Shaaban: «Siria e America latina un’unica lotta per la libertà»

di Miguel Fernández Martínez – Prensa latina

Per Buzaina Shaaban, consigliere politico e mediatico del Presidente siriano, Bashar al Assad, il Levante è un settore vitale in tutto il mondo arabo, perché se la Siria cade, tutta la regione diventerà una terra di servi.

Questo piccola ma attiva donna, nata nella provincia di Homs e legata al Partito Arabo Socialista Baath, è probabilmente uno delle figure più vicine al presidente Assad. Prensa Latina ha parlato con lei nel suo ufficio al Palazzo del Popolo, costruito su una collina che domina la città di Damasco che può essere vista in tutta la sua grandezza, alla ricerca di uno scorcio del conflitto che ha colpito questo paese arabo da quattro anni fa.

«Il Levante è stato a lungo la bussola degli arabi, da qui la fermezza e la forza della Siria, molto importante per il futuro di tutti, qualcosa che i nemici sanno molto bene».

«Così hanno favorito l’entrata di tutti i tipi di criminali, mercenari e terroristi in Siria, per rompere questo schema. Abbiamo 10.000 anni di storia, siamo stati invasi da molti, tutti sono stati sconfitti, e i siriani sono sempre riusciti a resistere», ha dichiarato Shabaan.

«Bisogna mantenere l’asse della resistenza perché è molto importante per il futuro di questa regione. Il problema non è esistere, se esistiamo senza libertà, noi volgiamo essere veramente liberi».

Aggressione internazionale

Per Bouthaina Shaaban, l’aggressione contro la Siria è stata  complementare alla guerra scatenata contro l’Iraq nel 2003, è avvenuta perché i due paesi hanno avuto forti eserciti, civiltà radicate e anche molta influenza in Medio Oriente.

«Quello a cui stiamo assistendo oggi nella regione, è la distruzione di due eserciti potenti, l’opzione per disegnare questi due paesi nella linea di confronto contro Israele, cercare di porre fine all’indipendenza e formare governi lacchè, servi degli USA», ha spiegato.

La consigliera presidenziale ha ricordato che fin dai tempi del presidente Hafez al-Assad, la Siria è stato l’unico paese arabo che ha rifiutato di firmare un accordo con Tel Aviv, ha sostenuto la lotta dei popoli dell’America Latina, la battaglia contro l’apartheid in Sud Africa, e la rivoluzione islamica in Iran.

È stato anche un membro attivo del Movimento dei Paesi Non Allineati, attore indipendente nella Conferenza islamica, ma l’imperialismo vuole porre fine a questo modello di indipendenza.

«La guerra contro la Siria è stato progettato per imporre una tutela degli Stati Uniti e viene condotta con strumenti regionali, perché penso che oggi stiamo vivendo una invasione turco-saudita, stiamo conducendo una battaglia per mantenere la nostra sovranità e l’indipendenza», ha ribadito con enfasi.

Campagna di disinformazione

Bouthaina Shaaban ritiene che nel quadro che è statt tracciato intorno allala Siria, il problema non era esattamente rovesciare il governo.

Le intenzioni delle maggiori potenze occidentali e di Israele è quello di frammentare e indebolire la regione levantina.

«Come Saddam Hussein e Muammar Gheddafi sono stati usati come pretesto per distruggere l’Iraq e la Libia, così stanno facendo la stessa cosa con la Siria, criticando il suo governo, ma il loro obiettivo è quello di distruggere il Paese, le nostre fabbriche, le nostre scuole, il nostro patrimonio archeologico, la nostra identità e la nostra storia».

«Perché hanno mobilitato tutti questi mezzi e tutte queste capacità criminali contro la Siria? Perché il conflitto e la guerra sono per frenare il futuro di questa regione», ha sottolineato.

«Così come hanno combattuto in America Latina per non rimanere il cortile degli USA, si combatte anche in Siria per garantire un futuro indipendente», ha aggiunto.

«Cosa c’è di nuovo oggi, purtroppo, è che ci sono paesi che sostengono di essere arabi – si è riferita alle monarchie del Golfo –  sono usati dagli Stati Uniti e dalla Turchia come strumenti per cambiare il futuro, in modo che noi saremo schiavi».

«State vedendo qualcosa stampa internazionale sulla Libia?» si è chiesta, evidenziando che «coloro che ora attaccano la Siria, hanno già distrutto la Libia, ma ora nessuno parla di questo paese, come se non ci fosse alcun problema».

«Ora distruggono Yemen e poi inviare alcune scatole di aiuti umanitari. Ci sono circa 15 milioni di yemeniti minacciati dalla carestia, cinque milioni di bambini yemeniti possono morire».

A suo parere, gli Stati Uniti o i media occidentali se ne fregano poco di 300 milioni di arabi. «La guerra che stiamo conducendo ora è per l’indipendenza, una guerra per preservare la nostra sovranità».

La stampa siriana in tempo di guerra

Shaaban ha sottolineato che la credibilità dell’Occidente non c’è più, e tutto quello che dicono sulla libertà, la libertà di stampa e dei diritti umani sono solo falsità.

A Prensa Latina, la consigliera di Assad ha raccontato che la principale sfida dei giornalisti siriani è la fermezza e la resistenza, e cercare di trasmettere al mondo la verità di ciò che sta accadendo nel paese.

«Il popolo nordamericano non sa nulla di ciò che sta accadendo qui. Quando si va in America ci si sente come se si fosse in un altro mondo. Le nostre notizie non arriveranno sugli schermi delle televisioni dei nordamericani, e se arrivano, riflettono il punto di vista dei nemici degli arabi, non quella dei nostri alleati», ha precisato.

«Quando il gruppo terroristico, Stato Islamico, h decapitato i giornalisti statunitensi, i media hanno fatto una grande campagna, un sacco di rumore, ma quando è successo, i terroristi avevano decapitato centinaia di siriani, tra cui giornalisti, civili, bambini e le donne».

La campagna mediatica è stata scatenata quando hanno ucciso James Foley: «Ci dispiace per la decapitazione di qualsiasi essere umano, il loro comportamento però dimostra il razzismo con il quale ci vedono, perché interessa solo se americano o europeo, non se siamo noi ad essere massacrati o macellati, non sono interessati», ha chiarito.

