La DAIA contra “Resumen” por ser solidario con Palestina

por Carlos Aznárez – Resumen Latinoamericano


Esta vez me toca escribir en primera persona ya que, como director – desde hace 22 años – de la plataforma comunicacional “Resumen Latinoamericano” (periódico, radio y TV) me veo lamentablemente inserto en una acción contra el derecho a opinar, a informar y a manifestarme, que está explícitamente amparado por la Constitución Nacional.


¿Cómo comenzó todo? Días atrás, recibí en mi casilla de correos un mail de la empresa Google (escrito en inglés) en el que me informaba que “en el plazo de diez días” Google debería facilitar el acceso a todos mis correos, en función de una intimación formulada por el Juzgado de Primera Instancia en lo Penal, Contravencional y de Faltas N. 28 donde está radicada la causa Causa N. 7271/15. De esta singular manera me enteré de un increíble atropello a mi privacidad como periodista ya que se trata de los correos que habitualmente utilizo para intercambiar información con otros colegas o con diferentes medios de comunicación, amén de las lógicas direcciones personales que cualquiera pueda tener en su casilla.

Dicha intromisión se basa en una denuncia penal formulada por la Delegación de Asociaciones Israelitas Argentinas (DAIA), que me acusa lisa y llanamente por ser solidario con el pueblo palestino.

La DAIA y sus abogados, se personaron ante la Fiscalía Nº 25 para acusarme de “organización y propaganda discriminatoria” , blandiendo el argumento del “antisemitismo”. Las razones esgrimidas para tamaño procedimiento son más que burdas y me ofenden como ciudadano y como periodista.

La DAIA se refiere a mi participación en una actividad solidaria con el pueblo palestino en agosto del año 2014, cuando toneladas de bombas israelíes caían sobre Gaza y provocaban miles de muertos inocentes -con un alto porcentaje de niños y niñas- entre la población de esa ciudad, así como hoy ocurre en Cisjordania. En esa ocasión, como en tantas otras, debido a mi tarea profesional, ejercida tanto en el periódico Resumen Latinoamericano como colaborando con los canales internacionales Russia Today, Hispan TV y ALBA TV, me tocó cubrir periodísticamente las alternativas del acto y además fui invitado a expresar mi opinión sobre lo que venía ocurriendo en Gaza.


Sólo el hecho de estar allí presente junto a otros argentinos y argentinas, describiendo crudamente lo que estaba ocurriendo en Gaza y en todo el territorio palestino, parece resultar un delito para mis acusadores, y por ello tratan de enjuiciarme, solicitando una pena carcelaria, para de esta manera poner en marcha una abierta persecución al derecho de información, expresión y opinión.

Es por todo ello, que quiero DENUNCIAR este grave atropello contra mi persona y el medio que represento, al que indudablemente se intenta discriminar y cercenar en su función informativa.

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FPLP: le elezioni riflettono razzismo e fascismo del sionismo

da http://pflp.ps/

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha dichiarato che i risultati delle elezioni israeliane riflettono semplicemente la natura e la struttura razzista e fascista della società sionista che ha prodotto questi risultati e ha eletto il partito Likud e i suoi alleati di destra, che si sono impegnati in tutta la campagna elettorale in più attacchi estremi contro i palestinesi alle nostre persone ed ai nostri diritti.

La palese crescita dell’estremismo e dell razzismo nella società sionista e il clima di fascismo è alimentato solo dal fallimento della burocrazia palestinese e araba per affrontare lo stato di occupazione, così come le potenze imperialiste internazionali che forniscono copertura ai suoi crimini e alle sue violazioni lampanti del diritto internazionale, preservandfo la sua immunità e impunità dalle responsabilità o dalle azioni penali.

Il Fronte sottolinea che affrontare l’estremismo sionista e rispondere a queste elezioni richiede una politica palestinese chiara e decisa che metta da parte le illusioni e l’affidamento a trattative inutili, costruendo, invece, una strategia nazionale unitaria per affrontare il nemico e lottare per i pieni diritti delle persone, sulla base della nostra percorso strategico di resistenza per costruire i nostri successi.

Il Fronte chiede l’immediata attuazione delle risoluzioni del Consiglio centrale palestinese passate nella sua ultima sessione, per disattivare  lo stato di occupazione e i suoi funzionari, prima di tutto, mettendo fine al coordinamento della sicurezza e rifiutando la strada degli accordi di Oslo, che sono stati distruttivi per il popolo palestinese, ponendo fine alla divisione interna palestinese attraverso un serio progetto di unità nazionale sulla base di un programma unitario e di ricostruzione dell’OLP attraverso elezioni, istituzioni democratiche che abbraccino tutte le forze palestinesi, e così facendo fino a cercare il perseguimento dei capi dell’entità sionista alla Corte penale internazionale.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

In ricordo di Rachel Corrie, irragionevole ed umana

rachel corrieda lantidiplomatico.it

A 12 anni dalla sua morte, l’esempio della giovane attivista americana uccisa a Rafah da un bulldozer dell’esercito israeliano

di @veg_sxe

“Illegale, irresponsabile e pericoloso”. Queste le parole che l’esercito israeliano usò nell’aprile 2003 per descrivere l’atteggiamento di Rachel Corrie. La corte civile israeliana, nel 2012, le confermò quelle parole dicendo che l’attivista “poteva salvarsi portandosi fuori dalla zona di pericolo come qualsiasi altra persona ragionevole avrebbe fatto”.Il 18 gennaio del 2003, Rachel, di appena 23 anni, membra dell’ISM (Movimento di Solidarietà Internazionale), decide di partire dalla sua ridente e sicura cittadina USA per raggiungere Rafah, la città più a sud della Striscia di Gaza, spinta dal sogno di aiutare i bambini palestinesi, nel mezzo di un conflitto decennale dall’altra parte del mondo. Evidentemente Rachel Corrie non era una persona ragionevole. Rachel, in quei pochi giorni, vede di tutto. Può capire la sua disperazione, il suo senso d’impotenza, solo chi ha toccato con mano cosa significasse allora, e cosa significhi ancora, essere palestinese a Gaza o nella West Bank. Quella sensazione di trovarsi costantemente al centro di un mirino, di non avere alcun diritto, di sentire l’insostenibile fetido odore d’ingiustizia in ogni momento della propria quotidianità, di vivere nella propria terra occupata da un esercito nemico. Sentire che la propria resistenza è fiaccata costantemente da arresti, violenze, soprusi, umiliazioni.
L’umiliazione. Questa deve aver sentito Rachel in quei giorni. Sentire l’umiliazione di non poter far abbastanza per quei volti, per quei nomi, per quella gente. Sentire l’umiliazione di essere una privilegiata solo per il proprio passaporto, perché, si sa, una cosa è colpire un palestinese qualsiasi (uomo, donna, anziano o bambino) ben altro sarebbe centrare un occidentale, uno di quei pacifisti internazionali che poi finiscono sui giornali, che hanno le loro ambasciate, che non vengono immediatamente sepolti da una nuova vittima o, peggio, dal silenzio dell’indifferenza. Sarebbe potuta restarsene a casa.Evidentemente Rachel Corrie non era una persona ragionevole. Il 16 marzo 2003, Rachel indossa un giaccone arancione fluorescente ad alta visibilità. Assieme a 6 attivisti dell’ISM si reca a Rafah dove l’esercito israeliano si prepara a distruggere la casa di un farmacista locale.
E’ una pratica comune. Con ruspe condotte dai militari, abbattono abitazioni palestinesi, ufficialmente perché presumono possano essere rifugio di presunti terroristi. Non importa se non sia realmente dimostrata la presenza di soggetti pericolosi per Israele o se questo possa comportare conseguenze per altri. Le ruspe possono passare sopra a tutto.
 
