(FOTO+VIDEO) La storia si ripete: Venezuela come Cuba, il blocco incombe

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#NoMoreTrump la petizione contro il blocco economico finanziario e commerciale.

Non vogliamo più Trump! Il grido all’unisono della popolazione venezuelana si innalza nel corso della campagna raccolta firme che unisce l’Italia da Nord a Sud in questo torrido mese di agosto tanto da diventare un hashtag. Lo scorso 5 agosto il presidente americano Trump, ha firmato un ordine esecutivo che dichiara un embargo sul Venezuela, embargo che ancora una volta viola i diritti umani e la libertà del popolo venezuelano. Gli Stati Uniti D’America violano per l’ennesima volta il principio democratico dell’auto determinazione dei popoli di essere liberi e di seguire un modello sociale completamente nuovo: il socialismo del XXI secolo. Nella lettera delle venezuelane e venezuelani spedita al Segretario Generale delle Nazioni unite Antonio Gutierrez si denunciano una serie di aggressioni pianificate e brutali da parte degli USA con il sostegno di minoranze politiche del governo venezuelano, a livello economico, politico e psicologico contro la popolazione venezuelana al fine di provocare un cambio di “regime”; in termini reali non è altro che un rovesciamento del governo Maduro scelto attraverso elezioni libere, universali e segrete in conformità con la legge del paese.

Era il 2015 quando il governo Obama indicava il Venezuela come una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti: il cosiddetto Ordine Esecutivo. Da allora è stato ufficializzato e si cerca di legittimare davanti al mondo l’assedio e la distruzione del Venezuela. Tali aggressioni sono state esacerbate da Donald Trump il quale in meno di due anni ha incrementato l’ostilità economica e finanziaria per soffocare lo stato venezuelano e portare la popolazione alla fame.

Negli ultimi giorni Trump ha formalizzato la depredazione delle risorse nazionali e minacciato i paesi partner mettendo a rischio la sicurezza di 30 milioni di abitanti. Le conseguenze di tale atto criminale raggiungono limiti brutali e disumani, impedendo l’accesso al cibo, alle medicine e alle forniture essenziali importate, inclusi i trattamenti medicinali di emergenza e alcune forniture essenziali per il lavoro collettivo. Tutti, bambini, anziani, uomini e donne, sostenitori ed oppositori sono vittime di questo attacco crudele. contrario ai principi fondamentali e ai diritti umani.

Alla luce di quanto scritto non sono mancati presidi di raccolta firme nella città metropolitana di Napoli. Uno di essi è stato allestito negli spazi recuperati di GAlleЯi@rt in Galleria Principe di Napoli, di fronte al Museo Archeologico Nazionale. Un incontro non solo volto alla raccolta firme bensì un momento di scambio interculturale caratterizzato da canti e vestiti tipici del Venezuela. Firme raccolte e consegnate al Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli nella giornata mondiale di protesta, con l’impegno comune ad accompagnare il popolo bolivariano in questa campagna diventando sempre di più difensori della libertà.

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Dialogo plurale e l’altro dialogo

Risultati immagini per Néstor Franciadi Néstor Francia*

Il 23 agosto si è tenuta una riunione di personalità di varia provenienza, conclusa con una dichiarazione pubblica nel corso di una conferenza stampa, che fa riferimento alla necessità di quello che i partecipanti chiamano “Dialogo Plurale”. Vi hanno preso parte diverse persone che godono del mio rispetto e alcuni anche della mia amicizia, come Carlos Azpurua, Vladimir Villegas, Gustavo Márquez Marín, Oscar Schemel, Maryclen Stelling, Héctor Navarro e altri. Ho avuto con tutti convergenze ma anche divergenze, il che non è affatto singolare, perché è la stessa cosa che mi è sempre successa con il governo bolivariano, con il PSUV, con Chávez, con Maduro e con il chavismo in generale. Credo nella diversità e nelle differenze reali non per una questione di fede, ma perché entrambe le categorie esistono evidentemente: per questo motivo è impossibile per chiunque riuscire ad imporre un pensiero unico. L’unanimità è irrealizzabile. Questo fatto non pienamente compreso è stato una delle cause principali del crollo dell’Unione Sovietica e dei sistemi politici dei paesi sottoposti alla sua tutela politica negli anni della cosiddetta “Guerra Fredda”.

Allo stesso modo, non è strano che non concordi con tutti i termini posti nella citata Dichiarazione; tuttavia, ho comunicato via e-mail sia a Gustavo Márquez Marín che a Vladimir Villegas che desidero aderire, poiché concordo con la sua essenza e scopo, a contenuti in più passaggi del testo e in particolar modo nei due paragrafi finali: “Esprimiamo parimenti il nostro categorico rifiuto verso qualunque forma di violenza, interferenza o imposizione straniera. Invitiamo le parti ad avviare il dialogo con il fermo impegno a raggiungere accordi che garantiscano, con mezzi pacifici, costituzionali, elettorali e democratici, le trasformazioni necessarie per garantire la governabilità… (…) La soluzione non verrà da altri. È alla nostra portata, se lo vogliamo veramente, se agiamo con modestia repubblicana e se si ha come bussola l’interesse superiore del paese e non altri interessi”. Non è forse ciò che tutti proclamano, non con tutta la credibilità che una questione così seria meriterebbe?

Questa mia posizione non è estemporanea. Qualche settimana fa mi sono unito a un gruppo di consiglieri convocato da un’alta dirigente del PSUV per avanzare alcune proposte allo stesso PSUV sul tema e sul discorso della pace. Lì ho presentato la mia proposta che ho chiamato “L’Altro Dialogo”. Riporto testualmente alcuni estratti della mia proposta: “La Rivoluzione è obbligata a remare in due direzioni per sensibilizzare due basi elettorali. Da un lato, c’è il movimento popolare chavista cosciente e determinato che, secondo il risultato ottenuto il 20 maggio 2018, raccoglie circa il 30% dell’elettorato (6.245.862 voti su 20.526.978). Questo settore determinato è stato efficacemente sostenuto dal PSUV e dovrebbe continuare ad esserlo, al fine di rafforzarlo e garantirsi il suo sostegno attivo. L’altra base, che sarebbe determinante, è formata da quelli che definiti “né-né” o “non allineati”, che secondo studi credibili potrebbe rappresentare circa il 40% della platea elettorale (circa 8.000.000 di elettori).

La proposta dell’Altro Dialogo mira a favorire un’ampliamento dello spettro politico nazionale che promuova l’immagine di stabilità, distensione, pace e unità nazionale (…) L’altro dialogo aiuterebbe anche a combattere il cliché internazionale della “dittatura”, immagine promossa dall’imperialismo e dalla destra (…) La proposta ha come scopo quello di favorire un altro dialogo politico, diverso da quello inaugurato in Norvegia e che proseguirà alle Barbados. Il dialogo di Oslo, assolutamente conveniente, vantaggioso per le politiche del governo bolivariano e coerente con esse, riproduce tuttavia la polarizzazione politica, almeno dal punto di vista della percezione. S’impone mediaticamente l’immagine di un dialogo tra il governo e l’opposizione, rappresentata fondamentalmente da un solo settore dell’opposizione, la destra estremista. Infatti, il principale portavoce interno a questa fazione è il golpista pro-imperialista Juan Guaidó. Dovremmo chiederci: se è legittimo incontrare questi estremisti, perché non considerare l’avvio di un dialogo pubblico con altre fazioni dell’opposizione che non fanno parte dello spettro estremista e con i settori chavisti che non hanno direttamente responsabilità di governo? Settori che hanno almeno due punti di contatto con il PSUV e il Governo: il rifiuto dell’intervento imperialista e della violenza da un lato e la preferenza per la via pacifica, costituzionale ed elettorale dall’altro (…) È bene che l’Altro Dialogo sia convocato dal Governo, per conferirgli carattere ufficiale. Vediamo alcune delle sue caratteristiche: 1) si convocherebbero elementi di partito e persone organizzate in movimenti di opposizione o non direttamente coinvolti nella gestione del Governo, oltre al PSUV, alla sola condizione che si siano pubblicamente pronunciati contro l’intervento straniero e l’esercizio della violenza. 2) Alcuni di questi elementi potrebbero essere: MAS, Redes, PCV, UPV, Somos Venezuela, Plataforma por el Referéndum Consultivo, Plataforma Ciudadana en Defensa de la Constitución, Soluciones por Venezuela (Claudio Fermín), Concertación por el Cambio (Henry Falcón), Esperanza por el Cambio (Javier Bertucci). 3) L’ordine del giorno dovrebbe essere aperto, ma il dialogo dovrebbe mantenersi nel solco della trattativa per concludere accordi sull’inviolabilità del territorio della Patria, sulla necessità di privilegiare mezzi pacifici e costituzionali per risolvere le divergenze politiche, sull’opposizione alla promozione d’odio, sulla diffusione della tolleranza e la pace (…) Dovrebbero essere convocati dei garanti internazionali, ad esempio l’Ufficio locale della Commissione per i Diritti Umani dell’ONU come convenuto recentemente con la Commissaria Michelle Bachelet. Questo dialogo promuoverebbe, inoltre, la conflittualità politica di settori oppositori diversi rispetto alla destra estremista e filoimperialista, venendo così a costituire nuovi riferimenti che annullino la polarizzazione dello scenario politico.

