Il vecchio ed il machete

L'immagine può contenere: una o più persone, persone che camminano, persone in piedi, cielo, spazio all'aperto e naturadi Giuliano Granato

Da poco più di un’ora in #Venezuela si sono aperte le urne per le elezioni presidenziali. Il paese è stato spesso sulle cronache dei giornali nostrani. Descritto come un inferno in terra, con un dittatore crudele e sanguinario – Maduro, lo spettro del demone Chávez Cche ancora aleggia nell’aria, un popolo alla fame. Eppure non si capisce come quello stesso popolo ha dato – tranne che in due casi – la vittoria elettorale al chavismo. Non si capisce perché Maduro sia dato in largo vantaggio sugli avversari di oggi, Falcòn in primis. Soprattutto non si capisce come il chavismo continui a resistere e a rappresentare un orizzonte di riscatto per milioni dei “los de abajo”, quelli in basso.

Marco Teruggi ci offre sette storie e una metamorfosi. Per capire cos’è che il popolo venezuelano difende così tenacemente, contro tutto e contro tutti. 

Partiamo da un vecchio contadino, dal suo machete, dalla materialità dei suoi problemi di salute…

Il vecchio e il machete

Il vecchio racconta di quando gli misero l’ago nell’occhio e gli si offuscò tutto. Lo imita con il dito, da lontano fino quasi a toccarsi. Che gli raschiarono la parte interna e pensò che presto non avrebbe visto mai più. Dopo qualche giorno la luce passò da tenue a piena, e già Cuba non era più Cuba ma di nuovo Venezuela, nella parte bassa di Mérida, che a volte è Zulia, o anche Trujillo, ed è conosciuta come Sur del Lago. 


Tornò ad afferrare il machete, a calzare gli stivali, ad andare con la camicia mezza aperta, e a liberare terre dalle mani dei proprietari terrieri. Questo, si sa, costa vita. Più di trecento contadini assassinati in diciotto anni. Togliere potere a chi lo ha sempre avuto scatena morte.


È stata la sua prima volta in un aereo, in una clinica d’eccellenza, tutto gratuito. Quale processo politico investe denaro negli occhi di un vecchio contadino? Che pensa un vecchio contadino quando recupera la pienezza di uno sguardo che dava per perso? Era insieme alla sua compagna e a vari contingenti di venezuelani. Non dimentica nemmeno un dettaglio, nemmeno di come si recupera la terra: quindici anni dopo continua qui, ostinato col suo machete e gli stivali ricoperti di fango. Il paese è cambiato in questo periodo, l’ondata di conquiste contro l’oligarchia si è arenata, con un saldo di quattro milioni di ettari recuperati e vari dibattiti aperti. Le terre riscattate sono diventare produttive? Hanno funzionato meglio le terre recuperate che sono nelle mani dello Stato o quelle nelle mani dei contadini organizzati?


Si potrebbero scrivere migliaia di pagine simili, di masse di spossessati che hanno potuto studiare,
hanno avuto assistenza medica, sono passate dall’essere escluse a essere centro di gravità di un paese, a politicizzarsi, entrare a teatro, negli uffici non solo per pulirli, ad accedere a nuovi dipartimenti, a nuovi immaginari, ad essere rivendicati da Chávez, lui stesso proveniente da quel territorio storico. Si è trattato di una democratizzazione radicale, in mano alla gente in basso. Il quartiere, i poveri, i contadini, gli emarginati, le donne, soprattutto le donne.


Come una diga che è crollata e gli sconfitti dai tradimenti dell’indipendenza e dai patti delle élite hanno fatto irruzione sulla scena. Con passioni allegre, sconvolgentemente allegre.


Il debito storico accumulato era immenso quando Chávez è arrivato alla presidenza. Mancanza di assistenza sanitaria, di accesso all’educazione, alla casa, ai documenti, all’acqua, ai pasti, le macerie dell’avarizia di coloro che avevano portato la maggioranza di un paese petrolifero alla povertà. È falso il mito del Venezuela felice pre-Chávez. Quel Venezuela era saltato in aria il 27 febbraio 1989 [giorno del “Caracazo”, una mobilitazione popolare contro le misure di austerità promosse dal governo dell’epoca, sulla scorta dei diktat del FMI, NdT], e i protagonisti di quei giorni di piombo e moltitudine sono stati quelli che hanno costruito la colonna vertebrale del chavismo, il suo orizzonte. Lì Chávez ha posto la scommessa strategica. E la prima cosa è stata questo debito, risolverlo in maniera accelerata: aprire centri di salute, missioni per lo studio, portare acqua nei quartieri, cibo nei piatti.


Ridurre la questione alla dimensione materiale è come ridurre il chavismo a un governo: un errore. Il processo ha generato una rivalorizzazione di milioni, come persone, storia nazionale, popolare, forma di vita, colore della pelle. La dignità, l’orgoglio nel suo miglior significato, questa è stata la potenza che si è messa in moto, che si è battuta contro il colpo di Stato del 2002, lo sciopero petrolifero, che ha permesso di resistere in questi anni in cui le conquiste materiali – salve eccezioni come le abitazioni – non avanzano più, retrocedono, e le più colpite sono in maniera maggioritaria le classi medie le basse, vale a dire proprio la base sociale chavista.


Il chavismo si è configurato come qualcosa di peculiare, identitario, il nome politico di coloro che sono sempre stati fuori dai giochi. Esiste un’equazione che raramente fallisce: quanto più umile materialmente è un quartiere, più chavista è la sua gente. La classe media emergente è stata la prima ad allontanarsi dinanzi ai colpi di una guerra disegnata e che si è combinata con errori propri – le classi medie storiche hanno per lo più associato il proprio destino a quello dei ricchi di Miami. La dimensione del chavismo come identità, potenziata dal vincolo razionale/sentimentale con la figura di Hugo Chávez, è stata costruita da un protagonismo nella conquista delle cose: non sono cadute dal cielo.


Ascolto il vecchio. Quando ci viene sete taglia un cocco con il machete, offre l’acqua, racconta della produzione, delle “recuperazioni” delle terre che ora producono mais, yuca, banane, perché si tratta di democratizzare la terra e di darle la produttività che i grandi proprietari terrieri mai le diedero. Il vecchio non è diventato ricco, ha la pelle come cuoio, magro con muscoli tesi, continua nella vita di sempre. Ma nessuno gli toglie l’essere chavista. Sebbene la situazione sia difficile, siano stati eseguiti sgomberi di contadini con la complicità di chi dovrebbe essere chavista e davanti a un mucchio in dollari si è girato dall’altra parte, o magari ha sempre fatto così e non è mai stato chavista. Quel contadino stesso è il chavismo.