Rachel sale sulla montagnola di terra tra la ruspa e la casa del farmacista. Urla e si sbraccia. Vuole che la ruspa si fermi, interrompa quella manovra. Il suo corpo messo in gioco in difesa dell’esistenza di un farmacista praticamente sconosciuto e della sua famiglia. La ruspa avanza. Rachel urla più forte per farsi sentire. “Non può non avermi visto, ora si ferma” avrà pensato l’americana.Evidentemente Rachel Corrie non era una persona ragionevole.
L’esercito d’Israele non si ferma davanti a niente e a nessuno. L’autista certamente vede ma non si ferma. La ruspa continua ad avanzare. Smuove la base della montagnola facendo cadere Rachel, poi le rovescia addosso la terra. La seppellisce. Poi le passa sopra coi suoi cingoli una prima volta. Di nuovo la schiaccia in retromarcia. Finisce la vita di Rachel, 23 anni, americana.Finisce in Palestina, sotto le ruspe di un esercito occupante. I suoi amici dell’ISM cercano invano di tenerla in vita. Le stringono la testa cercando di non farle uscire il sangue. Provano a rianimarla. L’abbracciano. In quel momento devono essergli tornate alla mente le immagini di quell’altro 23enne che a Genova, meno di 2 anni prima, era stato ucciso e lasciato lì, per terra.

Abbandonato e ignorato. Corpi coperti di sangue, teneramente coccolati solo dall’amore dei loro simili che ancora sentono umanità. L’esercito israeliano si allontana. Non presta soccorso, non presta interesse. Bisogna attendere l’arrivo dei medici e delle ambulanze palestinesi.

La notizia della morte di Rachel rimbalza da Rafah a Gaza, da Gaza a Ramallah, da Ramallah agli USA, fino a raggiungere ogni angolo di mondo. Non è ancora l’epoca di Twitter o dei social network, in Italia arriverà, in un primo momento, solo grazie ad Indymedia, già sommersa da post riguardanti un altro ragazzo morto a Milano quello stesso giorno: Davide Cesare, detto Dax, assassinato dai fascisti a coltellate per strada. I destini di questi due giovani saranno legati da quel 16 marzo e dal riduttivo interesse dei media mainstream che liquideranno entrambe le morti come incidentali. Il giorno seguente, il 17 marzo 2003, le strade di Rafah e di tutta la Palestina vengono invase da palestinesi, uomini, donne e bambini, che vogliono salutare la loro sorella Rachel. Sorpresa. Le bandiere a stelle e strisce sventolano per quelle vie polverose. Il simbolo che il nemico, l’oppressore, pensa sia solo suo assume per quel giorno un altro significato. “Cosa ha fatto questa folle pacifista?” si saranno chiesti i vertici israeliani e l’amministrazione Bush “Questi antiamericani e antisemiti, con le nostre bandiere!”. L’ultimo regalo di una persona non ragionevole: mostrare al mondo come non esista odio verso un  intero popolo o una religione, ma solo verso un’occupazione ingiusta.

Il suo corpo senza vita abbracciato dalla gente che lei aveva voluto provare a difendere, senza picchetti d’onore, senza cerimonie di cardinali, senza bandiere sulla bara, senza inni né trombe, ma più semplicemente ed umanamente avvolto da quelle stesse mani che aveva stretto nel suo troppo breve soggiorno in Palestina, quel corpo ancora intriso della voglia di giustizia che l’aveva portata fin lì, guardato con disprezzo dagli occupanti e con profondo amore dagli occupati. Se ne è andata così Rachel, coperta da quella stessa terra tanto bramata dai palestinesi che lei amava. Quella terra per la quale da quasi 100 anni, dalla “Dichiarazione di Balfour” del 1917, si affrontano due popoli. Quella terra sulla quale essere equidistanti significa sostenere uno Stato che, contravvenendo ad ogni direttiva internazionale, occupa un’altra nazione attraverso l’edificazione di centinaia d’insediamenti e la costruzione di un muro di segregazione etnica.

Sono passati esattamente 12 anni dall’assassinio di Rachel Corrie. Evidentemente Rachel Corrie non era una persona ragionevole. Se lo fosse stata oggi avrebbe 33 anni e vivrebbe sicura nella sua casa statunitense. Ma il mondo ha bisogno proprio di questa audacia, di questa forza, di questa voglia d’amore e di pace che la corte civile israeliana, e non solo, chiamano irragionevolezza. Nel 2011, 8 anni dopo Rachel, Gaza ha visto andarsene un altro dei figli migliori di questo pianeta. Si chiamava Vittorio Arrigoni, anche lui in quella terra disgraziata per sostenere la giusta causa palestinese.

Vittorio scriveva sempre di restare umani, di non cedere a quelli che ci vorrebbero disumanizzare. Restare umani significa seguire l’esempio di donne e uomini come Rachel, Vittorio o Tom Hurndal, che hanno scelto di mettere da parte parte della propria ragionevolezza per non sacrificare la propria umanità.

Quando il Mossad uccise un vignettista palestinese a Londra

da al manar

Il vignettista e disegnatore palestinese Naji al Ali, celebre in Medio Oriente per la creazione del personaggio di Handala, fu assassinato a Londra il 22 luglio 1987 nei pressi del giornale kuwaitiano Al Qabas, dove lavorava. Era irriverente verso i potentati arabi, denunciava il Sionismo e la corruzione di alcuni dirigenti palestinesi. Un killer professionista gli sparò un proiettile alla testa e continuò il suo cammino indisturbato.