Ci saranno settori estremisti del chavismo che mi bolleranno come “debole” o “riformista” a causa di questa proposta. Vado avanti e gli rispondo. Sostengo il dialogo promosso dalla Norvegia e di cui il governo si avvale… ma con chi si dialoga? Con la destra fascista, che cospira, promuove la violenza e richiede l’intervento imperialista. D’altra parte, il governo ha riconosciuto di aver avviato da tempo colloqui con il governo degli Stati Uniti, il peggior nemico dell’umanità, che ci impone ampie sanzioni economiche, ruba i nostri beni, sostiene l’isolamento diplomatico del nostro paese e ci minaccia con la forza militare. Sono d’accordo con questa azione diplomatica del governo. Il Presidente Maduro ha ripetutamente affermato di essere pronto ad incontrare Donald Trump. Devo ammettere che non odio nessuno, ma con Trump ci vado molto vicino. Ciononostante, sosterrei un tale incontro. Mi chiedo, quindi, se il governo si mette al tavolo con il peggio del peggio, perché non convoca un dialogo con settori con i quali ha almeno due punti di convergenza, il rifiuto della violenza e l’opposizione all’intervento straniero?

Sto commettendo qualche tipo di infedeltà rivelando parte della mia proposta sostenuta dai consiglieri? Sono passati quasi due mesi da quando l’ho articolata e almeno un mese e mezzo da quando l’ho presentata. Recentemente ho comunicato nella chat Whatsapp del gruppo che, poiché non avevo ancora ricevuto alcuna risposta dal PSUV e se questa non ci fosse stata prontamente, l’avrei spostata su altre strade, poiché sono troppo vecchio per lavorare invano e le mie idee sono sostanzialmente disponibili per tutti, senza escludere che siano giuste o meno. Io stesso ho detto che avrei aspettato che passasse il Forum di San Paolo, dato che il PSUV era sicuramente molto impegnato in questa attività. Ma la dichiarazione a cui ho fatto riferimento ha segnato la svolta, perché ci sono indubbiamente altri venezuelani con idee che si avvicinano alle mie.

Non ho dubbi sulla mia posizione radicalmente anti-imperialista, che mantengo fin da quando ero molto giovane. Né nascondo la mia totale e assoluta contrapposizione al settore criminale rappresentato da quel personaggio irrilevante e passeggero chiamato Juan Guaidó e dal suo partito estremiesta e fascista, Voluntad Popular. Dopo aver chiarito questo punto, dico senza mezzi termini che chiunque rifiuti l’intervento straniero nel mio Paese, si opponga alla violenza e favorisca il dialogo e la pace, può considerarmi uno dei suoi.

* Membro della Assemblea Nazionale Costituente della Repubblica Bolivariana del Venezuela 
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[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Alessio Decoro e Antonio Cipolletta]

 

Creo en Aquiles Nazoa

Risultati immagini per Luis Britto Garciapor Luis Britto García

Durante mucho tiempo tuvimos un imaginario agobiado de héroes. Por siglos nuestra modesta existencia amenazada no encontró otra manera de crecer que la batalla.

En medio de los estrépitos de la gloria casi olvidamos que no hay hazaña mayor que la idea.

La ocurrencia, hija valiente de la realidad y madre fecunda del devenir, única chispa que ilumina nuestro presente y clarifica el mañana.

Toda ciencia, incluso la del vivir, es triste, y para soportarla requiere el paliativo de la sonrisa.

Por espontánea, la sonrisa es el más difícil de los gestos. Nunca se la puede fingir bien, siempre necesitamos algo que legítimamente la provoque. Corresponde al humorista la dura tarea de enternecer la expresión a partir de la tristeza del mundo.

No importa cuán profundamente las maquinarias del dolor hayan trabajado la conciencia del sonreído: sólo abren el surco para la semilla que permite soportar la vida.

Abrir el postigo de la alegría en las más tenebrosas estancias es un deber humano: la ciencia explica el mundo a partir de las ecuaciones y el humorista a partir del amor.

Es necesario un redentor que cumpla la hazaña de atribuir su justa proporción a las cosas y nos haga tomar en serio la levedad de los instantes.

Así nace el humorista, peatón andante investido con las invencibles armas de la indefensión ante el mundo.

La demostración irrefutable de que no se puede estar con la derecha consiste en que durante más de un siglo ésta no ha producido un solo humorista que valga la pena.

El risueño endominga la existencia reconociendo sus miserias como el abono de la flor misteriosa que brota en los intersticios del pensamiento.

Graduado en la inventiva academia del autodidactismo, Aquiles Nazoa nos convida al pan de la sabiduría ahorrándonos las preceptivas enfadosas del escalafón y la academia.

Viene Aquiles al mundo real como hijo del panadero, como muchacho de los mandados, como barrendero que limpia las polvaredas del tedio, como botones que abre los cuartos del hotel de los misterios, como guía turístico que explica las maravillas de lo que pudiera haber sido, como empaquetador de periódicos que traen las noticias imaginarias, como clasificador de clichés fotográficos y lingüísticos, como corrector de pruebas de textos escritos en los lenguajes del sueño.

Entre tantas profesiones de supervivencia debió Aquiles haber sido guardián de un zoológico franciscano, donde gozaran de libertad los humildes animales que él tanto amó: el can corriente y moliente, el burro, el modesto cochino, y también sus mascotas entrañables: el caballo que era bien bonito, la tortuguita que de tan fea parecía hermosa, el elefante del libro Mantilla.

De muchacho deserta Aquiles de la legión de los poetas que se han contentado con contemplar el mundo, sabiendo que su verdadera misión es crearlo.

Como escritor, como guionista, como dramaturgo, como crítico de arte, como historiador, como conferencista, como ñángara, como militante, como preso y exiliado político, como inventor y partícipe de tantos periódicos humorísticos a los cuales gobiernos patibularios allanaban las imprentas y mataban a tiros los pregoneros, enseñó Aquiles que la tarea no es tomar la realidad como tema sino hacer de la realidad la obra de arte.

Difícil de creer es hoy que estuviera proscrito el apellido de uno de los más excelsos poetas, al extremo de que tanto él como su hermano Aníbal debían publicar con seudónimos, y cuando arribaban a los grandes medios no tardaban las fuerzas de la amargura pedante en vetarlos.

Tras acceder a la televisión comercial con su Teatro para Leer, fue expulsado de ella por una jerarquía eclesiástica que no pudo tragar “La torta que puso Adán”. Tras destellar en la televisión pública con “Las cosas más sencillas”, fue borrado para siempre por una borrosa mano que sólo sabía eliminar cintas.

Pero ninguna garra podrá desvanecerlo de su Caracas física y espiritual, la ciudad a la cual amó tanto que debió exiliarse en Villa de Cura, lejos de los defectos que le impedían quererla mejor.

En vano pretendieron los exquisitos categorizar como cultura todo lo que se hacía en otra parte. Aquiles edificó una poética a partir de los materiales humildes del acontecer aldeano, de la vasta odisea de los iletrados.

En lugar de encumbrarse en la torre de marfil, zanqueó Aquiles con pantalones arremangados las aguas donde beben los ruiseñores del Catuche, topografió la Caracas que era un océano de tejas donde pescaban ratones los gatos.

¿Qué quiere la ciudad? ¿Adónde va, desde que se echó en un sitio fijo, emprendiendo una misteriosa ruta en el tiempo?

Nadie como el citadino vive en medio de esta farándula de gestos y signos ensayados. En la urbe, a diferencia de la aldea, es imposible que todos se conozcan, por lo que rangos, posesiones y destrezas han de ser representados o fingidos, con ostentación directamente proporcional a la miseria que encubre.

Caracas pudo haber sido otra, nosotros debimos haber sido diferentes.
Aquiles rescató para la memoria de esta representación lo menos imperdonable.

La ciudad diariamente se remienda a sí misma con la paciencia de una vieja señora que sabe que ya pasó la edad de los estrenos.

Por la urdimbre de sus pespuntes seguimos el tejido precario de la cotidianidad.

Allá avanza su aguja para coser retazos de pasado amarillento como el Pasaje Capitolio con futuros tan infortunados como el Cubo Negro.

Una urbe es voz múltiple de espacios y de formas, concierto y desconcierto de disciplinas e indisciplinas, desorganizada improvisación colectiva que sólo por la armonización del amor puede dar la nota justa.

Vaga por ella desasosegado el habitante, y sólo la comprende el poeta que no es comprendido por nadie.

De todo el tumulto metropolitano quedan unos cuantos fetiches a los cuales investimos de los mismos sentimientos que secretamente abrigamos hacia nosotros mismos: desdén, ternura, aceptación o rechazo.

Estas reliquias, como todas las del mundo, sólo valdrán por el fervor que les comuniquemos.

Aquiles ya está en el pequeño Panteón del alma que alegramos con flores silvestres todos los venezolanos.

