(VIDEO) Per non dimenticare crimini e menzogne della NATO

SIBIALIRIAda sibialiria.org


I crimini e le menzogne dell’Asse delle Guerre (e complici volontari e involontari) dal 1991 a Libia, Siria, Yemen

Un gruppo di attivisti contro le guerre di aggressione ha realizzato in modo collettivo il video Tutto sarà dimenticato?, nel quadro del progetto “Verità contro le guerre”, in occasione del centesimo anniversario della fine della Prima guerra mondiale. Intanto la tragica situazione in Libia mette sotto gli occhi di tutti l’effetto standard degli interventi armati imperialisti, avviati e portati avanti grazie anche al carburante delle fake news: circoli viziosi di menzogne e omissioni che hanno coinvolto attori svariati.

Tutto sarà dimenticato?” si riferisce alla storia recente, alle ultime aggressioni internazionali a partire dal 1991, provocate da fake news di guerra e causa di immani tragedie, rapidamente dimenticate.

L’Asse delle guerre (i paesi della Nato e i suoi stretti alleati mediorientali) è riuscito a neutralizzare gli sforzi di altri paesi e del movimento pacifista – negli ultimi anni decisamente minoritario quando non incapace di comprendere gli accadimenti -, e a procurarsi una durevole immunità, l’altro nome dell’impunità.

Le aggressioni belliche sulle quali è stata concentrata l’attenzione si riferiscono ai seguenti paesi: Libia, Iraq, Siria, Afghanistan, Yemen, Jugoslavia.

Ma non vengono dimenticate le destabilizzazioni, quelle tentate e quelle riuscite.

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Sarkozy, BHL, NATO dietro gli attacchi terroristi in Tunisia e Mali

gheddafi

di Olivier Ndenkop

7dic2015.- Martedì 24 novembre 2015, un attacco terroristico, il terzo del genere rivendicato dal Daesh, ha preso di mira un autobus della guardia presidenziale, uccidendo 12 persone in Tunisia. 24 ore dopo l’attacco kamikaze, il governo tunisino ha deciso di chiudere il suo confine con la Libia. Per il presidente Beji Caid Essebsi, le cose sono chiare: i colpevoli di questa barbarie, qualunque sia la loro nazionalità, provengono dalla Libia, dove, dopo l’assassinio di Gheddafi, migliaia vengono addestrati ed equipaggiati, per andare a seminare la morte in tutto il Nord Africa e oltre. Quando Gheddafi era vivo, nessuno poteva azzardarsi a montare una base di addestramento per la jihad in questo eldorado particolarmente sicuro e sorvegliato giorno e notte da un esercito che era tra i più attrezzati del continente. Gli assassini di Gheddafi sono dunque responsabili dell’aumento della Jihad che colpisce il Nord dell’Africa.

Come ogni guerra, la guerra contro la Libia è stata venduta ai popoli come una guerra di liberazione. Una guerra “giusta”. Dovevamo aiutare i Libici a liberarsi dalla dittatura di Gheddafi, ci hanno detto. Il francese Bernard-Henri Levy, in posa con un ribelle a Bengasi, ha fatto credere che il futuro sarebbe stato radioso per i Libici. L’allora Presidente francese Nicolas Sarkozy è salito sul palco per indicare che la pace nel mondo arabo o nel mondo tout court passava per la neutralizzazione di Gheddafi, presentato come il diavolo incarnato sulla terra! I media del mondo intero hanno adottato questa propaganda di guerra. Peggio ancora, senza alcuna verifica, i media hanno riferito che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo; che ha usato armi da guerra e altre bombe letali contro persone inermi.

L’occasione fa l’uomo ladro, un certo Ali Zeidan si è auto-proclamato portavoce della Lega libica per i Diritti Umani. Per mantenere l’attenzione del pubblico, il signor Zeidan ha dichiarato che Gheddafi ha bombardato il proprio popolo, facendo sei mila morti. Nessuna prova di queste affermazioni è stata fornita. Eppure, i media hanno iniziato a diffondere i risultati di queste morti, che esistevano solo nella testa di Ali Zeidan.

Sulla base di queste cifre prefabbricate, la Francia di Sarkozy ha proceduto a strumentalizzare l’Organizzazione delle Nazioni Unite, al fine di ottenere luce verde per uccidere Gheddafi. Così, il 26 febbraio 2011, su richiesta del ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha votato la risoluzione 1973, che istituisce una no-fly zone sulla Libia. Forniti di questo paravento legale, i paesi dell’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO), guidati dalla Francia di Sarkozy, hanno preso a bombardare intensamente la Libia, uccidendo il suo leader!

Rifiutando tutte le mani tese di Gheddafi, rifiutando il negoziato proposto dal Gabonese Jean Ping (1), Presidente della Commissione dell’Unione Africana, la NATO, dominata dagli imperialisti occidentali, ha fatto fuori Gheddafi.

 

L’uccisione di Gheddafi ha portato il terrorismo e non lo sviluppo promesso 

Dopo la guerra della NATO contro la Libia, il paese più prospero dell’Africa è diventato un cimitero gigante! Una terra di nessuno, in cui gli esseri umani vengono macellati come le pecore del Tabaski (2)! Il paese è diventato una tana di jihadisti. Le scuole e gli ospedali sono stati in gran parte distrutti. Conseguentemente, le persone non possono più andare a scuola né curarsi gratuitamente e su scala di massa, come all’epoca di Gheddafi. I gruppi ribelli rivali si scontrano per controllare i pozzi di petrolio. Il governo di Tripoli contesta la legalità e la legittimità di quello di Tobruk e viceversa. L’economia del Paese è a un punto morto. In Libia, lo sviluppo ha ceduto alla miseria! Ecco come una guerra neo-coloniale, mascherata da “guerra umanitaria (3)” ha spento le speranze di un intero popolo. Le conseguenze di questa guerra neo-coloniale vanno oltre e nessuno è sicuro di esserne totalmente risparmiato, ovunque si trovi.

È ovvio constatare che tutti i vicini della Libia (Tunisia, Algeria, Niger, Ciad e Sudan) gradualmente sprofondano nell’insicurezza. Ciascuno di questi cinque paesi è già stato, almeno una volta, vittima di un attacco terroristico. Il paese di Gheddafi occupa un posto importante nell’internazionale terrorista per almeno tre ragioni: 1- La Libia è uno dei principali fornitori di fondi al terrorismo (soldi provenienti dalla vendita del petrolio e altri traffici, in zone controllate dai barbuti). 2- È una base per il reclutamento e la formazione. 3- È una base di ripiego.

Il cerchio di stati vittime dell’insicurezza in Libia è molto più grande. Per destabilizzare la Repubblica Centrafricana, nel dicembre 2013, la Seleka di Michel Djotodia metteva in atto un progetto franco-ciadiano con armi venute tra l’altro dalla … Libia. Gli specialisti della sicurezza spiegano che Boko Haram deve la sua forza in gran parte al caos libico, che permette al gruppo terroristico di ottenere finanziamenti e armi senza grandi controlli. Gli Islamisti che hanno provocato stragi in Mali sono stati riforniti a buon mercato dagli arsenali libici. Così, negli attacchi di Timbuktu, di Gao e Bamako, troverete che la Libia ha contribuito con l’indottrinamento, la formazione, il finanziamento e/o l’armamento.

Per giungere a decostruire la Libia, i cittadini degli Stati Uniti riconoscono di aver lanciato oltre 192 missili BGM-109 Tomahawk. La Francia si vanta di aver fatto 2.225 attacchi aerei, di cui 11 missili da crociera. Inoltre, al culmine della guerra contro Gheddafi, la Francia ha armato i terroristi, perché combattessero e uccidessero un governante in carica. Come confermato da Tony Cartalucci, l’organizzazione terroristica che ha combattuto il regime di Gheddafi nel 2011, ha beneficiato del sostegno diretto della NATO “che ha formato i suoi membri, ha fornito loro le armi, delle forze speciali e anche aerei per aiutare a rovesciare il governo libico.” (4) Ci sarà un tribunale di Norimberga per queste persone un giorno?

Curiosamente, quando gli specialisti, a volte di circostanza, spiegano l’ascesa del terrorismo in Africa dopo il Telegiornale delle 20h, si trattengono dal dirci perché tutto questo accade, accade così facilmente e con tale frequenza. Come se la legge di causalità, secondo cui non c’è mai un effetto senza una causa, improvvisamente fosse diventata inoperante. Avrete notato che nessuno di questo esercito di “esperti d’Africa”, che sono sfilati sul piccolo schermo a “spiegare” l’attacco al Radisson Blu di Bamako ha ritenuto utile dire che il famoso Mokhtar Belmokhtar, che ha rivendicato l’attacco di questo stabilimento, è un puro prodotto della CIA, che ha reclutato, addestrato, armato e utilizzato su diversi “fronti”.

 

La Libia di Gheddafi: i numeri della verità

Al di là della propaganda condotta dagli imperialisti e dai loro media sulla Libia, è importante dire quello che Gheddafi ha fatto per il suo paese e per l’Africa, con le limitazioni inerenti alla natura umana.

