Los precios: arma de guerra

por Julio Escaona

Un conflicto eje de la sociedad venezolana viene determinado por el trabajo del gobierno orientado a estabilizar la sociedad venezolana, fortaleciendo la independencia y la lucha por el socialismo en un proceso mundial que se desenvuelve en un mundo multicéntrico y pluripolar para contribuir con la preservación de la vida en el planeta y la salvación de la especie humana. La derecha imperial se opone a esos objetivos y trabaja para derrocar al gobierno bolivariano.

Es clave el ataque sostenido contra el Bolívar generando su devaluación, de tal manera que no podamos tener soberanía monetaria. El pago de la deuda se convierte en un arma peligrosa. Pero el peligro más importante proviene de la quinta columna corrupta, colaboradora, de hecho, del imperio.

Los precios se han convertido en el principal campo de batalla utilizando el dólar de guerra. Una economía dependiente de las importaciones, difícilmente puede alcanzar estabilidad monetaria y de precios mediante la negociación, mientras la derecha imperial quiera derrocar al gobierno. Aceptará negociar, pero con un puñal listo para clavárnoslo.

La política de precios acordados puede desarrollarse con aquellos empresarios que tengan interés en la soberanía de la patria. Pero la derecha imperial es contraria a nuestra soberanía. Negocia, pero no da tregua. Diariamente incrementa los precios y castiga a la población enviando el siguiente mensaje: podemos poner al Estado de rodillas, tenemos el poder y cambiamos los precios cuando nos parece, desaparecemos el efectivo, lo contrabandeamos a Colombia, etc. Mientras negocia va colocando a la población en un estado de desesperación y orfandad. La conciencia que ha madurado en el pueblo alimenta la resistencia, pero la campaña imperial fomenta el individualismo, el sálvese quien pueda. No hay sueldo que permita adquirir los bienes esenciales dado el crecimiento descontrolado de los precios.

Corregir los fracasos en los planes de producción y castigar a los responsables, todas las manos a la siembra, la necesidad de incrementar el precio de la gasolina y no seguir financiando la intervención de Santos, son medidas de la mayor urgencia.

Mentre l’aquila va a caccia di mosche, la crisi aumenta

venezuela

di Aram Aharonian* – rebelion.org

Il Venezuela è sommerso da una crisi ostinata e il sistema politico è bloccato, voltando le spalle alla stessa, la quale continua ad aumentare senza trovare risposte. Nel frattempo il presidente Nicolás Maduro è occupato a cacciare mosche nella sua ininterrotta guerra dei microfoni, quando invece la gente è lì ad aspettare che si trovino soluzioni alla scarsità di cibo, medicinali, ecc., all’inflazione, all’insicurezza. (Alcuni sostengono che la frase sia di Seneca, altri invece di Platone, ma chi l’ha resa popolare è stato Hugo Chávez: “L’aquila non va a caccia di mosche”).

C’è chi sostiene che esiste, di fatto, una certa forma di coabitazione nel paese, ma la realtà è che le fazioni che si contendono la guida della società, quella del governo e quella dell’opposizione, sembrano mancare di capacità – o interesse- per giungere a un accordo. Soprattutto quando l’autoproclamata Mesa de la Unidad Democrática (MUD), che raggruppa alla variopinta opposizione, ribadisce la sua promessa di espellere al presidente Nicolás Maduro dalla presidenza prima della metà di quest’anno.

I settori accademici di destra sono del parere che pian piano si sta costruendo un consenso il cui scenario più probabile e favorevole per cominciare a superare la crisi e aprire una transizione democratica deve passare attraverso la rinuncia di Maduro. Dello stesso parere è il segretario generale della MUD, Chúo Torrealba, il quale ha indicato che il primo passo è che il mandatario si metta da parte e consenta l’esecuzione di “un’uscita pacifica, costituzionale, elettorale, democratica e concordata dalla crisi”. Ha aggiunto che “Bisogna consentire che il Venezuela abbia un nuovo governo che inspiri fiducia al mondo e che possegga potere di convocazione sul piano interno”.

E il governo segue paralizzato, erratico, inoperoso (nonostante gli sforzi del vicepresidente dell’Esecutivo – Aristóbulo Istúriz- aperto al dialogo), diluito in incontri che convocano altri incontri e annuncia i prossimi annunci che mai arrivano, in balia ai canti di sirena della via capitalista e a soluzioni neoliberali, ma avviluppato nel recente ricordo della via al socialismo indicata da Hugo Chávez. Non solo sembra erratico, ma appare anche vuoto d’ideologia nello scontro con la MUD e la maggioranza oppositrice dell’Assemblea Nazionale.

La sociologa Maryclen Stelling ha segnalato che in questa congiuntura si sta potenziando la logica bellica della politica costruita intorno all’amico-nemico e fondata sulla dicotomia verità assoluta – errore assoluto. La dinamica del confronto tra i poteri, basata sulla concezione bellica della politica, danneggia la convivenza, il modo in cui affrontare la crisi multidimensionale che soffre il paese e, inoltre, le eventuali soluzioni pacifiche che dovrebbero essere sottoscritte in un clima di dissenso democratico.

Si tratta di stabilire i termini per una coabitazione di cui non sono abituati e sul come organizzarla nelle attuali circostanze, dove non sono accettate le idealizzazioni di approssimazioni consensuali. Si tratta di una convivenza fattibile e realista all’interno del confronto permanente che ha caratterizzato gli ultimi tre lustri, la quale si definirà quando si verrà a sapere a quale dei settori corrisponde l’egemonia. Non esistono spazi per un governo congiunto e men che meno per un’agenda unica.

La coabitazione sembra impossibile quando persiste la crisi economica e – parallelamente- la reticenza governativa d’introdurre dei cambi nella macroeconomia. Nel frattempo l’opposizione pubblicizza come irrevocabile la decisione di espellere a Maduro nei primi sei mesi dell’anno, un’iniziativa che difficilmente si potrà realizzare mediante l’impiego di mezzi legali.

Istúriz ha indicato che la guerra economica si fonda sull’attacco alla moneta – cappeggiato dal sito web, Dolar Today-, la distribuzione del cibo che è a carico dei privati e la caduta violenta del prezzo del petrolio, originata da fattori geopolitici che cercano di minare l’economia delle nazioni che difendono la propria sovranità.

“Dobbiamo fare un salto da un modello economico basato sulla rendita a un modello economico produttivo, abbiamo dei problemi perché non possediamo più una valuta come una volta, dobbiamo ragionare sull’importazione, dobbiamo unirci, da soli non ce la faremo, abbiamo bisogno della collaborazione di tutti i settori”, ha segnalato il vicepresidente. Tuttavia ha riconosciuto che il governo nazionale “non è stato capace” di risolvere problemi come le code, la scarsità di cibo e l’inflazione.

Julio Escalona ha avvertito che anche se in certa qual misura il petrolio è stato statalizzato, i principali profitti sono nelle tasche del capitale transnazionale; l’incremento delle entrate produce importazioni che distruggono la produzione interna, svalutano il bolívar, dollarizzano l’economia venezuelana, danneggiano la bilancia dei pagamenti, generano esportazione di capitali, indebitamento, inflazione. Un feticcio moltiplicatore dei conti bancari all’estero che rende più forte il dominio del capitale nella misura in cui siamo più dipendenti dal petrolio e gli imprenditori negoziano per continuare ad accumulare maggiori quantità di dollari.

