Venezuela: 15 ottobre la battaglia per il tempo

di Marco Teruggi

13ott2017.- Il tempo è tornato ad allungarsi come pantano. La quotidianità sono i prezzi che aumentano, i salari più magri, gli antibiotici che non appaiono, la carta-moneta che scarseggia, la liturgia della campagna elettorale troppo identica a sé stessa. I giorni ora non sono compressi, a punto di scoppiarci in faccia.

La guerra ha ripreso il suo ritmo di logorio silenzioso e onnipresente che ci avvolge. Si è mostrata nuda nel suo assalto al potere tra aprile e luglio. C’erano i trend in Twitter che segnavano fuochi armati, i municipi assediati per giorni, gli assedi. Era cristallina e anche i suoi dirigenti, con le loro menzogne, lo erano. Ora non lo è più e senza dubbio è la stessa, con un cambio di ritmo, concentrata su ciò che è più certo – l’economia e l’impero – mentre le truppe locali, in crisi, riorganizzano la loro forza.

Dobbiamo seguirne le tracce. La sua tattica sta nell’alternanza delle forme, nella frontalità seguita dalla vigliaccheria di chi nasconde la mano, nella negazione di sé stessa, nel farci credere che se ne sia andata. Non se ne va mai. E questa domenica (oggi, 15 ottobre, NdT) ci sarà una nuova battaglia che sistemerà una parte del tavolo: le elezioni dei governatori.

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Un voto di guerra, per bloccare potere politico. Questa è una delle caratteristiche del 15 ottobre. “Ogni rivoluzione è una forma di conquistare tempo”, analizza Álvaro García Linera. E in questi ultimi anni abbiamo visto come il tempo, elettorale/politico/armato, sia stato il fuoco della battaglia. La domanda è: vincere tempo a che scopo? Per quattro ragioni:

  1. Impedire l’avanzamento delle trincee della controrivoluzione

Possiamo pensarlo in termini di posizioni. Ogni governatorato sarebbe uno spazio che, nel caso fosse occupato dalla destra, si convertirebbe in un nuovo territorio dal quale proverebbero ad avanzare. Funzionerebbero come i comuni e i governatorati che tra aprile e luglio erano sotto la loro direzione. Da lì c’è stato appoggio logistico – sia sotterraneo che esplicito – ai gruppi violenti, il ritiro dalle strade delle forze di sicurezza locali, la ripulitura del territorio per la scalata incendiaria.

Ogni spazio istituzionale che vinceranno potrebbe convertirsi in tale piattaforma. Sicuramente in altro modo: le fasi della violenza di strada non sono uguali le une alle altre, partono da linee simili, poi aumentano nelle loro forme e nei loro metodi. Lo mostrano le comparazioni tra le giornate dell’aprile del 2013, febbraio/aprile 2014, aprile/luglio 2017. E coloro che muovono i fili, cioè gli Stati Uniti, sanno che la sorpresa è un fattore chiave.

  1. Aspettare che migliorino le condizioni internazionali

Il conflitto venezuelano è parte della disputa geopolitica. Da un lato, Stati Uniti e le loro alleanze subordinate costruiscono scenari diplomatici, comunicativi, militari ed economici; dall’altro il chavismo si gioca le sue carte: relazioni con la Cina, la Russia, paesi emergenti, petroliferi, intenti ad evitare lo strangolamento imposto attraverso la forza del dollaro. In Venezuelasi condensa una delle battaglie del mondo.

La mappa delle alleanze attuali è legata anche alla peggiore correlazione continentale di forze degli ultimi anni. Non sarà eterna, l’anno prossimo ci saranno elezioni in Messico, Colombia e Brasile, paesi che possono riequilibrare la correlazione attuale. Ma è più di tutto questo: la questione delle relazioni internazionali rimanda alla vecchia domanda: si può sviluppare una rivoluzione in un solo paese? “Il tempo diventa il nucleo del fatto rivoluzionario: tempo per aspettare che altri facciano lo stesso”, dice Linera.

  1. Stabilizzare l’economia

Il tempo si ottiene, tra le altre cose, con stabilità economica. È lì che, giustamente, il pantano/arretramento si sente con forza. Sono almeno tre anni che si vive in questo quadro, con una acutizzazione dei problemi: prezzi, dollaro illegale, medicine, carta-moneta, ricambi, prodotti igienici. È in questo punto, inoltre, che è difficile prevedere un miglioramento. Per la forza dell’attacco/blocco straniero e dei grandi imprenditori, per i prezzi internazionali del petrolio, per la corruzione che ha attaccato aree strategiche, per i segnali contraddittori della direzione verso cui andare per resistere e avanzare, lo scarso impatto delle misure prese nella quotidianità.

L’economia non colpisce solo le tasche del popolo, ma anche le soggettività. Possiamo domandarci che effetti causa nelle coscienze, nel senso comune, un’economia che allarga le sue aree di micro-corruzione, profitti straordinari illegali, bagarinaggio di medicinali, carta-moneta, cibo, affari a spese delle domande ogni volta più urgenti dei settori popolari. La destra ha guadagnato posizioni in questa battaglia culturale. Di nuovo, con l’analisi di Linera: “Non c’è mai trionfo politico senza previo trionfo culturale”. Anche la destra può essere gramsciana.

  1. Avanzare nello sviluppo della società che-verrà

La rivoluzione non è una data, un atto, bensì un processo. Ha giorni fondanti, momenti di riflusso, avanzamenti ed espansioni democratiche, formazione collettiva, delegazione tra i governanti o azione diretta delle classi popolari. La rivoluzione non è nemmeno lo Stato, ma, sostanzialmente, l’allargamento della comunità e la sua costruzione di potere. Risulta difficile valutare in che situazione ci si trovi da questo punto di vista: che indicatori per misurare cosa, esattamente? Una cosa è chiara: è dentro la rivoluzione che si possono sviluppare le forme della società socialista, con centralità delle “comunas”.

Questo sviluppo in parte ha a che vedere con la volontà – o meno – della direzione e dell’impalcatura istituzionale, così come della forza che imprimono i differenti vettori politico/sociali organizzati. Lo Stato fornisce condizioni per creare comunità/organizzazione o, al contrario, burocrazia – politica e istituzionale – per operare come freno a mano dello stesso progetto che conforma. Il quadro sotto un governo di destra non sarebbe quello di una discussione delle tensioni interne, delle contraddizioni creative o distruttive, ma quello del tentativo di resistere alla vendetta che si sfogherebbe – i corpi incendiati tra aprile e luglio sono stati un’anticipazione di tutto ciò.

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Vincere le elezioni per i governatori non significherebbe un cambio del vincolo tra i governatori e le trame comunali – in generale non sono buone – né si tradurrà in un miglioramento delle condizioni materiali, un lenimento dei punti di soffocamento, né creerà nuove condizioni significative sul piano internazionale. Renderà possibile mantenere il potere politico, continuare nella costruzione del processo, nello sviluppo delle tensioni interne, guadagnare tempo nel quadro di una rivoluzione che resiste all’isolamento continentale e alle aggressioni nordamericane.

Risulta strano che in una guerra, sotto assedio, si pensi a regalare posizioni come forma di punizione ai generali. Quest’idea ne contiene un’altra sullo sfondo, sbagliata e pericolosa: se la destra vince si creerà un quadro che depurerà le contraddizioni del chavismo e permetterà un ritorno guidato dai settori non burocratici. Il problema è che la politica e la storia non sono un gioco di scacchi, le condizioni che hanno reso possibile la gestazione di questo processo non si ripeteranno e il nemico, nel caso dovesse conquistare il potere politico, non perdonerà.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato]

15 de octubre: la pelea por el tiempo

por Marco Teruggi – 15yultimo.com

El tiempo ha vuelto a estirarse como pantano. El cotidiano son los precios que suben, los sueldos más flacos, los antibióticos que no aparecen, los billetes que escasean, la liturgia de campaña demasiado idéntica a sí misma. Los días ya no están comprimidos, a punto de estallarnos en la cara.

La guerra ha retomado su ritmo de desgaste silencioso y omnipresente que nos envuelve. Se mostró desnuda en su asalto al poder entre abril y julio. Ahí estaban las tendencias en Twitter que marcaban focos armados, los municipios asediados durante días, los toques de queda. Era clara, y sus dirigentes, dentro de sus mentiras, también. Ya no lo es, y sin embargo es la misma, con cambio de ritmo, parada sobre lo más seguro ‒la economía y el imperio‒ mientras las tropas locales, en crisis, reorganizan su fuerza.

Debemos seguirle el rastro. Su táctica está en la alternancia de las formas, en la frontalidad seguida de la cobardía del que esconde la mano, en la negación de sí misma, hacernos creer que se fue. Nunca se va. Y este domingo tendrá una nueva batalla que reacomodará una parte del tablero: las elecciones a gobernadores.

