Napoli 5apr2016: dal Mediterraneo al Venezuela

1 aprile 2016

Riceviamo e volentieri pubblichiamo

«NECESSARIO COOPERARE» L’IMPEGNO DELLA CITTÀ DI NAPOLI PER UN MEDITERRANEO DI PACE E DI COOPERAZIONE

Conferenza: Martedì 5 Aprile, Sala Giunta, Comune di Napoli

Comunicato

Conferenza: Martedì 5 Aprile, Sala Giunta, Comune di Napoli

«Necessario Cooperare»

L’impegno della Città di Napoli per un Mediterraneo di Pace e di Cooperazione

Assistiamo sconvolti alle tragedie che, ormai quotidianamente, si consumano sulle sponde del nostro mare. Restiamo attoniti di fronte alla epopea delle migrazioni, una fiumana senza sosta di uomini e donne che attraversano il Mediterraneo e lambiscono i suoi confini, in fuga dalla guerra e dalla povertà. Raggeliamo di fronte all’orrore della guerra, che sempre più pervasiva abita le sponde Sud ed Est, dalla Siria alla Palestina, dalla Libia al Donbass, passando per i Balcani, e di fronte all’orrore del terrorismo, che miete vittime e paure nelle capitali d’Europa, da Parigi a Bruxelles.

Ci chiediamo che fare: cosa ci sarebbe da fare, cosa potremmo fare noi, per prevenire la guerra e contrastare il terrorismo, per spezzare la terribile spirale dell’una e dell’altro, per riconquistare al Mediterraneo la sua vocazione più simbolica e più affascinante, quella di essere mare tra tante sponde, culla di culture e civiltà, campo di ospitalità e di convivenza, anziché di guerra e di terrore.  E ci interroghiamo sul fallimento delle risposte tradizionali, l’ingerenza umanitaria e l’esportazione della democrazia, e sulla promessa di nuovi strumenti, la diplomazia popolare e la cooperazione.

In occasione dell’avvio del progetto PRO.ME.T.E.O. («Productive Memories to Trigger and Enhance Opportunities»), per la scoperta dei giacimenti socio-culturali per la pace e la convivenza e per i corpi civili di pace in Kosovo, abbiamo chiesto a personalità delle istituzioni e delle professioni, intellettuali ed accademici, mediatori e diplomatici, attivisti e curiosi, di “porre a cimento” le intelligenze di tutti e di ciascuno, di fare le domande giuste per esplorare le risposte possibili. Identificheremo i contesti e gli scenari, rifletteremo sulle alternative alla guerra ed alla violenza.

La Conferenza sul tema «Necessario Cooperare. L’impegno della Città di Napoli per un Mediterraneo di Pace e di Cooperazione» vedrà gli interventi programmati di Gianmarco Pisa, operatore di pace e segretario della Rete dei Corpi Civili di Pace; Maria Teresa Iervolino, anglista e slavista, presidentessa dell’associazione culturale “Lidia Menapace – Culture e Memorie”; Maurizio del Bufalo, coordinatore del Festival del Cinema per i Diritti Umani e presidente dell’associazione “Cinema e Diritti”; Giovanni Sarubbi, giornalista, esperto di dialogo inter-religioso, direttore del periodico “Il Dialogo”; Rosanna Morabito, docente di lingua e letteratura serba e croata presso l’Università “Orientale” di Napoli; Amarilys Gutierrez Graffe, ricercatrice geopolitica e Console Generale a Napoli della Repubblica Bolivariana del Venezuela; vedrà i saluti istituzionali da parte di Elena Coccia, presidente dell’Osservatorio Centro Storico di Napoli – UNESCO – e le conclusioni di Alessandro Fucito, assessore al patrimonio e alla cooperazione internazionale del Comune di Napoli.

La Conferenza si svolgerà martedì, 5 Aprile 2016, con inizio alle ore 17.00, presso la Sala Giunta del Comune di Napoli, sita al II piano, in Palazzo S. Giacomo, Piazza Municipio, Napoli.

Link:   Operatori di Pace Campania:

http://www.operatoripacecampania.it  

Edizioni Ad Est dell’Equatore:

http://www.adestdellequatore.com

Progetto Corpi Civili di Pace:

http://corpicivilidipace.com

Dichiarazione dell’ALBA-TCP sulla crisi umanitaria nel mediterraneo

IV RIUNIONE STRAORDINARIA DEL CONSIGLIO POLITICO DELL’ALBA-TCP

I ministri degli Esteri del Consiglio Politico dell’ALBA-TCP di fronte alla terribile situazione umanitaria che si verifica nel Mediterraneo dichiarano:

  1. La causa principale delle tragedie umanitarie che hanno trasformato il Mediterraneo in una immensa e profonda tomba è il modello capitalista coloniale e neocoloniale, che ha precipitato i popoli di Africa e Asia nel sottosviluppo e distrutto i loro modelli produttivi, ponendoli al servizio delle metropoli occidentali. Nel 2015 oltre 2000 persone hanno perso la vita per sfuggire alle severe condizioni di vita e all’instabilità in Africa e Asia.

  1. Le economie africane sono state schiacciate sotto il pesante fardello della tassazione imposta dalle metropoli imperialiste europee, che ha generato crisi umanitarie in molti dei suoi paesi, e reso vani tutti i tentativi di rilanciare le loro economie a beneficio dei popoli africani.

  1. L’Occidente utilizza la violenza terroristica per rovesciare quei legittimi governi che si rifiutano di applicare il modello capitalistico di sfruttamento e non soddisfano i suoi voraci interessi.

  1. Con il patrocinio e la complicità dell’Occidente, la violenza si è diffusa nei paesi africani, l’Afghanistan, la Siria, l’Iraq e il Medio Oriente perpetrati da gruppi terroristici impuniti che hanno causato profonda sofferenza ai popoli di queste vaste regioni.

  1. I processi di destabilizzazione della regione sono andati a sommarsi alle già nefaste conseguenze del colonialismo e del neocolonialismo. Le modalità con cui la Libia è stata smembrata nel 2011 rappresentano il massimo esempio di questo. Il rovesciamento illegittimo del suo governo, in contrasto con il diritto internazionale, ha costretto al trasferimento di migliaia di cittadini, che, nel tentativo di attraversare il Mar Mediterraneo, rischiano la vita per sfuggire alla violenza terroristica e alle carestie provocate dall’Occidente.

