti – il manifesto

4gen2017.- Storico e accademico, Guillaume Long catalizza facilmente l’attenzione nei grandi vertici in cui rappresenta l’Ecuador, il suo paese. Lo abbiamo incontrato durante il nostro ultimo viaggio in Venezuela, nel pieno della campagna internazionale contro i paradisi fiscali, che ha ricevuto l’appoggio del papa Bergoglio e dell’Onu.

Il 19 febbraio, in Ecuador, oltreché per il presidente, si vota anche il referendum contro i paradisi fiscali. Perché questa iniziativa?

I paradisi fiscali sono la massima espressione del capitalismo senza volto, senza responsabilità, senza trasparenza, senza umanità. Dobbiamo sviluppare azioni globali contro questa forma di capitalismo selvaggio che riguarda tutti, ma colpisce soprattutto i paesi poveri, a cui vengono sottratte in modo fraudolento grandi risorse necessarie allo sviluppo.

L’intento del referendum è quello di proibire a chiunque eserciti un incarico pubblico di avere beni o capitali, di qualunque natura, nei paradisi fiscali. Se passa il Si, nello spazio di un anno, contato a partire dalla proclamazione dei risultati definitivi, l’Assemblea nazionale riformerà la Ley Organica de Servicio Publico, il Codigo de la Democracia e altre leggi connesse per adeguarle alla volontà della cittadinanza. Chi non rispetta la legge, verrà rimosso dall’incarico.

Dal vertice dei Non allineati a quello della Celac, al G77, l’Ecuador sostiene le proposte dei paesi socialisti. Qual è la domanda del Sud?

Con altri paesi progressisti che si sono alleati nel XXI secolo, l’Ecuador mette il suo impegno per trasformare a fondo le grandi strutture internazionali che producono una doppia ingiustizia: a livello dei singoli paesi, in quanto limitano la possibilità di ridistribuire le risorse a favore dei più deboli, e a livello delle strutture di potere generali perché perpetuano le asimmetrie.

Dal Movimento dei paesi non allineati, ora diretto dal Venezuela, proviene l’indicazione che il sud globale dev’essere rispettato, dev’essere incluso nei meccanismi della governance. I paesi della periferia che oggi vengono definiti in via di sviluppo, ma che per Fidel – e io preferisco quella sua definizione – sono il Terzo mondo, devono essere inclusi nelle decisioni che riguardano l’umanità.

Esistono diversi spazi in cui portare questa grande domanda globale, ma uno dei principali è quello dei Non allineati in cui sono emersi contenuti e obiettivi importanti e comuni: a partire dalla cittadinanza universale, dal rifiuto dei mega accordi globali che minano alla base il multilateralismo e dalla riforma delle Nazioni unite.

Dal vertice Mnoal è emersa una condanna unanime verso l’occupazione illegittima e illegale della Palestina da parte di Israele, quella contro il blocco economico a Cuba e quella contro alcune pratiche inaccettabili come l’evasione tributaria e i paradisi fiscali.

Noi chiediamo l’istituzione di un tribunale internazionale per i crimini delle multinazionali. Trovare consenso intorno ad alcune grandi cause è importante, perché le grandi cause motivano l’agire umano, ci protendono verso le utopie.

Che sia il Venezuela a presiedere alcuni importanti organismi internazionali come la Mnoal ha un grande significato per tutta l’America latina in un momento in cui c’è un poderoso contrattacco dei poteri forti ai governi progressisti del continente. Bisogna difendere il Venezuela, il suo diritto a decidere, rispettarne le istituzioni. L’Ecuador lo sta facendo in ogni spazio internazionale. Appoggiamo il dialogo sotto l’egida della Unasur. Gli attori esterni che vi si oppongono, non aiutano. Il Venezuela non ha bisogno di una ulteriore polarizzazione indotta dall’esterno.

Lo scenario politico del sud è però molto eterogeneo, come si fa a rendere concreti i proclami dei summit?

Oltre all’impegno costante e alla speranza, ci vuole pazienza quando, come nel caso della Mnoal, vi sono 120 paesi. Molte grandi cause del sud hanno trionfato dopo anni. Grazie all’Ecuador, che ha avanzato la richiesta nel 1952, oggi i mari dei paesi sono di 200 miglia e non più di 300, così oggi abbiamo una frontiera con il Costa Rica mentre prima bisognava passare per la Colombia o per Panama.

La questione si è conclusa con la Convemar del 1982. Tutti i paesi del Nord, come gli Stati uniti ma anche molti dell’Europa si sono opposti in nome della libertà del mare. Però ci sono libertà ingiuste, basate sull’asimmetria, sul fatto che uno ha più potere di un altro: se non ci sono uguali opportunità, non c’è libertà. Da allora, invece, abbiamo 200 miglia di mare in cui solo noi possiamo pescare, altri paesi possono farlo solo se hanno il permesso.

La natura del multilateralismo è di mettere le differenze al servizio delle grandi cause, come quella di dare democrazia al sistema delle Nazioni unite.

Qual è la vostra proposta?

La priorità oggi è quella di dare potere all’Assemblea generale e toglierlo a quel Consiglio di notabili che è il Consiglio di sicurezza. Vi sono diverse proposte, una è quella di aumentare il numero dei membri. Questo renderebbe l’organismo appena un po’ più democratico, ma non risolverebbe un problema strutturale come quello del veto da parte dei paesi con seggio permanente, a cui noi ci opponiamo fermamente.

Il potere decisionale dev’essere dell’Assemblea generale, ogni paese un voto, alla pari.

Che senso ha la parola sviluppo per il sud nel mondo pluripolare?

Se la nozione viene declinata in modo eurocentrico, contiene delle trappole da cui i nostri paesi cercano di svincolarsi riempiendola di altri contenuti. Noi diamo preferenza ad altri indicatori, quello della felicità, della natura, e per questo parliamo di buen vivir e di beni relazionali.

Certo il Pil è importante, perché senza una base materiale non ci può essere felicità per il popolo, ma anche se guadagni molti soldi e poi sei obbligato a trascorrere ore nel traffico per recarti al lavoro non sei felice e non ti godi niente. La felicità non è solo consumare sempre di più, possedere sempre più cose.

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