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Un voto de guerra, para retener poder político. Esa es una de las características del 15 de octubre. “Toda revolución es una forma de conquistar tiempo”, analiza Álvaro García Linera. Y en estos últimos años hemos visto cómo el tiempo, electoral/político/armado, ha sido foco de la batalla. La pregunta es: ¿ganar tiempo para qué? Para cuatro cosas:

1.- Impedir el avance de trincheras de la contrarrevolución

Podemos pensarlo en términos de posiciones. Cada gobernación sería un espacio que, en caso de ser ocupado por la derecha, se convertiría en un nuevo territorio desde donde intentarían avanzar. Funcionarían como las alcaldías y gobernaciones que entre abril y julio estaban bajo su dirección. Desde allí hubo apoyo logístico por debajo de la mesa y explícito a los grupos de choque, retiro de las fuerzas de seguridad locales, liberación del territorio para la escalada incendiaria.

Cada espacio institucional que consigan podría convertirse en esa plataforma. Seguramente de otra manera: las fases de violencia callejera no son iguales unas a otras, parten de líneas similares, luego aumentan en sus formas y métodos. Así lo muestran las comparaciones entre las jornadas de abril de 2013, febrero/abril 2014, abril/julio 2017. Y quienes dirigen los hilos, es decir Estados Unidos, saben que la sorpresa es un factor clave.

2.- Esperar que mejoren las condiciones internacionales

El conflicto venezolano es parte de la disputa geopolítica. Por un lado, Estados Unidos y sus alianzas subordinadas construyen escenarios diplomáticos, comunicacionales, militares y económicos, por el otro el chavismo juega sus cartas: relaciones con China, Rusia, países emergentes, petroleros, intentos de evitar la asfixia impuesta a través de la fuerza del dólar. En Venezuela se condensa una de las batallas del mundo.

El mapa de alianzas actual está ligado también a la peor correlación continental de los últimos años. No será eterno, el año que viene habrá elecciones en México, Colombia y Brasil, países que pueden reequilibrar la correlación. Pero es más que eso, la cuestión de las relaciones internacionales remite a la vieja pregunta: ¿puede desarrollarse una revolución en un solo país? “El tiempo se convierte en el núcleo del hecho revolucionario: tiempo para esperar que otros hagan lo mismo”, dice Linera.

3.- Estabilizar la economía

El tiempo se obtiene, entre otras cosas, con estabilidad económica. Es justamente ahí donde el pantano-retroceso se siente con fuerza. Son al menos tres años en este cuadro, con una agudización de los problemas: precios, dólar ilegal, medicinas, billetes, repuestos, higiene. Es también en ese punto donde se dificulta prever una mejora. Por la fuerza del ataque/bloqueo exterior y de los grandes empresarios, los precios internacionales del petróleo, por la corrupción que atacó áreas estratégicas, por las señales contradictorias de hacia dónde ir para resistir y avanzar, el poco impacto de las medidas tomadas en la cotidianidad.

La economía no solamente golpea los bolsillos populares sino también las subjetividades. Podemos preguntarnos qué efectos causa en las consciencias, los sentidos comunes, una economía que amplía sus áreas de microcorrupción, ganancias extraordinarias ilegales, reventas en el mercado negro de medicamentos, billetes, comida, negocios a costa de las demandas cada vez más urgentes de los sectores populares. La derecha ha ganado posiciones en esa batalla cultural. Nuevamente, con análisis de Linera: “Nunca hay un triunfo político sin un previo triunfo cultural”. La derecha también puede ser gramsciana.

4.- Avanzar en el desarrollo de la sociedad por-venir

La revolución no es una fecha, un acto, sino un proceso. Tiene días fundantes, momentos de reflujos, avances y expansiones democráticas, aprendizajes colectivos, delegación en los gobernantes o acción directa por parte de las clases populares. La revolución tampoco es el Estado, sino, centralmente, la ampliación de la comunidad y su construcción de poder. Resulta difícil evaluar en qué situación se está en ese punto, ¿qué indicadores para medir qué exactamente? Una cosa es clara: es dentro de la revolución donde pueden desarrollarse las formas de la sociedad socialista, con centralidad comunal.

Ese desarrollo tiene que ver en parte con la voluntad ‒o no‒ de la dirección y del andamiaje institucional, así como de la fuerza que impriman los diferentes vectores políticos/sociales organizados. El Estado proporciona condiciones para crear comunidad/organización, o, al contrario, burocracia ‒política e institucional‒ para operar como freno de mano del mismo proyecto que conforma. El cuadro bajo gobierno de derecha no sería debatir las tensiones internas, las contradicciones creadoras o destructoras, sino cómo resistir a la revancha que se descargaría ‒los cuerpos incendiados entre abril y julio fueron una antesala de eso.

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Ganar gobernaciones no significará un cambio de vínculo entre gobernadores y tramas comunales ‒por lo general no son buenas‒ tampoco se traducirá en una mejora de las condiciones materiales, un alivio de los puntos de asfixia, ni creará nuevas condiciones significativas en el plano internacional. Permitirá mantener poder político, continuar con la construcción del proceso, el desarrollo de las tensiones internas, ganar tiempo en el marco de una revolución que resiste al aislamiento continental y a las agresiones norteamericanas.

Resulta extraño que, en una guerra, bajo asedio, se piense en regalar posiciones como forma de castigo a los generales. Esa idea encierra otra de trasfondo, errónea y peligrosa: si la derecha gana se creará un cuadro que depurará las contradicciones del chavismo y permitirá un retorno liderado por los sectores no burocráticos. El problema es que la política y la historia no son un juego de ajedrez, las condiciones que permitieron gestar este proceso no se repetirán, y el enemigo, en caso de hacerse con el poder político, no perdonará.

Venezuela: fin dove arriva la corruzione?

di Marco Teruggi – www.latabla.com

1ott2017.- La corruzione può disarmare la rivoluzione dall’interno. Si arriva a questa conclusione se si ascoltano le dichiarazioni del presidente Nicolás Maduro, e del Fiscal General, Tarek William Saab. Il primo ha affermato che si tratta del principale nemico del processo; il secondo è colui che, settimana dopo settimana, presenta in pubblico la mappa della crescente estensione del problema.

Aree: abbraccia, per quanto si è detto finora, la Fascia Petrolifera dell’Orinoco (FPO) e diverse divisioni di PDVSA – come Petrozamora; le importazioni, come appare chiaro dai primi 900 casi legati a Cadivi/Cencoex; sanità, come si è visto dai vari arresti. Vuol dire che è presente nel petrolio, da cui proviene il 95% di valute del paese; nel sistema di importazioni, in una economia con alti livelli di importazione di prodotti essenziali, e in un’area vitale – letteralmente – come la sanità.

Attori: il potere giuridico; reti di estorsioni pubbliche/private; membri della dirigenza del PSUV – come è stato, ad esempio, García Plaza; imprenditori nazionali e transnazionali; direttori di istituzioni pubbliche, la trama finanziaria che permette la fuga di capitali. La corruzione è trasversale, crea nodi di unione tra attori diversi, legati dall’arricchimento illecito a discapito del bene pubblico, della rivoluzione.

Dimensioni: qual è la somma totale del maltolto? Secondo il Fiscal General, si tratta della più grande sottrazione e del più grande danno patrimoniale degli ultimi 30 anni. Nel caso dell’industria petrolifera ha dichiarato che ci sono stati 41 mila contratti, per un ammontare di circa 35 miliardi di dollari. Solo tenendo in conto 10 contratti con sovrapprezzo del 230% il danno causato è di circa 200 milioni di dollari.

La data di inizio di questa trama corruttiva è il 2008, un anno dopo di quanto avvenuto nella Fiscalía General. Quasi dieci anni di mafia, miliardi rubati in aree strategiche dell’economia.

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Il quadro e l’analisi sono complessi. In particolare perché si tratta di una zona che fino ad ora era quasi monopolio discorsivo della destra. Un cavallo di battaglia dell’opposizione: dagli Stati Uniti si “ammoniva contro la corruzione pubblica generalizzata in Venezuela”; secondo Luisa Ortega Díaz “la corruzione è ciò che tiene il Venezuela sprofondato in questa crisi”; in diverse pagine si sottolinea che il paese è uno dei più corrotti al mondo. Non è casualità, si tratta di un modello di opinione che ha l’obiettivo di isolare, demonizzare, giustificare sanzioni attuali e quelle che verranno.

La battaglia è simultanea. Esiste una dimensione comunicativa: ammettere il problema, come han fatto Maduro e William Saab, nominarlo pubblicamente e affrontarlo. Riconoscere dà credibilità: la situazione economica ha una componente problematica propria, la corruzione.