La stampa occidentale all’epoca non gridò all’attentato contro la libertà di espressione, come è avvenuto per il recente attacco a Charlie Hebdo. Un doppio standard?

Dieci mesi dopo, Scotland Yard arrestò un certo Ismail Suwan, uno studente palestinese coinvolto nell’organizzazione dell’omicidio. Nel suo interrogatorio, dichiarò di essere stato reclutato dal Mossad e che i suoi superiori avevano commissionato la preparazione dell’omicidio.

Dato il rifiuto di Israele di dare una spiegazione per quel crimine, l’allora primo ministro britannico Margaret Thatcher, ordinò la chiusura dell’antenna del Mossad a Londra e l’espulsione di due diplomatici israeliani. Tuttavia, anche se il servizio di intelligence britannico MI5 conosceva l’identità dell’assassino, appartenente a Kidon, il servizio di azione del Mossad non lo ha mai rivelato.

Come previsto, la stampa occidentale non chiese che l’assassino e i suoi complici fossero arrestati e processati.

Il Mossad ha poi proseguito le sue attività nel Regno Unito, ma non con uno status ufficiale.

Nel 1998, Ephraim Halevy, divenuto capo del Mossad, ottenne il permesso dal primo Ministro Tony Blair di riaprire la sede del Mossad a Londra.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Soldati israeliani riconoscono i propri crimini di guerra a Gaza

Picda HispanTv

I soldati israeliani hanno riconosciuto di aver commesso crimini di guerra durante l’offensiva militare di 51 giorni contro la Striscia di Gaza, verificatisi tra luglio ed agosto passato.

Secondo l’informativa pubblicata sabato dal giornale israeliano “Maariv”, i soldati del regime d’Israele sono consapevoli delle atrocità perpetrate nell’enclave costiero palestinese, in particolare nella città di Rafah ed essi temono l’inizio di investigazioni al riguardo.

Come hanno confessato gli stessi soldati israeliani, durante l’offensiva di 51 giorni contro Gaza, sono stati ignorati tutti i valori morali ed i principi bellici.

Pertanto, prosegue l’informativa, i soldati hanno sollecitato i tribunali militari israeliani a sforzarsi per impedire l’inizio di qualsiasi investigazione.

Il passato 23 luglio, il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite (UNHRC) ha comunicato la creazione di una commissione, composta da tre esperti, per indagare i crimini di guerra durante gli attacchi israeliani contro l’occupata Striscia di Gaza.

La commissione deve comunicare entro il marzo 2015 al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni unite i risultati delle inchieste sulle oltre sette settimane di aggressioni sioniste contro Gaza.

Le autorità palestinesi, a loro volta, hanno assicurato che non risparmieranno alcuno sforzo per condurre dinnanzi alla giustizia i responsabili del massacro, tra loro alti dirigenti militari israeliani.

Ieri, il Ministero della Salute palestinese ha pubblicato un nuovo comunicato in cui si indica che 2310 Palestinesi circa hanno perso la vita in conseguenza della recente offensiva israeliana contro la Striscia di Gaza.

Tra le vittime si trovano 1802 uomini e 508 donne, mentre ci sono 10.626 feriti ,in sostanza 7275 uomini e 3351 donne.

L’offensiva israeliana contro l’enclave costiero palestinese è durata dagli inizi di luglio sino al termine di agosto ed il regime sionista ha distrutto anche 11 mila tra case, moschee e scuole.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Antonio Cipolletta]

Partito Comunista Siriano: «La Siria prevarrà sull’aggressore imperialista»

da partito comunista siriano  الحزب الشيوعي السوري‎

Dichiarazione del Partito comunista siriano.

 Nella mattina di martedì scorso, è iniziato l’attacco imperialista americano e dei suoi lacchè, un’aggressiva azione militare sul territorio della Repubblica araba siriana, in flagrante violazione del diritto internazionale che impedisce la violazione della sovranità nazionale degli stati indipendenti.

Questi atti di aggressione in corso con il pretesto della lotta contro le organizzazioni terroristiche, quelle organizzazioni fabbricate nei laboratori dell’ imperialismo e dalle intelligenze inglesi e americana e con l’effettiva partecipazione dei circoli sionisti, sono solo un modo per avviare un’aggressione imperialista e distruggere i paesi della regione, in primo luogo la Siria, che rifiuta i dettami dell’imperialismo e del sionismo. Un’ impostazione che il nostro popolo seppur a caro prezzo continua a mantenere.

 L’esperienza del nostro popolo e dei popoli del mondo conferma che non ci si può fidare mai degli Stati Uniti, leader del terrorismo nel mondo.

 Il Partito comunista siriano invita tutti alla vigilanza per la difesa e la conservazione della sovranità nazionale, contro le cospirazioni dell’imperialismo, che ha come suo unico obiettivo rendere schiavo il nostro popolo.

Pertanto, il Partito Comunista chiede anche la mondo libero e onesto la  solidarietà con il popolo siriano di fronte all’ aggressione imperialista che affronta il nostro paese. Qualunque siano le giustificazioni avanzate dall’ imperialismo americano, compresa la lotta contro il terrorismo, non ci può essere alcuna violazione assoluta della sovranità nazionale.

La nostra gente ha resistito valorosamente alle bande terroriste e insieme all’esercito popolare ha compiuto progressi significativi nella lotta, infliggendo sconfitte alle banda terroriste oscurantiste, come dimostrano i recenti sviluppi, che possono spingere l’imperialismo ad accelerare le misure aggressive verso la Siria.

 Il popolo siriano si dimostrerà, come è stato dimostrato attraverso il corso della nostra storia, coraggioso nel resistere  per difendere l’indipendenza e la sua sovranità.

 La Vittoria è la nostra alleata! Le Resistenza non è solo un dovere, è possibile!

[Trad. dall’arabo per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

(VIDEO) RT intervista il Comandante Ilich ‘Carlos’ Ramírez Sánchez

da Rt

Sullo sfondo dell’offensiva israeliana a Gaza, RT è riuscita a parlare con Ilich Ramírez, membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), detenuto in una prigione francese.

Parlare con Ilich Ramírez non è stato un compito facile se si considera che sta scontando una pena in una prigione in Francia e che non ha alcun permesso di rilasciare interviste ai media. L’anno scorso, la Corte Suprema francese ha confermato la condanna all’ergastolo per Ilich Ramírez per quattro attentati mortali sul territorio francese negli anni ’80.

Ramírez, che è stato membro del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ha riflettuto sulla situazione nella Striscia di Gaza dopo l’ultima operazione militare israeliana che, in meno di due mesi, ha ucciso più di 2.000 palestinesi.

