(VIDEO) Carbajal: «Apoyar movimientos solidarios en Europa»

(VIDEO) Putin: «I siriani scappano dall’Isis non da Assad»

da rt

Il Presidente russo Vladimir Putin è arrivato, oggi, nella città di Vladivostok per intervenire al primo East Economic Forum dove partecipano delegazioni dei 24 paesi della regione Asia-Pacifico. Dopo il suo discorso, il presidente russo ha affrontato, tra le altre cose, il problema dei migranti che arrivano in Europa.

«Ci si aspettava la crisi dei migranti in Europa, la Russia ha messo in guardia sull’entità del problema», ha dichiarato il capo di stato russo, aggiungendo che la crisi dell’immigrazione è causata dalle “politiche sbagliate dell’Occidente.”

Secondo Putin, i paesi del continente «seguono ciecamente la politica USA nei confronti dei migranti per questo si trovano ad affrontare un problema molto grande». A questo proposito, il presidente russo ha confessato la sua sorpresa per le critiche che i media degli Stati Uniti hanno mosso sugli abusi subiti dai migranti in Europa.

Coalizione internazionale antiterrorismo

Inoltre, Putin ha precisato che i siriani sono «in fuga dal proprio paese non a causa del governo di Assad, ma dallo Stato islamico». Il leader russo ha aggiunto che la partecipazione della Russia alle operazioni militari contro il gruppo terrorista non è al momento all’ordine del giorno. Tuttavia, il presidente russo ha discusso con la sua controparte statunitense, in una conversazione telefonica, la creazione di una coalizione internazionale contro il terrorismo.

«Vogliamo davvero creare una sorta di coalizione internazionale per la lotta contro il terrorismo e l’estremismo, a tal fine ci sono state consultazioni con i nostri partner, anche con gli statunitensi», ha spiegato Putin.

Crisi Ucraina

Putin ha deplorato che Kiev non abbia accolto emendamenti alla Costituzione dell’Ucraina anche sul Donbass non soddisfacendo le quattro condizioni di base per la soluzione politica del conflitto in Ucraina. Si tratta di un nuovo ciclo di crisi interna nel paese.

«Per quanto riguarda i tragici eventi avvenuti [vicino al Parlamento di Kiev], penso che in nessun modo siano legati ai cambiamenti della Costituzione, perché tutto quelli che propongono come cambiamenti ha un carattere pienamente dichiarativo e, essenzialmente, non cambia la struttura del potere in Ucraina», ha osservato Putin.

«Le modifiche alla Costituzione sono utilizzati solo come un pretesto per intensificare lotta di potere», ha aggiunto il leader russo.

Inoltre, il presidente russo è convinto che i nuovi eventi che si verificano in Ucraina dipenderanno da quanto tempo il suo popolo “tollererà questo baccano”.

Difendere la verità sulla Grande Guerra Patriottica

La Russia farà tutto il possibile per difendere la verità sulla Grande Guerra Patriottica nella mente dei russi ed degli europei. Il leader russo ha sottolineato che è essenziale per garantire «che tutto questo non accada di nuovo nella storia del genere umano».

«Da parte nostra, stiamo facendo e faremo di tutto per garantire che la verità sulla Grande Guerra Patriottica e coloro che difesero la nostra indipendenza e la libertà, e che ha portato  libertà ai popoli d’Europa, resti non solo nella mente, ma anche nel cuore dei nostri cittadini e di quelli di altri paesi», ha evidenziato Putin.

Situazione economica

Putin sostiene che l’economia russa si è già quasi adattata alla volatilità dei prezzi mondiali del petrolio, anche se ci sono «elementi sui quali sia il governo che le imprese devono ancora lavorare». Il governo russo ha avviato una serie di misure volte a sostenere l’economia nella situazione attuale, ha annunciato il presidente russo.

Eastern Economic Forum che si terrà quest’anno per la prima volta nella storia e diventerà un evento annuale, darà agli investitori, agli esperti e uomini d’affari interessati i progetti sulle risorse naturali nel settore del petrolio e del gas, risorse di legname e marine, tra gli altri, per trovare e rafforzare i legami multilaterali necessari per un effettivo sviluppo della regione dell’Estremo Oriente.