Su sonrisa hace falta en el otro Panteón, donde entristecen tantos héroes ante las lluvias de amarguras que suelen azotarnos.

Los rumores de los malos y el silencio de los “buenos”

Catturacpor apócrifo*

“No me preocupa tanto la gente mala, sino el espantoso silencio de la gente buena”
Martin Luther King.

Desde hace muchísimo tiempo he querido dedicarme a escribir. Hoy, me propuse y dispuse a tomar el lápiz y tratar de ser “escritor”, escribiente o escribano; cada término con su acepción y ocupación. Busco mi teléfono, donde aún tengo grabada aquellas canciones necesarias y libertarias que me sirven de hilo conductor e inspiración en lo que hoy comienzo.

Enciendo el reproductor, a quien primero oigo y escucho es a mí siempre mentor Alí Primera, interrumpido una que otra vez por alguna llamada o mensaje de texto inoportuno. Seguidamente otras canciones, los hermanos Godoy de la Nicaragua que aún sigue en batalla, Amparo Ochoa, el Carota, Ñema y Tajá, Gordo Páez, Araucara; bueno la lista es larga e interminable como nuestros sueños de Libertad.

En soledad se me abre el entendimiento para manifestar lo expresado. Eran los años 80 cuando el sarampión juvenil me lleva, junto a un numeroso grupo de jóvenes, a ser sujeto y objeto de la política. He crecido siendo músico, cantor, soñador y militante. Se me quedó grabado para siempre aquello de ser Militante del Combate por la Vida. Alí me dijo, por allá en el año 83: “Julio, no desmayes en tu tesón de hacer del arte popular un arma solidaria del ser humano”; ser militante me ha permitido ver correr mucha agua por el rio.

Otra interrupción, tocan la puerta, se trata de un vendedor de sueños eternos y los 500 años del Carota, Ñema y Tajá me dicen: … “aquí no hay nada que celebrar y mucho llanto para llorar, hay mil razones para luchar y mucha Patria que libertar” … es el mismo llanto y las mismas razones para seguir en esta lucha. Hoy, esta lucha tiene muchos matices y formas; ayer conocíamos al enemigo y sabíamos enfrentarlo, incluido los coñazos. Hoy el enemigo cohabita con nosotros y no nos atrevemos a darle patadas, como dice mi hermano, amigo, cantor y camarada Miguel Ordoñez en canción “A Patadas”.

Ciertamente, a sabiendas de lo que nos iba a pasar, desde que el arañero de Barinas conmovido por los sucesos del aquel funesto 27 y 28 de febrero y días siguientes de marzo del 89 partiera nuestra historia en dos, se fueron sumando y encontrando los sueños, las propuestas y experiencias eternas. Creíamos que era la redención del pueblo, se avivaron los sueños libertarios…“Al pueblo lo que es del pueblo… navegaríamos hacia nuestro propio descubrimiento… la madre Patria de tanta espera ya tiene pasos de bisabuela”- nos canta Alí.

Se nos colearon, como siguen coleándose los zorros y camaleones, los que siempre decían:..“pónganme donde hay”, los que se ríen cuando nos oyen decir: ¡No Volverán!; es que ellos no se han ido, siguen adentro vivitos y coleando; y no los hemos echado todavía por benevolentes o pendejos.

Los que ayer, cuando jóvenes, le echaron un camión, hoy ostentan, no ocupan; que son dos cosas muy distintas. Con las primeras se enriquecen de las mieles del poder, la segunda sigue vacante. Me indigna ver y saber que los de ayer “codo a codo”, a “brazo partido” propugnaban por un mundo mejor y más humano hoy lo hacen más inhumano, los que combatían la corrupción hoy son parte de ella.

Cuántas propuestas, cuántas se han materializado, cuántas al olvido, cuántas a la gaveta, cuántas al basurero. Hoy, no ayer, cuántos discursos grandilocuentes, pseudos, paños calientes y un pueblo sabio y paciente sigue esperanzado detrás del sueño de Bolívar y Chávez; ese sueño que algunos poetas llaman la Utopía… y es que hasta la Utopía no las pisotean todavía.

Se nos habla de un país inmensamente rico, se nos dice cuales son las riquezas minerales, naturales y poco de las riquezas humanas. Inmensamente ricos inmensamente pobres oíamos ayer.

“Cuando lo nombro también me aturdo y lloro, por nuestro principal recurso natural no renovable”… no es el petróleo es el hombre, incluyendo a nuestras guerreras y hermosas mujeres.

La guerra, no es solamente y trillada “guerra económica”, es de múltiples formas y dimensiones, que ha servido más para justificar y solapar la corrupción y la impunidad que para preparar al pueblo ideológicamente para la histórica guerra contra el enemigo de la Patria y de los pueblos a través de los medios informativos y educativos. Aquí ha faltado; no quiero decir que no ha habido, pedagogía para enseñar con qué se come eso de Imperialismo hasta el punto que una parte del pueblo lo ve como algo Hollywoodense.

Chávez visionario; primer Proyecto Socialista: el Libro Azul, primer Plan de la Patria y demás documentos, comenzaba a crear estructuras e infraestructuras lógicas para salir de la dependencia, para ser una República Soberana e Independiente, hoy poco de eso está vigente. Ciertamente los ataques externos e internos (incluyendo la derecha endógena) han hecho mucho daño como tanto daño han hecho los paños de agua caliente.

Somos un país inmensamente rico, con las mayores reservas de minerales y biodiversidad del mundo; y un país pequeño en extensión territorial e inmensamente grande en recursos humanos, con un criminal bloqueo de varias décadas, con un enemigo común más cerca que nosotros ha salido adelante, esa es la Cuba que conocí. En tiempos de crisis es que se crecen los pueblos, … “No pretendamos que las cosas cambien, si siempre hacemos lo mismo. Es en la crisis que nace la inventiva, los descubrimientos y las grandes estrategias. La verdadera crisis, es la crisis de la incompetencia. Sin crisis no hay desafíos, sin desafíos la vida es una rutina, sin crisis no hay méritos.

Hablar de crisis es promoverla, y callar en la crisis es exaltar el conformismo. Acabemos de una vez con la única crisis amenazadora, que es la tragedia de no querer luchar por superarla”, leí en una ocasión de Albert Einstein.

A falta de aditivos para los carburantes, generación de las industrias pertinentes, eso quería el arañero. Sé que Maduro hace un esfuerzo inmensurable para salir de este agujero negro; y sé también que para alzar el vuelo debe salir de tanta mácula a su alrededor, este sería otro gran triunfo de todos y para todos.

Otro tema, el Gas, otro de los combustibles tan necesarios. Oímos decir que estamos entre las reservas más grande del mundo, con y que gas para 300 años y tenemos mucho tiempo SinGas. Hace poco tiempo leí en el estado de Whatsapp de un amigo que se ha creado una empresa estatal que vendría a “solucionar el peo del gas”, mejoraría el suministro de gas en la región; a lo que respondí, imagino que no le gustó mi comentario, que sería un paño de agua caliente no más y no resolvería el problema que ha sido y sigue siendo Estructural, eso sería así como “quítate tú pa’ponerme yo”. Y así como esta situación hay otras, los alimentos, el Clap, etc., etc… ¿Cuál es la solución? Volver a Chávez, revisar y avivar su legado, porque en estas circunstancias no podemos claudicar.

Seamos como Chávez, que nos hablaba en todas las lenguas y podía escuchar con todos los oídos, a ver si así hacemos un congreso del unido, leí recientemente.

Acabemos de una vez con la única crisis amenazadora, que es la tragedia de no querer luchar por superarla.

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* El escrito rodó masivamente por la redes sociales atribuyendolo erroneamente a Julio Escalona. Hasta el momento se desconoce su autoria.

Brescia 28ago2019: Venezuela, ONU le narrazioni tossiche e la realtà

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“IL VENEZUELA, L’ONU, LE NARRAZIONI TOSSICHE E LA REALTA'”

Intervengono:
MARINELLA CORREGGIA (Giornalista),
YOSELINA GUEVARA (Venezuela) e personale del Consolato Venezuelano di Milano

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Organizzato da Festa Provinciale PCI Brescia – Per il lavoro e la libertà dei popoli

Diálogo Plural y el Otro Diálogo

Risultati immagini per chavismo maduro marchapor Néstor Francia

El 23 de agosto pasado se realizó una reunión de personalidades de diversa procedencia que concluyó con una Declaración pública en rueda de prensa referida a la necesidad de lo que los participantes llaman “Diálogo Plural”. Están allí los nombres de varias personas que gozan de mi respeto y algunas hasta de mi amistad, como Carlos Azpurua, Vladimir Villegas, Gustavo Márquez Marín, Oscar Schemel, Maryclen Stelling, Héctor Navarro y otros. Con todos he tenido coincidencias y también diferencias, lo cual no tiene nada de raro, porque es lo mismo que me ha pasado siempre con el Gobierno Bolivariano, con el PSUV, con Chávez, con Maduro y con el chavismo en general. Yo creo en la diversidad y en la realidad de las diferencias, no por una cuestión de fe sino porque ambas categorías existen evidentemente, por eso es imposible que alguien logre imponer un pensamiento único. La unanimidad es imposible. Que no se entendiera esto a cabalidad fue una de las razones principales de la implosión de la Unión Soviética y de los sistemas políticos en los países afiliados a su tutoría política en los años de la llamada Guerra Fría.