  1. Allo stesso modo, l’Occidente intende rovesciare il legittimo e costituzionale governo della Siria, promuovendo ulteriore violenza terroristica e destabilizzazione in tutta la regione.

  1. Riteniamo che questa nuova avventura imperialista incrementerà l’attuale tragedia umanitaria, e renderà l’Europa l’obiettivo principale delle terribili conseguenze umane derivanti da questa azione che è in contrasto con i principi fondamentali del Diritto Internazionale.

  1. Facciamo appello all’Europa affinché si svegli e reagisca immediatamente, con sensibilità e giustizia, e accetti la sua responsabilità storica che supera i limiti della tragedia umana.

  1. I paesi dell’ALBA-TCP chiedono ai governi e ai popoli del mondo di costruire un Piano di Solidarietà per i popoli che subiscono oggi le conseguenze del terrorismo internazionale, e di investire il 20% della spesa militare mondiale per sostenere il diritto alla salute, istruzione, cibo, abitazioni e diritti umani fondamentali di milioni di cittadini colpiti dal terrorismo promosso e supportato dall’Occidente.

  1. Inoltre, esprimiamo la nostra costante e seria preoccupazione per le deportazioni e i trasferimenti forzati in corso di cittadini dominicani di origine haitiana, e riaffermiamo i diritti umani fondamentali di tutti coloro che sono sfollati, e chiediamo una soluzione giusta e pacifica di questa crisi in conformità con i principi del diritto internazionale.

Caracas, Repubblica Bolivariana del Venezuela, 10 agosto 2015.

Maduro propone piano speciale di appoggio agli immigrati africani

da radiomundial.com.ve

11ago2015.- Il Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Maduro, ha proposto la creazione di un piano speciale per appoggiare e gli immigrati africani e asiatici che fuggono dal terrorismo e dalla fame attraverso il Mediterraneo.

Durante una riunione presso la casa Amarilla a Caracas il capo di Stato ha indicato che se il 20% del bilancio della NATO non fosse investito in armi da guerra ma in salute, alimenti ed educazione per i popoli dell’Africa, si vedrebbero rapidamente i risultati.

Inoltre Maduro ha ricordato la lotta dell’Africa nel processo di decolonizzazione, fondando l’Unione Africana e avanzando su questa strada, fino a quando è arrivata la politica del caos di questi ultimi anni, fatta di bombardamenti, invasioni, che hanno caratterizzato la distruzione della Libia.

Ha inoltre evidenziato come la Libia è riuscita a recuperare le proprie risorse naturali mettendole al proprio servizio e al servizio dell’Africa, registrando i più alti indici di sviluppo sociale e creando meccanismi di solidarietà per aiutare i paesi del Nord Africa.

«Con la distruzione della Libia hanno inferto una pugnalata alla costruzione della pace, dell’attività economica e della felicità dell’Africa, avendola adesso trasformata in un santuario del terrorismo, tutti questi popoli disperati stanno fuggendo attraverso il Mediterraneo verso l’Europa».

La migrazione di migliaia di africani verso l’Europa è provocata da fatti molto pericolosi, dovuti ad una politica internazionale degli imperi dove si combina l’interesse e l’orgoglio particolare; «non possiamo chiudere gli occhi», ha esortato il presidente, sostenendo che tutti i fenomeni che oggi si stanno verificando, sono creati dalla politica degli imperi dominanti dell’Occidente.

Infine Maduro ha sottolineato che ciò che sta accadendo contro la Siria è frutto di una politica criminale, dimostrando che gli imperi della Nato sono contro i popoli. Se il governo siriano fosse sconfitto, quello che abbiamo visto in Libia sarebbe nulla, lasciando mano libera al terrorismo.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia]

Prodi: «L’Italia non sa approfittare della Nuova Via della Seta»

Prodi-960x637da lantidiplomatico.it

In un’audizione alla Commissione Esteri, come riporta il Messaggero, Romano Prodi ha analizzato la situazione dello scacchiere mediterraneo. «L’azione bellica in Libia non è solo inappropriata e dannosa, ma del tutto impossibile e irrealistica», ha detto l’ex premier ai senatori. Secondo Prodi inoltre «le guerre non si vincono con i droni e gli aeroplani, ma nel caso con tanti scarponi».

L’ex premier ha sottolineato che «il Mediterraneo è stato abbandonato da Usa e Russia» e che l’Europa stenta a trovare sue linee di azione politica se non quelle di tipo assistenziale. A suo dire, l’unico modo per risolvere il dramma libico è quello di portare tutte le tribù intorno ad un tavolo.

Prodi si è detto colpito dalla decisione della Gran Bretagna (seguita da Italia, Francia e Germania) di entrare a far parte della Banca asiatica per gli investimenti, fortemente voluta dalla Cina e ha ribadito che l’Italia potrebbe svolgere una ruolo strategico molto importante non solo sul fronte dell’immigrazione ma anche su quello economico.

«Sta nascendo una nuova via della seta nel senso che la Cina è interessata ad aumentare i propri flussi commerciali che passano per il Mediterraneo attraverso il Canale di Suez ma l’Italia non sembra saperne approfittare. Mentre segnali più interessanti sono venuti dalla Grecia che se ha venduto mezzo porto del Pireo ai cinesi sembra comunque decisa ad attrarre su di sè parte di questo flusso».

Mare Monstrum, guerra ai migranti nel Mediterraneo

Feria militar flotante del “Sistema-Italia”di Antonio Mazzeo
 
Nel Mediterraneo l’Italia fa la guerra ai migranti. Non dichiarata, certo, ma di guerra indubbiamente si tratta. Perché le strategie, gli attori, gli strumenti, le alleanze e le modalità d’intervento sono quelli di tutte le guerre. E causano morte. Morti, tanti morti.
 