Il Presidente Vladimir Putin è giunto questa mattina con  la delegazione russa a Vladivostok subito dopo la sua visita in Cina in occasione del 70° anniversario della vittoria della guerra di resistenza del popolo cinese contro il Giappone e la fine della seconda guerra mondiale, dove ha incontrato anche il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Maduro.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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Armi all’Ucraina, Putin avverte Israele

da al manar

Il presidente russo Vladimir Putin ha messo in guardia Israele contro la vendita di armi pesanti all’ Ucraina e ha osservato che tale azione sarebbe “controproducente” per gli sforzi internazionali per mantenere il cessate il fuoco nella guerra.

I dettagli sulla potenziale vendita di armi israeliane all’ Ucraina scarseggiano e si concentrano sui rapporti pubblicati all’inizio della scorsa settimana che indicano che Israele sta minacciando la Russia con la vendita di tali apparecchiature a Kiev in rappresaglia alla fornitura di missili anti-aerei S-300 all’Iran. Prima di allora, ci sono stati molti indizi riguardo al fatto che l’Ucraina ha cercato di acquistare armi da Israele e certamente il governo di Kiev, praticamente in bancarotta, non è in una buona posizione per acquisire qualsiasi cosa.

«Penso che sia controproducente se fossero armi letali, perché questo causerebbe un ulteriore escalation del conflitto e delle perdite umane, ma il risultato sarebbe lo stesso», ha dichiarato Putin.

Le osservazioni di Putin evidenziano le crescenti tensioni tra Mosca e Tel Aviv in relazione al commercio di armi. Israele già criticato la decisione della Russia, che ha annunciato, la scorsa settimana, di sbloccare la consegna dei missili S-300 all’Iran.

Secondo il sito web israeliano Debka, la Russia ha lasciato intendere che potrebbe rispondere all’invio di armi all’ Ucraina con un altro, immediato, di S-300 alla Siria.

Il sito aggiunge che gli Stati Uniti, Israele (e Giordania) armano i sedicenti “ribelli” nel sud della Siria lavorano insieme anche per fornire armi all’esercito ucraino contro i ribelli delle autoproclamate repubbliche popolari e indipendenti di Lugansk e Donetsk.

Nel mese aprile, migliaia di consiglieri militari dagli Stati Uniti, Canada, Francia, Regno Unito e Germania sono stati inviati in Ucraina per addestrare l’esercito ucraino. Nei prossimi giorni arriveranno 290 ufficiali e soldati della 173esima Brigata Aviotrasportata dell’esercito USA in Ucraina.

Putin ha avvertito Washington che se fornisce armi per l’offensiva provocherà una risposta da parte delle Russia danneggiando gli interessi statunitensi in Europa e altrove.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Parlamentari belgi: «Assad è la prima linea di difesa contro il terrorismo»

da hispan.tv

Una delegazione parlamentare del Belgio ha dichiarato che l’Occidente dovrebbe abolire le sanzioni contro la Siria per combattere il terrorismo.

 «Dobbiamo abrogare le restrizioni anti-siriani e cooperare con il governo del presidente del paese arabo, Bashar al-Assad, per fermare i terroristi», ha dichiarato un politico belga nel corso di una riunione tenutasi con i funzionari siriani, a Damasco.

A questo proposito, le delegazione ha sottolineato che il fenomeno del terrorismo minaccia non solo la Siria, ma tutto il mondo, dunque tutte le nazioni dovrebbe cercare di frenare gli atti di estremisti delle bande takfire.

Tutti, hanno ribadito i parlamentari belgi, dovrebbero essere consapevoli del fatto che il governo di Al-Asad è la prima linea di difesa contro il terrorismo.

Inoltre, è stata sottolineata la necessità di risolvere il conflitto con mezzi politici.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Più vivo che mai il fantasma di Chávez si aggira per l’Europa

di Massimo Angelilli*

Due anni sono passati dalla scomparsa di Hugo Chávez, ma la sua presenza è forse ora più forte di quando fosse in vita.

E lo è non solamente in Venezuela e in America Latina; anche nel vecchio continente se ne sente il riverbero. Come un vento di liberazione, o come un pericoloso spettro, a seconda della prospettiva.

Negli Stati Uniti, avvertita addirittura come una minaccia. Aldilà però delle solite prove muscolari del potente inquilino del Nord America, il Venezuela può rappresentare davvero una seria minaccia. O per meglio dire, l’ALBA, nel suo insieme di paesi che hanno scelto una propria via alternativa al capitalismo neoliberista.

