Qual è il vero obiettivo della crociata contro il Venezuela?

di Vincenzo Paglione

La principale caratteristica di queste note sta a mio avviso nel fatto che sono la sintesi di un pensiero che si è andato maturando nel tempo. Ciò le rende un buon materiale grezzo per un’analisi teorica. Si tratta di una serie di considerazioni di cui vorrei imbastire una prima approssimazione d’insieme e lasciare al lettore l’onere di valutarle ed eventualmente di completarle e chiarirle. In primo luogo ogni analisi che esamini il processo di destabilizzazione che sta soffrendo il Venezuela rischia di essere approssimativa se non si esplicita chiaramente l’indagine teorica della genesi di questo confronto.

Va da subito considerato che il controllo dei mezzi di produzione e delle fonti energetiche è connesso alla nuova epoca policentrica caratterizzata da una imperante situazione di disordine e disorganizzazione sistemica, ovvero da una accentuazione della competizione intercapitalistica a livello mondiale. Al momento non vi è nulla che possa fare pensare alla possibilità di evitare una crescente situazione di disordine con pesanti riflessi nel resto della società latinoamericana e, di riflesso, mondiale.

In secondo luogo le spiegazioni deliranti che il giornalismo fornisce in merito a questa fase conflittuale che sta vivendo la società venezuelana, hanno la pretesa di  spacciarsi come un sapere rigoroso e coerente (che in realtà è solo contingente) di quanto accade, spingendo i lettori a valutare i loro articoli più per il campo di appartenenza che per le tesi che sostiene.

Un elemento, questo, da non trascurare per quanto concerne il consolidamento in corso del dominio reazionario del grande capitale dei paesi capitalistici più sviluppati, il quale ha mutato geneticamente buona parte dell’opinione pubblica e, in modo del tutto particolare, i ceti intellettuali che a questi fanno riferimento, i quali sono ben inseriti negli apparati politici e ideologici (di cui la sinistra non è rimasta immune, poiché rappresenta la migliore sponda politico-ideologica delle classi dominanti) che sono diventati pienamente funzionali al suddetto dominio.

Si può affermare che l’obiettivo della crociata “democratica” e “umanitaria” che, da qualche tempo a questa parte, si è scatenata nei confronti del Venezuela è quello della conquista geopolitica di quest’area strategica da parte degli Stati Uniti e in subordine dell’Europa. La posizione geografica che occupa questo paese nello scacchiere internazionale è da sempre considerata molto vantaggiosa e promettente.

La sua ubicazione geografica nel centro del continente americano ha rafforzato negli ultimi tempi il suo ruolo strategico a livello delle comunicazioni marittime tra il Nord e il Sud del continente. Difatti è la nazione più settentrionale dell’America meridionale, è quella che più si avvicina all’Europa e agli Stati Uniti per il fatto che si affaccia verso spazi marittimi e terrestri che la collocano simultaneamente in relazione con i grandi interessi geopolitici, economici e culturali dell’area caraibica, di quella atlantica, dell’America andina e della Guyana. Sono questi spazi marittimi d’intenso traffico interoceanico e intercontinentale che hanno reso possibile un cospicuo traffico di materie prime quali petrolio, ferro e alluminio, oltre a un grande flusso d’importazioni.

Questa sua preminente posizione nel bacino caraibico è rafforzata anche dal fatto che costituisce il percorso obbligato delle navi verso i porti venezuelani e il canale di Panamá, con la costa occidentale del Nord e del Sudamerica e i mercati dell’Estremo Oriente. Inoltre la conquista di quest’area ha anche un obiettivo di grande importanza geopolitica come può essere il controllo e l’appropriazione delle riserve petrolifere, idriche, biodiversità e minerali di cui il paese è ricco. Le preoccupazioni di Washington sono salite da quando il presidente del Venezuela, Chávez, insieme ai capi di stato dell’Ecuador, la Bolivia e l’Argentina hanno fatto i primi passi per l’avvio di un processo d’integrazione economica, politica e militare.

Ciò ha reso gli americani molto nervosi. I processi di destabilizzazione che si stanno producendo in questi paesi del subcontinente sono una diretta risposta a questo tipo di tensione e hanno come scopo riportarli sotto la sfera d’influenza americana, bloccando così l’intesa tra questi paesi i quali sono visti come principale minaccia delle elite tradizionali e del capitale multinazionale.

Gli agenti culturali, oggi schierati con la potenza egemonica unipolare, provano a mettere in discussione la sovranità del popolo venezuelano con la solita bandiera dei “diritti umani” e della “democrazia”, vere e proprie imposture concettuali che fanno da base ideologica alla strategia occidentale di conquista, distruzione e sottomissione di ogni area del mondo contraria ai propri piani egemonici.

La degenerazione che hanno subito queste due categorie universali fondate sul concetto di vittoria del cittadino sul potere e di governo genuinamente popolare basato su di una sovranità, ha conferito loro una forma di mitologia moralistica che si generalizza e si astrae dalla stessa realtà, celando la sostanza classista sottratta alla libera decisione sovrana.

Inoltre la capacità e la duttilità con la quale questo modo di pensare si è diffuso in campi e aspetti un tempo estranei ha fatto sì che assuma, a seconda dei casi, diverse sfumature. La sua generalizzazione si riscontra ormai anche all’interno di forze politiche e intellettuali non direttamente al servizio dell’imperialismo. Infatti una certa sinistra non è rimasta immune a questa disonesta teologia interventistica dei “diritti umani” e della “democrazia” – al punto da asserire e ribadire il rovesciamento dall’esterno e dall’interno del governo legittimo venezuelano, che gode dell’appoggio di una parte rilevante della popolazione- in difesa della tanto decantata “democrazia” e dei “diritti umani”.

Va comunque tenuto presente che la contrapposizione geopolitica in atto non si basa tanto sull’ideologia, come molti giornalisti e accademici vogliono far credere, ma si tratta essenzialmente di uno scontro di potere. È più che assodato che i continui interventi guidati a distanza dagli Stati Uniti sono dettati dalla necessità di conquistare le risorse energetiche del Venezuela. Si tratta, quindi, di una questione strategica, cioè il nocciolo della disputa è la possibilità che uno Stato di ordine inferiore, il Venezuela in questione, possa intraprendere una propria strada autonoma non aderente agli interessi strategici della metropoli occidentale.

Per questa ragione si rende decisiva da parte di tutte le forze antagoniste una presa di posizione ben determinata di fronte a queste manipolazioni strumentali, in quanto veri e propri meccanismi geopolitici per la dominazione politica, commerciale, finanziaria, culturale, ideologica, ambientale e legale che in questo momento vogliono far collassare lo Stato e la società venezuelana.

[Articolo scritto per ALBAinformazione da Vincenzo Paglione]

Monedero: «I mass-media dominanti armi di disinformazione di massa»

di Tomás Forster – nodalcultura.am

Ago2015.- Diversamente dalla logica superficiale e immediata avvezza a dominare il mondo giornalistico, una conversazione con Juan Carlos Monedero presuppone dover affrontare un insieme di riflessioni che indagano sulle questioni di fondo concernenti la realtà sociale, economica, politica e culturale.

Lungi dalla digestione effimera, consumistica e condannata alla novità dalla stessa novità, i contributi di questo politologo madrileno non lasciano indenne il lettore, ma lo conducono verso un’inquietudine interna inevitabile che è il primo passo per far emergere in modo concreto l’anelito alla trasformazione dell’ordine ineguale ed escludente imposto dal capitalismo.

Conoscitore del retroscena storico che portò al consolidamento del modello neoliberale e attento ai processi di cambiamento che si sono aperti in America latina negli ultimi anni, Monedero rilascia in ogni risposta una combinazione di elementi che aprono nuove porte e percorsi al momento di voler comprendere tematiche così urgenti come quelle che concernono i problemi della sinistra europea nel XX secolo, gli attacchi inflitti al popolo greco dalla minoranza che governa l’Europa e la relazione che si stabilisce con la situazione spagnola, il ruolo dei mass media e la loro valorizzazione per quello che ha significato la Rivoluzione Bolivariana – esperienza che ha vissuto in prima persona come responsabile della Formazione del Centro Internacional Miranda di Caracas e che lo portò a condividere alcuni momenti con Hugo Chávez – per il resto della regione.

Professore in varie università del mondo e autore prolifico di saggi attraverso i quali cerca d’intervenire nei dibattiti contemporanei – l’ultimo di questi è Curso Urgente de Política para gente decente -. Monedero è uno dei quadri più importanti di Podemos, lo spazio politico che è sorto come alternativa al bipartitismo che governa la Spagna sin dai tempi del Patto della Moncloa. Alcune divergenze con la direzione lo hanno spinto ad abbandonare l’incarico di Segretario del Processo Costituente e Programma del partito, con lo scopo di, come lui stesso afferma, “recuperare libertà e trascinare il popolo dell’assemblea, orizzontale e deliberativo”. Su questo tema e gli altri che sono stati menzionati in precedenza, Monedero intrattiene un dialogo con Nodal Cultura.

Che tipo di analisi può fare sulla congiuntura che ha portato la sinistra europea a una sorta di vicolo cieco dopo la caduta del Muro di Berlino?