Sono milioni come lui. La base sociale dura del chavismo, il chavismo stesso. Che esce fuori quando molti danno la battaglia per finita. Come il 30 luglio dell’anno scorso, quando più di otto milioni di persone sono andate a votare per l’Assemblea Nazionale Costituente dopo quattro mesi di accerchiamento violento, in cui essere chavista in una zona della classe alta era sentenza di morte quasi sicura. Perché hanno attraversato fiumi per evitare i paramilitari e andare a votare? Non è stato per il governo, il partito, né sicuramente per la necessità stessa di cambiare la Costituzione, è stato per qualcosa di più grande, di più profondo, una storia, un’identità, è stato per sé stessi. La scala di priorità, valori e capacità di risposta, è altra.


Se non si capisce la classe, il suo passato, le forme territoriali, economiche, culturali, la sua maniera di fare politica, non si capisce il chavismo. Lì sta la sua genesi. È lì che si deve iniziare a ricomporre parti di ciò che si è perso, costruire di nuovo il senso comune. Perché molti, nelle zone popolari stesse, si sono allontanati, sfilati, sono entrati nell’esercito di chi si alza ogni giorno per risolvere i problemi materiali e hanno smesso di credere nella rivoluzione come orizzonte di possibilità. Non passano ad un’altra opzione politica, tornano al privato, è il ripiegamento. Prodotto del logoramento della guerra – è uno dei suoi obiettivi – e delle delusioni derivanti da dirigenti del chavismo che riproducono le forme della politica contro cui insorse la rivoluzione: clientelari, monopolizzatrici della parola. È il chavismo contro sé stesso, i molti chavismi dentro il chavismo. Il vecchio ce l’ha chiaro.


Chávez non sono più io, aveva detto Chávez.


Aveva ragione.

[Trad. dal castigliano di Giuliano Granato]

Barrio Adentro, il sistema sanitario, la scarsità di medicinali

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono, persone in piedi e spazio all'apertodi Marco Teruggi

Manicomio, una storia venezuelana

Manicomio è un quartiere sulle colline di Caracas. Un “cerro”, come viene definito, abitato da classi popolari, dalla più umile fino alla parte più bassa della classe media. Presenta sia tutto il bello che le difficoltà dell’universo popolare in questo 2018 venezuelano. Al centro del quartiere c’è un consultorio medico popolare “Barrio Adentro”, ritinteggiato di recente, dentro ci sono pazienti. Tutte le mattine aprono per consulti medici, di pomeriggio i medici percorrono la comunità casa per casa, mentre nell’edificio danno corsi di parto umanizzato.

La riparazione e l’organizzazione del luogo sono state portate avanti per iniziativa della comunità pochi mesi fa. Non hanno atteso le istituzioni, difendere questo spazio di salute è difendere se stessi. Ha quattro anni di vita, serve una popolazione di seimila persone. Prima funzionava in un posto più piccolo e, ancor prima, nelle case dei residenti che le aprivano affinché lì potessero prestare servizio i medici cubani arrivati da poco. Era il 2004, cominciavano ad organizzarsi in comitati per la salute, che poi si sarebbero integrati nei consigli comunali che esistono ancor oggi. Questo spazio è loro ed è centrale in questi tempi di difficoltà materiali.

La comunità organizzata ha già sistemato tre edifici simili in questa zona, parte della zona chiamata “La Pastora.” I “Barrio Adentro” sono il primo livello della sanità, preventivo, ce ne sono circa 160 a Caracas. Non esistevano prima del 1998 (anno della prima vittoria di Hugo Chávez alle elezioni presidenziali, NdT). La salute arrivò, entrò nelle case del quartiere con la rivoluzione. Seguono i Centri Diagnostici Integrali (CDI), nei quali si ha accesso a studi avanzati, ospedalizzazione, cure intermedie, riabilitazione e, in alcuni, chirurgia e traumatologia. Poi ci sono gli ospedali. Tutti i livelli sono gratuiti, e in essi, in particolare nei primi due, operano i medici integrali comunitari, ventimila in totale, formati in questi ultimi anni. Il processo di trasformazione, iniziato nel 1998, ha messo la salute al centro della politica e del bilancio. Ad esempio, per questo 2018, il 72% del bilancio statale è destinato alla spesa sociale, di cui fa parte la salute. Se si cercano forme con cui affrontare un arretramento è perché davvero si è avanzati, soprattutto nelle zone popolari, nelle quali molti medici non volevano andare.

Il problema più grande sono i medicinali. “La situazione è difficile, sono diminuite le quantità, non bastano per tutti i pazienti. Ci organizziamo con Barrio Adentro per fare le visite casa per casa, e dare la priorità alle persone che più hanno bisogno”, spiega Diana Becerra, che fa parte di coloro che hanno sistemato lo spazio.

La difficoltà di garantire l’approvvigionamento dura da quasi tre anni. Le cause sono state quattro: le imprese che hanno ricevuto denaro per importare, da parte dello Stato, non lo hanno fatto nelle quantità concordate; si è andato a creare uno spazio di corruzione intorno alla concessione della valuta per le importazioni; si sono generate distorsioni nella catene di distribuzione; e le sanzioni economiche statunitensi hanno acutizzato la situazione.

Su quest’ultimo aspetto è necessario tenere in considerazione che, come ha indagato Pasqualina Curcio, il Venezuela importa il 64% del totale dei farmaci richiesti: il 34% è infatti comprato dagli Stati Uniti, il 10% dalla Colombia, il 7% dalla Spagna, il 5% dall’Italia, un altro 5% dal Messico e il 3% dal Brasile. Le misure prese dal governo di Donald Trump, che sanzionano imprese che commerciano con il Venezuela, colpiscono quindi, severamente, la capacità di approvvigionamento di medicine, che è un diritto umano fondamentale.

In merito ai meccanismi di distribuzione, punto centrale da risolvere è la scarsità di qualsiasi prodotto; il Governo ha attivato il servizio “0800 Salud Ya” (Salute Ora), che i pazienti possono usare per sollecitare il trattamento necessario. Nello stato Lara, per esempio, al mese di febbraio, erano già state assistite 70 mila persone. Si è optato per una logica di casa per casa, dinanzi alla difficoltà di stabilizzare la distribuzione tramite circuiti regolari. Insieme a questo, si è cercato di rafforzare le farmacie dello Stato, denominate Farmapatria, per poter approvvigionare di medicinali e affinché siano a prezzo accessibile. Perché è successo come con altri prodotti: quando appaiono lo fanno a prezzi irraggiungibili per la gente comune.

