Chávez vive nel cuore dei popoli

Chavezdi Ángel Guerra

8 marzo 2018

da Telesur

Caracas. Sono passati cinque anni dalla scomparsa fisica di Hugo Chávez. Da allora, l’amore per il comandante e la comprensione della sua fondamentale eredità americana da parte di Venezuelani, Latino-americani e Caraibici sono più grandi che mai. Inoltre, Chávez è stato un uomo universale, solidale con le lotte popolari in tutte le parti del mondo.

Alla sua morte, Washington e una coalizione della destra internazionale stavano già sviluppando una grande offensiva contro la Rivoluzione Bolivariana e contro tutti i governi rivoluzionari e progressisti della Grande Patria. Ma da quale momento, l’assalto si è intensificato, in particolare in seguito al cambiamento di governo nella patria di Bolivar, ora oggetto a un tal grado di interferenze e di tentativi di colpi di stato, da costituire pretestuosamente il preludio a un intervento straniero. Questo progetto spudorato è stato messo in pratica a costo di imporre al popolo venezuelano la manipolazione dei media, la violenza più irrazionale, la speculazione, l’inflazione provocata intenzionalmente e la scarsità di beni. Tutto conforme ai canoni della guerra ibrida o di quarta generazione.

Le batterie delle corporazioni mediatiche si sono concentrate sul presidente Nicolás Maduro, che cercano di screditare con le calunnie più basse e volgari fin dalla sua elezione. Gli Stati Uniti e le destre, che conoscono l’importanza dei leader nei movimenti popolari e rivoluzionari, mentre attaccano Maduro, hanno lanciato una feroce caccia legale e mediatica contro leader come Lula e Cristina Fernandez de Kirchner.

Un chiaro segnale del pericolo esterno in cui si trova il Venezuela l’ha fornito la dichiarazione del XV vertice dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), tenuta in quel paese il 5 marzo. Fortemente segnata dalla solidarietà con il Venezuela e con un’evidente allusione alle parole del Segretario di Stato Americano, Rex Tillerson, all’Università del Texas ad Austin, punto di partenza del suo giro interventista e destabilizzante nella regione, la dichiarazione legge: “Condanniamo i tentativi di rilanciare la Dottrina Monroe e la minaccia militare e le esortazioni a un colpo di stato militare contro il governo costituzionale del Venezuela …”. Capi di Stato e di governi dell’ALBA, o i loro rappresentanti, hanno anche espresso “disaccordo con il pronunciamento di un gruppo di paesi africani, emesso il 13 febbraio 2018 a Lima, Perù, che costituisce un’interferenza negli affari interni della Repubblica Bolivariana del Venezuela”. Hanno criticato “l’esclusione della sorella Repubblica Bolivariana del Venezuela e del suo Presidente, Nicolas Maduro Moros, dall’ottavo Summit delle Americhe, perché crediamo che questo vertice deve essere un punto di incontro per tutti gli stati del continente e uno spazio in cui tutti possiamo esprimere le nostre idee, raggiungere il consenso, il dissenso e il dibattito rispettando la nostra diversità”.

Il vertice dell’ALBA ha chiesto “rispetto per gli aspetti legali dell’organizzazione del Summit delle Americhe”, ha invocato il diritto di partecipazione del Venezuela e ha annunciato che adotterà misure diplomatiche e politiche per garantirlo. “Esortiamo  – sottolinea –  la comunità internazionale ad astenersi da coercizioni di qualsiasi tipo contro l’indipendenza politica e l’integrità territoriale del Venezuela, come pratica incompatibile con i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite e contraria alla Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come Zona di Pace. Rifiutiamo le misure coercitive unilaterali e le sanzioni imposte contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, che influenzano la vita e lo sviluppo del nobile popolo venezuelano e il godimento dei suoi diritti”.

Parallelamente al summit ALBA, sempre qui ha avuto luogo, fino a oggi, l’incontro Siamo Tutti Venezuela. Oltre alle sessioni di lavoro, i partecipanti hanno avuto il privilegio di assistere all’emozionante cerimonia religiosa per il quinto anniversario della morte di Hugo Chávez, officiata da sciamani e ministri del culto cristiano, musulmani e afro-venezuelani. Una vera e propria lezione per atei e agnostici, da parte di chi conosce l’importanza della religiosità nell’anima popolare. Abbiamo anche potuto apprezzare un’indimenticabile spettacolo con straordinari cantanti e attori di Barinas, la terra natía di Chávez. Spontaneo e commovente, con note allegre di musica llanera. Chávez vive nel cuore del suo popolo e di tutti i popoli.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Napoli: Chávez a cinque anni dalla scomparsa

A 5 anni dalla “siembra” (scomparsa fisica) del Comandante Eterno Hugo Chávez, noi rivoluzionari italiani, membri di movimenti, gruppi, associazioni per la fratellanza, amicizia e solidarietà tra i popoli in lotta antimperialista ne ricordiamo l’eroica figura di Gigante storico, unitamente a Fidel, per essere stato uno dei più tenaci leader latinoamericani che ha condotto avanti un processo di seconda liberazione nazionale, concependo e gettando le basi per la Rivoluzione bolivariana, creativo paradigma politico, culturale, ideologico e valoriale di enorme spessore e validità. 

L’eredità del “Arañero” è ad oggi, per il Venezuela e l’America Latina, per l’Africa e l’Asia, infine per l’Europa, materia viva, fuoco ardente di un nuovo modo di fare politica sempre dalla stessa parte, quella della gente umile, lavoratrice, instancabile fautrice della storia collettiva; Chávez diceva che “un altro mondo è possibile se è socialista” e questo è stato, con la dichiarazione del carattere socialista del processo bolivariano, l’obiettivo perseguito nella sua amata Patria per costruire una società più equa, solidale, fondata su Libertà con Giustizia Sociale, Pace e dignità del lavoro, dove nessuno fosse escluso, anzi, dove tutti dessero il proprio contributo al netto di errori, contraddizioni, retrocessioni, ecc.

Egli è stato, è e sarà il canto ribelle di un rivoluzionario che a gran voce reclama e cerca di realizzare nel quotidiano i diritti delle fasce sociali più deboli, è l’espressione più viva di un mondo, di una concezione nuova che sta per sorgere nonostante il vecchio sia restio a scomparire definitivamente.

In definitiva, Il Presidente Chávez è simbolo vigoroso di un’America Latina che cammina sulle proprie gambe, senza il “supporto della democrazia yankee”, delle sue bombe, dei suoi blocchi economici, dei suoi crimini contro l’ umanità. 

L’esempio portante di una nuova umanità.

Ci vediamo
Lunedì 5 marzo, ore 18.30 – presso la Galleria Principe di Napoli

Chávez ViVe
Maduro SiGuE! 

Promuovono:
Partito dei CARC
GalleRi Art
ALBAinFormazione – per l’amicizia e la solidarietà tra i popoli
Associazione Resistenza

Patrocina:
Consulado General de la República Bolivariana de Venezuela en Nápoles

https://albainformazione.com/?attachment_id=19216

Due attentati e la morte provocata del Comandante Chávez

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Mary Pace

di Numa Molina – aporrea.org

Dopo un viaggio piuttosto lungo sono arrivato in un piccolo paese della regione Lazio al sud di Roma, dove ho incontrato Mary Pace che è stata un’agente della intelligence italiana per 45 anni.

Mary è giornalista, ha pubblicato tredici libri ed ha una vastissima esperienza in tema di sicurezza a livello internazionale. Sostiene di essere stata la persona che ha dato alla CIA le coordinate dove si trovava Osama bin Laden per il quale il governo USA offriva un’alta somma di denaro come ricompensa che non è mai stata consegnata.

L’esperta in intelligence possiede una ricerca su due attentanti contro “il Comandante Eterno, Hugo Chávez”, come testualmente lo definisce nel suo ultimo libro che si intitola Incazzata nera. In questa opera spiega come il cancro che ha causato la morte del Presidente sia stato provocato. Pace fa anche riferimento alla vita di altri politici già deceduti, tra questi Muammar Gheddafi ed altri personaggi importanti che sono stati eliminati dal terrorismo statunitense.

In riferimento alla vita del presidente Chávez narra quanto segue: “In quella specifica occasione, i servizi USA predisposero un attentato molto particolare”.

L’operazione prevedeva l’impiego di alcuni cani. Il governo USA aveva optato per riprendere le stesse tecniche di guerra già condotte a suo tempo da parte del controspionaggio tedesco, le quali, agli ordini del Generale Reinhard Gehlen, furono adoperate sul Fronte Orientale durante la Seconda Guerra Mondiale. In relazione all’operazione specifica contro il Presidente del Venezuela, la CIA stava addestrando alcuni grossi cani. Questi animali erano destinati alle amorevoli cure di alcuni addestratori i quali portavano avanti il loro compito dando loro tutto l’affetto possibile. Ogni giorno, però, si presentava al canile dove erano ospitati un uomo corpulento il cui fisico era simile a quello di Chávez, a tal punto da poter essere un suo sosia. Indossava gli stessi vestiti che usava abitualmente il Presidente venezuelano. I vestiti erano impregnanti dello stesso odore personale di Chávez. Questo sosia non pronunciava una sola parola, restava completamente muto mentre veniva riprodotta la voce registrata del Comandante Chávez. Il sosia di Chávez si divertiva colpendo e torturando atrocemente i cuccioli.

Il supplizio si ripeteva sistematicamente ogni giorno mentre gli addestratori erano molto amorevoli nel trattare i cani. Nonostante tale serafica situazione, i cani erano sottoposti a dure sofferenze fisiche e a violenza psicologica.

Questa operazione passò poi ad una fase successiva; non era più necessaria la presenza del sosia di Chávez. Si iniziò quindi a riprodurre la voce del Presidente venezuelano o a far annusare un vestito che emanasse il suo odore. Gli animali da dolci ed allegri si trasformavano improvvisamente in feroci e rabbiosi. Quando divennero adulti  avevano appreso a nutrire un odio profondo contro questi elementi auditivi ed olfattivi che avevano sperimentato.

Tutto quindi era già a punto e l’operazione avrebbe potuto realizzarsi in qualsiasi momento. I cani sarebbero stati portati in una piazza in occasione di un evento pubblico di Chávez. Gli animali sarebbero stati caricati con dei sacchi contenenti un potente esplosivo. I Servizi di Sicurezza presidenziali non avrebbero fatto caso a questi animali, se prendiamo in considerazione che già risulta difficile la protezione di un personaggio controllando già solo le persone che gli stanno intorno. A nessuno della sicurezza di Chávez sarebbe passata per la testa una operazione di questo genere la quale avrebbe richiesto pochissimi istanti per essere eseguita.

I cani “kamikaze” una volta liberati nella piazza si sarebbero lanciati direttamente contro Chávez e quando gli fossero stati sufficientemente vicini gli aggressori avrebbero attivato la carica telecomandata di esplosivi che i cani portavano addosso.

“Quella operazione fu preparata nei minimi dettagli. Si caratterizzava per la sua mortale efficacia”.

Mary afferma che se non fosse stato per il fatto che l’Ambasciata venezuelana presso lo stato italiano ascoltò la sua denuncia, la quale permise di neutralizzare l’attentato, certamente la CIA sarebbe riuscita a concludere la missione.

Mary segnala che successivamente organizzarono un’operazione ulteriore sempre con il coinvolgimento dei cani, nel momento del decollo dell’aereo presidenziale i cani sarebbero stati liberati per attaccare l’aereo sempre carichi di esplosivi. L’obiettivo sarebbe stato il danneggiamento del carrello per l’atterraggio, e anche se non fossero riusciti a danneggiare l’aereo, si sarebbe compromessa seriamente la manovra di atterraggio.

Il probabile attentato che ha prodotto la morte del presidente Chávez

La nostra intervistata ci informa che immediatamente dopo aver reso pubblici da parte dell’Esercito degli USA alcuni documenti, perché potessero essere consultati grazie alla legge Freedom of Information Act, fu diffuso uno studio realizzato dal Pentagono già nel 1948 il quale aveva come obiettivo la creazione di un’arma che emette radiazioni e nel 1969, dopo diverse ricerche, si giunse alla conclusione che un sistema di tale natura in fase di applicazione era capace di produrre gravi patologie o direttamente la morte della persona. Secondo Pace si tratta di uno strumento che emette radiazioni continue ad alta frequenza tra 1 e 2 GHz chiamato “CTX 4000” e dispone di una potenza di un kilowatt. Quando si punta contro un obiettivo umano per un determinato periodo di tempo è capace di generare “seri ed irreparabili danni alla salute” e inoltre afferma che a questo “si deve aggiungere la circostanza che l’Ambasciata degli USA in Venezuela fu davvero il Comando centrale di questa Intelligence. Questa fu la base di appoggio per un gran numero di agenti i quali realizzarono costantemente sul territorio venezuelano illecite attività clandestine” e basandosi su questa informazione della ex agente italiana, lei stessa afferma che è “altamente probabile che questo strumento sia stato impiegato sistematicamente da pare degli agenti USA, con l’obiettivo di generare la fatale malattia tumorale al Presidente Chávez”.