No es extraño, igualmente, que no coincida con todos los términos planteados en la mencionada Declaración, sin embargo le comuniqué, vía correo electrónico, tanto a Gustavo Márquez Marín como a Vladimir Villegas que deseaba incluirme en ella, ya que estoy de acuerdo con su esencia e intención, contenidas en varios segmentos del texto y señaladamente en los dos párrafos finales: “Expresamos igualmente nuestro categórico rechazo a cualquier forma de violencia, injerencia o imposición foránea. Hacemos un llamado a las partes para que dialoguen con el firme compromiso de alcanzar acuerdos que aseguren por la vía pacífica, constitucional, electoral y democrática, las
transformaciones necesarias para garantizar la gobernabilidad (…) La solución no vendrá de otros. Está a nuestro alcance, si verdaderamente la queremos, si actuamos con humildad republicana y si tenemos por norte el supremo interés del país y no la prevalencia de otros intereses” ¿Acaso no es esto lo que proclaman todos, no con toda la credibilidad que merecería asunto tan serio?

Esta posición mía no es repentina. Hace unas cuantas semanas me incorporé a un grupo de asesores convocado por una alta dirigente del PSUV, a fin de que se hiciera algunas recomendaciones a ese partido sobre el tema y el discurso de la paz. Allí presenté mi propuesta que denominé “El Otro Diálogo”. Copio textualmente fragmentos de esa propuesta: “… la Revolución está obligada a remar en dos direcciones, para sensibilizar a dos audiencias básicas. Por una parte está el movimiento popular chavista consciente y decidido, que según el resultado obtenido el 20 de mayo de 2018, abarca alrededor del 30% del padrón electoral (6.245.862 votos de 20.526.978 posibles). Este sector convencido viene siendo atendido eficientemente por el PSUV y debería seguir siendo así, para reforzarlo y garantizar su respaldo activo. La otra audiencia, que sería decisiva, es aquella que conforman los llamados “ni-ni” o “no alineados”, que según estudios creíbles podría rondar alrededor del 40% de la población electoral (+/- 8.000.000 de electores). La
propuesta de Otro Diálogo apunta a propiciar una apertura del abanico político nacional que promueva la imagen de estabilidad, distensión, paz y unión nacional (…) El Otro Dialogo ayudaría también a combatir la matriz internacional de “dictadura” que promueven el imperialismo y la derecha (…) La propuesta apunta a la promoción de otro diálogo político distinto al que se inició en Noruega y que continuará en Barbados. El diálogo de Oslo, absolutamente conveniente y ventajoso para las políticas del Gobierno Bolivariano, y coherente con ellas, reproduce sin embargo la polarización política, al menos desde el punto de vista de la percepción. Se impone mediáticamente la matriz de que se trata de un diálogo entre el Gobierno y la oposición, representada esta básicamente por solo un sector de la misma, la derecha extremista. De hecho, el principal vocero interno de ese sector es el golpista pro imperialista Juan Guaidó. Cabe preguntarnos: ¿Si es lícito reunirnos con estos factores extremos, por qué no considerar el inicio público de un diálogo con otros sectores opositores que no forman parte del espectro extremista y con sectores chavistas no involucrados directamente en la gestión de Gobierno? Sectores todos que tienen de entrada al menos dos importantes puntos de coincidencia con el PSUV y el Gobierno: el rechazo a la intervención imperialista y la violencia, y la inclinación hacia las vías pacíficas, constitucionales y electorales (…) Conviene que el Otro Diálogo sea convocado por el Gobierno, para darle carácter oficial. Veamos algunas de sus características (…) 1) Se convocaría a factores partidistas y organizados en movimientos de oposición o no involucrados directamente en la gestión de Gobierno, además del PSUV, con la única condición de que se hayan pronunciado públicamente en contra de la intervención extranjera y el ejercicio de la violencia; 2) Algunos de estos factores serían: el MAS, Redes, PCV, UPV, Somos Venezuela, Plataforma por el Referéndum Consultivo, Plataforma Ciudadana en Defensa de la Constitución, Soluciones por Venezuela (Claudio Fermín), Concertación por el Cambio (Henry Falcón), Esperanza por el Cambio (Javier Bertucci); 3) La agenda debería ser abierta, aunque a lo interno del diálogo se trataría de conformar acuerdos en torno a la inviolabilidad del territorio de la Patria, a la necesidad de privilegiar las vías pacíficas y constitucionales para dirimir las diferencias políticas, a la oposición a la promoción del odio, al fomento de la tolerancia y de la paz (…) Se convocaría a garantes internacionales, como por ejemplo la oficina local de la Comisión de DDHH de la ONU recientemente acordada con la Comisionada Michelle Bachelet (…) Este diálogo promovería además la beligerancia política de factores opositores distintos a la derecha extremista y pro imperialista, conformándose así nuevas referencias que despolaricen el escenario político”.

Habrá sectores extremistas del chavismo que me tilden de “débil” o “reformista” por causa de esta propuesta. Me adelanto y les respondo. Apoyo el diálogo facilitado por Noruega y que el Gobierno ejerce… ¿con quién? Con la derecha fascista, que conspira, promueve violencia y convoca la intervención imperialista. Por otro lado, el Gobierno ha reconocido que desarrolla desde hace tiempo conversaciones con el gobierno de Estados Unidos, el peor enemigo de la Humanidad, el que nos somete a sanciones económicas extendidas, se roba nuestros activos, promueve el aislamiento diplomático de nuestro país y nos amenaza con la fuerza militar. Estoy de acuerdo con esta acción diplomática del Gobierno. El presidente Maduro ha dicho repetidas veces que está dispuesto a encontrarse con Donald Trump. No odio a nadie, pero a Trump me le falta un pelito nada más. Respaldaría, no obstante, un encuentro tal. Me pregunto, entonces, ¿si el Gobierno se reúne con lo peor de lo peor, porque no convoca un diálogo con sectores con los que hay al menos dos coincidencias fundamentales, la oposición a la violencia y el rechazo a la intervención
foránea?

¿Estoy cometiendo alguna infidencia al revelar parte de mi propuesta, que fue respaldada por los asesores? Han pasado casi dos meses desde que la diseñé y al menos mes y medio desde que la presenté. Recientemente comuniqué en el grupo Whatsapp del equipo, que en vista de que no había recibido ninguna respuesta a mi planteamiento desde el PSUV, y si esto no se producía en tiempo perentorio, la movería por otra vías, ya que estoy muy viejo para andar trabajando en balde y mis ideas están básicamente a la disposición de todos, sin descartar que sean correctas o no. Yo mismo dije que esperaría a que pasara el Foro de Sao Paulo, dado que seguramente el PSUV estaba muy ocupado en esa actividad. Pero la Declaración que he referido marcó el punto de inflexión, porque sin duda hay otros venezolanos con ideas que se acercan a las mías.

No tengo dudas de mi posición radical antiimperialista, que mantengo desde muy temprana edad. Tampoco oculto mi total y absoluto antagonismo con el sector criminal representado por ese personaje intrascendente e incidental que se llama Juan Guaidó y con su partido extremista y fascista, Voluntad Popular. Aclarado esto, digo sin ambages que todo el que rechace la intervención foránea en mi Patria, se oponga a la violencia y privilegie el diálogo y la paz, puede contarme entre los suyos.

Radicalizzarsi contro l’imperialismo?

Risultati immagini per Milicia popular bolivarianadi Néstor Francia 

Le ultime mosse degli Stati Uniti contro il Venezuela potrebbero voler dire che la disperazione e lo smarrimento imperversa nei circoli governativi della metropoli Imperiale. Questo, in termini assoluti, non vuol dire che il conflitto in corso sia pacificato, al contrario, ancora di più incombe il pericolo che l’imperialismo si radicalizzi e passi ad un superiore livello di aggressione, come il concretizzarsi della minaccia di esercitare un blocco navale. Questa mossa sicuramente non è semplice per gli Stati Uniti, significherebbe imbarcarsi in un’avventura dall’esito incerto; quello che è certo è che non sarà tentata prima delle elezioni presidenziali di novembre. Il risultato di queste elezioni, d’altra parte, potrebbe segnare cambiamenti nella politica estera degli Stati Uniti rispetto a questioni come la Cina, la Corea del Nord, Cuba e l’Iran, probabilmente anche il Venezuela, soprattutto se Donald Trump risulterà sconfitto. Questo sarà un bene o un male? Chissà, dovremo aspettare e vedere dove ci porterà la realtà.

Per ora, l’imperialismo continua a combinare strategie, facendo leva su fatti, minacce e manipolazioni mediatiche. Le sanzioni aumentano, continuano a fare dichiarazioni come quella fatta dal Capo del Comando Sud degli Stati Uniti, Craig Faller, in occasione delle esercitazioni militari Unitas, e seguono le operazioni come quella in corso contro Diosdado Cabello. 