Sulla corruzione, si è saputo degli avanzamenti del Ministero Pubblico, che ha scoperto imprese false, dette di “maletín”, o che hanno rubato con meccanismi come la sovrafatturazione e la sotto-importazione. È parte delle indagini generali contro la corruzione, che abbracciano altri punti nevralgici dell’economia, come l’impresa petrolifera statale Pdvsa.

In quanto alle principali imprese importatrici, che sono grandi transnazionali, la domanda è stata: perché continuare a concedere valuta, vedendo i risultati? La sola Sanofi Aventis – condannata in processi per frode in paesi come Algeria e Stati Uniti – ha ricevuto 405 milioni di dollari dallo Stato, tra il 2014 e il 2015, per importare; e sempre nel 2015 i lavoratori dell’impianto venezuelano denunciavano che l’impresa diminuiva la produzione. La maggior parte delle transnazionali farmaceutiche ha cause penali e condanne in diversi paesi. Questo punto si unisce al nodo della corruzione. Pone anche la necessità di decidere una politica di diversificazione delle importazioni, che ha cominciato ad esser sviluppata negli ultimi tempi. Ad aprile, ad esempio, è stato firmato un memorandum di intesa tra Venezuela e Iran per importare medicine, farmaci, vaccini, equipaggiamento medico, ricerca e trasferimento di tecnologia.

La salute è uno dei temi più complicati in Venezuela oggi. La scarsità di medicinali, i prezzi alti quando appaiono, la mancanza di input negli ospedali. Sono realtà che esistono. Dinanzi a tutto ciò, il Governo ha messo in moto meccanismi per cercare di parare i colpi più duri, e allo stesso tempo avanzare su quanto si era già fatto, vale a dire ampliare la rete di assistenza di primo livello, migliorare quella di secondo e di terzo. E non solo il Governo, ma anche le esperienze comunitarie, come a La Pastora, perché la salute, come ogni miglioramento conseguito dal 1999, appartiene alla gente.

Gli sforzi non hanno risolto il problema, che è di fondo e ha a che vedere con la sovranità sulle medicine in un sistema economico di brevetti e grandi laboratori, in un quadro di attacco internazionale contro il Venezuela. La difficoltà, oltre ai sistemi di distribuzione e alla corruzione, è data dal fatto che gli Stati Uniti hanno optato per bloccare il paese, possono contare sull’appoggio di governi alleati, e questo ha l’obiettivo di avere un impatto, tra le altre cose, sull’accesso alle medicine. Come può essere qualificata un’iniziativa pianificata per impedire che una nazione acceda alla salute? L’opposizione venezuelana, da parte sua, chiede più sanzioni per rendere la crisi più profonda, per far sì che ci siano meno medicinali. Per questa, e altre ragioni, continua a non rappresentare una alternativa per una popolazione in cui molti vedono che, in una situazione di difficoltà, solo il Governo cerca soluzioni.

[Trad. dal castigliano di Giuliano Granato]

El chavismo será socialista o no será

por Marco Teruggi – telesurtv.net

Hecho en socialismo. Esa frase impactaba al llegar a Venezuela hace unos años atrás. Estaba en chocolates, yogures, aceites, carteles, con un corazón y la infaltable estrella roja de cinco puntas. En esta última etapa se hizo esquiva, más excepción que regla. No fue la única calificación revolucionaria que se hizo de las cosas: todo ministerio pasó a ser del poder popular, y cada panadería o ruta comenzó a ser, según la palabra, socialista. Chávez lo cuestionó en cadena nacional, nombrar a las cosas de socialistas no las hace socialistas. Y si algo quería construir era una transición al socialismo del siglo xxi. El chavismo debía ser socialista.

No fue así desde un principio, al menos de manera pública. Podría pensarse que se debía a que esa conclusión no estaba presente en él todavía, o porque de lo que se trataba, en la esfera de la palabra política, era de llegar a esa idea de manera colectiva, desembocar en esa necesidad dentro un proceso de masas. El asunto no era que él estuviera convencido, sino que se tratara de un avance popular en esa dirección, una maduración del sujeto histórico, epicentro de la política. Crear el deseo por el socialismo, que nombró por primera vez en el 2005.

Hasta ese momento, y como punto de partida en sus primeros escritos, por ejemplo, el Libro Azul, existían ideas fuerzas, aglutinadoras y movilizadoras. Como la recuperación del proyecto de independencia traicionado, el nacionalismo popular bolivariano, es decir la reivindicación de lo nacional protagonizado por los humildes, con dimensión latinoamericana, la refundación ética de un país desfondado, saqueado por una clase política/empresarial corrupta durante décadas. La bandera tricolor, la boina roja, la autoridad militar, plebeya, la liberación nacional y social en un mismo movimiento. Esas eran líneas de avance, de convocatoria a un país en crisis orgánica con las clases populares en movimiento desde el Caracazo en 1989 y la aparición como rayo de Chávez en 1992.

El asunto, y ahí pueden rastrearse claves socialistas ante de su anuncio, era construir ese proyecto a través de la puesta en marcha de mecanismos centrales: espacios para el ejercicio de la democracia participativa, multiplicación de la organización popular, ensayos de institucionalidades paralelas articuladas al Estado, como las misiones, la conformación de un sujeto político capaz de encarar esas tareas. El centro de gravedad estratégico estaba en las clases populares, en la construcción de un poder popular que tomó diferentes formas a lo largo de los años. El Estado debía recuperar poder/economía, para luego transferirlo a la gente organizada en proceso de aprendizaje del ejercicio del poder. Una arquitectura compleja, virtuosa, ¿posible?, necesaria. Las tramas socialistas aparecieron antes del anuncio del carácter socialista.

No se trataba de salir del orden neoliberal para estabilizar un capitalismo mejor repartido, sino de buscar los caminos para superar el orden del capital. “Esta revolución ha asumido la bandera del socialismo, y eso requiere y exige mucho más que cualquiera otra revolución, hubiéramos podido quedarnos en una revolución nacional, pero detrás de esos términos muchas veces indefinidos se esconden planteamientos que terminan siendo reformistas, de derecha, que terminan aplicando el programa gatopardiano”, explicaba Chávez.

La definición del 2005 coincide con la formulación de los consejos comunales, seguido de las comunas. Chávez traza la vía comunal al socialismo, que significa reconstruir un nuevo Estado sobre la base del poder político, cultural y económico de las comunas. Lo dejó por escrito: el Estado burgués debía ser pulverizado, y para eso redactó un plan con pasos. Significaba edificar otro, sobre claves participativas y autogestionarias, en paralelo a la democratización del Estado heredado, una clave de análisis de István Mészáros. Un socialismo desde abajo, endógeno, como lo definió.