E alla inevitabile degenerazione di stampo militare-repressivo che ha caratterizzato tutto il Latinoamerica nel secolo passato. Durante il quale la uscita dal colonialismo ha prima sparigliato le carte in tavola per poi ricomporre il mazzo sotto forma di dittature militari. Che nei casi più tragici, oltre alla messianica missione di fermare l’avanzata delle sinistre, servivano da cani da guardia del grande capitale. Rivendicazioni sociali politiche e sindacali non potevano certo intralciare la realizzazione di quello sterminato mercato   su scala mondiale che ancora oggi rimane l’obiettivo principale di organismi  economici internazionali, amministrazioni compiacenti e le solite multinazionali.

Abbiamo visto, nel corso del Novecento, come profitti non faccia rima con diritti.

Abbiamo constatato come la economia di mercato devasti sistematicamente l’ambiente uscendone indenne e spesso con il bottino ben saldo nelle proprie mani.

Abbiamo denunciato, a volte fino allo sfinimento, lo sfruttamento l’homo homini lupus incondizionato le condizioni di vera e propria schiavitù in ogni angolo del pianeta ad opera di angeliche aziende che solo perseguivano il progresso il benessere delle persone e della nazione.

Tutto questo ha scosso e continua a scuotere le nostre coscienze, scatena la indignazione e bonifica il pensiero dalla tossicità imperante.

Ma non mette paura al cerbero della umanità fino a quando un granello di sabbia faccia inceppare il meccanismo che produce beni indispensabili all’infinito prolungamento di quel crimine socio-antropologico chiamato profitto.

Sotto il suo gonfalone si sono perpetrati i peggiori delitti che la Storia ricordi, ma che la Memoria spesso non è riuscita a conservare.

Ha scatenato le guerre più cruente e ha permesso ogni tipo di violazione del diritto internazionale senza che la ignavia di una moltitudine di governi sottomessi ne pagassero i danni.

In realtà, le nefaste conseguenze di queste reiterate politiche di aggressione sterminio e sanguinose dominazioni, valga la Palestina per tutte, sono sempre state scontate con il sangue di popolazioni innocenti.

Mai difese se non con la loro eroica resistenza sostenuta, quando possibile, da ammirevoli azioni di solidarietà internazionale.

A mettere paura, dunque, sono gli esperimenti di emancipazione dal giogo politico-economico che ha visto l’amministrazione statunitense come assoluta protagonista. Ora, tanto per ripiombare nella “cronaca”, agita lo spauracchio venezuelano in casa propria per giustificare un eventuale imminente intervento militare. Non sarebbe certo la prima volta, e probabilmente neanche l’ultima.

Il premio nobel per la pace, l’attuale presidente Barack Obama, dopo aver distribuito risorse finanziarie e supporto militare-logistico alle peggiori controrivoluzioni in giro per il mondo, si getta nella retorica più sfrenata per stigmatizzare la deriva dittatoriale in salsa sudamericana. Mette da parte il ruolo di prim’ordine nell’incanalare la protesta di Piazza Majdan a Kiev verso il più bieco dei revanscismi nazisti che si siano registrati da alcuni anni a questa parte.

Ha educato allevato e alimentato gli squadroni della morte in Ucraina così come Reagan e Bush senior con la Contra durante la decade sandinista degli anni Ottanta in Nicaragua.

Ha rimpinguato di armi le formazioni “ribelli” in Siria per poi nascondere il proprio coinvolgimento di fronte alla diretta emanazione di quella sciagurata operazione che va sotto il macabro nome di Isis.

Ha esaltato la sollevazione libica con tanto di esecuzione in diretta del Raìs garantendo ai vassalli europei, Inghilterra e Francia in testa, il saccheggio delle risorse; quelle petrolifere innanzitutto, ovviamente.

Salvo poi meravigliarsi all’idea che il Califfato spinga alle porte del mediterraneo, i cui fondali sono ancora costretti ad accogliere corpi inermi di migranti non scampati a quelle traversate talmente allucinanti da iniziare con la speranza e da finire spesso con la morte.

Corpi stritolati, in una seconda morte che è quella di un rapidissimo oblio, da una indifferenza tutta nostrana che si nasconde dietro la viltà della Unione Europea e i vecchi e nuovi catto-fascio-leghismi d’accatto in versione elettoralistica.

Con una mano reggono il megafono per sbraitare i loro proclami diritto-fobici e razzisti, con l’altra spingono a largo, verso il naufragio, barconi improvvisati ma carichi di umanità. E ad affondare, è anche quel barlume di civiltà sopravvissuta alla barbarie di questi difficili inquinati e controversi tempi.

