I movimenti sociali creano pagina Web contro l’ingerenza USA

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Caracas, 18 marzo 2017.- I Movimenti  sociali hanno aperto una pagina web nella quale tutti i venezuelani e gli altri cittadini del mondo possono manifestare il loro rifiuto alle azioni che il Segretario Generale della Organización de Estados Americanos (OEA), Luis Almagro, promuove contro la nazione Bolivariana.

Almagro ha presentato una nota informativa il 14 marzo passato, nelle quale chiede l’espulsione del Venezuela dalla OEA sulla base di giudizi di valore, che sposano il discorso dei portavoce dell’opposizione i quali promuovono l’intervento nelle questioni interne del Venezuela.

Attraverso il link goo.gl/Z7gPN coloro che rifiutano la violazione della sovranità venezuelana possono esprimersi e dovranno riempire un modulo con il proprio nome, cognome, paese, città di origine e infine, descrivere brevemente il motivo per il quale rifiutano “la Carta Democrática Interamericana” contro il paese.

In questo modo avranno accesso al documento che i 185 movimenti sociali hanno consegnato alla sede della OEA a Caracas, per denunciare l’atteggiamento interventista del suo Segretario Generale.

L’aderente alla Fundación Latinoamericana para los Derechos Humanos y Desarrollo Social (Fundalatin), Virginia King, ha dichiarato in una intervista telefonica con AVN, che le firme saranno raccolte solo attraverso questa pagina, “perché in questo modo certifichiamo la provenienza delle stesse ed inoltre rende più facile il processo che si inquadra anche nell’ambito del rispetto e della garanzia dei diritti umani”.

Ha aggiunto: “(Con las firmas) abbiamo l’obiettivo di creare una coscienza collettiva nella quale tutti possiamo costituirci in quanto difensori dei Diritti Umani, rispettando l’autodeterminazione del nostro popolo, per decidere del nostro destino e le redini del paese”

L’iniziativa sarà diffusa dalle reti sociali dei diversi movimenti organizzati nel paese, ed attraverso fori e dibattitti che si realizzeranno per informare sulle conseguenze della ingerenza imperiale. MPPRE/AVN

[Trad. in castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

L’Iran riconosce il prestigio della Rivoluzione cubana

da lantidiplomatico 

Il consigliere del Presidente degli affari culturali dell’Iran Hesamoddin Ashena ha riconosciuto il prestigio della Rivoluzione cubana e dei suoi capi storici, e ha chiesto più stretti legami bilaterali.

Ashena ha ricevuto l’ambasciatore di Cuba a Teheran, Vladimir Gonzalez, che era accompagnato dal secondo segretario della missione diplomatica, Norberto Escalona.

In una nota dell’ambasciata cubana è scritto che Quesada ha ringraziato per l’interesse dimostrato da parte del governo iraniano nel convocarlo ed ha spiegato in dettaglio il processo avviato tra Cuba e gli Stati Uniti al fine di normalizzare i rapporti bilaterali.

Tale questione ha attirato l’attenzione della nazione persiana, mentre le rivoluzioni di Cuba e Iran hanno operato per decenni in uno scenario avverso, per la politica aggressiva orchestrata da Washington, ha spiegato la fonte diplomatica.

A questo proposito, anche il direttore del Centro per gli Studi Strategici del Presidente della Repubblica islamica ha invitato l’ambasciatore per una conferenza di specialisti e studiosi di questa istituzione.

La discussione di Quesada si concentrerà sull’espansione e sul ripristino delle relazioni diplomatiche tra l’Avana e Washington, e le questioni affrontate nel corso degli ultimi 17 mesi di dialogo tra i due governi.

L’ambasciatore ha anche sottolineato l’importanza di rafforzare i legami tra la sua nazione e il paese persiano con tutti i mezzi possibili, per favorire gli scambi culturali e accademici.

Infine, ha anche ricordato i 37 anni della restaurazione dei rapporti diplomatici tra i due paesi, che si celebreranno l’8 agosto.

Raúl Castro ribadisce il suo rifiuto alle ingerenze esterne in Siria

da lantidiplomatico

Il Presidente cubano Raúl Castro nel ribadire il suo appoggio al legittimo governo siriano, ha espresso il suo rifiuto a qualsiasi ingerenza esterna in Siria, ed ha criticato la NATO che, con la sua guerra per procura ha portato,solo miseria, morte, distruzione e milioni di profughi in Medio Oriente e in Africa.

Il presidente cubano, Raul Castro, ha ribadito il suo rifiuto alle ingerenza esterne negli affari interni della Siria, affermando il diritto del popolo siriano «a cercare un’uscita dignitosa dalla crisi nel suo paese» con la partecipazione delle autorità legittime in Siria senza alcuna interferenza esterna, per preservare la sovranità del paese e l’integrità territoriale.

Le dichiarazioni del presidente cubano hanno avuto luogo durante la sessione a porte chiuse dell’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, durante la Castro ha dichiarato che le azioni destabilizzanti della NATO e la sua “guerra per procura” ha portato alla nascita di conflitti e della povertà con le conseguenze che si riflettono nel flusso di migranti e rifugiati in Medio Oriente e Nord Africa.

Castro ha criticato gli Stati Uniti e la politica europea per le sanzioni unilaterali contro la Russia, affermando che queste politiche creano una maggiore instabilità e insicurezza nella regione.

Cuba e Siria rafforzano i loro storici legami

da Prensa Latina

Il presidente dell’Associazione di Amicizia Cuba-Siria, Abdul Nasser al-Shafia, ha ricevuto, oggi, a Damasco, ha ricevuto l’Ambasciatore cubano Rogelio Santana, per ribadire gli storici legami di solidarietà tra i due paesi.

Al-Shafia, che è anche un membro della direzione del Comando regionale del Partito Arabo Socialista Baath, ha evidenziato i legami tra i popoli di Cuba e Siria e ha sottolineato l’esempio della isola caraibica e la sua solidarietà per la guerra di aggressione imposta al paese arabo.

Da parte sua, il diplomatico cubano ha ribadito il sostegno politico e morale di Cuba alla Siria,  sottolineando la fermezza del suo popolo nella lotta contro il terrorismo.

Santana ha sottolineato che Cuba sostiene il diritto di difendere la propria patria per difendere la propria sovranità nazionale e risolvere i problemi interni senza interferenze esterne.

Il 25 maggio, al-Shafia ha fatto parte di una delegazione di alto livello guidata da Hilal al-Hilal, vice segretario generale di al-partito Baath, che ha visitato L’Avana, e dove ha tenuto diversi incontri con i dirigenti cubani.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Macri contro il Venezuela: tensioni nel Mercosur

Mauricio-Macridi Vincenzo Paglione

Non c’è ombra di dubbio che il neoeletto presidente dell’Argentina, Mauricio Macri, futuro partner strategico della destra americana e nazionale nel cono Sud, vuole condizionare i rapporti dei paesi dell’area dell’Unasur, iniziando dal Venezuela. Le dichiarazioni rilasciate in questi giorni fanno presagire che il neopresidente eletto desidera infliggere una punizione esemplare al governo venezuelano per una presunta violazione dei diritti umani (caso Leopoldo López). In termini geopolitici, questo modo di fare evidenzia l’espressa volontà di voler condizionare i rapporti d’integrazione dei paesi dell’area latinoamericana, caldeggiando la loro frammentazione, come effetto di un piano già prestabilito.

Siffatte iniziative personali che, in realtà, sono teleguidate dai centri del potere mondiale, vogliono schiudere la strada alle ambizioni di dominio delle potenze egemoniche per gestire gli affari e gli interessi strategici della regione. Il che vuol dire far collassare il lungo percorso d’integrazione e di ampliamento di uno spazio geografico con qualità geostrategiche e neoeconomiche fondamentali (minerali, idrocarburi, gas, biodiversità, ecc.) e d’importanza capitale.