La ex agente Pace dice chiaramente nel suo libro anche che, secondo alcuni dossier della National Security Agency, NSA degli USA, Chávez faceva parte dei sei principali obiettivi della intelligence USA già dal 2007. La patologia che ha colpito la salute di Chávez era molto rara ed estremamente insidiosa, a detta dell’attuale presidente Nicolás Maduro. Nella storia medica della famiglia Chávez non si erano mai manifestati casi di cancro, motivo per il quale la sua malattia non aveva nulla a che vedere nemmeno con la predisposizione genetica.

Credo che il contributo di Mary Pace sia di grande importanza per questa ed altre ricerche a venire. Sono tanti e tanto interessanti i dati riportati nel suo ultimo libro, allo stesso modo considero interessante l’incontro avuto con lei. Concludo che è stata una di quelle avventure giornalistiche nella quale ho avvertito che la lotta per la giustizia e la verità diventano la forza che rende possibile qualsiasi ricerca più che lo spazio mediatico che la notizia può raggiungere o meno.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Verso il 2017: vi sconfiggeremo signori della borghesia imperialista!

da umbvrei.blogspot.it

Con questa indicazione del Comandante Chávez nello storico discorso del 2 giugno 2007 tenuto al termine di una immensa mobilitazione popolare che ha visto come protagonisti centinaia di migliaia di Venezuelane e Venezuelani vogliamo chiudere questo 2016, ricordando, a dieci anni di distanza, il chiaro messaggio rivoluzionario di Chávez inviato alle classi dominanti: “Vi sconfiggeremo di nuovo, signori della borghesia imperialista!” e come in questa occasione, ricordando Gramsci, evidenzia che “Una vera crisi storica si ha quando ciò che muore non finisce di morire e ciò che nasce non smette di nascere”. Ma ne possiamo essere certi: il vecchio morirà e il nuovo nascerà! Buona fine, e miglior inizio 2017!

Caracas, Sabato 2 Giugno 2007

Viva la dignità del nostro popolo, viva la sovranità, viva quindi il Venezuela libero e sovrano, degno e grande. Ottimo giorno il 2 giugno.

Vi voglio dire qualcosa dal  profondo del mio cuore, dal profondo della mia anima: quel grido che sembra una canzone, quel grido che viene dalle gole del popolo, quella canzone che viene dall’anima popolare e che sento da diversi anni, dal 1992, da quei giorni difficili quando iniziava a nascere la Patria nuova, da quei giorni terribili in cui ero dietro le sbarre della prigione, la prigione della dignità, iniziai a sentire da lontano il canto: “Chávez, amigo, el pueblo está contigo”.

Voglio che sappiate che quel grido, che quel canto popolare che avete inventato, per me è sacro. Voglio che sappiate che quel grido popolare arriva fino al profondo delle mie viscere, e mi dà una forza misteriosa, magica, una forza senza limiti, incommensurabile.


È la forza dell’amore, della fede, della speranza, che mi ha accompagnato nei grandi eventi di massa e nei momenti di solitudine in questi ultimi 15 anni della mia vita. Per questo vi rispondo “Pueblo, amigo, Chávez estará siempre contigo”.


Questo umile Chávez, questo umile contadino, questo umile soldato sarà sempre e per sempre con te, popolo, dignitoso, grande, eroico; ti amo popolo venezuelano, più della mia vita.

E tutta la vita che mi resta, voi lo sapete, non è mia, è vostra, è del popolo venezuelano; oggi è il 2 giugno, là in fondo è uscito un arcobaleno. Mi ha detto Juan Barreto: “Guarda l’arcobaleno che è uscito, è il simbolo di TVeS, Televisione Venezuelana Sociale”.

Non so chi l’abbia progettato, sembra un gigantesco proiettore. Guardate, alcune luci che escono a oriente di Caracas e proiettano nel cielo semicoperto di questo 2 giugno l’arcobaleno, che è il simbolo della più profonda, della più armoniosa delle diversità che formano con i propri diversi colori l’armonia nell’unità.

La TVeS, una bambina che cammina appena, muove i primi passi. Ieri ho parlato al telefono brevemente con la Presidentessa di TVeS, la compagna Lil Rodríguez, grande professionista. A lei, a tutto il personale della direzione, ai lavoratori, va l’apprezzamento del popolo venezuelano ed il benvenuto in questa prima settimana di lavoro. […]

Le nuove Università che la rivoluzione ha creato per chiudere con la volgare esclusione che tanti danni ha fatto al Venezuela e soprattutto al popolo. Bene compagni, oggi facciamo un omaggio.

Voi sapete che mi appassiona molto la storia, perché la storia è maestra, è specchio, è la fonte da cui dobbiamo bere per comprendere i nostri tempi, è la base della filosofia, così dice Marx in diversi scritti. I grandi hanno dovuto appoggiarsi necessariamente alla storia. La filosofia non è altro che l’espressione degli eventi storici interpretati dai pensatori e strutturati in corpo filosofico. Quello che oggi vediamo, quelle strutture, quegli edifici, questa valle, quei barrios, questa strada, sono il prodotto di una storia. Noi siamo il prodotto di una storia. […]

Oggi si compiono 45 anni dalla ribellione civico-militare patriottica e rivoluzionaria de “El Porteñazo”, e rendo omaggio ai martiri del 2 giugno 1962. Rendo tributo a tutti i soldati, gli uomini e le donne che caddero innalzando le bandiere della ribellione contro quel primo governo del “Patto di Punto Fijo” (ndr: dal nome della residenza “Punto Fijo” di Rafael Caldera dove si riunirono gli esponenti dell’oligarchia), che cominciò ben presto a pugnalare alla schiena le speranze del popolo venezuelano venute alla luce il 23 gennaio del 1958.

Il Porteñazo, così come il Carupanazo e molti altri eventi rivoluzionari, popolari, civico-militari, furono i primi segnali, le prime risposte al tradimento preparato nel “Patto di Puntofijo” da una delle élite maggiormente subordinate all’imperialismo nordamericano.

Noi veniamo da questa storia, e io come soldato e come uomo di questo popolo non voglio aspettare che passi la data di oggi senza dire: viva il Porteñazo! Viva i suoi soldati, i suoi uomini, la sue donne, i suoi martiri che portiamo nell’anima, nel sangue, nel respiro e nella speranza.

Da quel cammino siamo giunti e per quel cammino siamo arrivati al 4 febbraio, ed è lo stesso cammino che ci ha portato qui 45 anni dopo il Porteñazo. […]

Ricorderete che l’ho detto molte volte: il 3 dicembre non sarà un punto d’arrivo, ma un punto di partenza. L’ho ripetuto il 10 gennaio quando abbiamo assunto l’incarico per il nuovo periodo di governo 2007-2013. […]

Dal 10 gennaio sono passati solo 140 giorni e noi possiamo dire che il nuovo governo, il nuovo ciclo, il nuovo periodo, si è caratterizzato per l’accelerazione del processo di trasformazione rivoluzionaria. In soli 140 giorni abbiamo recuperato pienamente la capacità operativa, strategica, di quell’esteso territorio sotto il quale si trova la riserva di petrolio più grande del mondo. Voi sapete che mi riferisco al lembo petrolifero dell’Orinoco, adesso totalmente controllato dal Venezuela, dai venezuelani e dalle venezuelane, dalla nostra PDVSA.

In questi 140 giorni, abbiamo nazionalizzato un impresa di alto valore strategico, adesso controllata dal Venezuela, dai venezuelani. Era in mani straniere la Compagnia Anonima Nazionale dei Telefoni del Venezuela (CANTV), e adesso è una compagnia nazionale. In questo breve periodo abbiamo nazionalizzato imprese elettriche, settore altamente strategico e indispensabile per lo sviluppo nazionale, per citare solo alcune delle cose che sono successe. In questo breve periodo abbiamo lanciato con forza il processo di costruzione del Partito Socialista Unito del Venezuela, e il popolo ha dato, una volta ancora, una risposta che per molti è sorprendente. Una risposta chiara, forte, orientante. Ad oggi si sono registrati, come aspiranti militanti del partito, 4 milioni 735 mila venezuelani!

Questo sarà un super partito! E voglio ricordare che domani si chiuderanno le iscrizioni, e sono sicuro che domani supereremo i cinque milioni di iscritti, cosa mai vista prima d’ora in Venezuela ed in America Latina.

Stiamo scrivendo pagine della nuova storia, e in così poco tempo è successo molto. Come abbiamo scritto, segnalato e deciso, si è chiuso con la concessione del Canale 2 dello spettro elettromagnetico venezuelano, che da 53 anni l’élite oligarchica venezuelana utilizzava, abusandone, esclusivamente a proprio vantaggio; e oggi abbiamo un Canal 2 libero, che non è dell’oligarchia, né mai tornerà ad essere dell’oligarchia. Adesso è del popolo venezuelano, adesso è della società venezuelana. […]

In questi giorni ho ricevuto il segretario generale del Comitato Centrale del Partito Comunista del Vietnam, il compagno Man, col quale abbiamo ricordato una delle massime, uno degli appelli, una delle linee strategiche fondamentali del compagno Ho Chi Minh, liberatore del popolo vietnamita, quando diceva “Unità, unità, unità, vittoria, vittoria, vittoria”: solo l’unità ci permetterà di continuare a conseguire vittorie, e ci assicurerà le future vittorie di cui hanno bisogno il nostro popolo, la nostra patria, la nostra rivoluzione.

Approfitto di queste parole per insistere sul processo unitario del partito, di tutto il popolo, della classe operaia, dei contadini, dei movimenti culturali; per sottolineare l’importanza dell’unità nazionale, dell’unità delle forze armate bolivariane, dell’unità del popolo bolivariano. Ricordiamo Simón Bolívar, che con il suo impegno, con la sua speranza, col suo fuoco libertario continua ad insegnarci. Diceva Bolívar: “Se non fondiamo l’anima, lo spirito, il corpo, la speranza nazionale in un tutto unico, la società finirà per essere un combattimento corpo a corpo per la sopravvivenza, e un nuovo colonialismo sarà ciò che lasceremo ai posteri.”

Compagni venezuelani di tutte le latitudini, continuiamo a rafforzare la grande unità nazionale per assicurare la vittoria sempre, la vittoria per sempre.

L’unità dev’essere estesa a tutti gli ambiti della realtà, della struttura e della sovrastruttura, direbbe Antonio Gramsci, e voglio tornare al suo pensiero per utilizzarne le idee.

Utilizzando il suo pensiero illuminante capiamo ogni giorno di più ciò che sta succedendo oggi qui in Venezuela, dove l’oligarchia venezuelana insieme ai suoi alleati, l’oligarchia mondiale e la borghesia internazionale, si sono nuovamente scagliati contro il popolo, contro la morale, contro l’etica, la verità, contro il governo bolivariano, contro la sovranità nazionale, ed hanno attaccato di nuovo questo umile soldato presidente del Venezuela.

Per quanto riguarda la mia persona non m’importa, dicano pure di me ciò che vogliono! Che i rappresentanti della borghesia internazionale vadano lontano, fuori dalle palle! Molto lontano! Glielo imponiamo dalle strade del popolo libero. Questa è una patria libera. Un popolo libero! Alcune sere fa è passato di qui un mio buon amico nordamericano, rappresentate democratico nel Congresso degli USA. Abbiamo parlato alcune ore di temi d’attualità, ora che contro il Venezuela si scagliano di nuovo il Congresso USA, una frazione minoritaria dell’Europarlamento, perfino il Parlamento brasiliano, e i giornali e le televisioni delle grandi catene mondiali manipolate dai loro padroni, rappresentanti dell’élite mondiale, che pretende di imporre ai popoli la volontà imperiale. Gli ho detto che per quel che mi riguarda non mi importa essere paragonato, da questi poderosi mezzi di comunicazione mondiale e in questi spazi dominati dall’élite mondiale, a Hitler e Mussolini. Non mi interessa.

Qualcuno, qualche giorno fa, mi chiedeva infatti come mi sentivo per il fatto che tutti o quasi tutti i media del mondo mi hanno rappresentato come il tiranno del Venezuela, il dittatore, il carnefice, il repressore dei giovani venezuelani.

In sostanza che mi chiamino Hitler o Mussolini non m’importa. Lo dico a tutti, borghesia venezuelana inclusa: m’importa solo della dignità del popolo del Venezuela, della sovranità nazionale; posso morire ma non torno indietro.