Qualcuno ha storto il muso per il nome, Operazione Mare Nostrum. Si è detto che c’era una caduta di stile, un voler scimmiottare i fausti dell’impero romano. In verità esso risponde perfettamente al senso e agli obiettivi della messinscena ipermuscolare delle forze armate italiane. Il Mediterraneo, per la Fortezza Europa, non è né deve essere un mare di mezzo. Non è il luogo dei contatti, delle contaminazioni, delle solidarietà, delle trasformazioni. Né un ponte di intercultura e pace. È invece il lago-frontiera, noi qua, loro là, un muro d’acqua invalicabile, dove vige la regola del più forte e del più armato. Un’area marittima di conflitti, stragi, naufragi causati, respingimenti, riconsegne e deportazioni manu militari. A chi scampa ai marosi e ai mitragliamenti delle unità navali nordafricane (pagate con i soldi italiani) spetta l’umiliazione delle schedature, delle foto segnalazioni e degli interrogatori a bordo di fregate lanciamissili e navi anfibie e da sbarco. Poi un trasbordo, un altro trasbordo ancora, le soste interminabili su una banchina di un porto siciliano, il tragitto su bus e pulmini super scortati da poliziotti e carabinieri sino alla detenzione illimitata in un centrodiprimaccoglienza-CIE-CARA, un non luogo per non persone, dove annientare identità, memoria, speranze.
 
L’Operazione Mare Mostrum fu annunciata dal ministro Mario Mauro dopo la strage del 3 ottobre, quando a poche miglia da Lampedusa annegarono 364 tra donne, uomini e bambini provenienti dal continente africano e dal Medio oriente. Anche stavolta però l’incidente fu un mero casus belli. La nuova crociata contro chi fugge dalle ingiustizie, lo sfruttamento, gli ecocidi, era stata preparata infatti da mesi in tutti i suoi dettagli. Governo e Stato maggiore hanno rispolverato ad hoc l’armamentario linguistico delle ultime decadi: operazione militare e umanitaria, l’hanno ipocritamente definita, perché le guerre non devono mai essere chiamate con il loro nome per non turbare l’opinione pubblica e la Costituzione. “Si prevede il rafforzamento del dispositivo italiano di sorveglianza e soccorso in alto mare già presente, finalizzato ad incrementare il livello di sicurezza della vita umana ed il controllo dei flussi migratori”, recita il comunicato ufficiale di Letta & ministri bipartisan. Un contorto giro di parole per mescolare intenti solidaristici a logiche sicuritarie e repressive, dove volutamente restano vaghi i compiti e le istruzioni date ai militari. Niente regole d’ingaggio, perché si possa di volta in volta sperimentare in mare se e come intervenire, se e come soccorrere, se e come allontanare, respingere o scortare a quei “porti sicuri” che il ministro Alfano ritiene esistano pure nella Libia dilaniata dalla guerra civile.
 
In compenso però, in nome del Sistema Italia, non si contano le veline per descrivere in tutti i loro dettagli i dispositivi e le capacità tecniche dei mezzi impiegati per pattugliare il Mediterraneo. Anche perché, Mare Mostrum, è la migliore vetrina del complesso militare-industriale-finanziario di casa nostra: aerei, elicotteri, missili, unità navali, sommergibili, cannoni che aspiriamo a vendere ai paesi NATO e ai regimi partner della sponda sud mediterranea. Sistemi d’arma che nulla hanno a che fare con quello che in linguaggio militare si chiama “SAR – Search and Rescue”, ricerca e soccorso in mare, ma che invece delineano un modello di proiezione avanzata, aggressiva, di vera e propria penetrazione sino a dentro i confini degli stati nordafricani. Se si vogliono “arrestare i flussi migratori”, come spiegano generali, ammiragli, politici di governo e opinion maker embedded, bisogna impedire infatti a profughi e migranti di raggiungere le coste e le città portuali. Bloccarli nel deserto, detenerli nei lager del deserto e far fare il gioco sporco alle nuove polizie di frontiera che i Carabinieri armano e addestrano in Libia e nelle caserme in Veneto, Lazio, Toscana. Per intercettare e inseguire i rifugiati e  i migranti in transito nel Sahara abbiamo attivato i famigerati “Predator”, aerei senza pilota in grado di volare per decine di ore in qualsiasi condizione meteorologica. L’emblema della spersonalizzazione e della disumanizzazione delle guerre del XXI secolo, automi che spiano e sterminano persone senza il controllo umano. Vittime invisibili che devono restare invisibili. Non persone contro non persone.
 
Come tutte le guerre, quella ai migranti dilapida ingenti risorse finanziarie. Fonti di stampa filogovernative hanno previsto per l’Operazione Mare Nostrum-Mostrum un onere finanziario di circa 4 milioni di euro al mese ma, conti alla mano, la spesa potrebbe essere più che doppia. Il Sole 24 Ore ha preso a riferimento le “tabelle di onerosità” sul costo orario delle missioni delle unità navali, degli aerei e degli elicotteri impegnati nel Canale di Sicilia. Aggiungendo le indennità d’imbarco dei circa 800 marinai delle unità navali coinvolte (il personale militare destinato al “contenimento” delle migrazioni è però di non meno di 1.500 uomini), il quotidiano di Confindustria ha calcolato una spesa media giornaliera di 300 mila euro, cioè 9 milioni al mese a cui vanno aggiunti 1,5 milioni di euro per le unità costiere già in azione da tempo: totale 10,5 milioni. La rivista specializzata Analisi Difesa ritiene invece che la spesa complessiva sfiorerà i 12 milioni al mese. Dato che il governo non ha previsto stanziamenti aggiuntivi sul capitolo “difesa”, è presumibile che il denaro per alimentare la macchina militare anti-migranti sarà prelevato dal fondo straordinario di 190 milioni di euro messo a disposizione per far fronte alla nuova emergenza immigrazione. Come dire che da qui alla fine dell’anno bruceremo in gasolio e pattugliamenti aeronavali il 20% di quanto è stato destinato per “sostenere”, “soccorrere” ed “accogliere”. In perfetto stile shock economy, dopo le armi e le guerre arriva la ricostruzione: lager e tendopoli dove stipare corpi a cui abbiamo rubato l’anima, la cui malagestione è affidata alla misericordia di cooperative, Onlus e associazioni del privato sociale. A loro va l’altra metà del business migranti: un affaire di milioni e milioni di euro dove la dignità dell’uomo vale meno di nulla.