Il principale problema della sinistra europea è quello di non essersi fidata del popolo. La sinistra socialdemocratica, mediante il paternalismo del welfare, aveva delegato la politica a una partitocrazia che quando giunse la crisi mostrò di essere incapace di far valere i diritti sociali. Dalla vittoria di Chávez nel ’98 si è riconcettualizzato l’universo della sinistra, la quale si è messa a ripensare il soggetto della trasformazione che non è più il proletariato, ma ha anche rivisto il soggetto politico che non corrisponde più al partito tradizionale o a quello di qualche avanguardia. Di conseguenza tutto ciò ha fatto ripensare quale sia la forma più opportuna per conseguire le trasformazioni. Il punto d’inflessione ha a che fare con la fiducia che si ripone verso la gente e interrogare, interpellare il popolo quando il sistema ti vuole guidare verso vicoli senza uscita. Ha osato l’America latina con i processi costituenti, invece l’Europa, che si supponeva dotata di una maggiore esperienza democratica e una maggiore maturità politica, ha avuto profonde difficoltà per affrontare i processi costituenti reali sia in ogni paese sia nel suo insieme. L’America latina ha compreso che le sfide civilizzatrici hanno a che fare nell’avere fiducia nella cittadinanza.

Come spiega il nuovo capitolato d’appalto della Troika, con il governo tedesco in testa, verso il partito governante Syriza e il popolo greco?

Noi siamo convinti che gli attacchi verso la Grecia, un paese piccolo, che rappresenta il 2% del prodotto interno lordo europeo (PIL), abbiano come obiettivo lanciare un avvertimento ai paesi più grandi, in particolare alla Spagna. Per noi sin dall’inizio è stato evidente che la sorte della Grecia è stata impiegata in Spagna per cercare d’indebolire l’emergenza di un progetto alternativo come quello rappresentato da Podemos. Come accadde in Cile nel ’73, durante un momento di crisi del modello keynesiano, c’era un paese che attraverso il governo di Unidad Popular poneva le basi per un’alternativa all’incipiente modello neoliberale. In quel momento la decisione degli Stati Uniti di appoggiare il golpe di Stato contro Allende fu un’avvertenza per stroncare sul nascere eventuali progetti alternativi. Penso che con la Grecia stia accadendo la stessa cosa. In questo momento in Europa la disputa è tra due modelli: uno autoritario, che mette fine al proprio progetto europeo e un progetto democratico che chiama alla compartecipazione popolare.

Qual è il ruolo che hanno i grandi mezzi di comunicazione nella lotta politica ed economica che sta attraversando l’Europa?

La restaurazione neoliberale possiede le caratteristiche di un New Deal conservatore. Per quanto concerne gli Stati Uniti ha implicato la disfatta del New Deal di Roosevelt e, in Europa, tutto quanto costruirono i Comitati Nazionali della Resistenza con la presentazione di articoli sociali e democratici che avevano incorporato nelle distinte costituzioni dopo il 1945. Siccome bisognava cambiare il contratto sociale, diventava necessario sostituire la narrazione e in questo senso diventava essenziale il ruolo dei mezzi di comunicazione. Quando il sistema dei partiti entra in crisi, viene sostituito il partito dei mezzi di comunicazione. Ciò è diventato molto chiaro nel caso dell’implosione dei partiti della Quarta Repubblica in Venezuela. Acción Democrática e Copei sono stati sostituiti dai mass media che si sono incaricati di costruire un nuovo soggetto che non è più quello partitico. I mass media creano le condizioni per far sì che l’opinione pubblica si pronunci in modo sfavorevole di fronte a un fatto, non solo a livello nazionale, ma anche internazionale. I mezzi di comunicazione dominanti costituiscono l’elemento centrale della destabilizzazione, sono armi di disinformazione di massa.

In lontananza come giudica il progetto politico che ha capeggiato Chávez in Venezuela?

Il Venezuela ha aperto un percorso che, a differenza dei processi tradizionali della sinistra, non è stato né violento e nemmeno insurrezionale, ma è stato ed è elettorale. Ha realizzato le trasformazioni attraverso dei processi costituenti con strumenti come i referendum e le consultazioni. Ciò obbliga quelli che rifiutano questo tipo di governo a collocarsi su posizioni autoritarie che cercano di mascherare con difficoltà. E quello che sembrava la realtà latinoamericana ora accade anche in Europa, appunto perché il neoliberismo finalmente mette in mostra la sua faccia più aggressiva. Il sistema capitalista si allinea dagli anelli più deboli: per molto tempo quegli anelli sono stati l’America latina, l’Africa, l’Asia; attualmente l’Europa è un anello debole perché non c’è più un’azione collettiva dai tempi del Maggio ’68. E perché ci siamo dimenticati che le lotte di ieri sono i diritti di oggi e le lotte di oggi sono i diritti di domani.

Che opinione si è fatta del processo latinoamericano nel suo insieme?

Penso che in America latina ci siano stati tre processi, tre agende politiche. Il proseguimento dell’agenda neoliberale e lì possiamo inserire il Messico, la Colombia, zigzagante in Perù e tesa in Cile. Più tardi c’è stata un’agenda post neoliberale che cercava di arginare gli eccessi neoliberali in termini di esclusione e povertà e secondo me lì ci inserirei l’Argentina, il Brasile e l’Uruguay. E, in terzo luogo, c’è un’agenda post capitalista che in modo chiaro stabilisce che il problema si trova nel modello capitalista e sono riusciti a conseguire dei cambiamenti profondi nei loro paesi. Il problema risiede nel fatto che quest’agenda del post capitalismo, definita in termini teorici, in termini pratici è anch’essa una agenda post neoliberale, in altre parole non contesta il modello capitalista, perché è molto difficile farlo in una economia globale con tanti anni di dinamica consumista. Colpiresti le tue basi, perciò devi procedere per piccoli passi.

Quali aspetti pensa che si dovrebbero rivedere per quanto concerne la recente storia della sinistra?

La sinistra si è caricata di tre enormi zavorre durante il XX secolo: la prima è la zavorra teorica, una buona porzione dei principi che hanno colpito la sinistra non ha più nessun valore, sono sbagliati. Per esempio pensare che il soggetto del cambiamento sia la classe operaia. Con questo non si vuole dire che la classe operaia non esista, ma che non si può rappresentare. E se non può rappresentare, difficilmente il soggetto della trasformazione potrà essere un partito politico che guida la classe operaia come un’avanguardia. D’altronde lo Stato forma parte della soluzione, ma anche del problema e la sinistra, che da sempre è stata statalista, ha perso di vista gli elementi che avevano ereditato dalla tradizione liberale. Il Manifesto Comunista afferma: “Una società socialista sarà una società dove la libertà individuale è la condizione della libertà di tutti”. Un altro elemento importante è quello della gestione che ha coinvolto sia la sinistra comunista autoritaria che la sinistra socialdemocratica paternalista. Il terzo problema risiede nel fatto che siamo stati sconfitti nella costruzione di un senso comune comunitario e che i valori individualisti e consumistici hanno trionfato. La ricostruzione delle alternative, come afferma Boaventura de Sousa Santos, “richiede un pensiero alternativo di alternative, altrimenti le alternative già conosciute riproporranno gli stessi errori di sempre”.

Lei ha scelto di uscire dalla direzione di Podemos ma rimane nelle file del partito. Perché ha fatto questa scelta?

Quando decidemmo di diventare partito politico, presentarci alle elezioni ed entrare nel sistema della rappresentazione, eravamo consapevoli che i rischi che correvamo erano molti. Man mano che ci inserivamo nell’ingranaggio diventavamo ostaggio della logica che davamo per scontato di voler combattere. Il gioco della rappresentanza possiede un problema che aveva già visto Marx con assoluta nitidezza quando definisce lo Stato Moderno nel Manifesto Comunista, chiamandolo Stato moderno Rappresentativo – Marx era davvero sveglio! Si rende conto che nell’idea della rappresentanza esiste un problema fondamentale ed è sempre quello che spiego nei confronti di Rousseau, cioè tu rappresenti il popolo che non è presente. E devi prescrivere dei vaccini affinché il gioco della rappresentanza non ti divori. Siccome eravamo consci di questi rischi, concordammo alcuni vaccini: limitazione dei mandati, limitazione degli stipendi, divieto di riproporsi – vale a dire che non ti metterai a trafficare per assicurare il tuo futuro di lavoro mentre ricopri una carica politica – e la base deve avere sempre la facoltà di revocare qualsiasi carica. Mettere in pratica questi quattro elementi di giorno in giorno non è molto facile perché viviamo in società urbane molto frammentate, scollegate, di modo che non è così semplice poter attivare questi meccanismi affinché funzionino. Sin dall’inizio all’interno di Podemos ci siamo articolati con un doppio vettore: un partito rappresentativo che voleva formar parte alle elezioni, mediatico e un partito popolare, dell’assemblea, orizzontale e deliberativo. Questo doppio asse l’abbiamo teso di più verso la parte rappresentativa e partitocratica, che è stata la ragione della mia disapprovazione nei confronti della direzione e il bisogno di richiamare l’attenzione poiché stavamo perdendo la base dell’assemblea e quella popolare.

La rabbia che è scoppiata il 15M bisogna mantenerla viva, non come una semplice rabbia, ma riconducendola verso posizioni di emancipazione sociale, di maggiore impegno democratico, di limitazione delle disparità, di rispetto ambientale, di rispetto delle differenze di genere. In altre parole è necessario avere una coscienza più ampia che costruisci non solo mediante il vettore rappresentativo, ma anche con quello del dibattito popolare. Questo è il luogo dove si compendia tutto quello che realizzi con la parte rappresentativa e genera un attivismo capace di mettere in moto trasformazioni sociali.

Quando ho deciso di uscire dalla direzione di Podemos ho voluto ricordare ai miei compagni di non dimenticare queste cose e, soprattutto, ho voluto recuperare maggiore libertà per trainare l’asse che avevamo abbandonato.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Il “Cartello di Madrid” e la cospirazione contro il Venezuela

El “Cartel de Madrid” y los delitos de conspiración contra la patria venezolanadi Freddy Marcial Ramos – telesurtv.net

01 luglio 2015

Spettabili lettrici e lettori.