*

 

di Agustín Lewit e Silvina M. Romano

Fonte:  http://www.celag.org

 

Nella sua prima conferenza stampa come neo presidente eletto dell’Argentina, Mauricio Macri (PRO, Propuesta Republicana), così come aveva dichiarato ripetutamente durante la sua campagna elettorale, ha assicurato che nel prossimo summit del Mercosur – 21 dicembre ad Asunción, Paraguay – solleciterà l’applicazione della clausola democratica contro il Venezuela, adducendo limiti di libertà di espressione in questo paese e una supposta persecuzione nei confronti dei leader dell’opposizione. Per quanto concerne quest’ultimo aspetto, il presidente neoeletto argentino si è riferito precisamente al caso di Leopoldo López, leader di “Voluntad Popular”, condannato dalla giustizia venezuelana a quasi quattordici anni di prigione per essere considerato uno dei mentori degli incidenti che nel 2014 troncarono la vita a quarantatré persone. Un dettaglio da non trascurare è stato quello della presenza di Lilian Tintori, moglie di López, la scorsa domenica nel bunker del PRO.

La clausola democratica del Mercosur è inserita nelle normative del blocco del sud dalla firma del Protocollo di Ushuaia, il 24 luglio 1998 [1]. La premessa di questo protocollo è stata la Dichiarazione Presidenziale di Las Leñas del 27 giugno 1992, la quale sostiene che “il pieno vigore delle istituzioni democratiche costituisce condizione indispensabile per l’esistenza e lo sviluppo del Mercosur” (intro. Protocollo di Ushuaia). Questa disposizione stabilisce che, di fronte a un’eventuale rottura dell’ordine democratico in qualsiasi dei paesi membri, si prenderanno delle misure, accordate per consenso, che “possono partire dalla sospensione del diritto di partecipare nei diversi organi dei rispettivi processi d’integrazione, fino alla sospensione dei diritti e degli obblighi che emergono da quei processi” (art.5). Anche se nel Protocollo di Montevideo – più conosciuto come Ushuaia II -, sottoscritto il 20 dicembre 2011 nella capitale uruguaiana, sparisce l’allusione esplicita alla necessità di ratificare le suddette sanzioni, detto protocollo non è in vigore.

Fino ad ora l’unico caso in cui si è applicata la suddetta clausola è stato quello del Paraguay, quando si avviò il colpo parlamentare che si finì con la destituzione del presidente Fernando Lugo, il 24 giugno 2012. Nonostante che il settore politico che aveva provocato la caduta dell’allora presidente addusse di averlo fatto per mezzi “costituzionali”, il 29 giugno 2012 i membri del Mercosur, – Argentina, Brasile, Uruguay (il Venezuela non era stato incorporato del tutto) – decisero di “sospendere alla Repubblica del Paraguay dal diritto di partecipare negli organi del Mercosur e dalle delibere, secondo i termini dell’articolo 5° del Protocollo di Ushuaia” [2], il che faceva intendere che Lugo era stato destituito senza un regolare processo. Ciò aveva costituito un’alterazione della dinamica democratica in quel paese.

Nonostante le insistenze del leader conservatore argentino, la verità è che l’aver invocato la clausola democratica contro il Venezuela sembra ridursi – almeno per il momento – più a una dichiarazione personale d’intenti che a un fatto concretizzabile. In primo luogo perché, al di là delle valutazioni sul governo bolivariano, nessuno può mettere in dubbio il suo profondo carattere democratico: dal 1998 ad oggi, il chavismo ha vinto cinque elezioni presidenziali consecutive, molte di loro con percentuali schiaccianti, dove si sono aggiunte numerose elezioni legislative e consultazioni popolari. In nessun comizio si è proibita la partecipazione o la limitazione delle campagne. In secondo luogo sembra molto difficile che Mauricio Macri riesca ad allineare al resto dei presidenti del Mercosur con il suo attacco contro il Venezuela e raggiungere il consenso unanime degli stessi – requisito indispensabile per l’attivazione della clausola -. Probabilmente riceverà l’appoggio di Horacio Cartes che fino ad ora si trovava “controllato” dalla maggioranza progressista e, senza dubbi, d’ora in poi troverà in Macri un socio ideologico. Ma comunque è poco probabile che – nonostante le ambiguità verso il governo venezuelano – l’Uruguay assecondi la richiesta e men che meno il Brasile. L’iniziativa di Macri ha avuto ripercussioni nel resto dei paesi del blocco. Florisvaldo Fier, alto rappresentante generale del Mercsour, ha dichiarato: “Penso che Macri si debba informare un po’ meglio, perché la clausola democratica si applica quando si è davanti a un colpo di Stato”. Rafael Correa, presidente ecuadoriano, da parte sua ha affermato che “non è il caso” applicare quella clausola contro il Venezuela, poiché “piaccia o no, in quel paese vige una democrazia” e un progetto politico che “è stanco di vincere le elezioni”. Danilo Astori, ministro dell’Economia dell’Uruguay, ha dichiarato al riguardo: “Le clausole democratiche come quella del Mercosur si applicano al momento di una rottura istituzionale ed io, al di là delle discrepanze che esistono nei confronti del Venezuela, sono del parere che non sia avvenuta nessuna rottura istituzionale”. Il cancelliere dello stesso paese con toni simili ha affermato: “Ancora sussistono le condizioni per non applicare quella clausola (…) si è ancora distanti da un’alterazione dell’ordine democratico in Venezuela”. Solo il cancelliere paraguaiano ha manifestato una certa affinità con la proposta di Macri quando ha dichiarato che “prendeva nota” dell’iniziativa.

La cosa certa è che, anche se questo puntuale attacco contro il Venezuela non proceda per via legale, l’ascesa del conservatorismo argentino inizia a evidenziare forti ripercussioni in ambito regionale.  Le previste tensioni politiche che metteranno a confronto al governo argentino con le forze progressiste che sono al potere, minacciano di paralizzare a un Mercosur che, anche se ha manifestato qualche marcia indietro, in questi ultimi anni ha rivelato notevoli progressi.

Note:

[1] http://www.infoleg.gov.ar/infolegInternet/anexos/55000-59999/59923/norma.htm

[2] http://www.pressenza.com/es/2012/07/suspension-de-paraguay-en-el-mercosur-en-aplicacion-del-protocolo-de-ushuaia-sobre-compromiso-democratico/

 

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Sulla destabilizzazione delle democrazie in America Latina

downloaddi Luiz Alberto de Viana Moniz Bandeira [i] http://www.laondadigital.uy

Lo scienziato politico, Luiz Alberto de Viana Moniz Bandeira, afferma che gli Stati Uniti persistono nel loro intento di destabilizzare i governi di sinistra in America Latina e che ciò si è potuto osservare nelle recenti manifestazioni pseudo spontanee che reclamano l’impeachment di Dilma Rousseff. Sostiene che le organizzazioni nordamericane come la CIA, la NSA (Agenzia Nazionale sulla Sicurezza) e le ONG vincolate a queste, agiscono in modo attivo per destabilizzare i governi progressisti dell’America Latina.

 

  • Il leader del PT alla Camera, Sibá Machado (AC), ha spiegato nelle reti sociali che la CIA tenta di destabilizzare i governi democratici dell’America Latina. Come valuta questo fatto di fronte agli episodi storici che dimostrano che gli USA sono dietro a questi processi di destabilizzazione dei governi di sinistra e progressisti?