Nonostante si sia aperto il dialogo con il settore produttivo, non ci sono progressi sul tavolo del dialogo politico. L’opposizione non dà segnali di avanzare nelle proposte, al di là di sbarazzarsi di Maduro e per quanto possibile (l’idea di un colpo di stato continua a ruotare intorno alle teste di non pochi, anche se bisogna avere l’appoggio delle forze armate) salvaguardando l’immagine della democrazia borghese: mediante una rinuncia o tramite un referendum revocatorio che non sembra nemmeno molto facile da realizzare.

Dall’egemonia alla “crisi umanitaria”

Antonio Gramsci aveva stabilito una differenziazione tra dominio – coercitivo- ed egemonia, di carattere culturale, ideologico, etico e spirituale. Mentre l’egoismo rappresenti il motore della società e il popolo conservi il culto dello Stato e le forme di coercizione statale siano dominanti, l’egemonia la possiede la borghesia, osserva il politologo Leopoldo Puchi.

La crisi avanza e non ci sono risposte. Le soluzioni acquisiscono carattere d’emergenza e all’interno della democrazia borghese il macchinario è del tutto bloccato.

Una situazione per nulla normale diventa normale, il linguaggio bellico diventa naturale. La nuova maggioranza nell’Assemblea nazionale disegna una strategia fondata sul confronto dei poteri e, più che un’apertura al dialogo, il parlamento si consolida come spazio di confronto e forza d’urto.

Quella stessa Assemblea che ha rifiutato il decreto d’emergenza economica del governo ha dichiarato l’esistenza di una “crisi umanitaria”. E’ la stessa cosa? Assolutamente no. Non si tratta di un problema semantico. Un anno fa il generale statunitense John Kelly, capo del Comando Sud, dichiarava ai quattro venti che quotidianamente pregava per “il popolo venezuelano” e si faceva garante che gli Sati Uniti sarebbero intervenuti solo se si dichiarasse una “emergenza umanitaria”. Per lo meno Kelly non è più al Comando Sud, ma altri lo stavano aiutando in quell’affermazione per avallare l’ingerenza esterna.

L’offensiva dell’opposizione continua a essere capeggiata dai mass media. L’editoriale del quotidiano EL Nacional, “¡Good Bye, Nicolás!”, è una chiamata al golpe. L’anticastrista, Fausto Masó, sulle pagine dello stesso giornale indicava che “Il governo è aiutato dall’inerzia e dalla mancanza di decisione dei suoi avversari, i quali non vanno oltre l’unità elettorale dello scorso dicembre, verso quella che dovrebbe essere una decisiva azione politica. Ciò arriverà più presto che tardi e allora entreremo in una nuova fase, si apriranno nuove porte”.

Perché e per chi si apriranno le porte?.

 

* Aram Aharonian è Magister in Integrazione, giornalista e docente uruguaiano, fondatore di Telesur, direttore dell’Osservatorio sulla Comunicazione e la Democrazia, presidente della Fondazione per l’Integrazione Latinoamericana.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

 

Zonas Económicas Especiales en Venezuela y la experiencia China

por Basem Tajeldine

Cuando escuchaba al presidente Nicolás Maduro reflexionar sobre las últimas 28 Leyes Habilitantes [1], y especialmente la referida a la creación de las Zonas Económicas Especiales (ZEE), recordé una interesante charla con el camarada José Antonio Egido sobre un libro que había escrito varios años atrás en razón del particular modelo económico de la República Popular China que su dirigencia definió como “socialismo de mercado”. En su escrito, el camarada Egido resalta la teorización que al respecto desarrolló el hoy fallecido líder comunista chino, Chen Yun (1905-1995), que resumía bajo la expresión “El pájaro en la jaula”. De acuerdo con Chen, “la jaula” figuraba la planificación centralizada y dirigida por el Partido Comunista Chino (PCCh) de las ZEE, pero dentro de ésta debía permanecer “el pájaro” (la economía capitalista). Este era libre de volar como desee pero solo dentro de los límites de la jaula. Aquel enunciado de Chen Yun sirvió como título oportuno para el libro del camarada Egido.

Aunque Deng Xiaoping (1904-1997) es considerado mundialmente como el padre de las reformas económicas de China, luego de la muerte del legendario líder de la revolución china, Mao Zedong (1893- 1976), fue precisamente Chen quien más teorizó y se involucró directamente en los detalles de la construcción de las reformas económicas adoptadas por Deng a finales de la década de 1970 y 1980, más tarde definida bajo el nombre de “socialismo de mercado”, así lo reconoce el camarada Egido.

Chen reclamaba que la revolución china, por la difícil situación de haber heredado una economía semi-feudal y con escasas experiencias de capitalismo incipiente, “debía dar cabida (por un tiempo determinado) a la convivencia con los aspectos del capitalismo”, de forma que permitiera desarrollar apresuradamente, y sin mayores traumas, las fuerzas productivas del país asiático, pero sin comprometer los principios de justicia social e igualdad que proclaman las banderas del socialismo chino. Chen interpretaba las ideas de Carlos Marx en aquello que decía:

            Ninguna formación social desaparece antes de que se desarrollen todas las fuerzas productivas que caben dentro de ella, y jamás aparecen nuevas y más elevadas relaciones de producción antes de que las condiciones materiales para su existencia hayan madurado dentro de la propia sociedad antigua. Por eso, la humanidad se propone siempre únicamente los objetivos que puede alcanzar, porque, mirando mejor, se encontrará siempre que estos objetivos sólo surgen cuando ya se dan o, por lo menos, se están gestando, las condiciones materiales para su realización. (…) Pero las fuerzas productivas que se desarrollan en la sociedad burguesa brindan, al mismo tiempo, las condiciones materiales para la solución de este antagonismo. Con esta formación social se cierra, por lo tanto, la prehistoria de la sociedad humana. [1].

Premisa que, entre otras, sirvieron a Chen para argumentar la arquitectura de las reformas económicas el Estado debía promover siempre que sean controladas por este y el PCCh.     

Insistía Egido en que el pensador comunista chino estaba muy consciente de los peligros de su propia estrategia económica, y por ello consideraba que la aplicación de las reformas debía hacerse con sumo cuidado y que los límites de “la jaula” debían estar bien definidos y asegurados. Por esa razón, Chen demandaba  el fortalecimiento del PCCh para hacer frente a la naciente burguesía china que surgía junto a las fuerzas productivas capitalistas desarrolladas en ese país; la que pretendía –y sigue procurando- penetrar al partido para destruirlo desde dentro. El sabio Chen alertaba que de no amurallarse ideológicamente el PCCh contra la nueva burguesía “China estaría en peligro de abandonar el socialismo y de restaurar el capitalismo”. Premoniciones que, hasta cierto punto, se han cumplido.

Muchos estudiosos opinan que la jaula construida por Chen Yun para controlar  al capitalismo en China se rompió muy tempranamente, y que la burguesía china hoy logra controlar importantes espacios políticos. Otros, por el contrario, consideran que el PCCh se mantiene consolidado y constantemente luchando contra las desviaciones burguesas, lo que se ha manifestado en los últimos congresos del PCCh y con los juicios a distintos líderes del partido en los últimos años.  

No obstante, fue precisamente Chen Yun, en 1983, uno de los líderes respetados del PCCh que más hizo públicas sus reservas y quejas por la contaminación espiritual que había traído a la República Popular China la introducción de un capitalismo “controlado” que, según el pensador chino, muy tempranamente comenzó a violentar los límites que le había impuesto el propio Estado; penetrando al PCCh y a representar una verdadera amenaza para el futuro de la revolución China.

A nadie duda del éxito económico de China, convertida hoy en la indiscutible primera economía mundial, superando a Estados Unidos en tan solo 65 años (luego de la revolución en 1949), con un PIB de 17,6 billones de dólares, frente a los 17,4 billones de dólares de la otrora primera economía estadounidense, según datos del Fondo Monetario Internacional (FMI). Esta sola razón hace del modelo chino un atractivo digno de estudio para muchos de derecha e izquierda en todo el mundo.