«Quello che sta accadendo in Palestina, in effetti, è la prova del tradimento delle élite politiche arabe. Tutti coloro che hanno resistito sono stati uccisi. Restano solo l’Algeria e la Siria. L’Algeria perché c’è Bouteflika come presidente e la Siria, perché c’è Bashar al-Asad. Tutti gli altri Paesi sono controllati dal nemico, in sostanza», ha detto Ilich nell’intervista telefonica.

Quello che sta accadendo in Palestina dimostra che la nostra posizione, il nostro percorso politico ha sempre avuto successo. Cioè, il denaro è dalla parte del nemico. Eppure con tutto quello che hanno, con le loro armi nucleari, non rispettano il diritto internazionale e vivono nella paura. E tutta la Palestina, che non combatte se non per il suo sangue, e il sangue dei suoi figli, delle mogli e dei combattenti che sono in prima linea, sta vincendo perché non possono uccidere milioni di Palestinesi. No, non li possono uccidere», ha ribadito Illich, che ha anche raccontato la sua vita in prigione, che ha definito “isolamento totale”.

«Alle guardie è fatto divieto di parlare con me. Vedo solo il mio avvocato, Isabelle Coutant-Peyre. Nel giro di pochi anni il mio avvocato mi ha sposato. Ci siamo sposati», ha raccontato.

Il fratello di Ilich Ramírez, Vladimir Ramírez che RT è anche riuscito a intervistare, ha riferito ulteriori dettagli sulla detenzione del fratello in carcere, la storia del suo arresto, la formazione della sua filosofia, come si arruolò nel Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e gli obiettivi perseguiti nelle sue azioni.

«Non c’è dubbio che Ilich per la destra pro-imperialista, pro-sionista,  è considerato come un terrorista, un criminale, come un mercenario e, per questo motivo, è chiaro che, allo stesso tempo, coloro che sono rivoluzionari, che sostengono le cause dei popoli oppressi dall’imperialismo e dal sionismo non possono vedere in Ilich Ramírez che un internazionalista, anti-imperialista, combattente anti-sionista», ha spiegato Vladimir Ramírez.

«Le azioni genocide, sfacciate, frontali e brutali di Israele contro il popolo palestinese rifugiato nel territorio di Gaza mostra il suo status criminale e, ovviamente, tutti coloro che hanno combattuto contro il regime genocida e dei suoi sostenitori, come gli Stati Uniti e la NATO, possono essere definiti oltre che combattenti per la libertà, combattenti per la giustizia», ha sottolineato Vladimir Ramírez, il quale evidenzia che dal momento dell’arresto del fratello, in Sudan nel 1994, definendolo semplicemente rapimento, «tutto ciò che è stato fatto contro Ilich in Francia non è legale».

«Prima di tutto noi solleviamo la questione che è stato rapito ed è detenuto illegalmente in Francia. […] Egli è imprigionato lì, è stato sottoposto a torture, come privazione del sonno per un anno intero. Hanno acceso e spento la luce nella cella ogni ora dalle nove di sera e fino all’alba.

Questa che è stata applicata è una tecnica di tortura britannica, a seguito della quale, per inciso, ha generato in Ilich il diabete, di tipo 2, ed è dimostrato che i processi di privazione del sonno possono portare a tali disturbi. Inoltre, ha subito aggressioni fisiche da parte di altri detenuti», ha affermato il fratello del Comandante Carlos.

«Devo chiarire che nessuna delle azioni attribuite a Ilich sono state provate in modo affidabile e insindacabile da parte delle autorità francesi. Quello che c’è stato contro Ilich è una mistificazione mediatica e anche nel processo del 2011, così come quando è stato giudicato per quattro attentati che ipotizzano egli avesse ordinato», dice Vladimir Ramírez, ricordando che «da quello che ho capito due degli attacchi apparsi nella serie che ha realizzato il regista Olivier Assayas, con finanziamenti franco-tedesco. Ovviamente, il sionismo è dietro tutto questo, hanno realizzato una miniserie in 3 parti, che dovrebbe essere la vera versione della vita di Ilich», ha aggiunto.

Rispondendo alla domanda su chi sono i principali nemici di Ilich Ramírez, suo fratello ha ricordato l’imperialismo e il sionismo, e «i complici che li sostengono in Europa, negli Stati Uniti, e, purtroppo, anche in Venezuela».

«Non è necessario essere scaltri per capire che il sionismo ha i suoi tentacoli in Venezuela. L’imperialismo li ha, e sono stati lì ferocemente ad attaccare il governo rivoluzionario attualmente guidato dal presidente Nicolás Maduro, come ha fatto nel corso degli anni contro il comandante Chávez. Questi sono i nemici, nel monotono e nel costante attacco contro Ilich. Ed hanno una duplice strategia. Quando non lo attaccano, cercano di mettere a tacere e rendere invisibile l’intera situazione di Ilich».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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Punti di accordo sul cessate il fuoco a Gaza

da al manar

Israeliani e palestinesi hanno accettato la proposta egiziana per un cessate il fuoco nella Striscia di Gaza, entrato in vigore dopo 50 giorni di un conflitto che ha ucciso 2.140 palestinesi e 69 israeliani, 64 erano soldati.

 Ecco i punti principali della proposta egiziana, secondo Azzam al-Ahmed, capo della delegazione palestinese:

 Apertura dei valichi di frontiera e fine al blocco.

 Il cessate il fuoco comporta l’immediata apertura dei passi che collegano la Striscia di Gaza con il territorio dell’entità sionista per contribuire alla ricostruzione di Gaza, che subisce un embargo israeliano rigoroso dal 2006. In questo senso, l’accordo prevede la fine del blocco di Gaza e  delle restrizioni per l’importazione di materiali da costruzione.

«L’iniziativa egiziana prevede l’apertura di passaggi per l’assistenza umanitaria e il cibo, forniture mediche e tutto il necessario per la riparazione di sistemi di acqua, elettricità e telefoni cellulari», ha detto Ahmad. Erez nel nord, è il principale punto di passaggio per le persone, mentre Kerem Shalom, nel sud di Gaza, è l’unico punto di attraversamento per i beni materiali. Tuttavia, Ahmed e gli egiziani non sono stati chiari sul valico di Rafah, in Egitto, chiuso più volte negli ultimi anni.

 Estensione della pesca

 Le restrizioni imposte da Israele ai pescatori di Gaza saranno rimosse, in particolare, la limitazione dell’area di navigazione a 3 miglia. Questa area sarà ora estesa a 12 miglia.