Poi una dimensione di verità: sapere quello che è successo, chi sono stati i colpevoli, come lo hanno fatto. Di giustizia: che ci siano arresti, processi, carcere, rimpatrio dei capitali rubati. Anche esplicativo: perché è successo, com’è stato possibile che si sia sviluppato in tali dimensioni, dov’era la falla, l’assenza di giustizia, la complicità.

La spiegazione, per il momento, è stata centrata in due grandi cause: la responsabilità della Fiscalía General, e, come ha detto William Saab, un “piano di attacco all’industria petrolifera per impoverire la nostra produzione e portare il denaro negli Stati Uniti”. L’intuizione logica porta a pensare che esistano ulteriori fattori. Che questi due, reali, non riescono a dare la spiegazione completa del quadro. Reali perché effettivamente la geografia della corruzione riposa su aree chiave ed è un bastone tra le ruote di un’economia sotto attacco – è una complicità di fatto con la strategia di guerra di logoramento e collasso – e perché le prove contro Luisa Ortega emergono a fiotti e danno spiegazione ad una parte centrale dell’impunità.

Quali altri cause hanno permesso l’espansione del fenomeno? Nelle risposte che si costruiranno si potrà attrezzare una mappa degli errori, i punti che hanno fatto sì che il solido a volte svanisse nell’aria. Se non si correggono, come evitare che corruzione si impossessi di ogni nuova iniziativa?

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Fin dove si è espansa la corruzione. Non si tratta solo di zone strategiche, imprenditoriali, istituzionali, politiche, ma anche di ciò che si muove in basso. In particolare in una società che si scontra da anni con scarsità di alimenti, sanità, prodotti igienici, ricambi per auto, ecc., in cui i canali di distribuzione sono stati alterati molte volte – si trovano le cose per altre vie, i prezzi aumentano nella totale impunità, e ciò che era comune è diventato a volte straordinario.

Siamo in una guerra che ha creato le condizioni per l’espansione della corruzione in maniera trasversale.

“Dove c’è una necessità nasce un diritto”, diceva Eva Perón. Dove c’è una necessità nasce un affare, potrebbe essere la versione cruda per rappresentare logiche che hanno preso piede in questi anni. Questo è l’antitesi del chavismo, una battaglia di valori – la solidarietà collettiva vs. “poveri contro poveri”, culturale, identitaria, pianificata in tal modo da coloro che hanno ideato le profondità del conflitto: non si tratta solo di recuperare il potere politico, bensì di smontare la cultura politica chavista costruita durante il processo rivoluzionario. Minarlo dal basso, che il “si salvi chi può” si imponga sul “usciamone insieme”.

Per questo il CLAP è risultato strategico: ha pianificato una soluzione organizzativa ad un problema individuale, che si è fatto, in questo movimento, collettivo. C’è corruzione in alcuni CLAP? Sì. La sua esistenza – per azione di funzionari o di abitanti dei quartieri – non invalida la direzione e la potenza dell’esperienza. Basti ricordare le dimensioni che avevano raggiunto le file prima dell’apparizione dei CLAP.

Costruire un’analisi complessa non significa equiparare le responsabilità. Esiste una differenza chiara tra i dirigenti di PDVSA Occidente, arrestati per appropriazione indebita e i “ bachaqueros” (speculatori) all’uscita della metro con prodotti Clap.

È necessario sottolineare questa distanza per evitare che la punizione arrivi solo a chi sta in basso, simbolo evidente di una politica di giustizia di parte e classista, e per impedire che diminuisca il peso che ricade su chi dirige i fili dell’economia, della politica, delle istituzioni. E perché, dinanzi a questo scenario, si deve iniziare dall’alto con l’esempio pubblico: verso imprenditori, funzionari, dirigenti politici corrotti.

Non esiste soluzione immediata. Combattere la corruzione significa, oltre alla battaglia economica, una disputa per il senso comune, per non consegnare questo nodo critico a coloro che hanno creato e accresciuto le loro ricchezze col crimine e col furto. Riconoscere pubblicamente il problema, nominarlo, avanzare nelle investigazioni e nella punizione è la direzione necessaria, in particolare quando si tratta di uno dei problemi più sentiti dalla maggioranza – altri due sono l’aumento dei prezzi e la scarsità di medicinali, legati a loro volta alla corruzione. Il chavismo ha il compito storico di affrontare un male ereditato e che può disarmare la rivoluzione dall’interno in complicità con la guerra che affrontiamo.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato]

Venezuela: contro chi lotta la Rivoluzione Bolivariana?

di Marco Teruggi – resumenlatinoamericano.org

Davanti a sé la rivoluzione ha un avversario politico nazionale in rotta: senza leadership popolare, con elezioni primarie tristi, solitarie e finali, partiti che sono fratelli coltelli, assenza di un discorso nazionale, dirigenti incoerenti castigati dalla loro base sociale, scene del ridicolo. Una destra tragicomica che non lascia luogo al riso a causa del suo bilancio di morte. Solo il tentativo insurrezionale di aprile-luglio ha lasciato 159 vittime, senza parlare delle forme di violenza, prediligendo il bruciare vive le persone, solo per il fatto di esser chaviste o povere.

Questo quadro è un’evidenza per tutti, in Venezuela e fuori. In primo luogo, per la stessa destra che ha incentrato la propria iniziativa nel viaggiare per l’Europa e gli Stati Uniti per ottenere – a volte la parola sembrerebbe essere “elemosinare” – appoggi diplomatici e più pesanti sanzioni economiche. I risultati stanno nelle fotografie con Angela Merkel, Enmanuel Macron, Mariano Rajoy, le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu, e soprattutto l’offensiva pubblica statunitense, con il tour latinoamericano del vicepresidente e le dichiarazioni di Donald Trump.

L’ultimo avvenimento è stato il discorso di Trump davanti alla Nazioni Unite (ONU), in cui ha qualificato il Venezuela come “dittatura socialista” – inserito tra i “regimi piaghe del pianeta”, ha minacciato “più misure”, e ha fatto appello all’azione internazionale. “Più misure” significa dire attacchi, significa appesantire quelle che già sono state prese nel campo economico, che hanno come obiettivo assediare l’economia venezuelana, bloccarla e spingerla al fallimento.

Sanzioni significano anche la forza. Le dichiarazioni di Trump in merito alla possibilità dell’uso della forza militare contro il Venezuela datano poche settimane. Si è detto, non sarà un film di Capitan America o lo sbarco in Iraq – quanto meno è l’ipotesi più improbabile – ma esistono segnali che indicano che la variabile armata sia in marcia.

In primo luogo, per il quadro che si è prodotto all’interno, con lo sviluppo paramilitare, azioni violente come gli assalti alle caserme, bande di giovani addestrati agli scontri di strada e all’uso di armi artigianali e professionali. Quanta forza e che possibilità hanno nel campo di battaglia? Bisognerà verificarlo nel caso in cui quest’opzione venga attivata.

In secondo luogo, per movimenti come l’esercitazione militare “America Unita”, diretta dagli Stati Uniti, che avrà luogo alla frontiera tra Brasile, Colombia e Perù. Un attacco al Venezuela potrebbe venire dalla frontiera amazzonica meridionale, dalla frontiera andina – retroguardia e punto di avanzamento paramilitare – con la Colombia, dalla zona marittima settentrionale. L’evoluzione di queste possibilità, lontane eppure ogni volta più vicine, è relazionata ai negoziati e alle pressioni sui governi subordinati del continente. Prima delle dichiarazioni all’ONU, Trump si era riunito con i presidenti di Colombia, Brasile e Panama. La cospirazione non si nasconde.

Gli Stati Uniti hanno tutte le variabili sul tavolo. Possono attivarsi in base al corso degli eventi, alla necessità di influenzare il loro sviluppo – accelerarlo, ad esempio – alle condizioni e alle dispute interne ai fattori di potere dello stesso impero, e alle alleanze economiche, politiche e militari che potrà sviluppare Nicolás Maduro, in particolare con Russia e Cina.

Una cosa risulta chiara: la Rivoluzione lotta contro gli Stati Uniti e le grandi imprese petrolifere che operano nell’ombra. La battaglia del Venezuela è parte della disputa geopolitica globale.

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“Se mi chiedete chi sia il nemico della pace e della sovranità del Venezuela, io vi dico Mister Trump, ma se chiedete chi sia il peggiore e più pericoloso nemico che ha il futuro del Venezuela, io vi dico il burocratismo, la corruzione, l’indolenza, i banditi e le bandite che hanno incarichi pubblici e non compiono il proprio dovere […], quelli che hanno incarichi pubblici e rubano al popolo, dobbiamo intraprendere una battaglia senza alcuna pietà contro di loro”.

