Suleimani: il generale fantasma su tutti i fronti

da lantidiplomatico

Gatto con il topo: la manovra in cui eccelle il famoso generale iraniano, Qassem Suleimani, comandante della rinomata unità al-Quds, corpo della Guardia Rivoluzionaria Islamica in Iran che ha dato un nuovo corso all’offensiva dell’esercito siriano.

Nonostante sia consapevole di essere ricercato dagli USA che vogliono sfruttare un buon momento per ucciderlo, ciò non gli impedisce di avventurarsi in tutte le direzioni, in particolare in Siria e in Iraq, e anche in Russia, per portare avanti la sua missione. Secondo i media, è stato visto sul fronte della provincia di Aleppo in Siria, dove l’esercito siriano ed i suoi alleati si trovano ora a 16 km dal confine con la Turchia.

«Gli statunitensi hanno un piano per uccidere generale, talmente che gli mette spavento”, ha dichiarato il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate iraniane, il Generale Hassan Feirouzabafi durante un briefing con i giornalisti a Teheran.

La specialità del generale Suleimani è nell’organizzare le sue forze e lo svolgimento dei suoi compiti, ma ha assicurato Feirouzabadi che sono state prese tutte le precauzioni necessarie per garantire la sua sicurezza.

Le voci sulla sua morte

Circolano molte voci circa i movimenti del generale iraniano e sulla sua salute. Molte volte i media hanno riferito della sua morte o che sia rimasto ferito.

È stato così, lo scorso novembre, quando i media vicini all’opposizione iraniana avevano detto che era stato ferito in combattimento nella provincia di Aleppo. Informazione confermata da alcuni giornalisti, ma negata dalla leadership dei Pasdaran.

Il 22 gennaio scorso, ha fatto la sua comparsa in occasione della commemorazione annuale del generale iraniano Mohammad Ali Dadi, caduto martire e con 5 combattenti di Hezbollah (compreso Jihad, il figlio del comandante martire Resistenza islamica Imad Moughniyyeh), in un raid israeliano nel sud della Siria, lo scorso anno. Ha poi assicurato che migliaia di persone stanno combattendo in Siria, che sono estranei al Corano e al Popolo della Famiglia del Profeta (Ahl al-Beit).

Ma l’informazione più forte sembra essere quella dei funzionari degli Stati Uniti, i quali, hanno riferito che il generale Suleimani ha visitato la Russia la scorsa estate per incontrare i funzionari russi. Nonostante le sanzioni e il divieto di viaggio imposto sulla sua persona da parte delle Nazioni Unite.

Si è scoperto, in seguito, che c’è qualcosa di suo nella decisione russa di intervenire militarmente in Siria nel mese di settembre.

Il Quinto occhio dell’Iran

«Gli iraniani credono di avere quattro occhi dalla rivoluzione del 1979: la loro dottrina, la loro volontà, la scienza e la ragione», ha affermato il giornalista iraniano e consigliere dell’ex presidente iraniano Mohammad Khatami, Mohammad Sadiq Husseini che conosce Suleimani.

«Ma hanno un quinto, il comandante dell’unità al-Quds generale Qassem Suleimani. È lì che questo occhio ha pedinato gli statunitensi durante la loro invasione dell’Iraq e l’esercito israeliano durante la guerra del 2006 in Libano, senza dimenticare Daesh e Co. sui fronti iracheni e siriani», ha aggiunto.

Quello che porta la vittoria con lui

La sua reputazione di leader forte che sfida la sconfitta e respira lo spirito di resistenza lo precede ovunque vada.

Husseini riferisce che il presidente siriano Bashar al-Assad gli aveva detto di persona, quando lo ha incontrato a Damasco, nel settembre del 2013, che «la presenza del generale Suleimani con noi in più di una battaglia è stato uno dei fattori principali per i cambiamenti che si sono verificati».

Il generale iraniano, è stato tra l’altro presente nella battaglia di Baba Amro, il primo baluardo dei terroristi liberato nella città di Homs. In Sahl al-Ghab ad Hama e in particolare nella provincia di Aleppo.

Ma è soprattutto in Iraq, dove si fa vedere. Inoltre, il generale Suleimani nei media ha la fama di agire in fretta, ben prima degli statunitensi durante l’invasione di Mosul e del Governatorato di Al Anbar da parte dell’Isis nel 2014. Ha poi avuto l’idea geniale di formare le forze di mobilitazione popolare, al-Hached al-Chaabi, volontari iracheni, mentre l’esercito iracheno non è stato in grado di affrontare la sfida.