 Prigionieri

 La proposta egiziana, accettata da entrambe le parti, fa riferimento alla «liberazione dei prigionieri palestinesi in cambio dei corpi di soldati israeliani uccisi», ha detto Ahmed.  Hamas ha chiesto la liberazione di 60 prigionieri che sono stati rilasciati nel 2011 in cambio del soldato Shalit e sono stati arrestati di nuovo nel mese di giugno, dopo la morte di tre coloni israeliani nella Cisgiordania occupata.

 Porto e aeroporto di Gaza

 I palestinesi chiedono la riapertura dell’aeroporto di Gaza e la possibilità di riutilizzare il porto.  «È uno dei punti che verranno discussi nel corso dei prossimi negoziati che si terranno il prossimo mese», ha aggiunto il funzionario palestinese.

 Fine del lancio dei razzi

Le fazioni della resistenza palestinese si impegnano a non sparare razzi e missili contro gli insediamenti israeliani. Israele insiste sul fatto che la questione della smilitarizzazione di Gaza sia affrontato nei negoziati che inizieranno fra un mese, ma Hamas e altri gruppi palestinesi rifiutano il disarmo e tutte le indicazioni sono che questo non si verificherà.

 Fine delle restrizioni alle banche di Gaza

 Israele ha revocato le restrizioni finanziarie sulle banche di Gaza.

[Traduzione dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

In Palestina c’è una rivolta popolare

dilma

Intervista a Marcelo Buzzeto, docente e membro del settore Relazioni Internazionali del MST (Movimento Sem Terra)

A cura di J. Coutinho Jr, J. F. Neto e M. Silva

da Brasil de fato, 7-13 agosto 2014, p. 14-15

In un’intervista per Brasil de fato, Marcelo Buzzeto, membro del Settore Relazioni Internazionali del MST e dottore in scienze politiche, ha analizzato l’origine del conflitto e la posizione attuale del Brasile in questo scenario.

B. d. F.: Qual è l’origine degli attacchi di Israele alla Palestina?

Per capire quello che sta succedendo oggi, bisogna capire che la creazione dello Stato di Israele nel 1948 è all’origine del conflitto attuale. Quando fu creato Israele, ad opera del movimento sionista, che è un movimento nazionalista, giudaico, conservatore, anti-democratico e razzista, non ci fu un referendum indirizzato alla popolazione palestinese. Nella divisione dell’ONU, il 56% del territorio diventò lo Stato di Israele, il 42% rimase alla Palestina e il 2% a Gerusalemme, che doveva essere una città neutrale, essendo Gerusalemme orientale la capitale dello Stato palestinese. Ma in questi 50 anni il movimento sionista ha impiantato un’economia, una società, un modello di vita e ha creato un esercito dentro la Palestina.

B. d.F.: Qual è la causa degli attacchi a Gaza?

Israele ha usato come pretesto per iniziare questa nuova operazione militare il sequestro, la sparizione e la morte di tre giovani soldati che davano protezione illegale agli insediamenti di Ebrei sionisti nella vecchia città di Hebron. Questi giovani avevano in passato commesso violenze contro i Palestinesi, ma questo non è stato evidenziato dai media. I Palestinesi hanno divulgato immagini di questi soldati nell’atto di partecipare a incarceramenti, torture e umiliazioni. Non si può negare che erano direttamente coinvolti nei conflitti. Israele, però, ha incolpato Hamas, che ha negato di essere l’autore di questi assassinii.

Due settimane dopo la morte di questi giovani, sono stati realizzati circa 6oo arresti da parte dell’esercito israeliano in Cisgiordania, prima dell’inizio dei bombardamenti a Gaza.

B. d.F.: Parte della popolazione israeliana è contraria agli attacchi, o no?

Perfino tra le forze armate di Israele e nel governo vi sono contraddizioni. Esistono dichiarazioni di ufficiali israeliani che criticano l’operazione di terra in Gaza. Un movimento di soldati israeliani si rifiuta di combattere in territorio palestinese. All’interno dello stesso governo, alcuni sostengono l’idea che è stato Hamas l’autore dei sequestri; al contrario, altri settori dichiarano che nessuna indagine ha comprovato che l’assassinio è stato realizzato dal partito.

B.d.F.: E sui diritti dei Palestinesi sanciti negli accordi di Oslo?

La valutazione di molti che stanno seguendo il conflitto è che c’è stato un fallimento degli accordi di Oslo – accordo firmato nella città di Oslo in Norvegia nel 1993, tra la Palestina e Israele, con l’obiettivo di consolidare la pace nella regione. Il fallimento degli accordi obbliga i Palestinesi a cercare altre vie per conquistare i proprio diritti, il che ha portato alla creazione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Forze dentro l’OLP, principalmente la sinistra palestinese, come il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina e il Fronte Democratico per la Liberazione della Palestina, vengono dialogando con Hamas e Fatah nel senso di combattere Israele. Da allora, c’è stato un tentativo negli ultimi anni di creare una coalizione nazionale da Fatah, che governa la Cisgiordania ed è il partito che guida l’OLP, fino ad Hamas, che governa Gaza dal 2005. Questi dialoghi tra Fatah e Hamas, indirizzati a costruire un governo, hanno fatto sì che Israele cercasse di creare una nuova situazione, per impedire questa unione.

B. d.F.: Gli attacchi si stanno concentrando su Gaza, ma negli ultimi giorni si stanno diffondendo in altre zone, inclusa la Cisgiordania. Credi che possa succedere in Cisgiordania quello che sta succedendo a Gaza? E in che modo il popolo si mobilita in queste aree?

La resistenza palestinese agisce in maniere differenti. Lì in Cisgiordania esiste un movimento di liberazione nazionale, che combina diverse forme di lotta e di organizzazione. A Gaza, la situazione differisce dalla Cisgiordania e dai territori occupati nel 1948. Per esempio, i Palestinesi che vivono in territorio israeliano si mobilitano, fanno manifestazioni. Eppure, per loro è difficile organizzarsi, c’è più repressione. Le organizzazioni palestinesi che stanno lottando a Gaza sono quelle che in Cisgiordania stanno mobilitando le loro basi per un confronto con l’esercito di Israele. L’unità politica e militare che esiste a Gaza sta influenzando i Palestinesi sia in Cisgiordania che a Gerusalemme contro Israele e contro i settori dell’Autorità Palestinese. C’è anche un sentimento di indignazione da parte dei Palestinesi verso il loro proprio governo. C’è una ribellione popolare in Palestina, che ha come obiettivo principale il governo e l’esercito di Israele, ma che presenta anche dure critiche all’Autorità Palestinese. È un movimento che sta denunciando il governo palestinese come gestore dell’occupazione.