Queste sono state le parole di Maduro nello stesso giorno in cui Trump ha parlato dinanzi all’ONU. Le ha pronunciate durante l’atto conclusivo della mobilitazione antimperialista realizzata a Caracas nella cornice del vertice di solidarietà internazionale. Sono state le più applaudite del suo discorso, un’evidenza – una in più – del fatto che la corruzione sia uno dei dibattiti più urgenti all’interno della Rivoluzione. Non è la prima volta che il presidente tocca la questione, era stata parte del suo discorso anche davanti all’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) negli scorsi giorni.

Si tratta di un tema che inizia a prender spazio nel dibattito pubblico. È dovuto alla gravità del problema, ai tempi urgenti, alla sua complicità con la situazione di guerra/crisi economica, ai recenti episodi politici, in particolare con riferimento al caso della Fiscalía General. Non sembra possibile trovare soluzione al quadro attuale, economico e politico, senza attaccare la corruzione che sembra aver guadagnato terreno in maniera trasversale. È presente, ad esempio, nel potere giudiziario, nella Fascia Petrolifera dell’Orinoco, e nell’assegnazione delle valute per le importazioni.

Questi casi sono emersi dalle investigazioni aperte a partire dall’intervento della Fiscalía General. Il bilancio presentato sulla situazione da questo potere pubblico è che lì si è incistata una mafia per dieci anni. Vale a dire dal 2007, quando Hugo Chávez era presidente e le principali variabili della Rivoluzione erano in pieno sviluppo. Le radici della corruzione sono profonde e sono parte della spiegazione del perché, ad esempio, la produzione statale non raggiunge i suoi obiettivi, o perché non ci siano stati arresti nei tre mesi insurrezionali e ci sia stato bisogno di processi militari.

C’è di più: è uno dei punti di connessione tra il nemico esterno e il nemico interno. La strategia di attacco economico opera per creare e ampliare i fuochi di corruzione in aree e territori centrali dell’economia, per sabotare, frenare e far fallire. È il caso del petrolio, in cui l’obiettivo – in uno scenario di prezzi bassi che si mantiene dal 2014 – è far collassare l’industria attraverso la riduzione della produzione. Nel caso del Venezuela, in cui il petrolio garantisce circa il 95% delle entrate del paese, significherebbe soffocare ancor di più le possibilità economiche di importare e produrre.

Oggi questo è uno dei fronti principali della Rivoluzione. Con una battaglia complessa a causa delle ramificazioni che esistono all’interno dello Stato, per gli spazi di direzione, perché attaccare la corruzione significa produrre sommovimenti all’interno del processo che, già si sa, sono poi utilizzati dagli Stati Uniti, che benedicono e danno protezione a traditori e corrotti.

La conclusione è la simultaneità della battaglia: non si può combattere il fronte esterno e congelare la battaglia interna, che a sua volta è legata a quella esterna. La Rivoluzione si batte contro l’impero, la tradizione e la storia. Già lo diceva Chávez: non siamo davanti ad una passeggiata nel giardino delle rose.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato – intiyalhamuy@gmail.com]

Mapa de la derrota de la derecha venezolana

marcha7ht1492632389[1]por Marco Teruggi – latabla.com

A esta hora la derecha debía estar, según sus cálculos, en una posición de fuerza totalmente diferente. O sentada en el Palacio de Miraflores, o en el despliegue de un gobierno paralelo combinado con movilizaciones de masas y acciones violentas, incluidas militares. Se había planteado la apuesta a todo o nada/ahora o nunca, y hoy se encuentra en una disputa interna para ver cómo seguir, y no terminar peor que al iniciar la escalada de los cien días.

Pasó lo que les suele pasar: se equivocaron en sus análisis. Sobrestimaron la fuerza propia, subestimaron al chavismo, leyeron de manera errada el estado de ánimo de las masas, calcularon mal las coordenadas del campo de batalla. Y en las batallas las responsabilidades son colectivas pero diferenciadas: el peso mayor recae sobre los generales -así lo enseña, entre otros, el libro La extraña derrota, de Marc Bloch-. Porque hubo una derrota, táctica en el marco de un equilibrio inestable prolongado, pero derrota al fin, y eso trae cambios, facturas, desbandadas y cambios de posiciones.

¿Por qué evaluaron de manera equivocada las condiciones para la toma del poder de manera violenta? Se combinan varios elementos. En primer lugar, la posición de clase de la dirigencia. La dirección del movimiento estuvo y está en manos de hombres y mujeres de la burguesía, la oligarquía, cuadros en su mayoría de clase media-alta, formados en esa política e imaginario. Sería falso decir que no han desarrollado estructuras en algunas zonas populares, pero no parecen de dirección, y son minoritarias. A ese elemento se suma otro, agravante para sus cálculos: una parte de su dirección, tanto venezolana como norteamericana, se encuentra en el extranjero, en particular en Estados Unidos.

Esas lecturas, marcadas por una distancia de clase y de país, se ensancharon por el efecto boomerang de una sus fuerzas: las redes sociales. Asumieron que la dinámica expresada en las redes era representativa del estado de ánimo de las mayorías. Pensaron que la capacidad desplegada -con millones de dólares- en twitter, facebook, instagram, youtube, era la que realmente existía, que la radicalidad allí expresada era la radicalidad popular real.

De esa manera creyeron que el gobierno estaba a un empujón de caer, que su respaldo popular era minoritario y contralascuerdas, que las masas descontentas acompañarían su llamado a la calle para sacar al “régimen”, y que su propia fuerza tenía capacidad de desplegarse hasta alcanzar la masividad policlasista y nacional necesaria. Esa combinación de elementos iba a tener a su vez incidencia sobre factores políticos e institucionales del chavismo, que, al ver el ascenso irrefrenable de las masas en su pedido de elecciones generales, se iban a cambiar de bando. Solo sucedió con la Fiscal General y algunos dirigentes intermedios puntuales -y no fue por las masas sino por cálculo y compra política-. Lo más importante en ese plan era la Fuerza Armada Nacional Bolivariana: no se quebró.

Esos cálculos condujeron a sostener la hipótesis de la salida violenta durante más de cien días. Con puntos clave como el anuncio de que sería elegido el próximo presidente en elecciones primarias. Lo había proclamado Ramos Allup, el primero en decir luego que participará en las elecciones regionales. Entre un anuncio y el otro pasaron quince días, y en el medio una fecha clave: la victoria electoral del 30 de julio, con más de 8 millones de votos en contra de la violencia opositora y en respaldo a una solución democrática en manos del chavismo. La derecha desconoció públicamente los resultados, pero su impacto fue innegable, abrió un reacomodo de posiciones y cambio de táctica en desarrollo.

Las conclusiones fueron la inversión de sus premisas: el chavismo no estaba nocau y dio una lección histórica, los sectores populares miraron en su mayoría desde lejos a la dirigencia opositora y rechazaron la violencia, la fuerza propia -compuesta por su base social ampliada, los grupos de choques, y sectores paramilitares- no alcanzó a quebrar el cuadro de empate. Tomar el poder por la fuerza es insostenible con esas coordenadas. Cayeron entonces uno tras otro en el anuncio esperado: la participación en las elecciones bajo el ordenamiento del mismo poder electoral que acusan de ilegal, ilegítimo y fraudulento. Freddy Guevara, de Voluntad Popular, ya anunció que el “camino es electoral”.

Algunos todavía no se han pronunciado, producto de desacuerdos, incapacidad para una disputa electoral -como María Corina Machado-, tensión con una base social defraudada a la cual le prometieron un poder inminente para anunciarle cien días después una vía electoral, y crisis interna. Estos meses de escalada reconfiguraron el mapa interno de la derecha, que parece compuesta por tres sectores, que, aunque sostienen posiciones diferentes -por pragmatismo o convicción-, no parecen tener fronteras tan claras.

1. El primero está conformado por los partidos de derecha más históricos, como Acción Democrática presidido por Ramos Allup, que, aunque acompañó la escalada de violencia, su apuesta reside y residió en la estrategia del desgaste del gobierno -en particular por el efecto de los ataques económicos- para acumular en votos el descontento popular, y apostar a victorias electorales.

2. El segundo está dirigido, por ejemplo, por Voluntad Popular y Primero Justicia -cuyos dirigentes están inhabilitados para presentarse como candidatos- y fue quien apostó a la salida por la fuerza, trabajó en la conformación/financiamiento/entrenamiento de grupos de choque, y se vinculó de manera directa con sectores paramilitares.

3. El tercer grupo es el que se ha autodenominado “resistencia” y se ha multiplicado en varios nombres según las zonas del país. El discurso es el del rechazo a la traición de los dirigentes que aceptaron ir a las elecciones, la necesidad de escalar en la confrontación callejera, y la reivindicación de las acciones de violencia -como los ataques el día de las elecciones-. Sus espacios comunicacionales son centralmente las redes sociales y Miami. Resulta difícil saber si se trata de un proceso de relativa espontaneidad, o la “resistencia” fue creada para desplegar acciones planificadas, por ejemplo, por el segundo sector, bajo otra identidad. ¿Cuánto son, quiénes dirigen? Según algunas propias declaraciones maiameras, son grupos dispersos que no tienen centro de mando.