La Libia ottiene l’indipendenza il 24 dicembre 1951, dopo una guerra contro i coloni italiani. Supportato dai cittadini britannici e americani, il re Idriss, capo della confraternita religiosa dei Senoussi diventa presidente della giovane Repubblica. Nel 1951, il petrolio libico non è ancora scoperto, ancora meno sfruttato.

Ma l’Inghilterra e gli Stati Uniti hanno creato delle basi militari in questo paese, che permettono loro di controllare il Mar Rosso e il Mar Mediterraneo. Nel 1954, Nelson Bunker Hunt, un ricco texano, scopre il petrolio in questo Paese (5).

Il potenziale è enorme, di 44 miliardi di barili. E c’è anche la qualità. Per un decennio, il re Idriss petrolio libico cederà il petrolio al 30% del prezzo mondiale. Il poco denaro ottenuto viene utilizzato principalmente per l’arricchimento personale del re e della sua famiglia. Il 1° settembre 1969, un giovane ufficiale militare sotto i 30 anni sale al potere dopo un colpo di stato contro il re Idriss. Il suo nome? Muammar Gheddafi. Come prima decisione, Gheddafi decide di chiudere le basi militari straniere nel suo Paese. Aumenta il prezzo del petrolio libico, che si è affrettato a nazionalizzare. Le grandi somme di denaro generato dalla vendita del petrolio venduto sono ora meglio investite nello sviluppo della Libia.

Sotto Gheddafi, il tasso di alfabetizzazione è aumentato dal 10% nel 1969 all’88% nel 2011. La speranza di vita alla nascita è aumentato dai 57 anni del 1969 ai 74 anni del 2010. Prima del suo assassinio, Gheddafi aveva portato il PIL della Libia a 12.062 dollari pro capite. I Libici beneficiavano di credito per 20 anni senza interessi per costruire la loro casa. Gli sposi ricevevano 64.000 dollari per acquistare il loro appartamento coniugale. Lo Stato concedeva un aiuto finanziario di 20.000 dollari ai Libici che avviavano un’attività privata ​​che potesse avere un impatto positivo sull’economia del paese …

A livello africano, Gheddafi ha permesso al continente di avere il suo primo satellite, pagando la somma di $ 300 milioni nel 2006, per consentire all’Africa di avere un satellite, necessario per la telefonia a basso costo e per la TV su larga scala. E non si è fermato qui. Gheddafi ha costituito una riserva di $ 30 miliardi di dollari, per finanziare la Banca Centrale Africana (Nigeria), la Banca Africana di Investimenti (Sirte) e il Fondo Monetario Africano (Yaoundé).

 

Perché abbiamo abbiamo ucciso un uomo, nonostante il suo bilancio in gran parte positivo?

La guerra lanciata il 19 Marzo 2011 contro Gheddafi ha avuto un unico obiettivo: fermare lo sviluppo della Libia e la liberazione dell’Africa coraggiosamente avviate dal leader libico.

Una precisazione importante: prima del primo satellite africano finanziato per ¾ da Gheddafi, l’Africa pagava annualmente la somma di $ 500 milioni di dollari per affittare satelliti occidentali. Questo vuol dire che Gheddafi ha privato i capital-imperialisti di una rendita di $ 500 milioni all’anno.

Dotando l’Africa di istituzioni finanziarie, come la Banca Centrale Africana, il Fondo Monetario Africano e l’African Investment Bank, il capitalismo finanziario internazionale è stato minacciato di morte. Perché questi istituti puramente africani avrebbero comportato tre conseguenze fatali per gli imperialisti: 1) Fine del ruolo del debito, che genera interessi astronomici per l’FMI e la Banca Mondiale; 2) L’euro e il dollaro avrebbero perso il loro potere di monete egemoniche, indispensabili nel commercio Nord-Sud e talvolta Sud-Sud (la Banca Centrale Africana era incaricata di battere una moneta africana); 3) Rafforzare la cooperazione Sud-Sud, in vista dello sviluppo del continente.

Note:

  1. Jean Ping nel 2014 ha pubblicato un libro dal titolo: Eclissi sull’Africa: si doveva uccidere Gheddafi? Rammaricandosi del fatto che gli stati imperialisti hanno rifiutato qualsiasi soluzione negoziata alla crisi libica, considera questi ultimi responsabili del caos che regna nel paese.
    2. L’immagine dei 20 copti egiziani in Libia massacrati dai terroristi ha fatto il giro del mondo.
    3. Per comprendere meglio la guerra della NATO contro la Libia, leggere il libro di Michel Collon intitolato La Libia, la NATO e le bugie dei media. Manuale di contro-propaganda, Libri Investig’Action-Colore, 2011.
  2. “Il riordino geo-politico dell’Africa: il sostegno nascosto degli U.S. ad Al Qaeda nel nord del Mali, la Francia ‘viene in soccorso’”, Global Research, gennaio 2013.
  3. Michel Collon, Gregorio Lalieu, La strategia del caos. L’imperialismo e l’Islam. Intervista a Mohamed Hassan, Libri Investig’Action-Colore, Bruxelles, 2011, P.203.

Fonte: Investig’Action

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Grimaldi: «Da Piazza Fontana il Terrorismo funzionale al Potere»

di Francesco Guadagni – lantidiplomatico.it

Fulvio Grimaldi, una lunga carriera di giornalista e documentarista nelle zone di guerra, non ha dubbi sulla natura del terrorismo. In un’intervista rilasciata, ieri, all’Antidiplomatico, un excursus su terrorismo, informazione, l’aggressione alla Siria, le ingerenze in Venezuela e l’ambigua posizione della sinistra italiana in merito alle guerre.

Ieri pomeriggio, alla Sala “Giorgio Nugnes” del Comune di Napoli, l’Associazione “Russkoe pole” ha organizzato la proiezione del documentario di Fulvio Grimaldi, “Armageddon sulla Via di Damasco”. Nel corso del dibattito, sono intervenuti Arnaldo Maurino, Consigliere Comune di Napoli, Amarilys Gutierrez Graffe, Console generale della Repubblica bolivariana del Venezuela. Ha presentato e moderato l’iniziativa Irina Marchenko, vice Presidente dell’Associazione “Russkoe pole”.  
 
Tecnologie e nuovi media hanno inciso nella manipolazione mediatica? I social network possono essere utili a ritagliare un altro spazio di informazione?
Ci sono tecnologie negative, quelle ostili alla verità, ad esempio quelle della sorveglianza e dello spionaggio. Lo scandalo della NSA è l’emblema di questa situazione. I social network ci hanno aperto delle possibilità per incidere sui monopoli dell’informazione. 
 
Gli ultimi attentati di Parigi dimostrano che il terrorismo dell’Isis si è rivoltato contro i suoi creatori?
A partire da Piazza Fontana, Bologna fino agli attentati in Occidente degli ultimi anni, da New York, Madrid, Londra, Boston, Parigi, dimostrano che il terrorismo non si è mai rivolto contro i suoi creatori. Il terrorismo è stato sempre funzionale al rafforzamento del Potere esterno ed interno. Delle guerre verso l’esterno alla repressione all’interno. L’Isis non è sfuggita al controllo di chi lo ha creato. Queste forme di terrorismo in Medioriente sono ancora sotto il controllo degli Stati Uniti e di Israele.

Libia e Siria sotto attacco. Due punti di riferimento per i Paesi dell’ALBA. L’aggressione a questi 2 paesi è dovuta alla loro lotta contro le imposizioni del colonialismo occidentale?
A questi 2 paesi aggiungerei l’Iraq, il fulcro di questa Resistenza, nella difesa dell’unità araba e della causa palestinese. E aggiungerei anche l’Algeria. Dall’Atlantico al Golfo Persico si era costituita una grande realtà, araba, nazionale, progressista con forti elementi di equità sociale. Questo contrastava con quello impiantato dal colonialismo con i vari principi feudali del Golfo. Dopo aver perso il controllo su questi paesi che avevano una propria politica economica ed estera, il colonialismo doveva preparare la sua rivincita. Quella che è in atto in questo momento è la grande rivincita contro i popoli che si sono ribellati. 
 

Domenica prossima ci saranno le elezioni parlamentari in Venezuela. C’è un pericolo che gli USA possano intensificare ulteriormente la loro offensiva per riprendersi quello che definivano il “loro cortile di casa”?
L’offensiva si è intensificata da parte degli USA. Ed è osceno come gli USA da un lato si atteggino con una posizione di dialogo con Cuba, e dall’altro, con tutti mezzi, con boicottaggio economico, sabotaggio ed ogni forma di ingerenza assaltano i paesi latino americani sfuggiti al loro controllo. Oggi, c’è una grande offensiva degli USA contro il Venezuela che ha fermato il progetto neocoloniale impedendo che passasse l’ALCA. Però è abbastanza triste che Cuba si presti a questa immagine falsa degli USA che vuole mostrarsi conciliante, mentre con altri paesi come il Venezuela mostra il suo volto più feroce.
 