B.d.F.: Qual è la posizione dell’ Autorità Nazionale Palestinese (ANP), in relazione all’offensiva di Gaza?

L’ANP sembra sempre più un’amministratore dell’occupazione coloniale israeliana. Penso che quello che sta succedendo oggi a Gaza e in Cisgiordania può cambiare la lotta di classe e la politica in Palestina, indebolendo l’ANP, che vuole sempre negoziare con Israele. L’Egitto ha proposto recentemente una trattativa e l’ANP si è subito offerta. Ma non è questo che vuole la popolazione. La popolazione vuole la tregua, ma non intende rinunciare ad alcune sue rivendicazioni. Se l’ANP non si unisce al popolo nella lotta contro Israele, anche loro cadranno. Provoca indignazione il silenzio in relazione agli attacchi di Gaza e la mancanza di iniziativa degli ambasciatori palestinesi nel mondo intero di fronte ai massacri. La resistenza palestinese a Gaza risponde al proprio popolo e non fa nessun accordo con Israele, fino a quando non si garantisce la fine del blocco economico. I Palestinesi vogliono un porto, un aeroporto e il diritto a costruire un esercito. Si erano preparati per l’eventualità che un giorno Israele tornasse ad attaccare Gaza da terra. È per questo che la quantità di soldati morti sta spaventando il governo israeliano. Già sono morti quasi 100 soldati e uno di loro è stato catturato. Bisogna ricordare che nel 2009 Hamas ha catturato un soldato israeliano e nel 2011 questi è stato scambiato con 1027 prigionieri politici palestinesi. Israele si trova nel bel mezzo di un’operazione difficile dal punto di vista politico e militare.

B.d.F.: Che si può fare dal punto di vista internazionale per impedire gli attacchi di Israele a Gaza?

Israele è una potenza. A la campagna di boicoaggio è ancora la migliore alternativa. Alcuni paesi hanno già rotto accordi economici e sociali con Israele, ma ancora non è sufficiente. Vari paesi dell’America Latina hanno convocato i suoi ambasciatori per chiedere spiegazioni.

B.d.F.: E dentro la Palestina?

Dentro la Palestina, i movimenti di liberazione stanno crescendo in Cisgiordania. Abbiamo una situazione favorevole di rafforzamento della mobilitazione popolare, sia attraverso i movimenti, i sindacati e altre organizzazioni. E questo arriverà a Gaza. Oggi, quello che chiede la maggioranza dei Palestinesi è uno Stato unico dove possano convivere tutti. La separazione è l’origine del conflitto. Una serie di intellettuali progressisti israeliani e palestinesi confermano l’idea di un unico Stato.

fim deB.d.F.: Come giudichi, fino a questo momento, la presa di posizione del governo brasiliano in relazione agli attacchi?

Sebbene la posizione di condanna brasiliana abbia costituito un progresso, si tratta ancora di una posizione timida. Il governo brasiliano è contraddittorio. Non ho speranza che condanni e porti Israele nei tribunali internazionali. La base sociale del governo brasiliano è a favore di Israele. Il Brasile dice che si è trattato di un attacco sproporzionato, ma non rompe nessun accordo economico con il governo di Israele. Israele non ha mai guadagnato tanti soldi con il Brasile come oggi. Lula, che è visto come quello che ha avvicinato il Brasile al mondo arabo, ha anche avvicinato il paese a Israele. In un’intervista, hanno chiesto a Dilma se quello che sta succedendo a Gaza è un genocidio, lei ha risposto che è un massacro. Sappiamo che quello ha luogo lì è una pulizia etnica, ma Dilma difende Israele. Non vuole condannare Israele per pratiche genocide, perché il livello di influenza della comunità sionista in Brasile è immenso. Una parte considerevole del governo del Rio Grande del Sud è formata da sionisti. Stanno costruendo un complesso industriale a Poá e il protagonista di quest’accordo è il governatore Tarso Genro, ex-ministro della Giustizia del governo Lula. Chi gestisce l’agenda di Lula è una sionista, una signora di nome Clara Ant, conosciuta in Brasile come la maggiore sostenitrice del governo di Israele. Chi vuole avere un incontro con Lula, deve passare per lei. Il PT ha relazioni con il Partito dei Lavoratori di Israele, ma non ha nessuna relazione con i partiti politici palestinesi. Nemmeno ha relazioni con il Partito Comunista di Israele, che è l’unico partito anti-sionista. Non esiste nessun protocollo di cooperazione con partiti politici palestinesi. C’è una relazione con l’ANP, ma il governo brasiliano non esplicita questa relazione, perché non vuole creare problemi con la lobby sionista che esiste dentro il PT. E quando c’è qualche cooperazione, gli alleati di Israele nel Brasile creano ostacoli. Un esempio è stato quando il governo brasiliano ha approvato presso il Ministero della Pesca un fondo per aiutare i pescatori palestinesi di Gaza. I soldi non arrivano. In primo luogo, perché Israele blocca tutte le transazioni finanziarie a Gaza, in secondo luogo, perché all’epoca, il Ministero della Pesca era in mano a Marcelo Crivella, pastore della Chiesa Universale e alleato di Israele.

B.d.F.: La Palestina riceve appoggio dai paesi della Lega Araba?

C’è una divisione molto grande tra i paesi arabi che rende difficile la lotta del popolo palestinese. La rivoluzione palestinese è parte della rivoluzione che deve avere luogo nel mondo arabo. Ma vari di questi paesi sono alleati del sionismo e dell’imperialismo. Le monarchie arabe hanno relazioni economiche con gli U.S.A., Israele e l’Unione Europea. Per questo, non esiste la prospettiva di mettere in piedi una coalizione contro Israele. Se i paesi arabi si unissero alla resistenza interna palestinese, Israele già non sarebbe più un problema.

B.d.F.: Praticamente, come si può far sì che la popolazione brasiliana comprenda di fatto quello che sta succedendo a Gaza?

Israele contribuisce a spiegare in maniera semplicistica il conflitto. Quando il popolo brasiliano vede il bombardamento di case civili, scuole e chiese, riesce a capire che lì c’è un genocidio in atto. Sono bambini, donne, anziani. Le morti dal lato israeliano sono di soldati.

B. d.F.: Che cosa possono fare i movimenti sociali brasiliani per dimostrare solidarietà alla lotta del popolo palestinese?