Esa propuesta socialista de Chávez estuvo en tensión con otra, que no fue formulada abiertamente. Se puede resumir en algunas ideas fuerza: la centralidad debe recaer sobre el Estado, protector y actor/sujeto principal del proceso, las formas de organización popular deben subordinarse a las instituciones y abarcar áreas limitadas y controladas, desde esa fuerza estatal se deben hacer acuerdos con empresarios de la vieja guardia o emergentes, apostar a la creación de una burguesía nacional, sea externa o proveniente de las mismas filas del chavismo. Un socialismo de Estado en la frontera con la idea de un capitalismo con redistribución de riquezas, sin remoción de cimientos.

Se puede aterrizar este debate en políticas concretas. Así lo hizo Chávez, en cadena nacional, como pedagogía de masas y para su gabinete: “El patrón de medición -dice Mészáros- de los logros socialistas es: hasta qué grado las medidas adoptadas contribuyen activamente a la constitución y consolidación bien arraigada de un modo sustancialmente democrático, de control social y autogestión general”. La forma de construir desde la institucionalidad es diferente si el objetivo es una gestión eficiente del Estado, o si, junto con eso, el avance es hacia la recuperación del poder en mano de las comunidades organizadas y la puesta en marcha de una nueva estatalidad. El sujeto de la revolución no es un ministro, un alcalde, sino las clases populares en proceso de organización dentro de una estrategia de poder.

Chávez planteó entonces el socialismo del siglo xxi, comunal, feminista, con el desarrollo de formas sociales de propiedad sobre los medios de producción, que deben convertirse en hegemónica. Dejó años de ensayos en esa dirección, en lo político, económico, cuyos balances son una deuda pendiente.

Los varios chavismos en el chavismo miraron ese proyecto desde su heterogeneidad, y, desde el 2014, una situación económica contra las cuerdas. La revolución se encontró en encrucijada, con dos caminos posibles: una respuesta de defensa y conservación, con posibles retrocesos de conquistas, cercana a la visión históricamente alejada de la vía comunal. La otra, de profundización de los cambios iniciados, con, por ejemplo, la “ampliación de los campos de acción y decisión del poder popular” . Las dos posibilidades son guías para pensar la mirada predominante al interior del chavismo -¿cuál chavismo?- donde parece haberse optado por la primera opción, fortalecer el acuerdo con el empresariado y desandar la apuesta comunal.

Es un rio revuelto la historia en el presente. Los análisis, como los actores, tienen deseos, intereses, tensiones de clase que conviven al interior del mismo chavismo que se mantiene unido. ¿Dónde está el socialismo? Lejos, expresado en experiencias concretas territoriales que cargan esa potencia, en disputa como proyecto al interior de los chavismos, amenazado por la asfixia impuesta por la guerra de desgaste y por las tendencias burocráticas que descreen del sujeto histórico y creen en. ¿En qué creen?

El chavismo será socialista o no será.

Marco Teruggi

El viejo y el machete

por Marco Teruggi – telesurtv.net

El viejo cuenta cuando le metieron la aguja en el ojo y se le aflojó todo. La imita con el dedo, de lejos hasta casi tocarse. Luego que le rasparon la parte de adentro y pensó que listo, no vería nunca más. A los días la luz pasó de tenue a entera, y ya Cuba no era Cuba sino nuevamente Venezuela, en la parte baja de Mérida, que a veces es Zulia, o también Trujillo, y se conoce como Sur del Lago. Volvió a agarrar el machete, calzarse las botas, andar con la camisa a medio abrir, y a rescatar tierras de manos de los terratenientes. Eso, se sabe, cuesta vida. Más de trescientos campesinos asesinados en dieciocho años. Quitarle poder a quien siempre lo ha tenido desata muerte.

Fue su primera vez en un avión, en una clínica de excelencia, todo fue gratuito. ¿Qué proceso político invierte dinero en los ojos de un campesino viejo? ¿Qué piensa un campesino viejo cuando recupera la totalidad de la mirada que daba por perdida? Fue junto a su compañera y varios contingentes de venezolanos. No se olvida de un solo detalle, tampoco de cómo se rescatan tierra: quince años después sigue ahí, terco con su machete y las botas con barro. El país ha cambiado en ese tiempo, la ola de avances contra la oligarquía se estancó, con un saldo de más de cuatro millones de hectáreas recuperadas y varios debates abierto. ¿Se hicieron productivas las tierras rescatadas? ¿Funcionaron de mejor manera las recuperaciones en manos del Estado o de los campesinos organizados?

Se podrían escribir miles de páginas de historias similares, de las masas de desposeídos que pudieron estudiar, tuvieron atención médica, pasaron de ser excluidos a centro de gravedad de un país, a politizarse, entrar a teatros, oficinas no solo para limpiarlas, a acceder a departamentos nuevos, imaginarios, a ser reivindicados por Chávez, proveniente él mismo de ese territorio histórico. Se trató de una democratización radical, en manos de la gente de a pie. El barrio, los pobres, campesinos, marginados, mujeres, sobre todo mujeres.

Como un dique que reventó, y los perdedores de traiciones de independencia y pactos de élites irrumpieron en la escena. Con pasiones alegres, impactantemente alegres.

La deuda histórica acumulada era inmensa al acceder Hugo Chávez a la presidencia. Falta de salud, acceso a la educación, la vivienda, la cedulación, el agua, la comida, los estragos de la avaricia de quienes condujeron a las mayorías de un un país petrolero a la pobreza. Es falso el mito de la Venezuela feliz pre-Chávez. Esa Venezuela había volado por los aires el 27 de febrero de 1989, y los protagonistas de esos días de plomo y multitud fueron quienes construyeron la columna vertebral del chavismo, su horizonte. Ahí puso Chávez la apuesta estratégica. Y lo primero fue esa deuda, resolverla de manera acelerada: abrir centros de salud, misiones para el estudio, agua para los barrios, comida en los platos.

Reducir la cuestión a lo material es como reducir el chavismo a un gobierno: un error. El proceso generó una revalorización de millones, como personas, historia nacional, popular, forma de vida, color de piel. La dignidad, el orgullo en su mejor sentido, esa fue la potencia que se puso en movimiento, enfrentó el golpe de Estado del 2002, el paro petrolero, permite resistir estos años en que las conquistas materiales -salvo excepciones como las viviendas- ya no avanzan, retroceden, y quienes son mayoritariamente afectados son las clases medias y bajas, centralmente la base social chavista.