Al contrario, se l’oligarchia venezuelana crede di frenarci con le sue minacce, con le sue manipolazioni, con i suoi piani destabilizzatori, può toglierselo dalla testa. Ogni piano eversivo dell’oligarchia diretta dall’impero nordamericano, avrà come risposta una nuova offensiva rivoluzionaria. Qui lo dico e così sarà. Attenzione dunque all’importanza dell’unità, alla coscienza per interpretare la realtà, per comprendere le nostre debolezze e combatterle: le minacce che ci pioveranno addosso sempre.

Per vedere i nostri punti deboli e rafforzarli, per intendere dunque la situazione complessiva nella quale siamo. Per questo torno ad avvalermi del pensiero di quel grande rivoluzionario italiano, Antonio Gramsci. Che nessuno si scoraggi, che nessuno rallenti nel lavoro quotidiano e nell’assunzione delle proprie responsabilità per far avanzare i piani rivoluzionari in tutti i fronti di lotta, da quello economico a quello sociale e politico, da quello territoriale e internazionale a quello della morale. […]

Per interpretare ciò che stiamo vivendo, compagni, ci  è molto utile Antonio Gramsci,  l’autore di quella tesi che abbiamo ripetuto molte volte: “Una vera crisi storica si ha quando ciò che muore non finisce di morire e ciò che nasce non smette di nascere”. In quello spazio si presenta una autentica crisi organica, crisi storica, crisi totale.

Qui in Venezuela non ce ne dimentichiamo, da vari anni siamo in una crisi gramsciana, storica. Quello che sta morendo non ha ancora finito di morire, e quello che sta nascendo, non ha smesso di nascere. All’inizio degli anni ’80 il Venezuela era già entrato in una crisi storica, e oggi dopo 20 anni siamo nell’epicentro della crisi, buona parte dei prossimi anni faranno parte di questa crisi storica fino a che non sarà definitivamente morta la IV repubblica e non sarà compiutamente nata la V, la Repubblica Socialista e Bolivariana del Venezuela. Saremo sempre in una crisi dalle diverse sfumature, dai diversi colori, che si esprime in svariate forme nella realtà fenomenica, nella realtà visibile in superficie.

Dunque Gramsci ha abbozzato e sviluppato la tesi del blocco storico, l’egemonia di una classe che riesce a creare un blocco storico nel quale si possono ben identificare le strutture e le sovrastrutture. Perdonatemi se sono un po’ accademico, ma so che il livello culturale del nostro popolo ha fatto un enorme salto di qualità, e che in ogni luogo e momento siamo tutti in grado di riflettere su queste teorie che illuminano la realtà per meglio comprenderla, e Gramsci, quando parla di sovrastruttura, ascoltate bene, la sovrastruttura del blocco storico dominante, dice che essa ha due livelli: la società politica e la società civile. La prima possiamo riassumerla bene nelle istituzioni dello Stato e del governo, dunque nelle istituzioni politiche; la seconda è un complesso di istituzioni economiche, di organismi o istituzioni comunemente dette “private”, attraverso le quali la classe dominante può diffondere, estendere e collocare in tutti gli spazi della vita la sua ideologia, e qui arriviamo alla odierna realtà venezuelana. Una delle grandi contraddizioni che abbiamo oggi in Venezuela, è precisamente lì, tra la società politica – lo Stato che ha sperimentato un processo di trasformazione e liberazione – e una società, detta civile, di istituzioni comunemente private, che adesso non controllano lo Stato. La classe dominante del Venezuela si era strutturata in un blocco storico con il nome di “Patto di Puntofijo“.

Essa riuscì a subordinare lo Stato alla società civile, quindi la società politica venne subordinata alla società civile, intendendo questa nel senso gramsciano che ho menzionato.

Che succede quando Hugo Chávez arriva al governo del Venezuela per volontà della maggioranza della popolazione? La società civile dominante cerca di impadronirsi di Chávez, ma Chávez non si è mai subordinato, né mai lo farà, a questa vecchia società civile del “Patto di Puntofijo“.

La società cosiddetta civile possiede un insieme di istituzioni, Gramsci le elenca, e una di esse è la Chiesa, perciò la élite cattolica si scaglia contro di noi, la spiegazione storico-scientifica è questa. L’élite cattolica, con alcune eccezioni, che non sono altro che eccezioni, sempre e in tutto il mondo si è alienata, ha fatto parte dei blocchi dominanti del capitalismo.

È triste dire ciò per me che sono cattolico, anche se sono essenzialmente un cristiano. Cristo è il mio signore, mio padre, il mio redentore. Mia nonna Rosa Inés Chávez – ovunque tu sia ti ricordo sempre – quando mi vestivo da chierichetto mi diceva: “Non credere che perché indossi quest’abito e per il fatto che vai in chiesa tu stia con Dio”, mi diceva: “Non credere a tutto quello che dice il prete”, me lo diceva sempre, e si è molto rallegrata quando ho smesso di fare il chierichetto. Accendeva ceri ai santi affinché smettessi di fare il chierichetto. Sembrava una contraddizione, ma ora la capisco bene. […]

In quasi tutta l’America, durante gli ultimi 100 anni e più, la chiesa, i mezzi di comunicazione e il sistema scolastico, sono stati i tre grandi corpi organici che Gramsci segnala come le istituzioni fondamentali della società civile, usate per diffondere nelle classi sociali e nei ceti popolari la propria ideologia dominante. Gramsci classifica l’ideologia in strati. La forma più elaborata dell’ideologia è la filosofia. Visto che non possiamo essere tutti filosofi, le classi dominanti hanno elaborato diversi strati di ideologia e così esse hanno i loro filosofi, le loro scuole e i loro libri di filosofia attraverso i quali impregnano dell’ideologia dominante la società.

Ma c’è un secondo livello sotto quello della filosofia: il neoliberalismo, per esempio, possiede una sua filosofia, ma a livello filosofico è molto elaborato e non è digeribile dagli strati sociali subalterni. La classe dominante, quindi, elabora le tesi della libertà del mercato e di espressione (intesa come la intendono loro, manipolandola), le tesi dell’integrazione in un modello tipo ALCA, che è la proposta dell’impero nordamericano. Elabora un corpus di idee che si riferisce alla democrazia borghese, con la divisione dei poteri, l’alternanza, la rappresentanza come fondamento della democrazia, grandi menzogne, ma sono il corpo ideologico di quella filosofia egemonica che in Venezuela e in buona parte dell’occidente ha dominato per più di 100 anni.

Un terzo livello negli strati ideologici secondo Gramsci è quel che egli chiama il senso comune, che è il prodotto dell’immersione nella filosofia e nell’ideologia dominante, in diverse forme, attraverso le telenovele, i film, le canzoni, la propaganda, etc. […]

Compagni, qui ci sono alcuni elementi – ripeto –  per comprendere bene ciò che sta succedendo. Noi stiamo liberando lo Stato, perché la società civile borghese controllava lo Stato venezuelano a proprio piacere, manipolava il governo, il potere legislativo, quello giudiziario, le imprese statali, la Banca pubblica, il bilancio nazionale. Stanno perdendo tutto questo, se non totalmente, nella sostanza. E ora sono ripiegati nei nuclei duri della società civile borghese, utilizzando, a volte in modo disperato, gli spazi che gli rimangono in quelle istituzioni segnalate da Gramsci: la Chiesa, i mezzi di comunicazione e il sistema educativo. Da qui l’importanza di capire lo scenario della battaglia.

L’oligarchia venezuelana è in una situazione disperata, vi dico anche che poteva convivere con la rivoluzione, questa poteva essere una contraddizione, però poteva essere così. Non avevamo nessun piano per radere al suolo l’oligarchia, la borghesia venezuelana, e ora lo abbiamo sufficientemente dimostrato, in più di otto anni.

Quindi se l’oligarchia venezuelana non capisce ciò, non accetta l’appello alla pace e alla convivenza che noi, la grande maggioranza dei rivoluzionari, gli abbiamo lanciato, se la borghesia continua a scagliarsi disperatamente utilizzando gli spazi che gli rimangono, continuerà a perdere, uno ad uno, questi spazi.

Li perderà uno per uno. Dominavano le Forze Armate e le hanno perse; dominavano il Canal 2 della TV, l’hanno perso e non lo recupereranno mai più. Quindi questo messaggio è per la classe borghese venezuelana: vi rispettiamo come venezuelani, voi rispettate il Venezuela, la nostra costituzione, le nostre leggi. Se non lo farete ve ne pentirete, vi faremo ubbidire alle leggi venezuelane. Se ne pentiranno, vi giuro che se ne pentiranno! […]

In tutto ciò, a noi non rimane che continuare a conformare il nuovo blocco storico. Ricade su di noi la responsabilità di continuare con pala e piccone, impiegando mattoni e cemento per fare più grande e più solido delle torri del Parque Central il nuovo blocco storico venezuelano. […]

Continuiamo con i cinque motori costituenti, a pieno ritmo, nella costruzione del socialismo, a livello politico, costruendo la democrazia socialista; a livello economico costruendo l’economia socialista; etico, attivando la nuova morale socialista; sociale, costruendo la maggior quantità di felicità possibile; la nuova geopolitica nazionale; la nuova geometria del potere; la nuova geopolitica internazionale; il mondo multipolare.

A proposito di politica internazionale, sappiamo sicuramente tutti che i grandi mezzi di comunicazione in mano alle élite ci hanno messo davanti al plotone di esecuzione, ma questo non ci indebolisce, quelle critiche insane e manipolate stanno piuttosto producendo una reazione mondiale. Ieri stavo guardando un programma della Tv spagnola, e c’è stato un gruppo di spagnoli che ha difeso il Venezuela.

Ho visto la televisione francese, io guardo molta Tv perché sono cosciente del fatto che questa battaglia si gioca su uno scenario di guerra mondiale, una vera guerra mondiale mediatica. In Francia si sono esposti leader della sinistra, intellettuali – tra gli altri il nostro amico Ignacio Ramonet –  per difendere il Venezuela. Si sono aperti i giochi nei loro stessi territori. Quindi l’oligarchia mondiale non si rende conto, o meglio se ne rende conto troppo tardi, che l’attacco contro il Venezuela si converte in un attacco altrove, un contrattacco nel proprio territorio.

Non se ne rende conto in tutta l’America Latina. La commissione del Congresso in Brasile, ha emesso un comunicato volgare che mi obbliga a rispondere: non accettiamo alcuna ingerenza negli assunti interni del Venezuela, assolutamente nessuna. Solo ora la destra brasiliana se ne rende conto. Oggi per esempio c’è un dibattito in una Tv di Brasilia sul “tema Venezuela”, perché lo stesso Congresso del Brasile si è portato la bomba in casa, e lì ora la devono maneggiare; lo stesso è successo in Perù, in Centro America, negli Usa, lo stesso sta succedendo in Europa. Si sono portati la bomba in casa.

Chiaro, le élite internazionali sono preoccupate, e per questo attaccano con tanta furia, perché temono che l’esempio del Venezuela si estenda ad altri paesi dove credono di essere i padroni.

Padroni di tutto, e non lo credono soltanto, sono stati padroni di tutto in molti casi. A proposito di questo tema, il tema internazionale, mi ha chiamato stamattina, poco dopo mezzogiorno, il presidente del Nicaragua, comandante Daniel Ortega, che mi ha raccomandato di salutarvi, e mi ha espresso, come molti altri, la sua solidarietà, e domani verrà nel nostro paese per una visita di lavoro. Il presidente Evo Morales ha chiamato per dire che tutta la Bolivia sta col Venezuela, con il diritto che abbiamo come Venezuelani alla libertà, alla sovranità. Addirittura ha chiamato il presidente Uribe, e mi ha detto che la Colombia non entra negli affari interni del Venezuela, e questo è un affare interno.

Continuano ad arrivare messaggi dall’Asia, stanotte ho parlato col Presidente dell’Unione Africana, il dottor Alpha Konarè, che è venuto a trovarci e mi ha detto: l’Africa non si immischia in questo, perché l’Africa rispetta la sovranità del Venezuela.

Ovviamente non poteva mancare il messaggio solidale, profondo, illuminante, degno del Comandante Fidel Castro, Presidente della Repubblica sorella di Cuba.

Da qui, per tutti loro e specialmente per te, Fidel, l’applauso del popolo venezuelano, della Rivoluzione Bolivariana. Un’alta delegazione cinese si trova ora in Venezuela, portando i saluti del presidente della Cina, il presidente russo ha telefonato per invitarci ad alcune celebrazioni nei prossimi mesi a Mosca, e in una città dell’interno della Russia. Qualche giorno fa ho letto un messaggio del presidente russo Vladimir Putin, è molto positivo che dopo tanti anni un presidente russo metta il dito nella piaga. Ha parlato dell’imperialismo nordamericano. Da molto tempo un presidente russo non parlava dell’imperialismo nordamericano. I tempi stanno cambiando, il mondo si alza in piedi; abbiamo visto la risposta che ha dato il governo della Repubblica Popolare Cinese al governo degli Usa, pretendendo il rispetto dovuto alla propria sovranità. Abbiamo visto le risposte del mondo arabo, della causa palestinese, le risposte dei Caraibi. L’impero nordamericano continuerà a indebolirsi ogni giorno di più. E in questo secolo sotterreremo l’impero nordamericano, affinché ci sia un mondo veramente libero.