A diferencia de la China pre revolucionaria, la Revolución Bolivariana heredó un país en 1999 con una precaria economía capitalista rentista-petrolero dependiente y una enorme carga social de pobreza, hambre y desempleo. Los niveles de pobreza en Venezuela llegaron a rondar el 50% en 1999, mientras que la pobreza extrema se ubicó en más del 10% para la misma fecha [2].

La revolución emprendida por el Comandante presidente Hugo Chávez se planteó, en primera instancia, la nacionalización de las industrias estratégicas del país: fundamentalmente la industria petrolera (PDVSA, que estaba en proceso de privatización) y las industrias básicas (la siderúrgica y la industria eléctrica), entre otras como CANTV que habían sido privatizadas durante los gobierno de la 4ta República. Una vez recuperadas las empresas estatales, el gobierno bolivariano pudo disponer de un recurso importante para plantearse la revolución social y económica: dos fases de una misma ofensiva revolucionaria. La primera consistió en la inversión social. Se crearon Misiones y subsidios para saldar la deuda social. La segunda fase es la que se construye hoy: la revolución económica. Si bien para  este propósito el Estado ha venido realizado importantes inversiones, sigue estando aún en proceso de despliegue pero con muchas dificultades que se explican, en parte, por el modelo económico heredado y un contexto internacional poco favorable.           

La burguesía venezolana que controló el poder del Estado hasta 1999, nunca alcanzó a desarrollar las fuerzas productivas del país, por el contrario, continuó creciendo, a decir del gran intelectual venezolano Orlando Araujo (1927-1987) “como una oligarquía importador” [3], por ende, parasitaria y extremadamente relacionada con los capitales transnacionales y dependiente de la renta petrolera del país. Pese a esto, sí logró contaminar con sus ideas y su propia espiritualidad (consumista, fetichista, egoísta, individualista, clasista) y sus falsos sueños de progreso social) a una parte importante de la sociedad venezolana.

El capitalismo fracasó en Venezuela muy temprano, nunca logró desarrollarse. Además, habría que añadir que el modelo capitalista venezolano de subdesarrollo, monoproductor y dependencia de EE.UU. era parte, también, de una imposición foránea aplicada en varios países de la región y el mundo, de la que muy bien teorizaron y explicaron reconocidos intelectuales economistas con la tesis de la Teoría de la Dependencia, entre ellos  Theotonio Dos Santos, André Gunder Frank, y muchos otros. 

Volviendo al punto. Sin lugar a duda, la experiencia económica china es una experiencia digna de estudio, al igual que otras experiencias que merecen también un debate obligatorio para los cuadros políticos y técnicos (economistas) de la Revolución Bolivariana. Claro está, siempre que se estudie bajo criterios válidos y científicos; que conciba las particularidades históricas, las potencialidades, los contextos y los aspectos culturales que permitieron el gran salto del gigante asiático; en la medida que nos permita además conocer los aciertos y los errores de ese modelo para evitar las repeticiones a calco y copia.

¿Serán las ZEE en Venezuela una copia de las desarrolladas en China? ¿Concibe el Estado una participación accionaria significativa en las nuevas industrias más importantes a establecerse dentro de la jaula venezolana? ¿Se encuentra desarrollando el Estado venezolano una Planificación Centralizada para promover el desarrollo de aquellas actividades que realmente son necesarias para el país? ¿Qué hará la Revolución Bolivariana para amurallar ideológicamente al Partido Socialista Unido de Venezuela (PSUV) y evitar el aburguesamiento de sus cuadros? ¿Fuera de los límites de la jaula, también concibe el Estado revolucionario seguir desarrollando las fuerzas productivas sin la intervención del capital privado? La respuesta a éstas preguntas serían fundamentales para un debate de profundidad.

Espero que la Editorial “El Perro y la Rana” aproveche este momento para por fin publicar el citado libro del camarada José Antonio Egido.

 

Fuentes:

[1] Las 28 Leyes Habilitantes aprobadas por el gobierno.

http://www.minci.gob.ve/2014/11/aprobadas-28-leyes-habilitantes-vinculadas-a-la-economia/

[2] Crítica a la economía política, Por. Carlos Marx.

https://www.marxists.org/espanol/m-e/1850s/criteconpol.htm

[2] Pobreza en Venezuela

http://www.ine.gov.ve/index.php?option=com_content&view=article&id=376:la-pobreza-continua-disminuyendo-en-venezuela&catid=123:pobreza

[3] Venezuela violenta, Por. Orlando Araujo

http://www.bcv.org.ve/Upload/Publicaciones/VenezuelaViolentaOrlandoAraujo.pdf

Venezuela: nuove leggi per combattere la guerra contro usura e speculazione

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Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, sta cercando di trasformare il paese sudamericano in una potenza economica attraverso l’utilizzo delle sue risorse.

Per realizzare ciò Maduro ha firmato ieri 28 nuove leggi per combattere la guerra che intraprendono settori capitalisti contro il popolo venezuelano attraverso la speculazione, l’usura, campagne mediatiche, ecc. Ha anche assicurato che l’adozione di queste leggi, che si aggiungono a quelle adottate nel settore del lavoro nei giorni precedenti, segnano una nuova fase della Rivoluzione Bolivariana. 

Sedici leggi sono diventate di dominio pubblico, il resto verrà specificato nei prossimi giorni.

«Tutto quello che abbiamo fatto nel 2014 e in parte del 2013 per resistere all’assalto della guerra economica della borghesia servirà come punto di partenza di una nuova fase (…). Dall’alba del 1 gennaio 2015 dobbiamo iniziare un’offensiva finale per risolvere i problemi fondamentali e i ritardi nei processi economici», ha riferito.

D’altra parte, ha aggiunto che la prossima settimana si riunirà al Palazzo Miraflores (sede del governo nazionale), il Comitato delle vittime delle guarimbas, le proteste violente con fini golpisti, capeggiate dalla destra, che si sono scatenate in Venezuela tra febbraio e aprile di quest’anno.

Queste sono 16 nuove leggi in via di abilitazione:

1)      Legge di regionalizzazione integrale per lo sviluppo produttivo sociale del paese. Ha spiegato che l’obiettivo è quello di trasformare il Venezuela in una potenza tecnologica e petrolifera, a partire da questo punto si attiveranno zone di sviluppo economico e turistico.
2)      Riforma della legge sugli investimenti esteri. Per stabilire meccanismi in grado di attrarre investimenti esteri e soddisfare le esigenze del paese.
3)      Legge antimonopolio. Creare meccanismi per regolare le posizioni di dominio di chi stabilisce il controllo su settori specifici per i propri interessi particolari.
4)      La legge che riserva allo Stato le attività operative sull’oro e attività connesse. Per sfruttare il potenziale di oro e di sfruttamento su scala ridotta in Venezuela, proteggendo l’ambiente. «Tutto l’oro che si ottiene nel territorio nazionale deve essere messo a disposizione della Banca Centrale del Venezuela», secondo lo statuto.
5)      Riforma delle leggi sui prezzi equi. Questa legge è volta a garantire prezzi equi al popolo, ma ora si perfeziona con la confisca di tutti i prodotti e le merci di contrabbando. Con la riforma si include la difesa dei salari e contro la speculazione.
6)      Riforma della Grande Missione Agro-Venezuelana.
7)      Legge per il sistema nazionale agroalimentare. Ha lo scopo di monitorare tutto il cibo prodotto in Venezuela in mondo preciso ed efficiente.
8)      Modifiche alla legge sulla pesca e l’acquacoltura.
9)      Riforma della legge sul reddito. Si tratta di una riforma fiscale adeguata al dinamismo dell’economia della Rivoluzione Bolivariana, eliminando l’adeguamento all’inflazione che avvantaggiava le banche e le grandi imprese finanziarie.
10)   Riforma sull’Imposta sul Valore Aggiunto. L’aumento delle tasse dal 10 al 15% non coinvolgerà il popolo, ma quelli che investono in beni di lusso e che possono permettersele.
11)   Riforma del Codice Fiscale. La riforma si rivolge ai contribuenti speciali, comprese le società straniere. I contribuenti speciali devono rispettare le leggi venezuelane altrimenti saranno multati.
12)   Leggi sulle tasse delle sigarette e la fabbricazione del tabacco. Tasse che in precedenza erano maggiormente flessibili nel pagamento. «Ci auguriamo che questo misure per la salute pubblica porteranno alla scomparsa della sigaretta», ha sottolineato il presidente.
13)    Legge di riforma fiscale sull’alcool. Il governo guadagna poco per questa tassa e ci sarà un aumento tra il 15 e il 50%.
14)    La riforma della Legge Organica del Turismo. Si stabilirà una serie di servizi specializzati per i turisti internazionali e la pianificazione dei siti e delle attrazioni.
15)   Legge del credito e dei finanziamenti sul Turismo, per democratizzare il portafoglio del turismo e rafforzare il suo carattere sociale sostenendo gli imprenditori che vogliono avviare progetti di carattere familiare o associativo.
16)    Legge sulla promozione del turismo sostenibile come attività comunitaria e sociale.

 

Mi hacer y mis desvelos están con Nicolás Maduro


por Julio Escalona

Contraponer al Presidente Maduro con la memoria de Hugo Chávez no es el camino

No creo que sea una buena política tratar de contraponer permanentemente al Presidente Maduro y al Presidente Chávez. Contraposición en la que el Presidente Maduro podría estar siendo descalificado y debilitado. Esto va más allá de la crítica y puede terminar golpeando la esperanza.

El Presidente Maduro ante los amigos y los enemigos es nuestro Presidente y eso debe quedar absolutamente claro sin dejar brecha alguna, ni “un tantico así”, pues si lo que algunos dicen sobre el deterioro de la confianza popular se estuviere materializando deberíamos tener mucho cuidado con echar agua para alimentar ese molino. Sin retirar las críticas, ellas deben buscar el camino de transformarse en propuestas de soluciones, propuestas que alimenten la confianza, la esperanza porque desde ese lugar es posible levantar un movimiento que, respaldando al Presidente, también demande soluciones y logre permear la voluntad del presidente, no simplemente confrontarla.

Abrir un frente de batalla contra el presidente es uno de los peores escenarios que podamos suponer. Creo que esto hay que valorarlo bien.

La oposición pese a todos los recursos que maneja no ha podido abrir ese campo de batalla. No creo que desde el chavismo sea posible y sobre todo, que sea conveniente. Ningún sector chavista tiene fuerza ni líderes carismáticos como para confrontar públicamente al Presidente Maduro, pero sobre todo, no creo que el chavismo se anote en un proceso que pueda ir en esa dirección. Lo que si podríamos es crear dudas, incluso, desencanto en un momento en que la guerra mediática contra el proceso bolivariano y en particular contra el Presidente, va a ser más intensa.

Una política de ese tipo puede revertirse hacia resultados no esperados. El Presidente Maduro no va a emprender cambios porque reiterada y cotidianamente se le emplace, se le cuestione, etc.

Una política orientada por la solidaridad, dirigida a fortalecer al presidente, que tenga un carácter propositivo y que pueda generar iniciativas positivas, creo yo, puede ser tomada en cuenta. Creo que la crítica pertinaz, incluso, me parece, a veces descalificadora, lo que podría provocar es la creación de barreras y estas no han ayudado nunca a la comunicación, al diálogo fluido y positivo. Creo pues en la crítica solidaria

La crítica solidaria

Va más allá de la llamada crítica constructiva que suele ser una elegante manera de descalificar. La crítica solidaria no niega al otro. Propone un camino de práctica común y reflexión sobre esa práctica común para dirimir las diferencias. En lugar de polemizar sobre razones, sugiere reflexionar sobre la práctica compartida y hechos que hablen por sí mismos.

El proceso bolivariano, como lo he venido repitiendo vive, probablemente uno de sus momentos más difíciles: se profundiza corrigiendo errores o puede estancarse. Por eso la crítica solidaria es muy importante, por tanto la necesidad de reflexionar sobre experiencias y tareas y menos sobre razones generales. La crítica es para fortalecer la esperanza, para intentar señalar caminos de redención, de liberación. Por eso debe ser fraterna y solidaria.

¿Cómo ayudamos al pueblo, sobre todo al pueblo bolivariano, a discernir mediante la maduración de su propio entendimiento y no mediante una “conciencia” que “se le introduce desde fuera”, a profundizar su práctica de lucha transformadora? El pueblo ha crecido y ha sabido resolver por sí mismo en las coyunturas dilemáticas donde se planteó la victoria o la destrucción del proceso bolivariano.

Es decir, no estamos ante un pueblo inexperto e inocente. Las críticas deben ser, entonces, creo, profundamente pedagógicas y que no parezcan descalificatorias, sino en propuestas para acciones constructivas fundadas en la esperanza.

Este pueblo supo qué hacer cuando el golpe de Estado de abril de 2002, cuando el paro petrolero de diciembre de 2002 y enero de 2003 y más recientemente, también supo que hacer, ahora con el liderazgo del presidente Maduro, ante el ilegal plebiscito que Capriles convocó en diciembre de 2013, y en los primeros meses de este año con las guarimbas que trataron de incendiar el país, lo que se hubiera facilitado si sectores del pueblo chavista hubieran salido a confrontarse con los guarimberos. El Presidente Maduro llamó a no caer en Provocaciones y esa orientación se cumplió.

Las deficiencias hay que decirlas, los errores hay que señalarlos y desenmascarar lo que no pueda tener otro nombre que delitos, pero siempre planteando propuestas, salidas, soluciones.

En esta línea de acción, no se puede aparecer como quien desacredita al Presidente Maduro. Observemos que así está siendo tomado por voceros chavistas y a partir de ese momento es difícil que alguien escuche aquello que de buena fe se quiera comunicar, enmendar, etc. Hay un malestar, un rechazo que está madurando hacia la crítica que pueda no ser cuidadosa, que puede extenderse a cualquier crítica por legítima que sea. No podemos generar más divisiones, más desencuentros. No digo esto como para que alguien se coloque una mordaza. Claro que el Presidente puede ser criticado y creo que ante la crítica solidaria va a ser receptivo. Creo que él espera la crítica solidaria.

Estamos enfrentados a una guerra de baja intensidad

Una vez más deseo reiterarlo. No hay paz ni en Venezuela ni en el mundo. La guerra es el argumento fundamental. Siempre tratando de rodearla de coberturas políticas y de la apariencia que se hace en nombre de la democracia y los derechos humanos. Por eso he dicho hoy que la política imperial es la continuación de la guerra por otros medios.

Esa es ahora la situación en el Medio Oriente con el llamado fundamentalismo islámico. Con el apoyo de EEUU, han tomado posiciones en Siria e Irak y esta ha sido la excusa para intervenir directamente en Siria con fuerzas militares estadounidenses y retornar a Irak con una coalición internacional y una extraordinaria cobertura mediática.

El trajinado califato islámico es, desde varios aspectos, una creación de Occidente. En verdad son mercenarios y son otra cara de Al Qaeda, una que pueda ser más digerida por el público que es manipulado por la dictadura mediática internacional.