Dalla prima guerra del Golfo ad oggi, la sinistra italiana ha sempre mostrato un atteggiamento ambiguo, fino a chiedere l’intervento della NATO in Libia. Le posizioni assunte dal Movimento 5 Stelle sui Paesi dell’ALBA e Siria quanto possono incidere nell’opinione pubblica?
La degenerazione della sinistra italiana è partita con Enrico Berlinguer, il quale dichiarò pubblicamente  che gli stava meglio la NATO che il Patto di Varsavia. La NATO è il meccanismo più feroce e disumano che sia stato organizzato. Di fronte a questa disfatta della sinistra italiana, con questo atteggiamento, equivoco, cerchiobottista, quando invece occorre schierarsi, credo che il Movimento 5 Stelle stia dando un’indicazione che, dato il suo  consenso, possa suscitare un mutamento nella consapevolezza delle persone su chi è l’aggressore e su chi è l’aggredito.

(VIDEO) NATO: Licenza d’impunità

da Diario Octubre

Marinella Correggia decise un giorno di stare dalla parte di quelli che ricevono le bombe. Si considera una lillipuziana che prova a fermare il gigante che organizza i conflitti, il tirannosauro che uccide “i paesi che appoggiano il terrorismo”.

E non è sola, insieme a lei molta gente inizia a svegliarsi e a denunciare che la NATO crea le guerre, causa distruzione e impoverimento, non risponde mai dei danni che provoca.

Qui di seguito il Documentario di Russia Today

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Esercitazioni Nato in Ucraina, infranta la tregua

Treno cargo di carri armati ucraini alla stazione di Jerson

di Clara Statello

Markov: Abbiamo l’impressione che il cessate il fuoco non sia redditizio per Kiev. Intanto l’Unicef  denuncia: quasi 700.000 bambini residenti in Novorossya rischiano crisi umanitaria all’approssimarsi dell’inverno.

 

Il 19 novembre., mentre il paese sprofonda nel baratro, il primo ministro Yatseniuk presenta nel piano di bilancio statale per il 2016 un aumento delle spese per la difesa e la sicurezza nazionale.

Il ministro della difesa delle DPR ritiene che queste spese rivelino l’intenzione di continuare e intensificare la guerra in Donbass: “Il piano di Kiev di finanziamento delle Forze Armate Ucraine per il prossimo anno è volto solamente ad una escalation del conflitto in Donbass. La leadership di Kiev beneficia di questa guerra”.

Nonostante la tregua imposta da Minsk 2, la guerra difatto non si è mai fermata. “Ufficialmente c’è il cessate il fuoco” dichiara a Voxkomm Alexei “Dobry”Markov, comandante della Brigata comunista Prizrak, di stanza a Alchevsk “ma la guerra è soltanto entrata nella fase delle tattiche sovversive. L’esercito ucraino mina tutte le strade che portano alle nostre posizioni. I cecchini sparano. Non c’è una vera e propria guerra, non c’è una vera e propria pace, ma entrambe le parti si stanno preparando per una continuazione della guerra”.

Nelle ultime settimane, infatti la situazione sembra peggiorare, dando conferma all’ipotesi di escalation del conflitto. Solo nella zona di Donetsk, l’agenzia DNInews riporta di 12 violazioni del cessate il fuoco. 46 missili 122mm di calibro, e più di 40 mortai dello stesso calibro sono stati lanciati in un solo giorno. Bersagliati anche obiettivi civili. Riporta Sputnik Italia che la notte del 14 novembre carri armati bombardavano il villaggio di Spartak, nei dintorni di Yasinovatsk nella DPR. “La notte ci sparavano contro, la gente è stata costretta a trovare riparo nei rifugi delle proprie case” riferiscono gli abitanti del villaggio. Lunedì scorso invece sono ripresi i bombardamenti sull’aeroporto di Donetsk “l’esercito ucraino ha aperto il fuoco sull’aeroporto verso le 20.30” riporta l’agenzia russa Tass “durante la notte sono state sparate 42 mine di calibro 82 e 120mm”.

Le autorità della DPR denunciano inoltre la concentrazione di soldati e armi dell’esercito ucraino, attorno alla propria area: più di 60 carri armati e mezzi pesanti, con unità e munizioni, si sono approssimate nelle aree di Dyleyvka, Zamozhnoe, Novobahmutovka.

Dinnanzi a queste provocazioni il vice comandante delle milizie popolari della DPR Basurin ha chiesto l’intervento dell’Ocse e delle ONG per i diritti umani, per fermare gli atteggiamenti aggressivi e affrontare la crisi umanitaria dovuta alla carenza di acqua e all’approssimarsi del freddo, che potrebbe coinvolgere quasi 700mila bambini residenti nella zona del conflitto, come denuncia l’Unicef.

Anche la zona di Lugansk è esposta a provocazioni simili. Nelle scorse settimane i carri armati ucraini si sono appostati sulla linea del fronte. La città di Donetskiy, dove si trova il quartier generale della Prizrak, è stata bombardata, riferisce Markov aggiungendo “abbiamo l’impressione che il cessate il fuoco non sia redditizio per Kiev”.

La ripresa delle ostilità ha causato due vittime in una sola settimana: Talib, il comandante degli esploratori della Prizrak e Ruslan Shdrov, un giovane miliziano del Battaglione Vostok colpito da un cecchino. Fortunatamente non ci sarebbero vittime tra la popolazione civile.

Le speranze di pacificazione sono tenute a distanza anche dall’esercitazione NATO  che ha preso il via il 16 novembre e che risulta una ennesima provocazione, forse la più grave. Un’esercitazione militare degli eserciti dei paesi che sostengono Kiev e la tregua infranta. L’inverno è alle porte.  

Maduro sostiene Assad contro l’intervento della NATO

da lantidiplomatico

Il presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela, Nicolas Maduro, ha confermato, ieri, il suo sostegno al governo siriano di fronte ad un eventuale intervento della NATO nel paese arabo.

Maduro ha dichiarato che il ritorno della stabilità in Siria richiede il mantenimento della cooperazione con il presidente siriano Bashar al-Assad e l’esercito siriano.

Allo stesso modo, ha invitato la comunità internazionale a riconoscere la minaccia di una invasione della Siria, con il pretesto di combattere il gruppo terroristico, Isis, Daesh in arabo.

«Se Assad fosse rovesciato quello che è successo a Parigi sarebbe niente in confronto a quello che accadrà nel mondo e soprattutto in Medio Oriente», ha dichiarato il leader venezuelano.

Secondo Maduro, le vittime dell’imperialismo nordamericano e della NATO sono i popoli arabi che subiscono direttamente le conseguenze del conflitto nel loro paese.

Il caos in Siria, ha spiegato Maduro, è lo stesso che le forze di destra in Venezuela intendono realizzare promuovendo la destabilizzazione interna, la guerra economica e i tentativi internazionali di isolare il Paese per cancellare le conquiste della Rivoluzione Bolivariana.

In riferimento agli attacchi russi contro le postazioni Daesh in Siria, ha sottolineato che tra i paesi che pretendono di combattere il terrorismo, la Russia ha condotto una vera e propria lotta per combatterlo nel paese arabo.

Maduro, inoltre, ha anche annunciato che il prossimo 23 novembre si riunirà con il suo omologo russo, Vladimir Putin, per discutere le misure necessarie per fermare i gruppi terroristici.

 

Bari 19nov2015: Manlio Dinucci e “L’arte della guerra”

altda ilsudest.it

Giovedì 19 novembre, alle ore 18.00, presso l’associazione politico-culturale “Marx XXI”, in Via Borrelli, 32, a Bari, sarà presentato il libro di Manlio Dinucci “L’arte della guerra. Analisi della strategia USA/NATO (1990-2015) – Zambon editore – con prefazione di Alex Zanotelli

Ne discutono con l’autore

Andrea Catone

condirettore della rivista MarxVentuno

Antonello Rustico, Pax Christi

Michele De Luisi, Coordinamento nazionale Giovani comunisti, per la Costituente comunista

Proiezione del video (7’) dell’intervento di Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Corte di Cassazione, al Convegno No Guerra No Nato (Roma, 26 ottobre 2015).

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Il titolo del libro, L’Arte della guerra, si richiama al classico di teoria militare dell’antica Cina, attribuito al generale e filosofo Sun Tzu vissuto fra il VI e il V secolo a.C., considerato uno dei più importanti trattati di strategia di tutti i tempi. L’antico manuale insegna che la guerra, di somma importanza per lo Stato, deve essere combattuta non solo sul campo di battaglia e per ottenere la vittoria occorrono tre strumenti: politico, diplomatico e militare. Particolarmente importanti, in tale quadro, l’inganno, la corruzione, lo spionaggio, le operazioni segrete, la capacità di provocare dissensi in campo nemico. Assolutamente contemporaneo dopo venticinque secoli, questo testo viene ancora studiato nelle accademie militari e anche nelle grandi scuole di business. L’antica arte della guerra conserva quindi la sua tragica attualità.