Una fonte della forza Hached Chaabi ha rivelato ad al-Manar che «i nemici sono andati in confusione quando hanno saputo che Suleimani era sul campo di battaglia».

Quello che l’Iraq è come la Siria

 Il corrispondente di al-Manar, Hassan Hamza ha incontrato il generale iraniano nella provincia di Diyala. Ha raccontato che è stato colpito dalla sua modestia e che è rimasto sorpreso quando gli aveva chiesto notizie di Aleppo, dove era stato prima di andare in Iraq.

«Non vi è alcuna differenza tra i fronti siriani e iracheni, entrambi fanno parte di un unico progetto», ha riferito Suleimani ad Hamza.

Ha anche spiegato che tutti i combattenti Hached incontrati erano convinti che quando si combatte in presenza del generale Suleimani erano sicuri e certi di trionfare.

Colui che bacia la mano di feriti

Oltre alla sua esperienza militare, è molto apprezzato da tutti coloro che lo circondano, a causa del suo temperamento calmo e tranquillo. Sa ascoltare bene gli altri, anche quando lo interrompono per esprimere le loro opinioni, secondo il corrispondente di al-Manar. Ama i Mujahideen e cerca di stare loro vicino, dormire con loro, di apprendere sempre da loro.

Un funzionario HACHED assicura di aver visto più volte baciare le mani dei combattenti feriti.

“Sul campo di battaglia, è sempre in prima linea e non lascia mai le postazioni, anche quando la battaglia è nel pieno svolgimento. Non indossa mai il giubbotto antiproiettile, non circola mai alla guida di un veicolo blindato. Nelle battaglie di Tikrit, viaggiava in moto e guardava di persona il nemico prima di lanciare l’assalto. Egli è coraggioso e non ha paura della morte. Quando una bomba gli esplode vicino, non si tira indietro, come se nulla fosse accaduto».

Nel mirino degli statunitensi e degli israeliani

Gli statunitensi lo tengono d’occhio. Secondo un funzionario iracheno che ha chiesto l’anonimato, gli statunitensi gli mandarono un messaggio attraverso un mediatore per riferirgli che lo osservavano a Dayala, ed erano disposti a dargli una mano. Il generale rispose che aveva abbastanza materiale per raggiungere i suoi obiettivi.

«È sempre molto vicino agli statunitensi , li segue come un fantasma”, ha affermato Sadek Mohammad Husseini.

Inoltre, ha aggiunto che gli israeliani anche lo sorvegliavano nella guerra dei 33 giorni in Libano del 2006 e sembra che erano ben consapevoli della sua presenza sul campo di battaglia  in quel momento e che lo avrebbero visto nell’operazione effettuata a Tiro.

Per lui tutte le battaglie portano ad Al-Quds

Husseini racconta di averlo incontrato nel 2009 presso la Facoltà dell’ Imam Ali a Teheran affiliata alla sua unità. Esattamente, si ricorda di aver a parlato con lui di Al-Quds e della causa palestinese. Per lui, «ogni combattimento deve portare a Gerusalemme»,.

Ogni volta che c’è  una voce sulla sua morte, il generale Suleimani risponde con un grande sorriso, si aspetta di morire da martire in qualsiasi momento.

Ma in sua assenza, i leader delle Guardie Rivoluzionarie rispondono per lui: «No, non è caduto da martire. E continua la sua lotta fino alla liberazione di Al-Quds».

Misión Milagro ha restituito la vista a 4 milioni di pazienti

010615_Antigua_y_Barbuda_Jornadas_Mision_Milagro_WEB03da Prensa AVN/MPPRE

In Venezuela, in America Latina e nei Caraibi, quasi 4 milioni di pazienti hanno recuperato la vista attraverso la Misión Milagro, un programma creato nel 2005 dai leader della rivoluzione cubana e bolivariana, Fidel Castro e Hugo Chávez, con l’obiettivo di curare quei cittadini sprovvisti delle risorse necessarie per affrontare un intervento oftalmologico.