Su quest’ultimo punto è oltraggiosa l’impunità con cui alcune agenzie di stampa internazionali agiscono nel nostro paese. È il caso dell’agenzia spagnola EFE, che si unisce all’ultimo attacco mediatico basato sulla presunta trattativa tra Diosdado Cabello e Stati Uniti. Ci sono alcuni che credono sia una manovra per favorire una spaccatura all’interno delle file chaviste. Non nego del tutto che nel governo gruppi diversi competono tra loro, ma queste contrapposizioni riguardano unicamente la distribuzione di posizioni e incarichi, e non la permanenza del chavismo nel governo né la leadership interna di Nicolás Maduro. Sono più incline a pensare che ciò che si cerca con questo tipo di bufale sia rafforzare le speranze, in forte calo, della base sociale oppositrice che Guaidó  possa ottenere la “cessazione dell’usurpazione”. Per l’imperialismo e i suoi alleati della destra nazionale e internazionale, è chiaro che senza un acceso conflitto sociale interno difficilmente si potrà chiudere la partita col governo bolivariano.

Hanno bisogno che la base sociale dell’opposizione sia incoraggiata e mobilitata come unica possibilità che un tale conflitto possa avere luogo.

Alla ”informazione” fabbricata da EFE sono evidenti tutte le magagne. Si basa su una presunta notizia pubblicata domenica scorsa su Axios, un portale di notizie inaugurato nel 2017 e fondato da personaggi che sono collegati alla Casa Bianca. Inoltre Axios è finanziato dai grandi monopoli statunitensi come JP Morgan e Chase, Boeing, BP, Bank of America, Koch Industries, S&P Global, UnitedHealth Group, Walmart e PepsiCo.

La notizia di EFE sul presunto contatto di Diosdato con funzionari statunitensi si regge su una frase: “gli Stati Uniti assicurano che questo lunedì, figure chiave della cerchia del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, sono in frequente collegamento per negoziare l’uscita di scena del presidente, in questi tempi di notizie false su un dialogo tra la Casa Bianca e quello che viene indicato come il numero 2 del chavismo, Diosdato Cabello”.

Tuttavia, la stessa agenzia confessa che l’attribuzione dei commenti agli “Stati Uniti” sia un falso, negando il rango ufficiale a questa bufala: “La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno evitato di confermare direttamente queste informazioni”, e le attribuiscono a funzionari che restano anonimi, dell’amministrazione statunitense. Una fonte truccata usata nella guerra dei media per le loro invenzioni malevole.

Citando fonti dubbiose come quella di un ex consigliere di Donald Trump, EFE costruisce una realtà virtuale, facendo leva sul suo contorto linguaggio.

Verso la fine, l’agenzia spagnola cala la maschera e parla delle voci come se fossero una verità dimostrata: “non è chiaro quali sono gli obiettivi del contatto con Cabello. Ci sono alcuni che sostengono che la Casa Bianca stia solamente cercando di destabilizzare l’ambiente vicino a Maduro, quasi sette mesi dopo aver riconosciuto il leader oppositore Guaidò come presidente ad interim del Venezuela“.

Lasciano intendere che la voce sia vera, ci sarebbero dubbi solo sulla reale natura degli obiettivi del contatto con Cabello. Questa è pura sfacciataggine, caradurismo [attitudine ad essere sfrontati e senza vergogna, NDT] e assenza totale di etica giornalistica.

Di fronte a una probabile intensificazione dell’aggressione imperialista, alcuni si domandano cosa dobbiamo fare, e propongono una radicalizzazione proprio su questo fronte di lotta: dichiarare lo stato di emergenza e di guerra, espropriare le imprese statunitensi, espellere dal paese le canaglie bugiarde come EFE, incarcerare subito i traditori che chiedono l’intervento militare dell’impero, sciogliere le organizzazioni terroristiche come Voluntad Popular, interrompere la fornitura petrolifera agli Stati Uniti e ai loro alleati. Io non propongo niente, resto ostaggio dei dubbi, cioè che al momento è conveniente agire con la pazienza degli indios. Quello che dico è che tutte “le opzioni dovrebbero essere sul tavolo”.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

Repatriación de Ilich Ramírez

Risultati immagini per ilich ramirez sanchezpor Julio Escalona

20ago2019.- Ilich Ramírez Sánchez, venezolano, combatiente internacionalista. En Francia han sido violados todos sus derechos. Ilich no fue detenido. Recuperándose en Sudán de una cirugía, fue sedado, esposado, encapuchado y trasladado a Francia. Eso invalida el procedimiento jurídico y lo tipifica como secuestro. Ha sido torturado, ruleteado por distintas cárceles y negado sistemáticamente su derecho a la defensa. Se cumplieron 25 años de ese secuestro, el 15-08-19.

Como venezolano, tiene derecho a la protección del Estado. Francia viola convenciones como la Declaración Universal de Derechos Humanos, cuyo artículo 9 dice: “Nadie podrá ser arbitrariamente detenido.” El art. 7 del Pacto Internacional de Derechos Civiles y Políticos señala: “Nadie será sometido a torturas ni a penas o tratos crueles, inhumanos o degradantes.”

La mediática internacional ha escarnecido a Ilich con la acusación de terrorista, para justificar las atrocidades cometidas contra él. Una constante. Así, Jorge Rodríguez fue asesinado. Hacía luchas pacíficas y legales. Arteras acusaciones se lanzaron contra él. Cuando en Venezuela el puntofijismo fue cerrando las posibilidades para las luchas legales y pacíficas, nos hicimos guerrilleros, no terroristas. De la misma manera el pueblo palestino cuando fue desalojado de sus tierras mediante el terror, recurrió a la violencia e Ilich se hizo guerrillero.

El terrorismo de Estado es una lacra vinculada al capital. Con Vietnam el terror imperial alcanzó niveles que parecían insuperables. La aguda crisis ha planteado al imperio la naturalización del terror, haciéndose incompatible con los derechos humanos, la democracia y la paz, lo que condujo al planeamiento de un golpe de Estado a nivel planetario, combinado con guerra mediática, operaciones de guerra psicológica y la criminalización de los líderes y organizaciones que se le oponen.

Una alianza entre la CIA, los sionistas y los saudíes generó el golpe en Nueva York contra las torres gemelas, el 11-09-2001; la acusación contra Al Kaeda, Bin Laden y la invasión de Afganistán, Irak, Libia, Siria… Una relectura de los derechos humanos, la democracia y la paz en concordancia con los intereses imperiales.

Pasar a la ofensiva con un juicio al terrorismo y sentar en el banquillo a Trump y todos los terroristas del mundo.

¿Radicalización contra el imperialismo?

Risultati immagini per Milicia popular bolivarianapor Néstor Francia

Los últimos movimientos de Estados Unidos contra Venezuela podrían revelar signos de desesperación y desconcierto en los círculos gobernantes de la metrópoli imperial. Esto no significa en absoluto que la guerra en curso esté resuelta, más bien asoma el peligro de que el imperialismo se radicalice y pase su agresión a otro nivel, como la concreción de la amenaza de un bloqueo naval. Eso no es fácil para ellos, por supuesto, sería como inaugurar una aventura cuyo desenlace es incierto, y es seguro que no va a pasar antes de las elecciones presidenciales de noviembre. El resultado de estos comicios, por otra parte, podría marcar cambios en la política exterior de Estados Unidos  con respecto a temas como China, Corea del Norte, Cuba e Irán, probablemente también Venezuela, sobre todo si se produce una derrota de Donald Trump ¿Cambios para bien o para mal? Vaya usted a saber, habrá que esperar a ver hacia donde nos lleva la realidad.

Por lo pronto, el imperialismo sigue combinando estrategias y apelando a los hechos, las amenazas y las manipulaciones mediáticas. Sanciones más amplias, declaraciones como las del Jefe del Comando Sur Craig Faller en ocasión de las maniobras marítimas Unitas y ollas como la que está en curso en torno a Diosdado Cabello.

Sobre esto último, es indignante la impunidad con la que actúan algunas agencias de prensa internacionales en nuestro país. Es el caso de la agencia española EFE, que se suma al más reciente ataque mediático que tiene como bisagra las supuestas  egociaciones de Diosdado Cabello con Estados Unidos. Hay quienes consideran que es una manera de estimular divisiones a lo interno del chavismo. No niego de plano que al interior del Gobierno se muevan distintos grupos que compitan entre sí, pero esto solo podría referirse al reparto de posiciones y cargos, y no a la permanencia del chavismo en el Gobierno ni al liderazgo interno de Nicolás Maduro. Me inclino más a bien pensar que lo que se busca con este tipo de ollas mediáticas es reforzar las menguadas esperanzas de la base social opositora de que el pelele Guaidó pueda conducir al “cese de la usurpación”. Para el imperialismo y sus aliados de la derecha nacional e internacional, es claro que sin un conflicto social agudo al interior del país difícilmente se pueda dar al traste con el Gobierno Bolivariano.