Solidarietà internazionale

La consigliera presidenziale di Assad confida nel supporto dell’ America Latina. «Continueremo a stare in piedi e ringraziare la gente dell’America Latina, e sappiamo che sono con noi. La loro fermezza contro gli Stati Uniti è una cosa che sostiene la nostra resistenza», ha affermato.

«Noi siamo i popoli indigeni, come i nativi americani, come Evo Morales in Bolivia, ma come è successo in America Latina, hanno distrutto tutte le civiltà e ora stanno facendo lo stesso qui».

«Sappiamo chi sono i nostri amici, basta guardare a questo mondo ipocrita che ora parlando della strage degli armeni nel 1915, ma non parlano del massacro che si sta commettendo contro il popolo siriano e il popolo yemenita nel 2015».

«Noi combattiamo o moriamo su questa terra, ma continueremo a stare in piedi, e se moriamo, i nostri figli continueranno la lotta, e se i nostri figli muoiono, i nostri nipoti continueranno la lotta. Questa terra è nostra e rimarrà nostra e gli invasori saranno sconfitti».

A margine, la dottoressa Bouthaina Shaaban ha sorriso ed ha detto semplicemente: «Noi combattiamo, perché siamo parte di questa terra».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

(VIDEO) Mussa Ibrahim. Una voce dalla Libia che resiste

di Leonor Massanet Arbona – lahaine.org

Dall’ultimo portavoce della Jamahiriyah libica un riassunto breve di quello che è successo in Libia, ma abbastanza chiaro per avere un’idea.

 Ero un’osservatrice straniera nel giugno 2011 a Tripoli, in Libia. Sono testimone di tante cose che sono avvenute che Mussa Ibrahim spiega e altre che non spiega. Sono stata testimone che c’erano giornalisti di media internazionali provenienti da tutto il mondo che non hanno informato di quanto stava accadendo. Erano testimoni diretti, fotografati, filmarono e visionarono quella realtà, ma non hanno mai pubblicato nulla.

 Ho assistito ogni giorno come gli aerei della NATO sono entrati in Libia, lanciando bombe sulle città. Non hanno ricevuto risposta libica e non so se si può immaginare che cosa significa la caduta di bombe su una città popolata da Tripoli, i morti, l’onda d’urto, la distruzione, … ogni giorno gli aerei iniziavano i bombardamenti su Tripoli all’alba e poi si ripetevano all’inizio della mattina. Impossibile per qualsiasi libico poter riposare più di quattro ore.

 Molte associazioni e gruppi internazionali sono venuti in Libia per essere diretti testimoni su ciò che stava accadendo, come l’associazione degli avvocati in testimoni del Mediterraneo. Dopo aver vissuto e assistito all’aggressione alla Libia,  non riesco più fidarmi dei media dei politici e dei governi che hanno sostenuto e nascosto qualcosa di così disumano, crudele, assurdo … RT e Telesur erano lì e hanno testimoniato tutto quella che c’era da riferire, per quanto ne so, hanno sempre detto la verità.

 Conferenza stampa 2014

 Parole di Mussa Ibrahim, ultimo portavoce della Jamahiriyah libica appartenente al Movimento nazionale del popolo libico che lavorar congiuntamente con il Consiglio di tutte le tribù libiche e le città cercando di risolvere la situazione libica dopo l’attacco della NATO e le sue conseguenze. Parla per 622 politici libici che si trovano in Libia e in esilio, rappresentano la Resistenza Verde. Difendono la riconciliazione di tutti i libici, lo sviluppo, i diritti umani.

 Noi apparteniamo a tutta la Libia e sosteniamo tutti i libici che non sostengono la NATO, non gli assassini fondamentalisti criminali, che stanno torturando, emarginando, cambiando le leggi per costringere i libici all’esilio.

 Cerchiamo il vostro supporto per farvi conoscere la nostra realtà. Nel 2011 sono stato responsabile per la comunicazione con i media internazionali, ho cercato di fare del mio meglio, ma i veri eroi sono quelli che hanno perso la vita sotto le bombe della Nato, nelle prigioni di Al qaeda. La sofferenza della Libia ha a da un avuto inizio con un attacco straniero dopo la risoluzione delle Nazioni Unite su cinque temi:

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite, 10.000 manifestanti sono stati uccisi a Bengasi nei primi giorni. Tuttavia, il Consiglio nazionale di transizione, testimone Abdul Jalil, ha ammesso pubblicamente e si possono anche ascoltare on-line le sue parole, dice hanno mentito. Sapevano che il governo libico della Jamahiriyah, aveva dato l’ordine di non intervenire nelle manifestazioni.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali della NATO, i bombardamenti di Gheddafi avevano distrutto diverse aree di Tripoli come Suk al Juma, Fashlum, e altri. Oltre 1.000 giornalisti e osservatori internazionali hanno visitato e hanno visto con i loro occhi, potevano parlare con la gente e quindi controllare che non era vero, che queste zone erano completamente normali.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite, più di 8.000 donne libiche erano state violentata dall’esercito libico le prime tre settimane del conflitto. Quando hanno cercato di dimostrarlo non si è presentato nemmeno una donna.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite la Jamahiriyah libica aveva 35.000 mercenari africani. Non era vero e non avrebbero mai potuto dimostrare. Tuttavia è stato usato dalla Nato per uccidere migliaia e migliaia di libici neri e, ovviamente, una volta morti non poteva dichiarare nulla. La più terribile strage che si è tenuto nella città libica di Tawerga i cui cittadini che non sono stati uccisi, non gli è stato concesso di tornare a casa.

 

  1. Secondo i documenti ufficiali delle Nazioni Unite l’esercito libico della Jamahiriyah si muoveva verso Bengasi a placare con le armi le manifestazioni e radere al suolo la città. Secondo il documento ufficiale delle Nazioni Unite, la NATO doveva intervenire per fermare l’esercito e salvare la vita dei libici. Tuttavia la realtà è che il governo della Jamahiriyah aveva colloqui diretti con rappresentanti di Francia e Stati Uniti per dimostrare e promette che l’esercito libico non sarebbe entrato a Bengasi. Il governo della Jamahiriyah aveva ordinato all’esercito di non intervenire in alcun modo nelle manifestazioni qualsiasi cosa fosse successa. La Libia ha fatto l’errore di fidarsi della parola di Francia, Stati Uniti e l’Inghilterra che promisero che non sarebbero intervenute. La NATO ha mentito, è entrata in Libia e la prima cosa che fece fu di attaccare e uccidere l’esercito accampato fuori Bengasi.