Durante il suo programma settimanale ‘Con Cilia en Familia’, la prima combattente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Cilia Flores, ha parlato del supporto fornito dalla Misión Milagro, che costituisce un programma sociale consono alla costruzione di un mondo possibile, basato sulla solidarietà e l’assistenza completa ai popoli.

Flores ha spiegato che in ogni paese dove arriva la Misión Milagro vi è un processo di formazione di professionisti con attrezzature all’avanguardia per garantire interventi di qualità per tutti i beneficiari.

Inoltre ha evidenziato la volontà del governo bolivariano di estendere questo programma sociale alla comunità del Bronx negli Stati Uniti: «La nostra Misión Milagro cura quest’anno i pazienti dei Caraibi Orientali. Potremmo prestare assistenza anche ai nostri cari fratelli del Bronx».

Il Presidente Nicolás Maduro, attraverso il proprio account Twitter ha dichiarato che la Misión Milagro, è una meravigliosa creazione dell’Alleanza Bolivariana per i popoli della Nuestra América (ALBA). «La rivoluzione delle missioni socialista è che donano la vista a chi non la possiede e soprattutto amore per la vita a tutti. Viva la Rivoluzione!».

L’8 luglio del 2004, un gruppo di venezuelani fece un primo viaggio a Cuba per essere operati da specialisti in oftalmologia dell’isola. Da quel momento iniziò a prendere forma la Misión Milagro. Quasi un anno dopo, il 25 di agosto del 2005, Chávez e Castro firmarono il ‘Compromiso de Sandino’, che prevede l’assistenza solidale ai popoli d’America per promuovere lo sviluppo della regione.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

L’obiettivo degli Stati Uniti è soggiogare l’Europa

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Traduzione dal russo di Mauro Gemma

Il ritorno del G8 al suo formato originale di G7 non rappresenta solo un restringimento dello spazio di dialogo tra l’Occidente e la Russia, ma anche una manifestazione del nuovo clima presente nel rapporto tra i partner euro-atlantici. Il 7-8 giugno al Vertice del G7 in Baviera, tutte le questioni affrontate – la globalizzazione, la zona transatlantica di libero scambio, il cambiamento climatico, la situazione in Ucraina oppure le sanzioni contro la Russia – hanno assunto una forma tale da consentire la promozione, in un modo o nell’altro, degli interessi americani in Europa.

I problemi della globalizzazione sono legati, in primo luogo, con l’architettura finanziaria internazionale. In particolare, con la moneta dei regolamenti internazionali, che è il dollaro americano, non protetto da nulla se non dalla paura dei creditori e dei partner commerciali dell’America di perdere tutto . E persino le lamentele di Barack Obama in merito al dollaro costoso, che non consentirebbe di inondare il mondo di prodotti americani, rappresentano una velata richiesta agli europei di contribuire al sostegno dei produttori di oltre oceano a scapito dei propri interessi.
Anche la creazione di una zona di libero scambio tra gli USA e l’Unione Europea dopo la stipula del relativo accordo non è funzionale prima di tutto agli europei. Proprio l’errore di valutazione sulle conseguenze per l’UE della comparsa di tale accordo è stata la causa della riduzione degli intensi negoziati in materia e, di conseguenza, dell’aumento della pressione sull’Europa da parte di Washington.

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Il Venezuela sostiene il diritto all’autodeterminazione di Porto Rico

ramirez-venezuela_xoptimizadax--644x362da Correo del Orinoco

«Porto Rico è stata sottomessa a un quadro spregevole di dominazione coloniale che dura da più di un secolo, negando a questo popolo fratello di poter sfruttare i propri diritti umani» ha denunciato il rappresentante permanente del Venezuela alle Nazioni Unite

In occasione della sessione del Comitato per la Decolonizzazione delle Nazioni Unite su Porto Rico, il rappresentante permanente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, Rafael Ramirez, ha condannato la condizione coloniale in cui si trova la nazione latinoamericana e caraibica che viola il diritto all’autodeterminazione, definendola come un «affronto e vergogna per l’umanità».

Su proposta della delegazione di Cuba è stata approvata una risoluzione dove viene riaffermato il diritto inalienabile di Porto Rico alla sua indipendenza e autodeterminazione.

«Porto Rico è stata sottomessa a un quadro spregevole di dominazione coloniale che dura da più di un secolo, negando a questo popolo fratello di poter sfruttare i propri diritti umani, compreso il diritto all’autodeterminazione», ha affermato Ramirez.