Noi, dunque, continuiamo a lavorare a due mani per costruire il nuovo blocco storico, costruendo il socialismo, la nuova società politica che sarà lo Stato sociale, lo Stato socialista, la Repubblica socialista, in tutti i suoi livelli: il potere centrale, i poteri locali, i governi comunali. Voi dal basso, dalla base, continuate a costruire il nuovo Stato, la nuova società politica. La vecchia società civile elitaria, borghese, filofascista, che indossa le camice nere di Mussolini per accusarmi di essere come Mussolini, che indossa le camice brune di Hitler per paragonarmi a Hitler, quella vecchia società civile borghese deve essere trasformata, ascoltate bene, nella nuova società socialista. Società socialista, Stato socialista, Repubblica socialista, struttura socialista, sovrastruttura socialista! E questo è ciò che teme la borghesia venezuelana, che seguendo le istruzioni di Washington cerca una volta ancora di realizzare qui una di quelle chiamate, tra virgolette, rivoluzioni colorate.

Bisogna riconoscere che in alcuni luoghi l’impero ci è riuscito. Ha funzionato per esempio in Ucraina la cosiddetta rivoluzione arancione, ma ha funzionato sì e no, perché chi guarda la realtà di oggi si rende conto che il presidente attuale ha dovuto chiamare il vecchio presidente rovesciato dalla rivoluzione arancione, per farsi aiutare a governare il paese.

Quindi abbiamo una situazione in cui la rivoluzione arancione, finanziata dalla CIA e dalla fondazione Albert Einstein, che è una fondazione che utilizza indebitamente questo nome, che è una fondazione fascista, con i suoi rappresentanti anche qui in America Latina, che con molti soldi finanzia movimenti controrivoluzionari anche in Venezuela, riuscì e non riuscì. Ciò che oggi c’è in Ucraina è una situazione di ingovernabilità e le forze filorusse o amiche della Russia che furono rovesciate, stanno ritornando ad occupare gli spazi che competono loro.

Possiamo dire che se questa strategia della Casa Bianca, dei cosiddetti colpi di stato di velluto, o rivoluzioni colorate, ha funzionato relativamente, qui la polverizziamo. I simboli che usa sono gli stessi, le camice nere, la bandiera rovesciata, incluso quello show in cui alcuni ragazzi quando arriva la stampa soprattutto internazionale, corrono e si inginocchiano davanti ad una polizia che non gli sta facendo niente, si abbassano e alzano le mani. È uno show preparato affinché quella foto faccia il giro del mondo. È in questo modo che hanno potuto generare alcune crisi in paesi i cui governi non si sottomettono a Washington. Qui stanno cercando di farlo, utilizzando certi mezzi di comunicazione, giocando coi sentimenti dei venezuelani, con il sentimentalismo a buon mercato, con il quale diedero l’addio a quel vecchio canale che non voglio neanche nominare, che non mi ricordo neanche come si chiamava, non me lo ricordo, l’unica cosa che so è che oggi il canale 2 è TVeS, la nuova televisione venezuelana sociale, questo è ciò che so.

Quindi stanno cercando, come dicono, di surriscaldare la piazza, utilizzando alcuni ragazzi, alcuni attori televisivi, alcune attrici che vanno per le strade piangendo, inscenando un dramma, una telenovela, un teleshow, ma per questo non dico di abbassare la guardia, no, tutto il contrario. Con queste grandi manifestazioni di oggi, il popolo venezuelano ha dato una risposta molto ferma e precisa. Un piccolo segnale di ciò che succederà all’oligarchia venezuelana se continuerà nel suo impegno destabilizzatore, un piccolo segnale del fatto che qui non possono farcela. Stiano allerta da tutte le parti, i lavoratori, i contadini, i governi locali, regionali, gli studenti, le donne, gli uomini, le Forze Armate. Tutti allerta, non passeranno! Vi sconfiggeremo di nuovo, signori della borghesia imperialista!

Noi, nel caso del vecchio canale borghese abbiamo avuto molta pazienza, abbiamo sopportato molto, fino al termine della concessione, ma che nessuno pensi che sia sempre così; una concessione può terminare anche prima del tempo stabilito. Può finire, secondo quanto dice la legge, per violazione della Costituzione, delle leggi, per terrorismo mediatico etc. Ci sono molti motivi ed io ho fatto un appello ai mezzi di comunicazione privati, soprattutto a quelli che si prestano al gioco della destabilizzazione, e al golpe di velluto, come lo chiamano gli strateghi gringos. Il golpe di velluto per rovesciare Chávez! Non cadete in errore, meditate bene dove state andando, perché ripeto, e come lo dico lo faccio, se la borghesia venezuelana si dispera e continua a scagliarsi contro il popolo bolivariano, continuerà a perdere i suoi spazi uno ad uno, uno ad uno continuerà a perderli.

Come ho già detto all’inizio, compagni, mi complimento con tutti per questa contundente dimostrazione di unità popolare, di coscienza popolare e rivoluzionaria. A partire da oggi, che si mantenga il contrattacco bolivariano in tutto il paese, nelle strade! Il popolo nelle strade, nelle fabbriche, nelle università, nei licei, da tutte le parti un vero contrattacco ideologico, politico, popolare, nazionale e internazionale. Oggi comincia quel che a me più piace: il contrattacco!

A me piace molto il contrattacco!

L’oligarchia venezuelana dovrà lasciarci in pace, dovrà stare tranquilla nei suoi spazi e convivere con la nuova realtà. Anche se non vogliono accettare tutto ciò, questa rivoluzione è arrivata per restare, sono passati solo 140 giorni di questo nuovo ciclo bicentenario della Rivoluzione Bolivariana. Mancano più di 5.000 giorni di rivoluzione fino al 24 giugno del 2021, quando avremo consolidato il progetto del Venezuela Socialista, della Repubblica Bolivariana e Socialista.

Continuiamo dunque a giocare il nostro ruolo, e soprattutto voi, ragazzi, assumete il vostro ruolo, questo è il tempo in cui occorre che il movimento studentesco si metta all’avanguardia insieme alla classe operaia e con i contadini al fianco dei soldati venezuelani, per fare la storia.

Costruendo la Patria, costruendo il nuovo Venezuela, continuiamo dunque secondo il punto di vista gramsciano a sotterrare il vecchio blocco, il vecchio blocco storico, e a costruire quello nuovo. Tornate a casa con tutta calma, perché domani ci si svegli ben riposati, perché è l’ultimo giorno del processo di iscrizione e registrazione dei militanti del grande Partito Socialista Unito che sta nascendo in questo momento… sta nascendo per accompagnare il popolo, gli studenti, gli indigeni, i contadini, le donne, la classe operaia, cavalcando gli orizzonti della Patria Nuova.

Vi saluto col grido di sempre: Patria, Socialismo, o Muerte! Venceremos!


[Trad. a cura del Comitato 10 aprile di Milano]

Chávez desde el Bronx hasta Nápoles

por correodelorinoco.gob.ve

Inaugurado mural en honor al Comandante Hugo Chávez en Italia

El mural recoge la historia de los pueblos indígenas, las luchas campesinas, de las Madres de la Plaza de Mayo, el movimiento sandinista, la figura revolucionaria de la mujer… todo dedicado a la importancia de mantener la memoria histórica y conocer la identidad latinoamericana

 

Luego del reciente mural dedicado al Comandante Hugo Chávez en el Bronx- Nueva York, la ciudad de Nápoles regala un nuevo homenaje a la memoria y al ejemplo de líder venezolano

En un clima de alegría, amor y fraternidad infantil culminó la III Edición de la Copa Hugo Chávez, un torneo que nace a raíz de la Campaña “Por Aquí pasó Chávez” lanzada a nivel internacional para recordar el Comandante a un año de su desaparición física en el 2013 y en este contexto La actividad inició con la inauguración del mural realizado por la artista de graffiti Diana Petrarca, dedicado a la unidad latinoamericana y al rol del presidente Chávez como elemento de integración.

El mural recoge la historia de los pueblos indígenas, las luchas campesinas, de las Madres de la Plaza de Mayo, el movimiento sandinista, la figura revolucionaria de la mujer a través de la cubana Celia Sánchez, todo dedicado a la importancia de mantener la memoria histórica y conocer la identidad latinoamericana.

Las asociaciones participantes fueron el Centro Social DAMM (Diego Armando Maradona Materdei), el Centro Intercultural NANÁ y la Asociación “Ciro Vive”, a través de su presidenta Antonella Leardi. Igualmente recibió el apoyo del Cuerpo Consular Acreditado en Nápoles, representado por Gennaro Danese, Cónsul Honorario de Nicaragua y la Alcaldía de la ciudad de Nápoles.

Primavera Sorrentino, miembro del colectivo Exopg – “Je So’ Pazzo” durante las palabras de bienvenida explicó la importancia de la estructura, la esencia política del centro a través del control popular y la importancia del ejemplo de Hugo Chávez a nivel internacional.

Amarilis Gutiérrez Graffe, cónsul general de Primera durante la premiación agregó: “Estas son las mejores paredes para rendir homenaje a Chávez, aquí se sentirá como en casa. El exopg desde su apertura ha mantenido vivo su ideario y ha apoyado fuertemente al pueblo bolivariano. Este mural lo sumamos al mural develado en el Bronx, agradecemos a los artistas y a los niños por regalarnos esta bella jornada. En este torneo hemos ganado todos, porque ha ganado el amor y la solidaridad”.

Es importante destacar que el torneo deportivo luego de sus ediciones 2014 y 2015 ha crecido en importancia e impacto, reuniendo diversos sectores sociales, asociaciones e instituciones, llevando adelante el concepto del deporte popular así como la participación activa y protagónica del pueblo venezolano.

FyF/MPPRE

 

Il vitello d’oro è stato trasformato in maiale

funny-pigdi Antonio Aponte e Toby Valderrama

elaradoyelmar.blogspot.com

Che il governo socialdemocratico voglia persistere a inciampare sulla stessa pietra, realmente meraviglia. E costituisce uno sgarbo nei confronti dei governanti e del popolo umile, e anche una condanna del chavismo che, inerte, assiste al proprio annichilimento.

Sommersi da una crisi di cui nemmeno le persone più anziane serbano memoria, il governo glissa sulle proprie responsabilità e in questo modo liquida ogni possibilità di rettifica; se il modo in cui agisce il governo è corretto, allora perché bisogna cambiare, la colpa ricadrà su altri, al “maialino” espiatorio o alla testa di turco che in passato non risolse nulla, ma almeno riuscì a tranquillizzare l’anima dei peccatori. I colpevoli si possono chiamare impero, borghesia diffusa e nemica di come si conduce l’economia, o possono essere quelli che ora sono bollati come “traditori”, che più che traditori tendono a essere i colpevoli di tutti i mali.

È proprio così, il governo attraversa questa crisi senza macchiarsi il vestito, non può essere imputato di nulla, non sbaglia mai, tutto quello che dice e fa è giusto, il male si trova da un’altra parte, al suo esterno. Tutto questo sarebbe una furbata da governanti se non fosse perché questo tipo di comportamento ci conduce verso il caos, verso il fascismo. Analizziamolo più da vicino.

L’errore nel quale incorre il governo è che nel campo dell’economia non vede altro che il materiale, lo stomaco. In questa forma la politica solo si riduce a chi somministra, a chi è il migliore fornitore. Il cuore, l’idealismo non sono presi in considerazione, in questa maniera l’economia perde la sua metà, la metà più importante, quella decisiva, l’anima, lì dove tutto finisce e tutto inizia.

Quando la fornitura materiale è fallita, quando il vitello d’oro ha smesso di essere tale, ci siamo accorti che in un paese di fornitori e consumatori insaziabili l’etica è quella del mercenario. Il governo, che non possiede altro da offrire, mente; la menzogna diventa una merce di produzione industriale, la consumano gli umili disposti all’ingenuità. Ma l’ingenuità e la menzogna sono una miscela esplosiva per tutti quei governi che un giorno si vedono abbandonati, senza più un appoggio attivo, perendo nelle mani dei nuovi fornitori che offrono promesse che sono consumate dagli ingenui e tutto continua fino a quando non giunge di nuovo il benessere per ricominciare la danza intorno al vitello d’oro, che poi finisce nel lamento del “maialino” che si è rubato l’oro.