In una recente intervista realizzata dal giornalista Earle Herrera al Dott. Tarek William Saab, il quale attualmente ricopre la carica di Difensore del Popolo che risiede nella Repubblica Bolivariana del Venezuela e all’estero. L’intervista è stata trasmessa in diretta nel suo programma televisivo domenicale “El Kiosco Verás”, divulgato dall’emittente dello Stato Vtv Canal 8. Dunque in questa intervista il chiacchierone Herrera domanda al dott. Saab: che ne pensi del “club di Madrid”? Ed egli risponde: “[…] a quel gruppo di ex presidenti delle repubbliche orientati a destra e all’estrema destra, personalmente lo definirei ‘Il Cartello di Madrid’”! Esso è formato da ex capi di Stato che durante i loro governi hanno autorizzato e cooperato con i paramilitari, i narcotrafficanti, i terroristi, i corpi militari e polizieschi di cui si sono avvalsi anche i leader di estrema destra e della destra fascista, commettendo orribili assassini di massa contro chi si è opposto alle loro nefaste azioni di violazione dei diritti umani. Oppure verso uomini e donne innocenti vittime dei loro piani guerrafondai e terroristi che hanno classificato come “danni collaterali”.

Il dott. Saab ha proseguito: “Tutti quegli ex governanti sono stati e sono tuttora collaboratori o diretti impiegati dell’apparato di sicurezza del Dipartimento di Stato degli USA (CIA – FBI) e la violazione dei diritti umani è diretta conseguenza degli organismi di sicurezza dello Stato a cui appartengono coloro che hanno governato”. Saab ha anche aggiunto che: “Questo cosiddetto ‘Cartello di Madrid’ è formato da: Sebastián Piñeira (Cile), che ha maltrattato gli studenti, la classe operaia e gli indigeni “Mapuches” durante il suo governo ed è anche un piccione del dittatore Augusto Pinochet; Felipe Calderón (Messico), il quale durante il suo governo ha fatto uso della forza militare, paramilitare e poliziesca per commettere uccisioni e flagrante violazione dei diritti umani del popolo messicano con il pretesto di combattere il narcotraffico, irrobustendo inusitatamente questo settore criminale; Álvaro Uribe Vélez (Colombia), creatore e difensore delle Fuerzas Unidas de Colombia (FUC). Formazione paramilitare che, congiunta ai cartelli dei narcotrafficanti, ha massacrato e tuttora massacra centinaia di dirigenti politici dell’opposizione e migliaia di colombiani e colombiane, contadini e indigeni, spogliandoli delle loro proprietà e terre ancestrali con il presunto obiettivo di rendere applicabile l’indesiderato e fallimentare “Plan Patriota – USA”. Ma in realtà costituisco azioni di repressione politica per proteggere gli interessi degli empori imprenditoriali transnazionali; José María Aznar (Spagna), piccione nazifascista del generale Francisco Franco, durante il suo governo ordinò l’impiego dell’esercito spagnolo per appoggiare George Walker Bush (padre e figlio). Entrambi noti governanti criminali di guerra dell’impero capitalista neoliberale degli USA, i quali pianificarono, finanziarono, coordinarono, promossero e attuarono le guerre contro i Balcani, Afganistan, Iraq e altri paesi del cosiddetto “Corno d’Africa”. José María Aznar è stato uno dei primi governanti che appoggiarono il “colpo di stato del 2002”, compiuto dall’oligarchia venezuelana rappresentata da Pedro Carmona Estanga e la sua combriccola di golpisti militari e civili. Ancora oggi, insieme alla direzione del “Partido Popular Español” (PP), presieduto dall’attuale capo dello Stato, Mariano Rajoy, continuano ad appoggiare finanziariamente la realizzazione di cospirazioni e colpi di stato contro la nostra patria venezuelana”.

Il dott. Saab ha aggiunto anche che “il detto ‘Cartello di Madrid’ è stato una creazione di Felipe González (grandissimo amico dell’ex capo di stato venezuelano Carlos Andrés Pérez), ex mandatario spagnolo che secondo quanto afferma il sito web ‘La Iguana Tv’, durante i suoi primi cinque anni di governo in Spagna sono esistiti i cosiddetti gruppi antiterroristi di liberazione, una formazione paramilitare che praticò il terrorismo di stato contro il gruppo ribelle basco, ETA. Questi paramilitari, più noti come GAL, hanno agito tra il 1983 e il 1987 e sono stati responsabili della morte di 27 persone.

Felipe González ha ingannato il paese quando lo ha spinto a formar parte della NATO, accordando la presenza di basi militari nordamericane in suolo spagnolo. Eliminò le organizzazioni di base e i sindacati. Oltre ai già elencati ex mandatari coordinati dal Dipartimento di Stato e dal Congresso degli USA, formano anche parte di questo “Cartello di Madrid” altri non meno conosciuti per le violazioni dei diritti umani dei cittadini e delle cittadine residenti nei paesi che hanno governato. Tra questi si possono annoverare: Oscar Arias, presidente della Costa Rica (1986-1990; 2006-2010); Micheline Calmy Rey, presidentessa della Svizzera (2007 e 2011); Fernando Henrique Cardoso, presidente del Brasile (1995.2003); Philip Dimitrov, primo ministro della Bulgaria (1991-1992); Vicente Fox, presidente del Messico (2000-2006); Eduardo Frei, presidente del Cile (1994-2000); Osvaldo Hurtado, presidente dell’Ecuador (1981-1984); Chandrika Kumaratunga, presidentessa dello Sri Lanka (1994-2005); Aleksander Kwasniewski, presidente della Polonia (1995-2005); Luis Alberto Lacalle, presidente dell’Uruguay (1990-1995); Ricardo Lagos, presidente del Cile (2000-2006); Zatko Lagumdzija, primo ministro della Bosnia Herzegovina (2001-2002); Yves Leterme, primo ministro del Belgio (2008; 2009-2011); Ruud Lubbers, primo ministro dei Paesi Bassi (1982-1994); Antônio Mascarenhas Monteiro, presidente delle isole di Capo Verde (1991-2001); Andrés Pastrana, presidente della Colombia (1998-2002); Iveta Radicova, primo ministro della Slovacchia (2010-2012); Petre Roman, primo ministro della Romania (1989-1991); José Manuel Ramos Horta, presidente di Timor-Leste (2007-2012); Olusegun Obasanjo, presidente della Nigeria (1976-1979 e 1999-2007); Julio Maria Sanguinetti, presidente dell’Uruguay (1985-1990 e 1995-2000).

Il mediatico “club di Madrid” che, secondo quanto afferma il dott. William Saab, rappresenta il “Cartello di Madrid”, pretende continuare ad agire contro il governo legittimo e costituzionale della Repubblica Bolivariana del Venezuela, presieduto dal coraggioso leader operaio e chavista Nicolás Maduro Moros. Questi signori si stanno dando da fare per intromettersi negli affari interni della nostra patria venezuelana, violando in modo flagrante, mediante le loro azioni cospirative, gli accordi stabiliti con le nazioni aderenti allo “Statuto di Roma” in materia di Diritto Internazionale (i quali non sono stati firmati dagli USA e da alcuni altri paesi governati da mandatari sepoy). L’ex presidente spagnolo Felipe González pretende farsi passare per il Difensore giuridico delle seguenti personalità: Leopoldo López, Antonio Ledezma, insieme con altri cospiratori, golpisti o terroristi che in questo momento sono agli arresti per aver violato quanto previsto nell’art. 128 paragrafo unico del Codice Penale Venezuelano (CPV), dove recita: “Chiunque, in accordo con un paese o Repubblica straniera, nemici esterni, gruppi o associazioni terroriste, paramilitari, insorgenti o sovversivi, cospiri contro l’integrità del territorio della patria o contro le istituzioni repubblicane o li utilizzi per qualsiasi altro scopo per il conseguimento di questi fini, sarà punito dai venti ai trent’anni di prigione”.

Nel paragrafo unico del CPV si legge: “Chi fosse coinvolto in qualsiasi dei casi sopraddetti non avrà diritto a godere dei benefici processuali della legge, né l’applicazione di misure alternative per il corretto adempimento della pena”.

Tuttavia la difesa dei cospiratori golpisti pretende che ai loro assistiti siano conferiti i diritti previsti del “Codice Organico Processuale Penale” (COPP) in vigore. Condizione giuridica inapplicabile in questo caso. Purtroppo il sistema giuridico corrente adottato dallo Stato rivoluzionario venezuelano, garante fino all’ultimo della “Costituzione della Repubblica Bolivariana (CRBV)” e dei Diritti Umani Fondamentali dei cittadini e delle cittadine, ha concesso dei benefici ad alcuni dei golpisti che sono stati privati della loro libertà con sentenza del Tribunale come “Politici prigionieri per i crimini commessi” e nonostante si è consapevoli che con questi procedimenti giuridici si viola quanto previsto dall’art. 128 del COPP suddetto. Che vi sembra?

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione  di Vincenzo Paglione]

I dieci comandamenti liberali

da lamarea.com

30 agosto 2015 

Ciao, sono Dio, dittatore dell’Universo, conservatore, tranne quando vi ho mandato il diluvio, neocon (anche se sono una colomba e odio i falchi), liberale (perché faccio sempre quello che voglio) neoliberale (la stessa cosa ma in peggio) e amante della selezione naturale della specie (sebbene i miei seguaci detestino Darwin).