Argomenti per il dibattito: intervista a Luciano Vasapollo

Il Socialismo è in cammino con l’ALBA dei popoli, dalle Ande al Mediterraneo

Intervista a Luciano Vasapollo*

a cura di Bruno Settis e Carlo Parisi

Il socialismo è in cammino? Sembra che una delle realtà politiche più avanzate delle sinistre siano oggi i paesi dell’America Latina: non solo l’Argentina ed il Brasile protagonisti di boom economici che cambiano gli equilibri politici, economici ed energetici del globo, ma anche i paesi dell’ALBA (Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra America), come Cuba, Venezuela, Ecuador, Bolivia, Nicaragua, dove movimenti di ispirazione rivoluzionaria e di carattere socialista sono arrivati al governo ed hanno avviato programmi di investimenti sociali e nazionalizzazione delle grandi imprese. Nuove riflessioni su questi processi e le loro prospettive sono state stimolate dalla scomparsa (solo fisica perché è sempre vivo il suo pensiero!), poche settimane fa, di Hugo Chávez, che era stato il primo e principale sostenitore di un indirizzo esplicitamente socialista e di un cambiamento dei rapporti di forza internazionali, anche guardando al per lungo tempo isolato esempio di Cuba (socialista). E proprio a partire dalla collaborazione tra Venezuela e Cuba è nata nel 2004 l’alleanza dell’ALBA, si è allargata a Nicaragua, Ecuador, Bolivia, e le isole caraibiche di Antigua e Barbuda, Saint Vincent e Granadine. La struttura fondamentale di questa alleanza è una rete di scambi commerciali fondata non sul profitto, ma sulla solidarietà e complementarità delle risorse (in origine fu lo scambio del petrolio venezuelano con i medici cubani), e regolata da una propria moneta di conto, il Sucre.

Nell’occasione di una commemorazione del comandante Hugo Chávez organizzata dalla Rete dei Comunisti al Polo Carmignani a Pisa, abbiamo incontrato Luciano Vasapollo, docente di Metodi di Analisi Economica alla Sapienza, Università di Roma ed economista attivo nella Rete dei Comunisti, che da trent’anni studia e frequenta l’America Latina ed è collaboratore per i temi della pianificazione economica di varie istituzioni, anche governative, di diversi paesi dell’ALBA. Le domande che seguono sono state elaborate insieme a Francesco Marchesi ed Andrea Califano.

Cominciamo con una domanda di “riscaldamento”. L’elezione al soglio di Pietro di un argentino – Jorge Mario Bergoglio – anche al di là delle sue eventuali responsabilità o dei suoi silenzi durante gli anni della dittatura, ha fatto pensare a molti a una riedizione del modello Wojtyla, volto a far leva sui sentimenti religiosi delle masse sudamericane per indebolire i governi di sinistra. Certo le differenze non sono poche, a partire dalla forte e sbandierata fede cattolica di molti leaders della regione: un caso esemplare è la dichiarazione di Maduro secondo cui Chávez sarebbe intervenuto dal cielo per favorire l’elezione di Bergoglio.

Per poter dare delle risposte anche riguardo alla religiosità in America Latina bisogna conoscere in profondità quei popoli e quelle culture; in Europa soprattutto la sinistra è imbevuta di forte eurocentrismo e ha un rapporto con l’America Latina di natura neo-coloniale, che impedisce di comprendere che per esempio a Cuba la gente anche iscritta al partito è spesso religiosa – cattolica o legata a varie forme di sincretismo – e lo stesso avviene in Venezuela. Non mi meraviglia la battuta di Maduro: conosco da molto tempo e in profondità quella regione e trovo che quella affermazione rappresenti perfettamente lo spirito e l’atteggiamento venezuelano nei confronti della religione che è parte della cultura popolare.

Riguardo al Papa, dovremmo certamente giudicarlo sulle cose che farà, certo ci sono una serie di questioni che fanno riflettere: non sono solo voci quelle che circolano riguardo al suo schieramento durante la dittatura fascista in Argentina, sono fatti circostanziati. Se un governo con la presidente come Kirchner, sicuramente una democratica e una progressista ma non certo una marxista, fa dichiarazioni in cui si afferma che l’attuale Papa fino a poco tempo fa era schierato con l’opposizione, i sospetti paiono fondati.

Tra l’altro quando è servito demolire il blocco sovietico, il Papa polacco e la Chiesa cattolica hanno svolto un ruolo centrale, basti pensare proprio a Solidarnosc; oggi in America Latina, seppure in forme molto diverse, esistono governi di transizione verso il socialismo e altri che, pure non essendo socialisti, hanno forti connotati anti-imperialisti, progressisti e democratici. Che sia stato eletto un Papa argentino con quel passato fa pensare certamente al precedente di Wojtyla; insieme al terrorismo militare e mass mediatico dispiegato dagli Stati Uniti e dall’Occidente non è improbabile che anche la Chiesa cattolica possa svolgere un ruolo di depoliticizzazione; i presupposti purtroppo ci sono, ma speriamo che non si realizzi quanto stiamo dicendo.

Passiamo all’argomento ALBA: si può dire che, confrontandola con il modello socio-economico proposto dall’Unione Europea e basato sul free trade, l’ALBA abbia elaborato una forma di fair trade, imperniato sui bisogni della popolazione? In generale che forma assume questa integrazione tra Stati?

Il processo di integrazione latino-americana è qualcosa di più generale e complesso rispetto all’integrazione semplicemente bolivariana. Sinceramente i termini che avete usato non mi piacciono proprio: il modello è, da una parte, il neo-liberismo sfrenato dell’Unione Europea, imperniato sulla leadership tedesca e sulla costruzione di un polo competitivo alternativo all’area del dollaro, i cui punti caratterizzanti sono le esportazioni tedesche e la deindustrializzazione dei paesi mediterranei. All’interno poi di una nuova divisione internazionale del lavoro che comporta attacchi allo Stato sociale e al costo del lavoro, precarietà diffusa e che produce, di fatto, un nuovo colonialismo interno in cui i PIIGS (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna), diventati paesi importatori, rappresentano la colonia interna a uso e consumo della Germania, producono deficit e debito che viene poi comprato dal surplus nella bilancia dei pagamenti dei paesi del Nord. Una oligarchia non solo bancaria ma in generale politico-economica, volta alla costruzione di un nuovo polo imperialista.