Questo ciclo cupo: vitello-maialino/benessere—lamento/consumo-lagnanza è stato rotto da un Comandante che aveva capito che la cosa più fondamentale non è il materiale, il quale solo serve per seguire l’ideale, per sostituire i lupi con i fratelli. Un Comandante che ha scelto di essere Cristo e non Rockefeller, di essere Bolívar e non Boulton, che si è giocata la vita per una Rivoluzione che presentiva fosse infinita. Ma il Cristo è stato nuovamente crocifisso e il ciclo è riapparso e con lui la menzogna che per l’umile ora è meno attendibile. Ma si sospetta che laggiù nel fondo esistono dei dirigenti che possono, vogliono, rompere nuovamente questo ciclo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Gianni Minà: «La Storia non torna indietro»

di Alessandro Bianchi – L’Antidiplomatico

I suoi film documentari su Che Guevara, Muhammad Ali, Fidel Castro, Rigoberta Menchú, Silvia Baraldini, il subcomandante Marcos, Diego Maradona e Hugo Chávez sono già storia. Il suo voler essere ostinatamente un uomo libero e amante della verità lo ha costretto ad essere lontano dai riflettori del circo mediatico negli ultimi anni. La sua straordinaria dedizione e amore per il giornalismo, quello vero, quello che in Italia è solo un bieco ricordo, lo hanno recentemente portato di nuovo a Cuba, nella sua Cuba, per assistere da vicino allo storico recente viaggio del Papa più rivoluzionario. Oggi editore e direttore della rivista Latinoamerica e tutti i sud del mondo. Nessuno, in poche parole, più di Gianni Minà può illuminare l’opinione pubblica italiana sulle elezioni in Venezuela e sul futuro di quel processo di integrazione dell’America Latina oggi a rischio per il ritorno del Fondo Monetario Internazionale in paesi che si erano disintossicati.
 
L’AntiDiplomatico lo ha intervistato per voi.
 
Le elezioni del 6 dicembre in Venezuela segnano una brusca frenata per la rivoluzione bolivariana. Quale è stata la sua prima reazione a caldo e quali riflessioni dobbiamo trarne a mente un po’ più fredda? 
 
Bisogna essere molto onesti intellettualmente su questo. Il Venezuela vive nella condizione vissuta già da Cuba 50 anni fa. Una situazione di difficoltà estrema creata ad hoc per far fallire il paese, far fallire la sua idea meravigliosa. Mentre Chávez ha saputo sempre reagire con una saggezza alta, con un istinto politico fuori dalla norma, la rivoluzione bolivariana priva del suo leader è ora all’esame più importante dopo la sconfitta elettorale del 6 dicembre. Con le spalle al muro, Chávez aveva sempre reagito e con Lula era stato il protagonista di quel capolavoro politico che è l’integrazione dell’America Latina. Oggi Maduro e i suoi eredi devono dimostrare di saperlo fare, ma non sarà facile.
 
Devono dimostrare di superare questo momento. Ma per farlo non si può partire da un’analisi seria e obiettiva degli errori commessi. Qual è stato il più grande secondo lei?
 
L’errore più grande è quello di aver accettato lo scontro totale e non aver cercato, come fece Chávez, di negoziare su alcuni fronti. Certo la guerra è stata totale, i mezzi di comunicazione internazionali hanno alzato la posta in gioco mistificando costantemente tutto ed era difficilissimo, ma Maduro non ha saputo reagire con il dovuto calcolo politico al clima internazionale creatosi contro il Venezuela. 

Il clima è stato oggettivamente senza precedenti. Pensiamo ad esempio alla figura di Leopoldo Lopez, in occidente dipinto come prigioniero politico, quando in realtà è un istigatore di violenza e un chiaro eversivo. 
Oggi la moglie è stata dipinta ad hoc come l’immagine di questa opposizione, avamposto del ritorno delle multinazionali occidentali e del Fmi nel paese, quando l’immagine che più ritrae questa famiglia è la famosa fotografia tra George W. Bush e Lopez alla Casa Bianca. Le direttive partivano da lì, sono sempre partite da lì.
  
Lei che l’ha conosciuto di persona e che ha avuto modo di studiare e scrivere come nessuno in Italia sull’America Latina, come avrebbe reagito Chávez?
 
Chávez era un vero democratico, in quel senso di democrazia che noi in occidente non conosciamo più o facciamo finta di non ricordare. Era poi un innovatore incredibile. Chávez subì un colpo di stato nell’aprile del 2012 ed ha reagito con la capacità di chi era in grado di mettere in discussione e di sconfiggere, portando il popolo dalla sua parte, tutte le mistificazioni, bugie e fango creato ad hoc da quelle corporazioni mediatiche che lavorano per gli interessi di chi vuole da sempre far tornare il Venezuela il giardino di casa degli Stati Uniti. E dopo il 6 dicembre Chávez si sarebbe rimboccato le maniche, sarebbe ripartito e avrebbe riportato il popolo dalla parte della rivoluzione bolivariana per la nuova sfida. 
 
E Nicolás Maduro, l’erede scelto da Chávez per proseguire il percorso rivoluzionario, ci riuscirà?
 
Io sono moderatamente ottimista; è vergognosa la congiura internazionale per far cadere un governo democraticamente eletto che fa la politica quella con la P maiuscola, per il popolo e non per tutelare gli interessi delle oligarchie finanziarie degli Stati Uniti, quelle per intenderci che noi in occidente ossequiamo. Io ho fiducia nell’autodeterminazione delle singole popolazioni che lottano contro i colpi di stato morbidi e le guerre economiche. La popolazione del  Venezuela lo capirà presto, ne sono sicuro.
 
Strano come per i commentatori italiani che parlano oggi di trionfo di democrazia in Venezuela, la democrazia è sempre quando vincono i regimi che si chinano alle nostre merci, mentre dittature sono quei governi che perseguono l’emancipazione delle loro popolazioni. Per quegli stessi commentatori il Chavismo è di fatto finito; è d’accordo con questa conclusione?
 

In occidente abbiamo una strana concezione di “democrazia” e “libertà” o di quello di cui il mondo ha bisogno, basti pensare ai disastri che abbiamo creato in Libia e Siria. Il Venezuela non si è ancora fatto fagocitare da questa “democrazia” dove le decisioni spettano agli oligopoli del profitto e non alle popolazioni. 


A differenza di Cuba purtroppo il chavismo non è riuscito a raggiungere una sicurezza nel tempo. Cuba ha resistito perché da subito ha fatto sapere che nell’isola la musica era cambiata per sempre e che il capitalismo più vergognoso non era più ben accetto e non lo sarà mai più per buona pace di chi oggi scrive e dice che Cuba cederà.

In Venezuela al contrario, la rivoluzione bolivariana ha dovuto convivere con quel capitalismo che controlla ancora ampi e importanti settori del paese e quasi tutti i mezzi di comunicazione. Il Venezuela, in poche parole, non è ancora riuscita a far sapere al mondo che la via è quella progressista, di una più equa ridistribuzione delle risorse. Questo sarà il prossimo passo. Sono ottimista che ci riuscirà, nonostante tutto il fango gettato Maduro è ancora il presidente e la popolazione si renderà presto conto che il buio neo-liberista del Fondo Monetario Internazionale non può essere la strada.
 
La vittoria di Macri, i problemi di Dilma in Brasile e l’affermazione della destra (FMI) in Venezuela pongono un serio rischio al processo d’integrazione dell’America Latina, il capolavoro politico di Hugo Chávez e un barlume di speranza per tutta l’umanità.
 

Il seme della rivoluzione bolivariano è stato impiantato e esisterà per sempre. Bisogna sempre ricordare che dalla Rivoluzione cubana, da Chávez non si torna indietro. Bisogna sempre ricordare ai vari commentatori che inondano la stampa italiana sul “ritorno della democrazia in Venezuela” che la storia non ti fa tornare indietro. Chi avrebbe mai potuto pensare che un paese come l’Ecuador avrebbe potuto tenere per anni e anni in protezione nella sua ambasciata a Londra colui che ha smascherato tutti i crimini più recenti dell’occidente? Il mondo è cambiato per sempre e questi signori se ne devono fare una ragione.

Nell’ultima conferenza sul clima le grandi potenze non hanno più potuto mostrare la loro arroganza come nei consessi precedenti. Il mondo è cambiato per sempre, anche grazie alla rivoluzione bolivariana.

Leopoldo López condenado a 13 años y 9 meses: por fin se hizo justicia

Leopoldo-Lopez-CIAPor Alessandro Pagani

“Pon atención a los medios de comunicación, porque si no estás prevenido, ellos te harán amar al opreso y odiar al oprimido”, había escrito Malcolm X, el gran activista negro asesinado el 21 de febrero de 1965 dentro del terrorismo de estado estadounidense contra la comunidad afroamericana en los EEUU. Ahora bien, cuando leemos artículos como el de Massimo Cavallini en el “Fatto Quotidiano” del 11 de septiembre 2015 en relación a la condena de 13 años y 9 meses al fascista y golpista reo confeso Leopoldo López, no podemos hacer sino constatar como la frase mencionada de Malcolm X, justamente corresponde a este género de periodistas asalariados, que buscan hacer “amar al opreso y odiar al oprimido”. De hecho, éste acusa de “proceso farsa” y de “condena falsa” el poder jurídico de un país soberano reconocido por las Naciones Unidas. El habla de un país al borde del abismo, cuando, al contrario, sabemos que Venezuela ha sido premiada por la FAO, por haber erradicado completamente el problema del hambre en Venezuela, sin mencionar todas la misiones y proyectos sociales que han devuelto la esperanza a una población – la venezolana – que en su mayoria, hasta antes del triunfo de Chávez en 1999, se encontraba relegada a los márgenes de la sociedad.

El periodista, además, se permite emitir juicios de valor fuera de lugar y fuera de toda realidad, cuando afirma que “el gobierno bolivariano – hoy guiado por Nicolás Maduro, hijo y apóstol de Hugo Chávez – ha resultado del todo incapaz, no solamente de gobernar un País, arrastrándolo al borde del desastre económico, político y moral, sino también de preparar una, apenas decente, (decente en el sentido de no totalmente grotesca) parodia de justicia”. Ahora tales afirmaciones son falsas. Maduro – como sabemos – se está demostrando un óptimo sucesor de Chávez, si pensamos a la política interna e internacional que está llevando adelante conjuntamente con la colaboración del pueblo venezolano y mediante acuerdos que están re forzando el proyecto bolivariano y martiano de una Patria Grande en “Nuestra América”.

Desde cuando Maduro está en el gobierno, no ha faltado, por cierto, el ampliarse de la guerra de “Cuarta Generación” contra el proceso revolucionario. Esto se evidencia si pensamos a las campañas mediáticas en curso contra el gobierno de Maduro; si pensamos a la guerra económica, a la guerra sicológica y cultural; al paramilitarismo y a las “guarimbas”, que han llevado al país andino-amazónico al límite de una guerra a “baja intensidad”, y que si no se concluye en un golpe de estado o en una guerra civil, es debido a la gran capacidad política y humana del primer presidente obrero de “Nuestra América”, el compañero Nicolás Maduro. Un Nicolás Maduro, que ha sabido recoger y reforzar la bandera de la unidad civico-militar heredada del Comandante Eterno Hugo Chávez.

Las acusaciones de “proceso farsa” y de “condena falsa” denotan el ridículo, si no fuera que tales consideraciones van inmersas dentro de una campaña de odio orquestada por las agencias del imperio con sede en Washigton. No es un caso, de hecho, que el artículo de Cavallini es una verdadera y propia “copia y calco” de otros artículos “basura” de la prensa alineada a los intereses de estado estadounidenses (BBC, el País, El Mundo, etc) y que buscan “hacer amar al opresor”: el imperialismo yanqui y sus acólitos, y “odiar al oprimido”: los pueblos y gobiernos que hoy están demostrando a la opinión pública internacional que salir de la crisis del capital es posible sólo con la construcción del socialismo del siglo XXI; a través de la realización de aquello que los pueblos y los gobiernos miembros del ALBA-TCP definen – con razón – como “Nuestros Socialismos”.

Pero quién es Leopoldo López? Este fascista y golpista, reo confeso, que el mecionado periodista italiano lo dibuja como un “paladín de libertad”, un “oprimido”, un “combatiente por la libertad”?

López, de ciudadanía venezolana, es el jefe de la organización de extrema derecha “Voluntad Popular”, grupo que no ha escondido nunca las propias simpatías por otros grupos de extrema derecha que en el pasado, no tan remoto, durante los años de las dictaduras militares fascistas y de la Operación Cóndor en América Latina, se han manchado de los peores crímenes contra la humanidad; desde cuando se ha terminado la segunda guerra mundial. Para hacer una comparación con Italia podriamos decir que “Voluntad Popular” representa la misma fuerza política que entonces ha representado el Movimiento Social Italiano (MSI) en Italia.