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Manlio Dinucci giornalista e saggista, ha vissuto e lavorato a Pechino negli anni Sessanta, contribuendo alla pubblicazione della prima rivista cinese in lingua italiana e alla diffusione delle Lettere dalla Cina della giornalista statunitense Anna Louise Strong. Sulla base di tale esperienza ha pubblicato, con Mazzotta editore, La lotta di classe in Cina / 1949-1974 (1975) e Economia e organizzazione del lavoro in Cina(1976). Negli anni Ottanta, ha diretto la rivista Lotta per la pace (nata dall’«Appello contro l’installazione dei missili nucleari in Italia», lanciato nel 1979 da Ludovico Geymonat e altri) ed è stato direttore esecutivo per l’Italia della International Physicians for the Prevention of Nuclear War, associazione vincitrice del premio Nobel per la pace nel 1985. Coautore, con Tonino Bello e altri, di Fianco Sud/Puglia, Mezzogiorno, Terzo Mondo: rapporto sui processi di militarizzazione (Piero Manni, 1989). Coautore, col premio Nobel per la Medicina Daniel Bovet, di Tempesta del deserto/Le armi del Nord, il dramma del Sud, con la presentazione di Ernesto Balducci (Edizioni Cultura della Pace, 1991). Con la stessa casa editrice ha pubblicato Hyperwar. Dalla “iperguerra” del Golfo alla Conferenza sul Medio Oriente (1991) e La strategia dell’impero/Dalle direttive del Pentagono al Nuovo Modello di Difesa (1992), scritto con U. Allegretti e D. Gallo e presentato da R. La Valle. Autore de L’oro e la spada/Imperi economici e guerre di conquista nell’era del capitale globale (Comitato Golfo, 1993). Autore de Il potere nucleare / Storia di una follia da Hiroshima al 2015 (Fazi Editore, 2003). Coautore, con A. Burgio e V. Giacché, diEscalation/Anatomia della guerra infinita (DeriveApprodi, 2005). Collaboratore de il manifesto, con articoli e la rubrica settimanale «L’arte della guerra». È anche autore di testi scolastici di geografia umana.

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Acerbo: in Italia governa delusione e spoliticizzazione del popolo

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“Mi sono convinto che anche quando tutto è, o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio” (Antonio Gramsci- lettera del 12 settembre 1927). 

Agli inizi del mese di ottobre, è venuta a Cuba una delegazione del Partito della Sinistra Europea, su invito del Partito Comunista Cubano (PCC). Nel gruppo della sinistra radicale erano presenti Maite Mola, vicepresidenta del Partito della Sinistra Europea (Partido de la Izquierda Europea, Spagna), Renato Soeiro (Bloco de Ezquierda, Portogallo),Yiannis Bournous (responsabile esteri Syriza, Grecia) Obey Ament (Partito Comunista Francese), e Maurizio Acerbo (della segreteria nazionale del Partito della Rifondazione Comunista, Italia). Per me è stato un vero piacere conoscere il compagno Maurizio e poter scambiare due chiacchiere sul nostro triste paese d’origine, nella bellissima Piazza San Francisco, ne L’Avana Vecchia.

Il mio grande dubbio, che manifesto a Maurizio, la mia grande preoccupazione sulla nostra penisola, è che gli italiani di sinistra sembrano avere perso la bussola e la coscienza politica e continuano a considerare il Partito Democratico (PD) un partito a sinistra. “C’è stato un lungo processo di mutazione genetica della maggioranza dell’ex Partito Comunista, dove gli stessi ex comunisti sono diventati la minoranza ed a dirigere il partito adesso c’è Matteo Renzi, che non è mai stato neanche di sinistra, né comunista, era democristiano! Il fatto più impressionante è che il partito di Renzi è riuscito a portare avanti le politiche neoliberali di destra con un’efficacia che il centro-destra non aveva mai ottenuto”. “Questo succede perché l’unificazione dei gruppi capitalistici nazionali ed europei permette un’egemonia nel campo mediatico in appoggio a Renzi, crea difficoltà nei sindacati e nelle organizzazioni sociali nel fare un’opposizione efficace quando al governo risulta esserci ‘la sinistra’, crea confusione e provoca una delusione profonda nel popolo, ormai spoliticizzato e deluso”.

“Purtroppo il grande assenteismo elettorale è da attribuirsi agli elettori di sinistra. E questo non è un problema per i gruppi capitalisti, perché le leggi elettorali che si stanno approvando con il governo Renzi ricordano quelle in vigore durante il fascismo di Mussolini, cioè consentono con una minoranza di voti di avere la maggioranza nel Parlamento, se arrivi primo alle elezioni tra tutti i partiti. Il nostro compito è ragionare sul fatto che, nonostante l’impoverimento della società, i tagli drastici sull’educazione e sulla sanità, un tasso altissimo di disoccupazione non aumenta l’adesione a sinistra”. “Infatti, esistono due problemi fondamentali: uno è lo spaesamento creato dal fatto che al governo ci dovrebbe essere una supposta ‘sinistra’ e l’altro è che esiste un’egemonia tra centro-destra e centro-sinistra nell’ideologia neoliberista tra le masse popolari”.

“Per ribellarti deve avere la coscienza che una cosa è ingiusta, non ci si può ribellare contro la pioggia: se ti convincono che certe riforme sono corrette, tecniche, quasi naturali non poi sentirti tradito. Poi, oltretutto, grazie ad un pesante lavoro mediatico, lo scontento popolare, sia in Italia che in altri paesi europei, non è più diretto contro il potere dei ricchi o il capitale, ma viene spostato verso gli immigranti stranieri. Si crea così un meccanismo di guerra tra poveri, il malcontento generale non è più opera del governo o delle manovre assassine del debito europeo che continuiamo a pagare più e più volte, ma dall’arrivo di troppi immigranti”.

“Però non sarebbe onesto non citare che la colpa di questa situazione è dovuta anche alla frammentazione della sinistra, non esiste una forza consistente per poter creare un’alternativa a sinistra del PD. Come Rifondazione Comunista (RC), stiamo cercando di portare avanti al massimo un’attitudine unitaria, dialogando sia con le formazioni politiche più radicali (che purtroppo a volte sono così settarie che non consentono l’unità, occupate in una gara per vedere chi è il più rivoluzionario) sia con i compagni che si sono staccati da noi cercando un’alleanza con il PD ed il centro-sinistra, perché ritornino con noi, in un soggetto unitario e plurale, dove possa esserci tutta la sinistra anti-liberista”. “Da qui, potremmo costruire un punto di riferimento per il popolo italiano che abbia una credibilità per presentare un’alternativa reale alle politiche capitaliste. Nel 1991, come Rifondazione Comunista, ci siamo battuti per il NON scioglimento del Partito Comunista Italiano ed i fatti oggi ci stanno dando ragione”. “Dal cambiamento del nome, siamo arrivati oggi fino al PD, come diceva la buona anima di Ingrao, che non può nemmeno essere considerato una formazione di sinistra social democratica”.

“E’ un partito neoliberista, che ha lo stesso programma dei conservatori britannici, ha portato l’Italia ad una situazione simile a quella degli USA: sulle principali questioni di politica economica ed internazionale non c’è differenza tra repubblicani e democratici. Un esempio può essere l’aggressione contro Gheddafi: mentre Berlusconi era titubante sul fatto di appoggiare la NATO per assalire la Libia, il PD criticava il centro-destra per la sua timidezza. Questo perché i partiti capitalisti del sud del mondo non sono assolutamente attratti dalle politiche di interesse nazionale, vogliono solo legittimarsi presso l’Impero, sono ansiosi di dimostrare che sanno fare bene i compiti che assegnano loro i padroni del Nord”.

Cambiando tema, chiedo a Maurizio, che è per la prima volta a Cuba, cosa ne pensa di questa isola caraibica, come è stato l’incontro con i compagni cubani. “Per me è stata un’esperienza assolutamente soddisfacente e non lo dico per rapporti diplomatici. Cuba, per molti italiani, è un pezzo di cuore, abbiamo con lei un legame fortissimo e noi di RC non abbiamo mai assimilato Cuba alle esperienze di socialismo importato dall’esterno di vari paesi dell’Est europeo. Stimiamo molto il PCC per l’onestà dei suoi dirigenti e per l’originalità della sua Rivoluzione, dovuto al suo radicamento popolare, nell’esperienza concreta del popolo cubano”.

“In questa settimana di incontri i miei pensieri positivi su Cuba si sono confermati: infatti ho potuto ascoltare sia funzionari, che dirigenti sia del partito che delle organizzazioni sociali che ho considerato molto sinceri nell’esporre i problemi e le difficoltà e molto determinati nella lotta per salvaguardare l’esperienza della Rivoluzione cubana, farla progredire, sviluppare ed attualizzare, per non darla vinta all’Impero e prepararla quando succederà l’inevitabile sostituzione della dirigenza storica della Rivoluzione”.