In questi giorni vi ho visto un po’ agitati e spiazzati dalle vacanze di Manuela Carmena (Avvocatessa. Attuale sindaco della capitale spagnola) e il suo voto di povertà (hanno scoperto che quest’estate ha trascorso vacanze da milionari) ed è per questa ragione che vi detterò i Dieci Comandamenti Liberali, affinché abbiate le idee ben chiare. Iniziamo:

PRIMO: Non avrai altro Dio (il libero mercato) all’infuori di me. Quando il libero mercato ti deluderà, rivolgiti al settore pubblico affinché ti riscatti.

SECONDO: Non prenderai le sovvenzioni in mano. I liberali sono contro le sovvenzioni o le pacchie. È per tale motivo che creiamo una fondazione ed è questa che commette peccato, ricevendole.

TERZO: Ricordati di santificare le bustarelle.

QUARTO: Onora il padre e la madre. Attenzione, a tuo padre e a tua madre e non a tuo padre e a tuo padre, oppure a tua madre e a tua madre! Dal momento che rispettiamo molto agli omosessuali e abbiamo molti amici gay, ma non accettiamo che si sposino. Già è troppo duro che noi eterosessuali ci roviniamo la vita.

QUINTO: Non uccidere se non in caso di missione di pace, ricerca di armi di distruzione di massa o caccia ai terroristi proprio dove non si trovano. No all’eutanasia: questa faccenda che siete voi ad ammazzarvi da soli non è molto bella, su ciò ci stanno già pensando le politiche economiche.

SESTO: Non commettere atti impuri, siano essi espropriazioni, aumento della spesa pubblica, servizio sanitario nazionale o arrestare gli sfrattati. Privatizzerai tutto meno la religione e i tori, che saranno pubblici. Adorerai la flessibilità del lavoro e la globalizzazione. Non impiegherai termini come “sensibilità sociale” o “sostenibilità ecologica”.

SETTIMO: Non rubare. Per queste cose esiste già la politica fiscale: abbasserai le tasse ai ricchi e le innalzerai alla classe media. Per quanto concerne i poveri non importano, perché non hanno nemmeno da mangiare, per questo motivo sono poveri. Tasserai il consumo e il lavoro a detrimento delle rendite e del capitale. Adorerai le imposte indirette. Eliminerai le tasse di successione e ridurrai quelle sulle società.

OTTAVO: Non dire falsa testimonianza, tranne che in sede giudiziaria o in Parlamento. Fai attenzione agli sms, perché li manipola il diavolo.

NONO: Non desiderare né avere pensieri impuri come regolarizzare gli immigrati, disturbare la Troika, appoggiare l’educazione o la sanità pubblica in luogo di distruggerle e nemmeno provare a far giudicare i crimini commessi dal franchismo.

DECIMO: Non desiderare la roba d’altri. E per non sentire cupidigia la cosa migliore è possederli.

Questi Dieci Comandamenti si possono riassumere in soli due: Amerai Milton Friedman sopra tutte le cose e il prossimo può anche crepare.

[trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Paramilitarismo in Venezuela: cronaca di una peste annunciata

di Luis Britto García – Resumen Latinoamericano

16giu015

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Il 5 giugno 2015 il presidente Nicolás Maduro ha dichiarato: “Attiverò piani per andare, catturare e sradicare tutte le cellule paramilitari che sono state seminate in Venezuela. Ho bisogno dell’appoggio della comunità colombiana che si trova in Venezuela, per ripulire il Venezuela dalla peste paramilitare”. Lo dice in tempo. La peste ha già assassinato duecento persone tra dirigenti agrari, sindacali e figure dell’alta politica. Estorce, impone pedaggi e acquista importanti ditte nei territori che si trovano lungo la frontiera. Inoltre amministra un contrabbando estrattivo che danneggia il paese.

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Un nuovo fenomeno contrassegna la realtà strategica del mondo. Zetas, Aztecas, Mexicles, Negros, Polones, Gatilleros, Caballeros Templarios e Narco Juniors in Messico, Kaibiles guatemaltechi, Maras centroamericani, Posses giamaicani, Paracos colombiani, Talebani, Al Qaeda e Daesh del Medio Oriente e una piaga di eserciti privati organizzati come cartelli, mafie e associazioni criminali che risiedono negli Stati costituiti, si alleano con essi, usurpano le loro funzioni e sono in procinto di distruggerli.

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Come sorge un esercito privato che sfida e qualche volta supera quello pubblico? Così come i paesi egemonici mercificano l’educazione e la sicurezza sociale, privatizzano anche la repressione. L’esercito degli Stati Uniti non fa più uso delle reclute, ma dispone di mercenari contrattati nei loro ambienti marginali: afroamericani, ispanici, immigrati illegali. Con un altro giro di vite grandi appaltatori transnazionali, come Blackwater, sin dal 1996 gestiscono l’offerta e la domanda della carne da cannone. E con un ulteriore giro di vite i paesi egemonici finanziano, addestrano e armano le corporazioni del sicariato per distruggere altri paesi, ma senza assumerne le responsabilità: Al Qaeda, Daesh, le Autodifese Unite della Colombia.

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Ciò segna la differenza fondamentale che esiste con le organizzazioni armate rivoluzionarie come il Movimento 26 luglio, le FALN, le FARC, il MLN, Sendero Luminoso, il MSLN, il FMLN, che insorgono tra mille difficoltà, talvolta contro lo Stato e contro i gruppi economici che lo gestiscono. Al contrario le organizzazioni paramilitari agiscono in stretta collaborazione con lo Stato o con le forze economiche che lo dominano. In Colombia funzionano con la protezione, l’appoggio e il finanziamento del governo, il quale viene infiltrato con la parapolitica; quella dell’oligarchia latifondista i cui latifondi proteggono e ampliano con la violenza e il narcotraffico, il quale serve da braccio armato. Con il trascorrere del tempo, nei luoghi in cui la presenza dello Stato è debole, si crea uno Stato parallelo, scelto da nessuno, che fa commercio di medicinali, riscuote le imposte, rilascia ed esegue le sentenze di morte e infine si fonde con l’autorità visibile dei politici e delle corporazioni in una inestricabile simbiosi.

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L’ascesa da una eterna lotta tra bande armate fino al monopolio della violenza legittima da parte dello Stato, segnò il passaggio dal feudalesimo all’Età Moderna. L’odierna abdicazione del monopolio della violenza da parte di alcuni Stati a beneficio delle bande di sbirri segna la postmoderna dissoluzione della sovranità sommersa nel caos. La postmodernità neoliberale predicò la Fine del Politico e il Ridimensionamento dello Stato: tra le innumerevoli funzioni che sono state trasferite al mercato c’è anche quella dell’amministrazione della violenza organizzata. La natura politica ha paura del vuoto. Ovunque lo Stato tenda a indebolirsi o a svanire appaiono i gruppi armati disposti a usurpare le sue funzioni per il proprio tornaconto. Il paramilitarismo è la dichiarazione esplicita da parte degli Stati e delle corporazioni di non essere più in grado di mantenere l’ordine all’interno dei parametri della legalità che loro stessi sbandierano. In altre parole sono una truffa. Davanti al caos omicida, al semplice cittadino non resta altra risorsa che quella di armarsi e combattere. La popolazione delle Autodefensas de Michoacán fanno proprio questo, il che a lungo andare dovranno fare i cittadini di tutto il mondo.

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Una buona parte dei 5.600.000 colombiani che sono immigrati in Venezuela lo hanno fatto per fuggire da un sistema che pensava di servirsi dei paramilitari e invece finì con il servirli. Speriamo di poter sanare questa peste che da anni stiamo denunciando prima che altrettanti venezuelani debbano fuggire dal proprio paese.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Donbass: intervista al combattente internazionalista anarchico Ludwig

da Comitato per il Donbass Antinazista

“Ludwig” italiano ed anarchico, entra nell’Unità 404 dei comunisti combattenti del comandante Arkadich. Lo intervistiamo.

• Nome di battaglia?

Ludwig

• Come il compositore?

Come il più grande compositore di sempre-

• Perché sei qui?

Vivo di ideali ma sono anche una persona molto pratica…

• In che senso?

Sono un anarchico, ho la mia utopia per cui combattere. Ma ciò che succede nel Donbass è qualcosa di diverso. E’ un qualcosa di tetro che può succedere anche in Italia se non lo fermiamo in tempo. La fascistizzazione dell’Ucraina è una questione seria. Una società evoluta dovrebbe puntare alla distruzione dei padroni mentre avviene il contrario in Ucraina, quella “liberata” come dicono loro a Kiev. Lì c’è proprio la massima espressione di quel che di peggio può combinare un padrone. L’indottrinamento e la propaganda stanno promuovendo il massacro di migliaia di persone.

• Quindi sei qui per partecipare ad una sorta di fronte antifascista?

Sì, fondamentalmente qui come in tutta Europa non c’è nemmeno un germoglio di quel futuro che un uomo dai principi di sinistra come me si augurerebbe di trovare. E’ una situazione generalizzata dei tempi che viviamo, possiamo solo porre resistenza alle barbarie che esondano di fronte ai nostri occhi, in attesa di una ricostituzione delle forze attorno ad un’idea comune di sinistra, di progresso.

Per il resto, mi chiedo, è possibile che nel 2015 ancora non si parli del benessere comune come argomento principale? Gli Stati Uniti, l’imperialismo, sono i promotori di questa visione omicida del mondo che porta l’uomo ad odiare l’uomo. Lo hanno dimostrato qui in Italia proteggendo i fascisti, utilizzandoli per soffocare i movimenti popolari. In Ucraina stanno sperimentando ora la regia statunitense, voglio sinceramente evitargli questa “democrazia” a stelle e strisce. Da questa storia o ne usciremo tutti un po’ più liberi o finiremo tutti un po’ più schiavi.