Il rappresentante della Repubblica Bolivariana presso le Nazioni Unite ha poi sottolineato che la lotta per l’indipendeza di Porto Rico è una causa storica difesa già dal Libertador, Simón Bolívar, oltre duecento anni fa. «Dobbiamo ricordare che il Libertador, Simón Bolívar, dichiarò nel Congresso di Panama del 1826 l’indipendenza di Porto Rico come uno dei punti fondamentali del programma di emancipazione. La questione è ancora oggi in sospeso».

Ha inoltre spiegato che la situazione in cui si trova Porto Rico ha influenzato negativamente sull’economia della nazione, che si trova in recessione dal 2006.

Durante il suo discorso, Ramírez, ha chiesto la liberazione di Óscar López Rivera, che a livello internazionale è il prigioniero politico con più anni di detenzione; attualmente si trova in stato di detenzione negli Stati Uniti a causa della sua lotta per l’indipendenza dell’isola natale.

«Il colonialismo ha anche avuto un impatto negativo sui diritti umani del popolo portoricano. I leader indipendendisti sono stati repressi e privati della libertà, il caso di Óscar López Rivera è solo il più emblematico. Questo nazionalista portoricano è ingiustamente imprigionato da 34 anni per l’instancabile lotta condotta per l’indipendenza della sua patria; essendo attualmente il prigioniero politico detenuto dal maggior numero di anni a livello internazionale, esigiamo la sua pronta liberazione».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

(FOTO) Gaza, palestinesi solidali con il Venezuela

da telesur.net

Con una manifestazione, a Gaza, nella Piazza dei Martiri, i palestinesi hanno espresso il loro rifiuto alle azioni unilaterali degli Stati Uniti contro la sovranità della nazione sudamericana. Un gruppo di palestinesi, a Gaza, questa mattina, ha tenuto una manifestazione in solidarietà con il Venezuela, per il nuovo assalto degli Stati Uniti che considerano la nazione sudamericana come una minaccia per il loro paese. L’iniziativa è stata organizzata dal Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP) e si è svolta nella piazza dei Martiri di Gaza.

Sventolando le bandiere del Venezuela e mostrando striscioni con le scritte: “Stati Uniti fuori dal Venezuela” e “Venezuela, la Palestina è con te”, gli abitanti di Gaza hanno voluto ribadire la loro solidarietà con il governo e il popolo del Venezuela di fronte a  questa nuova aggressione del governo degli Stati Uniti.

I partecipanti alla manifestazione hanno anche esposto poster del leader rivoluzionario Hugo Chávez e del presidente Nicolás Maduro come simbolo di sostegno per la Rivoluzione Bolivariana.

Ieri, un gruppo di persone appartenenti ai movimenti sociali e alle associazioni di difesa dei diritti umani, in Palestina, hanno organizzato un sit-in davanti all’ambasciata del Venezuela per esprimere sostegno al governo venezuelano contro le continue minacce da parte degli Stati Uniti.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]
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L’Aja accetta la richiesta dell’Ecuador contro la Chevron

da hispan.tv

La Corte internazionale di giustizia dell’Aia (ICJ) ha ritenuto legittimità la richiesta dell’Ecuador contro il gigante petrolifero statunitense Chevron per aver causato danni ambientali e sociali in Amazzonia tra il 1962 e il 1990.

A questa conclusione, si è giunti attraverso un voto separato 2-1, e si riconosce come legittima la domanda degli indigeni e dei coloni dell’Amazzonia ecuadoriana contro la Chevron, ci sono diritti individuali che devono essere rispettati.

La misura pur non avendo un effetto immediato e non essendo definitiva, il Procuratore Generale dell’Ecuador, Diego García Carrión, ha dichiarato che «La decisione di oggi rappresenta un passo importante nella giusta direzione».

A questo proposito, ribadisce che la Chevron è responsabile per la contaminazione diffusa nella regione, e celebra il fallimento della causa intentata dalla multinazionale del petrolio per evitare la condanna della giustizia ecuadoriana per danni ambientali e sociali in Amazzonia.

Da parte sua, il portavoce della Chevron, James Craig, ha sostenuto, invece, che «una corte federale degli Stati Uniti ha stabilito che la sentenza dell’Ecuador contro la società statunitense è il risultato di frode, corruzione e concussione. La decisione provvisoria resa oggi dalla Corte (l’Aia) non cambia questo fatto».