La costruzione dell’ALBA è, dall’altra parte, qualcosa di molto più serio: lì non si sta giocando semplicemente una partita progressista e democratica, ma quella dell’edificazione di ciò che, dati i rapporti di forza internazionali, Castro chiama “il socialismo possibile”. Oggi non c’è l’URSS, non c’è nemmeno un rapporto di forza favorevole ai movimenti anti-colonialisti e comunisti. Ma come si pesa e come si considera una rivoluzione, perché di questo si tratta? L’ALBA pone al centro dei suoi processi costitutivi la socializzazione dei mezzi di produzione, la nazionalizzazione delle risorse – in primis il petrolio – e del sistema bancario; un sistema economico e produttivo in cui gli scambi si basano sulla solidarietà e sulla complementarietà e non sulla legge del profitto: è una transizione al socialismo che si costruisce sulle macerie del capitalismo, che certamente ancora sopravvivono.
Per analizzare fino in fondo l’ALBA bisogna coglierne lo spirito: non si sta costruendo un socialismo sulla base di un unico modello da esportare, come è avvenuto in Europa in passato. Si tratta di socialismi che hanno percorsi, culture, modelli differenti: il socialismo comunitario di Evo Morales è diverso dalla rivoluzione cittadina di Correa, è diverso il socialismo bolivariano di Chávez e del Venezuela, o il socialismo martiano e marxista di Cuba, ma sono tutti uniti intorno alla costruzione di una società che, in questa fase di transizione, può essere definita un socialismo non di mercato ma con mercato, che mette in discussione in maniera profonda la legge del profitto.

Come si configura all’interno di questa descrizione dell’ALBA, il protagonismo del Venezuela, o, si potrebbe dire, la sua egemonia? Alcuni critici che si collocano all’estrema sinistra hanno anche parlato di un imperialismo interno non molto diverso da quello dell’URSS.

Queste posizioni esistono e sono portate avanti da alcuni gruppi trotzkisti che fanno dell’estremismo e del settarismo il loro cavallo di battaglia. Frequento quelle zone e vedere che, spesso, organizzazioni trotzkiste sono schierate con l’opposizione di destra e con le oligarchie è estremamente fastidioso, ma soprattutto dannoso per lo sviluppo dei processi rivoluzionari. Non c’è molto da aggiungere sull’argomento se non citare Lenin quando definiva l’estremismo la malattia infantile del comunismo.

Più nel merito non parlerei di egemonia venezuelana: ricordiamoci che l’ALBA nasce come accordo politico, sociale ed economico tra Venezuela e Cuba, in cui i due paesi partono da strutture socio-produttive e politiche differenti. In Venezuela, nel 2004, vigeva ancora la mono-produzione del petrolio, mentre il miglior risultato della grande rivoluzione cubana è stato certamente lo sviluppo del talento umano attraverso una forte ed efficiente istruzione pubblica; a Cuba serviva il petrolio per uscire dalle difficoltà energetiche post ’89, il cosiddetto periodo especial, e al Venezuela insegnanti e medici.
L’ALBA nasce dunque come rapporto di complementarietà tra questi due paesi. Il processo reale di integrazione si coglie dunque benissimo, per me che visito il Venezuela dall’89, nella diffusione di scuole e ambulatori pubblici in un paese che aveva uno dei tassi di analfabetismo più alti nel mondo e in cui molte donne nemmeno sapevano che cosa fosse un’ecografia.
È ovvio che se si ragiona solo in termini di mercato capitalista, in una logica di sfruttamento, oggi il profitto e le rendite si realizzano più nel petrolio che nel talento umano; ma nel caso dell’ALBA ogni paese, fuori da questa logica, mette a disposizione quello che di meglio ha e produce, rispondendo ai bisogni sociali nella logica solidale e di uno sviluppo a compatibilità socio-ambientale.

Domanda netta: quali prospettive per Cuba dopo i Castro?

Perché dopo i Castro? Messa così sembra che a Cuba viga una forma di nepotismo, una grande famiglia dominante, mentre i Castro rappresentano semplicemente i comandanti della guerriglia, quindi il punto più alto della rivoluzione del ’59. E’ innegabile che Fidel Castro sia non solo il leader della rivoluzione ma più in generale un uomo che ha segnato e continua a segnare in profondità la vita politica dell’America Latina. Quando è andato al governo Raul Castro non si è trattato di un avvicendamento all’interno della famiglia. Bisogna ricordare chi erano i capi rivoluzionari della Sierra Maestra che hanno costruito la rivoluzione: i fratelli Castro, Camilo Cienfuegos e Che Guevara: morti gli ultimi due rimaneva Raul che, ricordiamolo, ha comandato per cinquant’anni le forze armate di un paese sotto embargo, e che ha subito circa 4000 morti da attentati terroristici di marca CIA, e si trova solo a novanta miglia dalla più grande potenza imperialista del mondo.

Piuttosto che pensare a cosa succederà dopo i Castro, concentriamoci su cosa sta succedendo oggi a Cuba. Per esempio poche settimane fa si sono tenute le elezioni che hanno eletto i 600 parlamentari di cui oltre il 50% donne con un’età media di 48 anni: il nuovo vice-presidente della Repubblica Miguel Diaz Canel ha 52 anni, la presidentessa dell’ICAP (Instituto cubano de amistad con los pueblos) Kenia Serrano ha 36 anni. Anche nel Consiglio di Stato, i cui 31 membri hanno in mano la direzione del paese, l’età media è di 57 anni: considerando che Castro e Ventura ne hanno 83 e 84, significa che l’età media è considerevolmente bassa. E questo ha a che fare con il processo di ringiovanimento dei dirigenti e con la formazione continua di giovani quadri.
Ciò vuol dire che la rivoluzione è viva, ha una forte dinamica interna. Ha i suoi limiti e le sue contraddizioni ma il grande merito è che questi errori sono stati sempre riconosciuti; per esempio a Cuba il modello di pianificazione è stato rivisto già sette volte, riconoscendo i problemi esterni ma anche gli errori interni: è proprio questa forza dinamica che la rende una grande rivoluzione.