 

MB – Da molto tempo Washington crea delle ONG con il proposito di promuovere e intraprendere delle manifestazioni, utilizzando le risorse provenienti dall’USAID, dal National Endowment for Democracy (NED), dalla CIA, l’Open Society Foundation (OSF) del multimiliardario George Soros, la Freedom House, l’International Republican Institute (IRI), sotto la guida del senatore John McCain, ecc. queste istituzioni lavorano apertamente con il settore privato, con i municipi e i cittadini, come anche con gli studenti reclutati per svolgere corsi negli USA. Hanno proceduto nella stessa maniera nei paesi dell’Eurasia, dove dal 1989 al 2000 si sono create più di 500.000 organizzazioni, la maggior parte della quale si trova in Ucraina. Altre sono state organizzate in Medio Oriente per far nascere la Primavera Araba.

La strategia consiste nello sfruttare le contraddizioni che esistono all’interno del paese, i problemi interni, con lo scopo di aggravarli per generare turbolenza e caos, fino a rovesciare il governo in carica, senza ricorrere a colpi militari. In Ucraina, all’interno del progetto TechCamp, istruttori al servizio dell’ambasciata americana, in quel momento diretta dall’ambasciatore Geoffrey R. Pyatt, preparavano, sin dal 2012, a specialisti e professionali nel campo della guerra d’informazione e discredito delle istituzioni dello Stato. Questi uomini sono esperti nell’usare il potenziale rivoluzionario dei mezzi di comunicazione moderni, sovvenzionando la stampa su carta e quella radiofonica, le reti televisive e i siti Internet, per manipolare l’opinione pubblica e organizzare proteste con l’obiettivo di sovvertire l’ordine costituito nel paese e abbattere il presidente Viktor Yanukovych.

Questa strategia si fonda nelle dottrine del professor Gene Sharp e della Political Defiance, in altre parole, della Sfida Politica, termine impiegato dal colonnello Robert Helvey, specialista della Joint Military Attache School (JMAS), al servizio della Defense Intelligence Agency (DIA). La dottrina descrive la forma per abbattere a un governo e conquistare il controllo delle istituzioni, mediante la pianificazione delle operazioni e la mobilitazione popolare per assaltare le fonti del potere dei paesi considerati ostili agli interessi e ai valori dell’Occidente (Stati Uniti).

Tale strategia ha determinato, in gran misura, la politica del regime change, la sovversione in altri paesi, senza ricorrere al colpo militare, incrementata dal presidente George W. Bush, nelle cosiddette “rivoluzioni colorate” in Europa e in Eurasia, così come nell’Africa settentrionale e in Medio Oriente. Spiego nel dettaglio e con prove contundenti come si porta a termine questa strategia nel mio libro, La Segunda Guerra Fría, e attualmente sto analizzando e scrivendo un altro volume, El Desorden Mundial, nel quale approfondisco lo studio su quello che è accaduto e avviene in vari paesi, soprattutto in Ucraina.

 

  • Oltre alla CIA, in che forma agiscono gli USA contro i governi di sinistra in America Latina?

 

MB – Non si tratta di un tema di carattere ideologico, ma di governi che non si sottopongono alle direttive di Washington. Una potenza mondiale come gli USA è più pericolosa quando inizia a perdere l’egemonia che non quando espandeva il suo impero. Il monopolio che ottenne dopo la Seconda guerra mondiale con la produzione della moneta internazionale di riserva – il dollaro – sta subendo la sfida della Cina, della Russia e del Brasile, il quale si è associato con questi paesi nella creazione della Banca Internazionale di Sviluppo (BID), come alternativa al FMI, alla Banca Mondiale, ecc.

Inoltre la presidente brasiliana, Dilma Rousseff, ha denunciato davanti all’ONU lo spionaggio da parte del NSA; ha respinto l’acquisto dei caccia americani, preferendolo aprire con la Svezia; ha rifiutato di cedere il pre-sal[ii] alle compagnie petrolifere americane e non si è allineata con gli Stati Uniti su altri temi di politica internazionale, come invece sì è accaduto in diversi paesi dell’America Latina.

 

  • Il governo del Venezuela sta denunciando la partecipazione di Washington nei tentativi di golpe. Si sta verificando lo stesso con il Brasile?

 

MB- Evidentemente esistono degli attori, professionisti ben pagati, che agiscono sia in Venezuela, Argentina e Brasile, appartenenti o meno alle ONG, al servizio dell’USAID, National Endowment for Democracy (NED) e altre entità americane. Non è stato un caso se il presidente russo, Vladimir Putin, ha chiesto la creazione di un registro di tutte le ONG che operano sul territorio russo e che fosse indicata la fonte delle loro risorse e come sono impiegate. Il Brasile dovrebbe fare qualcosa di simile. Le manifestazioni del 2013, così come quelle più recenti, in opposizione alla rielezione della presidente Rousseff, indubbiamente non sono state spontanee. Gli attori, con appoggio esterno, fomentano e incoraggiano la dura lotta di classe che c’è in Brasile, la quale è stata potenziata dal momento in cui un leader sindacale, Lula, è stato eletto presidente della Repubblica. I quotidiani brasiliani, come quelli tedeschi, hanno evidenziato che la maggior parte di quelli che hanno partecipato alle manifestazioni di domenica 15 (marzo [N.d.T.]), era gente della classe media alta e alta, cioè di chi ha soldi.

 

  • Secondo lei, quali sono gli interessi che Washington considera contrastati dal governo del PT per giustificare la partecipazione della CIA e dei gruppi imprenditoriali di destra, come quello dei fratelli Koch (industria petrolifera), nel finanziamento delle mobilitazioni contro Dilma? Il pre-sal, per esempio?

 

MB – Gli interessi sono compositi come ho spiegato poc’anzi. È molto strano il modo in cui si è avviata l’Operação Lava-Jato[iii], la quale è partita da una denuncia “premiata” e con un’ampia partecipazione da parte della stampa, ma priva delle prove materiali che dimostrassero quanto accaduto. Nella sua lettera testamento, il grande presidente Getúlio Vargas (1882-1954) aveva già denunciato che “La campagna sotterranea dei gruppi internazionali si è alleata con quella dei gruppi nazionali che si mostravano contrari al regime di garanzia del lavoro. (…) Contro la giustizia dell’emendamento del salario minimo si sono scatenati degli odi. Ho voluto sviluppare la libertà nazionale, mediante il potenziamento delle nostre ricchezze, creando la compagnia Petrobrás e, non appena questa comincia a funzionare, l’ondata di agitazione s’ingigantisce. L’Eletrobrás è stata ostacolata fino alla disperazione. Non vogliono che il lavoratore sia libero. Non vogliono che il popolo sia indipendente”.

 

  • Come interpreta lei la nascita di gruppi di destra in Brasile con un programma completamente allineato agli interessi degli USA?

 

MB – I gruppi di destra esistono in Brasile come in qualsiasi altro paese. Si sono ravvivati con la crisi economica scoppiata nel 2007-2008 e che ancora oggi continua in diversi paesi come il Brasile, dove hanno fatto irruzione con più ritardo rispetto all’Europa. La destra è stata sempre stimolata dagli interessi di Wall Street e dal complesso industriale USA, il quale è governato dalla corruzione, la cui porta girevole – esecutivi delle imprese/segretari del governo – non ha mai smesso di funzionare in tutte le amministrazioni che si sono succedute.

 

  • Tra gli organizzatori delle manifestazioni di protesta c’è gente sicuramente a favore della privatizzazione di Petrobrás e delle ricchezze nazionali. Queste persone manifestano un evidente complesso d’inferiorità nei confronti degli interessi stranieri. Come si potrebbe analizzare questo movimento alla luce della storia del Brasile? Siamo di nuovo di fronte al dilemma nazionalismo versus cedimento?