I movimenti devono rafforzare la campagna per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi, appoggiare il boicottaggio contro Israele, il BDS, investigare e denunciare gli accordi politici ed economici brasiliani con il governo israeliano. Dobbiamo mostrare come queste imprese che operano in Brasile finanziano l’occupazione illegale, e denunciare le violazioni di diritti umani commesse da Israele. Le grandi mobilitazioni di appoggio, che hanno luogo nel mondo intero, devono continuare fino alla fine dei bombardamenti e del blocco di Gaza dal mare, dall’aria e da terra. I movimenti possono anche fare pressione sui paesi arabi affinché appoggino il popolo palestinese e sperare che l’ANP si unisca al suo popolo contro Israele e non il contrario, come sta avvenendo.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Fidel Castro: solidarietà con i palestinesi e condanna l’abbattimento dell’aereo malese

da Telesur

Il leader della Rivoluzione cubana ha espresso solidarietà «all’eroico popolo palestinese che difende l’ultimo brandello di ciò che è la loro Patria da migliaia di anni». Inoltre ha condannato le azioni del governo Poroshenko, “anti-russo, anti-ucraniano e pro-imperialista”.

Il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro ha espresso nel suo ultimo articolo “Provocazione Insolente” il ripudio per l’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines sul territorio ucraino sotto il controllo del governo del guerrafondaio Piotr Poroshenko.

Il lider maximo ha inoltre esteso la sua solidarietà all’eroico popolo palestinese contro l’invasione militare israeliana della Striscia di Gaza. Segue il testo completo dell’articolo:

Provocazione insolita

Questa mattina i cablogrammi dei lanci informativi erano saturi della notizia insolita che un’aereo di linea della Malaysia Airlines era stato colpito a quota 10.100 piedi, mentre sorvola il territorio dell’Ucraina sulla strada sotto il controllo del governo militarista del re del cioccolato, Petro Poroshenko.

Cuba, che è sempre solidale con il popolo ucraino, e nei difficili giorni della tragedia di Cernobyl ha curato molti bambini colpiti da radiazioni nocive dall’incidente e sarà sempre pronto a farlo, non può non esprimere il suo rifiuto all’azione di questo governo anti-russo, anti-ucraniano e filo-imperialista.

A sua volta, in concomitanza con l’abbattimento dell’aereo della Malesia, il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, leader di uno Stato nucleare, ha ordinato al suo esercito di invadere la Striscia di Gaza, dove in pochi giorni centinaia di palestinesi sono stati uccisi, molti di loro bambini. Il presidente degli Stati Uniti ha sostenuto l’azione, definendo il crimine efferato un “atto di autodifesa”. Obama non supporta Davide contro Golia, ma Golia contro Davide.

Come è noto, giovani uomini e donne del popolo d’Israele, ben preparati per il lavoro produttivo, saranno destinati a morire senza onore e gloria. Non so quale sia la dottrina militare dei palestinesi, ma so che sono combattenti pronti a morire in grado di difendere le rovine delle loro case fino a quando avrà il fucile, come hanno dimostrato gli eroici difensori di Stalingrado.

Il mio unico desiderio è quello di esprimere la mia solidarietà al popolo eroico palestinese che difende l’ultimo brandello di ciò che è la sua Patria da migliaia di anni.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Scudi umani internazionalisti a Gaza

Gaza, 11lug2014.- Un gruppo di 8 eroici ed ammirabili attivisti internazionali sono all’ingresso dell’Ospedale di Al-Shifa a Gaza come scudi umani per difendere le istallazioni della struttura sanitaria e per fermare gli attacchi dell’aviazione israeliana che ha lanciato un secondo missile da un drone contro l’Ospedale di Wafa nel quale sono ospitati un centinaio di feriti, bambini, donne, anziani, che lì ricevono assistenza medica.
 
Gli attivisti internazionali attraverso una conferenza stampa hanno informato che in caso di attacco da parte dei sionisti, rischiano di uccidere anche loro.

Un sincero ringraziamento a tutti loro.

Sosteniamo le Brigate Internazionali Unadikum!

Solidaridad Internacional bajo las bombas sionistas contra Gaza

Las continuas e impunes agresiones contra Palestina, y especialmente contra la franja de Gaza -dónde sólo durante la últimas 24 horas se sufrieron más de 80 ataques aéreos de las fuerzas de ocupación con el lamentable saldo de un civil asesinado y más de 50 heridos de diversa gravedad, la mayoría mujeres y niños- ha llevado a los activistas internacionales a alzar su voz de protesta en solidaridad con el pueblo palestino.

Este 8 de Julio se organizó frente a la sede de la ONU, en la ciudad de Gaza, una conferencia de prensa donde participaron activistas de diversas nacionalidades, quienes avalados con el apoyo de decenas de organizaciones y movimientos de solidaridad en sus respectivos países leyeron -mientras las explosiones de las bombas sionistas lanzadas desde F16s retumbaban en el aire de la mañana gazatí- una declaración conjunta donde se expresaba, entre otros puntos, lo siguiente: 
“Los palestinos están unidos en la resistencia, y los pueblos solidarios de todo el mundo, de pie junto a ellos y alzando sus voces en apoyo, les darán todavía más fuerza en su justa lucha contra el cruel ocupante. Por ello exigimos a todos los gobiernos la imposición de sanciones económicas contra Israel, la respuesta legal que se aplica contra los estados que no respetan el derecho internacional, las resoluciones de la ONU y la Convención de Ginebra. También exhortamos a las organizaciones de derechos humanos y personas de buena conciencia en todas partes del planeta, a que condenen los crímenes de lesa humanidad que Israel comete impunemente contra el pueblo palestino, y pedimos que tomen acciones en sus comunidades para resistir esta injusticia y promover la solidaridad con el sufrimiento de un pueblo entero”.

Previo a esta actividad de solidaridad internacional -y como ocurre ahora en toda la franja- las calles fueron tomadas por una manifestación en contra de las fuerzas ocupantes, en este caso la concentración llegó hasta la sede de la ONU. Esta demostración unitaria de todos los partidos de izquierda de Gaza exigió a la ONU y a toda la comunidad internacional que detengan la masacre contra el pueblo palestino a manos del régimen sionista.


El compañero Manu Pineda, de Brigadas Unadikum, en representación de los movimientos pro palestinos y organizaciones defensoras de los derechos humanos, fue invitado a dar unas palabras frente a la multitud, allí manifestó el gran apoyo que los pueblos dignos del mundo brindan a la justa y heroica lucha del pueblo palestino, denunciando también la complicidad de las mal llamadas “democracias” occidentales que suministran y financian las armas sionistas con las cuales son masacrados los niños, mujeres y hombres en Gaza y Cisjordania. Denunció también el silencio de la comunidad y de los organismos internacionales, los cuales deberían tomar acciones concretas contra los crímenes de guerra que Israel comete con total impunidad y sin embargo permiten con su pasividad esta terrible barbarie.