L’Europa, l’Europa della finanza che conta e che sceglie metodicamente le sue vittime fino a strangolarle in un impeto di compiaciuta perfidia politica, s’irrigidisce di fronte alle ripetute tragedie del mare, o si scioglie in lacrime di falsità davanti a una ennesima Lampedusa.

Con estrema disinvoltura però, arma regimi ed eserciti che si scoprirà poi, a disastro umanitario avvenuto, esserne la causa.

Tutto ciò che sfugge quindi a questa imperitura logica criminale, viene prima additato, messo alla gogna, criminalizzato e infine ufficializzato come target per la salvaguardia della sicurezza nazionale. Che altro non è che il forziere   dove vengono rinchiusi i dettami ideologici secondo i quali un modello di società, con i suoi dogmi economici politici etici, è giusto, e qualsiasi altro, a volte semplicemente alternativo, altre decisamente in contrapposizione, non lo è.

Il Venezuela, oggi, così come Cuba il Nicaragua o il Burkina Faso, tanto per citare qualche esempio “a caso” del secolo scorso, non segue la religione del profitto ad ogni costo. Anzi, rincara la dose e unisce i paesi eretici in nome di una solidarietà mutua e della ridistribuzione delle ricchezze e delle risorse naturali. Non sarà, infatti non lo è, socialismo compiuto, ma l’ALBA è qualcosa di rivoluzionario. Dal punto di vista culturale ancor prima che politico.

Un completo rovesciamento della scala dei bisogni rispetto alla logica neoliberista. Reo non confesso di innumerevoli delitti in nome del libero mercato.

Quest’ultimo si appresta a sciorinare l’ennesima meraviglia in termini di trattati commerciali; sovranazionali e liberticidi: il TTIP.

Il continente europeo dunque si appresta a ratificare una sorta di latinoamericanizzazione stile “Chicago boys”, in virtù, per così dire, di un accordo con l’altro capo dell’Atlantico, che se approvato, potrebbe cambiare in peggio non solamente i rapporti strettamente economici-finanziari, ma le nostre vite in toto. Un accordo che prevede l’annullamento della legislazione dei singoli paesi a favore degli interessi delle società estere (leggasi multinazionali) che in quegli stessi paesi possano radicare le proprie attività.

Una svendita della democrazia.

Una macroscopica violazione del diritto internazionale che va di pari passo con la quasi completa disinformatja al riguardo.

La pericolosità di questo progetto è inversamente proporzionale a quanto se ne possa sapere. Le informazioni più significative sono avvolte dalla segretezza, da un laconico confidential. Ancora una volta, le decisioni che riguardano gli interessi vitali delle persone, vengono prese sulle loro teste.

La renaissance latinoamericana, fino all’avvento dell’ALBA, nasce dal rifiuto dei trattati commerciali che avrebbero voluto fare del continente americano, dal’Alaska alla Terra del Fuoco, un unico immenso mercato.

Allo stesso modo bisogna fermare il TTIP.

Per questo è necessario che il fantasma di Chávez continui ad aggirarsi per l’Europa. Più vivo che mai.    

* Associazione di Amicizia Italia-Nicaragua

Nuove prove degli aiuti USA all’Isis in Iraq e Siria

da al manar

Gli iracheni continuano a rilevare la collaborazione tra gli USA e l’Isis, Daesh in arabo, nelle regioni occupate da quest’ultimo in Iraq.

 Contrariamente a quanto si sostiene, ovvero che gli Stati Uniti combattano l’Isis, divengono dempre più forti le accuse in Iraq, sui legami tra statunitensi e questo gruppo.

 Secondo il sito informazioni Arabi Press, due fatti nuovi sono stati rivelati questa settimana dal capo delle forze di mobilitazione popolare che hanno nei loro ranghi con giovani volontari iracheni.

 Secondo Thamer al Khafayi, tre marines statunitensi sono stati paracadutati nella provincia di Babel e due elicotteri di origine sconosciuta sono atterrati in due zone della provincia di Diyala, in due momenti diversi.

Per quanto riguarda i paracadutisti, sono stati visti all’alba di mercoledì scorso mentre saltavano da un elicottero Apache nella regione di Al Obaidat, a nord Babel.

Per quanto riguarda il secondo evento, un elicottero Apache è stato visto di notte, tra Martedì a Mercoledì, atterrare vicino alla città di Al Safra, nel prolungamento di Al Azim, a nord di Diyala.