De alguna manera es también una provocación a Rusia y de cierta forma también a China. En Ucrania trataron de poner contra la pared a Rusia derrocando al Presidente Yanukovich y colocando como presidente a un fascista reconocido que llegó al poder con el apoyo de bandas nazis alentadas por EEUU. Ante la enérgica respuesta de Rusia, ahora tratan de abrir otro frente en el Medio Oriente reforzando los esfuerzos por derrocar al gobierno sirio.

En Venezuela viene otra ofensiva guarimbera como una profundización de la guerra de baja intensidad, que puede tener como complemento una guerra de guerrillas en la frontera, emprendida por los narcoparamilitares contrabandistas, con apoyo de Uribe.

Quiero ratificar que si bien hay que alertar sobre errores y problemas hay que prepararse para enfrentar unidos la ofensiva imperial, sea cual sea y la forma que asuma y la manera como trate de encubrirse. Una de las claves de esos preparativos es la unidad y sobre todo, la unidad de acción, para saber derrotarlos políticamente garantizando la paz.

Estamos frente a un proceso nacional-mundial. Nuestro país es un campo de batalla de fuerzas trasnacionales, muchas de ellas de reconocida criminalidad y vesania.

Dialogando con Toby Valderrama

El día 11 de septiembre de 2014, Toby publica un artículo que titula, Julio Escalona tiene razón y realiza comentarios elogiosos hacia mi persona. Te lo agradezco mucho Toby no sé si los merezca. También te agradezco citar mi artículo.

En varios puntos no tenemos la misma mirada sobre el Presidente Maduro y sobre el desenvolvimiento del proceso bolivariano, pero no es como para para iniciar una polémica. He dejado de creer en las polémicas. No por temor sino porque no tengo una buena experiencia con ellas y no estoy seguro de su utilidad.

También debo decirte, aun cuando señalas que yo tengo razón, cuestión que también te agradezco pues he seguido tus escritos y no he visto que seas “jala” mecate, no me importa mucho hoy día tener o no la razón. Muchos de los asuntos en los que creo ahora, cada vez con más fuerza, como la esperanza, el amor, la fe, la solidaridad, la belleza, la fraternidad, la amistad, la compasión (uno de cuyos significados es padecer con el otro o la otra), el llanto de las tortugas, la obstinada defensa de los derechos de la madre tierra, de la vida y de todas las formas de vida, no he llegado a ellos fundamentalmente (o no sólo) por la vía de la razón. Más bien por la vía de la intuición, de la imaginación, de la pasión, de la ensoñación y cosas así…

¿Por qué un dialogo y no una polémica?

Generalmente las polémicas, es mi parecer en correspondencia con mi experiencia personal, se fundan más en las razones que en el hacer. Yo creo firmemente en un consejo que le dio Marx a la I Internacional, que en líneas generales puede expresarse así: la unidad de las corrientes diversas se fundamenta en la práctica común y en la reflexión sobre esa práctica común. Es decir, la reflexión, que puede conducir a las elaboraciones teóricas debería tener como sustentación el hacer común. Un proceso, digo yo, que pueda favorecer la construcción de espacios donde nos vinculemos a través de la práctica para que el que hace, el que piensa, el que sueña, puedan ser la misma persona. Es probable que esto se acerque a la propuesta que hace Marx en La ideología alemana, relacionada con la superación de la división del trabajo en trabajo manual y trabajo intelectual.

También me he estado inspirando en una frase de Galeano que dice: “Somos lo que hacemos. Sobre todo lo que hacemos para cambiar lo que somos.”

Aspectos del diálogo

Me alegra tu acuerdo en la necesidad de la solidaridad con el Presidente Maduro y no dejar que se debilite. Es verdad que otro problema es que él se debilite así mismo. De acuerdo, pero incluso en ese caso, creo yo que nuestro deber es, incluso en ese caso, tratar de sostenerlo, hasta en el supuesto de que él no lo desee.

Más adelante agregas: «el centro de su pensamiento (el mío) es: “El sacudón llegó un poco más allá de donde la relación de fuerzas lo permitía”.» Bueno, respetando tu derecho de lector a escoger lo que consideras el centro de mi pensamiento, diré que ese es un aspecto importante, pero yo trabajo, generalmente con ideas interdependientes, pero repito, esa es tu opinión sobre mi artículo y yo la respeto. Sólo trato de aclarar algo personal pues esa idea en mi artículo según lo que yo escribí es totalmente complementaria e interdependiente con la que sigue: “Desarrollar otra relación (de poder) fundada en el protagonismo popular es imprescindible y fortalece al presidente.” El alcance de la primera no se completa sino se acompaña con la segunda.

Quiero decir que desde el momento en que estamos tratando de construir una democracia participativa y protagónica, el protagonismo popular es decisivo para lo que el Presidente pueda hacer o no hacer. Por supuesto, las iniciativas presidenciales son sumamente importantes para el desarrollo del protagonismo popular, pero, ¿y las nuestras? ¿Qué hemos hecho, que estamos haciendo para contribuir con el protagonismo popular, un protagonismo que empuje al Presidente, que lo ayude a ir más allá? En mi caso personal reconozco que no estoy haciendo mucho. En ese sentido, me siento responsable por no contribuir al fortalecimiento del Presidente Maduro, para que él pueda ir más lejos con una correlación de fuerzas favorable.

También creo que ese aspecto tiene una importancia adicional: el protagonismo popular puede compensar el presidencialismo y de esa manera ir construyendo otra cultura política en correspondencia con el Art. 5 Constitucional que establece que la soberanía reside en el pueblo y es intransferible. En fin de cuentas es el pueblo el que debe ir trazando el rumbo y madurando en cada proceso ¿El Presidente Maduro tiene responsabilidad en este asunto? Sí, decisiva. Pero no es cómo para que sectores chavistas estén sintiendo que a diario hay como una especie de crucifixión hacia el Presidente Maduro. Ojo, no digo que eso se esté haciendo, pero es lo que por lo menos un sector chavista está sintiendo ¿Es ese el mejor ambiente para un diálogo que contribuya al encuentro pedagógico, a la reflexión serena? Sinceramente Toby, no lo creo, pero mi palabra es sólo eso, mi humilde palabra.

Creo que el Presidente Maduro ha hecho y hace esfuerzos por construir una dirección colectiva. Eso es un mérito. Luego, centrar toda la crítica en el Presidente Maduro, ¿no es una manera de contribuir al Presidencialismo? Tenemos una revolución en la medida que el poder se va constituyendo desde abajo y el sujeto pueblo es capaz de inclinar la correlación de fuerzas a favor de cambios en función de una nueva sociedad, aquella donde la minoría capitalista no sea quien monopolice el poder con los mismos métodos y valores con los que monopoliza el mercado. Esa misma minoría que sólo puede prosperar en medio de la escasez, pues es la que le permite especular con los precios.

Inmediatamente, Toby, en el párrafo que sigue digo: “El Estado y la sociedad siguen siendo capitalistas”. Es decir, seguimos trabajando con el mismo Estado, con la misma burocracia cuartorepublicana, no importa que ahora se llame chavista o bolivariana, con los mismos métodos, estilos y maltratos hacia la población… Más grave aún, con las mismas relaciones de poder, los mismos valores, sólo que ahora se les llama “socialistas”, aun cuando lo que sean, es “sociolistos”. Eso fue así ayer con el Presidente Chávez y posiblemente se haya agravado en la medida que ha pasado el tiempo y las camarillas burocráticas se van atornillando en el poder y desplazando a funcionarios honestos, revolucionarios, verdaderos servidores públicos.