El chavismo se configuró como algo propio, identitario, el nombre político de los que siempre estuvieron fuera del juego. Existe una ecuación que pocas veces falla: cuanto más humilde materialmente es un barrio, más chavista es su gente. La clase media emergente fue la primera en alejarse ante los impactos de una guerra diseñada y combinada con errores propios -las clases medias históricas asociaron mayoritariamente su destino al de los ricos miameros. La dimensión del chavismo como identidad, potenciada por el vínculo racional/sentimental con la figura de Hugo Chávez, se construyó por un protagonismo en la conquista de las cosas: no cayeron del cielo.

Lo escucho al viejo. Cuando tenemos sed corta un coco con el machete, convida el agua, cuenta de la producción, de los rescates de tierras que ahora producen maíz, yuca, plátanos, porque de lo que se trata es de democratizar la tierra y darle la productividad que nunca le dieron los terratenientes. El viejo no se ha hecho rico, tiene la piel como cuero, flaco con los músculos tensos, sigue en la de siempre. ¿Quién le quita el ser chavista? Aunque la situación esté difícil, se hayan dado desalojos a campesinos con la complicidad de quienes deberían ser chavistas y ante un monto en dólares se dieron vuelta, o tal vez siempre se acomodaron y nunca fueron. Él mismo es el chavismo.

Son millones como él. La base social dura del chavismo, el mismo chavismo. Que emerge cuando muchos dan la pelea por terminada. Como el 30 de julio del año pasado, cuando más de ocho millones de personas salieron a votar por la Asamblea Nacional Constituyente luego de cuatro mese de acorralamiento violento, donde ser chavista en una zona de clase alta era sentencia de muerte casi segura. ¿Por qué cruzaron ríos para sortear paramilitares e ir a votar? No fue por el gobierno, el partido, ni seguramente por la misma necesidad de cambiar la Constitución, fue por algo más grande, más hondo, una historia, una identidad, fue por uno mismo. La escala de prioridades, valores y capacidad de respuesta, es otra.

Si no se entiende a la clase, su pasado, formas territoriales, económicas, culturales, su manera de hacer política, no se entiende al chavismo. Ahí está la génesis. Y es ahí donde se debe comenzar a recomponer partes de lo perdido, lograr el sentido común otra vez. Porque muchos, en las mismas zonas populares, se han alejado, desafiliado, ingresado al ejército de quienes se levantan cada día para resolver los problemas materiales y dejaron de creer en la revolución como horizonte de posibilidades. No van a otra opción política, vuelven a lo privado, es el repliegue. Producto del desgaste de guerra -es uno de sus objetivos- y de las decepciones con dirigentes del chavismo que reproducen las formas de hacer política contra las que se alzó la revolución: clientelares, monopolistas de la palabra. Es el chavismo contra sí mismo, los muchos chavismos dentro del chavismo. El viejo lo tiene claro.

Chávez ya no soy yo, había dicho Chávez. 
Tenía razón.

El tablero venezolano: hipótesis sobre los asaltos por venir

Risultati immagini per chavismo radicalpor @Marco_Teruggi
latabla.com

Varios escenarios están en conformación. Cada fuerza mueve sus piezas en el tablero, da forma a los asaltos que vendrán, intenta anticipar. Resulta difícil un pronóstico seguro, aunque una cosa hemos aprendido en estos años, los Estados Unidos contemplan todas las variables, trabajan en cada una de ellas en simultáneo. Su implementación depende de las necesidades y condiciones. Y lo que parecen preparar son justamente condiciones para sus próximas acciones.

Es necesario comenzar por el frente exterior porque allí reside la conducción del conflicto, el centro de gravedad del actual escenario. Esa situación se ha evidenciado desde agosto del año pasado, cuando la oposición venezolana comenzó a superponer derrotas sobre derrotas mezcladas con divisiones. La proporcionalidad no suele fallar: cuanto más golpeada está la derecha, más se desplaza la vocería hacia el frente internacional, es decir Estados Unidos/Grupo de Lima/Unión Europea y agregados. La palabra principal pasó desde entonces a manos norteamericanas, hasta llegar a los momentos más altos que se vieron en estas semanas, cuando el Secretario de Estado y el jefe del Comando Sur se desplegaron para ordenar las tropas en el continente -tropas: gobiernos subordinados y hombres en armas.

La sucesión de ataques de los Estados Unidos contra Venezuela se explica por varias razones. En primer lugar, por su necesidad de tener un control completo del continente en el cuadro de una disputa geopolítica entre diferentes potencias. Lo dijo el Secretario de Estado: el avance de Rusia y China en América Latina les es una amenaza. La batalla que se libra en varios países -con el caso paradigmático de Siria- tiene su dimensión en nuestro continente. Venezuela es un punto estratégico en esa mira, las alianzas con Rusia y China han ido en crecimiento en varias esferas en los últimos años.

En segundo lugar, por la necesidad de recuperar el manejo directo de la producción petrolera y las reservas del subsuelo venezolano. La política del chavismo, en alianza con Rusia y China -con puntos como el desarrollo de criptomonedas y compra y venta de petróleo en monedas que no sean dólar- es un obstáculo a esa necesidad. Las fusiones de intereses entre grandes empresas y gobierno norteamericano están en evidencia: Rex Tillerson, Secretario de Estado, fue director ejecutivo de Exxon Mobil entre 2006 y 2016.

En tercer lugar, por lo que representa Venezuela como proyecto popular, soberano, latinoamericanista. Ante eso buscan aplicar un castigo ejemplar. Que el costo sea alto y las palabras socialismo y Bolívar sean cenizas en las memorias populares de Venezuela y el continente. Quieren aplastar el intento, hundirlo hasta lo más hondo. Así lo han hecho con proyectos similares desde el siglo diecinueve. Esto se une además a la política de caotización de la sociedad, de la desfiguración del Estado-Nación, la política necesaria de acumulación del capital.

La cuestión es entonces centralmente internacional. Desde allí se preparan los escenarios por venir, los intentos de desenlace que buscan desatar. Estamos en un conflicto que comenzó en 1998 -enmarcado en la etapa abierta a partir del 2013- que se ha profundizado en sus variables, se encuentra en posibles puntos de inflexión que dejan entrever intentos de asalto por la fuerza y no por canales democráticos. Así lo indica el escenario principal en construcción. Para eso necesitan construir alianzas, alinear un conjunto complejo de variables y luego, dar el paso, apretar el disparo.