Poche ore dopo, il mercoledì mattina, un elicottero di origine sconosciuta è atterrato a sud della regione Bahraz, vicino Kanaan, a sud della provincia di Diyala, rimanendo sul posto circa 15 minuti prima di decollare nuovamente.

Molti funzionari locali sostengono di aver visto terra non velivolo non identificato sui bastioni a nord-est Diyala mentre forniva armi e attrezzature.

Queste azioni avvengono in contemporanea con l’avanzamento dell’esercito iracheno e delle milizie popolari in questi settori. Mercoledì scorso, il Ministero della Difesa iracheno ha affermato che sono state liberate due regioni situate tra le province di Diyala e Salahuddin, Albu Bakr e Albu Auwad.

Un parlamentare iracheno, Hamid al Zameli, ha dichiarato all’agenzia di stampa iraniana Fars che il governo di Baghdad riceve regolarmente segnalazioni dalle forze di sicurezza, in provincia di Anbar, sulla consegna di armi all’ Isis ed ha accusato gli Stati Uniti di voler provocare il caos in Iraq e di sostenerlo.

Molti altri parlamentari iracheni si lamentano di questa situazione.

«Abbiamo scoperto armi fabbricate negli Stati Uniti, nei paesi europei e in Israele nelle zone liberate dal controllo di Daesh nella regione di Al Baghdadi» ha scritto su un sito informazione Al Ahad, citando Tarmuz Khalaf, il capo del Consiglio provinciale di Al Anbar. Tarmuz ha anche aggiunto che le armi prodotte in Europa e in Israele sono stati scoperte a Ramadi.

 «Gli Stati Uniti lanciare armi per l’Isis con la scusa che non sanno dove sono le sue posizioni e si sforzano di distorcere la realtà con tali dichiarazioni», ha affermato.

Secondo Infowars, nel mese di dicembre, i media di stato iraniani hanno riferito che Air Force USA ha lanciato una seconda volta armi nelle zone occupate dall’Isis.

Nel mese di novembre, fonti dell’ intelligence irachena hanno spiegato  che gli Stati Uniti attivamente riforniscono con le armi l’Isis. «I servizi segreti iracheni hanno ripetuto più volte che aerei da guerra degli Stati Uniti hanno lanciato diverse spedizioni di armi ai terroristi per aiutarli a resistere all’assedio dell’esercito iracheno e alle forze di sicurezza popolare», si legge su un rapporto.

[Trad dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Siria e il caso Hebdo: ipocrisia della élite occidentale

di Mikhail Egorov Gamandiy – Ria Novosti

L’attacco terroristico a Parigi contro la sede del settimanale di satira, Charlie Hebdo, ha dimostrato diverse cose. In primo luogo, che il terrorismo colpisce tutti, senza eccezioni. E può colpire in qualsiasi momento e ovunque.

 Il terrorismo non solo in Siria o in Iraq. L’Occidente politico che da troppo tempo simpatizzava con i terroristi wahabiti che uccidono, stuprano e massacrano nei principali centri di civiltà di Siria e Iraq, ma anche attivamente sostenuti (e continuano a farlo ancora), ora purtroppo per loro, sono condannati fare le spese.

 Infatti, nel momento in cui il Medio Oriente, la nazione siriana degna, attraverso il suo leader, il suo popolo e il suo esercito sta combattendo contro i criminali estremisti, senza alcun ritegno, i capi di stato occidentali, tra cui l’ Europa, apertamente sostiengono gli stessi barbari che sono pronti a colpire in qualsiasi momento, qualsiasi nazione, tra cui i paesi occidentali, dai quali spesso provengono questi criminali.

Perché non hanno supportato dall’inizio della crisi siriana il legittimo governo di Damasco e non hanno contribuito a porre fine al terrorismo? Perché non hanno fatto come la Russia, la Cina e l’Iran, che hanno cercato di risolvere la crisi attraverso mezzi diplomatici e non con le minacce di un attacco armato contro il governo legittimo siriano, supportato dalla stragrande maggioranza dei cittadini della Siria?

Perché lasciare delinquenti e criminali di ogni tipo (compreso molti dei propri cittadini) di viaggiare liberamente in Siria per commettere crimini reali contro l’umanità, sia contro i soldati dell’esercito arabo siriano, così come  contro la popolazione civile della nella Siria baathista, multi-etnico e multi-religioso, per non parlare delle uccisioni di giornalisti, locali e stranieri?