• Ludwig, la presenza degli italiani nel Donbass è veramente limitata se confrontata con quella gli spagnoli. Ti senti un po’ una specie di eroe?

Che sia un periodo storico in cui farebbe bene a tutti avere eroi questo mi pare evidente, purtroppo. In una società malata il popolo ha bisogno di eroi, nel casino della modernità fatta d’apparenza, sì, sarebbe proprio la medicina giusta. Ma ho solo una buona dose di senso del dovere, forse è empatia, forse sapere che è la cosa giusta da fare.

• Che ne pensi dei ribelli?

L’arma più forte che hanno i ribelli è la verità e non basteranno le armi più tecnologiche americane per sconfiggerli. Sono animati di un misto tra lotta di classe e guerra nazionalista. E’ già successo nella storia e continuerà a succedere. Sta a noi indirizzare e valorizzare una delle due tendenze.

• E dell’esercito ucraino?

Loro invece sono un misto fra nazionalisti, mercenari ma anche gente comune mandata a morire.

• Se incontri un soldato ucraino sul campo, uno giovane, magari finito nella mobilitazione di Poroshenko… cosa farai?

Questa guerra l’ho scelta e lui no, è contro questo che combatto, per evitare che altri come lui siano spinti a trovarsi nella sua stessa situazione.

• Hai saputo della campagna che stanno portando avanti gruppi musicali anarchici come i Moscow Death Brigade?

Mi stupisce questa cosa, sono rimasto piuttosto deluso quando ho letto il loro appello contro le repubbliche popolari. Non tutti gli anarchici hanno le stesse priorità, evidentemente. Forse sono rimasti spaventati dalla partecipazione di alcuni elementi nazionalisti fra la resistenza… ma questo sta nella natura delle cose, anche in Italia contro i nazifascisti fu proprio così, la situazione era tutt’altro che pura. Il conto però si paga alla fine. La guerra non finisce con la resistenza.

• Come ti informi?

Su internet c’è tutto quello di cui abbiamo bisogno. Le televisioni sono inutili ed assoggettate ai poteri forti, è da sempre così. Con internet tutto questo è stato scavalcato, per chi comanda è un grosso problema. Seguo soprattutto alcuni gruppi italiani e spagnoli, sono quelli che stanno più sul pezzo.

• Come descrivi questa guerra?

E’ una guerra già vista, gli americani che armano e finanziano dei criminali ed il popolo che subisce le peggiori violenze di questa strategia scellerata. Ora c’è la tregua, prima ci riversavano proiettili e bombe dappertutto, senza badare alle zone abitate da civili inermi. Ogni area, anche a chilometri dalla linea del fronte, è a tiro dei missili Grad e dall’artiglieria.

• Quanto resterai lì?

Il tempo necessario, magari per mostrare ad altri che si può agire nella vita, che possiamo essere attori di questo spettacolo indecifrabile che è la nostra esistenza.

• Questa è la domanda che forse i più vorrebbero farti: non hai paura di morire?

Sono sicuro che quando giungerà la nostra ora ci torneranno in mente gli attimi in cui abbiamo voltato le spalle a chi aveva bisogno. Preferirei affrontare quel momento con il cuore sereno.

• Sei preparato per quello che ti aspetta?

Certo. Sono un fuciliere d’assalto.

• Vuoi mandare un messaggio ai compagni italiani?

Stare a casa ad impazzire sui socialnetwork, terribile, non credete?

‪#‎Donbass‬ ‪#‎Unit404‬ ‪#‎Anarchy‬ ‪#‎Lugansk‬ ‪#‎Donetsk‬ ‪#‎донбасс‬ ‪#‎Донецк‬‪#‎луганск‬ ‪#‎новороссия‬ ‪#‎Ukraine‬ ‪#‎Novorossiya‬

Fayssal Mikdad, Siria: L’Occidente ha un comportamento fascista

da sana.sy

In occasione del 70° anniversario della vittoria dell’Unione Sovietica sul nazismo, a Damasco, le ambasciate di Russia, Bielorussia e Armenia a Damasco hanno organizzato un ricevimento.

All’evento hanno partecipato il presidente dell’Assemblea popolare Mohammad Jihad al-Lahham,  diversi ministri, diplomatici, esponenti politici e della società civile.

Il Vice Ministro degli Esteri e Espatriati siriano, Fayssal Mikdad ha dichiarato che alcuni Paesi occidentali che hanno combattuto, in passato, contro il nazismo e il fascismo, oggi, si comportano in un modo incredibilmente fascista, e che i siriani stanno ora combattendo un’ideologia terrorista molto simile al fascismo e al nazismo, sottolineando che i crimini dei terroristi contro il popolo siriano non sono meno atroci rispetto ai crimini commessi dai nazisti.

Mikdad ha anche criticato i tentativi degli Stati Uniti e dei paese occidentali di porsi come unici rappresentanti del diritto internazionale, quando in realtà stanno dirottando i diritti di altre persone e violano i diritti umani in tutto il mondo.

Nel suo intervento l’ambasciatore armeno in Siria, Arshak Poladian ha sottolineato che in questo giorno, 70 anni fa, il destino e il futuro dell’umanità è stato deciso a Berlino, quando la Germania nazista ei suoi alleati si sono arresi in seguito ad una guerra estenuante, in cui, l’esercito sovietico e suoi alleati sono riusciti a mettere fine alla macchina da guerra nazista.

Poladian ha aggiunto che la storia non ha assistito a niente di paragonabile come la Grande Guerra Patriottica, in termini di vittime,  operazioni militari su più fronti, e che l’Unione Sovietica ha impedito alle potenze dell’Asse di diffondere la loro influenza in tutto il mondo.

Egli ha osservato che, oggi, le nuove tendenze fasciste stanno emergendo sotto diversi supporti da più parti, uno di questi aspetti del fascismo appare nel Medio Oriente, sotto le vesti dell’ideologia takfira, una minaccia che la Siria sta affrontando.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

 

 

 

FPLP: le elezioni riflettono razzismo e fascismo del sionismo

da http://pflp.ps/

Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina ha dichiarato che i risultati delle elezioni israeliane riflettono semplicemente la natura e la struttura razzista e fascista della società sionista che ha prodotto questi risultati e ha eletto il partito Likud e i suoi alleati di destra, che si sono impegnati in tutta la campagna elettorale in più attacchi estremi contro i palestinesi alle nostre persone ed ai nostri diritti.

La palese crescita dell’estremismo e dell razzismo nella società sionista e il clima di fascismo è alimentato solo dal fallimento della burocrazia palestinese e araba per affrontare lo stato di occupazione, così come le potenze imperialiste internazionali che forniscono copertura ai suoi crimini e alle sue violazioni lampanti del diritto internazionale, preservandfo la sua immunità e impunità dalle responsabilità o dalle azioni penali.

Il Fronte sottolinea che affrontare l’estremismo sionista e rispondere a queste elezioni richiede una politica palestinese chiara e decisa che metta da parte le illusioni e l’affidamento a trattative inutili, costruendo, invece, una strategia nazionale unitaria per affrontare il nemico e lottare per i pieni diritti delle persone, sulla base della nostra percorso strategico di resistenza per costruire i nostri successi.

Il Fronte chiede l’immediata attuazione delle risoluzioni del Consiglio centrale palestinese passate nella sua ultima sessione, per disattivare  lo stato di occupazione e i suoi funzionari, prima di tutto, mettendo fine al coordinamento della sicurezza e rifiutando la strada degli accordi di Oslo, che sono stati distruttivi per il popolo palestinese, ponendo fine alla divisione interna palestinese attraverso un serio progetto di unità nazionale sulla base di un programma unitario e di ricostruzione dell’OLP attraverso elezioni, istituzioni democratiche che abbraccino tutte le forze palestinesi, e così facendo fino a cercare il perseguimento dei capi dell’entità sionista alla Corte penale internazionale.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Una proposta democratica e antifascista per l’Ucraina

Conferenza internazionale, il 12 Marzo, a Napoli

di Gianmarco Pisa

La recente, e tuttora in corso, crisi ucraina può costituire un “caso di studio” singolare, sul modo come, nell’epoca della comunicazione in 140 caratteri e del dominio informatico dei media, odierna intersezione di guerra di “quarta” e “quinta” generazione, vengono letti le guerre e i conflitti e ricostruiti i fatti e le tendenze.

La guerra ucraina, molto più di altre vicende recenti e con qualche analogia, per alcuni aspetti, solo con la guerra del Kosovo del 1998-1999, rappresenta un formidabile esempio, da questa parte di quella che fu la “cortina di ferro”, di narrazione ideologica, in cui i fatti vengono accuratamente selezionati, le motivazioni proditoriamente nascoste, persino lo scenario dei fatti e dei protagonisti ampiamente mistificato. Torneremo dopo sulle analogie con l’aggressione imperialistica alla Serbia e la guerra del Kosovo. Conviene, sin dall’inizio, focalizzare gli elementi-chiave della tragedia ucraina, in modo da consentire un ordine alla lettura degli eventi, una precisazione dello scenario ed anche una qualche accuratezza nella ricostruzione dei fatti.

L’Ucraina non è nuova a sollevazioni di piazza come quelle che l’hanno accompagnata nel corso dell’inverno 2013-2014 e che sono poi culminate nel febbraio 2014: la più recente, tra quelle la cui eco perdura nella attualità, ha finito persino per assurgere a “paradigma” dell’insurrezione per la “libertà” e la “democrazia”, quando la cosiddetta “rivoluzione arancione” (2004) di Jushenko e Tymoshenko portò alla ribalta un nuovo potere (neo-liberale e filo-atlantico) e si concluse con una disfatta, dal momento che la sostituzione delle oligarchie al potere del Paese non soddisfece le aspirazioni che pure aveva suscitato e non concorse ad alcun miglioramento del regime di democrazia e di libertà di cui pure si erano riempiti gli slogan e le bandiere.