 

La NATO intervenne sulla base di queste cinque bugie

 La Jamahiriyah Libia ha cercato di fare un “Fact Finding Mission” (una commissione per stabilire la verità dei fatti), così ha chiamato tutti i principali mezzi di comunicazione di tutto il mondo come la BBC, New York Times, RT, Telesur, … significa che il mondo poteva accertare i fatti, inoltre, furono invitati osservatori internazionali provenienti da tutto il mondo in modo da poter costatare la realtà.

 I Media Internazionali hanno detto che non potevano fare una ricerca sul campo (‘missione conoscitiva’) in quanto:

 

  1. Non avevano budget per farlo.

 

  1. Non avevano la stoffa giusta per dimostrarlo.

 

La Commissione dell’Unione africana ha cercato di creare un ‘Fact Finding Mission’, ma non gli è stato permesso.

 Tutti questi fatti sono stati ignorati dai media e dai politici internazionali.

 Ora sappiamo perché siamo stati attaccati: Per la posizione che occupava la Libia in Africa, sostenendo l’Unione africana, lavorando per il mercato comune africano, che lavora per l’Unione araba, sostenendo gli oppressi…

 Tutto questo ha causato l’attacco occidentale alla Libia perché non vogliono un Africa indipendente.

 In questo momento i problemi più grande di libici sono:

 

  1. Gli esuli: secondo il governo tunisino ci sono 1,5 milioni di rifugiati libici in Tunisia, il governo egiziano ha 1,25 milioni di rifugiati libici, oltre a tutti i rifugiati libici in Algeria, Niger, e molti altri paesi.

 Tuttavia, secondo le nostre stime ci sono circa due milioni di rifugiati libici all’estero. Ricordiamo che la Libia aveva una popolazione di sei milioni di persone, il che significa che il 30% dei libici sono stati costretti ad abbandonare il proprio paese e stanno soffrendo.

 

  1. Controllo della Libia da parte degli estremisti come Al qaeda, in quanto, hanno i soldi, hanno armi e sostegno straniero e migliaia di mercenari. In questo momento i peggiori terroristi del mondo sono in Libia.

Il terrorista più importante è Abdul Hakim Bilhaj che è stato in Somalia, Iraq, Afghanistan, è stato in prigione a Guantánamo e Libia. Nel settembre del 2011, quando la NATO è entrata a Tripoli BilHaj è stato nominato responsabile della sicurezza a Tripoli. È stato pagato dall’Occidente per il suo lavoro scolto con le loro aziende ed è diventato un milionario. Lo hanno ripulito ed è ora ricevuto dai governi occidentali. Oltre a Abdul Hakim Bilhaj, c’è l’ elite del terrorismo in Libia.

3.  Ci sono 35.000 prigionieri politici, in carceri illegali e sconosciute. Essi sono stati torturati, maltrattati, violando tutti i diritti umani. Ci sono anche intere famiglie bloccate. Ogni settimana escono corpi senza vita di questi prigionieri, alcuni sono sepolti direttamente e altri sono tornati alle famiglie.

 

  1. Balcanizzazione della Libia: Stanno cercando di dividere la Libia in tre parti. I fondamentalisti non vogliono una Libia forte, vogliono paesi piccoli e deboli per operare meglio.

I Libici piangono non solo per la Libia, ma cercano soluzioni per non essere “colonizzati”, ci affidiamo a un dialogo in cui includiamo tutti i libici tranne fondamentalisti e mercenari della NATO.

Il dialogo continua, lavoriamo duro per questo. Sarebbe molto più facile se non ci fosse per l’intervento occidentale.

La maggior parte dei libici sognano questi ultimi 42 anni di Jamahiriyah Libia. Questo non è per dire che tutto era perfetto, ci sono stati molti problemi, ma noi i libici li possiamo risolvere e stavamo lavorando per risolverli.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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Saif al-Islam Gheddafi sarebbe stato liberato segretamente a Zintan

Di Allain Jules

Mentre i media libici non parlano d’altro che delle nuove rotte della società Libyan Airlines, tra cui quella tra Zintan e Tobruk a est, indiscrezioni annunciano il rilascio di Seif al-Islam Gheddafi. Vero o falso? possiamo confermare né smentire.

Quello che è certo, il primo Airbus A320 a partire da Tobruk è atterrato a Zintan poco prima delle 11:30 di questa mattina. L’aeroporto si trova a circa 20 chilometri a sud della città ed era stato ristrutturato per accogliere l’aereo. Presente anche il sindaco di Zintan, Mustafa Barouni, che ha accolto il volo inaugurale.

Sempre a Zintan, quindi, è stato riferito che Saif al-Islam Gheddafi è stato segretamente liberato dai suoi rapitori. Avevano rifiutato di consegnarlo a Tripoli, 19 Novembre 2011, il giorno della sua cattura nelle sabbie dei dintorni di Obari (South West). Il figlio di Gheddafi nelle mani delle tribù di Zintan è stato spostato più volte. Le tribù non si sono messe d’accordo, e considerando che molti non hanno tagliato i legami con Gheddafi, è possibile che sia stato rilasciato.
Secondo quanto riferito, sarebbe stato portato in un posto sicuro in Libia o all’estero.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Sirte, 20 ottobre 2011: l’imperialismo assassina Gheddafi

gheddafi-morto1di Marinella Correggia

sibialiria.org.- Tre anni fa, il 20 ottobre 2011 nei pressi della città di Sirte, in Libia, veniva assassinato Mu’ammar Gheddafi: l’epilogo di un’altra “missione umanitaria” della NATO costata più di diecimila morti e che ha gettato quello che era un relativamente prospero paese in un abisso di miseria, violenza, sopraffazione. Sul sostanziale appoggio dato a quella guerra anche da molti “compagni” abbiamo già scritto e così pure sullo sciagurato ruolo che ha avuto (e che continua ad avere) il nostro Paese. Vogliamo ora qui soffermarci su un aspetto particolare di quella guerra pubblicando questo articolo che illustra i briefing che la NATO organizzava periodicamente con i “giornalisti”.