 

MB – È evidente che dietro all’’Operação Lava-Jato”, l’obiettivo che si vuole perseguire è quello di screditare la Petrobrás e le imprese statali per creare le condizioni che porteranno alla loro privatizzazione. Tuttavia sono sicuro che le forze Armate non lo consentiranno. Non interverranno nel processo politico né esistono le premesse per un colpo di Stato tramite l’impeachment della presidente Rousseff, contro la quale non esiste nessuna prova di corruzione, frode elettorale, ecc. Argomenti sempre usati nella liturgia sovversiva delle entità e dei leader politici che l’USAID, la NED e le altre organizzazioni che gli Stati Uniti patrocinano.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

NOTE:

[i] Luiz Alberto Moniz Bandeira, analista politico, storico brasiliano.

[ii] Pre-sal,  parte del sottosuolo marittimo che si trova sotto uno strato di sale. Si stima che le maggiori riserve di petrolio, ancora inesplorata, sono presenti sotto lo strato del sottosuolo marittimo del Brasile, del Golfo del Messico e della costa occidentale dell’Africa. [N.d.T]

[iii] Operação Lava-Jato (Operazione Lavaggio delle Macchine), nome dato a un’investigazione realizzata dalla Polizia Federale del Brasile su presunti fatti di corruzione che ha visto coinvolta la compagnia petrolifera Petrobrás, mediante il movimento illegale di grosse somme di denaro che seguiva lo schema adottato del lavaggio del denaro sporco. In quest’operazione si sono visti coinvolti diversi uomini d’affari e politici dell’entourage della presidente Rousseff.

 

Assad: Contro Isis Russia fa più in 2 mesi degli USA in un anno

da lantidiplomatico

Il Presidente siriano Bashar Assad, nel corso di un’intervista rilasciata alla Tv cinese Phoenx, ha spiegato che la situazione in Siria è notevolmente migliorata a seguito delle operazioni lanciate dalle forze aeree russe contro i terroristi dello Stato islamico. A questo proposito, il Presidente ha sottolineato che nella lotta contro l’Isis, la Russia ha fatto più progressi di quanto la coalizione guidata dagli USA in un anno.

Allo stesso tempo, Assad ha annunciato che Damasco è disposta a dialogare con l’opposizione in un incontro che potrebbe svolgersi a Mosca.

Le differenze tra l’attività militare della coalizione russa e di quella guidata dagli Stati Uniti in Siria

Secondo il presidente, «prima che la Russia cominciasse le sue operazione, circa due mesi fa, era passato più di un anno da quando gli Stati Uniti avevano iniziato la loro campagna contro i terroristi, ma il risultato è stato che i terroristi hanno guadagnato più terreno e reclutato più persone in tutto il mondo».  Inoltre, il presidente ha evidenziato che «durante il primo mese di partecipazione russa, gli stessi gruppi terroristici si sono ritirati e sono fuggiti dalla Siria alla Turchia e poi in altri paesi. Alcuni in Europa, altri in Yemen e altrove».

Come si svolgono le operazioni della Russia in Siria?

Per quanto riguarda l’efficacia della lotta contro l’Isis in Siria, Assad ha sottolineato la necessità di una cooperazione tra le forze aeree e le truppe di terra, precisando che l’aviazione russa coopera con l’esercito siriano che sta guadagnando terreno contro i terroristi, mentre la coalizione non cerca collaborazione.

«La differenza principale è che [i russi] cooperano con noi», ha detto il presidente in merito alle operazioni aeree russe, rilevando inoltre che i nordamericani «non collaborano con le truppe di terra. Non si può combattere il terrorismo solo attraverso attacchi aerei. Sono necessarie truppe di terra».

La soluzione per la Siria passa per la sconfitta del terrorismo

«Stiamo lavorando con i russi per eseguire un nuovo ciclo di dialogo, forse a Mosca che, se confermato, sarà chiamato Mosca 3». Secondo Al Assad, Russia e Siria concordano sul fatto che «non si può prendere qualsiasi iniziativa politica prima di sconfiggere il terrorismo, perché questo è il più grande ostacolo, e questa è la principale preoccupazione. Ogni cittadino siriano vuole la sicurezza e la protezione. Pertanto, questa è la priorità», ha affermato il presidente siriano.

Il 30 settembre, la Russia ha lanciato la sua operazione antiterrorismo in Siria, su richiesta del presidente siriano Bashar al Assad. In tutto questo tempo gli aerei russi hanno distrutto circa tremila obiettivi terroristici. Le Forze aeree russe hanno condotto più di 2.000 sortite, mentre 44 missili cruise sono stati lanciati con successo dalle navi della flottiglia del Mar Caspio, ha riferito RIA Novosti.

Quali i danni di guerra per l’economia della Siria?

Il danno economico causato dal conflitto in Siria è stimato in “centinaia di miliardi di dollari”, ha sottolineato il  presidente siriano. Assad ha aggiunto che ha provocata la istruzione del 10% di tutte le scuole e il 30% degli ospedali, mentre le infrastrutture energetiche e le infrastrutture sono state gravemente danneggiate. “Questo è un aspetto di ogni guerra, ed è terribile”, ha concluso.

Assad: terroristas principal obstáculo ante cualquier progreso

Da Sana.Sy

El presidente Bashar al-Assad expresó su pesadumbre por el asesinato de inocentes sin razón o justificación, afirmando que Siria está sufriendo este tipo de hechos desde cinco años.

En una entrevista que concedió al canal de televisión italiana Rai Uno, el presidente Al-Assad aseguró a los sirios entienden bien los sentimientos de los franceses, como han entendido el sentimiento de los libaneses en el último atentado que sacudió el Líbano hace pocos días y el sentimiento de los rusos por el siniestro del avión ruso sobre el Sinaí.

En su respuesta sobre la fuerza de Daesh quién está detrás de este crimen, el presidente al-Assad dijo que Daesh hasta el momento no goza de este apoyo dentro de Siria, y esto es una señal buena, pero si no se acaba con este problema crónico podría afectar en la sociedad.

El presidente explicó que algunos terroristas recibieron su entrenamiento en Siria a través del apoyo de los turcos, los saudíes y los qataríes y países occidentales que habían apoyado a los terroristas desde el principio de la crisis.

En una pregunta sobre si Siria había apoyado a Daesh al inicio de la crisis con el fin de dividir la oposición, el presidente Al-Assad dijo que algunos funcionario norteamericanos entre ellos, Hillary Clinton, reconocieron que la organización de al-Qaeda se fundó gracias al apoyo ideológico y financiero de los EE, UU y de Rabia Saudita, lo mismo pasa con Daesh y el Frente al-Nusra que son facciones de la al-Qaeda, en respecto a Daesh, dicha organización se creó en 2006 en Iraq y su líder era un prisionero en las careles norteamericanos y luego se puso en libertad, por lo siguiente Siria no tiene nada que ver con la creación de Daesh, en el mismo contexto el ex-primer ministro británico Tony Blair dijo ¨la invasión de Iraq ayudó la existencia de Daesh”.

Sobre las partes geográficas controladas por el gobierno sirio, el presidente al-Assad ha señalado que lo que importa es el número de personas que viven en las zonas controladas por el gobierno, afirmando que: «La mayor parte de las zonas controladas por los terroristas habían sido desocupadas de sus habitantes quienes se escaparon a las zonas controladas por el gobierno”.

En el mismo contexto, el presidente al-Assad ha añadido: “desde el punto de vista militar, el ejército no puede estar en todas las partes en Siria».

En cuanto a la conferencia de Viena, el presidente al-Assad dijo que el comunicado de Viena dice todo el proceso político es depende de lo que los sirios deciden, agregando que el comunicado de Viena no dijo nada con respecto al presidente.