Il successivo ritorno al potere (2010) della frazione antagonista della borghesia dominante e delle oligarchie locali, insieme con i propri interessi materiali e le proprie ricadute territoriali, avrebbe dovuto di per sé mettere, una volta per tutte, in chiaro la fragilità e la delicatezza degli equilibri di potere in Ucraina: che è, al tempo stesso, uno “stato-limes”, a crocevia tra Oriente ed Occidente; uno “stato diviso”, tra una parte occidentale – a maggioranza ucrainofona e storicamente vicina all’Europa Centrale – ed una parte orientale russofona, storicamente legata alla Russia e ai suoi interessi; e uno “stato cuscinetto”, neutrale, non aderente alla NATO e “di fatto” non allineato, non avendo completato il proprio percorso di adesione all’Unione Euro-asiatica che invece vede già ad uno stadio avanzato altri Paesi ex sovietici, come la Russia, la Bielorussia e il Kazakistan, pur ospitando l’Ucraina, nella penisola di Crimea, una significativa presenza militare russa (Sebastopoli in Crimea, dove, dopo il golpe di Euro-Majdan, la maggioranza della popolazione ha votato largamente, in un referendum popolare tenuto il 16 marzo del 2014, per la confederazione alla Russia).

La stessa ricostruzione della insurrezione di “Euro-Majdan” svela la “falsa coscienza” dei circuiti occidentali legati all’Unione Europea e alla Alleanza Atlantica: è difficile leggere questa insurrezione, se non in alcune sue parti iniziali, come una sollevazione per la “libertà” e la “democrazia” nel Paese, essendo stata scatenata dalla mancata conclusione di un accordo negoziale che avrebbe dovuto portare l’Ucraina ad aderire non ad un semplice “Accordo di Associazione” con l’Unione Europea, bensì ad un “Accordo Globale Strutturato di Libero Scambio”, per la stipula del quale le cancellerie europee avevano tuttavia imposto alle autorità ucraine la liberazione immediata di Yulija Tymoshenko, colei che era stata una delle protagoniste della sollevazione arancione, poi salita al potere ed incriminata per corruzione, malversazione e abuso d’ufficio.

Si intravedono dunque, sin dall’inizio, tutti gli elementi che avrebbero determinato la precipitazione della crisi ucraina: le tensioni legate al suo avvicinamento verso l’Unione Europea e l’Alleanza Atlantica, lo scontro di potere interno con la questione etno-linguistica sullo sfondo e pronta ad esplodere (anche perché “economicamente strutturata”, dal momento che circa il 20% della produzione industriale del Paese è basata nell’Est russofono), le intromissioni interessate e le ingerenze esterne che avrebbero non solo configurato una grave violazione della sovranità ucraina ma anche un potente detonatore all’esplosione della crisi successiva.

In questa cornice, la “sollevazione di Majdan” diventa ben presto il “golpe di Euro-Majdan”: continui finanziamenti europei ed occidentali per sostenere la lunga durata della sollevazione; continui interventi in piazza di autorità e funzionari europei e nord-americani per sobillare la sollevazione e, finanche, incalzare la caduta del governo legittimo, e, infine, la vera e propria organizzazione militare della protesta con battaglioni dell’ultra-destra nazionalista e “banderista” (con aperte simpatie naziste, a partire da “Svoboda”, la cui denominazione originaria era quella di “Partito Nazionalsocialista di Ucraina”) a organizzare l’assalto ai palazzi del potere. Il resto è cronaca recente: il parlamento sotto schiaffo della sollevazione, la messa in stato di accusa ed il rovesciamento del governo legittimo allora in carica, l’avvento al potere di una nuova oligarchia, inquietante, un misto di neoliberismo e neofascismo in veste ucraina, nel cuore dell’Europa.

L’assalto, il 2 Maggio, alla Casa del Sindacato ad Odessa, ad opera di “Settore Destro”, altro gruppo neo-nazista nell’Ucraina attuale, è la pagina più tragica di questo scenario. Non solo per il suo portato simbolico, nel pieno della crisi ucraina e dello svolgimento militare che ha interessato le regioni centro-orientali del Paese, a cavallo tra due “luoghi” particolarmente simbolici della storia di questo Paese e di tutte le realtà democratiche, quali il Primo Maggio della Festa dei Lavoratori e delle Lavoratrici e il 9 Maggio della Festa della Vittoria, nella quale tutte le popolazioni ex-sovietiche celebrano la vittoria contro la barbarie nazista. Ma anche per il suo portato materiale, quello di una vera caccia all’uomo, culminata in una aggressione spietata che ha messo a ferro e fuoco l’intero Palazzo dei Sindacati e colpiti a decine i democratici e gli antifascisti che vi si erano rifugiati, dando corso ad una vera mattanza, segno plastico della barbarie che ha profondamente allignato fin dentro le stanze del potere a Kiev, sin dalla destituzione di Janukovich e subito prima delle presidenziali del 25 maggio che avrebbero sancito la presa del potere di Poroshenko e Jatseniuk.

Non che la violenza, nell’Ucraina del dopo-Majdan, si esprima solo in termini politici e militari, piuttosto essa si sviluppa in maniera altrettanto catastrofica sul terreno strutturale e culturale, come dimostrano l’apertura del nuovo governo, alle prese con il precipizio economico, l’inflazione galoppante e il crollo della valuta locale, ai piani di “aggiustamento strutturale” del Fondo Monetario Internazionale che minacciano di ripetere, in terra ucraina, gli esperimenti già compiuti in altri Paesi, portati al collasso materiale ed al depauperamento sociale; e come attestano le prime “iniziative” promosse dal governo golpista, dalla messa al bando del Partito Comunista di Ucraina, per ora sospesa in attesa di pronunciamento da parte delle autorità giudiziarie locali, peraltro, a loro volta, costantemente in tensione e sotto minaccia, fino alla proposta di mettere al bando, con una più recente proposta di legge “liberticida” e “maccartista”, la stessa “ideologia” comunista, nella propaganda e nei simboli, nella stampa e nelle effigi, nella sua divulgazione e diffusione.

Si tratta di colpi destinati ad incidere profondamente nel tessuto sociale e culturale di un Paese complesso, che, come si è detto, si regge su equilibri che sarebbe sbagliato ritenere “assicurati” una volta per tutte e su un retaggio della storia lungo e incisivo, portato dalla sua collocazione geografica e strategica, che porta tutte le popolazioni russofone a guardare, oggi molto più di ieri, all’indomani delle ingerenze euro-atlantiche e della aggressione militare sulle province orientali, molto più a Mosca che a Kiev. Quando, tra le iniziative liberticide ed ultra-nazionaliste, promosse dal governo golpista, vi è stata quella di minacciare direttamente ogni istanza di autonomia proveniente dalle regioni orientali e, perfino, di mettere al bando l’insegnamento e l’uso della lingua russa come lingua co-ufficiale sull’intero territorio nazionale, la reazione non poteva che essere decisa e la risposta non poteva mancare di manifestarsi prontamente, come poi è accaduto appieno.

Prima ancora delle ragioni geo-politiche, che determinano gli interessi russi e sono alla base dell’orientamento ufficiale russo nella vicenda ucraina, sono state infatti queste minacce alle libertà e ai diritti, in particolare nei confronti delle popolazioni del Donbass, ad avere fatto, letteralmente, precipitare la situazione. La guerra, lunga e sanguinosa, che ha opposto per quasi un anno l’esercito lealista, espressione del governo golpista con le sue milizie ultra-nazionaliste, tra i cui i famigerati battaglioni Azov e altri gruppi paramilitari di feroce ispirazione neo-nazista e “banderista”, contro le milizie autonomiste, variamente denominate “separatiste” (nei media occidentali) o “terroriste” (nella propaganda di regime), è stata una guerra perdurante e complessa proprio per questo sovrapporsi ed affastellarsi, sovente magmatico e complesso, di ragioni e di interessi.

Una guerra singolare, “vecchia” e “nuova” nello stesso tempo: non un classico esempio di guerra “per procura”, essendo profondamente locali le ragioni della contrapposizione (al netto dell’intervento statunitense e russo, in termini di equipaggiamenti e forniture alle contrapposte fazioni, e, nel caso occidentale, anche di consiglieri e di istruttori militari direttamente impegnati sul campo); ma anche, allo stesso tempo, una guerra, come non si vedeva da tempo, pienamente dispiegata su un nitido “campo di battaglia” e terminata con una netta vittoria sul campo, la campagna di Debaltsevo e la rovinosa sconfitta delle forse lealiste e golpiste.

Solo per alcuni aspetti, si diceva all’inizio, la campagna del Donbass mostra analogie con la guerra del Kosovo: da una parte, un’istanza di auto-determinazione che, a differenza del caso kosovaro, non si è concretizzata sulle armi dell’imperialismo (nessuna KFOR-NATO da queste parti) e che pure, di conseguenza, sembra possibile comporre sul terreno negoziale, alla luce degli Accordi di Misk-2; dall’altra, un nuovo tentativo per la NATO, dopo gli eventi balcanici, di ridefinire la sua capacità di proiezione e condizionamento e di aggiornare la nota teoria del “containment” e del “roll-back”, in chiave anti-russa, di antica memoria.