“Mi è molto interessata la preparazione politica dei funzionari del PCC, che hanno una visione molto chiara dei loro compiti a Cuba ed anche nello scenario internazionale. Noi abbiamo potuto spiegare le nostre orientazioni come Partito della Sinistra Europea, ricordare che il nostro progetto è figlio di quello che Cuba ha fatto nel continente latinoamericano, costruendo un fronte ampio, combattendo su base nazionale ed anche unendo, con una prospettiva continentale tutta la sinistra dell’America Latina”. “Mi ricordo una visita in America Centrale nel 1990, in Salvador c’era ancora la guerra civile ed in Guatemala una repressione orribile: come potevamo immaginare che nel 2015 un guerrigliero potesse essere presidente della repubblica in Salvador e che in Guatemala il popolo potesse esigere il carcere per un presidente corrotto?”.

“Chi avrebbe potuto pensare, negli anni ’90, ad un’unione così grande in America Latina di tanti governi progressisti?”.

“Ci siamo impegnati con i compagni cubani a ritornare in Europa ed a batterci per la caduta del bloqueo genocida che gli Stati Uniti esercitano contro Cuba, smentire la propaganda dei mass media capitalisti europei che vuole far credere che il nuovo allacciamento dei rapporti diplomatici, annunciato il 17 dicembre 2014, abbia fatto cadere tutte le proibizioni assurde contro l’isola. Sappiamo invece che tutti i divieti continuano in piedi e ringraziamo i compagni del PCC che ci hanno fornito alcune informazioni fondamentali per implementare il lavoro politico in sostegno di Cuba e di tutti gli altri paesi latinoamericani, che attualmente sono investiti dalla forza capitalista con una campagna violenta mediatica di menzogne dell’estrema destra, finanziata dagli Stati Uniti”.

Devo ammettere che mi fa piacere ascoltare Maurizio, le sue parole accendono una fiammella di speranza dentro di me per questa povera Italia mia.

Anche l’ultima votazione all’ONU contro il bloqueo è motivo di allegria e conferma che di fronte al mondo quelli che sono rimasti soli sono i due paesi più genocidi del mondo: gli Stati Uniti ed Israele.

E pensando a quello che mi commentava Maurizio sull’unità della sinistra, sul settarismo politico, concludo con le parole di Antonio Guiteras, cubano, e secondo il Che Guevara, “il più grande lottatore antimperialista”: “Solo la forza dell’unione di tutti gli uomini —anche se possiedono differenti tendenze politiche—avvolti nella lotta, per ottenere un regime di libertà e giustizia, potrebbe conseguire il trionfo di una vera Rivoluzione.”

  • corrispondente a Cuba del sito web Cubainformacion.tv

Fernández, PL: «In Siria non è guerra civile ma guerra di rapina NATO»

da lantidiplomatico

Miguel Fernández Martínez, giornalista cubano e corrispondente dalla Siria per l’Agenzia di Stampa latinoamericana, Prensa Latina, rifiuta il luogo comune secondo il quale nel paese arabo, da quasi 5 anni, sia in corso una guerra civile. Per Fernández è in atto un aggressione ordita dalla NATO, con l’aiuto di Israele, Turchia, Giordania e delle Monarchie del Golfo per distruggere la Siria.

Aggressione finanziata dall’Occidente

Secondo l’UNICEF, 5,6 milioni di bambini siriani soffrono di povertà estrema e sono costretti a spostarsi continuamente per sfuggire dalle zone di guerra. Due milioni di rifugiati vivono in Libano, Giordania, Iraq, Egitto, Turchia e altri paesi del Nord Africa, mentre 3,6 milioni di bambini restano vulnerabili. Ventimila bambini sono morti in questa guerra imposta. «La foto del bambino siriano Aylan Kurdi, senza vita sulla sabbia di una spiaggia turca, è un colpo di frusta sulla coscienza di un Europa ipocrita e silenziosa, che nega la protezione alle sue vittime. Europa, Stati Uniti, Israele e i loro gendarmi hanno incoraggiato questa guerra fratricida. Aylan riflette altri bambini siriani che stanno morendo in questo momento a Damasco sotto il colpi di mortaio dei terroristi, o asfissiati dai gas tossici ad al-Foa e Kafraya, o brutalmente decapitati a Raqqa, o vinti dal calore e dalla sete nel deserto, cercando di sfuggire ai colpi di mortaio», ha affermato Fernández.

L’embargo degli Stati Uniti colpisce il popolo cubano anche nella comunicazione, Internet, radiodiffusione, qualcosa di simile avviene anche con la Siria?

«Tutte gli embarghi sono dannosi perché le vittime sono i poveri. Cuba lo sa che, dopo aver affrontato per più di 50 anni, un criminale blocco imposto dagli Stati Uniti le ha causato finora perdite e danni per più di 833.755 milioni di dollari. Le potenze occidentali nei confronti della Siria, guidate dagli Stati Uniti, la Francia e il Regno Unito non hanno mostrato alcuna pietà. Hanno bloccato le sue esportazioni, tutti i contratti, hanno congelato i conti bancari. Hanno interrotto i segnali satellitari, in modo che la verità non venga a galla, infine, hanno attuato una campagna mediatica destinata a destabilizzare, rompere e distruggere l’unità del popolo siriano, e minare la sua resistenza contro l’aggressione terrorista finanziata dall’Occidente».

Ci parli del governo di Bashar al-Assad. Come era la vita in Siria prima dell’intervento degli Stati Uniti e dell’Europa?

“Il presidente Bashar al-Assad è diventato il capro espiatorio dei maggiori circoli di potere internazionali per cercare di ripetere in Siria quello che hanno fatto in Afghanistan, Iraq, Yemen, Libia e altri paesi della regione. Da molto tempo prima della crisi iniziata nel 2011,  al-Assad è stato preso di mira da Washington e dalle sue agenzie di intelligence, chiamato a diventare una vittima dell’avidità imperiale per non aver ceduto alle disposizioni della Casa Bianca.

Da quando il presidente al-Assad è salito al potere dopo la morte del padre Hafez al-Assad, ha proseguito le politiche pan-arabiste di unità regionale, che hanno dato molto risalto alla Siria nel Movimento dei Paesi Non Allineati. Al-Assad non ha venduto l’economia nazionale al FMI, seguendo l’esempio di suo padre, il più importante sostenitore della causa palestinese per la restituzione dei territori occupati da Israele e del ritorno di milioni di profughi palestinesi al loro luogo di origine. La Siria è sempre stato uno dei peggiori nemici di Israele, che ha condannato per le sue politiche espansionistiche e chiede la restituzione delle alture del Golan, occupate illegalmente dall’esercito israeliano dal 1967. A questo, bisogna aggiungere la solida amicizia tra il governo di Damasco e la Repubblica islamica dell’Iran, unite da legami storici di amicizia e cooperazione.

Bashar al-Assad ha promosso la modernizzazione della società siriana, iniziata dal padre negli anni ’70, ha difeso il concetto di Stato laico, imponendo la legge dello Stato su ogni religione e il diritto di coesistenza di una popolazione multietnica. Né ha permesso la privatizzazione del settore petrolifero e delle industrie più importanti del paese. Per tutti questi motivi è stato un obiettivo da distruggere da parte delle amministrazioni neocoloniali degli Stati Uniti e dai suoi alleati europei».

In Siria è in corso una guerra civile?

«Mi rifiuto di accettare la tesi che qui sia in corso una guerra civile. È falso come il sole che sorge di notte. Quello che succede qui è un aggressione internazionale organizzata dalla NATO. Il Dipartimento di Stato nordamericano e i servizi segreti israeliani sono riusciti a riunire le monarchie del Golfo Arabia Saudita e Qatar, insieme ai governi di Giordania e Turchia, per iniziare l’assedio della Siria. Le strategie per avviare la crisi erano chiare. Hanno cercato di portare in Siria gli effetti sperimentati da altri paesi di quella che è divenuta nota come la primavera araba, un mostro destabilizzante che ha lasciato conseguenze dolorose in ogni paese in cui è stata imposta. Per questo hanno usato diversi metodi, uno era la manipolazione dei Fratelli Musulmani, che era già stato utilizzata in Egitto, Libia, Tunisia e altri paesi, cercando di dare una sfumatura religiosa alle proteste, oltre ad altre politiche destabilizzanti organizzate dall’ambasciata degli Stati Uniti.

Non è un segreto che durante le presunte manifestazioni popolari nel marzo 2011 quando ebbe inizio il conflitto, l’ex ambasciatore USA a Damasco, Robert Ford, era sempre in viaggio nelle varie province per incontrare i leader dell’opposizione e per finanziare le proteste. In quelle manifestazioni “popolari” c’erano uomini armati che sparavano contro la polizia. Hanno creato il caos e la violenza, perché è stato tutto ben progettato per generare destabilizzazione e far posto a ai gruppi jihadisti, organizzati, armati e addestrati dall’Occidente, in attesa alle frontiere della Giordania, a sud; La Turchia, a nord, e l’Iraq a est. Non è un segreto che l’auto-proclamato Free Syrian Army, composta per lo più di disertori dell’esercito siriano, è stato finanziato da Parigi, e nel suo processo di disintegrazione, la maggior parte dei suoi membri è passata alle bande di terroristi dello Stato islamico o al-Nusra, il braccio armato di Al Qaeda in Siria.