La correlación de fuerzas dentro del aparato del Estado no es a favor de la revolución, pero no sólo hoy, ayer con el Presidente Chávez también era así. La corrupción y la política social fundada en la dádiva nos vienen haciendo un daño severo desde hace mucho tiempo, prácticamente desde que comenzó este proceso. Como sabemos esto impacta también a la Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB), a los tribunales, al aparato educativo, a las empresas del Estado, a las organizaciones sindicales, en fin, a toda la sociedad. El Presidente Chávez trató de acelerar el proceso de cambiar la correlación de fuerzas dentro del Estado y avanzó pero la cuestión sigue planteada. Eso lo ha recibido el Presidente Maduro y en esa batalla está y estamos.

Pero también hay que reconocer a los funcionarios honestos que están ahí dentro, dando una batalla a veces desigual. Muchas veces nadando contra la corriente. Mi homenaje para todos ellos.

Por otra parte, una parte sustancial del aparato productivo y de la distribución de los bienes y servicios, sigue controlada por el capital.

Donde el Presidente Chávez avanzó más fue en la forja de un pueblo. Ahí está ese pueblo y ese pueblo está respaldando al Presidente Maduro. Yo creo que hay malestar, incluso, algunos sectores se desesperan; pero el bolivarianismo, el chavismo son un sentimiento arraigado y no serán destruidos fácilmente. Eso es lo que las encuestas están diciendo y es lo que yo puedo percibir. Yo me desplazo en esta ciudad en autobús, en metro, a pie, escuchando, viendo… Diariamente.

Cuando hablo de correlación de fuerzas hablo principalmente de este proceso que muy limitadamente he tratado de resumir.

Como dije antes, debemos ejercer la crítica, pero acompañándola con la esperanza y trabajar activamente por ella. Toby, tú y yo somos militantes de esta causa, nadie nos va a sacar de ahí. Yo respeto profundamente la pasión que le pones a todo esto. Es difícil encontrar otra manera de militar. Deseo continuar este diálogo aun cuando una parte de él probablemente deba ser privada.

En la parte como conclusiva de mi artículo señalo que:

“El eje de los cambios es la revolución del modelo petrolero. No se puede seguir financiando un patrón de consumo y producción transnacional y agrego ahora, un modo de vida imperial. Dice Luis Britto: ¿Es imperativo favorecer con tal subsidio (dólares preferenciales, NN) a firmas vendedoras de licor y agua azucarada?; Continuo diciendo yo: “O seguir financiando un patrón de producción fundado en corrupción e ineficiencia de empresarios prósperos (corruptos) y empresas quebradas”

“La transferencia de renta petrolera mediante créditos al sector privado debe cumplir requisitos: compromiso de fiel cumplimiento medido en volúmenes y lapsos de producción, compromisos sociales y ambientales; sostenibilidad de la inversión para que el fracaso, generalmente vinculado a corrupción e ineficiencia no sea premiado con nuevos créditos.”

El Presidente Maduro ha otorgado nuevos créditos al sector privado. No me opongo a eso ni creo que sea una traición. En el pasado el Presidente Chávez entregó milmillonarias sumas y el resultado principal es que ese capital fue transferido al extranjero y desviado hacia la especulación financiera, hacia la conspiración contra el bolívar para provocar devaluaciones y fuga de capitales, problemas en la balanza de pagos, déficit fiscal, etc., ahora los compromisos deben ser rigurosos de tal manera que en un plazo taxativamente estimado, esos créditos deben estar retornando a la sociedad convertidos en bienes y servicios, salarios, impuestos sobre las ganancias obtenidas, etc. De no ser así, el proceso bolivariano podría estar en proceso de ser derrocado. Estos resultados han sido uno de los efectos del modelo petrolero.

“Ese modelo petrolero es la raíz del deterioro del aparato productivo, el déficit fiscal, el endeudamiento, problemas en la balanza de pagos, la escasez, la inflación.” Es mi opinión que si no centramos aspectos de la crítica en este asunto, no estaremos, me parece, solidarizándonos y fortaleciendo al Presidente Maduro. Si se continúa profundizando el modelo petrolero transnacional, las campanas estarán doblando por el proceso bolivariano.

¿Cuándo vamos a reconocer el gran esfuerzo que viene haciendo el Presidente Maduro desde cuando siendo vicepresidente le tocó relevar a Chávez?

Unas breves palabras para decir que no es poca cosa la que le ha tocado al tener que tomar las riendas que dejó el Presidente Chávez. Todos los desfiladeros y aguas turbulentas que ha tenido que cruzar. A poco más de un mes de la muerte del Presidente Chávez le tocó ir a unas elecciones y las ganó, con un pequeño margen, pero las ganó y eso ha sido decisivo para que estemos aquí y en las elecciones locales de diciembre 2013, el pueblo chavista supo derrotar el ilegal plebiscito que convocó Capriles.

Muchos procesos están por definirse y las elecciones parlamentarias del año 2015 están llenas de interrogantes que no son un reto sólo para el Presidente Maduro. Es también nuestro. Yo sé Toby que esta preocupación también es tuya.

 

Foto: Ministerio del Poder Popular para la Comunicación

Rentismo, contrabando, narcotráfico, paramilitarismo y ¿guerra en la frontera?

por Julio Escalona

Escribo este artículo con profunda solidaridad hacia el Presidente Maduro. En estos momentos difíciles que vive la patria yo soy un soldado al servicio de ella, de la unidad, de la paz y de quien es el presidente de todos los venezolanos.

La guerra de baja intensidad se va a intensificar

La situación del país sigue siendo muy compleja. Como he dicho el conflicto por el control del poder en función de la apropiación y distribución de la renta petrolera ha llegado a un punto crucial pues los “tutores” transnacionales de la oposición consideran que están en las mejores condiciones para derrotar el proceso bolivariano y recuperar la renta petrolera, bien mediante la profundización de la guerra de baja intensidad (campaña mediática, profundización de la escasez, la especulación, acciones de calle que seguramente provocarán heridos, muertos, detenidos, eventuales acciones terroristas, ofensiva diplomática, guerra psicológica, etc.) o bien por la vía electoral en las elecciones parlamentarias de 2015.

En la oposición hay diferencias, pero creo que todos coinciden en que para derrotar electoralmente al proceso bolivariano, es necesario debilitarlo hasta el límite de la ingobernabilidad absoluta, pues saben que la base electoral del chavismo es muy fuerte y probada en muchas batallas.

Aparentemente la oposición está debilitada y ciertamente a nivel de operadores políticos tiene conflictos internos, pero sus principales operadores son los estudiantes. Como bien se sabe, con financiamiento y entrenadores aportados por EEUU (lo cual está suficientemente comprobado), han venido preparando brigadas que muy pronto estarán de nuevo en la calle con un plan nacional de desestabilización, desórdenes callejeros, que aparentarán protestas pacíficas.

Ellos han aprendido de sus errores. Políticamente van mejorar sus actuaciones explotando la escasez, las colas para adquirir productos de primera necesidad, la inflación, las deficiencias en los hospitales, etc. y por supuesto, los errores, la ineficiencia, la corrupción y las vulnerabilidades que se han puesto en evidencia.
Vienen mejor preparados políticamente, en la guerra mediática, la guerra psicológica, en la ofensiva internacional, logísticamente y militarmente.

El contrabando, las mafias de narcoparamilitares y la eventual guerra en la frontera

Así como en octubre de 2013 el Presidente Maduro actuó contra los acaparadores, ahora ha tomado acciones muy importantes contra el contrabando demostrando cómo este es un factor determinante en el desabastecimiento, la escasez, la especulación y los sufrimientos de la población.