Incredibile ma vero: pseudo-esperti del mondo occidentale, e dopo tutte le barbare uccisioni, continuano la loro folle propaganda. Ai vari dibattiti televisivi, tra cui Euronews, nel discutere la politica da adottare contro i “giovani” partiti per “jihad” in Siria e Iraq, hanno spudoratamente affermato che invece di parlare di misure punitive contro questi giovani terroristi, si devono, invece, trovare il “giusto approccio” e fare “reintegrazione” nella società europee da cui provengono … No comment.

 Se lo si fa, si spera che l’esercito siriano arabo e i suoi alleati riescano massicciamente a sradicare parassiti in questione, in modo che non solo questi ultimi non possono perpetrare le loro atrocità nei territori delle grandi civiltà arabe, ma anche nei paesi di cittadinanza.

Potrebbe anche essere buona per porre fine dell’ ipocrisia dell’Occidente che parla di “democrazia e diritti umani a favore” della Siria. Piccolo promemoria per alcuni, la democrazia è la voce del popolo. La voce della maggioranza. E dal momento che il popolo siriano sostiene in maniera schiacciante il presidente Bashar al-Assad, potrebbe essere il momento di imparare a rispettare la scelta del popolo siriano, la sua sovranità e indipendenza. Tutto questo è quasi inimmaginabile per Obama, Cameron, Merkel, Holland e compagnia, compresi i loro “amici” in Arabia Saudita e Qatar, i grandi esempi di “democrazia”.

Per tornare a Charlie Hebdo, il terrorismo resta terrorismo. E niente, assolutamente niente, può giustificare. Charlie Hebdo era provocazione pura, direbbe qualche estremista, che per tradizione ha spesso insultato le credenze religiose del popolo, siano essi cristiani o musulmani. E ogni volta è andato di male in peggio, soprattutto quando si avvicinava il fallimento, non ha trovato niente di meglio di farsi pubblicità apertamente con mezzi sporchi. Sì, questa è la parola giusta. E devo ammettere che tra le manifestazioni a sostegno degli occidentali revisione  o al comportamento iper-aggressivo in alcuni paesi musulmani contro il suddetto giornale, non condivido né l’uno né l’altro.

Di gran lunga, il mio esempio preferito è quello dei nostri alleati brasiliani del BRICS che ha organizzato qualche tempo questa una manifestazione di opposizione alle “caricature” di Charlie Hebdo, dove hanno massicciamente partecipato cattolici a fianco dei musulmani del Brasile pur esprimendo la loro forte opposizione all’estremismo e al terrorismo in qualsiasi forma.

Infine, le nostre sincere condoglianze a tutte le vittime del terrorismo, Siria, Iraq, Libia, Mali, Nigeria, Camerun, Francia e in tutto il mondo. E i nostri sinceri auguri per le élite occidentali, in questo nuovo anno aprano gli occhi sulle conseguenze delle loro politiche del caos  in Medio Oriente e nei loro paesi.

É certo che il sangue dei soldati siriani e dei civili è molto poco  per queste “élite” ipocrite, ma quando lo stesso male colpisce i propri cittadini, potrebbe essere il momento di smettere di giocare ai pompieri piromani,  i quali senza dubbio sono.

[Trad dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

La Siria è il cuore battente della Nazione Araba

di Talal Khrais Spondasud.com

In queste ore sono a Damasco. È la mia 47esima missione in meno di quattro anni. La situazione cambia di giorno in giorno. Nella capitale la vita scorre con una certa tranquillità, con la frenesia tipica di una grande città. La gente finalmente sorride perché, dopo tanto tempo, riesce a guardare il futuro con ottimismo. La guerra per procura dichiarata alla Siria non ha piegato il suo popolo. Oggi il Leone di Damasco,  Bashar  al Assad, è amato più che mai. Lui e il suo esercito sono determinati a combattere i terroristi, nemici feroci che hanno tentato in tutti i modi di distruggere un Paese, culla della civiltà e terra di Dio dove convivono tutte le confessioni religioso.

Questa straordinaria terra di convivenza e pace tra i popoli ha saputo rispondere con orgoglio a una violenza inaudita e inspiegabile. Nessun altro paese avrebbe potuto resistere così a lungo a una campagna militare orchestrata dalle più importanti potenze del mondo, dagli Stati Uniti a Israele, con il contributo determinante dei paesi del golfo, della Turchia e dell’Europa. Tutti insieme appassionatamente contro un paese sovrano che non aveva mai  pregiudicato la sicurezza di altri Stati. Un attacco deciso da tempo.