Necesitan que la base social opositora esté moralizada y movilizada como única posibilidad de que un conflicto tal pueda sobrevenir.

A la “información” de EFE se le ven las costuras por todos lados. Se fundamenta en una aparente noticia publicada el pasado domingo en Axios, un portal de noticias lanzado apenas en 2017 y fundado por personajes todos ligados en algún momento a la Casa Blanca, y además financiado por grandes monopolios estadounidenses como JP Morgan & Chase, Boeing, BP, Bank of America, Koch Industries, S&P Global, UnitedHealth Group, Walmart y PepsiCo.

La “información” de EFE sobre los supuestos contactos de Diosdado con funcionarios gringos es presentada con la frase: “Estados Unidos aseguró este lunes que figuras clave del entorno del presidente venezolano, Nicolás Maduro, contactan frecuentemente para negociar la salida del mandatario, en un momento de rumores sobre un diálogo entre la Casa Blanca y el considerado ‘número dos’ del chavismo, Diosdado Cabello”. Sin embargo el mismo despacho confiesa la falsedad de atribuir los comentarios a “Estados Unidos”, al negar rango oficial a la conseja: “La Casa Blanca y el Departamento de Estado evitaron corroborar directamente esas informaciones” y la atribuyen a funcionarios anónimos de la administración gringa, un manido recurso utilizado en la guerra mediática para sus invenciones malintencionadas.

Citando dudosas fuentes como un ex asesor de Donald Trump, EFE va construyendo una realidad virtual, apelando al uso retorcido del lenguaje. Ya hacia el final, la agencia española se deja de vainas y habla del rumor como si fuera una realidad plena: “No está claro cuál es el objetivo de los contactos con Cabello, y hay quienes apuntan que la Casa Blanca podría estar intentando simplemente contribuir a una desestabilización en el entorno de Maduro, casi siete meses después de reconocer como presidente interino al líder opositor venezolano, Juan Guaidó”. Es decir, da por ciertos los rumores, la duda sería cuáles son los objetivos de los “contactos con Cabello” ¡Cuanta desvergüenza, caradurismo y ausencia total de ética periodística!

Ante una probable radicalización de la agresión imperialista, algunos se preguntan sobre qué deberíamos hacer y plantean una radicalización propia en esta lucha: declaración de estado de emergencia y de guerra, expropiación de empresas gringas, expulsión del país de canallas mentirosos como los de EFE, encarcelamiento inmediato de los traidores que invocan la intervención militar imperial, ilegalización de organizaciones terroristas como Voluntad Popular, corte del suministro petrolero a Estados Unidos y sus aliados. Yo no propongo nada, preso de las dudas como estoy, de pronto lo que conviene es seguir actuando con la paciencia del indio. Lo que sí digo es que deberían estar “todas las opciones sobre la mesa”.

Bilancio e proposte in base all’esperienza vissuta in Rivoluzione

Risultati immagini per mision caracas 2003di Thaís Rodríguez Gómez

Dopo un’assenza di circa due mesi, Caracas mi accoglie con una brezza gelida davanti alla collina Mario Briceño Iragorry a Propatria. Questa collina mi ricorda tante cose dalla fase più felice della mia gioventù: l’inizio della Rivoluzione Bolivariana. Nel 2003, il Comandante Chávez affidò il compito di realizzare la Missione Caracas al primo gruppo di giovani del Fronte Francisco de Miranda, con l’obiettivo di entrare nei quartieri più poveri della capitale, vivere con la gente e realizzare una valutazione sociale che individuasse i bisogni più urgenti della popolazione. Ci andai, da Barquisimeto a Caracas, ispirata da un vortice di idee e speranze, appena quindicenne, con centinaia di giovani provenienti da diverse parti del paese.

Risultati immagini per mision caracas 2003“Ragazzi andate, siate i miei occhi, ovunque fate come se foste Chávez, aiutatemi”, ci disse.

Per quelle coincidenza della vita, il gruppo 5 degli operatori sociali di cui facevo parte doveva arrivare nel quartiere Mario Briceño Iragorry, lo stesso nome del liceo nel quale cominciavo il quinto anno di studi superiori a Barquisimeto.

Mario Briceño era un giovane storico di quella generazione che ha combattuto la dittatura gomezista e che scrisse uno dei più importanti documenti patriottici e antimperialisti “Mensaje sin destino”, nel quale definiva l’intero settore alienato e filo-imperialista della nostra popolazione come “piti yanquis”… per me non fu un caso dover vivere e lavorare per quasi due mesi in un quartiere che porta il suo nome.

In quel quartiere, sin dal primo giorno, compresi appieno Chávez, la sua insistenza, la sua impazienza e la sua urgenza di trovare soluzioni, caratteristiche che l’avrebbero accompagnato dall’inizio della sua vita politica fino al suo ultimo respiro.

Mario Briceño è un quartiere come ce ne sono tanti a Caracas e in Venezuela, dove la povertà si percepisce sui volti della gente. La cosa peggiore non era la miseria materiale, bensì quella spirituale che generalmente l’accompagna: bambini senza padre, senza scuola e con problemi di malnutrizione.

Risultati immagini per mision caracas 2003La prima esperienza che ho avuto è stata quando sono entrata nella casa che ci avrebbe ospitato. Mentre cercavo di raggiungere la finestra (per ogni ragazza che viene da una città pianeggiante è irresistibile arrivare in alto per poi guardare in giù), ma non mi lasciarono nemmeno affacciare poiché, con calma ma con fermezza, mi ammonirono: “No ragazza, non affacciarti. C’è una sparatoria dall’altra parte della collina e un proiettile può arrivare pure qui”. Il monito mi fu dato da Helen, la padrona di casa, donna instancabile e di convinzioni granitiche, una di quelle attiviste di quartiere che sono più importanti di qualsiasi leader politico. In questi 16 anni, da quando l’ho incontrata, ogni volta che la rivedo, le domando: Helen, come stai? E lei risponde puntualmente: sempre uguale, in lotta.

Helen aveva una piccola casa dove viveva con le sue tre figlie, ognuna delle quali aveva un compagno e un figlio. Ci disse senza riserve: “tutti rimarranno qui”; eppure il nostro gruppo era formato da 25 giovani e in aggiunta di tanto in tanto Daniel (uno dei ragazzi del gruppo) portava a casa qualche cucciolo che faceva pipì ovunque. Durante la notte non si poteva circolare nell’appartamento perché il pavimento era ricoperto di materassi che, solo la mattina molto presto, venivano tolti. Dopo un mese che abitavano con Helen, lo spazio si ridusse ancora di più perché fu data una delle tre stanze alla prima coppia di medici cubani che arrivarono nel quartiere.

Che cosa facevamo lì? Ci dividemmo in gruppi di tre persone per andare in giro, entrare nelle case e parlare con la gente, riempiendo un questionario dove si chiedevano varie informazioni: nucleo familiare, grado di istruzione, occupazione, reddito, aspirazioni di miglioramento della comunità, quali mezzi di informazione e che tipo di divertimento preferissero. Pochi giorni dopo eravamo già molto conosciuti nel quartiere e cominciammo a coordinarci con i leaders della comunità per organizzare attività culturali e sportive.

Durante le mie passeggiate nel quartiere ho avuto un compagno inseparabile che mi assicurava che mi avrebbe protetto da qualsiasi cosa, era Manuel, otto anni. “Tu sei la mia ragazza e io mi prenderò cura di te”, mi disse. Aveva perso la vista da un occhio e uno scarso sviluppo fisico ne denunciava la malnutrizione. Era il primo di sei fratelli, gli ultimi due nati con malformazioni genetiche. Vivevano in una specie di grotta, un luogo dove la luce del sole non entrava mai, la madre era tossicodipendente e non c’erano indizi che i genitori si riavvicinassero. Chi era sempre al suo posto era la nonna, una donna che appariva già anziana, ma probabilmente non era tanto vecchia. Bastava guardarle le mani e gli occhi per intuire quanto dura fosse stata la vita con lei. Questa famiglia è stato uno dei casi che abbiamo segnalato con insistenza e a cui facemmo ottenere l’assistenza sociale.

Lì a Briceño ho capito cosa c’è veramente dietro le statistiche, perché è facile dire: 65% di povertà, 25% di povertà estrema, 3 miliardi di dollari persi durante il sabotaggio petrolifero… ma solo quando ti confronti con la realtà le cifre ti entrano come un pugnale fin nel profondo dell’anima.

Nel 2003, periodo in cui portammo a terminare la valutazione sociale e allo stesso tempo svolgemmo altri compiti, Chávez promosse la realizzazione più amorevole ed efficace della nostra Rivoluzione: Le Missioni Sociali. I medici venivano da Cuba, perché in Venezuela i pochi che avevamo non volevano andare nei quartiere popolari o in campagna; mentre le cubane e i cubani si inerpicavano sulle colline, attraversavano fiumi, montagne, savane e dormivano sui materassini. Con una provvista di medicinali, organizzarono, insieme alla comunità, ambulatori di fortuna. Successivamente furono costruiti i moduli sanitari, i Centri di diagnosi integrale e i Centri ad alta tecnologia.