Las actividades de Leopoldo López han iniciado en los años noventa del siglo pasado cuando éste emprende un curso de estudios en el Kennedy School of Government de la Universidad de Harvard, un Centro de altos estudios estratégicos y militares fianciados por la Agencia Central de Intelligence estadounidense (CIA). Fue en aquel entonces que Lopez conoce al general David Petraeus, que sucesivamente se ha descubierto ser un agente de la CIA.

En el 2002, luego del entrenamiento recibido de aquel tropel de espías y asesinos que son la CIA, lo vemos dirigir las protestas que provocaron decenas de muertos inocentes, propiciando el golpe de estado contra el gobierno revolucionario y bolivariano de Hugo Chávez. Siempre en aquellos días, se hace conocer tambien por el asedio contra la Embajada de la República de Cuba ubicada en Caracas.

No obstante una amistía recibida en el 2007, López se quedará en el centro de la atención, por el grande y considerable robo de los fondos de PDVSA, a través de “Primero Justicia”, el partido del que él ha sido dirigente principal.

Leopoldo López no ha escondido nunca su interés por convertirse en presidente de la República, algo que no es un crímen en Venezuela, a no ser que, para obtener tal objetivo y frente a la incapacidad de hacer brecha en la mayoría de la población venezolana, decidiera construír un “pacto criminal” con la extrema derecha narco-paramilitar colombiana y en el caso con Alvaro Uribe, acusado, no pocas veces, por sus estrechos lazos con las Autodefensas Unidas de Colombia (AUC) que, al contrario de haber sido desmanteladas durante su gobierno, han encontrado un resguardo jurídico detrás de su “mano dura” contra el pueblo colombiano y su “gran corazón” hacia los paramilitares.

En una entrevista Alvaro Uribe declaró: “Me he reunido con Leopoldo López, un dirigente político, joven y ambicioso, con grandes capacidades como dirigente político. Con el hemos delineado la lucha conta el narcotráfico”. Esta entrevista fue hecha cuando Uribe era presidente de Colombia.

Ahora bien, se necesitaría preguntar a Cavallini, que escribe para el “Fatto Quotidiano”, un periódico que hace de la “lucha conta la corrupción” su caballo de batalla: por qué un presidente de la República de una nación como Colombia se reunía con el jefe de la oposición – de una oposición además golpista y involucrada en el narcotráfico – y no con el gobierno elegido democráticamente y constitucionalmente presente en Venezuela, para hablar de lucha contra el narcotráfico? Qué cosa diría cualquier gobierno italiano, si el presidente de un país amigo se encontrase con los jefes de la mafia para hablar de lucha contra el narcotráfico, por ejemplo?

Resulta evidente que leyendo el artículo de Cavallini, quien está moviendo un “juicio farsa” no es el poder jurídico venezolano, sino, el periodismo italiano, que en lugar de investigar sin prejuicios ideológicos la compleja situación actualmente en curso en Venezuela, ha preferido dar cabida a las mentiras de una cierta prensa internacional alineada a la guerra no convencional en cruso contra Venezuela y contra de todos los países miembros del ALBA –TCP, que evidentemente molestan a los intereses económicos de los Estados Unidos en el hemisferio occidental, donde la América Latina ha sido considerada siempre como el propio “patrio trasero”.

Otro golpe contra la credibilidad del periodismo italiano.

(VIDEO) Castro su Chávez: «Vero rivoluzionario Latinoamericano»

1363014821_0di Fabrizio Verde

Nel dicembre del 1994, il tenete colonnello e leader della ribellione militare del febbraio 1992 contro il governo neoliberista guidato da Carlos Andrés Pérez, Hugo Chávez, si recò in visita a L’Avana dove incontrò Fidel Castro. Fu allora che ebbe iniziò una nuova storia per l’intera America Latina. 

Nel 61° anniversario della nascita del Comandante Chávez, vogliamo ricordarlo con le parole di ammirazione ed elogio che il capo della Rivoluzione Cubana utilizzò per descrivere il futuro leader della Rivoluzione Bolivariana al quotidiano cubano Juventus Rebelde: «Chávez è un soldato pronto a dare la sua vita, in ogni momento, per la causa dei popoli dell’America Latina. Un vero rivoluzionario. Bolivariano. Latinoamericano».  

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Chávez, hombre renacentista del siglo XXI

por James Petras

El presidente Hugo Chávez fue un hombre único en múltiples áreas de la vida política, social y económica, que realizó importantes contribuciones al avance de la humanidad. La profundidad, el alcance y la popularidad de sus logros le distinguen como el “presidente renacentista del siglo XXI”.

Muchos autores han señalado una u otra de sus contribuciones históricas, destacando las leyes para combatir la pobreza, la capacidad para ganar elecciones populares con rotundas mayorías y su defensa de la educación y la sanidad públicas gratuitas y universales para todos los venezolanos.

En este artículo, destacaremos las singulares contribuciones históricas que el presidente Chávez realizó en el ámbito de la economía política, la ética y el derecho internacional y en la redefinición de las relaciones entre los líderes políticos y los ciudadanos. Comenzaremos con su contribución perdurable al desarrollo de la cultura cívica en Venezuela y otros países.

Hugo Chávez, el gran maestro de los valores cívicos

Desde sus primeros días en el cargo, Chávez emprendió un cambio constitucional que facilitara la rendición de cuentas de los dirigentes y las instituciones políticas ante los ciudadanos. A través de sus discursos, informó clara y meticulosamente al electorado de las medidas y las leyes que servirían para mejorar su modo de vida y le invitó a expresar comentarios y críticas. Su estilo era la creación de un diálogo constante, especialmente con los pobres, los desempleados y los trabajadores. Tuvo tanto éxito en sus enseñanzas de las responsabilidades cívicas al electorado venezolano que millones de habitantes de los barrios pobres de Caracas se levantaron espontáneamente para oponerse a la junta militar-empresarial respaldada por Estados Unidos que había secuestrado al presidente y clausurado el parlamento. En 72 horas –todo un récord- los ciudadanos con conciencia cívica restauraron el orden democrático y el gobierno de la ley en Venezuela, rechazando por completo la defensa de los golpistas que realizaron los medios de comunicación y su efímero régimen autoritario.

Chávez, como todos los grandes educadores, aprendió de esta intervención democrática de la masa ciudadana, que los defensores más efectivos de la democracia estaban entre la gente trabajadora, y que sus peores enemigos se hallaban en las élites empresariales y en los oficiales del ejército con contactos en Miami y Washington.

La pedagogía cívica de Chávez hacía hincapié en la importancia de las enseñanzas y los ejemplos históricos de los padres fundadores de la nación, como Simón Bolívar, a la hora de crear una identidad nacional y latinoamericana. Sus discursos elevaron el nivel cultural de millones de venezolanos que habían crecido en medio de la cultura servil y alienante de Washington y de las obsesiones consumistas que provocaban los grandes centros comerciales de Miami.

Chávez consiguió infundir una cultura de solidaridad y apoyo mutuo entre los explotados destacando la importancia de los vínculos “horizontales” frente a la dependencia clientelar vertical de los ricos y poderosos. Su triunfo en la creación de una conciencia colectiva afectó decisivamente al equilibrio de poder alejándolo de los gobernantes adinerados y los partidos políticos y sindicatos corruptos y orientándolo hacia los nuevos movimientos socialistas y sindicatos de clase. Lo que más provocó la cólera histérica de los venezolanos ricos y su odio imperecedero al presidente que había creado un sentido de autonomía, dignidad y “empoderamiento de clase” fue la educación política que realizó Chávez, explicando a la mayoría popular su derecho a disfrutar de una sanidad y una educación superior gratuitas, salarios dignos y pleno empleo, lo que consiguió mediante una educación pública que terminó con siglos de privilegios y omnipotencia de las élites.

Es preciso destacar que los discursos de Chávez, con enseñanzas tanto de Bolívar como de Karl Marx, crearon un trascendente y generoso patriótico y nacional y un profundo rechazo a la élite postrada a los pies de Washington, los banqueros de Wall Street y los ejecutivos de las compañías petroleras. Los discursos antiimperialistas de Chávez tenían eco porque utilizando el lenguaje de la gente común ampliaba su conciencia nacional hasta lograr su identificación con América Latina, especialmente con la lucha cubana contra las intervenciones y las guerras imperialistas.

Las relaciones internacionales y la Doctrina Chávez

A comienzos de la década anterior, tras el 11 de septiembre de 2001, Washington declaró la “Guerra al Terror”. Fue una declaración pública que abría la puerta a intervenciones militares unilaterales y guerras contra naciones soberanas, movimientos e individuos considerados como adversarios, en violación del derecho internacional.

Casi todos los países cedieron frente a esa flagrante violación de los Acuerdos de Ginebra, pero no así el presidente Chávez, que hizo la refutación más profunda y sencilla contra Washington: “No se combate al terrorismo con terrorismo de Estado”. En su defensa de la soberanía de las naciones y de la jurisprudencia internacional, Chávez subrayó la importancia de encontrar las soluciones políticas y económicas a los problemas y conflictos sociales, repudiando las bombas, la tortura y el caos. La Doctrina Chávez hacía hincapié en el comercio y las inversiones Sur-Sur y en la solución diplomática y no militar de los conflictos. Defendió los Acuerdos de Ginebra frente a la agresión colonialista e imperialista a la vez que rechazaba la doctrina imperial de la “Guerra contra el Terror”, definiendo el terrorismo de Estado occidental como peligrosamente similar al de Al-Qaeda.

La gran síntesis de teoría y práctica política

Uno de los aspectos más profundos e influyentes del legado de Chávez es su original síntesis de tres grandes corrientes de pensamiento político: el cristianismo popular, el nacionalismo y la integración regional bolivarianos y el pensamiento político, social y económico del marxismo. El cristianismo de Chávez le inculcó una profunda creencia en la justicia y la igualdad de las personas, así como la generosidad y el perdón a los adversarios, aunque participaran en un golpe de Estado violento, en un paro patronal asfixiante, o colaboraran abiertamente y recibieran financiación de organismos de inteligencia enemigos. Mientras en cualquier otro lugar del mundo quienes dan un golpe de Estado se enfrentan a condenas en prisión o incluso a ejecuciones, la mayor parte de los golpistas contra Chávez rehuyeron la acción judicial e incluso volvieron a formar parte de sus organizaciones subversivas. Chávez demostró una firme creencia en la redención y el perdón. Su cristianismo forma parte de la “opción por los pobres”, de la amplitud y profundidad de su compromiso con la erradicación de la pobreza y de su solidaridad con los pobres frente a los ricos.

La aversión profunda de Chávez y su oposición eficaz al imperialismo norteamericano y europeo y al colonialismo brutal israelí estaban hondamente arraigadas en su interpretación de los escritos y la historia de Simón Bolívar, el fundador de la patria venezolana. Las ideas bolivarianas sobre liberación nacional fueron muy anteriores a cualquier contacto con escritos de Marx, Lenin o de otros autores antiimperialistas más contemporáneos. Su fuerte e inquebrantable defensa de la integración regional y del internacionalismo estaban muy influidas por los “Estados Unidos Latinoamericanos” propuestos por Simón Bolívar y por su actividad internacionalista en apoyo de los movimientos anticoloniales.

Chávez incorporó sus ideas marxistas a una previa visión mundial basada en su antigua filosofía internacionalista de corte cristiano y bolivariano. La opción por los pobres se profundizó con su reconocimiento de la importancia de la lucha de clases y de la reconstrucción de la nación bolivariana mediante la socialización de “las cumbres de mando de la economía”. El concepto socialista de fábricas autogestionadas y de poder popular mediante consejos comunitarios adquirió legitimidad moral gracias a la fe cristiana en un orden moral igualitario de Chávez.

Mientras el Presidente respetaba y escuchaba con atención las opiniones de los académicos izquierdistas que le visitaban y a menudo alababa sus escritos, muchos de éstos no llegaron a darse cuenta, o, peor aun, ignoraron deliberadamente la propia síntesis original de historia , religión y marxismo de Chávez. Desgraciadamente, como suele pasar, algunos académicos de izquierdas creían ser, desde su postura autoindulgente, “profesores” y asesores de Chávez sobre cualquier materia de “teoría marxista”. Hablamos de ese colonialismo cultural de izquierdas que criticó despectivamente a Chávez por no haber seguido sus prescripciones listas para el consumo, publicadas en las revistas políticas de Londres, Nueva York y París.

Afortunadamente, Chávez aprovechó lo que le resultaba útil de los académicos extranjeros y de los estrategas políticos financiados por ONG mientras desechaba aquellas ideas que no tenían en cuenta las especificidades histórico-culturales, de clase y de Estado rentista de Venezuela.