 

 

Durante i bombardamenti sulla Libia nel 2011, la Nato teneva conferenze stampa settimanali sia a Bruxelles che alla sede di Bagnoli (Napoli). Partecipavano giornalisti-tappetino che chiamavano per nome, affettuosi e deferenti, la portavoce Nato da Bruxelles (“Oanà” Longescu, romena) e il portavoce Nato da Napoli (“Roland” Lavoie, colonnello canadese). Sarebbe bastato uno stuolo di giornalisti decenti per metterli in crisi. Perché portavoce e generali si arrampicavano sugli specchi, per non dare a vedere crimini e illegalità. Ecco un resoconto diretto.

Per proteggere i civili in Libia, come ordinava il mandato della risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza, la Nato avrebbe dovuto rivolgere droni e bombe contro se stessa e contro i suoi alleati locali del Cnt (Consiglio nazionale di transizione, i “ribelli”): visto che questi usavano armi indiscriminate sulle città assediate, in particolare Sirte e Bani Walid. E addirittura, per rimanere nei confini del proprio mandato, la Nato avrebbe dovuto bombardarsi e bombardare il Cnt per evitare attacchi alle forze governative libiche quando queste non minacciavano i civili.

Di fatto gli armati del Cnt sono stati gli unici libici che la Nato ha protetto, permettendo dunque che essi minacciassero e uccidessero civili libici (e non libici).  Surreale. La Nato ha protetto armati (che minacciavano anche civili) in nome della norma Responsibility to Protect che doveva proteggere i civili. E la Nato ha protetto armati usando a gran forza aerei da guerra simbolicamente sventolanti il mandato della risoluzione 1973 che stabiliva il divieto di volo aereo, appunto a protezione dei civili.

Le implicite ammissioni, in un processo, valgono come prova? Se sì, ecco qui di seguito quelle della Nato, raccolte durante le surreali conferenze stampa al comando di Bagnoli (in mancanza di manifestazioni fuori dallo stesso, alle quali partecipare), od ottenute per email da “Nato source” (così chiedono di essere citati i vari capitani e graduati, italiani e Usa, maschi e femmine, da Napoli o da Bruxelles, quando rispondono per email alle domande dei media).

Dalla sede del comando Nato di Napoli, il colonnello Roland Lavoie ha parlato per mesi alle fedeli truppe mediatiche con un francese dal buffo accento canadese ingannevolmente innocuo. Dalla sede centrale di Bruxelles, la portavoce romena Oana Longescu – più realista del re, incarnando l’estensione dell’Alleanza ai fedeli paesi dell’Est Europa  – si è giostrata seccamente fra l’inglese e il francese. Entrambi ripetevano in tutte le salse: impediamo alle “forze di Gheddafi” (mai usato il termine “esercito libico”) di colpire i civili. I giornalisti che frequentano le loro conferenze stampa settimanali da Bruxelles li chiamano per nome affettuosamente (i francofoni pronunciano “Oanà”), consoni al clima di cortesia e disponibilità che li fa sentire ammessi in società e che ricambiano non facendo mai domande scomode; per non diventare dei paria. Con silenzio glaciale e nessuna solidarietà i “colleghi” dei media mainstream accolsero infatti la paria in settembre e ottobre.

Si arrampicano sugli specchi per mesi, Oanà e Roland. Devono negare l’evidenza e cioè che la Nato lotta per il cambio di regime, insieme a una delle parti.

Sostengono a più riprese che non c’è alcun coordinamento con le forze dell’opposizione o forze ribelli; che la situazione viene seguita da “fonti di informazione alleate nell’area”. Dunque, ammettono la presenza a terra di occidentali? “Non ci sono forze Nato a terra” rispondono laconici. Per email i responsabili Nato spiegano: “Sia gli incaricati di individuare e approvare gli obiettivi sia il pilota rinunciavano se c’era il sospetto di ferire o uccidere civili. In alcuni casi l’osservazione video via aerea prendeva 50 ore prima dell’autorizzazione”. Inoltre, “abbiamo avvertito i civili con comunicati stampa, volantini e programmi radio di stare lontani da installazioni militari”.

Tuttavia sono state spesse colpite installazioni civili. Ma praticamente la Nato ha ammesso un solo caso di errore: i sette morti della famiglia Garari il 19 giugno a Tripoli, Suq Al Juma.

Intorno al 10 agosto di fronte alle foto di decine di civili uccisi da un aereo Nato nella notte dell’8 agosto a Zliten, il generale canadese Charles Bouchard (quando c’è lui alle conferenze stampa a Bagnoli la temperatura dell’aria condizionata va tenuta a 16 gradi) dice: “Non posso credere che quei civili fossero lì nelle prime ore del mattino, considerando anche le informazioni della nostra intelligence. Posso assicurarvi che non c’erano 85 civili; non posso assicurarvi che non ce ne fossero”.La Nato per email ribadiva che gli edifici erano un accampamento delle truppe, posto in una fattoria, e che l’osservazione e altri strumenti di intelligence avevano rilevato che non c’erano civili”.

 

Richiesta per email alla Nato: “Perché la Nato ha colpito un accampamento di soldati di Gheddafi? Un accampamento notturno non minaccia i civili in quel momento”. Risposta: “Sì che erano una minaccia reale. Durante tutto il conflitto, si riposavano per lanciare futuri attacchi ed ecco perché le aree di sosta militare erano obiettivi legittimi. Avrebbero potuto provocare future vittime. Le forze militari e le loro strutture erano attaccate solo se erano direttamente coinvolte o permettevano l’attacco ai civili; le truppe non coinvolte nell’attacco ai civili non erano prese di mira”. L’ultima frase contraddice le precedenti. Zliten era un’area pro-regime oltretutto.