In quel periodo furono creati anche i Mercales e Mercalitos, le case del cibo dove le donne del quartiere si rimboccavano le maniche per cucinare per famiglie come quella del piccolo Manuel. Allo stesso tempo, i gruppi di volontari per la Missione Robinson cominciavano a formarsi. La Missione Robinson ha insegnato ad adulti e anziani a leggere e scrivere e così nel 2005 il Venezuela è stato dichiarato territorio libero dall’analfabetismo, nonostante i media di destra li deridessero affermando: “pappagallo vecchio non impara a parlare”. Alla fine di quell’anno, il 2003, iniziarono i censimenti per la Missione Rivas e Missione Sucre, per le scuole superiori e l’università.

Risultati immagini per mision caracas 2003Passarono gli anni e si aggiunsero un numero infinito di conquiste sociali: l’Università Bolivariana del Venezuela (dove mi sono laureata come comunicatrice sociale), villaggi universitari in tutto il paese, fu fondata ViVe Televisión (dove imparai a raccontare le storie della nostra rivoluzione), si promossero miglioramenti nelle comunità attraverso i comitati per i terreni urbani, per la salute, per la pianificazione e più tardi i Consigli Comunali. Si raggiunse il risultato di ridurre la povertà all’8%, ottenemmo la piena sovranità sul petrolio (recuperando PDVSA), la nazionalizzazione della fascia petrolifera dell’Orinoco (azione che permise di garantire le risorse economiche per la politica di assistenza sociale). Se citassi una ad una le opere compiute durane la rivoluzione, certamente potrei scrivere un libro di centinaia di pagine.

Nel 2012 a Caracas conobbi il mio amico Javier, che vive nel quartiere Isaías Medina Angarita, proprio di fronte a Mario Briceño e fu inevitabile non fare un bilancio. La prima cosa che mi sono detta è stata: “Ce l’abbiamo fatta!”. Anche se c’era ancora molto da fare, non avevamo più bambini denutriti come Manuel. I ragazzini erano in salute, disputavano tornei di calcio organizzato dal Consiglio Comunale, le facciate degli edifici del Barrio Nuevo e del Barrio Tricolor erano vivacemente colorate, e insomma, nei volti della gente non si leggeva più miseria spirituale, bensì gioia e ottimismo.

Questo risultato fu conseguito grazie alle missioni nate dall’impegno febbrile di centinaia di migliaia di patriote e patrioti disposti a riprendersi il Paese; e, già consolidata la rivoluzione, progetti di successo come la Grande Missione Abitativa Venezuela e una lunga lista di altre cose straordinarie, noi le rendemmo ordinarie. Purtroppo alcuni smemorati attribuiscono questi risultati alla 4a Repubblica, quando invece sono conquiste sociali raggiunte col chavismo.
Questo abbiamo fatto, e dico abbiamo, perché tutti insieme, patrioti e patriote, abbiamo raggiunto questi risultati e di questo sarò sempre orgogliosa. Oggi, 20 luglio 2019, torno a casa di Javier e inevitabilmente ancora una volta si deve fare bilancio: mi rendo perfettamente conto che in termini materiali siamo regrediti, una percezione della realtà che coincide con i dati recentemente pubblicati dalla Banca Centrale del Venezuela, che indicano che siamo tornati agli stessi indici economici del 1999, cioè, che in sei anni di crisi, sotto il profilo economico, siamo tornati al punto di partenza. Tutto questo per i molteplici motivi che hanno generato la crisi iniziata nel 2013. Tuttavia, al di là delle cifre, dobbiamo valutare il campo soggettivo, e lì ci rendiamo conto che la rivoluzione ha inciso, perché c’è un popolo impoverito ma che resiste, con espedienti, speranza e con autostima.

Conosciamo bene le cause di questa crisi. Ce ne sono di esterne: il crollo del prezzo del petrolio, in caduta libera per 2 anni consecutivi, l’attacco alla moneta (componente principale della crisi), il blocco e le sanzioni economiche degli Stati Uniti, il furto del complesso delle raffinerie Citgo, la rapina di parte delle nostre riserve auree e del denaro dallo Stato Venezuelano depositato su conti bancari, e per finire, il sabotaggio della borghesia parassitaria.

La crisi però è dovuta anche cause interne, che ci rendono vulnerabili alle aggressioni: la fuga di capitali operata da una parte del settore imprenditoriale con il consenso di un’amministrazione pubblica corrotta, l’inefficienza, la negligenza nelle istituzioni e nelle aziende dello Stato, con il popolo che patisce per la scarsa qualità dei servizi di base (avvertita pesantemente nella maggior parte degli stati del paese, e molto prima che cominciassero gli attacchi al sistema elettrico); inoltre è necessario sottolineare la problematica fornitura del gas, perché, benché il nostro paese sia una delle maggiori potenze nel settore degli idrocarburi, intere popolazioni, anche all’interno delle grandi città, cucinano con la legna, prassi che provoca effetti dannosi alla salute oltre a produrre un forte impatto sull’ambiente a causa dell’abbattimento indiscriminato degli alberi; la scarsa attenzione, i ritardi e in molti casi la richiesta di indebite commissioni per lo svolgimento delle pratiche nella pubblica amministrazione; l’azione senza scrupoli dei funzionari della GNB (Guardia Nazionale Bolivariana), lungo autostrade e superstrade, che esigono mazzette da chi trasporta forniture (alimenti compresi) affinché tutto fili liscio; la corruzione, che non costituisce solo un problema etico, ma ha assunto dimensioni strutturali al punto da aggravare le dinamiche economiche del paese (quest’ultimo punto meriterebbe un articolo intero), e si potrebbe continuare.

È importante analizzare le responsabilità dirette di chi governa oggi, per mutare il corso delle cose. Ovviamente dalla destra, dai nemici, non ci aspettiamo cambiamenti, al contrario, ci aspettiamo ancora sabotaggi e azioni contro il popolo. Ci tocca continuare a resistere, ma in condizioni di uguaglianza, con un’amministrazione rivoluzionaria delle risorse, senza scuse assurde che fanno perdere legittimità alla dirigenza. Perché è evidente che non tutti abbiamo vissuto la crisi nelle stesse condizioni, che c’è un popolo che si sacrifica da solo, resistendo nonostante alcuni godano di privilegi grotteschi, addirittura alcuni dirigenti che si dicono chavisti, oltre che il settore commerciale, imprenditoriale e la classe politica d’opposizione. In breve, la gestione della crisi si è svolta nel quadro dell’economia capitalistica e quindi è toccato ai lavoratori e alle lavoratrici soffrire, ma la piramide deve essere invertita.

Mi chiedo:

Perché non affrontare i problemi con lo stesso spirito febbrile che ha caratterizzato l’inizio della rivoluzione, in modo da risolvere i bisogni più urgenti della popolazione? Che siano coinvolti i sindaci, i governatori, i ministri, che girino in lungo e largo il paese, organizzando e accompagnando il popolo! Purtroppo li vediamo tutti molto distanti, muoversi su grandi SUV, temendo di avvicinare il popolo, e quando appaiono in TV, sono quasi tutti ingrassati.

Perché non attivare un piano di risanamento di PDVSA, con la partecipazione di tecnici e ingegneri patrioti che, con le loro conoscenze, creatività e onestà, promuovano un programma di lavoro che recuperi le molte aree attualmente inattive o carenti? Sì, è possibile! L’Esercito Produttivo (un gruppo di lavoratori ingegneri che su base volontaria hanno superato ogni genere di ostacoli, compreso il sabotaggio della burocrazia), l’anno scorso ha raggiunto gli obiettivi prestabiliti della Battaglia Produttiva nel complesso di raffinazione del Paraguaná: in brevissimo tempo hanno riparato numerose strutture con le proprie sole forze. Esperienze come queste dovrebbero essere parte di un Programma Statale e non solo un’iniziativa popolare nata dalla lotta contro strutture amministrative, che per oscure ragioni, vi si oppongono.

Perché non implementare un metodo di gestione trasparente che miri a sradicare le pratiche di corruzione nell’industria, in particolare nel settore Commercio e Forniture, cervello commerciale della PDVSA? Il recupero dell’industria, in questo momento particolare, è la cosa più urgente per garantire le risorse necessarie alla società.

Perché non vediamo piccoli mercalitos nei quartieri? Per di più se diamo un’occhiata ai negozi Clap nel CCCT [Centro Ciudad Comercial Tamanaco, un centro commerciale situato a Caracas, NdT] troveremo prodotti importati a prezzi inaccessibili alla maggioranza della popolazione. Molti di questi articoli: liquori, condizionatori d’aria, trucco e altri beni d’importazioni, non sono certo beni di prima necessità!

In piena crisi alimentare, perché non dichiariamo guerra ai latifondi, come fece Chávez nel 2006, incentivando la produzione, invece di sfollare i contadini per garantire la terra ai privati? Perché criminalizzare i contadini più poveri, che hanno dato sangue e sudore per la rivoluzione, invece di sostenere con i fondi statali la mafia agraria che cospira contro il governo?