Desde ese análisis se puede entender por ejemplo la acción del domingo en Fuerte Paramacay. No se trata, como los ataques a cuarteles durante los meses de mayo/junio/julio, de medidas en el marco de una escalada que busca acorralar, de ofensiva. Pareciera más bien un intento de mantener medidas de alto impacto -con fuerte repercusión internacional- junto con la preparación de los grupos más radicales. La autoría del hecho debería buscarse en el tercer sector -que parece vinculado, por debajo de la mesa, al segundo, y a dirigentes de la derecha como el senador norteamericano Marco Rubio-. Seguramente intenten más acciones como esta, o mayores. Hay síntomas de desesperación, y eso puede traer violencia y apuestas más radicales.

A este cuadro deben agregarse las dos principales líneas de fuerza de la derecha: la económica y el frente internacional. En el primer caso se ha visto como luego del 30 de julio se produjo un ataque frontal contra la moneda al aumentar vertiginosamente el dólar paralelo. El objetivo es disparar los precios, desgastar a la población, distanciarla de esa manera del gobierno, agravar el cuadro de dificultad material, intentar asfixiar los cotidianos de las clases populares. En cuanto a lo internacional, la escalada sigue dirigida desde los Estados Unidos, con apoyo central desde Colombia y los gobiernos subordinados de la región.

El resultado es que la derecha ha vuelto a depender de dos estrategias que expresan su incapacidad. Una es golpear a la población para llevarla al desespero e intentar traducir esa situación en votos. La otra es pedir la intervención norteamericana, disfrazada de la forma que sea necesaria. Esa realidad es muestra de debilidad y no de fuerza.

La elección del 30 de julio fue una victoria táctica del chavismo. Esa nueva situación dentro del equilibrio inestable trajo efectos dentro de una derecha que volvió a equivocarse furiosamente en su análisis del campo de batalla. Esa ventaja chavista debe ser traducida en acciones urgentes. La principal, además de la justicia, es la económica, y, se sabe, la economía es concentración de política. Ahí parece estar el desafío central de la revolución.

 

Hora cero en Venezuela: ¿tienen la fuerza suficiente?

L'immagine può contenere: 2 persone, primo pianopor Marco Teruggi / La Tabla

Les huele a final. Donald Trump amenazó públicamente con sanciones económicas si el gobierno avanza en las elecciones de la Asamblea Nacional (ANC) el 30 de julio. El secretario de la Organización de Estados Americanos, Luis Almagro, fue en persona al Senado de los Estados Unidos a exponer sobre la crisis en Venezuela. Han instalado el resultado sin prueba alguna -quemaron las urnas antes del recuento- de los 7.676.894 votos que habrían conseguido en el plebiscito del domingo. Los medios internacionales los inflan, defienden, legitiman en cada uno de sus actos. Sienten que ya, que están a punto.

Entonces avanzan, es su hora cero. Las líneas son cinco. En política, la instalación del gobierno paralelo. Este viernes la Asamblea Nacional juramentará a sus magistrados para el Tribunal Supremo de Justicia, y la Mesa de Unidad Democrática anunció que elegirán al presidente del gobierno de unidad a través de elecciones primarias. Ya presentaron los puntos de su nuevo gobierno.

En la violencia, se trata de la combinación de las diferentes formas y la aparición de nuevas. Ya conocidas: incendiar personas -el miércoles fueron dos-, cortar por completo el acceso a zonas opositoras, realizar incursiones en zonas populares con grupos de choques, asediar instituciones públicas, hospitales, canales de televisión -como VTV-, lanzar morteros, molotov, disparos con armas de fuego sobre fuerzas de seguridad del Estado y cuarteles, amenazar y asesinar chavistas, atacar los sistemas de distribución de alimentos. Nuevas, al menos de manera pública: ataque con armas largas, como fusiles R15 a plena luz del día en varios lugares. Se vienen, se prevé, un aumento de ataques de tipo militar. Los focos se multiplican en el país: Valencia, Barquisimeto, San Cristóbal, Caracas, Miranda, Mérida.

En lo internacional los Estados Unidos han asumido la responsabilidad de la ofensiva de manera pública. Sus gobiernos aliados y subordinados amplifican y sostienen su posición. El mensaje ha sido claro: van a avanzar con sanciones económicas. Una hipótesis es que desconozcan oficialmente al gobierno una vez instalada la ANC, y pasen a reconocer al gobierno paralelo de la derecha como autoridad en Venezuela. ¿En qué se materializaría ese apoyo? Posiblemente en lo económico, militar, y diplomático.

En lo comunicacional el despliegue es total. No solamente la matriz legitima toda la violencia desplegada, la presenta como justa, épica y necesaria, sino que ya se desconoce directamente la existencia del chavismo. El domingo fue una muestra clara de eso: no existió mediáticamente el simulacro electoral realizado por el gobierno de cara a las elecciones del 30 de julio. Simplemente no apareció, en particular a nivel internacional. Solo tuvo lugar un plebiscito ilegal, evidentemente manipulado.

En lo económico el objetivo es apretar más la asfixia. El anuncio de Donald Trump lo indicó de manera nítida, así como también los intentos de bloquear las líneas de importación de comida destinada a los Comités Locales de Abastecimiento y Producción. La presión económica internacional y la participación de la Federación de Cámaras y Asociaciones de Comercio y Producción de Venezuela -la gran burguesía-, junto con acciones violentas -quema de depósitos y camiones-, son los tres principales hilos del asedio a la economía que golpea sobre los sectores más humildes.

No dejar punto de escape. Esa es la estrategia para lograr el punto de quiebre.

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La ecuación sigue, aun en este contexto, sin darles los números. Se han sumado a sus filas algunos chavistas, como el diplomático Isaías Medina, el día jueves. Pasan a reforzar la no tan larga lista de los que se dieron vuelta: los principales son Luisa Ortega Díaz y Miguel Rodríguez Torres -este último acusado de agente infiltrado desde hace años-. Cuentan además con el apoyo de sectores dentro del Cuerpo de Investigación Científicas, Penales y Criminalísticas, que trabajan para arrestar a sectores organizados del chavismo.

Esos actores son ahora parte del bloque histórico de la derecha, conformado por los partidos políticos de la Mesa de la Unidad Democrática y por fuera de ella, de la cúpula eclesial -que bendice a los grupos de choque en plena misa-, la gran burguesía, la oligarquía, las fuerzas paramilitares desplegadas en el territorios, los grupos de delincuentes al servicio de la violencia callejera, la base social histórica clasista -que aplaude cada vez que incendian a alguien- y el entramado internacional que engloba desde el Departamento de Estado norteamericano hasta la Exxon Mobil.

No tienen, luego de más de tres meses de iniciado el ciclo insurreccional, el apoyo de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana ni los sectores populares. Esto último no significa que no haya descontento en los barrios populares, que allí existan opositores que quieren que se vaya el gobierno, cansancio por la falta de respuestas a la situación económica que desmejora, gente que votó en el plebiscito el domingo. Lo que no se ha dado es una movilización de esos sectores en los llamados de las derechas. La composición de clase de las protestas es la misma, y la cantidad de participantes no ha aumentado: por la evidente violencia, su dirigencia elitista, la inexistencia de un proyecto que no sea salir de la “dictadura” como sea.

Por eso dependen del frente internacional. En ese marco debe entenderse el apoyo frontal de los Estados Unidos, el cerco internacional. El gobierno paralelo será legitimado desde el exterior, ya que en el plano nacional no tendrá fuerza suficiente para tener acciones reales: ¿qué harán una vez nombrados por la Asamblea Nacional los nuevos magistrados del Tribunal Supremo de Justicia? En este momento solo pueden lograr el objetivo de sacar al gobierno a través de una intervención directa, de forma camuflada o más visible.

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Así como el gobierno ha perdido base de apoyo en sectores populares -en particular por la situación económica- también es cierto que su fuerza todavía es muy importante. Se evidenció el pasado domingo: algunos sectores del chavismo se vieron sorprendidos por la cantidad de votantes que acudió al simulacro. Están las fotos y videos para quienes duden. La derecha por su parte lo negó, aunque tomó nota: el chavismo está en pie, consciente del momento y lugar histórico que ocupa, de la necesidad de resolver el conflicto por las vías democráticas y participativas.

No se trata de hacer triunfalismo ni de pensar que lo sucedido el domingo es inamovible. El objetivo inmediato para el chavismo es llegar al 30, legitimar la Asamblea Nacional Constituyente con un alto porcentaje de participación -lo contrario agravaría el escenario-, evitar que se abran escenarios de destrozos masivos en las ciudades, ataques militares opositores, que la sociedad caiga en el enfrentamiento buscado por parte de la derecha. Se trata de un escenario complejo, donde es necesario inteligencia, unidad y organización del chavismo.