Oggi, a un anno di distanza dagli eventi di Majdan e alla vigilia degli svolgimenti attesi degli Accordi di Minsk-2, una prestigiosa conferenza internazionale, ospitata a Napoli, offre l’occasione per una riflessione puntuale ed un approfondimento di merito. Il convegno, dal titolo «Ucraina: ieri, oggi e …domani? Per una proposta democratica e antifascista», promosso dalla Associazione “Russkoe Pole” con il supporto del CSV Napoli e del Comune di Napoli, è in programma giovedì 12 marzo, alle ore 16.00, presso la Sala “Giorgio Nugnes” nel Palazzo di Via Verdi del Comune di Napoli, alla presenza di Irina Marchenko, Ekaterina Kornilkova, Svetlana Mazur, Gianmarco Pisa (IPRI-Rete CCP), Francesco Santoianni (Rete Nowar Napoli), Carmine Zaccaria (WARP) ed Arnaldo Maurino, presidente della Commissione Educazione del Comune.

Napoli: continuano le mobilitazioni di solidarietà con l’Ucraina Antifascista

di Francesco Guadagni

Questa mattina, a Napoli, in Piazza del Gesù, nuovo presidio informativo delle compagne ucraine contro i crimini compiuti dal regime fascista di Kiev. Da mesi le lavoratrici ucraine e provenienti da altre repubbliche dell’Ex Urss, organizzano presidi, partecipano alle manifestazioni per controbattere l’offensiva mediatica che tace sui crimini commessi dal regime fascista e golpista di Kiev, finanziato e armato dagli Usa, dalla Nato e dalla UE.

Non solo, è stato evidenziato il ruolo del Governo italiano, con l’invio di armi e addestratori militari, nella guerra del regime golpista alle popolazioni del Donbass.

Al presidio abbiamo portato la nostra solidarietà all’Ucraina Antifascista esponendo la bandiera della Repubblica Araba Siriana. Fascisti in Ucraina e i terroristi del Fronte Al Nosra e dell’Isis in Siria, sono solo gli esecutori dei piani di dominio e di rapina degli Usa, della Nato, della UE, delle monarchie del Golfo, di israele e Turchia.

Da questo presidio nasce la volontà di costruire a Napoli un comitato di Solidarietà Antimperialista e Antifascista con i popoli colpiti dagli attacchi imperialisti, a partire dall’Ucraina, fino alla Siria, il Venezuela Bolivariano e alla Palestina.
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Esercito ucraino combatte con tank radioattivi provenienti da Chernobyl

di Maurizio Vezzosi – popoffquotidiano.it

La testimonianza di un soldato ucraino e la verifica fatta con strumenti appositi su di un carro armato abbandonato dalla Guardia nazionale

L’esercito ucraino utilizza carri armati radioattivi provenienti dalla zona di Chernobyl. L’accusa è stata mossa dall’agenzia d’informazione ucraina “Kharkov”, solitamente molto filo governativa. Anche per questo ancora più credibile. Accusa poi confermata da un giornalista televisivo russo, che ha verificato con il contatore geiger il livello elevatissimo di radioattività intorno ai mezzi militari in questione.

Il 28 aprile 1986 (era un lunedì) il reattore numero quattro della centrale nucleare Vladimir Ilic Lenin esplose, provocando la morte di oltre quattromila persone e la contaminazione di un territorio vasto quanto tutta l’Europa. Il disastro di Chernobyl fu l’unico della storia del nucleare insieme a quello di Fukushima classificato di livello sette.

In una testimonianza anonima riportata dall’agenzia “Kharkov”, un soldato ucraino afferma che Kiev avrebbe consegnato al proprio esercito mezzi militari provenienti da alcuni depositi nelle vicinanze di Chernobyl, abbandonati in seguito all’esplosione del reattore quattro e la conseguente contaminazione dell’area circostante.

Tra questi depositi il più noto è quello di Rossokha, che si estende su di una superficie di ben venti ettari. Laggiù nel 1986 il valore complessivo dei mezzi presenti (veicoli da trasporto, carri armati, elicotteri Mi-8 e Mi-26, pezzi d’artiglieria ecetera) veniva stimato in circa quaranta milioni di dollari.

Oltre alla testimonianza anonima riportata dall’agenzia ucraina, la televisione russa “ZarGrad” ha documentato il rilievo dei tassi di radioattività predisposti dalle milizie popolari della Repubblica di Donetsk su un T-64 di fabbricazione sovietica abbandonato sul campo dalla Guardia nazionale. I rilievi eseguiti con un dosimetro Psv (documentati nel video che riportiamo) hanno evidenziato un altissimo tasso di radioattività, pari a 150 mR/h. Al momento mancano dichiarazioni ufficiali sulla vicenda.

Il giornalista della tv russa “ZarGrad” spiega che si trova nella zona di Donetsk e mostra come funziona il contatore geiger che misura la radioattività del carro armato.

L’impressionante rumore generato dalla presenza di radioattività intorno al carro armato.

Benvenuti nel Donbass: il reportage

 di Dante Comani 

controlacrisi.org

Tutti gli anni nel giorno della Vittoria, a Donesk, viene organizzata una parata militare. Nessuna prova di muscoli ma solo una sfilata, molto partecipata, di reduci ma anche semplici cittadini, studenti, lavoratori che ogni 9 maggio si danno l’appuntamento per una commemorazione ancora molto sentita. In quell’occasione dal museo della memoria della città, un luogo che ricorda il prezzo che i sovietici pagarono per liberare se stessi e l’Europa dal nazismo, viene rispolverato un carro armato T34 parcheggiato per il resto dell’anno all’ingresso del museo. Questo cimelio, ancora funzionante, percorre poche centinaia di metri lungo le vie principali della città subito seguito dai reduci, sempre meno, e da figuranti con le divise storiche dell’armata rossa.

Questo gigante d’acciaio tra sbuffi, rumori assordanti e una coltre nera di fumo riesce sempre a garantirsi il suo quarto d’ora di celebrità, ma quello che fu un mezzo temibile che mise in crisi gli invincibili panzer con la croce di ferro di Guderian ormai riesce tutt’al più a impressionare i tanti bambini presenti alla parata. Se oggi vi capita di passare per Donesk, una città di un milione e mezzo di abitanti, quotidianamente bombardata dall’esercito ucraino e con interi quartieri ormai ridotti ad un cumulo di macerie, vi potrà capitare di incontrare lungo una delle principali arterie che collegano la città assediata, proprio quel T34 che, a 70 anni dalla sua ultima missione, é stato costretto, suo malgrado, a tornare in servizio. Perché a Donesk, come a Lugansk, come a Sloviansk, e nelle altre città dell’Ucraina orientale sembra di essere tornati alla Grande Guerra Patriottica. Non solo per i forti sentimenti antifascisti della totalità della popolazione del Donbass, che hanno trasformato questa guerra in un conflitto contro il male assoluto, ma soprattutto perché i mezzi e le armi in mano ai ribelli sembrano usciti da un set cinematografico sulla seconda guerra mondiale.

Non passa giorno, è vero, senza che i media occidentali non tirino fuori scoop, foto satellitari, dossier dei servizi di mezzo mondo, che provano il passaggio di corazzati, mezzi ad alta tecnologia e forze speciali dalla Russia. Di tutto questo naturalmente non viene fornita nessuna prova documentata eccezion fatta per qualche foto satellitare che ci mostra, rigorosamente dall’alto, dei rettangolini scuri che, solerti analisti dell’alleanza atlantica, ci dicono essere i micidiali aiuti militari inviati da Putin. Eppure, un osservatore imparziale o semplicemente più attento, basandosi unicamente sulle numerose immagini provenienti dalle tv di mezzo mondo, non faticherebbe ad accorgersi che le milizie popolari sembrano più la classica armata di straccioni che quella temibile macchina da guerra che si vuole far credere.

Un’armata efficiente, sia chiaro, ma con uomini in mimetica e scarpe da ginnastica, adolescenti imberbi con moschetti del 1940, mezzi improbabili adibiti a trasporto truppe, pezzi d’artiglieria antidiluviani. Insomma non bisogna essere usciti dall’accademia di West Point per capire che le tante elucubrazioni su un intervento mascherato di Mosca sono solo fantasie utili a chi fa il gioco della Nato. Facciamo a capirci. I militari russi presenti nel Donbass sono migliaia. Ma chi pensa che questi uomini siano li su incarico di Putin fa nella migliore delle ipotesi un torto alla realtà. Lo zar Putin sta trasformando la Russia e la sta preparando alle sfide geopolitiche che la attendono nei prossimi anni. Ma su questo, per ora, non vogliamo entrare. Quello che ci interessa è che l’esercito è una di quelle istituzione che è stata maggiormente interessata da questa riorganizzazione.

Decina di migliaia di militari dell’armata rossa tra i quaranta e i 60 anni sono stati negli ultimi anni messi in congedo forzato per fare spazio alle nuove leve uscite dalle accademie miliari. In gran parte veterani dell’Afghanistan, della Cecenia, dell’Ossezia, una intera generazione di combattenti si è ritrovata relegata ad un angolo con i saluti di Putin. Il conflitto in Ucraina ha rappresentato per questi uomini una nuova ragione di vita su di un livello però totalmente nuovo e cioè sulla difesa di una identità non banalmente etnica ma di valori. Migliaia di loro, infatti, hanno fatto propria la nuova bandiera della Novorossiya che qualche sciocco ritiene scandalosamente simile a quella confederata della guerra civile americana. In realtà questa bandiera è la fusione di due antiche bandiere rivoluzionarie, quella completamente rossa dei bolscevichi del 1917 e quella con la croce di s. Andrea blu su sfondo bianco issata sull’incrociatore Aurora che con i suoi colpi diede il via alla presa del Palazzo d’Inverno.