Si potrebbe preparare un piano di lavoro per la terra, stabilendo obiettivi di produzione dove, dal Presidente al Ministro, fino ai funzionari, i quali con il loro esempio incentivano, contribuendo con giornate di lavoro volontario, il raggiungimento degli obiettivi. È necessaria una grande alleanza con i contadini organizzati nelle Comuni.

Perché non vediamo coinvolti i militari nei compiti urgenti di piantare, produrre e recuperare le aree, come è stato fatto all’inizio della rivoluzione con il Piano Bolivar 2000, quando la necessità di superare la povertà è stata affrontata senza disporre di risorse anche perché all’epoca PDVSA non era ancora stata nazionalizzata? Torniamo all’unità civico-militare proposta dal Comandante Chávez e sradichiamo gli abusi e la corruzione all’interno della FANB.

Correggiamoci, torniamo sulla strada indicata da Chávez, perché la gente resiste e questo si aspetta.

La dirigenza, almeno la parte ragionevole che ancora resta, deve scendere per le strade, incontrando i bambini che deambulano per Sabana Grande, o in qualche altro angolo del paese, parlare con le donne che bloccano le strade perché manca il gas, guardarle in faccia, impegnarsi e non voltare le spalle a quella speranza che vive ancora negli occhi della gente… scuotersi e agire, come fece Chávez. Farlo con urgenza, senza indugio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

(FOTO) Por la repatriación de Ilich Ramírez Sánchez

L'immagine può contenere: 13 persone, persone che sorridono, folla e spazio all'apertopor Coordinadora Simón Bolívar

El jueves 15 de Agosto de 2019, al cumplirse 25 años del secuestro del Cmte Carlos, las organizaciones del campo Popular y Revolucionario participaron en una jornada de movilización y lucha, AUTOCONVOCADA en el marco de la campaña ” YO TE QUIERO LIBRE AHORA “ en la cual se exige la libertad de las revolucionarias y los revolucionarios prisioneros o secuestrados en cárceles de potencias imperialistas o de gobiernos a su servicio.

Las organizaciones presentes en la jornada, la Coordinadora Simón Bolívar (CSB), el Movimiento Guevarista Revolucionario (MGR),BRISAS, Fuerzas Patrióticas Alexis Vive, Colectivo Fabricio Ojeda, Partido Comunista de Venezuela (PCV), Partido Patria Para todos (PPT), Unión Popular Venezolana (UPV),Movimiento Continental Bolivariano (MCB), y otras fuerzas activas del movimiento popular revolucionario venezolano.

La jornada se inicia con una concentración en la Defensoría del Pueblo, Avenida Urdaneta de de Caracas, donde una comisión integrada por las organizaciones convocantes, sostuvieron una reunión con el Defensor del Pueblo, Alfredo Ruiz, para hacer entrega de un documento donde se solicita a dicha institución realizar todas las actuaciones requeridas para velar por el cumplimiento, defensa de los Derechos Humanos de Ilich Ramírez Sánchez y de realizar las gestiones necesarias para un proceso de Repatriación.

El Dr Ruíz, escuchó los planteamientos, para luego expresar su reconocimiento a las organizaciones presentes además expresó la importancia del encuentro, reiteró las competencias de la Defensoría del Pueblo y su disposición a actuar con base a ellas, en defensa de los derechos humanos refiriéndose al caso de Ilich Ramírez Sánchez. Posteriormente se acordó una Comisión integrada por funcionarios de la Defensoría, para trabajar con las organizaciones del movimiento popular, en las investigaciones a que hubiere lugar y acciones que se deriven de ellas.

De inmediato, al finalizar la reunión con el Defensor del Pueblo, el grupo de camaradas se dirigió en una movilización al grito ILICH NO ES UN TERRORISTA, ES UN LUCHADOR ANTIIMPERIALISTA, para llegar a la sede de la Cancillería donde se consignó un documento al vicecanciller Yván Gil, exigiendo la inmediata atención para garantizar el inicio de la Repatriación del camarada Ilich consecuente luchador por la defensa de Palestina frente al genocidio del sionismo.

La jornada culminó de forma con la presentación del documental, que fue proyectado por la cinemateca nacional, para difundir, visibilizar y sensibilizar al internacionalista antiimperialista Ilich Ramírez Sánchez.

Algunos de los participantes del campo Popular y Revolucionario.

BRISA: Vladimir Ramírez Sánchez
CSB: Juan Contreras
Alexis Vive: Ana Caona
PCV: Oscar Figuera
PPT: Rafael Uzcátegui 
UPV: Adrian Araque
Musico con el cuatro Antonio Martínez 
Poeta del 23 Jimmy Avila
El camarada Yorlando Conde
MCB: Carlos Casanueva
Colectivo Fabricio Ojeda: Carlos Rodríguez 
Constituyentes: Fernando Rivero, Julio Escalona, Marelys Pérez, David Paravisini

Y una gran cantidad de pueblo de hombres y mujeres que se han convertido en heroínas y héroes resistiendo el bloque criminal yankee. 

La actividad se llevó a cabo de principio a fin, bajo un palo de agua que significó una bendición a todos los presentes.

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L'immagine può contenere: 5 persone, tra cui Giulio Santosuosso, persone in piedi

L'immagine può contenere: 5 persone, persone in piedi

L'immagine può contenere: 9 persone, persone che sorridono, persone in piedi

L'immagine può contenere: 3 persone, persone che sorridono, persone in piedi

L'immagine può contenere: 5 persone, persone sedute e folla

Cambio de ministros: ¿Solución o problema?

Risultati immagini per Chavismo maduropor Néstor Francia

En cualquier manual elemental de alta gerencia queda claro que una alta rotación de personal es siempre un factor negativo y denota fallas generales de la gerencia superior de una empresa ¿Es distinto esto en el caso del Estado? Sí, es distinto, porque es peor. La rotación de personal en una empresa normalmente se limita a aquellos cargos que son directamente afectados por las decisiones de reemplazo y se hace tratando de afectar lo menos posible la estructura general de la organización.

En Venezuela, cuando se cambia un ministro, es como si cambiara el Gobierno. Se produce inquietud en el personal de confianza, porque todo el mundo sabe que van “pa’ fuera” todos los directores generales, de línea y coordinadores y si es que queda alguno, se paraliza ante las nuevas caras, ya que no sabe qué será de él (o ella) ¿Es el que llega un individualista, un mandón, un amargado o un tonto con ascendencia política? Es un enigma, porque el nuevo ministro suele arrastrar consigo a los “suyos”, sus amigos, sus allegados o sus compañeros de ruta políticos (lo cual genera a su vez rotación de personal de alto nivel en otros entes, conformándose así una especie de círculo vicioso).

A lo dicho se suman otros males de la gestión del Estado que es necesario considerar. Uno de ellos, no el menor, es la ausencia de planificación estratégica, de políticas institucionales estables, y el hecho de que a menudo reina la improvisación, las decisiones tomadas como “puntadas de rabo” de gente que tiene poder. Igualmente suelen estar ausentes las políticas modernas de recursos humanos que tratan de intervenir positivamente en los problemas del personal, preparándolos, promoviéndolos, manteniéndoles viva la esperanza de que si trabajan con eficiencia podrán ascender en la pirámide organizacional y mejorar su perspectiva profesional y su condición de vida. Porque si estás en la oposición perseguida como muchos de nosotros en los años de la Cuarta República, lo haces todo sin esperar nada para tu persona, pero si eres un empleado del Gobierno, y como todo empleado en cualquier parte del mundo no es raro que pases roncha y hasta arrecheras de vez en cuando, al menos te alivia pensar que mañana podrás estar mejor.

Creer que un cambio de ministros resolverá los problemas de gestión es como pensar que tomando calmantes te vas a curar el cáncer. No se necesita en Venezuela tantos cambios de ministros (si así fuera, seríamos una potencia, con todos los ministros que han pasado por la escena), sino cambios profundos de la gestión, precisamente. Pero de esto se ha hablado mucho, va llegando la hora de que las ideas, que unos cuantos aportan, se conviertan en acciones. Basta de diagnósticos, vamos a los tratamientos. A muchos nos duele ya la lengua de tanto hacer señalamientos. Hemos hablado hasta el cansancio de la necesidad de estrategias, fijación de plazos y metas auditables, planificación, estabilidad administrativa, gestión inclusiva y participativa, que las políticas de selección de personal sean estrictamente definidas y aplicadas.

Un caso emblemático de los problemas de gestión es PDVSA: ¡nueve presidentes en 20 años, una guará! Y la mayoría de ellos mal seleccionados ¿o no? Solo dos de ellos se salvan de haber sido corruptos, desleales o nulidades ¿Cuál es el resultado?

Yo hablo de estas cosas porque me siento responsable de ellas, ya que tengo 20 años votando por
quienes nos gobiernan. Eso me da derecho al menos de darles de vez en cuando un inofensivo jalón de orejas. Ellos son mis mandatarios, es decir aquellos a los que he dado el mandato ¡Qué vaina conmigo, qué ladilla soy!

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