La derecha huele el final, los números no dan. El conflicto, por las variables, parece de carácter prolongado. La revolución no enfrenta a la dirigencia venezolana, enfrenta al imperialismo norteamericano.

@Marco_Teruggi

 

Venezuela: la hipótesis del doble gobierno y el conflicto prolongado

L'immagine può contenere: 3 persone, folla e spazio al chiusopor Marco Teruggi

El problema de la derecha venezolana es haberse propuesto un objetivo sin la correlación de fuerzas necesarias. Aunque en realidad la decisión no fue nacional sino norteamericana, donde reside el nivel estratégico y operacional de las acciones en curso. Falta de correlación porque, para decirlo de manera sintética, no se saca un gobierno por la fuerza si no se tiene el peso de las clases populares o de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana (FANB). Y hoy, a noventa días de iniciado este ciclo, siguen sin tener ninguna de esas dos variables.

No significa que hayan abandonado su política hacia esas dos dimensiones. En el caso de las clases populares, ya convencidos de que no las podrán sumar a su llamado político a sacar el gobierno, han decidido golpearlas aún más con la asfixia económica. En ese cuadro se explican las acciones como la quema de un depósito de comida -60 toneladas incendiadas- que iba destinado a los barrios populares, el ataque a camiones que transportan comida de gobierno, el aumento de precios. Buscan agudizar las condiciones materiales que abran las puertas a saqueos que ellos mismos -con sus grupos de choque- organizan.

Respecto a la FANB han optado por varios movimientos a la vez. Uno ha sido el ataque sistemático armado, tanto sobre la base principal de Caracas (La Carlota), como a cuarteles y batallones en diferentes puntos del país -el último registrado tuvo lugar el martes por la noche en Acarigua, donde se robaron las armas y mataron a un soldado. Otro ha sido el intento de desmoralización permanente a través de ataques por redes sociales. Un tercer elemento, que comenzó desde el inicio del ciclo, fue llamar públicamente a la FANB a desconocer las órdenes del gobierno y sumarse al Golpe -Julio Borges, presidente de la Asamblea Nacional, volvió a hacerlo el miércoles, y ofreció el perdón que no tiene a los soldados que se sumen. Por último, y como siempre en el tiempo de la revolución, han trabajado en las sombras para lograr el quiebre de un sector.

El problema que tienen es que esta suma de tácticas no ha dado el resultado esperado. De no lograrse el apoyo de actores de peso de las FANB, entonces el escenario pasaría a prolongarse. Para eso parecen prepararse.

La hipótesis del conflicto prolongado tendría dos elementos centrales: el político y el armado. En lo político ya lo han anunciado, el plan es, además de desconocer el gobierno de Nicolás Maduro y la Asamblea Nacional Constituyente, avanzar en la creación de nuevos poderes públicos. Esto significa intentar poner en pie un gobierno paralelo. Para legitimar esa línea, que ya está en desarrollo, han convocado al plebiscito del 16 de julio -anticipándose a las elecciones del 30- donde, entre las preguntas, estará la de la conformación de nuevos poderes y de un gobierno de unidad. La cuestión no es si el plebiscito será legal o no, ni cuánta gente votará, de lo que se tratará será de anunciar/validar internacionalmente esa estrategia.

El problema en ese camino será lograr darles peso real a los poderes. No basta con anunciar las cosas para que sucedan -práctica recurrente en la derecha-. Tendrá importancia la respuesta de las alianzas internacionales, así como la profundización de la estrategia violenta. Para esto último cuentan con una ventaja y un problema. La ventaja es que han trabajado para legitimar su violencia, algo que en gran parte han logrado, en particular internacionalmente. Para eso cuentan con la participación activa de los grandes medios de comunicación, de la maquinaria del imperialismo. En Venezuela, según esa matriz, no existen paramilitares, grupos de choque entrenados, bandas de delincuentes financiadas para hacer destrozos, sino que se trata de estudiantes, pueblo hambreado, jóvenes que resisten contra la dictadura. Y justifican todos los actos violentos -el helicóptero que lanzó granadas sobre el Tribunal Supremo de Justicia, el incendio de alimentos etc.- como supuestos auto-golpes del propio gobierno.

El problema que tienen es que no basta con legitimar, también es necesario fuerza material en el terreno. Y si bien es cierto que han desplegado acciones de gran envergadura durante varios días en diferentes ciudades, no parecieran en condiciones de sostener esas posiciones en un esquema, por ejemplo, de “territorios liberados”. Poseen ventaja de los sentidos a nivel internacional, no tan clara a nivel nacional -su violencia los desgasta y expone al rechazo- y pareciera faltarles capacidad en la calle para un plan de esa dimensión.

Este escenario sería prolongado. Sus acciones violentas por el momento sin nombre podrían tomar identidad política, y desplegar su estructura armada de manera pública -incluso diferenciada de los partidos opositores, como ya esbozan a través de la diferencia entre Mesa de Unidad Democrática y resistencia-. Cuentan con dos retaguardias para alimentar esa estructura: el estado Táchira y Colombia.

Resulta difícil saber cómo podría terminar un cuadro de esas características. Algunos dirigentes de la derecha dejan entrever lo que proyectan. Como Juan Requesens, de Primero Justicia, quien afirmó en un foro: “Para llegar a una invasión extranjera tenemos que pasar esta etapa”.

Existen otros interrogantes que se resolverán con las semanas. Una de ellas es si la derecha -o una parte al menos- inscribirá a sus candidatos a principios de agosto para las elecciones a gobernadores que serán en diciembre. En caso de no hacerlo, sería una confirmación más del punto de no retorno, de imposibilidad de solucionar el conflicto a través de un diálogo entre partes. Se haría más clara la hipótesis del conflicto prolongado a la espera de un quiebre en la Fanb o una intervención extranjera de otro nivel. Si anotan a sus candidatos sería un indicativo de que la resolución final tendría una parte electoral.

El escenario también tendrá cambios en función del resultado del 30 de julio: una alta participación le daría legitimidad y base política al chavismo. Un escenario contrario agudizaría la confrontación. La derecha hará todo lo posible para no llegar hasta esa fecha, y ese día montarán -es lo más probable- un esquema de asedio a los centros de votación, las carreteras, los transporte, con el despliegue de su estructura armada y la pantalla pública de su nueva herramienta en construcción: los Comités de Rescate de la Democracia. El Consejo Nacional Electoral ya anunció que protegerán cada lugar de votación.

Planteado así el escenario, el ciclo que se abrió a principios de abril no parece tener una resolución cercana. Los Estados Unidos han decidido empujar a Venezuela hasta sus límites políticos, sociales, culturales, comunicacionales, armados. Quieren retomar -a través de la derecha en el gobierno- el poder político, subordinar la economía a sus intereses, y desplegar una revancha masiva sobre un movimiento histórico. El chavismo está enfrentado a una guerra compleja, integral, a la cual debe responder con inteligencia y una apuesta plena, como supo hacerlo Hugo Chávez, a los poderes creadores del pueblo.

 

Así es el actual esquema de la ofensiva paramilitar en Venezuela

L'immagine può contenere: 4 persone, persone in piedi, folla e spazio all'apertopor Marco Teruggi

Miércoles, 24mag2017.- Una unidad de veinte paramilitares ingresó desde Colombia a Guasdualito, y otros elementos fueron movilizados desde Aragua a la ciudad de San Fernando. Así denunció Orlando Zambrano, diputado a la Asamblea Nacional. Apure, hasta el momento en relativa tranquilidad -exceptuando la quema de bancos en diciembre- pasó a ser un territorio priorizado en el plan de violencia insurreccional.

El objetivo, con el ingreso de esos grupos, es generar destrozos, ataques focalizados, y asesinatos de líderes chavistas. Su inserción desde fuera responde a la imposibilidad encontrada hasta el momento de desarrollar esas acciones con grupos ya instalados, debido al desarrollo chavista en el territorio. Ante eso se reforzó con la siguiente ecuación: cada paramilitar pasará coordinar un grupo propio, veinte paramilitares se transforman en veinte células desplegadas con armas de guerra, entrenamiento y estructura militar. Con Apure se densifica el despliegue paramilitar que tiene como objetivo final Caracas, centro del poder político.

El diseño tiene como retaguardia profunda Táchira. Ese estado se transformó en centro de acciones paramilitares desde el 2014. Ahí está gran parte del acumulado, la infraestructura -en marzo fue desmantelado un campamento- y la experiencia práctica. Desde el inicio de este ciclo allí se agudizaron las amenazas sobre la población, los comerciantes, los transportistas, los toques de queda, el cierre prolongado de acceso a zonas -como al Municipio Andrés Bello, durante dos semanas- y los ataques sobre cuarteles militares y de la policía. Concentración de fuerza y de simbólica: la épica gocha debe servir como incentivo para el resto del país, como un efecto moralizados. Para eso los videos, las declaraciones, las imágenes.