Per far cadere Assad, i governi occidentali hanno consentito ad Al Qaeda e all’ISIS di arruolare terroristi da mezzo mondo. La stampa ha contribuito a questa macelleria, a partire da quella italiana, da sempre asservita ai potenti di turno. Le arme americane e francesi, fornite ai cosiddetti uomini dell’Esercito Libero Siriano, sono finite nelle mani dei terroristi dell’ISIS e vengono utilizzate per uccidere il popolo siriano. Da Washington e Parigi arrivano anche le bombe che i terroristi lanciano sui quartieri civili, prendendo di mira anche ospedali e scuole. La Siria però non cede di un millimetro, continua a resistere. L’Occidente oggi conosce l’ondata di ritorno delle scelte politiche portate avanti in questi anni, con i terroristi pronti a colpire nelle più importanti capitali estere.

La Siria dunque rinasce. A Damasco non si sentono più gli spari e le esplosioni delle bombe. A Bab Touma, una volta sotto i bombardamenti, i negozi sono aperti fino alle due del mattino e la gente è ritornata ad animare le vie e le piazze. Diversi Paesi Arabi, come l’Oman, hanno deciso di riaprire le loro ambasciate. Molti paesi dell’Unione Europea hanno deciso di riprendere, seppure informalmente, l’attività consolare.

Nella veste di responsabile delle relazioni esterne di Assadakah ho accompagnato una delegazione della rete televisiva americana ABC, la prima in Usa, in alcuni incontri con il governo siriano (il vice ministro degli Esteri Faisal Moukdad e il Ministro dell’Informazione Ombran el Zoubi). Per l’occasione sono sbarcati a Damasco il responsabile delle relazioni estere della tv John William e il coordinatore per l’Europa Clark Betson. La delegazione americana ha espresso gratitudine alle Autorità siriane per l’attenzione mostrata nei loro confronti.

La cosa che più mi ha colpito in queste giornate a Damasco è il numero impressionante di ragazze e ragazzi che vanno in giro con la bandiera siriana, quella sotto la quale l’Esercito Arabo Siriano ha combattuto i terroristi per difendere la sovranità e la dignità del Paese. La Siria, in qualunque modo la si pensi, è il cuore battente della Nazione Araba.

 

In Siria terroristi provenienti da oltre 81 paesi

da press.tv

Un recente rapporto di intelligence ha rivelato che i terroristi provenienti da oltre 81 paesi stanno attualmente combattendo all’interno della Siria contro il governo del presidente Bashar Al-Assad.

 La società di  intelligence con sede a New York, il Gruppo Soufan, ha stimato che, a giugno, almeno 12.000 terroristi provenienti da 81 paesi, tra cui circa 3.000 cittadini europei, stanno combattendo in Siria.

 Per il centro di ricerca è un numero senza precedenti nella storia dei conflitti armati in età moderna.

Altri centri mediatici stimano che un numero maggiore di mercenari stranieri sono coinvolti nella guerra siriana, tra cui oltre 2000 gli europei e 100 americani.

 Il gruppo terroristico Isis ha tradotto i suoi video di reclutamento in una miriade di lingue, tra cui l’urdu, tamil, e Bahasa Indonesia.

 Anche se la maggior parte dei terroristi stranieri che combattono all’interno della Siria provengono per la maggior parte da paesi arabi, i governi europei si sono profondamente preoccupati per la minaccia dell’estremismo nei loro paesi, quando questi terroristi  torneranno a casa più addestrati.

[Traduzione dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Paesi europei hanno armato l’Isis con il sostegno della Nato

da al manar.com

Diversi paesi dell’Europa orientale hanno fornito armi ai gruppi takfiri Daech-Isis con l’approvazione della Nato. 

Questa informazione è stata rivelata dal quotidiano americano World Tribune che ha citato una fonte diplomatica sotto la copertura dell’anonimato.

La fonte ha riferito che «missili anti-carro, RPG, apparati di telecomunicazioni e giubbotti anti proiettile sono stati richiesti nel 2013 dal Daech a Bulgaria, Croazia, Romania e Ucraina».

«I servizi di intelligence della Nato hanno facilitato il trasferimento di queste armi con il pretesto che si trattava di aiuti umanitari in Siria», ha aggiunto la stessa fonte.

E precisa: « La Turchia e la ex Jugoslavia hanno avuto un gran ruolo nell’armamento dell’Isis».