Asimismo, el presidente Al-Assad dijo que no hay líneas rojas relativas a la celebración de elecciones presidenciales si los sirios si los sirios se pondrían de acuerdo.

«El momento de la salida de la crisis inicia después de la derrota del terrorismo, ya que es imposible lograr nada políticamente mientras que los terroristas se apoderaron de varias áreas en Siria», ha insistido el presidente.

El presidente al-Assad dijo que «cualquier persona que lleva el arma y aterroriza a la gente, y destruye las propiedades públicas y privadas no se considera opositor». El presidente Al-Assad agregó que la verdadera oposición en Siria tiene que ser elegida por los sirios.

En cuanto a los refugiados sirios en Europa, el presidente al-Assad expresó su pesadumbre por el sufrimiento de estas personas que constituyen una pérdida para Siria, tiendo en cuenta los motivos que los impulsan a abandonar Siria, a saber, las amenazas de los terroristas, la destrucción de gran parte de la infraestructura y el embargo occidental impuesto sobre Siria.

Por otra parte, el presidente al-Assad dijo que lo único que se hizo desde el principio de la crisis es la lucha contra el terrorismo y el apoyo al diálogo.

En relación con los intentos occidentales para cambiar el presidente, al-Assad dijo que el primer responsable de lo que está ocurriendo en Siria es Occidente que apoyó a los terroristas de Daesh y del Frente al-Nusra en Siria.

Sobre su visita a Moscú, el presidente al-Assad dijo que el objetivo de la visita fue la realización de una revisión de la situación militar y el proceso político, que la calificó de “muy fructífera”.

El al-Assad expresó que la guerra en Siria no es una guerra religiosa, sino es una guerra entre los que se habían desviado de la verdadera religión.

El presidente Al-Assad subrayó la diversidad étnica y sectaria es la verdadera razón de la moderación en Siria, por lo que es fundamental que la presencia cristiana es uno de los más grandes en la historia de Siria.

El presidente al-Assad, concluyó la entrevista, diciendo que el número de musulmanes que fueron asesinados en Siria es mucho más de los cristianos, por lo que no podemos decir que los actos terroristas están dirigidos especialmente contra los cristianos.

 

Cultura e politica con il Venezuela sotto attacco degli USA

Il mondo della politica e della cultura si stringe intorno al Venezuela sotto attacco dagli Usa. Padre Alex Zanotelli: Tutta la mia solidarietà a un paese che si è speso per la pace mondiale

da lantidiplomatico.it

Il mondo della politica e della cultura si stringe intorno al Venezuela sotto attacco dagli Usa. Padre Alex Zanotelli: “Tutta la mia solidarietà a un paese che si è speso per la pace mondiale”. Vattimo: “Tutti i democratici del mondo stanno con il Venezuela e l’America Latina minacciata dagli Stati Uniti”.

 
Viviamo in un’epoca molto strana. La cappa della disinformazione di massa ci opprime ogni giorno. Un’epoca in cui chi è responsabile della morte di milioni di civili iracheni, chi ha usato Al Qaeda in Libia, armato e sostenuto Al Qaeda in Siria; chi ha utilizzato Pravy Sektor e nazisti dichiarati per organizzare un colpo di stato in Ucraina, chi supporta e protegge tutti i crimini di Israele contro i palestinesi, chi è il principale alleato in Medio Oriente del regime feudale e criminale dell’Arabia Saudita, gli Stai Uniti, può ancora definirsi il paladino internazionale della “democrazia” e in diritto di imporre con la forza o con colpi di stato morbidi il suo sistema neo-liberista fallito e fallimentare. Il tutto grazie all’aiuto decisivo di un sistema di disinformazione di massa connivente e a vassalli sparsi per governi una volta sovrani e liberi di Europa.
 
Dopo aver cercato di assassinare, come dimostrano le ultime rivelazioni di Wikileaks in modo inequivocabile anche per chi continua ad informarsi con la Repubblica o ascoltando il TG1, nell’ordine Hugo Chávez, Evo Morales e Rafael Correa, solo perché avevano rigettato le sue catene e dato di nuovo dignità e diritti alle loro popolazioni in America Latina, il regime nord-americano è tornato, in questi mesi, prepotentemente alla carica contro la via indipendente, libera e sovrana scelta dalla Repubblica bolivariana del Venezuela. E lo fa con una forza sempre maggiore con una guerra economica di un’intensità sempre maggiore, perché sa bene che il Venezuela, come gli altri paesi dell’Alba bolivariana, rappresentano un esempio di emancipazione possibile dalle catene del Fondo Monetario Internazionale e quelle del Washington Consensus. Le catene, per comprenderci, che nell’Europa del sud stanno distruggendo diritti e Welfare di intere popolazioni.
 
L’attacco è enorme e di un’intensità sempre maggiore con il responsabile del Comando Sud dell’esercito degli Stati Uniti, John Kelly, che è arrivato ad annunciare, in un’intervista alla CNN, che Washington sarebbe potuta intervenire in Venezuela perché la nazione latinoamericana “è prossima all’implosione”, per una “crisi umanitaria” fuori controllo. Per questo, nella giornata di oggi diversi intellettuali e uomini politici hanno voluto esprimere la loro solidarietà ai continui attacchi di ingerenza subiti dal popolo venezuelano da parte del regime degli Stati Uniti. Ve ne riportiamo alcune.
 
 
Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano, Napoli 31 ottobre 2015 
 

“Tutta la mia solidarietà al popolo del Venezuela, un paese che si è  speso per la pace mondiale e per la fraterna cooperazione Sud-Sud. Le ingerenze esterne che da tempo colpiscono il Venezuela sono inaccettabili, sia quando prendono la forma di guerra economica sia quando assumono l’aspetto di minacce di intervento militare, come sta accadendo in questi giorni. Pace, pace”.

 

Gianni Vattimo, filosofo, professore universitario ed Ex Europarlamentare
 
“Tutti i democratici del mondo stanno con il Venezuela e l’America Latina minacciata dagli Stati Uniti. Viva Chávez, viva Maduro, no all’imperialismo del capitale”.
 
 
Gianni Minà, giornalista, scrittore, direttore della Rivista “Latinoamerica e tutti i sud del mondo”
 
“Il capo del comando Sud degli Stati Uniti, il generale John Kelly, non se ne è forse accorto, ma l’America Latina, e il Venezuela di Chávez e di Maduro in particolare, è uno esempio oggi, al contrario di quando era “il cortile di casa” degli USA, di democrazia partecipativa che ha offerto una via possibile di emancipazione al sistema fallito che gli Stati Uniti vogliono imporre al mondo”.
 
Luciano Vasapollo, pro Rettore dell’Università La Sapienza di Roma
 
“Diamo pieno sostegno incondizionale al presidente Maduro, al governo e al popolo rivoluzionario bolivariano. In questi momenti di attachi dell’imperialismo e dell’oligarchia e dei mercenari fascisti. In una guerra mediatica e psicologica senza precedenti. Il Venezuela chavista e bolivariano del presidente Maduro rappresenta un punto di riferimento a livello internazionale per la difesa dell’umanità e l’autodeterminazione dei popoli. Chávez Vive la lotta internazionale continua!. In difesa dell’umanità e con la rivoluzione chavista la vittoria è garantita”.
 