El escenario puede verse en varios momentos, todos en desarrollo. El primer paso reside en vaciar las elecciones presidenciales y las posibles legislativas de las fuerzas mayores de la derecha. Que peleen partidos minoritarios, y en caso de ser posible, que no lo haga ninguno, que el 22 de abril sea Maduro vs Maduro. Eso conformaría un cuadro internacional de desconocimiento del resultado -ya anunciado por algunos gobiernos- lo que daría paso a mayores sanciones diplomáticas, económicas. A su vez profundizaría la calificación de dictadura, lo que, se sabe, abre la puerta a nuevas formas de lucha. Hacia eso iban en julio, pero el peso de los votos de la Asamblea Nacional Constituyente se los impidió.

La hipótesis del vaciamiento electoral incluye varios posibles movimientos anteriores al 22. Se trata, en su táctica, no solamente de retirarse sino de construir el peor escenario. Eso significa la agudización de las variables económicas y posibles actos de saboteo, por ejemplo, a la electricidad. No se puede descartar la posibilidad de escenarios violentos que conmocionen a la población -ya se han dado algunos menores- y condiciones los votos, la participación. Necesitan, en el caso de retirarse, que participe la menor cantidad de gente el día 22. El chavismo necesita lo contrario: mayor participación otorga mayor legitimidad, y, lo que está acá sobre la mesa a nivel nacional es la legitimidad. Eso está en cambio en gran parte perdido a nivel internacional, el chavismo será presentado como antidemocrático haga lo haga.

¿Existe la posibilidad de que busquen acortar tiempos e impedir la realización de las elecciones? No se puede descartar esa hipótesis, la pregunta sería entonces a través de qué vía. Eso remite a la cuestión central en el escenario descrito más arriba: cómo sería el acto final de asalto al poder. El año pasado se vio como esa cuestión no resuelta los hizo avanzar en un escenario que no lograron resolver -se analizó entonces que necesitaban un levantamiento de los barrios y/o un quiebre de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana (Fanb), elementos que no lograron desencadenar.

Se pueden intuir cuatro variables principales para una acción de fuerza directa. La primera, la intervención directa de los Estados Unidos. La segunda, la intervención de fuerzas conjuntas, con epicentro desde Colombia. La tercera, articulada a la segunda, el despliegue de fuerzas paramilitares para desatar oleadas de violencia con intento de control de territorios. La cuarta, que buscan, un quiebre al interior de la Fanb. Trabajan sobre todas las posibilidades. En vista de los últimos movimientos y el cuadro global, el escenario parece dirigirse hacia la segunda variable, combinada con la tercera. ¿Sería suficiente? ¿Una victoria rápida y asegurada? La falta de certezas, junto como factores como las próximas elecciones presidenciales en Colombia, parecen condicionar la posibilidad de que se ponga en marcha.

Existe otro escenario, que puede verse como anterior a la acción de fuerza: el agravamiento de las variables económicas como parte del plan, hecho que desencadenaría episodios de violencia popular que hasta el momento no han sucedido. Esa hipótesis parece la menos manejable por parte de los Estados Unidos, la más compleja de anticipar en vista de las profundidades de la experiencia chavista, los niveles de dificultad económica reales y crecientes, la poca certeza para conducir los tiempos del estallido. Una posibilidad es que en caso de fracasar la variable del colapso económico -por ejemplo, por un efecto positivo de la criptomoneda Petro que permita sortear el bloqueo internacional y descomprimir el peso del dólar de guerra- entonces se activen las variables de asaltos violentos. Como se ve, las variables son interdependientes.

Lo que está en juego son casi siete años más de Nicolás Maduro, es decir del chavismo -con todas sus miradas, contradicciones, errores y potencias- en el gobierno. Los Estados Unidos no parecen dispuestos a convivir ese tiempo, necesitan acelerar los pasos, lograr el desenlace. Al descartar la vía electoral se abren entonces las puertas para las otras vías. Están a la vista próximas confrontaciones en varios escenarios, posibles intentos de asalto final, al igual que ocurrió entre abril y julio del 2017. El chavismo mostró que sabe dar la pelea.

La solidaridad internacional en tiempos de guerra

Risultati immagini per chavismopor Marco Teruggi – 15yultimo.com

Estamos más solos. No es una novedad, es una tendencia que se profundiza. La solidaridad internacional con Venezuela ha disminuido, en particular luego de los meses de abril/julio del año pasado. Tomaron distancia aliados antes cercanos, así como otros que miraban con atención el proceso y nos defendían ante las avalanchas de acusaciones lanzadas desde los medios concentrados y las fuerzas de derecha. Ya no estamos solamente ante la necesidad de deconstruir las matrices que repiten que Venezuela es una dictadura, sino también de reconstruir un tejido de apoyo a la revolución que se ha visto golpeado. Son dos niveles distintos, que demandan estrategias diferenciadas.

Se puede optar, ante este cuadro, por descargar toda la responsabilidad sobre los demás. Es brutal la cerrazón y homogeneidad de los grandes medios de comunicación internacionales. Están negados gran parte de los espacios para quienes no repitan el discurso que tribute a aislar a Venezuela. A esto se han agregados las voces de una gama de presidentes de América Latina y Europa. También se puede señalar a quienes se han alejado de una serie de adjetivos: oportunistas, traicioneros, intelectuales que solo se cobijan donde calienta el sol -ya Venezuela no es sol sino tempestades- claudicantes ante las presiones políticas en cada uno de sus países, cómplices por elección.

Poner toda la responsabilidad en campo ajeno resulta poco honesto y sobre todo poco constructivo. No dudo que ciertas posturas públicas -el silencio es una de ellas- puedan explicarse complejizando algunas de esas adjetivaciones. Pero significa no preguntarnos en qué fallamos, qué no hacemos o hacemos mal, y aleja la posibilidad de volver a tejer los anillos necesarios alrededor de Venezuela, rearticular solidaridades entre izquierdas, progresismos, y ecologismos en el caso de Europa. Son centralmente ellos quienes pueden a su vez disputar sentidos sobre Venezuela en cada uno de sus países, en debates, votaciones, movilizaciones, según las correlaciones de fuerzas políticas y comunicacionales que, en términos generales, no son favorables. Eso es imprescindible en esta situación donde se escuchan armas cargándose en la puerta de nuestras fronteras y las solidaridades no son automáticas.

***

El primer nivel es el de defensa del carácter democrático del proceso político que se vive en Venezuela. En eso se ha retrocedido. Es cada vez más extendida la opinión pública que identifica al chavismo como una dictadura. Esa es, por ejemplo, la palabra que más es asociada con Venezuela cuando se hace un relevamiento de los medios de comunicación en Suecia -podría extenderse a varios países. La segunda palabra que más aparece es corrupción. Esa matriz es difundida de manera furiosa: les es imprescindible extenderla hasta las nauseas para justificar las sanciones de los Estados Unidos, la Unión Europea y el Grupo de Lima, y para crear las condiciones de cara a una posible nueva acción de fuerza nacional/internacional.