LOS PUEBLOS DEL MUNDO TENEMOS LA VOZ QUE A LOS PALESTINOS SE LES NIEGA

Por esto la alzamos hoy para romper el silencio que permite a Israel violar los derechos humanos de los palestinos, y también los tuyos, irrespetando la ley y el derecho internacionales.
Todos debemos actuar ahora, para que nuestro silencio no se convierta en un pase libre que le permita a Israel escalar su operación “Protectores de Nuestros Hermanos”, cuya intensificación de la violencia nos hace temer que pueda acabar en una terrible masacre de inimaginables proporciones. 

Los asesinatos en Cisjordania, la ocupación de territorios con tanques, los sobrevuelos de aviones, drones y helicópteros de guerra, las invasiones violentas, los arrestos indiscriminados y arbitrarios de civiles, las nuevas detenciones de prisioneros liberados, la alimentación forzada aplicada a los huelguistas de hambre, la violencia incontrolada de los colonos, así como también los bombardeos diarios contra Gaza , los ataques a campesinos y pescadores, los asesinatos selectivos desde aviones no tripulados, que recuerdan los precedentes de las ofensivas israelíes de 2008 y 2012. 


Israel justifica la violenta operación actual con la muerte de tres jóvenes colonos israelíes en territorio bajo control israelí en Cisjordania, muertes que no han sido reclamadas por ninguna organización política palestina, y de cuya supuesta participación Israel no ha aportado ninguna prueba para. 


Esto no es más que una operación predestinada al castigo colectivo contra la población y para golpear la formación del gobierno de unidad tras la reconciliación entre los principales movimientos políticos de Palestina. 


Esta operación se utiliza para imponer por la fuerza, mediante el miedo y las armas, la oposición del gobierno israelí a la reconciliación nacional palestina. 


Nosotros acompañamos a los palestinos quienes son las víctimas, y quienes se han comprometido a sí mismos como actores en este difícil proceso de construcción de la unidad nacional, y le decimos a nuestros gobiernos y a la opinión pública mundial, que nos oponemos a cualquier complicidad con los intentos ilegales de Israel por destruir este vital acuerdo.


El silencio continuo de la comunidad internacional da luz verde a Israel. 


Los palestinos están unidos en la resistencia, y los pueblos solidarios de todo el mundo, de pie junto a ellos y alzando sus voces en apoyo, les darán todavía más fuerza en su justa lucha contra el cruel ocupante.

Por ello exigimos a todos los gobiernos la imposición de sanciones económicas contra Israel, la respuesta legal que se aplica contra los estados que no respetan el derecho internacional, las resoluciones de la ONU y la Convención de Ginebra. 

También exhortamos a las organizaciones de derechos humanos y personas de buena conciencia en todas partes del planeta, a que condenen los crímenes de lesa humanidad que Israel comete impunemente contra el pueblo palestino, y pedimos que tomen acciones en sus comunidades para resistir esta injusticia y promover la solidaridad con el sufrimiento de un pueblo entero.

ASOCIACIONES INTERNACIONALES

International Jewish Anti-Zionist Network -IJAN

Centro de Resistencia Popular Latinoamericano Palestino – CRPLP

Brigadas Internacionales Unadikum

Misión Diplomática Internacional de Derechos Humanos Islámicos

ABUJNA Abu Jihad Palestinian News Agency

ESTADO ESPAÑOL
RESCOP
Marina Albiol – Eurodiputada
Javier Couso – Eurodiputado
Sara Vila – Miembro parlamento de Catalunya
Carlos Taibo, Profesor de la Universidad Autónoma, Madrid
Lucía Rivas Lara, Profesora Titular de la UNED
Comité de Solidaridad con la Causa Árabe
Asociación Pro Derechos Humanos de Andalucía
La Intersindical Alternativa de Catalunya- IAC
Izquierda Unida IU
Partido Comunista de España P.C.E.
Asociación Turab
BDS Catalunya
BDS País Valencia
BDS-Galiza
PEBAI – BDS Académico por Palestina
ISM Estado Español
Komite Internazionalistak
Asociación Paz con Dignidad
Asociación Paz Ahora
Grupo de Cooperación Sevilla – Palestina
Asociación Interpueblos de Cantabria
Comité de Solidaridad con los Pueblos
Asociación de Amistad Hispano Cubana
Mujeres en Zona de Conflicto – M.Z.C.
Ateneo Republicano de la Isla
El Col,lectiu 8 de Març. d ‘Alcoi
Acción Solidaria con los Pueblos Oprimidos – ASPO 
Sección Sindical CCOO-UNED
Unadikum España

VENEZUELA
Universidad Bolivariana de Venezuela – 
Coordinadora Bolivariana Estudiantil “Hugo Chávez”
Frente Nacional Comunal “Simón Bolívar”
Comando Nacional Bolivariano de Telecomunicaciones CANTV.
Dirección de Movimientos Sociales del PSUV.
Sala de Batalla “Ezequiel Zamora” 
Movimiento Voces Antiimperialistas
Mesas Técnicas de Telecomunicaciones CANTV
Comisión Permanente de Derechos Humanos – Consejo Legislativo – Diputado José Varela.
Frente de Pescadores “Benita Chirinos”
Frente Campesino del Estado Vargas
Casa del Poder Popular Socialista
Consejo Comunal José Mª Vargas
Movimiento 13
Red Cultural Juvenil Estado Vargas
Corriente Nacional de Trabajadores Revolucionarios 
Movimiento Bolivariano de Afrodescendientes.
Unadikum Venezuela

CHILE
Federación Palestina de Chile
Cascos Azules- Chile
Observadores y Defensores de Derechos Humanos – Chile (ODDH)
Partido Comunista Acción Proletaria (PCAP)
Comité Democrático Palestino – Chile
Comités por Palestina democrática – América Latina
Amal Chile ONG
Comité Chileno de Solidaridad con Palestina
Unión General Estudiantes Palestinos de Chile (Ugep chile)
Banda Musical “Inspiración 1948”
Palestina para Todos
Juventud árabe por palestina de Valdivia
Unión Arabe por Palestina de Temuco
Hijos y nietos por la memoria (Organización de dd.hh.-Chile)
UNADIKUM Chile

MEXICO
Colectivo José Revueltas- ciudad de Juárez – Chihuahua- México

FRANCIA
ISM Francia
Palestine Solidarité
UNADIKUM Francia

ITALIA
ANROS-Italia

ALBAssociazione
UNADIKUM Italia

URUGUAY
Comité Palestina Libre

COSTA RICA
Costa Rica con Palestina

ARGENTINA
Red Judía Internacional Antisionista – Argentina

Y centenares de personas que se han adherido a título individual

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