 
Manlio di Stefano, capo Gruppo della Commissione Affari esteri della Camera dei Deputati per il Movimento 5 Stelle 
“Nel marzo scorso alla camera dei Deputati italiana, il Movimento 5 Stelle ha organizzato un importante convegno sull’Alba bolivariana, un’organizzazione costruita su basi solidali e compensativi da paesi liberi, sovrani e indipendenti che in passato hanno saputo spezzare le catene del FMI e di Washington, che hanno imposto per decenni povertà per il solo benessere delle multinazionali occidentale e di un modello economico fallimentare. Più o meno, con le dovute differenze dei due continenti, è quello che sta accadendo nell’Europa del sud e per questo l’esperienza dell’Alba rappresenta un punto di riferimento per chi come il M5S vuole ritornare ad una politica libera, sovrana e indipendente, senza più le catene della Troika. L’attacco da parte degli Stati Uniti contro l’Ecuador di Correa, la Bolivia di Morales e, soprattutto, il Venezuela di Maduro, con una guerra economica continua, da parte di chi vuole far tornare il Sud America il “cortile di casa” delle politiche neo-liberiste nord-americane non è tollerabile. Tutti coloro che si battono per la sovranità, l’autodeterminazione dei popoli e un mondo multilaterale di pace, come il Movimento 5 Stelle, lotteranno per impedirlo”.
 
Paolo Becchi, professore ordinario di Filosofia del Diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Genova
 
“In Europa del sud la dittatura della Troika, con lo strumento di distruzione di massa dell’euro, ha di fatto distrutto diritti che pensavamo inalienabili, ha demolito la democrazia (Portogallo, Grecia e Italia dimostrano come le elezioni sono solo feticci di decisioni già prese a Bruxelles) e il Welfare frutto di decennali lotte ormai un ricordo. C’è una regione del mondo, al contrario, che ha saputo dire no a questa logica in passato ed è il Sud America. Attraverso l’organizzazione dell’Alba bolivariana ha dimostrato che esiste un modello che può vivere in pace con il resto del mondo, senza bisogne di guerre per depredare altri mercati, e che si può tornare a garantire una vita dignitosa a tutta la popolazione con politiche sociali redistributive e benessere sociale per tutti. L’attacco vergognoso e l’ingerenza degli Stati Uniti con una guerra economica continua e colpi di stati morbidi contro un governo democraticamente eletto come accade oggi in Venezuela rappresenta un’ingerenza intollerabile per tutti coloro che come me aspirano ad un futuro senza la dittatura economica e finanziaria del neo-liberismo”.
 
Geraldina Colotti, giornalista de Il Manifesto e de Le Monde Diplomatique
 
“Sostenere il socialismo bolivariano per difendere il cammino verso un mondo senza sfruttamento e guerre di aggressione. Sostenere il Venezuela socialista rende più forte la lotta dei popoli oppressi e più concreta la speranza”.
 
Carlo Amirante, già Professore di diritto costituzionale all’Università Federico II
 
“La Repubblica Bolivariana del Venezuela non solo è riuscita a divenire grazie alla rivoluzione bolivariana una democrazia partecipativa avanzata, ma rappresenta oggi a livello giuridico un esempio avanzatissimo sul rispetto e la tutela dei diritti umani, il rispetto dell’ambiente e i diritti della natura, i diritti, infine, della donna. Esprimo tutta la mia solidarietà al popolo venezuelano contro l’ingerenza, l’ennesima, degli Stati Uniti, che vogliono far tornare il paese ai tempi in cui tutti quei diritti non c’erano, ma c’era il pieno sbocco per le multinazionali pronte a sfruttare lavoro e risorse altrui sempre”. 
 
Marinella Correggia, giornalista, scrittrice e eco-attivista
 
“L’Asse della guerra dominato dal regime degli Stati Uniti continua a minacciare i popoli e paesi che lavorano per la pace e la solidarietà mondiale e che si oppongono attivamente alle guerre imperialiste e alle politiche che uccidono l’umanità e il pianeta.
Il Venezuela bolivariano, che ha raccolto l’eredità del presidente Hugo Chávez, continua a essere vittima di una criminale guerra economica alla quale si aggiungono talvolta più o meno velate  minacce militari da parte di chi si crede padrone del mondo. Le ultime dichiarazioni di John Kelly, responsabile del Comando Sud, sono semplicemente vergognose.

Basta! La Terra è di tutti, non del regime di Washington. Solidarietà al popolo e al governo popolare del Venezuela”.

[… e tante altre dichiarazioni dalla politica e dal mondo intellettuale rilanciate per tutta la giornata di oggi qui.]
 
La Terra è di tutti, non del regime di Washington. Se solo dal Nord America smettessero di pensare di poter indirizzare le scelte di tutte le popolazioni che non si allineano ai loro diktat, il pianeta sarebbe un posto più ospitale per tutti. Chi ha creato un sistema fallito e drammaticamente fallimentare in cui vivono 15 milioni di bambini in condizioni di povertà, in cui la diseguaglianza sociale ha raggiunto livelli che rispecchiano più il feudalesimo che una società moderna e in cui è detenuta

il 25% della popolazione carcercaria del mondo, per fare solo tre esempi delle decine che si si potrebbero fare, non può essere certo un modello per nessuno, a parte Renzi.

Il Re è, comunque, sempre più nudo per l’opera di informazione e emancipazione compiuta recentemente dai paesi dei Brics e da quelli dell’Alba bolivariana prima. Il momento è decisivo e bisogna lottare contro gli ultimi colpi di coda del tiranno globale. Il popolo venezuelano ha il diritto di poter scegliere liberamente il suo destino. Lui e nessun altro.

Nemer: «I comunisti siriani vogliono la pace, ma non depongono le armi»

da lantidiplomatico

Per Hunein Nemer, segretario generale del Partito comunista unificato della Siria (PCU), in questa fase la cosa più importante è tenere le armi in una mano e una soluzione politica nell’altra, per difendere il paese e liberarlo del terrorismo.

Approfittando di questi giorni nei quali si svolge il XII Congresso del PCUS, Nemer ha rilasciato un’intervista a Prensa Latina dove ha parlato della situazione in Siria e del ruolo dei comunisti siriani nella battaglia per annientare il terrorismo.

«La posizione del nostro partito a riguardo – ha spiegato – e la sua priorità principale è quella di difendere la Siria e liberarsi del terrorismo, ma anche di sostenere tutti gli sforzi politici che giocano Iran e Russia per risolvere la crisi».

«Noi siamo al governo, e il partito al governo (al-Baath Arabo Socialista) supporta questa posizione: prima difendiamo il paese e poi troviamo una soluzione alla crisi».

Nemer è fiducioso che, dopo più di quattro anni di guerra, il popolo siriano non abbandonerà le armi per distruggere le ultime vestigia del terrorismo e dell’estremismo imposto da grandi circoli di potere occidentali.

«Questa è la strategia del nostro partito in questa fase, e poi ci sbarazzeremo del terrorismo, ci sono molte battaglie interne da affrontare», ha affermato Nemer.

Il leader comunista ha detto che i costi economici e sociali di questa guerra di aggressione sono troppo elevati, le perdite dell’economia siriana è stimata a circa 230 miliardi di dollari, ci sono circa quattro milioni di rifugiati in altre nazioni «noi vogliamo che tornino nel paese e che si garantiscano per loro le abitazioni».

«Dobbiamo recuperare più di 1200 fabbriche e le industrie che sono state completamente distrutte e alcune che sono state spostate da Aleppo alla Turchia, rubate dai turchi. Dovremo recuperarle o costruirle», ha sottolineato.

«Abbiamo scoperto che nel popolo siriano è stato seminato l’estremismo religioso e che una parte dei giovani si sono uniti ai gruppi terroristici, in futuro toccherà a noi riabilitarli ideologicamente».

Un altro problema scottante è quello degli ospedali, molti dei quali sono devastati e distrutti, oltre all’agricoltura e alle infrastrutture che sono gravemente colpite, e circa mezzo milione di bambini siriani che non possono andare a scuola perché gli edifici sono stati distrutti o perché glielo hanno impedito i terroristi.