El método de pensamiento que Chávez ha legado a los intelectuales y activistas del mundo es global y específico, histórico y teórico, material y ético, y abarca análisis de clase, democracia y trascendencia espiritual en resonancia con la gran masa de la humanidad, en un lenguaje que cualquier persona puede entender. La filosofía y la práctica de Chávez (más que cualquier discurso elaborado por expertos exaltados en un foro social) han demostrado que el arte de formular ideas complejas en un lenguaje sencillo puede mover a millones de personas “a hacer historia, y no solo a estudiarla…”

Búsqueda de alternativas prácticas al neoliberalismo y al imperialismo

Quizás la mayor contribución de Chávez sea el haber demostrado, mediante iniciativas políticas y medidas prácticas, que muchos de los mayores desafíos políticos y económicos contemporáneos pueden resolverse satisfactoriamente.

La reforma radical de un Estado rentista

Nada reviste más dificultades que cambiar la estructura social, las instituciones y las actitudes de un Estado petrolero rentista, con políticas clientelistas bien enraizadas, corrupción endémica del aparato de los partidos y del Estado y una psicología de masas basada en el consumismo. Sin embargo, Chávez tuvo éxito donde otros regímenes petroleros fracasaron. La administración Chávez comenzó realizando cambios constitucionales e institucionales para crear un nuevo marco político. Luego puso en marcha programas sociales, que profundizaron los compromisos políticos de una mayoría activa, que, a su vez, defendió valientemente al régimen frente a un golpe de Estado violento promovido por la élite empresarial y el ejército y respaldado por Estados Unidos. Las movilizaciones de masas y el apoyo popular radicalizaron, a su vez, al gobierno de Chávez y prepararon el camino para una mayor socialización de la economía y la puesta en marcha de una reforma agraria radical. La industria del petróleo fue socializada y se aumentaron los impuestos y las tasas para conseguir financiar el enorme aumento del gasto social en beneficio de la mayoría de los venezolanos.

Chávez preparaba prácticamente a diario charlas educativas fácilmente comprensibles sobre temas sociales, éticos y políticos relacionados con los programas redistributivos de su régimen, haciendo hincapié en la solidaridad social frente al consumismo individualista. Las organizaciones y los movimientos comunitarios y sindicales se multiplicaron, creando una nueva conciencia social dispuesta y deseosa de provocar el cambio social y enfrentarse a los ricos y poderosos. Las victorias de Chávez sobre el golpe de Estado apoyado por EE.UU. y sobre los paros patronales, así como su afirmación de la tradición bolivariana y de la identidad soberana de Venezuela crearon una conciencia nacionalista poderosa que socavó la mentalidad rentista y reforzó la búsqueda de una “economía equilibrada” diversificada. Esta nueva voluntad política y conciencia productiva nacional supuso un gran salto adelante, aunque todavía persistan los principales rasgos de una economía rentista dependiente del petróleo. La transición extremadamente difícil de Venezuela ha comenzado, y se trata de un proceso en desarrollo. Los teóricos izquierdistas extranjeros que critican la “corrupción” y la “burocracia” de Venezuela han ignorado por completo las enormes dificultades que supone pasar de un Estado rentista a una economía socializada y el tremendo progreso alcanzado por Chávez.

Crisis económica sin austeridad capitalista

En todo el mundo capitalista arruinado por la crisis, los partidos gobernantes, laboristas o socialdemócratas, liberales o conservadores, han impuesto “programas de austeridad” regresivos que implican reducciones brutales de beneficios sociales y de gastos en educación y sanidad y despidos masivos de trabajadores, mientras utilizan nuestros subsidios para rescatar bancos y empresas capitalistas en quiebra. Coreando el lema thatcheriano, “no hay otra alternativa”, los economistas capitalistas justifican la imposición de la carga que supone “la recuperación capitalista” sobre la clase trabajadora mientras permiten al capital que recupere sus beneficios para poder invertir.

La política de Chávez fue exactamente la contraria: en mitad de la crisis, mantuvo los programas sociales, rechazó los despidos masivos y aumentó el gasto social. La economía venezolana capeó la crisis mundial y se recuperó con un saludable índice de crecimiento del 5,8% en 2012. Es decir, Chávez demostró que el empobrecimiento masivo era producto de la propia “fórmula” capitalista para la recuperación y señaló otra alternativa para superar la crisis económica: aumento de la tributación de los ricos, fomento de la inversión pública y mantenimiento del gasto social.

Transformación social en una “economía globalizada”

Muchos analistas, de izquierdas, derechas y centro, han defendido que el advenimiento de una “economía globalizada” descartaba las transformaciones sociales radicales. No obstante, Venezuela, que está profundamente globalizada e integrada en el mercado mundial a través del comercio y las inversiones, ha realizado grandes avances en reformas sociales. Lo realmente relevante en una economía global es la naturaleza del régimen político-económico y de sus programas, que dictamina cómo se distribuyen los beneficios y los costes del comercio y la inversión internacional. En resumen, lo que resulta decisivo es el carácter de clase del régimen que gestiona su lugar en la economía mundial. Chávez, desde luego, no “des-conectó” a Venezuela de la economía mundial, sino que la “re-conectó” de una nueva manera. Dirigió el comercio y la inversión venezolanos hacia América Latina, Asia y Oriente Próximo, especialmente a países que no intervienen o imponen condiciones reaccionarias sobre las transacciones económicas.

Antiimperialismo en tiempos de ofensiva imperialista

En una época protagonizada por una intensa ofensiva imperialista por parte de Estados Unidos y la Unión Europea, que conlleva invasiones militares “preventivas”, intervenciones con mercenarios, torturas, asesinatos y ataques con drones en Iraq, Mali, Siria, Yemen, Libia y Afganistán y brutales sanciones económicas contra Irán; expulsiones colonialistas israelíes de miles de palestinos con el apoyo de EE.UU.; golpes de Estado con respaldo norteamericano en Honduras y Paraguay y revoluciones abortadas mediante títeres en Egipto y Túnez, el presidente Chávez, en solitario, se ha mantenido como el principal defensor de la política antiimperialista. Su profundo compromiso antiimperialista marca un agudo contraste con la capitulación de ciertos intelectuales “marxistas” al modo occidental que han sostenido justificaciones rudimentarias para explicar su apoyo a los bombardeos de la OTAN sobre Yugoslavia y Libia, la invasión francesa de Mali y la financiación saudí-francesa (“monarco-socialista”) de los mercenarios islamistas y el equipamiento militar contra Siria. Los mismos “intelectuales” de Londres, París y Nueva York que trataban condescendientemente a Chávez de “populista” o “nacionalista”, recriminándole por no haber escuchado su consejos o leído sus libros, han capitulado burdamente bajo la presión del Estado y los medios de comunicación capitalistas prestando su apoyo a “intervenciones humanitarias” (es decir bombardeos de la OTAN)… y justificado su oportunismo en un lenguaje de oscuras sectas izquierdistas. Chávez se enfrentó a las presiones y amenazas de la OTAN y a la subversión desestabilizadora de sus adversarios internos y articuló valerosamente los principios más profundos y significativos del marxismo de los siglos XX y XXI: el derecho inalienable a la autodeterminación de las naciones oprimidas y la oposición incondicional a las guerras imperialistas Mientras Chávez hablaba y actuaba en defensa de los principios antiimperialistas, muchos europeos y norteamericanos de izquierdas consentían las guerras imperiales: no había protestas masivas, los movimientos contra la guerra habían sido asimilados o estaban moribundos, el partido “socialista” de los trabajadores británicos defendía los bombardeos masivos de Libia, los “socialistas” franceses invadían Malí –con el apoyo del partido “anticapitalista”. Mientras tanto, el “populista” Chávez desarrollaba una comprensión de los principios y la práctica marxistas mucho más profunda, en cualquier caso, que la de sus autodesignados “tutores” marxistas extranjeros.

No ha habido ningún otro dirigente político ni intelectual de izquierdas que haya desarrollado, profundizado y ampliado los principios fundamentales de la política antiimperialista en la era de la guerra imperialista global con mayor agudeza que Hugo Chávez.

Transición de un Estado neoliberal fracasado a un Estado del bienestar dinámico

La reorganización programática y global de Venezuela y su transformación de un régimen neoliberal desastroso y fallido a un Estado del bienestar dinámico supone un hito en la economía política de los siglos XX y XXI. La reconversión exitosa de las políticas e instituciones neoliberales, así como la nueva nacionalización de las “cumbres de mando de la economía” demolieron el dogma neoliberal reinante derivado de la era Thatcher-Reagan y resumido en el lema “No hay alternativa” a las brutales políticas neoliberales.

Chávez rechazaba las privatizaciones; de hecho, volvió a nacionalizar las industrias clave relacionadas con el petróleo, socializó cientos de empresas capitalistas y desarrolló una extenso programa de reforma agraria incluyendo distribución de tierras a 300.000 familias. Fomentó las organizaciones sindicales y el control obrero de las fábricas, en oposición incluso a administradores públicos y a su propio gabinete de ministros. En Latinoamérica, Chávez mostró el camino para definir con mayor precisión y con cambios sociales más generales la era post-neoliberal. Chávez visualizó la transición del neoliberalismo a un nuevo Estado del bienestar socializado como un proceso internacional y proporcionó fondos y apoyo político a las nuevas organizaciones regionales como el ALBA, PetroCaribe, y UNASUR. Rechazaba la idea de construir el Estado del bienestar en un solo país por lo que formuló una teoría de las transiciones post-neoliberales basada en la solidaridad internacional. Las ideas y las políticas originales de Chávez en relación con la transición para superar el neoliberalismo pasaron desapercibidas para los marxistas de sillón y los expertos viajeros de las ONG del Foro Social cuyas intrascendentes “alternativas globales” sirvieron fundamentalmente para conseguir fondos de fundaciones occidentales.

Chávez demostró mediante la teoría y la práctica la posibilidad de superar el neoliberalismo, lo que supone un descubrimiento político fundamental para el siglo XXI.

Más allá del liberalismo social: definición radical del post-neoliberalismo

Los regímenes neoliberales promovidos por EE.UU. y la UE se han desmoronado bajo el peso de la mayor crisis económica desde la Gran Depresión. El desempleo masivo provocó revueltas populares, nuevas elecciones y la emergencia de regímenes de centroizquierda en la mayor parte de Latinoamérica, que rechazaban o al menos decían repudiar el “neoliberalismo”. La mayor parte de estos gobiernos dictaron leyes y decretos para financiar programas contra la pobreza, poner en marcha controles financieros y realizar inversiones productivas, a la vez que aumentaban el salario mínimo y estimulaban el empleo. No obstante, fueron pocas las empresas lucrativas que se nacionalizaron. En su agenda no estaba incluido tratar las desigualdades y la concentración de riqueza. Formularon su estrategia consistente en trabajar con los inversores de Wall Street, los exportadores locales agro-mineros y los sindicatos fagocitados.

Chávez planteó una alternativa completamente diferente a esta forma de “post-neoliberalismo”: nacionalizó las industrias de materias primas, dejó fuera a los especuladores de Wall Street y limitó el papel de las élites vinculadas con la agroindustria y la minería. Proyectó un Estado del bienestar socializado como alternativa a la ortodoxia social-liberal imperante de los gobiernos de centro izquierda, aunque trabajara con estos gobiernos en la integración latinoamericana y la oposición a los golpes de Estado promovidos por EE.UU.

Chávez fue el líder que definió una alternativa más socializada para la liberación social y la conciencia que aguijoneaba a sus aliados para avanzar más allá.

Socialismo y democracia

Chávez inauguró un nuevo y extraordinariamente original y complejo camino al socialismo basado en elecciones libres, reeducación del estamento militar para defender los principios democráticos y constitucionales y desarrollo de los medios de comunicación de masas y comunitarios. Acabó con el monopolio capitalista de los medios de comunicación y reforzó la sociedad civil como forma de contrarrestar el intento de paramilitares y quintacolumnistas apoyados por Estados Unidos de desestabilizar el Estado democrático.

Ningún otro presidente demócrata-socialista ha resistido con éxito las campañas de desestabilización promovidas por el imperio (ni Jagan en Guayana, ni Manley en Jamaica, ni Allende en Chile). Desde el principio, Chávez comprendió la importancia de crear un marco legal y político sólido para facilitar su liderato ejecutivo, promover las organizaciones populares de la sociedad civil y terminar con la influencia norteamericana en el aparato del Estado (policía y ejército). Puso en marcha programas radicales de gran impacto social que le aseguraron la lealtad y fidelidad de las mayorías populares y debilitaron los tentáculos económicos del poder político ejercido por la clase capitalista desde antiguo. Como resultado, los dirigentes políticos, los soldados y oficiales leales a la constitución y las masas populares aplastaron un sangriento golpe derechista, un paro petrolero asfixiante y un referéndum financiado por Estados Unidos y se lanzaron reformas socio-económicas aún mayores en un proceso continuado y creciente de socialización.