Nel frattempo, Pablo Fajardo, avvocato per i querelanti ecuadoriani, in risposta al portavoce della compagnia petrolifera, ha affermato che l’argomentazione della società su una presunta “frode” è senza fondamento.

Ricordando la prossima udienza sul caso, il prossimo 20 aprile, a New York, Fajardo spera che in quella sede «finisca per crollare la tesi dalla frode sostenuta dall’azienda petrolifera».

Secondo il Ministero dell’Ambiente dell’Ecuador, la Chevron, l’azienda più inquinante al mondo, ha versato 680.000 barili di petrolio contaminando fiumi, flora e fauna, ed ha bruciato 235 miliardi di metri cubi di gas all’aperto.

La giustizia ecuadoriana ha stabilito nel 2001 che Chevron deve risarcire danni per 9.500 milioni di euro, ma la multinazionale, finora, è riluttante nel rispettare la sentenza.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Assad: La Siria lotta contro il terrorismo e difende i civili

da sana.sy

Il presidente Bashar al-Assad, nel corso di un’intervista rilasciata, ieri, alla BBC News, ha dichiarato che la Siria ha preso, fin dall’inizio, la decisione di lottare contro il terrorismo e di condurre il dialogo a livello nazionale, il che indica che queste politiche erano corrette, ma gli errori sono stati commessi contro i civili, questo è avvenuto di volta in volta e alcune persone sono state punite per questi errori.

Assad ha ribadito che la Siria non farà parte di una coalizione con i paesi che sostengono il terrorismo. «Quello che è importante per noi è essere indipendenti e non burattini che funzionano contro i nostri stessi interessi».

Sulla crisi umanitaria in Siria, definita la più pericolosa dalla seconda guerra mondiale e se la Siria sia fallita come Stato, il presidente siriano ha spiegato che fino a quando il governo, le istituzioni e lo Stato sono in grado di adempiere al loro dovere verso il popolo siriano, non si può parlare di Stato fallito. «Parlare di perdere il controllo è qualcosa di molto diverso. C’è stata un’ invasione di terroristi dall’estero e il governo ha fatto il suo dovere nel combatterli e nel difendere il suo paese», ha aggiunto al-Assad.

 Assad ha precisato che ogni guerra è un male e in ogni guerra ci sono vittime tra i civili. «Ecco perché ogni guerra è una guerra cattiva. Quindi non si può parlare di una guerra benigna senza vittime… Quando si parla di governi, si parla di politica. Combattiamo contro il terrorismo e difendiamo i civili».

Ad una domanda se il governo ha ucciso civili, al-Assad ha risposto: «Come avremmo potuto resistere per quattro anni, se la gente, l’Occidente e i  paesi la regione fossero stati contro di noi. Come potevo restare per quattro anni nella mia posizione con il governo, l’esercito e le istituzioni senza il sostegno popolare? È impossibile. È sgradevole mentalmente».

 Sull’unità della cosiddetta opposizione moderata, ma questa volta per combattere l’Isis, al-Assad ha definito questa ipotesi “fantasiosa”. «Sappiamo tutti che si tratta di una fantasia. Anche nei media occidentali, si parla di gruppi e organizzazioni come Isis al-Nosra, affiliata ad Al Qaeda. Questo non accade all’improvviso. È illogico e irrealistico passare improvvisamente dalla moderazione all’estremismo. Tutte queste organizzazioni hanno la stessa base», ha aggiunto.

 Sul rapporto di Human Rights Watch, secondo il quale, i civili sarebbero stati ferocemente attaccati dalle forze partigiane di Assad nelle zone controllate dall’opposizione, Assad ha nuovamente puntualizzato: «Perché? Ancora una volta, qualcuno che attacca il suo popolo avendo contro le potenze regionali, le grandi potenze l’Occidente, nonostante tutto resiste? Come può avvenire? Se uccidi il popolo siriano, non ti sosterrà e sarà contro di te. Finché si ha il sostegno popolare, significa che difendi il popolo. Se uccidi la gente, sarà contro di te».

Circa le dure critiche dell’Arabia Saudita che, attualmente, teme l’Isis-Daech e vuole distruggerlo, Assad ha dichiarato che le fonti dell’ideologica dell’Isis e di altre organizzazioni affiliate ad al Qaeda sono wahabite, supportati dalla famiglia reale in Arabia Saudita. Quindi, ciò che è importante è l’azione per dimostrare che quello che dicono sia vero.