 

Il 15 agosto spiegano che stanno bruciando a Brega due depositi petroliferi, “ulteriore prova che Gheddafi vuole distruggere o danneggiare infrastrutture chiave delle quali la popolazione avrà bisogno alla fine del conflitto”. Il 16 agosto alla Nato affermano che le forze di Gheddafi hanno “lanciato verso l’area di Brega un missile balistico a corto raggio che avrebbe potuto uccidere molti civili” e che “mostra che il regime di Gheddafi è disperato e continua a minacciare civili innocenti in Libia. Noi proteggiamo i civili per mandato del Consiglio di Sicurezza e continueremo a premere militarmente sulle forze pro-Gheddafi finché necessario”. Ovviamente “l’azione persistente e cumulativa della Nato crea un effetto ovvio: le forze di Gheddafi che attaccano stanno gradualmente perdendo la loro capacità di comandare, condurre e sostenere attacchi alla popolazione civile”. I gruppi armati – gli unici protetti dalla Nato in Libia – dunque sono sempre parificati alla popolazione civile.

Del resto in Tunisia un dirigente degli alleati locali della Nato, di fronte alla timida accusa da parte dei media “ma voi armati usate i viveri che l’Onu destina ai civili…” rispose secco: “Noi siamo dei civili”.

D’altro canto se dici a Lavoie che gli alleati Nato sul terreno uccidono civili e fanno (dopo la fine del regime) la caccia al nero e la Nato non protegge quei civili, Lavoie allarga le braccia: “Non siamo una forza di polizia”. Ammissione che un bombardamento non può proteggere i civili . E per email, alla domanda: “Come mai non proteggete gli abitanti di Tawergha deportati e i molti neri perseguitati ai vostri alleati? E anche in generale i civili presi nelle aree assediate?”, ecco la risposta: “Abbiamo fatto appello a entrambe le parti per la protezione dei diritti umani. La leadership del Cnt ha chiesto spesso alle sue forze di contenersi. E si è impegnata come nuova autorità al rispetto dei diritti umani; per metterlo in pratica occorrerà tempo e sforzo, e aiuto da parte internazionale. Mentre le forze pro-Gheddafi attaccavano i civili e le aree civili le forze del Cnt in molti casi prima dell’attacco aspettavano che i civili se ne andassero. Non abbiamo notizia che attaccassero civili deliberatamente e sistematicamente”. E dov’erano le prove degli attacchi sistematici da parte delle forze di Gheddafi?

La partigianeria è diventata evidentissima nel mortale assedio Nato e Cnt a Sirte. Se si faceva osservare a Lavoie che l’assedio a civili è un crimine di guerra, il colonnello rispondeva surrealmente: “Il Cnt ha mostrato l’intenzione di far uscire la popolazione civile”.

Mentre Sirte veniva distrutta dai bombardamenti e dai Grad e artiglieria pesante usati dagli armati del Cnt, il colonnello della Nato Lavoie dichiarava surrealmente: “La maggior parte della popolazione di Sirte e Bani Walid non corre più pericoli perché le rimanenti forze di Gheddafi stanno sulla difensiva, nel tentativo apparente di sfuggire alla cattura. Non controllano alcuna zona densamente popolata e non rappresentano più una vera e propria minaccia al di fuori di queste sacche di resistenza”. Minaccia per chi? Per i protetti dalla Nato: gli armati del Cnt. Ma la risoluzione Onu non doveva proteggere armati! Quando si scriveva alla Nato: “Risulta  organizzazioni umanitarie libiche come Djebel al Akhdar, che oltre cinquanta civili siano rimasti sotto il bombardamento di un palazzo crollato all’angolo fra Dubai Avenue e Sept. 1st Avenue, e non poteva che essere un aereo visto il largo cratere prodotto” , la risposta era “non abbiamo indicazioni che sia vero”.

E il bombardamento dell’ospedale Avicenna? “Mai bombardato ospedali, nemmeno vicino a siti militari”. Altra domanda: la Nato sta indagando sui bombardamenti di strutture civili a Sirte? “I nostri obiettivi erano tutti militari dunque legittimi exrisoluzione 1973. Abbiamo agito con cautela, discernimento e precisione. Non siamo a conoscenza di alcuna prova che richiederebbe l’apertura di un’inchiesta formale”. E anche: “L’obiettivo della Nato è sempre stato evitare di colpire i civili. Abbiamo una intelligence solida e processi di selezione degli obiettivi molto stringenti. Consideravano il giorno della settimana, l’ora del giorno e della notte, la direzione dell’attacco. Le munizioni erano tutte di precisione e centinaia di obiettivi sono stata tralasciati per evitare rischi per i civili e le infrastrutture. Anche se in una complessa operazione militare i rischi non possono essere eliminati”.

Sirte distrutta, la Nato la spiega così: “Era l’ultimo bastione di Gheddafi. E’ stata contesta per settimane fra gheddafiani e Cnt”. E qui il surreale: “La Nato incoraggiava una soluzione pacifica. Ma dovevano essere le forze dell’ex regime a deporre le armi e a smettere di attaccare i civili”. Insomma, dovevano arrendersi e agevolare il cambio di regime anziché ostacolarlo.

I ribelli pro Nato del Cnt lanciano missili Grad dentro le città da essi assediate, e lo ammettevano. Sono considerati un’arma indiscriminata, dunque una minaccia per i civili, dalla stessa Alleanza; proprio all’uso dei Grad da parte dell’ex esercito libico, e all’assedio a Misurata, la Nato si era aggrappata in tutti i mesi passati per giustificare i bombardamenti “protettivi” e relative stragi. Sull’uso dei Grad da parte del Cnt la Nato interpellata via email (non) risponde così, dimostrando tutta la neutralità sbandierata da Oanà: “Fin dall’inizio il Cnt ha posto ogni cura nell’evitare  vittime civili e crediamo che continuerà a farlo”. Forse l’intelligence Nato era selettiva e non vedeva i Grad del Cnt, né la caccia ai neri libici e stranieri e ai lealisti.