Táchira como retaguardia, ejemplo, y punto desde donde agudizar el saboteo de alimentos para el país, como se vio en las imágenes de ataques a camiones transportando comida. La táctica ha sido atacar sobre la troncal 5 que sale desde San Cristobal hacia Caracas -con agresiones a altura de La Pedrera y de Socopó, por ejemplo-, y la troncal 1, que parte desde San Cristobal hacia El Vigía. Atacar la distribución y abastecimiento de comida ha sido una constante desde hace años que ha generado desgaste en la gente. Intentan profundizarlo en esta fase insurreccional.

Además de en la retaguardia, se han multiplicado los puntos de despliegue paramilitar en el país. Trazando una línea desde San Cristóbal hacia Caracas se puede construir un eje que pasa por Mérida -El Vigía, Tovar, por ejemplo-, Barquisimeto, Valencia, hasta llegar a Los Teques y San Antonio de Los Altos. También una línea que une a través de Socopó, Barinas, Guanare, hasta Valencia. Sobre esos ejes se han desplegado -o están en preparación- acciones similares: ataques a instituciones públicas, incendios de transportes, locales del Psuv, territorios populares/chavistas, destrozos y robos a comercios, terror sobre la población, barricadas prolongadas, ataques con armas de fuego a policías, guardias, cuarteles, asesinatos de chavistas y de los propios manifestantes de la derecha.

En ese plan entra la inserción de paramilitares en Apure, el incendio de autobuses en el estado Bolívar, el intento de mostrar territorios liberados y bajo control, como San Antonio de Los Altos. Se trata de un plan insurreccional que multiplica los focos en varios puntos del país, se desplaza sobre el territorio con fuerzas de choque, busca cercar Caracas, el oeste, el Palacio de Miraflores. La guerra no está por venir, la guerra está en desarrollo. No hay que esperar el desembarco: los elementos militares ya están desplegados sobre el territorio.

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Las guerras se preparan. El desarrollo del entramado paramilitar también. Lo explica Zambrano, militante de la Corriente Revolucionaria Bolívar y Zamora: entre los paramilitares del año 2002 o 2008 y estos que ahora están en acción existe diferencias. Ya no se ven pintadas de la Autodefensas Unidas de Venezuela, ni se trata -exceptuando casos como el de Guasdualito- de fuerzas traídas desde fuera. Ha existido un proceso de enraizamiento en el territorio, principalmente a través de la captación de bandas criminales.

El proceso, acelerado a partir del 2011, fue el siguiente: detectar a los líderes de bandas criminales -como el caso de El Picure-, darles formación, tecnificar el armamento, cambiar los métodos de combate, de crimen, brindar logística, retaguardia, incorporarlos a una estructura. Para afuera hampa común. En lo invisible, parte del entramado paramilitar, con jerarquías, tareas. El proceso de formación también se dio con jóvenes de partidos políticos, como Lorent Saleh, enviado a Colombia a recibir entrenamiento para luego aplicarlo en Venezuela.

Por eso resulta difícil identificarlos. No usan nombres, ni insignias, ni asumen la responsabilidad de los actos. Al contrario: atacan, queman, matan, y acusan al chavismo de la responsabilidad de los hechos, como se vio en varios videos -como en Carrizal. La disputa es por el sentido de las cosas. Luego de amenazar a los comerciantes con quemarles los negocios en caso de abrir, filman las santamarías bajas afirmando el carácter patriótico de los comerciantes quienes se habrían sumado espontáneamente al paro. El paramilitarismo es entre otras cosas un método. Se ha multiplicado por todo el territorio. Este lunes llegó, por ejemplo, al municipio Baruta.

¿Quiénes actúan en cada caso? ¿Son paramilitares, bandas criminales con dirigente que son parte de una estructura paramilitar, hampa común reclutada y pagada para confrontar, gente que espontáneamente se suma? ¿Dónde empieza uno y dónde termina el otro? En la confusión está la táctica. No se dejan ver, pero matan, queman, disparan, disputan territorios. Como el truco del diablo, como decía Charles Baudelaire: logró persuadir que no existía.

¿A quiénes responden? La estructura de confrontación callejera, de paramilitarismo venezolano, está dirigida centralmente por Voluntad Popular. Junto a Primero Justicia, son los dos partidos que tomaron la dirección de la escalada insurreccional. Las alianzas en los estados llaneros son centralmente con los ganaderos, quienes financian parte de las acciones. La última retaguardia está del otro lado de la frontera: en Colombia.

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¿Hasta dónde? Lo que está en marcha son acciones de carácter militar, con logística, infraestructura, armamento, y preparación acorde para eso, apoyadas y potenciadas por un andamiaje comunicacional que genera confusión, miedo, rumor. Se han multiplicado por el país, y, por lo que indican los últimos acontecimientos, van a continuar sucediendo. Serán reforzados desde fuera en caso de ser necesario, como en Guasdualito. El ejemplo del lunes en Barinas muestra la magnitud y potencia de lo que está en desarrollo: ataque y quema a seis estaciones de policía, local del Psuv, Cne, Inces, Invi, centros comerciales, más de diez trancas en zonas populares, intento de penetrar en el destacamento de la Gnb.

Los ataques apuntan centralmente a los flancos del chavismo que la derecha define como fuertes: la unidad institucional -defensoría, Tsj, Fanb etc.-, la estructura de dirección -con acoso y escarnio a familiares-, los barrios populares -como en el caso de El Valle o Barinas- y ahora la toma de instalaciones militares. En esa lógica se puede seguir el hilo de los acontecimientos.

Es parte del plan que presiona, intenta inundar de una violencia cada vez más fuerte, como el caso del joven que fue linchado y prendido fuego en Altamira, o el número de víctimas que se incrementa a cada nueva acción callejera de la derecha. Lo necesitan para fracturar la sociedad de odio, para escalar en la insurrección, y para su frente exterior, del cual esperan una intervención mayor. ¿Qué tipo de intervención? Tal vez la lógica de esperar el gran acontecimiento sea equivocada, y la intervención ya está en marcha y es, como el paramilitarismo, invisible.

Il Venezuela ed il futuro delle comuni

di Marco Teruggi – 15yultimo.com

29mar2017.- Hanno ancora un futuro le Comuni? Le comuni sembrano un mito. Una parola d’ordine che ha condensato la strategia e non è potuta divenire realtà. Quando si riconosce la loro esistenza le si associa alla distanza: le comuni degli altipiani, delle montagne di Lara o Portuguesa, tutte contadine. Qualcosa di lontano, eroico, quasi romantico, che non ha a che vedere con la realtà delle grandi città, in particolare di Caracas. Comuni qui? Non si può.

Cos’è una comune? Detto meglio, cosa dovrebbe essere in funzione del progetto politico progettato? È più della somma dei passaggi legali. Significa dire, è più che vari consigli comunali che si riuniscono,  elaborano la carta fondativa della comune che sarà, la sottopongono a votazione della comunità, la registrano, e mettono in piedi il parlamento comunale, la banca, consigli di pianificazione, economia e controllo. Questa sarebbe la struttura formale, imprescindibile, ma incapace di dirci se al suo interno esiste ciò che indicava Chávez: lo spirito della comune.

 

La prima cosa è la partecipazione della comunità. Senza di essa non esiste democrazia radicale che tenga, né processo produttivo – di generazione di ricchezza – innovativo. Comunità significa qualcosa di più dei portavoce eletti per ogni compito comunale. Le comuni non corrispondono alle loro voci. Sono – dovrebbero essere – il governo di una comunità organizzata, che decide ed esegue politiche per ognuna delle aree che costituiscono la vita del proprio territorio: sport, salute, alimentazione, sicurezza, comunicazione, economia, trasporto, ecc.. Una strategia che non fu pensata per una comune isolata – questa idea degli anni ’90 del socialismo in un solo quartiere – bensì in vista di forgiare un tessuto comunale nazionale.

 

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Esistono in qualche luogo del paese comuni con tali caratteristiche? Quante delle oltre 1730 assomigliano ai pilastri del progetto di società progettato? Due terzi, la metà, un terzo? È difficile averne certezza. Gli indicatori rimandano alle strutture: se hanno o meno tutti gli organi di potere conformati. Non al livello di partecipazione, coinvolgimento della comunità, relazione tra consigli comunali e parlamento comunale, ad esempio. Per saperlo è necessario stare sul territorio, condividere, demistificare, comprendere i tempi dell’organizzazione popolare.