Un altro modo utilizzato per attaccare la Siria è stato attraverso il reclutamento di mercenari provenienti da più di sessanta paesi, che vengono istigati da leader religiosi estremisti ed insistono a chiamare il jihad o guerra santa contro il governo legittimo in Siria. Infine, quattro anni dopo l’inizio di questa guerra di rapina, le forze sono state concentrate in due gruppi principali. Da un lato, le forze armate siriane, con un esercito di quasi 350.000 uomini, in collaborazione con le unità di milizia conosciuta come Difesa nazionale, e dall’altra gruppi terroristici che continuano a provocare caos e terrore».

Il terrorismo dell’Isis

Come nasce l’Isis e come viene introdotto in Siria? Cosa controlla? Si dice che vendano petrolio per finanziarsi e dispongano di risorse milionarie

«Lo Stato islamico, gruppo terroristico, anche conosciuto in arabo come Daesh, è giunto qui da poco più di un anno, da uno smembramento di Al Qaeda che opera nel territorio dell’Iraq. Da quando ha iniziato la sua espansione in territorio siriano, hanno proclamato la creazione di un califfato, la cui capitale è la città di Raqqa, situata a poco più di 500 chilometri a est di Damasco, occupata dagli estremisti.

Sulle atrocità dello Stato Islamico si parla ogni giorno. Manipola la fede religiosa dei suoi membri e sostenitori, e fa un’interpretazione distorta del Corano, imponendo la legge della Sharia, e un tipo di governo tirannico che include l’imposizione di punizioni crudeli che possono variare dalla decapitazione alla lapidazione fino alla crocifissione ed ad altre forme barbariche per imporre la legge. Dietro c’è un intero gruppo di contrabbandieri, profittatori e criminali – la maggior parte sono proprio quei paesi che cercano di rovesciare Bashar al-Assad – che trafficano con loro il  petrolio nelle zone occupate, e le reliquie archeologiche e storiche vandalizzate da diversi villaggi ovunque vadano.

C’è un particolare che non voglio tralasciare circa la manipolazione esercitata dai grandi media occidentali sui territori occupati dall’Isis in Siria. Molti media insistono nel sostenere che occupa più del 50% del territorio siriano, ciò non corrisponde a nessuna verità. La maggior parte della popolazione siriana vive nelle zone sotto il controllo del governo, il centro ovest del Paese, sulla costa mediterranea. La maggior parte delle zone sotto il controllo dei terroristi sono zone desertiche a bassa densità demografica; L’Isis controlla solo la città di Raqqa, parte della città di Idleb e poco meno della metà di Aleppo. Dove sono forti in realtà nel controllo delle strade a est, impedendo il movimento delle truppe nelle zone di combattimento con ripercussioni sull’economia nazionale e sulla popolazione siriana».

A chi importa la distruzione della Siria?

«Ricordo molti anni fa qualcuno mi ha detto che gli Stati Uniti e le grandi potenze guardare al Medio Oriente come “un grande lago di petrolio”. L’Occidente non ha mai guardato con rispetto a questa parte del mondo. Qui ci sono presenti tracce del suo percorso coloniale, ha spogliato l’antica cultura di questi popoli e le loro principali riserve di combustibile. Nel caso della Siria, per aver rifiutato di essere un servitore delle potenze occidentali, è stata “condannata” ad essere invasa. Però non hanno fatto i conti con la resistenza del popolo siriano, che è stato in grado di difendersi in più di quattro anni da tutta questa campagna di aggressione terroristica. Inoltre, hanno usato anche una delle formule per  destabilizzare l’unità nazionale, come il settarismo, cercando di creare divisioni tra sunniti, sciiti, alawiti, curdi, armeni, drusi, cristiani, yazidi, che formano quell’amalgama storico e indistruttibile che si chiama popolo siriano».

Quali sono le difficoltà che lei deve affrontare per fare il suo lavoro come corrispondente di Prensa Latina?

«Le stesse di ogni siriano. Convivo con loro, soffriamo le stesse necessità e condividiamo le nostre speranze. Ho visitatole zone di combattimento, le scuole distrutte dalla guerra, i campi profughi, insomma, cerco di toccare con mano tutto. Ho potuto parlare con mercenari stranieri catturati dall’esercito e sentire dalle loro labbra quali forze esterne di gran lunga sono coinvolte in questa guerra. Ho avuto l’opportunità di intervistare ministri, così come la gente comune. Chi mi può dare la sua versione della guerra e mi permette di avere nuovi argomenti per spiegarli ai lettori, sarà sempre il benvenuto».

Qual è la situazione umanitaria in Siria?

«Secondo le Nazioni Unite, la Siria sta soffrendo la peggiore crisi umanitaria conosciuto da 70 anni a questa parte. Come risultato di questa guerra, più di quattro milioni di siriani si sono rifugiati in altri paesi. I principali paesi di accoglienza sono Libano, Turchia, Giordania, Iraq ed Egitto. Circa undici milioni sono gli sfollati all’interno del paese, e il numero dei morti è scioccante. Finora, alcuni dicono che sono stime prudenti, ci sono più di 240.000 morti, di essi, 50.000 membri dell’esercito. In alcune aree vi è la fame e la mancanza delle cose più elementari, come l’acqua, l’elettricità. È una storia difficile e triste».

Come ha affrontato il governo la lotta contro il terrorismo?

«La Siria si è difesa con gli artigli da un’aggressione internazionale. L’esercito siriano e le milizie hanno portato tutto il peso di questa guerra ed un alto costo umano e materiale. Sulla Coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti, c’è poco da dire. Da più di un anno ”bombardano” presunte posizioni dei gruppi terroristici, e ciò che fanno è rafforzarli. Ci sono prove che in alcuni posti della Siria e dell’Iraq, questi stessi aerei hanno calato armi e munizioni che vanno nelle mani dei gruppi estremisti. Da parte loro, le milizie curdo-siriane che si identificano come YPG, hanno svolto anche loro un compito difficile nella difesa dei loro territori nel nord della Siria, soprattutto nelle zone a nord di Aleppo e nella provincia orientale di Hasaka, riuscendo persino ad espellere terroristi dai loro territori».

Cosa puoi dirci dei crimini contro donne, bambini e anziani e sulla distruzione dei beni culturali?

«Hanno scosso l’opinione pubblica internazionale. Sono metodi veramente sadici quelli utilizzati, come il taglio delle teste dei loro nemici o la crocifissione delle persone in luoghi pubblici, o lapidazione delle donne. Gli omosessuali li gettano dai tetti degli edifici, le donne sono picchiate per non aver indossato il velo o perché escono da sole per le strade. Quello che accade ai bambini mi fa male. Hanno chiuso molte scuole nelle aree occupate, e aperto delle scuole più piccole, dove si insegna l’importanza del suicidio al fine di raggiungere uno scopo, o diventano assistenti dei boia durante le esecuzioni. Il danno psicologico e sociale per questi bambini è impressionante».

NATO complice ISIS nella vendita di petrolio rubato a Siria e Iraq

da hispantv

Un media tedesco ha rivelato la complicità della NATO nel contrabbando di petrolio rubato dall’Isis (Daesh, in arabo) alla Siria e all’Iraq.

I paesi membri della NATO, in particolare Turchia, Stati Uniti e il Regno Unito, fanno finta di non vedere su queste attività, facilitando la continuazione di questo saccheggio economico. Lo ha riferito il sito web di informazione tedesco DWN.

Inoltre, si aggiunge che il gruppo terroristico Daesh sta beneficiando del furto e della vendita illegale di petrolio, con un profitto di tre milioni di dollari al giorno, per una vendita giornaliera di 45.000 barili di petrolio.

L’Isis ha il controllo del 60% della produzione del siriano e sette dei campi petroliferi dell’Iraq.

La fonte aggiunge che i più stretti alleati di Londra e Washington, come il governo regionale del Kurdistan iracheno e l’Organizzazione di intelligence nazionale della Turchia (MIT), facilitino il contrabbando di petrolio.

Le autorità del Kurdistan iracheno e il governo turco, negano qualsiasi coinvolgimento nel contrabbando di idrocarburi svolto da questo gruppo, evidenziando le misure adottate per rallentare questo traffico.

Nafiz Ahmed, un giornalista del portale di notizie online Middle East Eye, citando una fonte del governo iracheno, che ha parlato a condizione di anonimato, ha sottolineato l’omertà delle autorità curde sulla vendita del petrolio iracheno sul mercato nero.

«Gli USA sanno molto bene ciò che sta accadendo, ma Erdogan ha buoni rapporti con il presidente Obama; Erdogan fa quello che vuole e gli USA approvano», ha aggiunto il funzionario iracheno.