«Stiamo valutando alcune idee per la ricostruzione del paese, quando la guerra sarà finita, lo Stato siriano resterà forte e deciso, nonostante tutto ciò che è accaduto».

«Avremo tutti una grande responsabilità nella ricostruzione e dobbiamo trovare finanziamenti e sostegno dagli Amici della Siria, tra i quali l’Iran e la Russia».

Perché la Siria è stata attaccata?

Il segretario generale del Partito comunista unificato ha spiegato che da quando c’è questo sistema di governo in Siria, da oltre 40 anni, il paese ha sempre lottato contro l’egemonia internazionale e l’imperialismo.

«Dopo l’invasione militare statunitense dell’Iraq nel 2003, l’ex segretario di Stato USA Colin Powell disse al presidente Bashar al-Assad che gli statunitensi “erano ormai suoi vicini” ed era palesemente a rischio il governo siriano se non avesse soddisfatto le richieste di un gruppo di Washington».

«Tra queste richieste c’erano quelle di smettere di sostenere la resistenza in Iraq, smettere di sostenere la causa palestinese, tagliare i legami con le forze patriottiche in Libano, e pretendeva che la Siria avrebbe dovuto sostenere la posizione di Washington in tutti i summit internazionali».

Inoltre, «Powell chiese che il settore pubblico fosse eliminato e inserito in una libera economia di mercato, che il governo della Siria non interferisse nei sistemi internazionali del mercato del grano e che la distribuzione dell’elettricità, dell’acqua e delle comunicazioni fossero privatizzate».

«Queste richieste statunitensi costituivano una flagrante interferenza negli affari interni siriani ed era ovvio che la Siria le rifiutò, quindi, Washington non ha mai tollerato questo governo per aver rifiutato di seguire i suoi ordini», ha affermato Nemer.

Lo storico leader comunista siriano ha precisato che a partire dalla metà 1950, la Casa Bianca ha cominciato a ordire trame, progetti, contratti segreti firmati con i governi perché seguissero le sue linee guida, la Siria è stato l’unico paese della regione che ha respinto tali accordi.

«Da allora hanno cominciato a cospirare contro la Siria, come l’unico paese divenuto una barriera contro l’espansione nordamericana in Medio Oriente. Sarebbe troppo lungo raccontare i molti piani da parte degli Stati Uniti contro il nostro popolo», ha sottolineato.

«Il piano degli USA prevedeva di dividere la Siria in quattro parti, facendo leva sui fattori di natura etnica e religiosa, con uno Stato governato da sciiti, un altro dai sunniti, uno per i curdi e infine un altro ancora per gli alawiti e così avrebbero frammentato e indebolito il nostro territorio».

Nemer ha evidenziato che «in questo momento, gli Stati Uniti sono convinti della loro incapacità di rovesciare il governo siriano e che la Russia ha preso una posizione molto forte dalla parte nostra, ed è intervenuta in modo politico e militare, in un modo tale che Washington non può ignorare il ruolo di russi in questo conflitto».

«Ecco perché insisto a non abbandonare le armi, anche se sosteniamo le opzioni pacifiche, dobbiamo garantire nel contempo la nostra indipendenza e la sovranità nazionale».

Stone: «Bene Putin che aiuta l’esercito siriano, spero che vinca»

da lantidiplomatico

Oliver Stone, regista e sceneggiatore, autore di “USA, la Storia mai raccontata”, ha rilasciato un’intervista esclusiva al quotidiano spagnolo El Mundo, nella quale ha dichiarato che la NATO è uno “strumento di intimidazione”e ha elogiato il presidente russo Vladimir Putin.

Nell’intervista a El Mundo, il regista Oliver Stone, che attualmente sta girando un film su Edward Snowden e lavora su un documentario sulla guerra civile in Ucraina, ha definito la NATO, guidata dagli Stati Uniti, come uno “strumento di intimidazione”. Per quanto riguarda il rapporto tra gli Stati Uniti e l’Unione europea il regista ha dichiarato: «L’Europa si è sottomessa ed ha sacrificato i suoi principi in nome di una presunta prosperità e sicurezza».

Quello che dimostra la sottomissione dell’Europa, secondo Oliver Stone, è il caso di Edward Snowden. «Il caso di Snowden per me è il mondo alla rovescia. Se questo fatto fosse accaduto nel negli anni 50 o 60, probabilmente la Francia o qualsiasi altro Paese europeo gli avrebbe dato asilo (…), ma [ora] nessun paese può affrontare gli americani temendo rappresaglie», ha affermato il regista.

Alla domanda sul conflitto in Ucraina, Stone ha spiegato che la CIA è responsabile per la guerra nel paese ed ha giustificato le azioni della Russia: «(…) il punto di vista della Russia non è mai stato preso in considerazione. E la destabilizzazione dell’Ucraina ha il marchio di precedenti episodi di cambiamenti di governi sponsorizzati dagli USA (…) Quello che ha fatto Putin, per come ho capito, è stato quello di difendere i propri interessi geostrategici contro le intrusioni politiche degli Stati Uniti ed dell’ Europa, desiderosi di estendere la sua influenza verso est».

Secondo Oliver Stone, che conosce personalmente il presidente russo Vladimir Putin da 15 anni, la Russia ha cambiato e il paese è diventato un “contrappeso al potere agli Stati Uniti.” In merito alla domanda sugli attacchi russi in Siria, il regista nordamericano ha risposto: «Mi sento di dire che ha fatto Putin a prendere provvedimenti e spero che vinca, che consenta all’esercito siriano di ricostruirsi per permettergli di resistere allo Stato islamico».

Per quanto riguarda il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, Stone ha affermato che “è in uno stato di totale confusione”, aggiungendo che «i suoi due mandati possono essere considerati come il terzo e il quarto di George W. Bush”, dal momento che Obama continua a promuovere “il militarismo americano.”

Assad confida nell’alleanza antiterrorista con Russia, Iraq e Iran

da lantidiplomatico

Il presidente Bashar al-Assad ha rilasciato,oggi, un’intervista al canale iraniano Khabar nel corso della quale, ha ribadito che la posizione dei governanti occidentali e le loro dichiarazioni alla stampa, sia positive che negative, non possono essere prese sul serio per la mancanza di fiducia nei loro confronti.

Il presidente siriano ha sottolineato che il futuro della Siria e il suo sistema politico, sono nelle mani del popolo siriano e non delle cancellerie occidentali.

Inoltre, ha spiegato che la Siria, la Russia, l’Iraq e l’Iran devono sconfiggere il terrorismo, altrimenti la regione sarà distrutta completamente, sottolineando che il terrorismo è un nuovo strumento per sottomettere la regione e a quel punto non si avrà altra scelta che battersi se si vuole essere indipendenti e prosperi.

Il presidente al-Assad ha evidenziato che la Siria non ha visto i risultati della coalizione orchestrata da Washington, semplicemente perché i paesi che appoggiano il terrorismo non possono combatterlo,che la lotta al terrorismo è efficace attraverso la pressione sui paesi affinché venagno fermati finanziamenti e armi.

Il testo dettagliato:

In risposta a una domanda circa i cambiamenti che si verificano a livello internazionale sulla situazione in Siria, in cui i paesi che insistevano per rovesciare il governo siriano, ora sostengono la partecipazione del presidente al-Assad in un governo di transizione, il presidente siriano ha detto che la Siria non ha fiducia nei funzionari occidentali e nelle loro dichiarazioni positive e negative.

Egli ha anche sottolineato che i cambiamenti nella posizione dell’Occidente sono dovuti al terrorismo che hanno patrocinato e adesso si è rivoltato contro di lui, e le ondate di immigrati verso i loro paesi, non solo provenienti dalla Siria, ma da diversi paesi del Medio Oriente, ribadendo che, nonostante questi cambiamenti delle posizioni, l’Occidente è inaffidabile.