Ha reforzado el control militar de nuestra larga frontera con Colombia y los primeros resultados son positivos.

1) Como es obvio el control no puede ser sólo militar

La frontera con Colombia es una de las bases electorales de la oposición lo que le da a la acción desestabilizadora una ventaja política. En consecuencia, el trabajo contra el contrabando necesita ser eminentemente político para superar las resistencias de esa naturaleza,

Verdaderos organizadores políticos conocedores de la población, de su cultura, de los errores que se han cometido deben estar a cargo. El sectarismo, el abuso de poder y el maltrato a la población deber ser erradicados totalmente. Tengo informaciones de que esa situación se ha dado en la región y es una de las razones de los éxitos electorales de la oposición.

Finalmente, la victoria contra el contrabando asociado a las mafias de narcoparamilitares, no será militar, será política.

2) La FANB debe prepararse para una eventual guerra de guerrillas

He trabajado con cierta amplitud este asunto, especialmente en mi trabajo Estrategia imperial de ingobernabilidad permanente contra el gobierno bolivariano, publicado entre otros espacios por Aporrea y patriaurgente.com

En esa estrategia imperial de ingobernabilidad permanente los narcoparamilitares son un instrumento fundamental y sabemos que ellos han ido estableciendo bases en diversos lugares del país, entre otros, en barrios de las grandes ciudades y especialmente en la frontera con Colombia. Seguramente ellos van a reaccionar para defender sus bases de poder y sus fuentes de enriquecimiento.

Por razones políticas, pueden utilizar a la población de la región, por lo menos como pantalla pues la necesitan políticamente para mantener la creencia de que ese es un problema interno de la sociedad venezolana. Los peligros potenciales son enormes pues ya Uribe y el uribismo intentaron en una oportunidad iniciar una guerra en la frontera. Son bien conocidos los vínculos de Uribe con sectores de la oposición venezolana y con el sionismo internacional. Hay informaciones de que Israel, con la excusa de producir biocombustibles, tiene una base en territorio colombiano cercana a la frontera con Venezuela.

¿Se incorporará una guerra de guerrillas en la frontera con Colombia como una de los componentes activos de la desestabilización y la estrategia de ingobernabilidad permanente?

¿Y si los estrategas imperiales deciden iniciar un campaña mediática internacional condenando la “ocupación” militar en la frontera, atropellos a la población civil con imágenes virtuales, etc., etc., etc.?

La frontera es muy extensa. Su control militar absoluto es prácticamente imposible. Sólo políticamente con el apoyo de la población ello podría ocurrir. Los narcoparamilitares tienen conocimiento del terreno, poseen guías entrenados, un casi ilimitado poder de fuego, una población comprometida políticamente y opuesta radicalmente al proceso bolivariano y apoyos internacionales muy importantes. Entre otros Israel y EEUU.

No quiero aparecer como alarmista, pero supongo que estas hipótesis han sido tomadas en cuenta. Independientemente de estas consideraciones, yo respaldo la decisión de combatir el contrabando en la frontera. La guerra económica no es una fantasía chavista, es un grave proceso en marcha. Su derrota requiere una seria revisión de la política económica aplicada hasta ahora y medidas urgentes en ese campo. Ahora bien, sólo una victoria política, de la cual el éxito económico forma parte, permitirá usa salida para el fortalecimiento del proceso bolivariano.

En el mundo puede estarse precipitando una guerra planetaria, incluido el uso de armas de destrucción masiva de configuración nuclear o no nuclear

He debatido este asunto en varios trabajos particularmente en la Estrategia imperial de guerra permanente publicado por Aporrea y por patriaurgente.com. No es una fatalidad, puede ser evitada. Para ello se requiere que tomemos este asunto en serio y tomemos las medidas adecuadas.

En el mundo se desarrolla en este momento una guerra planetaria de baja intensidad que ha tenido y tiene picos de guerra abierta en Afganistán, Irak, Libia, Siria, Palestina, Ucrania… Pero el peligro de guerras calientes está abierto en cualquier lugar del mundo.

Ciertas urgencias del proceso bolivariano

Como he dicho, la corrupción, el burocratismo, la ineficiencia, la indiferencia, el desamor e incluso, el desprecio por el pueblo, el sectarismo, la prepotencia y la falta de sensibilidad popular son enemigos fundamentales para derrotar la guerra de baja intensidad. Esta es una batalla política, cultural, psicológica, en el trabajo con los imaginarios colectivos y personales y para ganar la guerra económica en los términos como lo he señalado en párrafos anteriores. Es una batalla que requiere claridad política, pero también virtudes y comprensiones espirituales fundamentales.

Es una batalla que se libra en un mundo donde se desarrolla una guerra de baja intensidad con regiones claves donde existen picos de guerra caliente.
No se puede ganar la guerra económica si urgentemente no se gana una batalla política favoreciendo la materialización del poder popular soberano, tal como lo establece el Art. 5 de la Constitución de la República Bolivariana de Venezuela. Ello requiere pasos inmediatos.

Entonces es urgente superar ciertas insuficiencias del chavismo

Herencias de la Cuarta República que es necesario superar

1) El modelo petrolero

Es mi parecer que la principal herencia que no hemos podido superar, es el modelo petrolero. He abordado este tema con cierta extensión en mi trabajo La Petrolia del Táchira y el Modelo Petrolero Transnacional… Entre otros lugares está publicado por Aporrea y por patriaurgente.com. Sólo reiteraré ciertos aspectos que considero relevantes.

1.1) Traté de desentrañar por qué, dentro de ese modelo, los incrementos de los precios del petróleo tienden a conducir a una situación caracterizada por la pervivencia del subdesarrollo: crecimiento de la deuda, el incremento de las importaciones, la destrucción de la producción nacional, la pérdida de soberanía alimentaria, inflación combinada con recesión, déficit fiscal, escasez, devaluación del bolívar, corrupción, fortalecimiento, de hecho, de la dolarización de la sociedad venezolana… Creo que estamos viviendo una situación parecida a esa;

1.2) Como parte de las soluciones dentro del modelo petrolero, la salida no debe ser el crecimiento constante del endeudamiento. Probablemente eso nos conduciría a multiplicar la producción de petróleo, no para sembrarlo en la nación venezolana y en los acuerdos internacionales que favorezcan la integración de los pueblos, en función de un mundo pluripolar y multicéntrico, sino para pagar deuda, que en ese caso, no habrá sido para generar soberanía;

1.3) Tampoco puede ser la liquidación de activos como la venta de Citgo o reducciones presupuestarias que pueden afectar la inversión social y el bienestar de los venezolanos y otras medidas similares;
Una principal variación dentro de la sociedad actual, me parece, es que el Presidente Maduro tiene comprensión y sensibilidad social como para hacer cambios y hay un pueblo con más conciencia y experiencia política.

2) Los patrones de consumo y producción, que son la expresión de los “Modos de Vida Imperiales”, que nos subordinan de manera plena no sólo a la dominación económica, sino a la dominación cultural, política y en general de toda nuestra existencia como seres humanos, que nos convierte en depredadores de nosotros mismos y de la naturaleza.
Una transición hacia patrones de consumo y producción más sustentables y sostenibles, iría frenando las tendencias consumistas de la sociedad venezolana y la tendencia a la importación de bienes no esenciales y absolutamente superfluos, sacrificando renta petrolera que financia el desarrollo de las potencias capitalistas y en algunos casos, hasta sus operaciones bélicas contra otros pueblos, en función de satisfacer los caprichos de las clases altas y la sumisión a ellos por parte de sectores populares.