Tornando all’ALBA: quali sono i suoi rapporti con le due potenze emergenti dell’America Latina, Brasile e Argentina che hanno, come minimo, un forte profilo anti-neoliberista?

Per capire il processo di integrazione latino-americano, bisogna considerare l’area dell’ALBA, già fortemente caratterizzata in senso socialista, quanto meno in transizione verso il socialismo. Poi ci sono gli altri paesi che sono retti da governi democratici, sono paesi progressisti e caratterizzati da un forte senso nazionale anti-imperialista e anti-colonialista e capaci di esprimere politiche di opposizione al neo-liberismo. Sono paesi emergenti, competitori degli Stati Uniti. Il Brasile è uno dei BRICS e l’Argentina è vicina a quei livelli di sviluppo. Sono paesi che da anni hanno rapporti di scambio, di integrazione e di pieno rispetto dell’ALBA. Non sono paesi socialisti ma si muovono su un fronte comune anti-imperialista, che li rende di fatto alleati come partners economico-commerciali dell’ALBA.

E’ invalsa di sovente sui media occidentali una contrapposizione tra i processi politici, per esempio, del Brasile “buono”, pienamente democratico, e del Venezuela “cattivo” e autoritario, come a voler contrapporre due modelli per il continente. Ciò è una vera e propria falsificazione della realtà che parte da quell’ormai anacronistico modello eurocentrico di cui abbiamo parlato, che è forse meglio definire occidentalcentrico ed imperialista.

In questi giorni, dopo la morte di Chávez, si è parlato di America Latina e di Venezuela in modo vergognoso. E’ chiaro che questo “terrorismo mediatico”, come sono solito definirlo, fa gioco: quando si definisce “dittatoriale” la leadership di Chávez ci si dimentica che è passato in 15 anni per 16 elezioni democratiche. D’altro canto ci si dimentica che Dilma viene dalla guerriglia antifascista, che Lula è stato operaio e sindacalista. Entrambi i governi si sono opposti e si oppongono con forza alle ingerenze degli USA che vedono ancora nell’America Latina il loro giardino di casa.

L’integrazione anti-imperialista latino-americana passa dunque sia per la transizione al socialismo dei paesi dell’ALBA, sia per i governi progressisti come quello brasiliano e argentino.

Lei parla esplicitamente di costruzione del socialismo in corso in Sudamerica, e della conseguente edificazione di ciò che anche Che Guevara chiamava «uomo nuovo». Più modestamente, si può effettivamente parlare, a più di dieci anni dall’inizio di questo processo, della crescita di una vera e propria generazione di giovani sudamericani estranei alla narrazione del neoliberismo?

Sicuramente sì, perché la costruzione dei processi di transizione socialista in America latina è completamente diversa da ciò che siamo stati abituati a vedere in Occidente: nella Nuestra America è avvenuta un’inversione di paradigma. Mentre nel capitalismo, anzi, nella logica occidentale del mercato e del profitto è l’economia che detta le regole alla politica (cioè le decisioni politiche sono funzionali alle compatibilità macroeconomiche dello sfruttamento, e quindi abbandonano le compatibilità sociali ed ambientali sull’altare del profitto), nei paesi dell’ALBA si è messa al centro la politica: la politica di base, cioè dei movimenti sociali e dei sindacati conflittuali; la politica in senso nobile, deve dominare e quindi determinare le scelte economiche. Se in un paese bisogna garantire la creazione di servizi sociali ed occupazione, è la politica a decidere le linee essenziali del cambiamento, e l’economia applica alle decisioni della politica.

Perché questo accada la politica dev’essere in mano a partiti e movimenti che siano espressioni di un blocco sociale del mondo del lavoro e del lavoro negato ben determinato e configurino governi democratici, progressisti e rivoluzionari, che si muovano sull’orizzonte del superamento del modo di produzione capitalistico. Questo non è altro che la transizione al socialismo: ciò è avvenuto con Chávez, con Morales, con Correa. Per esempio, in Bolivia i diversi movimenti contro la privatizzazione dell’acqua e quelli dei quartieri e di genere si sono uniti con i movimenti sindacali – quello dei Cocaleros, quello dei Mineros – e, mantenendo le loro specificità, si sono dati uno strumento politico unitario, cioè il MAS (Movimiento al Socialismo-Instrumento Político por la Soberanía de los Pueblos).

In Italia, i partiti, Rifondazione Comunista compresa, hanno sempre cercato di mettere il cappello sui movimenti, si pensi per esempio a quelli antiglobalizzazione del 2000-01, di assorbirli nella loro logica. Invece in Bolivia sono i movimenti a darsi lo strumento politico, che serve per portare le loro istanze al governo, salvaguardando l’autonomia e la specificità dei singoli movimenti, uniti nel bene comune che è il percorso per il socialismo. E’ quindi un governo popolare, che fa sua le istanze delle strutture del lavoro: questo discorso vale sia per la Bolivia, l’Ecuador dove sono predominanti i contadini, sia in Venezuela, dove riguarda anche una grande classe operaia.

Così, attraverso le politiche delle nazionalizzazioni (delle banche o dell’industria del petrolio, per esempio), la proprietà passa dalla struttura privata allo Stato; e, con i tempi ed i ritmi adeguati, le nazionalizzazioni si trasformano in socializzazioni, e l’utile derivante dalla vendita del petrolio e degli altri prodotti viene usato per investimenti a carattere sociale. Ecco che in questi processi dell’ALBA si realizza gratuità dei servizi pubblici, come le scuole, i servizi sanitari, l’edilizia pubblica (per mantenere bassissimo il prezzo d’affitto). Nascono le imprese sociali, le cooperative ed i distretti socialisti, mentre le multinazionali vengono scacciate o emarginate e viene sottratto loro quel dominio che gli ha permesso da sempre di realizzare profitti a scapito delle politiche sociali.