Come ulteriore prova della complicità della NATO, DWN aggiunge che la compagnia petrolifera anglo turca Genel Energy legata ai parlamentari britannici, ha ricevuto un ordine per la fornitura alle raffinerie della società curda Gruop Nokan, che è sospettata di sostenere la vendita illegale di petrolio dell’Isis alla Turchia.

Tra i clienti del greggio rubato all’Iraq e alla Siria figurano alcuni paesi europei che lo comprano ad un prezzo speciale, come indicato alla fine del 2014 dal direttore del Servizio federale di sicurezza russo (FSB), Alexander Bortnikov.

Oltre al contrabbando di petrolio, Daesh ha altre fonti di finanziamento, quali il traffico di organi e la vendita di reperti archeologici e storici.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Dichiarazione dell’ALBA-TCP sulla crisi umanitaria nel mediterraneo

IV RIUNIONE STRAORDINARIA DEL CONSIGLIO POLITICO DELL’ALBA-TCP

I ministri degli Esteri del Consiglio Politico dell’ALBA-TCP di fronte alla terribile situazione umanitaria che si verifica nel Mediterraneo dichiarano:

  1. La causa principale delle tragedie umanitarie che hanno trasformato il Mediterraneo in una immensa e profonda tomba è il modello capitalista coloniale e neocoloniale, che ha precipitato i popoli di Africa e Asia nel sottosviluppo e distrutto i loro modelli produttivi, ponendoli al servizio delle metropoli occidentali. Nel 2015 oltre 2000 persone hanno perso la vita per sfuggire alle severe condizioni di vita e all’instabilità in Africa e Asia.

  1. Le economie africane sono state schiacciate sotto il pesante fardello della tassazione imposta dalle metropoli imperialiste europee, che ha generato crisi umanitarie in molti dei suoi paesi, e reso vani tutti i tentativi di rilanciare le loro economie a beneficio dei popoli africani.

  1. L’Occidente utilizza la violenza terroristica per rovesciare quei legittimi governi che si rifiutano di applicare il modello capitalistico di sfruttamento e non soddisfano i suoi voraci interessi.

  1. Con il patrocinio e la complicità dell’Occidente, la violenza si è diffusa nei paesi africani, l’Afghanistan, la Siria, l’Iraq e il Medio Oriente perpetrati da gruppi terroristici impuniti che hanno causato profonda sofferenza ai popoli di queste vaste regioni.

  1. I processi di destabilizzazione della regione sono andati a sommarsi alle già nefaste conseguenze del colonialismo e del neocolonialismo. Le modalità con cui la Libia è stata smembrata nel 2011 rappresentano il massimo esempio di questo. Il rovesciamento illegittimo del suo governo, in contrasto con il diritto internazionale, ha costretto al trasferimento di migliaia di cittadini, che, nel tentativo di attraversare il Mar Mediterraneo, rischiano la vita per sfuggire alla violenza terroristica e alle carestie provocate dall’Occidente.

  1. Allo stesso modo, l’Occidente intende rovesciare il legittimo e costituzionale governo della Siria, promuovendo ulteriore violenza terroristica e destabilizzazione in tutta la regione.

  1. Riteniamo che questa nuova avventura imperialista incrementerà l’attuale tragedia umanitaria, e renderà l’Europa l’obiettivo principale delle terribili conseguenze umane derivanti da questa azione che è in contrasto con i principi fondamentali del Diritto Internazionale.

  1. Facciamo appello all’Europa affinché si svegli e reagisca immediatamente, con sensibilità e giustizia, e accetti la sua responsabilità storica che supera i limiti della tragedia umana.

  1. I paesi dell’ALBA-TCP chiedono ai governi e ai popoli del mondo di costruire un Piano di Solidarietà per i popoli che subiscono oggi le conseguenze del terrorismo internazionale, e di investire il 20% della spesa militare mondiale per sostenere il diritto alla salute, istruzione, cibo, abitazioni e diritti umani fondamentali di milioni di cittadini colpiti dal terrorismo promosso e supportato dall’Occidente.

  1. Inoltre, esprimiamo la nostra costante e seria preoccupazione per le deportazioni e i trasferimenti forzati in corso di cittadini dominicani di origine haitiana, e riaffermiamo i diritti umani fondamentali di tutti coloro che sono sfollati, e chiediamo una soluzione giusta e pacifica di questa crisi in conformità con i principi del diritto internazionale.

Caracas, Repubblica Bolivariana del Venezuela, 10 agosto 2015.

Bruxelles: dichiarazione finale de la Cumbre de los Pueblos

145b5c3d-02b5-4357-a55a-7a6036f3eeb6Belgio, 12giu2015.- Noi, Popoli dell’America Latina, dei Caraibi e dell’Europa, riuniti nel Vertice dei Popoli, a Bruxelles i giorni 10 e 11 giugno del 2015, con oltre 1500 delegate e delegati, rappresentanti di 346 organizzazioni e movimenti sociali, provenienti da 43 paesi; all’interno di un dibattito unitario, fraterno e solidario, svoltosi attraverso conferenze e sette tavoli di lavoro

Dichiariamo: 

Il nostro appoggio all’integrazione regionale dell’America Latina e l’opposizione all’interventismo imperialista

  • Salutiamo e appoggiamo i processi di integrazione che prediligono e rafforzano l’autodeterminazione e la sovranità dei nostri popoli, così come l’ALBA, UNASUR e la CELAC che hanno rafforzato l’unità latinoamericana e che possono diventare un’ispirazione per un’integrazione europea di nuovo tipo che enfatizzi lo sviluppo economico, i diritti sociali e il benessere dei suoi popoli.
  • Esprimiamo il nostro fermo sostegno alla Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come Territorio di Pace libero dal colonialismo. In questo senso, condanniamo l’implemento militare, le aggressioni e le minacce di ogni tipo che promuovono gli Stati Uniti e i suoi alleati contro la nostra regione attraverso l’istallazione di basi militari, centri di operazioni e istallazioni simili, che non hanno nessun altro tipo di giustificazione se non quella di un intervento militare contro i nostri Paesi. Per questo, esigiamo la chiusura di tutte le istallazioni militari statunitensi nella regione e ci appelliamo a una pace giusta e di lunga durata con giustizia sociale in Colombia.