En esa dimensión del debate hacen falta herramientas concretas: leyes, artículos de la Constitución, sentencias del Tribunal Supremo de Justicia, hechos, declaraciones como las del comisionado de derechos humanos de la Organización de Naciones Unidas quien afirmó en diciembre que no existe crisis humanitaria en Venezuela. Afuera existen dudas acerca de la Asamblea Nacional Constituyente, sobre la legalidad del adelantamiento de las elecciones, las razones que explican por qué la Mesa de la Unidad Democrática o Voluntad Popular no puedan presentarse a las elecciones presidenciales. Hablo de convencer a quienes podrían sumarse al apoyo, pero se encuentran con faltas de argumentos ante un cuadro de alta tensión, o de defenderse ante los ataques sistemáticos de la derecha. En eso, se sabe, importa lo legal pero también y sobre todo lo legítimo.

Ese nivel es necesario pero insuficiente. Se corre el riesgo de caer en una limitación que varios afuera señalan como victimización. Esto, traducido, significa que el discurso consiste en un decálogo de las agresiones internacionales/nacionales, junto con la defensa de todo acto del chavismo. El discurso del bien y el mal puede tener efecto para la defensa democrática y el desenmascaramiento del enemigo, pero tiene poca fuerza para reconstruir solidaridad, hablar con izquierdas, progresismos, que además se encuentran en una época de más dudas que certezas -Venezuela operaba como una de las certezas, ahora poco. Es necesario poner en debate la revolución como revolución, que no funciona bajo el clivaje de bien/mal.

El proceso tiene contradicciones, pasiones alegres, pasiones tristes, policlasismos que tensionan la dirección de las salidas a la guerra/crisis económica, herramientas políticas, movimientos, experiencias de organización popular, lógicas burocráticas, épicas, más de un millón novecientas mil viviendas entregadas etc. Es necesario analizarla, traducirla a otros idiomas políticos, pensar una narrativa que se salga de lenguajes como “comandante supremo”, y la liturgia de propaganda, que son contraproducentes en otros países -muchas veces también en Venezuela.

Significa que se debe ahondar en el análisis del propio proceso, siempre en el marco del cuadro general en el cual se desenvuelve. La voz oficial es evidentemente imprescindible, pero resulta insuficiente por sí sola para este otro nivel: es una (auto)limitación defender la revolución solo desde la institucionalidad y pocos dirigentes. Se desaprovecha la potencia del chavismo, se lo reduce a la dirección de gobierno y del Psuv, y la revolución se presenta haciendo frente a una avalancha de imágenes de inflación, colas, migraciones, escuálidos en el extranjero, con un discurso muchas veces gastado, para los ya convencidos.

Necesitamos rearmar estrategias de comunicación, volver a entusiasmar, y eso pasa, entre otras cosas, por ampliar las vocerías hacia afuera, las narrativas, los debates sobre la misma revolución, así como replantear, por ejemplo, los encuentros de solidaridad realizados en Venezuela, donde el esquema de hotel/sala cerrada/diálogo con algunos dirigentes, es una fórmula de efecto limitado. Para enamorar de la revolución es necesario compartirla aguas abajo, en experiencias como asambleas comunales, distribuciones de Clap, en el país profundo sin aire acondicionado. ¿La revolución son los dirigentes formales? Sería un error grande concebirlo así, un error que ocurre, es parte de nuestros problemas hacia adentro y hacia afuera.

Ese segundo nivel es clave. Implica también reconocer problemas, analizarlos, explicar, por ejemplo, el desarrollo y combate a la corrupción, la dificultad en haber logrado ampliar la base productiva a pesar de las pruebas que se hicieron en ese camino -afuera todos se preguntan por qué el chavismo no lo intentó-, o qué errores hemos cometido para no lograr estabilizar el cuadro económico provocado por la estrategia del enemigo. Procesar limitaciones otorga mayor credibilidad y esa credibilidad es hoy imprescindible.

***

Este análisis nace de un recorrido que realizamos entre enero y febrero en varias ciudades europeas donde dimos conversatorios sobre la revolución, entrevistas a diferentes medios, una iniciativa que fue posible gracias a asociaciones, fuerzas políticas, que trabajan la solidaridad con Venezuela. La conclusión luego de esa experiencia es que se pueden reconstruir un tejido de apoyo público, pero difícilmente se logrará en caso de mantener el piloto automático. El enemigo ha desarrollado fuerza internacional en un cuadro de avanzada de las derechas en varios países, cuenta con alianzas poderosas -que son el mismo enemigo- y sabe jugar en el terreno comunicacional. La revolución, como en otros espacios, debe reinventarse para defenderse y aportar sus enseñanzas, que son muchas. Estas son pistas para hacerlo. Resulta urgente en este contexto de creciente aislamiento y un cielo que se cubre de tormenta.

Bruxelles 27gen2018: Comprendere il Venezuela Bolivariano

¿Dónde está el enemigo de la revolución?

por @Marco_Teruggi

Pocos habrían acertado hace unos meses en pronosticar que instalaríamos una Asamblea Nacional Constituyente y ganaríamos dieciocho gobernaciones. Estas sucesivas victorias quedarán para la historia como una lección de batalla política, de manejo de tiempos y escenarios. La honestidad deberá decir que quien comandó fue Nicolás Maduro. Es necesario reconocerlo: estamos en guerra y el presidente dirige el bloque chavista. Lo hace mejor que el enemigo, que, en estos días, ha dado una muestra de desbandada pública, de lo que sucede con un ejército de generales de poca monta que se disparan entre sí y, a veces, a sus propios pies.

Hemos ganado algo vital: poder político, es decir tiempo. Además de haber reencauzado el conflicto al camino electoral. De haber fallado la táctica podríamos estar en el escenario que buscó imponer la derecha, una confrontación nacionalizada, una generalización de asedios y asaltos. En cambio, vamos hacia las elecciones municipales, luego presidenciales, sin garantías -no las hay en política- pero con pronósticos favorables. Los análisis de derechas, algunas izquierdas -¿izquierdas?- están en crisis.

Este cuadro ganado con política no significa un triunfo definitivo: no lo hay, peleamos contra los Estados Unidos. A estas horas, con un ejercicio militar a poco de concretarse en la frontera entre Perú, Brasil y Colombia, deben hacer cálculos de cómo rearmar una estrategia de toma del poder. ¿Intentarán una intervención directa y camuflada para acelerar el tiempo? ¿Apostarán al mediano plazo con la permanencia de la ofensiva económica?