Surreali le dichiarazioni. Mentre le forze di Gheddafi sono in fuga e si concentrano nel triangolo dove hanno un più forte sostegno popolare, il portavoce il 13 settembre dice che “occupando e reprimendo città come Bani Walid e Sirte le forze di Gheddafi hanno preso in ostaggio la popolazione, esponendola a ovvi rischi, reprimendo la sollevazione e impedendo ai cittadini di andarsene”. Evidente i due pesi due misure rispetto a Misurata, o a Homs e Aleppo e molti altri luoghi in Siria, dove mai i ribelli sono accusati di prendere in ostaggio. “La Nato è riuscita a intercettare e annientare parecchie fonti di minaccia per la popolazione civile, fra cui carrarmati, lanciamissili ecc.; i veicoli della Nato hanno condotto svariate missioni di attacco ben dentro il deserto del Sahara per distruggere le infrastrutture di comando e controllo, un autoreparto e parecchi veicoli blindati impedendo quindi il rafforzamento delle posizioni del regime nel nord del paese”. Poi ricapitola citando la 1973: “Negli ultimi sei mesi le forze della Nato hanno mantenuto costante il ritmo delle operazioni, intervenendo laddove le forze di Ghedafi rappresentassero una minaccia per i civili, che si trattasse di Bengasi, di Misurata, di Sebha, nel sud o di molte altre città e villaggi di tutto il paese.

A riprova della sua imparzialità, la Nato conclude una conferenza stampa il 13 settembre dicendo “La ripresa della Libia è ben chiara e non lascia spazio a dubbi”.

L’assedio a Sirte ha reso la situazione umanitaria disperata. Dall’ospedale – anch’esso centrato da razzi – il dottor Abdullah Hmaid dichiarava alla Reuters che i pazienti morivano per mancanza di materiale ospedaliero e chiedeva a Croce rossa internazionale e Oms di aiutare a rompere il blocco. Ma nessuna organizzazione internazionale ha denunciato l’assedio. Eppure alla conferenza stampa del 27 settembre il colonnello Lavoie da Napoli ribadiva che l’emergenza di Sirte era solo “colpa dei miliziani e dei mercenari di Gheddafi” che non capivano che avrebbero dovuto “arrendersi” e “si piazzano vicino alle case e agli ospedali usando i civili come scudi umani”. Un’accusa che l’Alleanza i suoi paesi membri non hanno mai rivolta ai ribelli asserragliati a Misurata o, in seguito, a Baba Amr in Siria. Per definizione gli scudi umani li usano solo i cattivi. 

Anche per email la Nato ribadisce implicitamente di aver lasciato fare agli alleati assedianti, e getta la colpa sugli assediati. In un’altra email: “I pro-Gheddafi si nascondevano nel centro della città per cercare di usare i civili come scudi umani contro il Cnt. La situazione umanitaria a Sirte era precipitata per gli sforzi delle truppe di Gheddafi di controllare punti di accesso. Checkpoint pro-Gheddafi e cecchini impedivano alle famiglie di spostarsi in aree più tranquille. Le forze di Gheddafi inoltre percorrevano le strade alla ricerca di sostenitori anti-Gheddafi, prendevano ostaggi e  compivano esecuzioni”. Come fate a saperlo se non avevate militari a terra? “Non avevamo osservatori sul terreno ma usavamo i nostri asset di intelligence e sorveglianza per avere un quadro reale Monitoravamo con cura le linee di fronte per identificare chi attaccasse o minacciasse la popolazione”. Era ovviamente impossibile monitorare da 10.000 metri. Dunque?

Il 21 settembre il comandante per le operazioni Nato in Libia Charles Bouchard spiega che “la nostra missione prosegue, perché le forze di Gheddafi minacciano ancora la popolazione”; “invitava i lealisti ad “arrendersi per garantire una fine pacifica del conflitto, anche perché sono circondati e non hanno vie di fuga, in quanto il territorio intorno a loro è nelle mani dei ribelli”. Quanto ai lealisti in fuga, la Nato non li attaccherà perché “si stanno allontanando dalla popolazione e non costituiscono così una minaccia per i civili”.

Ma è stata la Nato a fermare il convoglio in fuga di Gheddafi, e a farlo dunque uccidere.

(VIDEO) I Libici non dimenticano Gheddafi

da allainjules.com

 Nonostante il suo assassinio macabro orchestrato dagli Stati Uniti e dalla Francia, il fratello Guise Muammar Gheddafi è e rimarrà il leader indiscusso della Libia. Mentre la Libia è assediata da faide tra milizie per il controllo dei profitti del petrolio e del gas, oltre al fatto che il governo di criminali è in fuga, il popolo libico lo ha riabilitato. Terrorizzato dagli attacchi machiavellici della NATO, è stato in silenzio per anni.

Il 1 ° settembre, anniversario del 45° anno dell’ascesa al potere del colonnello Gheddafi, senza spargimento di sangue, i libici hanno approfittato del caos per festeggiare come si deve, la festa della Vittoria. Nonostante la presenza di milizie islamiste sostenute dall’Occidente, queste persone orgogliose, in tutta la Libia, hanno celebrato la loro guida, consapevoli di essere state truffate e ingannate.

Queste circostanze hanno portato a Sebha, Bani Walid, Sirte, Zliten, Al Zaziya, e in altre città libiche, ad organizzare festeggiamenti, con l’aggiunta o meno di fuochi d’artificio per festeggiare la Grande Jamahiriya Araba Libica. Naturalmente, la stampa mainstream, nido di spie, non poteva  diffondere tali informazioni.

 Novità di questo 45° anniversario, le celebrazioni per  Gheddafi hanno varcato i confini libici. Così i libici in esilio in Tunisia hanno celebrato in maniera massiccia in tutto il paese questa festa, a Ben Gardan, Sousse, Tunisi e anche a Medina. La bandiera verde, la vera bandiera della Libia, è stata sventolata così come sono stati mostrati i ritratti del fratello del leader Muammar Gheddafi.

È accaduta la stessa cosa in Egitto, soprattutto al Cairo e Alessandria, dove il generale Abdel Fatah al-Sissi ha autorizzato l’evento.

 Sono quasi 3 milioni e mezzo i libici esiliati che hanno espresso il loro sostegno a Muammar Gheddafi e pochi sono quelli rimasti in Libia. Un affronto agli occidentali, che hanno rovesciato non solo un uomo, ma un sistema sociale che è stato accettato dalla maggioranza del popolo libico.