Così come non esiste un soggetto puro/ideale, tanto meno si danno processi sociali esenti da contraddizioni, da periodi di flusso e riflusso. La stessa comune che in un momento ha un alto livello di partecipazione può perderlo in un’altra tappa – e viceversa. Sono inserite in questa realtà fatta di una sovrapposizione di colpi, domande, resistenze, una tappa che attualmente è segnata dalla logica del ripiegamento, un fenomeno spiegato da Rodolfo Walsh (1):

“Le masse non ripiegano verso il vuoto, bensì verso il terreno cattivo ma conosciuto; verso relazioni che dominano, verso pratiche comuni; in definitiva, verso la propria storia, la propria cultura e la propria psicologia, i componenti della propria identità sociale e politica.”

Il ripiegamento – se accettiamo che sia una delle tendenze attuali – non è verso la costruzione di un’impresa di proprietà sociale (2), bensì verso la compravendita di qualcosa che generi un profitto straordinario in breve tempo. La gente cerca risposte nel modello socialista da costruire o nella cornice della logica rentier/petrolifera del mercato? Una gran parte pare aver optato, com’era stato previsto, per la seconda. In particolare nelle città, più esposte alla cultura del capitale, alla logica speculativa, al consumismo e alla soluzione individuale. Ma un’altra parte non ha ripiegato: ha scelto alcune delle trame organizzative costruite in questi anni di processo chavista.

Capire questi tempi sovrapposti è elemento chiave per analizzare la fase comunale, così come per progettare la forza popolare. Nulla accade nel vuoto.

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Un’autocritica: non abbiamo saputo, per ora, trasformare le comuni in tema di discussione. Non si dibatte in merito alle comuni, non sono nell’agenda militante, nell’opinione pubblica. Si può additare la linea ufficiale che le ha cancellate dal discorso per concentrare la forza unicamente nei CLAP (3). Non è un caso che accada, non c’è diritto all’innocenza politica. Senza dubbio, è poco onesto accusare l’altro senza assumere gli stessi limiti propri. Perché non siamo riusciti a “comunalizzare” il dibattito? Il movimento popolare non si è fatto in quattro per la costruzione delle comuni, non ha scommesso nel medio termine su di esse? A Caracas parrebbe di no – altro dibattito sarebbe sapere cosa sia il movimento popolare.

Nel Municipio Libertador esistono 44 comuni registrate. È difficile sapere quale sia il livello di partecipazione della comunità, che capacità produttiva abbiano. Quest’ultima è centrale, il bilancio è chiaro da anni: una comune che non produce è difficilmente sostenibile nel tempo. Deve poter generare lavoro ed eccedente comunale. Il tema produttivo emerge con chiarezza nelle zone contadine – si necessita di investimenti, semine collettive, camion, infrastrutture viarie, centri di approvvigionamento, punti di commercializzazione. In quei territori già esiste uno sviluppo della forza produttiva comunale.

Nelle città il panorama è complesso. Per la difficoltà dello stesso spazio fisico in cui installare un’impresa di proprietà sociale, e per capire in che campo concentrarsi. Si tratta di costruire una produzione sociale che si scontra con un’economia in stato di guerra. Produzione di pane, tessile, caffè, turismo, mercato, raccolta di immondizia? I tempi istituzionali – “mancano tanti progetti per domani” – sono soliti tradursi nell’urgenza non pianificata e, quindi, nella inattuabilità. Mancano avanzamenti, vittorie del quotidiano con obiettivi strategici.

È difficile, non potrebbe essere in altro modo. In particolare quando il processo comunale si scontra – oltre al ripiegamento e alla situazione economica – con due fattori nel territorio: l’acutizzazione della logica della politica clientelare attraverso i CLAP – denunciata dallo stesso Maduro – e la presenza di quadri di partiti di destra che hanno fatto un lavoro di penetrazione. Il secondo elemento era prevedibile. Il primo  è complesso, porta la tensione all’interno del chavismo: “tutto il potere ai CLAP” si traduce in una legittimità della negazione del processo comunale. Il processo sarebbe diverso se il PSUV (4) scommettesse sul potere delle comuni anziché guardar loro come ad una minaccia, qualcosa che debba essere controllato. Attraverso di esse avrebbe la possibilità di recuperare legittimità perduta, costruire leadership genuine, ricomporre forza popolare. Parlo per la realtà del territorio in cui militiamo nelle comuni a Caracas, per quelle che conosco nel paese, per quello che accade negli altri luoghi da cui ci arrivano informazioni.

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Un’ipotesi non tanto negata: se il chavismo perdesse il potere politico, da quali spazi si resisterà? Non ci saranno borse CLAP, né ministeri, né vicepresidenze, né gestione di risorse materiali per convocare le persone. Questa è epoca per accumulare, tanto in vista della transizione al socialismo, quanto nella prospettiva di trovarsi di fronte ad un governo di destra che applichi un piano neoliberista frontale e una politica repressiva selettiva e/o di massa. Le comuni aumentano la potenza di risposta dinanzi a questi due scenari.

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Quando indiciamo i tavoli di lavoro, nel processo di costruzione comunale, la risposta è buona.

Esiste un soggetto di quartiere che, malgrado riflussi e disillusioni, è disposto a darsi da fare. Soffre un certo abbandono. Se si mettono da parte le parole d’ordine, gli atti pubblici per gli applausi, cosa propone loro il chavismo? Di certo oggi non si può fare politica al di fuori della richiesta centrale che riunisce centinaia di persone in pochi minuti: il cibo. Per questo i Clap. È uno dei nodi centrali e si deve dare risposta, con la complessità che viene dal presentare una cassa di cibo come una vittoria politica – fino a che punto lo è?

Le comuni hanno la capacità di garantire mercati settimanali di verdure ortaggi e frutta carne pesce. Accade in varie parti del paese, anche a Caracas. È una risposta concreta ad una necessità concreta; ma manca solo il cibo? Si è ridotto tutto a questo? Si chiede anche, ad esempio, formazione politica, strumenti pratici per la battaglia nei territori, strumenti di comunicazione. Cosa chiede la gioventù nei territori? Non tutto è cibo.

Ci sono possibilità di consolidare e creare nuove comuni. Questa è la tappa per farlo, per gettare braccia, intelligenza, volontà in questo compito strategico. Questo pare essere lo spazio per la costruzione di una correlazione di forze migliore all’interno del chavismo, per dotare il processo del suo senso socialista, impegnarsi a ricomporre forza etica, trame che resistano al processo di distruzione dei legami di solidarietà popolare allentati dalla guerra.

Esiste un soggetto comunale che chiede di più. Non è un mito, e non succede solo sugli altipiani e sulle montagne di Lara e Portuguesa. Siamo dinanzi alla sfida di dibattere e contendersi i significati della rivoluzione, il futuro del processo che ha impostato le ipotesi di società più avanzate di questo secolo. Abbiamo l’obbligo di vincere: se la destra riprendesse il potere politico questo ciclo non aprirebbe un processo di chiarificazione delle contraddizioni – come a volte si sente dire – che permetterà poi di ritornare al governo con maggior chiarezza. La politica non è una partita a scacchi e il nemico non perdona.

Mettere il meglio di noi stessi nelle comuni invertirà la rotta attuale? Forse no, ma sicuramente non farlo toglie possibilità di vittoria al presente e a ciò che verrà.

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(1) Rodolfo Walsh, giornalista e scrittore argentino, considerato padre del giornalismo investigativo per il suo libro Operación Masacre (1957). Entrato a far parte dei Montoneros, fu ucciso nel marzo 1977 in un’imboscata di agenti della giunta militare argentina mentre era cercava di spedire alla stampa nazionale ed internazionale la sua Carta Abierta de un Escritor a la Junta Militar , documento di denuncia dei crimini e delle depravazioni della giunta militare.

(2) Un’impresa di proprietà sociale è un’unità socio-produttiva costituita in un ambito territoriale di una o più comunità, in una o più comuni, a beneficio dei suoi integranti e della collettività, attraverso il reinvestimento sociale dei suoi utili a in cui i mezzi di produzione sono di proprietà comunale o più comuni, a beneficio dei suoi integranti e della collettività, attraverso il reinvestimento sociale dei suoi utili a in cui i mezzi di produzione sono di proprietà comunale o pubblica. 

(3) I CLAP, Comités Locales de Abastecimiento y Producción (Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione), sono un sistema di distribuzione di alimenti creato dal governo venezuelano nell’aprile 2016 per arrivare in maniera diretta alle famiglie. Si tratta di un tentativo di sconfiggere il problema del “bachacheo”, vale a dire del fenomeno per cui speculatori acquistano beni a prezzi calmierati per poi rivenderli al mercato nero a prezzi molto più alti.

(4) Il PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela) è il partito creato da Chávez per riunire le forze politiche che appoggiavano il processo. Al momento, con più di 5 milioni di iscritti, è il più grande partito politico latinoamericano.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato]

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