La politica determina le scelte economiche: cambia completamente il paradigma e la dimensione e la struttura economica del paese, si delineano insomma le basi della transizione al socialismo.

I giovani trovano rappresentanza politica in queste nuove istanze ed abbandonano quella che invece era la rappresentanza falsa ed istituzionale tipica dei partiti dell’area capitalista.

I programmi sociali dei paesi dell’ALBA hanno tratti sostanzialmente assistenzialisti o qualcosa di più? Quali analogie o differenze possiamo indicare con i programmi assistenziali avviati da paesi decisamente più a destra (Messico, Colombia, Perù) grazie al boom delle materie prime, ovvero il cosiddetto commoditirs consensus?

Non c’entra nulla. In questi paesi che tu citi troviamo un sistema capitalista, in cui i mezzi di produzione sono tenuti non solo dai piccoli privati ma dalle multinazionali, dagli oligopoli e dai monopoli: qui, con una cultura cattolica e paternalistica, e con l’uso spregiudicato delle ONLUS, si pensa infine a fare un pochino di welfare dei miserabili.

I percorsi del socialismo non sono fondati sulla redistribuzione assistenzialistica, ma invertono la questione in termini di socializzazione della ricchezza: quella che prima era ricchezza privata, cioè ricchezza sociale estorta ai lavoratori, viene invece redistribuita socializzandola. La tendenza è quella della nazionalizzazione e della socializzazione, quindi del passaggio da un sistema di proprietà privata ad uno che mette i mezzi di produzione in mano al popolo ed ai lavoratori.

E’ chiaro che i processi di transizione al socialismo sono lunghi: mentre si sta costruendo il socialismo convivono forme di proprietà privata e di mercato, ma sempre l’obiettivo è che questi si riducano fino a scomparire e che quindi, anche con il cambiamento dei rapporti di forza internazionali, ci si proietti verso una fase alta del socialismo. L’errore dell’URSS è stato quello di scambiare la fase di transizione come se si trattasse di un socialismo già completamente realizzato e quindi già in marcia verso il comunismo, disconoscendo le contraddizioni e i limiti che sono proprie di una fase di transizione.

In Sudamerica si stanno sperimentando in questi anni proposte sociali a tal punto avanzate che, dal nostro punto di vista, risulta complesso comprenderne a fondo le contraddizioni. Penso ad esempio all’esplicito conflitto avvenuto in Ecuador tra una impostazione keynesiana, o comunque statalista, della redistribuzione sociale che alcuni identificano nelle politiche del governo Correa, e l’attitudine “benecomunista” tipica delle organizzazioni politiche degli indigeni. Nel 2010 ho avuto modo di parlarne all’Avana con Isabel Monal, che considerava centrale la contraddizione, per così dire, tra Stato socialista e Pachamama. Che tipo di dialettica o conflitto si configura tra lo Stato centrale e le istanze autonomiste delle comunità indigene? Inoltre, possono queste esperienze dirci qualcosa sulle discussioni, molto presenti nella sinistra europea, sul rapporto tra pubblico e comune?

Isabel Monal è mia amica fraterna, lavoriamo negli stessi centri studi, e da lunghi anni svolgiamo ricerche insieme in campo marxista; tra le altre cose portiamo avanti un dibattito attorno al problema per il socialismo di sussumere anche la contraddizione capitale-ambiente.

Non esiste una dicotomia tra keynesismo di Correa e comunismo degli indigeni: in primo luogo attribuire un carattere keynesiano alle politiche di Correa è una distorsione eurocentrica. Il keynesismo nasce e si sviluppa tutto all’interno del capitalismo, è stata una fase in cui la forza del movimento operaio ha imposto incrementi di salario indiretto attraverso l’espansione delle spese sociali, e quindi una redistribuzione sociale del reddito sia nel salario diretto che nel salario indiretto e differito. I partiti e movimenti europei che vogliono trovare in queste forme di capitalismo moderato e più a carattere sociale elementi di socialismo lo fanno perché hanno del tutto abbandonato la prospettiva della trasformazione radicale per la strategia del superamento del modo di produzione capitalistico; cioè il loro orizzonte si ferma alle compatibilità consociative con un modello di capitalismo keynesiano e quindi temperato, che nulla ha a che fare con la transizione al socialismo.

Correa invece guida un movimento che nelle sue specificità è comunque sulla strada della transizione al socialismo, con tempi e modalità diversi da quelli di Cuba o del Venezuela o della stesa Bolivia.

I dibattiti del marxismo in Sudamerica – che hanno un centro nella Rete delle reti “In difesa dell’umanità” che abbiamo fondato nel 2004 a Caracas con tanti intellettuali, in particolare latinoamericani, come Isabel Monal e Atilio Boron – vertono proprio su questi problemi: come può il socialismo per il XXI secolo assumere anche le contraddizioni che purtroppo il marxismo storico ha sottovalutato? Cerchiamo di comprendere la questione indigena e la questione ambientale non come problematiche sociologiche o antropologiche, bensì all’interno della contraddizione e del conflitto tra capitale e lavoro. E’ una questione di classe: i movimenti contadini sono in primis movimenti di sfruttati contadini; in Bolivia si parla di Campesindios.

Isabel Monal infatti mi aveva spiegato questi due modi diversi di intendere l’indigenismo.

Piccoli gruppi indigeni, strumentalizzati sia dalla destra e dalle oligarchie che dagli estremisti di sinistra e da alcuni gruppi trotzkisti, hanno cercato di riportare alcune contraddizioni che i processi ovviamente incorporano, e le hanno utilizzate contro Correa. Ma si tratta di minoranze; i grandi movimenti di contadini e lavoratori sono tutti interni al MAS in Bolivia, ad Alianza País in Ecuador e via discorrendo. Fanno parte di un processo di nuova rappresentanza socialista contro lo sfruttamento del lavoro salariato.

La vostra proposta di una sorta di ALBA tra i PIGS mi pare sottintenda una seconda considerazione più generale: nella complessiva ristrutturazione seguente alla crisi del 2008 e tutt’ora in corso è necessario per questi paesi cominciare a pensarsi come sud del mondo, fuoriuscire culturalmente dal nord opulento. E’ corretto?