Ecco perché non vedrete questa informazioni trasmesse dai media occidentali, strumento di propaganda e veri nemici del popolo libico.

[Traduzione dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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Tre anni dopo la morte di Gheddafi una nuova guerra civile minaccia la Libia

di Achille Lollo

Alla Casa Bianca e in tutte le cancellerie dei paesi della NATO, dell’Africa del Nord e del Medio Oriente si sapeva che, dopo l’ attentato contro il secondo primo ministro interino, Abdullah al-Thani (che ha rinunciato dopo cinque giorni dalla nomina) e il sequestro dell’ambasciatore della Giordania, la situazione politica a Tripoli e a Bengasi era fuori controllo, preannunciando l’inizio di una nuova guerra civile, molto accuratamente passata sotto silenzio nelle redazioni dei “grandi media”.

Di fatto, non è stato per caso che: 1º) il giorno 25 aprile, lo Stato Maggiore della NATO ha annunciato che tutti i sistemi mobili di difesa antiaerea Igla (circa 10 mila pezzi di origine russa) e i rispettivi missili erano spariti dai magazzini della Forza Aerea; 2º) il giorno 6 maggio, la compagnia aerea della Giordania (l’unica che realizzava 10 voli settimanali da Bengasi e Misurata) ha sospeso tutte le sue attività; 3º) il giorno 9 maggio, il governo dell’Algeria ha chiuso la sua ambasciata, ritirando tutti i suoi diplomatici e funzionari; 4º) il giorno 14 maggio, il Dipartimento di Stato ha chiesto al Pentagono di preparare una forza operativa per difendere l’ambasciata a Tripoli – per questo, nella base aero-navale di Sigonella, in Sicilia (Italia) quattro elicotteri Osprey, due aerei KC-130 e un distaccamento di 200 fucilieri navali sono stati messi in “allarme permanente”, per entrare in azione nella capitale della Libia.

Infine, domenica (18), il gruppo paramilitare auto-denominato “Esercito Nazionale Libico”, comandato dall’ex-generale Khalifa Hifter attaccava a Bengasi i quartieri e i comandi delle milizie islamiche e jihadiste legati ad Ansar Al-Sharia.

Poco dopo, il giorno 19, le milizie berbere Al Qaaqaa e Sawaaq della città di Zintan attaccavano e bruciavano il Parlamento per impedire l’insediamento del nuovo primo ministro, il fondamentalista Ahmed Miitig. In questo attacco, due deputati legati alla Fratellanza Musulmana erano sequestrati dai miliziani berberi.

La notte, il presidente del Parlamento, Nouri Abou Sahmein, denunciava in un comunicato che “…tutti quelli che hanno partecipato a questo tentativo di colpo di stato saranno perseguiti dalla giustizia…” In risposta, l’autore dell’operazione militare a Bengasi, il generale Khalifa Hifter: “…Il Parlamento è il cuore della crisi e lo Stato dà sostegno agli estremisti islamici. Questo non è un colpo di Stato. Non stiamo lottando per il potere, stiamo ingaggiando una battaglia nazionale contro i terroristi islamici, che hanno cominciato a usare le armi contro giudici, avvocati, giornalisti, poliziotti, officiali e funzionari pubblici non islamici…”.

Stato islamico o liberale?

Per rispondere a questa domanda, bisogna analizzare che cosa è successo in questi tre anni dopo la caduta di Gheddafi e, anche, identificare i centri di potere che si sono costituti in Libia a partire dal 2011, permettendo la costituzione di 489 “milizie popolari”. Una forza militare che oggi si è impossessata della Libia, mettendo insieme circa 1.700 gruppi armati, i quali mobilitano 300 mila uomini.

È evidente che per sostenere l’organizzazione e, soprattutto, i salari dei combattenti, i capi delle milizie hanno dovuto optare nel trasformarsi in guardiani di ministri, imprese, capi tribali, moschee, etc. Per esempio, il Ministero degli Interni ha passato alle milizie milioni di dollari e molti equipaggiamenti per compiti di polizia, mobilitando, così, circa 120 mila combattenti, che, evidentemente non accettano più la smobilitazione. D’altro canto, il Parlamento, la classe politica e il governo hanno fatto molto poco per disarmare le milizie e imporre il loro assorbimento nelle unità della polizia o del nuovo esercito.

Il motivo di questo errore ha molto a che vedere con l’ improvvisata “Rivoluzione Libica”, che non ha saputo proporre nessun tipo di riconciliazione nazionale, oltre a essere incapace di rifondare uno Stato dove il funzionamento dell’economia liberale, e il rispetto dei diritti umani fossero associati alla libertà confessionale. Insomma, un Stato che, allo stesso tempo, fosse capace di essere indipendente e laico, di disciplinare la forza politica dei nuovi partiti islamici, desiderosi di controllare l’ amministrazione pubblica, in vista della creazione di uno Stato islamico, con una giurisprudenza e un’organizzazione sociale basata, unicamente, sulle leggi del fondamentalismo islamico.

In questo contesto, è necessario dire che il primo ministro, Ali Zeidan, eletto con il voto dei partiti nazionalista e islamico, è stato uno statista incapace, oltre ad avere incoraggiato la trasformazione delle milizie in “eserciti particolari”. Di fatto, subito dopo di essere stato eletto, ha contrattato, per 1 miliardo di dollari, la potente “milizia di Misurata” (30 mila uomini super-armati), per “garantire al suo governo tre anni di stabilità”. Ufficialmente, Zeidan ha detto che lui stava pagando questo servizio con denaro proprio. In realtà, questo miliardo di dollari è stato messo insieme tra le transnazionali e le imprese legate al settore petrolifero (in particolare le francesi).

Tuttavia, questa protezione è scomparsa quando le milizie legate al Ministero degli Interni hanno sequestrato lo stesso Ali Zeidan, per non essere stato capace di impedire la proclamazione dell’ autonomia della regione del Fezzan e la scissione separatista della Cirenaica, dove si concentra l’80% dello sfruttamento degli idrocarburi (petrolio e gas) della Libia. Ufficialmente, il sequestro è stato attribuito ai gruppi jihadisti di Bengasi, avendo Ali Zeidan permesso alle truppe speciali degli USA di arrestare a Tripoli il rappresentante di Al-Qaeda Abu Anãs Al Lybi e portarlo prigioniero alla base italiana di Sigonella.