Rispondendo ad una domanda sulle posizioni dell’Occidente nei confronti della situazione in Siria, il presidente al-Assad ha detto che «i paesi occidentali hanno un padrone, che sono gli Stati Uniti. Tutti questi paesi si comportano secondo i dettami del loro maestro americano». Quindi «le dichiarazioni di tutti questi paesi si somigliano».

Il presidente siriano ha accusato l’Occidente di voler rovesciare il governosiriano per creare mini Stati deboli per garantire la sicurezza dell’entità sionista.

Tra l’altro ha messo in guardia contro il pericolo del terrorismo nella regione, dal momento che è stato dichiarato come islamico e in realtà non ha nulla a che fare con l’Islam. «Questi gruppi stanno promuovendo la sedizione tra le diverse componenti della vasta regione … Ora, per fortuna, c’è una grande consapevolezza nella nostra società circa il pericolo della sedizione confessionale …. Ma nel corso del tempo, e con la continuazione dell’ incitamento settario, un divario tra le diverse componenti della società può creare una nuova generazione dove emergono idee sbagliate, questo è un grave pericolo», ha detto il presidente siriano.

Per quanto riguarda le posizioni della Turchia e dell’Arabia Saudita sul cambio di governo in Siria, il presidente al-Assad ha affermato che qualsiasi discorso sul sistema politico in Siria è una questione interna e né l’Arabia Saudita né la Turchia hanno il diritto di parlare di democrazia.

Rispondendo ad una domanda sulle ragioni della crisi in Siria, il presidente siriano ha dichiarato che lo Stato si assume parte della responsabilità, però ha lavorato per molte riforme a tutti i livelli, ribadendo che il fattore principale dietro la crisi siriana è l’ingerenza straniera negli affari interni del paese e che il popolo siriano è il solo che può decidere sul futuro del suo paese e senza nessun ingerenza straniera.

Allo stesso modo, il presidente siriano ha ribadito l’impegno della Siria per la lotta contro il terrorismo per rimuoverlo e il dialogo intersiriano per risolvere la crisi.

In merito alla richiesta del governo siriano di sedersi allo stesso tavolo dei negoziati con i terroristi, il presidente al-Assad ha risposto che questo può essere fatto nel caso in cui costoro depongano le armi e tornino a rispettare le leggi dello Stato siriani. Con i gruppi terroristici che si rifiutano di dialogare e pensano di servire la loro religione commettendo massacri, secondo Assad «è impossibile il dialogo con questi gruppi».

In risposta a una domanda circa le ragioni del fallimento delle operazioni di “Coalizione internazionale contro lo Stato islamico”, il leader siriano ha così commentato: «Il ladro non può essere la polizia».

Il presidente al-Assad ha osservato che la Siria non ha visto i risultati di orchestrata da Washington, semplicemente perché i paesi che appoggiano il terrorismo non possono combatterlo, inoltre,  sarebbe necessaria una pressione sui paesi che armano e finanziano il  terrorismo.

Sulla considerazione di alcuni Paesi, secondo la quale, la permanenza del presidente al-Assad al potere è la causa della continuazione della guerra in Siria, ha così replicato: «Se io fossi un pretesto per il terrorismo in Siria, qual è allora il pretesto per il terrorismo in Yemen. Io non sono in Yemen. Qual è il pretesto per il terrorismo in Libia? Qual è il pretesto per il terrorismo in Iraq? Infatti, se prendiamo lo Stato islamico come un esempio, si vedrà che non è apparso in Siria. È apparso in Iraq nel 2006, quando gli americani gestivano quasi tutte le questioni, se non tutte, in particolare quella della sicurezza in Iraq».

Per quanto riguarda la nuova coalizione che si è formata nella regione tra la Siria, l’Iran, la Russia e l’Iraq, il presidente siriano ha aggiunto che questa alleanza deve sconfiggere il terrorismo, altrimenti la regione sarà completamente distrutta. Egli ha anche sottolineato che ci sono grandi possibilità che questa nuova partnership abbia successo.

Sulla questione dei rifugiati siriani, Assad ritiene che bisogna trovare le ragioni che hanno portato a quelle persone a lasciare il loro paese, che si riflette nel terrorismo e nel continuato sostegno occidentale a questo flagello.

«La domanda di ogni rifugiato è smettere di sostenere il terrorismo», ha sostenuto.

E sulla sua valutazione della situazione in Siria e la durata dela crisi, Assad ha espresso il rammarico che la crisi continuerà fintanto che saranno supportati e di finanziati i terroristi. «Non solo stiamo combattendo contro i gruppi terroristici all’interno della Siria, ma contro i gruppi terroristici provenienti da tutto il mondo con il sostegno dei paesi più ricchi e potenti». Ha anche fatto riferimento ai mutamenti dello scenario internazionale, che potrebbero cedere il passo ad una soluzione politica della crisi, ma questa soluzione non può essere raggiunta, mentre ci sono paesi che sponsorizzano il terrorismo.

Il presidente al-Assad ha messo un accento particolare sull’ iniziativa del presidente russo Vladimir Putin, sottolineando che la Siria ha fiducia nell’alleanza creata la Russia, l’ Iraq e l’Iran.

Parlando dei colloqui russo-americani e se questi sono visti come un intervento russo negli affari siriani, il presidente al-Assad ha precisato: «Abbiamo vecchi rapporti con l’ex Unione Sovietica e poi in Russia da oltre sei decenni. I russi non hanno mai cercato di imporre qualsiasi cosa su di noi in tutta la storia di questi rapporti, in particolare durante la crisi. Il dialogo tra la Russia e gli Stati Uniti non è una interferenza in Siria, il dialogo è in corso tra le due parti: una che crede in interferenza negli affari di altri Stati, in particolare gli Stati Uniti e l’Occidente, e l’altra che cerca di prevenire tale egemonia intervenendo e prevenendo la violazione delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza e della Carta dell’ONU, vale a dire, la Russia, i paesi BRICS e molti altri paesi».

Il presidente al-Assad ha parlato della importanza della conferenza di Mosca, dal momento che ha un diverso meccanismo di discussione rispetto a quella di Ginevra, che include disposizioni chiare come l’indipendenza della Siria, l’integrità territoriale e il dialogo tra siriani. Ginevra, invece, si focalizzava su un singolo punto:  “il corpo di transizione”.

Mosca III aprirà la strada a Ginevra III secondo Assad.

Sull’iniziativa iraniana avanzata dal ministro degli Esteri Jawad Zarif, per il presidente Assad è in pieno accordo con i principi dell Siria, ma la nuova iniziativa del presidente russo Vladimir Putin e le sue dichiarazioni al G8 ha portato dei cambiamenti.

In questo contesto, il presidente siriano ha affermato che la Siria mantiene contatti con il Ministero degli Esteri iraniano su questa iniziativa iraniana in armonia con le nuove modifiche.

Alla notizia dell’arrivo di una nave da guerra cinese e di una portaerei russa al porto di Latakia, il Assad ha risposto che la Cina ha esplicitamente dichiarato che non parteciperà all’aspetto militare della guerra al terrorismo. Tuttavia, questo paese sostiene l’iniziativa del presidente Putin per quanto riguarda la lotta antiterrorista, aggiungendo  che la Russia ha una presenza negli aeroporti siriani e non hanno bisogno di questa portaerei.

Infine, Assad ha ribadito che l’alleanza tra la Siria, l’Iran e Hezbollah ha contribuito a rafforzare l’indipendenza dei paesi della regione, aggiungendo che questo asse della resistenza riuscirà a sconfiggere il terrorismo che «è un nuovo strumento per soggiogare la regione».

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