Una simbologia forte, chiara ed estremamente partigiana che non lascia spazio a dubbi di sorta. Sotto quella bandiera sono accorsi Russi, Uzbeki, Mongoli, kazaki tutti a combattere il nemico giurato di sempre. Per molti osservatori sono mercenari, ma si fa veramente fatica ad immaginare un mercenario senza stipendio, perché di questo si tratta. Il Donbass militarmente é diviso in 6 zone autonome l’una dall’altra. Ogni zona comprende diverse città e ha un suo comando della milizia. A questa spetta la difesa e la gestione delle migliaia di profughi che cercano riparo oltre confine.

A spiegarci questo è Andrey C., del comando del distaccamento di Lugansk, che ci accoglie con indosso una inequivocabile t-shirt con l’immagine del “Che”, in una stanza con le finestre in frantumi situata in quella che una volta era la sede del Comune. Da lui, scopriamo che le Repubbliche popolari che si sono costituite negli ultimi mesi nelle tre principali città del Donbass sono amministrate da “consigli” di cittadini, che, quello che rimane del comparto minerario, colpito chirurgicamente dall’esercito di Kiev, è autogestito anch’esso da consigli dei lavoratori che versano parte delle rimesse ottenute alla milizia e che a questa, oltre ai compiti di difesa viene demandata la questione degli approvvigionamenti e la non facile gestione dei flussi delle centinaia di migliaia di profughi che cercano rifugio in Russia. In realtà non c’è una grossa differenza tra questi organismi visto che tutti possono partecipare all’una come all’altra. Uomini e donne, di ogni età, li vedi effettivamente correre per le vie semi deserte abbigliati con uniformi variopinte, le caratteristiche magliette a righe orizzontali bianconere della marina, le mimetiche dell’esercito ucraino e russo saccheggiate nelle caserme occupate, le divise blu della polizia della città passata coi ribelli.

Un popolo in armi

Andrey ci dice che l’esercito ucraino continua a bombardare le città perché non ha il coraggio e la forza per entrare. «Questo non significa che siamo al riparo, anzi, forse in termini di vite sarebbe meglio uno scontro diretto fuori dai centri abitati ma purtroppo non siamo noi a deciderlo. Ci accusano di farci scudo con i civili ma qui ognuno ha fatto la sua scelta».

Quasi duecentomila profughi hanno potuto attraversare il confine russo grazie ad un corridoio che è stato reso sicuro, armi alla mano, proprio dalla milizia con costi umani elevatissimi.


«Abbiamo chiesto aiuto alla Comunità internazionale, alle Nazioni unite, alla Croce Rossa Internazionale, affinché garantissero loro un corridoio umanitario ma l’esodo dei civili verso il confine russo è stato oggetto di sistematici attacchi dell’aviazione e dell’artiglieria di Kiev. Un esercito che si accanisce in questa maniera contro i propri connazionali credo che non si sia mai visto in queste proporzioni».


Chi è rimasto, è rimasto per combattere. Come Vassiliy, un professore di letteratura delle scuole superiori, comanda una batteria composta da quattro ml 20, cannoni che sparano proiettili da 122mm. Armi temibili nel 1943, un pò meno oggi. La sua compagnia è composta da circa 40 persone e tra queste ci sono 8 suoi alunni. Questi, tutti 16enni, ci dicono che il fascismo è l’ebola del mondo ma nella Novorossiya hanno trovato la cura e ridono mostrandoci orgogliosi i loro moschetti Moisin Nagant del 1941.


Uno di loro ci dice che vinceranno la guerra, perché i Russi non cominciano mai le guerre, le vincono e basta. 
«Putin sta giocando una partita a scacchi con l’occidente». Si fa serio un altro. «Per un po’ di tempo noi siamo stati addirittura i pedoni ma si sa che il diavolo fa le pentole e non i coperchi. Alla fine a forza di giocare tra diplomazie qui abbiamo fatto i soviet e questo di certo non è andato giù a nessuno».

«Dobbiamo molto alla Russia sia chiaro, anzi dobbiamo molto ai Russi. Sono i nostri fratelli. Ma noi non vogliamo annetterci alla Russia. Noi siamo la Novorossiya che vi piaccia o no».


Pavel C., maggiore siberiano dell’Armata Rossa è probabilmente l’unico militare vero del gruppo. «Qui ho ritrovato un motivo per combattere, nuovi compagni, non puoi non sentirti parte di qualcosa più grande di te. Io sono cresciuto e sono stato formato nel mito della lotta vittoriosa al fascismo e oggi può apparire incredibile ma sembra di essere ritornati indietro di 70 anni».


Il professor Vassily riprende la parola e ci dice che non è d’accordo con quanti paragonano il Donbass alla Spagna repubblicana.

«Innanzitutto non abbiamo le brigate internazionali e neanche un minimo di solidarietà. Tutto il mondo è contro di noi. Siamo noi i cattivi. Così cattivi che ci siamo portati la guerra in casa nostra, così dispotici che prendiamo le decisioni votando, così nostalgici che innalziamo al cielo con orgoglio bandiere ritenute bandite. Ma voi che fareste? Un giorno ci siamo svegliati e ci hanno detto che non potevamo più parlare russo, che gli amministratori che avevamo eletto dovevano essere sostituiti, che i contratti di lavoro andavano rivisti, le nostre miniere vendute all’estero, la nostra storia e i nostri simboli cancellati e abbattuti. Addirittura ai reduci di guerra sono state tolte le pensioni perché colpevoli di aver lottato dalla parte sbagliata. Vi sembrerà incredibile ma anche in quel frangente non abbiamo detto niente. Ma poi  c’è stata Odessa. Un massacro. E da quel momento abbiamo finito di essere Ucraini, per sempre».

La realtà è molto complessa. Per qualcuno non è così. Analisti d’accatto, giornalisti prezzolati, freelance (più lance che free), blogger tuttologi, sono categorie antropologiche che hanno sempre la soluzione sotto controllo, una capacità assoluta di interpretare e decodificare la storia e a volte anche la geografia. Per noi non è così, rimaniamo pieni di dubbi, di incertezze, soprattutto quando ci si trova di fronte a fatti epocali, che si percepisce influenzeranno quello che sarà il mondo nel prossimo futuro. Negli ultimi anni ne abbiamo lette e sentite di cotte e di crude ma, per nostra natura, abbiamo sempre preferito discutere e studiare senza contribuire a quella immane produzione di carta, non sempre elettronica, documenti, dossier, memorandum, che avevano la pretesa di spiegarci dove stava andando a finire questo mondo. Dalle primavere arabe all’Iraq, dalla Siria alla Palestina passando per i perenni conflitti centrafricani è stato detto e scritto tutto ed il contrario di tutto, un relativismo esasperato che ha giustificato e resa legittima qualunque posizione anche la più falsa e ignobile. Proprio come sta accadendo per il conflitto in Ucraina.

Noi ci siamo stati

Abbiamo visto e vissuto, seppur per poco tempo, la realtà drammatica di una guerra uguale a tante altre e abbiamo potuto misurare una partecipazione popolare senza precedenti nell’Europa del secondo dopoguerra. Ma il Donbass non è la Siria, né Gaza e non è neanche la Repubblica spagnola del ’36. Il Donbass è il Donbass. Anzi, per meglio dire, il Donbass è Novorossiya. Questo è uno punti fermi insieme a pochi altri: la natura profondamente antifascista del movimento nel Donbass, la novità dell’autogoverno di città con milioni di abitanti ed il tiepido e sempre più imbarazzato appoggio della Russia a queste esperienze.

Nell’Ucraina orientale si sta sperimentando qualcosa di nuovo, sotto le ceneri di una storia che sembrava definitivamente consumata riemergono le fiamme di simboli e pratiche dimenticati. Un popolo che si fa protagonista, circondato da forze preponderanti, schiacciato dalla forza della propaganda, oltraggiato e vilipeso anche e soprattutto da chi, in ogni parte del mondo, è sempre pronto a misurare il livello di radicalismo e a giudicare la bontà delle parole d’ordine altrui. Questo scarno resoconto è per quei compagni, per fortuna non pochi, che fin dall’inizio hanno saputo leggere la reale portata della crisi ucraina, le sue possibili ripercussioni e soprattutto la vera natura dei movimenti del Donbass.

Non basteranno centomila cornacchie urlanti dai loro siti a scalfire il nostro giudizio su quanto visto e su quanto ci aspettavamo di vedere. Lasciamo a loro il dibattito su mercenari e contractors russi, rossobrunismo, imperialismo russo, oligarchi, gas, zarismo. Per fortuna sono inutili come le loro tesi.

A Stakanov una città a pochi chilometri dal confine russo, una statua di Lenin, come di consueto, si erge nella piazza centrale. Sul basamento grigio di cemento armato, moltissimi studenti delle elementari, nelle settimane iniziali della crisi, avevano attaccato i loro disegni colorati. Alcuni di essi sono sopravvissuti alle intemperie e agli sconvolgimenti delle settimane successive. Su uno di questi, un Lenin sorridente e gigantesco, schiaccia un carro armato, su un altro afferra un missile con le mani salvando le case sottostanti ed i loro occupanti, su un altro ancora dei miliziani fanno la guardia alla sua statua circondata di bambini. E sono poco più che bambini anche i tre miliziani che fanno realmente la guardia alla statua del padre della Patria. Nel 2014 c’è ancora gente disposta a questo. Ma chi glielo fa fare? La risposta è su uno striscione bianco di una decina di metri proprio alla sinistra di Lenin: “ESLI PADAT’, TO VMESTE”, recita.

Se cadrai, cadremo insieme.


Benvenuti nel Donbass.

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