Assad ha anche affermato che la Siria non è contro la cooperazione con un paese e non lo sarà mai. «Non abbiamo iniziato questo conflitto, gli altri, che hanno avviato e sostenuto i terroristi, gli hanno dato copertura. Non si tratta di isolare la Siria, c’è un embargo sulla popolazione siriana e i cittadini siriani. Questo è diverso dall’isolamento. È completamente diverso».

Rispondendo a una domanda sull’accusa mossa alla Siria di imporre restrizioni all’accesso ai farmaci nelle zone controllate da gruppi armati, il Presidente siriano ha evidenziato che finora, il governo siriano invia alla città settentrionale di Raqqa, dominata in primo luogo dal Fronte al-Nusra e poi da Daech, cibo e medicine.

In merito all’area di al-Ghouta al-Sharqiya, vicino a Damasco, dove è stato negato l’accesso a 12 convogli umanitari, al-Assad ha replicato che quelle zone quotidianamente bombardano Damasco, allora come si potrebbe evitare l’arrivo di cibo, mentre non si è in grado di impedire l’arrivo di armi? «Voglio dire, se possiamo impedire al cibo di entrare in queste aree, potremmo anche evitare l’invio di  armi alle stesse aree. Come possiamo permettere l’accesso alle armi?». Si è chiesto al-Assad.

Alla domanda se al-Assad sia il grande sopravvissuto tra i leader del Medio Oriente, dal momento che il presidente Obama lo aveva invitato a dimettersi nel 2011, al-Assad ha detto che il problema non è la sopravvivenza di sé stesso ma della Siria, si tratta di terrorismo, di cambiare lo stato e il presidente, perché a loro non piace lo Stato o il Presidente e non piacciono loro politiche. Questa non è una questione personale ma è comodo personalizzare per collegare tutto al presidente».

Su cosa pensa delle vittime e se sente o comprende il dolore delle loro famiglie e di quelli uccisi o feriti, il presidente al-Assad ha sottolineato: «Siamo esseri umani, affrontando il problema della morte ogni giorno. Ci sono famiglie che hanno perso i loro cari. Io ho perso, personalmente, i membri della mia famiglia, ho perso amici e persone con cui lavoro. Questo è qualcosa che viviamo ogni giorno nel dolore».

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

Un numero crescente di israeliani rinuncia alla nazionalità

da al manar

La percentuale di cittadini israeliani che rinunciano alla loro nazionalità è aumentato del 65% nel 2014. La maggior parte di coloro che hanno rinunciato alla nazionalità israeliana si sono stabiliti in Germania, Austria, Regno Unito, Olanda e Stati Uniti.

Lo scorso anno 765 israeliani hanno presentato documenti per rinunciare alla nazionalità israeliana contro i 478 presentati nel 2013, secondo l’Amministrazione delle Frontiere, Popolazione e Immigrazione delle ambasciate israeliane all’estero. Lo ha riferito il sito web Ynet.

Molti di questi ex cittadini israeliani hanno dichiarato di rinunciare alla cittadinanza israeliana perché vogliono acquisire un’altra o lasciare Israele a causa delle tensioni militari, per problemi di sicurezza o difficoltà economiche. La maggior parte di loro affermano di voler stabilirsi in paesi stranieri in via definitiva.

La legge israeliana stabilisce le condizioni per l’approvazione della rinuncia: Deve essere presentata in un’ambasciata israeliana all’estero, il richiedente deve dimostrare che la sua vita non si svolge in Israele e che possiede la cittadinanza di un altro Stato.

Inoltre, fa riflettere il desiderio di molti israeliani di lasciare il paese, più di 11.000 persone hanno aderito alla pagina “Olim lui Berlin” (Emigrare a Berlino) nelle ultime settimane. Il sito offre consigli per gli israeliani che vogliono emigrare a Berlino. Secondo i creatori della pagina, più di 9.000 israeliani hanno mostrato il desiderio di abbandonare Israele per stabilirsi nella capitale tedesca.