È evidente che, dopo di ciò, Ali Zeidan ha perso la sua autorità e prestigio politico, di modo che il giorno 11 marzo ha rinunciato, tornando a vivere in Svizzera.

Il suo successore, l’ex-ministro della Difesa, Abdullah al-Thani, è rimasto in carica appena cinque giorni, dopo di essere sfuggito a un attentato con esplosivo che aveva come obiettivo la sua morte e quella della sua famiglia. È bene ricordare che quando Abdullah al-Thani era ministro della Difesa, suo figlio era rimasto sequestrato durante quattro mesi dai gruppi islamici. Il giovane è stato liberato solo quando il padre ha permesso che le milizie islamiche passassero a controllare l’aeroporto di Mitiga, che è il secondo per importanza a Tripoli.

L’attacco fondamentalista

Dalla formazione del Consiglio Nazionale di Transizione (CNT), la Fratellanza Musulmana e i salafiti hanno cercato di conquistare l’apparato dello Stato, occupando tutti i suoi “centri nevralgici” per, in seguito, piazzare nei differenti settori e dipartimenti uomini di loro fiducia. Una tattica che è stata accompagnata da una profonda ristrutturazione “etnica” e “religiosa” dei servizi pubblici, con l’espulsione di tutti quelli che ostacolavano questo tipo di riforma.

Chi non accettava le nuove regole imposte dagli uomini delle milizie islamiche era arrestato con l’accusa di essere “complice dei terroristi di Gheddafi” o era vittima di un attentato mortale. Di fatto, nei primi cinque mesi del 2014, i gruppi armati islamici ( jihadisti, salafiti o fondamentalisti) hanno ucciso 215 funzionari pubblici, tra i quali capi di dipartimento, giudici, capi della polizia, giornalisti, avvocati e ufficiali dell’esercito. Forse, è stato l’ assassinio del capo dell’intelligence militare che ha causato l’ attacco dell’”Esercito Nazionale Libico” dell’ex-generale Khalifa Hifter contro i quartieri e i comandi delle milizie islamiche e jihadiste legate ad Ansar Al-Sharia a Bengasi.

È stato su questa onda anti-islamica che le milizie berbere Al Qaaqaa e Sawaaq, della città di Zintan (che non sono islamiche) sono entrate a Tripoli per attaccare e bruciare il Parlamento, controllato da una maggioranza di partiti islamici. Di fatto, con l’ elezione di Ahmed Miitig – un imprenditore di Misurata molto legato ai fondamentalisti – a primo ministro della Libia e con la maggioranza nel Parlamento con 121 deputati, i partiti islamici non avrebbero avuto difficoltà ad imporre la legislazione islamica (Sharia) e, conseguentemente, a tentare di trasformare lo Stato in un tipo di federazione etnico-islamica con i poteri centralizzati a Bengasi.

Un progetto politico che, fin dall’inizio, si è scontrato con gli ufficiali del nuovo esercito, i partiti nazionalisti, i liberali e, in generale, con tutti quelli che trovavano il fondamentalismo islamico una “forzatura” della religione per raggiungere obiettivi politici.

Khalifa Hifter

Recentemente, l’ex-generale Khalifa Hifter, nell’attaccare gli avamposti dei gruppi jihadisti e salafiti a Bengasi, ha assunto una posizione nazionalista, proponendosi come il nuovo salvatore della patria, in un momento drammatico nel quale la Libia, oltre a trovarsi al bordo del fallimento, con una produzione petrolifera che è caduta al 12,5%, si trova sprofondata in una guerra civile che può trasformarla nella Somalia del Mediterraneo.

Di fatto, l’ex-generale Khalifa Hifter, nel 1969, ha cospirato con Gheddafi nel colpo di stato contro il re Idris. Dopo, i due si sono allontanati e il generale ha commesso la sciocchezza di lasciarsi catturare dalle unità dell’esercito chadiano. Degradato pubblicamente a Tripoli, è stato liberato da un “comando di marines” statunitensi che lo hanno portato negli USA, dove ha ricevuto asilo politico, passando a lavorare come analista della CIA.

Nel giugno 2011, la CIA ha preparato il suo ritorno trionfale a Tripoli, dove il CNT gli ha dato il compito di organizzare il nuovo esercito. Tuttavia, tenendo in conto che nessuno voleva la ricostruzione di un esercito regolare, l’ex-generale Khalifa Hifter è stato nuovamente allontanato.

Insoddisfatto, ma con molto denaro a disposizione, Hifter ha fondato un partito politico che pretendeva rappresentare in Parlamento gli estremisti islamici. Questo partito ha fallito nelle elezioni e giudicandosi tradito dagli estremisti islamici, l’ex-generale è tornato a dialogare con i settori nazionalisti dell’ esercito e con le milizie berbere della città di Zintan, che odiano gli estremisti islamici.

Per questo, ha riunito vari gruppi armati, che ha chiamato “Esercito Nazionale Libico”. Con loro, a febbraio, ha tentato un primo attacco contro il Parlamento. In questo modo, ha riunito con sé vari ufficiali superiori dell’Esercito e della Forza Aerea che gli hanno garantito la logistica e una copertura politica e militare. Di fatto, lui non è stato mai arrestato preso e processato, riuscendo a muoversi con le sue truppe da Tripoli a Bengasi senza incontrare resistenza da parte della polizia.

Senza dubbio, il generale Khalifa Hifter e il suo “Esercito Nazionale Libico” sono l’”esercito particolare” di un settore del nazionalismo che, ancora, non vuole essere responsabile della guerra contro i partiti islamici. Per questo, Hifter deve giocare il ruolo specifico di promuovere il raggruppamento politico e militare delle forze non-islamiche, per poi tentare quello che i militari hanno fatto in Egitto, cioè, distruggere la Fratellanza Musulmana.

L’unica e grande differenza con l’Egitto è che in Libia i gruppi armati islamici sono molto bene armati, di modo che la previsione di una drammatica e duratura guerra civile giàè una realtà in Libia.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e collaboratore del Correio da Cidadania.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

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