Il nostro impegno è agire sul cambio climatico per proteggere l’ambiente

  • Il cambio climatico rappresenta la più grande minaccia che l’umanità affronta e che sta già danneggiando i popoli dell’America Latina. Il capitalismo neoliberale ha esacerbato enormemente la sostenibilità del pianeta, intensificando, invero, tutti i problemi associati con il cambio climatico. Lanciamo un appello per un accordo climatico che mantenga l’innalzamento della temperatura sotto i 1,5° celsius; che tenga conto del diritto di tutti a poter vivere una vita degna e sostenibile; che non limiti la capacità delle future generazioni nel soddisfare le proprie necessità; e che si basi sul principio della mutua responsabilità in relazione al cambio climatico. Sosteniamo un futuro libero dai combustibili fossili e basato sull’energia rinnovabile e ci opponiamo, pertanto, al fracking, le falde petrolifere di Alguitran e le perforazioni nell’Artico. Sosteniamo un programma integrale di riduzione netta di emissioni, che sia un impulso per i paesi in via di sviluppo affinché abbandonino l’estrazione di combustibili fossili e si concentrino, invece, in soluzioni sostenibili. Sosteniamo, inoltre, la giustizia ambientale attraverso una tassazione ecologica al commercio del petrolio e di altri combustibili fossili per finanziare, così, un Fondo Climatico Verde, oltre ad essere un strumento vincolante nei confronti di quelle compagnie multinazionali che si sono rese responsabili di non pochi abusi ai danni dell’uomo e dell’ambiente. E’ necessario prendere le debite distanze dalla agricoltura e pesca industriale dannose. Chiamiamo a rispettare i diritti delle nazioni e dei popoli, in particolare in America Latina, per poter vivere in armonia con la Madre Natura e di rispettare tutte le forme ancestrali di vita e di identità indipendente dei popoli e nazioni. Condanniamo il disastro del medio ambiente causato dalla Chevron ai danni di comunità locali in Ecuador, e condanniamo, inoltre, l’attacco e il giudizio contro il governo dell’Ecuador; appoggiamo, pertanto, la lotta di questi contro questa predona compagnia petrolifera. 
  • Sosteniamo il popolo cubano e la sua Rivoluzione, e salutiamo il ritorno a casa dei Cinque Eroi Cubani, prodotto della solidarietà internazionale e della instancabile lotta del suo popolo. Sosteniamo, inoltre, i passi che gli Stati Uniti hanno intrapreso verso un dialogo basato sul rispetto reciproco con Cuba, così come il ritiro di Cuba dalla lista di quelli Stati patrocinatori del terrorismo, e nel quale non sarebbe dovuto mai esserci, ma nel contempo esigiamo l’abolizione totale, immediata e incondizionate del blocco genocida contro Cuba da parte del governo degli Stati Uniti, nonché la chiusura immediata della base navale di Guantanamo e, quindi, il ristabilimento incondizionato della sovranità cubana. 
  • Esprimiamo il nostro appoggio incondizionate e senza limiti alla Rivoluzione Bolivariana e al Governo legittimo capeggiato dal compagno Maduro e condanniamo i piani permanenti di destabilizzazione che si orchestrano alle sue spalle; finanziati e organizzati da organismi statunitensi. Condanniamo nella fattispecie l’ingiusto e immorale Ordine Esecutivo del Governo degli Stati Uniti che pretende catalogare la Repubblica Bolivariana del Venezuela come una minaccia alla sua sicurezza nazionale – e che ha visto la condanna unanime di tutti i Paesi di Nostra America – e chiediamo che questo venga subito derogato.
  • Condanniamo ogni genere di ingerenza degli Stati Uniti contro i Governi progressisti dell’America Latina e esigiamo che venga rispettata la sovranità e l’autodeterminazione della regione. Ci appelliamo a tutte le istituzioni dell’Unione Europea, così come ai suoi Stati membri a non essere complici dell’ingerenza statunitense contro l’America Latina, ma di adottare, invece, un comportamento e una politica di dialogo costruttivo verso la nostra regione. Per questo, condanniamo qualsiasi tipo di appoggio che tanto le istituzioni dell’Unione Europea che quelle dei suoi Paesi membri promuovono a favore della politica estera statunitense contro i governi progressisti dell’America Latina, come per esempio la Posizione Comune dell’Unione Europea verso Cuba.
  • Appoggiamo tutte le decisioni a favore dello sviluppo di economie nazionali indipendenti che possano interagire con il mondo sulla base dell’eguaglianza e con la ratio di impedire che l’ingiusto debito estero paralizzi la crescita e lo sviluppo. Appoggiamo e promuoviamo tutte le decisioni che si orientano nella costruzione di una democrazia partecipativa come base principale per la realizzazione dei diritti politici individuali e collettivi dei cittadini dell’America Latina. Per garantire i diritti umani di tutti, esigiamo il rispetto del diritto dei popoli dell’America Latina, Sovranità affiancata al rispetto del principio di non intervento deve essere la condizione essenziale per poter ottenere i diritti umani e dei popoli. Facciamo nostra la richiesta della Bolivia di vedersi riconosciuto l’accesso al mare. Appoggiamo, inoltre, la richiesta dell’Argentina sulla sovranità delle Isole Malvine e, pertanto, condanniamo il comportamento aggressivo del Regno Unito e l’espropriazione del petrolio. Applaudiamo l’iniziativa del Nicaragua e del Venezuela di inserire Porto Rico nella CELAC come dimostrazione che l’America Latina è un territorio libero dal colonialismo. 

Il nostro appoggio per una società basata sull’uguaglianza e la nostra opposizione al neoliberismo

  • Manifestiamo la necessità assoluta di costruire una nuova società, con giustizia sociale e equità di genere, con la partecipazione attiva dei giovani e dei differenti attori sociali, con la solidarietà come principio fondamentale per lo sviluppo integrale e sovrano dei nostri popoli. La maggior parte delle repubbliche latinoamericane si stanno orientando in siffatta direzione. L’America Latina sta promuovendo politiche progressiste che hanno ridotto al minimo la povertà, l’esclusione sociale, nello specifico nei confronti delle donne, le comunità afro-discendenti, i gruppi indigeni e le fasce maggiormente povere e marginalizzate. Appoggiamo totalmente la lotta dei poveri indigeni per il raggiungimento dei propri diritti sociali e culturali in tutto il continente. Esprimiamo, inoltre, la nostra solidarietà con i popoli dell’Africa e con le minoranze negli Stati Uniti che lottano contro l’imperialismo. L’integrazione dell’America Latina non può definirsi completa senza essere collegata con quella dell’Africa. 
  • Rifiutiamo il modello neo-liberale come soluzione ai problemi e alle necessità del nostro popolo, giacché ha dimostrato essere lo strumento perfetto per approfondire la povertà, la miseria, la disuguaglianza e l’ingiusta distribuzione. Vi è disgraziatamente una minoranza che insiste nel cercare di imporre il modello neo-liberale. Ci opponiamo all’austerità economica imposta dalla troika in tutta l’Unione Europea, là dove a beneficiarsi è solo l’1% più ricco della società e, ci opponiamo nello specifico all’austerità della troika contro il governo e il popolo greco. Condanniamo l’assedio e la pressione con cui la troika e le istituzioni dell’Unione Europea la sottomettono. Non per ultimo, l’Unione Europea appoggia e collabora nelle illegittime aggressioni militari contro nazioni sovrane in guerre costosissime che peggiorano e aggravano l’austerità contro i popoli dell’Europa. No alla partecipazione europea in guerre illegali.
  • Riaffermiamo la nostra lotta contro i trattati di libero commercio come il TLC, TPC, TISA e l’Alleanza del Pacifico, poiché rappresentano un attacco brutale contro i diritti sociali, democratici e politici dei lavoratori e dei popoli, là dove tali accordi si implementano. Nel contempo continuiamo a sostenere che il debito estero dei nostri Paesi è incalcolabile e impagabile, come illegittimo e immorale. 
  • Manifestiamo e convochiamo a una lotta globale in difesa delle nostre risorse naturali, la biodiversità, la sovranità alimentare, dei nostri beni comuni, della Madre Terra e dei diritti sociali. La lotta per l’impiego, il lavoro e un degno salario, la sicurezza sociale, le pensioni, ad un contratto collettivo nazionale, al diritto ad associarsi in sindacati, il diritto allo sciopero, il diritto alla salute sul lavoro, l’eliminazione del lavoro minorile e della schiavitù, e la giustizia con eguaglianza di genere. Tutto ciò è – e sarà – possibile se lavoriamo uniti con l’ambizione di costruire la più ampia coalizione di forze sociali e politiche che permetta di sostituire l’attuale blocco di potere neoliberale dominante per uno sociale e politico che difenda gli interessi dei nostri popoli e elevi i diritti sociali, politici, culturali e di identità dell’essere umano al centro del suo che fare. 

Il nostro appoggio per i diritti umani per i palestinesi

  • Condanniamo la persistente aggressione israeliana contro il popolo palestinese e chiamiamo l’Unione Europea e tutti gli stati membri, seguendo l’esempio della Svezia, a riconoscere l’esistenza dello Stato palestinese e esigiamo la fine immediata e incondizionata del blocco contro Gaza così come il rispetto dei diritti umani, nazionali e culturali del popolo palestinese. 

No all’espansione della NATO 

  • Condanniamo energicamente la militarizzazione e l’aggressione della NATO in Europa orientale e in Ucraina per ampliare la sfera di influenza dell’UE e degli USA.

La nostra opposizione al razzismo e alla xenofobia

  • Condanniamo energicamente l’attuale politica sull’immigrazione dell’Unione Europea, la cui barbarie e carenza della più minima difesa del diritto alla vita, causa migliaia di morti nel Mar Mediterraneo e in altre parti. Condanniamo, inoltre, il razzismo, ogni volta sempre più prevalente, così come tutte le manifestazioni xenofobe che spesso i partiti europei di destra utilizzano con lo scopo di capitalizzare a livello elettorale e politicamente presentando un’immagine fallace delle comunità migranti e trasformandole come capro espiatorio nonché, la causa principale della disoccupazione, della mancanza di abitazioni e delle difficoltà economiche della società.

Il nostro appoggio per la trasformazione e il controllo dei mezzi di comunicazione 

  • Le gigantesche corporazioni dei mezzi di comunicazione di massa esibiscono uno dei più alti livelli di centralizzazione e concentrazione del capitale corporativo nel mondo e per questo rispondono a potenti interessi di corporazioni giganti che si oppongono diametralmente a ogni tentativo di affermazione della sovranità nazionale e di agende anti-neoliberali di qualsiasi governo del mondo. Questi mezzi sono un’arma potentissima di demonizzazione e di destabilizzazione dei processi progressisti in auge in America Latina. Per cambiare i mezzi di comunicazione di massa manca tuttavia un cambiamento netto nella società. Frattanto organizzeremo i nostri propri mezzi di comunicazione, a livello nazionale e internazionale, sulla base del comune interesse sociale. Il principio che regge i nostro mezzi sociali è di rimpiazzare l’ideologia neo-liberale dominante per un’ideologia progressista che abbia come filo di trasmissione lo sviluppo sociale e democratico, la partecipazione cittadina e i diritti sociali dei popoli.
  • Noi, i popoli della Nostra America e dell’Europa continueremo a lottare opponendoci a tutte le forme di discriminazione, pressione, sfruttamento, razzismo, esclusione e ingiustizia sociale; al neo-liberalismo e alle guerre imperialiste, lottando per la pace, l’eguaglianza, la democrazia partecipativa, la giustizia sociale; vale a dire, continueremo a lottare per costruire un mondo migliore. 

11 giugno 2015

Bruxelles, Belgio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani

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