La pagina “Olim le Berlin” ha causato scalpore nel mese di ottobre, quando i suoi amministratori hanno pubblicato la scansione di uno scontrino di un supermercato a Berlino, dove i prezzi sono molto più bassi di quelli di Israele, per informare gli israeliani circa gli enormi costi di vita nell’entità sionista. Dopo la pubblicazione, i “Like” sulla pagina si sono moltiplicati e le reazioni sono anche giunte alla stampa locale.

[Trad dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

La Siria si congratula con Cuba per il ritorno dei tre eroi prigionieri in USA

da al manar

Siriani e cubani hanno festeggiato all’ambasciata di Cuba, a Damasco, il 57° anniversario del trionfo della Rivoluzione nell’isola e il ritorno di tre eroi, prigionieri nelle carceri statunitensi.

Nel corso di una cerimonia tenutasi presso la sua residenza, l’ ambasciatore di Cuba, Fernando Pérez Maza, ha salutato il ritorno in patria di Antonio Guerrero, Gerardo Hernández e Ramón Labañino.

I tre, insieme a Fernando González e René González (rilasciati dopo aver scontato la loro pena), sono stati arrestati nel 1998 per contrastare i gruppi che organizzavano e finanziavano le azioni terroristiche contro il loro paese.

Pérez Maza ha anche evidenziato il ripristino delle relazioni diplomatiche tra L’Avana e Washington, dicendo che è il riconoscimento del fallimento della politica degli Stati Uniti nei confronti di Cuba.

«Manterremo i nostri principi, la nostra indipendenza, il nostra il socialismo e il nostro progetto sociale», ha ribadito il diplomatico.

Da parte sua, Abdel Nasser Alshafia, membro della direzione regionale del partito arabo socialista Baath e presidente dell’Associazione di Amicizia Siria-Cuba, ha elogiato la decennale lotta del popolo cubano.

«Nonostante queste avversità, questo paese ha raggiunto grandi risultati nel campo della sanità e dell’istruzione», ha affermato Alshafia. Ed ha aggiunto: «Vogliamo augurare ai nostri cari fratelli cubani ogni successo nella costruzione del futuro del loro paese».

Alla cerimonia hanno partecipato anche membri della comunità cubana in Siria, rappresentanti dell’Associazione dei laureati siriani a Cuba, gli studenti spagnoli provenienti da vari centri accademici della capitale e il personale dell’ambasciata cubana a Damasco.

[Trad dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

The Guardian: «Isis creato in un campo di detenzione degli Usa»

da hispantv

Un membro del gruppo terroristico Isis (Daesh, in arabo), in un’intervista al quotidiano britannico, “The Guardian”, ha rivelato che questo gruppo armato è stato creato a Camp Bucca, centro di detenzione statunitense nel sud dell’Iraq.

«Per noi [Bucca] era come un’accademia e per i leader era una scuola di comando (…) L’Isis non sarebbe mai nato, se non ci fosse stato Camp Bucca», ha affermato il terrorista durante l’intervista.

Questo elemento dell’Isis, identificato con il nome di Abu Ahmad, ha aggiunto che gli statunitensi avevano molto rispetto per l’attuale leader del Daesh, Ibrahim al-Samarrai, noto come Abu Bakr al-Baqdadi.

«Gli americani lo hanno visto come una figura di conciliazione, in grado di fermare gli scontri che avrebbero potuto verificarsi nel centro di detenzione. Gli hanno anche permesso di visitare i detenuti in altre carceri, qualcosa fuori dal comune», ha raccontato.

Abu Ahmad, ha dichiarato che il leader Al-Samarrai stava nascondendo qualcosa che non voleva che gli altri detenuti sapessero, ha tenuto incontri con altre perosne rinchiuse nel campo che avevano visoni molto distorte e estremiste. Tutto questo «sotto il naso degli americani», ha aggiunto.

Gli Stati Uniti hanno chiuso Camp Bucca nel 2009. Molti di coloro che sono stati imprigionati in questo centro di detenzione hanno evidenziato il ruolo svolto da questa prigione nella creazione di diversi gruppi terroristici, in particolare, del Daesh.

L’ex Segretario di Stato Hillary Clinton, ha confessato nel suo libro di memorie ” Hard Choices” (Decisioni difficili) che l’Isis è stato creato dagli Stati Uniti per provocare il caos in Medio Oriente e legittimare i futuri interventi degli Stati Uniti nella regione.