«I servizi di sicurezza occidentali erano incaricati di scegliere fornitori affidabili di armi provenienti dai paesi dell’Europa occidentale per i trasferimenti di denaro, il trasporto e la consegna delle forniture mortali-umanitarie», in Medio Oriente, ha proseguito la fonte diplomatica.

Il diplomatico racconta che l’Isis ha cominciato a ordinare armi e attrezzature militari all’inizio del 2013. La Croazia ha fornito lanciarazzi e blindati, mentre dalla Romania provenivano carri armati e veicoli da combattimento, l’Ucraina ha fornito la fanteria, la Bulgaria, invece, munizioni.

«Le forniture sono state effettuate a partire dal 2013, da parte delle imprese che sono state create appositamente per uno o due accordi. I contratti erano per i mercati di altri paesi e le aziende hanno indicato la destinazione finale delle forniture».

L’11 agosto, il Kosovo ha arrestato almeno 40 persone sospettate di essere agenti dell’Isis. La polizia del Kosovo ha anche riferito di un sequestro di munizioni e di esplosivi in ​​un raid contro 60 obiettivi nella ex provincia della Jugoslavia. Almeno 200 musulmani in Kosovo si ritiene che abbiano aderito ad al-Nosra e al Daech.

[Traduzione dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Gianni Vattimo difende l’idea di un «eurochavismo»

gianni-vattimo_08Correo del Orinoco – «Io credo nel comunismo. Se non fossi cristiano non sarei comunista»

Il filosofo italiano Gianni Vattimo, che è stato in Venezuela come membro della giuria del «Premio Libertador al Pensamiento Crítico», ha risposto ad alcune domande del ‘Correo del Orinoco’.

 

 

Qual è adesso la «mitologia» dominante?

Per me è una: l’eurochavismo.

Eurochavismo?

Sì. Ma noi non abbiamo petrolio. Per fortuna, perché altrimenti saremmo…

Sareste rentiers, come noi. Come delinea l’eurochavismo? E come lo vede?

Effettivamente, l’idea che ho dell’America Latina progressista è quella di un modello possibile di rivoluzione. Perché non lo vedo negli stati europei, né ovviamente negli Stati Uniti […]Io una volta scrissi una relazione intitolata «L’America Latina come futuro della nuova l’Europa»; cioè, che si tratta di un continente giovane, con risorse, dove vi sono state trasformazioni significative, le più importanti degli ultimi decenni, perché non si può immaginare che il modello sia l’India o la Cina, paesi che si stanno sviluppando in una maniera capitalista tradizionale, qui è diverso. Per questo sono un latinoamericanista convinto.

Cosa vede in America Latina in questo momento che può servire da esempio?

Il problema è che Chávez è morto. Ovviamente uno dice: tutto è eccessivamente personalistico. Sì, ma la rivoluzione ha bisogno di leaders. Quando non hai un capo riconoscibile i poteri che gestiscono la democrazia formale, italiana, atlantica, europea, nordamericana, necessitano di una forma dove non c’è caudillismo. Credo ci sia bisogno di una figura carismatica, continuo a pensare sia necessaria, per esempio in situazioni dove le trasformazioni politiche sono radicali e rapide.

Ma Chávez non c’è più.

Questo è il punto. Penso che fondamentalmente si tratti di resistere alla ‘democratizzazione’ diffusa. Ciò che spero possa ancora verificarsi è la politica delle comuni; cioè moltiplicare i luoghi di resistenza locale alla globalizzazione, è l’unica maniera.

Crede che anche in Venezuela sia così?

Sì, lo vedo soprattutto per i paesi europei, dove l’unica speranza di una situazione politica tollerabile è la moltiplicazione dei movimenti politici locali, di resistenza, per limitare il potere del capitalismo distruttivo. Uno immagina la forza distruttiva dell’industrializzazione forzata di molti luoghi, come qui in Venezuela. Mi spiegavano che ci sono rischi d’inquinamento ambientale per estrarre più petrolio. Questo è un punto.

Vede comunque il Venezuela come una speranza, anche senza il Comandante Chávez?

Sì. Diciamo che conosco la situazione venezuelana un po’ meglio dei miei colleghi europei che leggono solo i giornali… Ma ovviamente non so se ho ragione. Mi sembra che qui ci sia una… politica per esempio, che in Europa non vedo affatto. Ma in ogni caso, la speranza è l’ultima…

A parte il suo essere filosofo, lei ha speranza?

Sì, abbastanza.

E crede nel comunismo?

Credo nel comunismo. Se non fossi cristiano non sarei comunista.

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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