La originalidad de Chávez, en parte fruto de un proceso de ensayo y error, radicaba en su “método experimental”: Su profunda comprensión de las actitudes y comportamientos populares estaba fuertemente enraizada en la historia de injusticias raciales y de clase y de la rebeldía popular de Venezuela. Chávez viajó, conversó y escuchó a las clases populares de Venezuela hablar de las cosas cotidianas. Su “método” era trasladar el conocimiento basado en lo pequeño a grandes programas de cambios. En la práctica, era la antitesis del esos intelectuales extranjeros y locales sabelotodo que se dirigen a la gente literalmente desde arriba y que se consideran a sí mismos los “maestros del mundo”… al menos en el micromundo académico de izquierdas, conferencias socialistas endogámicas y monólogos ególatras. La muerte de Hugo Chávez ha sido llorada por millones de personas en Venezuela y por cientos de millones en todo el mundo porque su transición al socialismo era su mismo camino; porque escuchó sus demandas y actuó en consecuencia con eficacia.

La socialdemocracia y la seguridad nacional

Chávez fue un presidente socialista durante más de 13 años que hizo frente a una oposición violenta y prolongada a gran escala y a sabotajes financieros de Washington, la élite económica local y los magnates de los medios de comunicación. Fue el artesano de la conciencia política que dio motivación a millones de trabajadores y aseguró la lealtad constitucional del ejército para vencer el golpe militar-empresarial apoyado por Estados Unidos en 2002. Chávez adaptaba los cambios sociales de acuerdo a una evaluación realista de lo que podía encajar dentro del orden político-legal. Y, sobre todo, Chávez se aseguró la lealtad de los militares poniendo fin a los “asesores” norteamericanos y al adoctrinamiento imperial en el extranjero, promoviendo en su lugar cursos intensivos sobre la historia venezolana, la responsabilidad cívica y el vínculo fundamental que debe unir a las clases populares y a los militares en una misión nacional común.

Las políticas de seguridad nacional de Chávez se basaban en principios democráticos y en el claro reconocimiento de las graves amenazas que se cernían sobre la soberanía del país. Consiguió salvaguardar la seguridad nacional y los derechos democráticos y libertades políticas de sus ciudadanos al mismo tiempo, una proeza que ha ganado para Venezuela la admiración y la envidia de abogados constitucionalistas y ciudadanos de Estados Unidos y la UE.

Por el contrario, el presidente de Estados Unidos, Barack Obama se ha arrogado el poder de asesinar sobre la base de informaciones secretas y sin juicio previo, dentro o fuera de EE.UU. Su administración ha asesinado a ciudadanos norteamericanos “seleccionados” y a sus hijos, ha encarcelado a otros sin juicio y mantiene “archivos” secretos de 40 millones de estadounidenses. Chávez nunca se atribuyó esos poderes, ni asesinó o torturó a un solo venezolano. La docena de prisioneros convictos de actos violentos de subversión juzgados públicamente en los tribunales de Venezuela, ofrece un agudo contraste con las decenas de miles de inmigrantes musulmanes y latinoamericanos encarcelados y secretamente inculpados en Estados Unidos. Chávez se opuso al terror de Estado, mientras que Obama cuenta con equipos especiales para realizar asesinatos sobre el terreno en más de 70 países. Obama respalda el allanamiento policial arbitrario de hogares y lugares de trabajo “sospechosos”, según “pruebas secretas”, mientras que Chávez llegó a tolerar las actividades de conocidos partidos de la oposición financiados por la CIA. Es decir, Obama utiliza la “seguridad nacional” para destruir las libertades democráticas mientras que Chávez hizo respetar las libertades democráticas e impuso límites constitucionales al aparato de seguridad nacional.

Chávez procuró una resolución diplomática y pacífica de los conflictos con vecinos hostiles, como Colombia, que alberga siete bases militares norteamericanas, potenciales trampolines para una intervención norteamericana. Por otra parte, Obama está implicado en guerras abiertas con al menos siete países y ha realizado acciones hostiles encubiertas contra otros muchos más.

Conclusión

El legado de Chávez posee múltiples facetas. Sus contribuciones son originales, teóricas y prácticas y de relevancia universal. Demostró en la práctica cómo un pequeño país puede defenderse contra el imperialismo, mantener los principios democráticos y a la vez poner en marcha programas sociales avanzados. Su búsqueda de la integración regional y su promoción de los valores éticos en el gobierno de la nación son ejemplos relevantes en un mundo capitalista anegado de políticos corruptos que rebajan el nivel de vida de sus pueblos mientras enriquecen a los plutócratas.

El rechazo de Chávez a la doctrina Bush-Obama (que justifica el “terrorismo de Estado para combatir al terror”), su afirmación de que las raíces de la violencia son la injusticia social, el saqueo económico y la opresión política y su creencia en que el camino hacia la paz pasa por la resolución de estos temas fundamentales suponen una guía ética-política para la supervivencia de la humanidad.

Enfrentado a un mundo violento de contrarrevolución imperial y decidido a estar del lado de los oprimidos del mundo, Hugo Chávez entra a formar parte de la historia mundial como un dirigente político completo, con la estatura del líder más humano y multifacético de nuestra época: Una figura del renacimiento para el siglo XXI.

Osorio: «L’unità dell’America Latina ha sconfitto il modello unipolare»

resizeda lantidiplomatico.it

di Alessandro Bianchi e Marinella Correggia

Ana Elisa Osorio. Deputata per il Parlatino (Parlamento latinoamericano) ed ex ministro dell’ambiente in Venezuela

– Dopo diverse settimane di lotte e milioni di firme raccolte in tutto il mondo, alla fine Obama si è dovuto arrendere e ha dichiarato come il Venezuela non rappresenti più una “minaccia”. Quanto dovremmo aspettare prima che arrivi anche la deroga del decreto presidenziale?

E’ stata chiaramente una buona notizia l’ammissione di Obama che il Venezuela non rappresenti una minaccia per la loro sicurezza. Ora il presidente americano deve derogare questo decreto che ha portato alla mobilitazione di massa nel mondo con oltre undici milioni di firme raccolte. Lo deve fare non solo per il Venezuela, ma per il processo anti-imperialista in corso nel sud America. La minaccia sta altrove, sta in chi vuole imporre un impero.

 

– Da questo punto di vista, è stata molto significativa la VII Cumbre de las Américas a Panamá che ha ribadito il sostegno del continente al Venezuela. Cosa rappresenta oggi l’America Latina rispetto al modello unipolare neo-liberista che gli Stati Uniti vogliono ad esempio imporre in Europa attraverso il TTIP?

L’incontro di Panama è stato molto importante. Si è avuta la dimostrazione di come l’America Latina sia oggi unita nella diversità, con paesi molto diversi tra loro – alcuni si definiscono socialisti, altri progressisti, altri di destra – ma uniti in un blocco, il Celac, che riproduce in parte il progetto originario di Simón Bolívar, che sognava una grande nazione di Repubblica unita.

A Panama è stato accolto questo messaggio. Un’esigenza nata con Chávez, con Lula, con Fidel, con Kirchner e che si sta materializzando attraverso uno spazio di unità, di integrazione dove la solidarietà e la condivisione vengono prima dei bisogni economici. Il mondo unipolare voluto dagli Stati Uniti, e dall’Europa, su tutto il pianeta, per questo, non esiste già più.


Nel suo progetto politico, Chávez voleva un sistema multipolare per la pace, non solo per la “Nuestra América” ma per tutto il mondo, per il rispetto dei diritti umani, per la lotta alla povertà. Oggi tutto questo non è un’esigenza solo dell’America latina unita, ma anche di Russia e Cina, ad esempio. Si va verso quella multipolarità importante per mantenere l’equilibrio del pianeta e che di fatto segna la sconfitta dell’idea unipolare dell’impero.
– 
– Recentemente alla Camera dei deputati, il Movimento Cinque Stelle ha organizzato un convegno sull’organizzazione solidale e compensativa ALBA-TCP dove ha partecipato anche il Segretario Generale Bernardo Álvarez. E’ giunto il momento di pensare per l’Europa del sud un modello di integrazione similare per non divenire il cortile di casa della Troika?
L’idea di un’Alba mediterranea è meravigliosa. I modelli non sono esportabili di per sé, perché l’ALBA-TCP ha delle caratteristiche tipiche dell’America latina, è stata la nostra seconda indipendenza, che ha raccolto poi un’esigenza comune di Venezuela, Ecuador, Bolivia e altri paesi. Si tratta di un’integrazione solidale in cui il petrolio viene scambiato per cibo, il petrolio viene scambiato per servizi medici ed educazione, etc… E’ una relazione in cui guadagnano tutti i paesi e che va contro le logiche del profitto del capitalismo dove uno domina sull’altro. Noi abbiamo dimostrato che è possibile. Ed è straordinario che di tutto questo si discuta anche in Europa del sud: è un salto qualitativo per l’Europa quello che sta accadendo in Grecia, in Spagna e anche in Italia. E può essere un esempio in un continente dove il modello di integrazione è quello della logica economica tedesca della disuguaglianza e di un paese che domina sugli altri. Simón Bolívar diceva che l’unità è la forza. Anche nell’Europa del sud si deve comprendere come il potere risiede nei popoli, i popoli devono prendere coscienza di questo e assumersi le responsabilità storiche.
– Lei è stata ministro dell’ambiente nel governo Chávez. Ci può spiegare come si combina la cosiddetta visione di “Ecosocialismo” in un paese estrattivo come il Venezuela?
 
Il Venezuela è stato il primo paese di tutta l’America Latina ad istituire negli anni ’70 un ministero dell’ambiente, il terzo paese al mondo a farlo. Con l’annuncio del “Piano della Nazione” da parte di Chávez, il ministero ha fatto un salto qualitativo enorme con l’obiettivo di attuare l’”ecosocialismo”. Partendo dal presupposto che il modello di sviluppo capitalista è predatorio, si scaglia sui più poveri e sta determinando disastri all’ambiente come il cambiamento climatico e il fracking, l’ecosocialismo si compone di diversi aspetti tutti volti al rispetto della Madre terra, come enunciato nelle costituzioni della Bolivia e dell’Ecuador, e al rispetto della donna. Noi in Venezuela abbiamo vigente un diritto che garantisce alla donna di vivere una vita libera da violenze. Questo non avviene in Spagna o in Italia.
Per costruire la via verso il socialismo, tuttavia, dobbiamo superare la nostra dipendenza dal petrolio e costruire un’economia che sappia diversificare la ricchezza con un’idea di economia che sappia valorizzare le piccole imprese, le imprese sociali, le cooperative contro l’appropriazione del grande capitale, dei monopoli finanziari, proteggendo l’ambiente, le famiglie, la nostra libertà e i nostri diritti.

[Intervista rilasciata a Napoli sabato 11 aprile in occasione del Secondo Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana]

A. Chávez: «Se sarà necessario prendere le armi lo faremo»

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Dalla tribuna antimperialista che si è tenuta nel municipio Pedraza de Barinas, nell’ambito delle attività sviluppate per commemorare i due anni dalla ‘siembra’ di Hugo Chávez, il leader della Rivoluzione nella regione Los Llanos, Adán Chávez, ha affermato che «nessun impero ci può intimidire con le sue minacce. Se ci toccherà prendere le armi per difendere la Rivoluzione, lo faremo».

In riferimento alle ultime dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha definito il Venezuela una minaccia per la sicurezza del suo paese.

“Noi non siamo soli – ha affermato il dirigente nazionale – nel nostro continente e oltre, possiamo contare sull’appoggio di molti paesi fratelli. Lo hanno dimostrato in diversi momenti della nostra storia rivoluzionaria e questa non sarà l’eccezione”.

Ha inoltre sottolineato che l’avanguardia rivoluzionaria, sarà in prima linea per difendere l’indipendenza e la sovranità del Venezuela.

Il governo bolivariano insieme al popolo venezuelano, ha poi aggiunto l’esponente del Psuv, vuole portare avanti il processo socialista in pace, «ma siamo pronti a difendere l’eredità del Gigante Chávez, la nostra eredità, su qualunque terreno sarà necessario». 

Chávez ha chiamato tutti i chavisti a scendere in piazza per difendere il territorio venezuelano: «Vorrebbero mostrare all’opinione pubblica mondiale che siamo un paese di terroristi. Sì, siamo una minaccia per loro, ma esclusivamente perché vogliamo continuare, in pace, a difendere quello che ci appartiene. Perché siamo un popolo libero, sovrano, cosciente e indipendente. Loro invece sono una reale minaccia per il mondo intero perché sono abituati a bombardare paesi, uccidere anziani, bambini e intere popolazioni».

Il dirigente bolivariano ha concluso con un’importante indicazione: se maggiore sarà l’unità, la coscienza e l’organizzazione rivoluzionaria, per l’impero sarà molto complicato concretizzare le sue pretese d’invasione e dominazione.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Fabrizio Verde]

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Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

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Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

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