Inoltre, l’ex analista della National Security Agency, NSA, Edward Snowden ha portato alla luce, di recente, che i servizi di intelligence degli Stati Uniti, Gran Bretagna e israele hanno lavorato insieme per creare l’Isis.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

In Siria combattono terroristi provenienti da 80 paesi.

da hispan.tv

Un alto funzionario degli Stati Uniti ha dichiarato che il numero di uomini armati stranieri che combattono in Siria è molto più alto rispetto al numero di mercenari che negli ultimi dieci anni sono stati coinvolti nei conflitti in Afghanistan, Yemen, Somalia, Iraq.

Come ha riportato venerdì scorso, il canale di notizie iraniano “al-Alam”, Randy Blake, consulente strategico di alto livello presso l’Ufficio della National Intelligence Usa, ha confermato che «il numero di uomini armati che operano in Siria è fortemente aumentato nelle ultime settimane».

Nelle dichiarazioni rilasciate dopo la conferenza annuale dell’Associazione Internazionale dei capi di polizia, che si è svolta ad Orlando, Blake ha riferito che si attesta a 12 mila, il numero di uomini armati che sono andati in Siria, premettendo che «in realtà si sono trasferiti in Siria 16.000 uomini armati provenienti da 80 paesi».

Evidenziando, inoltre, che circa 2000 terroristi giunti in Siria, provengono da paesi occidentali. Il funzionario degli Stati Uniti ha rivelato che il Regno Unito, la Francia, la Germania e gli Stati Uniti sono tra queste nazioni.

Le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme sul numero considerevole di terroristi che si stanno dirigendo in Iraq e Siria per unirsi ai gruppi terroristici, fra i quali l’Isis-Daesh.

L’Isis con migliaia di membri provenienti dal Medio Oriente dall’Europa e dal Nord America, sta commettendo vari reati contro l’umanità in Siria e in Iraq, tra cui esecuzioni sommarie e rapimenti di massa.

Secondo un rapporto del giornale americano The Washington Post, pubblicato giovedì scorso, gli attacchi della cosiddetta coalizione internazionale, guidata dagli Stati Uniti, non sono stati in grado di fermare il flusso di terroristi in Siria.

Gli Stati Uniti hanno iniziato l’8 agosto scorso a bombardare varie regioni dell’Iraq, con il pretesto di combattere il Daesh e ampliato la campagna fine settembre in Siria.

Tuttavia, l’offensiva, il cui vero obiettivo, secondo diversi analisti, è quello di espandere la presenza militare degli Stati Uniti in Medio Oriente, non è stata in grado di fermare l’avanzata degli elementi del Daesh.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Rand Corporation: La vittoria di Assad è lo scenario più probabile

da al manar

Per la seconda volta, la Fondazione della Difesa degli Stati Uniti “Rand”, un’influente agenzia che si occupa dei problemi di sicurezza e di politica estera, ha pubblicato una relazione in cui sostiene che lo Stato siriano e il suo esercito sono le migliori garanzie per la lotta contro il terrorismo.

Un recente rapporto nel mese di agosto di quest’anno e recentemente aggiornato sostiene che il governo siriano ha compiuto progressi più velocemente di quanto avesse previsto nei suoi studi, effettuati a dicembre dello scorso anno.

Il rapporto osserva che:

– Il mantenimento del progresso delle forze armate e le rivalità dei gruppi armati dei gruppi di opposizione e il trasferimento di priorità dell’Isis dalla Siria all’Iraq ha permesso al governo siriano di compiere progressi contro l’opposizione più veloci di quelli che gli esperti Rand avevano previsto.

– La vittoria del governo siriano ora sembra essere la più probabile nel medio termine a causa della confluenza di fattori politici e militari che favoriscono le forze pro-Assad.

– Mentre alcuni a Washington vedono la Siria come un nemico a causa della sua alleanza con l’Iran e la Russia, e la sua ostilità nei confronti di Israele, la verità è che una caduta del governo siriano è percepita da molti esperti americani come il peggior risultato possibile per gli interessi strategici americani in quanto porterebbe al controllo di gran parte dei gruppi terroristici in Medio Oriente e il caos.

– Un fattore da considerare, tuttavia, è lo sviluppo dell’Isis che ha guadagnato forza, nonostante i bombardamenti degli Stati Uniti. Se l’Isis riesce ad eseguire la manutenzione delle armi catturate può diventare un serio concorrente delle armate siriane e irachene.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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