E ‘ corretto, in due accezioni. Quella del 2008 è stata, con l’epifenomeno dei mutui subprime, la manifestazione di una crisi di accumulazione che si può far partire già dal 1971 (data di chiusura unilaterale da parte degli USA degli accordi di Bretton Woods), ovvero una crisi di lungo periodo, quarantennale, caratterizzata sin dall’origine come crisi di sovrapproduzione e di sovraccumulazione, che ha assunto carattere sistemico, e prima ancora strutturale.

Dalla crisi strutturale del 1929 il capitalismo uscì con un nuovo regime di accumulazione, caratterizzato dal fordismo e dal keynesismo, e con il sostenimento della domanda bellica fino alla tragedia della seconda guerra mondiale.

Noi della Rete dei Comunisti riteniamo che l’attuale crisi non abbia prospettiva di uscita in chiave economica: questo non significa che siamo per generiche ipotesi crolliste, ma che le condizioni oggettive sono di fine del capitalismo e tutto sarà determinato dai rapporti di forza e dalle soggettività in campo.

Del resto, come dico sempre ai miei studenti, se le prime imprese borghesi prendono forma a cavallo tra Duecento e Trecento, il capitalismo si fa sistema e per intero modo di produzione capitalistico all’inizio dell’Ottocento – dopo che c’è stata, tra l’altro, l’espropriazione delle risorse del Sudamerica, la cosiddetta accumulazione primaria, quando il colonialismo spagnolo ha portato via il ferro e l’oro che sono serviti da basi delle fabbriche europee; a cui è seguita trecento anni dopo la rivoluzione francese e poi la prima rivoluzione inglese in cui il capitalismo si trasforma in vero e proprio sistema.

Noi pensiamo quindi che il capitalismo attuale non esprima più alcuna possibilità espansiva né a livello economico né a livello finanziario né tanto meno a livello di cultura e civiltà; va costruito quindi un modello nuovo. Bisogna cioè mettere l’accento sulle relazioni Sud-Sud, mentre quelle Nord-Sud sono relazioni verticali di espropriazione, imperialiste, neocolonialiste. Noi pensiamo che si possano costruire relazioni Sud-Sud tra gli sfruttati della terra, con un processo ad alto contenuto non solo anti-imperialista ma anche a forti connotati anticapitalisti.

La costruzione del polo imperialista europeo a guida tedesca sta avvenendo al prezzo del massacro dei popoli dell’area mediterranea. Se ne esce mediando con la BCE? Se ne esce ritrattando gli accordi di Maastricht? Con un capitalismo temperato e di nuovo keynesiano? Noi pensiamo che tutto ciò non sia possibile, al contrario diciamo che se ne esce realizzando il compito immediato di processi di lotta, oltre che teorici, per non pagare il debito, anzi per spostare il denaro del debito ad investimenti sociali, a scuole ed ospedali, a edilizia pubblica ed all’occupazione a tempo pieno, pieno salario, pieni diritti.

Al contempo bisogna uscire dall’euro: non può essere né una scelta di un governo capitalista, né di un paese solo; bisogna uscire dall’euro come area, partendo dai PIIGS ed allargandosi ai paesi del Nordafrica. E’ ovvio che vediamo nell’ALBA un modello: si tratta di svincolarsi dalla BCE e dalla Trojka come l’ALBA latinoamericana si è svincolata dal FMI; costruire un’alleanza di paesi incentrata sull’internazionalismo di classe; creare un’alleanza economico-commerciale basata non sulla legge del profitto ma sulla legge della solidarietà e della complementarità.

Sarà necessario, per evitare la speculazione sui tassi di cambio, ovvero per non passare dai mercati del dollaro e dell’euro, darsi una moneta di conto, anche all’inizio virtuale, come ha fatto l’ALBA con il Sucre. Noi le abbiamo dato il nome Libera.

Quest’area si può allargare non solo ai paesi dell’Africa mediterranea, ma a tutti quelli che hanno subito il peso dei processi di sfruttamento e delocalizzazione dei decenni neoliberisti, a cominciare dall’Europa dell’Est. Nel mondo ci sono molte relazioni possibili al di fuori dei poli imperialisti dell’Europa e degli Stati Uniti: oltre all’ALBA ci sono i BRICS, come l’Argentina, la Russia e l’Iran, che non sono socialisti ma sono competitori dell’Europa e degli USA, disposti ad aprire relazioni orizzontali.

E’ chiaro che i processi sono lunghi: questa è una prospettiva strategica. Ma è necessario riprendere le lotte sociali e rivendicative, dare un nuovo protagonismo ai lavoratori, ai migranti e ai giovani: attraverso i movimenti rivendicativi si possono costruire rapporti di forza nella prospettiva strategica del superamento del capitalismo.

Qual è l’errore – anzi, peggio, la scelta – della sinistra europea, anche quella cosiddetta d’alternativa? Il ritenere che anche la radicalità deve stare all’interno della compatibilità capitalista, quindi l’abbandono definitivo dell’idea di mantenere anche nelle lotte tattiche l’orizzonte strategico irrinunciabile della transizione al socialismo.

Parlare quindi oggi di rivoluzione anche in Europa non è un’utopia, ma significa rigenerare protagonismo nelle lotte di massa degli sfruttati, dei migranti, dei precari, degli studenti, dei senza casa, quindi di tutto il mondo del lavoro e del lavoro negato, che può riappropriarsi del senso della storia. La storia non ha percorsi lineari, come ci vogliono far intendere, ma è fatta di salti, di rotture rivoluzionarie, determinate dai rapporti di forza in campo tra le soggettività che rappresentano lo scontro nel conflitto capitale-lavoro. Come ci insegna il comandante Fidel: «Rivoluzione è il senso del momento storico».

* Professore di Analisi Dati per l’Economia Applicata, Sapienza- Università di Roma; Delegato del Magnifico Rettore per i Rapporti Internazionali con i Paesi dell’ALBA, dirett. RIVISTE PROTEO e NUESTRA AMERICA; dirett. di CESTES centro studi dell’USB-Unione Sindacale di Base. 

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