3) Eliminación de las políticas sociales fundadas en la dádiva, que no educan, que no generan organización del pueblo y que terminan reforzando la dominación haciendo prisioneros a las personas y a la sociedad de los “modos de vida imperiales”. Cuando se les da una casa hay que regalarles la nevera, la nevera debe estar llena, luego hay que darle los muebles… En muchos casos terminan votando y conspirando contra el que, en cierta forma, fue solidario con ellos. Pero esa es nuestra responsabilidad

Estas son tareas insoslayables que deben ser emprendidas con urgencia, lo que implica:

1) Desarrollo e implementación de las propuestas comprendidas en “Golpe de Timón”, (que considero el testamento político del Presidente Chávez), lo que implica según mi parecer, la aplicación de las tres erres al cuadrado (revisión, rectificación y reimpulso);

2) Un intenso programa de pedagogía política, paciente, constante utilizando mucho el estilo de cuenta cuentos del Presidente Chávez;

3) Que los dirigentes en todos los niveles y en general los militantes, adopten un estilo de vida alegado de los “modos de vida imperiales” y de los patrones de consumo y producción generados por el capital.

4) Una revolución de la vida cotidiana. En otros lugares he dicho que una revolución de la vida cotidiana no es revolución. Nuestras ciudades no pueden seguir siendo centros de angustia, estrés, llenas de basura, inseguridad, tránsito vehicular y de motocicletas absolutamente desordenado… Se pagan estudios, investigaciones y hay experiencias exitosas, pero no se persevera, parece falta de voluntad política.

5) Apoyarse en el desarrollo de los mercados no capitalistas asociados a la producción y a la propiedad social, a las cooperativas, a la pequeña y mediana producción, a las economías familiares, a la agricultura urbana y campesina, a las soluciones alternativas, al trueque, a las monedas locales donde puedan surgir, a las finanzas solidarias…

Esta una de las medidas más importantes para enfrentar la especulación, la escasez, la guerra económica, el contrabando… e ir construyendo una base económica, política y cultural no capitalista.

Existen miles de experiencias a través de mundo que demuestran como estas economías pueden prosperar y crecer apoyándose en las posibilidades que ofrecen Internet y la informática.

Incluso, para que las grandes empresas, las tecnologías de escala y en general la gran producción puedan prosperar, es necesario que esas economías no capitalistas tengan cada vez más fuerza. La experiencia irá diciendo como se resuelven las contradicciones.

6) La gran empresa mixta que hay que desarrollar en la República Bolivariana de Venezuela, es la asociación del Estado con las empresas de producción y propiedad social impulsadas por el pueblo, por ese más o menos 90% que está comprometido con el gran capital, aun cuando pueda estar dominado culturalmente.

He puesto el acento en la política. Pero resolver los problemas políticos es resolver los problemas económicos. Sin eso no hay solución política posible.

7) Resolver como un asunto prioritario los problemas monetarios y muy particularmente los vinculados con el mercado de divisas.

8) Simultáneamente resolver los problemas fiscales y financieros.

9) Establecer claramente las prioridades para la participación del Estado el control de empresas estratégicas y la fijación de normas y controles.

Sobre estos temas hablé con cierta amplitud en mi trabajo Poder Mundial y Estrategias Económicas Desestabilizadoras, publicado en Aporrea, patriaurgente.com y otros espacios.

Deseo ratificar que no hay otro camino que el camino de la paz. Sobre todo en la actualidad, no creo que exista una guerra que los pueblos puedan ganar. Las naciones quedan devastadas, disueltas, sin viabilidad como comunidades autónomas. Libia e Irak son elocuentes ejemplos. En Irak el uranio empobrecido ha destruido a varias generaciones y las que vienen, no se sabe por cuanto tiempo. En Gaza se ha comenzado a utilizar uranio empebrecido. Una campaña internacional debería impedirlo. Es parte de un plan de limpieza étnica para destruir a las comunidades árabes y construir el gran Israel.

L’economia venezuelana e le condizioni sociali durante il governo di Chávez

di Jake Johnston e Sara Kozameh  

traduzione a cura di Paolo Rizzi

Il presidente del Venezuela Hugo Chávez è morto dopo quattordici anni di governo. Di seguito una serie di grafici che illustrano i cambiamenti sociali ed economici che hanno avuto luogo in Venezuela durante questo periodo.

1. Crescita (Media percentuale annua)


Fonte: Banco Central de Venezuela

Questo grafico mostra la crescita del PIL (nel grafico, in inglese, GDP) e del PIL pro capite prima di Chávez (1986-1999) e durante la presidenza di Chávez.

Dal 1999 al 2003, il governo non ha avuto il controllo della compagnia petrolifera statale, di fatto controllata dall’opposizione che l’ha usata per cercare di rovesciare il governo, anche con la devastante serrata (nel grafico, Oil Strike) del 2002-2003. Per questo, una migliore misurazione della crescita economica sotto il governo Chávez deve partire da dopo che il governo ha preso il controllo della compagnia petrolifera statale e, di conseguenza, dell’economia.

Nel grafico possiamo vedere questa crescita, dal 1999 al 2012 e con evidenziato il post 2004. Siamo partiti dal 2004 perché partire dal 2003, un anno di recessione a causa della serrata, avrebbe falsato la crescita del PIL nel periodo. Dal 2004, l’economia è tornata ai livelli di produzione di prima della serrata. La crescita dopo che il governo ha assunto il controllo della compagnia petrolifera statale è stata molto più veloce.

2. Crescita del settore Pubblico e del settore Privato. 1999-2012 (Media percentuale annua)


Fonte: Banco Central de Venezuela

Questo grafico mostra la crescita del settore privato e di quello pubblico durante gli anni di Chávez.

3. Inflazione, prima di Chávez e con Chávez.

Fonte: Banco Central de Venezuela

Inflazione in Venezuela, indice dei prezzi al consumo.

4. Tasso di disoccupazione. Prima e dopo la serrata petrolifera.


Fonte: Banco Central de Venezuela, INEC

Dopo la serrate petrolifera (e la profonda recessione che ne è conseguita) finite nel 2003, la disoccupazione è scesa drasticamente, dopo i molti anni di aumento prima dell’elezione di Chávez. Nel 1999, quando Chávez è entrato in carica, la disoccupazione era al 14,5%, nel 2011 al 7,8%.

5. Tasso di povertà e povertà estrema


Fonte: INEC

La povertà è diminuita significativamente dalla serrata, di quasi il 50%. La povertà estrema è diminuita di oltre il 70%.

6. Coefficiente GINI America Latina.


Fonte: Economic Commission on Latin America and the Caribbean

Il Coefficiente Gini, che misura la disuguaglianza dei redditi, è sceso da 0,5 a 0,397, il dato più basso nella regione sudamericana.

7. Spesa sociale come percentuale del PIL

Source: SISOV

La spesa sociale è raddoppiata dall’11,3% del PIL nel 2008 al 22,8% nel 2011 (Legenda dal basso verso l’alto: istruzione, sanità, edilizia, previdenza sociale, altro).

8. Educazione: iscrizioni (percentuale sul totale di individui in età scolare)

Fonte: SISOV

(Legenda dall’alto verso il basso: pre-elementari, elementari, scuola superiore)

9. Laureati

Fonte: Ministerio del P.P. para la Educación Universitaria

10.  Malnutrizione minorile al di sotto dei 5 anni (Percentuale)

Fonte: Instituto Nacional de Nutrición

11. Venezuelani che ricevono una pensione
pensions
Fonte: Instituto Venezuela de los Seguros Sociales

Il numero di venezuelani che ricevono una pensione è aumentato dai poco meno di 500mila nel 1999 a quasi due milioni nel 2011.

fonte: cepr.net

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