Tenemos la iniciativa política. El empate se volcó a nuestro favor, y, desde esa posibilidad -ya no estamos contra las cuerdas- aparece el pedido de resoluciones económicas. Emerge, como muchos pedidos, de manera desorganizada, en redes sociales, análisis en programas de televisión, comunicados de organizaciones populares, conversaciones callejeras espontáneas. Es real, tan real como una situación material que desmejora para las clases populares -¿para alguien más?-, la base histórica del chavismo, su territorio de gestación y fuerza ante las batallas más difíciles. Los números no cierran, es una evidencia que golpea cada día.

Es evidente también -demostrarlo es una batalla comunicacional central- que la crisis económica es parte de la estrategia de guerra prolongada. Su diseño viene desde los Estados Unidos, en conjunto con una trama de poder económico nacional y transnacional, que tiene a su vez elementos/responsabilidades internas. Interno significa en el bloque nuestro. Situar únicamente el problema económico en el frente enemigo, es cerrar el análisis que puede conducir a conexiones, nuestras contradicciones, es clausurar una dimensión sin la cual no parece posible comprender por qué no logramos estabilizar la situación. ¿El enemigo es demasiado poderoso? ¿Dónde está el enemigo?

Una respuesta la dio el presidente al afirmar que el enemigo principal es, junto con los Estados Unidos, la corrupción. A medida que el Fiscal General informa de la investigación y los arrestos emerge la dimensión económica a la que nos enfrentamos: desfalco, déficit, disminución de la producción en el área petrolera, sobrefacturación en las importaciones, robo en miles de millones de dólares. Mafias en áreas estratégicas de la economía. Pelear con armas dañadas dificulta cualquier combate.

Resulta llamativo que este nudo crítico no se amplifique comunicacionalmente, quede reducido a contados voceros y momentos breves en los medios propios. Puede explicarse por la dificultad para abordarlo en términos conceptuales -cómo se analizan las causas, el desarrollo, la profundización- la dificultad para abrir un tema que necesariamente conduce a la revisión interna, la lógica política/comunicacional que solo sabe construir un relato feliz del país, la cultura burocrática-autoritaria que cierra debates con frases maximalistas cargadas de un orden aplastante.

El enfrentamiento contra la corrupción no se ganará en lo inmediato -¿se puede derrotar definitivamente un fenómeno tan complejo?- pero permite atacar uno de los frentes principales que explican el cuadro actual. No existe una respuesta única que mágicamente pueda solucionar un problema multicausal que además de económico, es político. Y desde una mirada puesto en lo político se pueden justamente abrir algunas preguntas para intentar comprender la estrategia propia ante la guerra, una estrategia que, en este final de octubre de 2017 cuesta clarificar. No resulta claro, por ejemplo, si se busca poner un techo al aumento de precios o si se permiten aumentos que aparecen de hecho en supermercados; no queda claro tampoco si existe una voluntad de avanzar sobre quiénes nos atacan, hablo de terratenientes -que financieros grupos paramilitares entre abril y julio-, grandes empresarios especuladores, por ejemplo, o se busca en permanencia un acuerdo al que no se llega; no se comprende por qué se entregan dólares a quienes no cumplen con su parte del acuerdo. Son algunos puntos. ¿Vamos a quitarle poder a quienes no declararon la guerra?

Las preguntas se deben a la complejidad del escenario, el silencio sobre determinados puntos, la dificultad comunicacional, la respuesta que a veces busca cerrar el debate con la afirmación que todo está resuelto en misiones/grandes misiones/clap/carnet de la patria/0800 salud.

Casi cualquier acción puede justificarse bajo el argumento de se trata de una jugada táctica en el marco de una guerra, o que no existen condiciones para hacer otra cosa -negando que las condiciones puedan desencadenarse desde una voluntad política-. La pregunta es si detrás de la táctica existe una estrategia. Es una inquietud que se enmarca dentro del chavismo, un movimiento policlasista con miradas diferentes e intereses económicos que a veces también lo son, y centran, en este caso, la priorización del privado por sobre lo estatal y lo comunal/social. Eso conlleva implicancias políticas, ideológicas y económicas.

Se podrá argumentar que no son debates para dar hasta que no se consolide el poder político -municipales y presidenciales- o que solo la batalla contra la corrupción es en sí un frente demasiado grande. El problema es que mientras se busca el acuerdo que no resulta con los mismos que se pone como responsables de la situación, un kilo de queso cuesta 50 mil bolívares, los pronósticos no indican que el aumento se detendrá, y el discurso construido parece muchas veces impermeable a esa realidad. Resulta difícil medir el daño subterráneo, sobre la subjetividad, que causa este cuadro económico sostenido. Pero opera, trabaja en el silencio cotidiano sobre un movimiento histórico que es, para retomar a John William Cooke, la identidad política del pueblo trabajador venezolano -algo que la derecha no logra incorporar a sus análisis, aunque está presente en la idea de resetear la sociedad para poder gobernarla.

Estamos en una condición que pocos pensaban meses atrás. Tenemos iniciativa política, una unidad que se ha mantenido, una oposición enfrentada entre sí. En lo económico están condensados los ataques y las contradicciones. Creo que existe un consenso para tomar medidas de guerra ante este cuadro de guerra dirigido desde los Estados Unidos. Las necesitamos.

 

Venezuela: 15 ottobre la battaglia per il tempo

di Marco Teruggi

13ott2017.- Il tempo è tornato ad allungarsi come pantano. La quotidianità sono i prezzi che aumentano, i salari più magri, gli antibiotici che non appaiono, la carta-moneta che scarseggia, la liturgia della campagna elettorale troppo identica a sé stessa. I giorni ora non sono compressi, a punto di scoppiarci in faccia.

La guerra ha ripreso il suo ritmo di logorio silenzioso e onnipresente che ci avvolge. Si è mostrata nuda nel suo assalto al potere tra aprile e luglio. C’erano i trend in Twitter che segnavano fuochi armati, i municipi assediati per giorni, gli assedi. Era cristallina e anche i suoi dirigenti, con le loro menzogne, lo erano. Ora non lo è più e senza dubbio è la stessa, con un cambio di ritmo, concentrata su ciò che è più certo – l’economia e l’impero – mentre le truppe locali, in crisi, riorganizzano la loro forza.

Dobbiamo seguirne le tracce. La sua tattica sta nell’alternanza delle forme, nella frontalità seguita dalla vigliaccheria di chi nasconde la mano, nella negazione di sé stessa, nel farci credere che se ne sia andata. Non se ne va mai. E questa domenica (oggi, 15 ottobre, NdT) ci sarà una nuova battaglia che sistemerà una parte del tavolo: le elezioni dei governatori.

                                                                                                       ***          

Un voto di guerra, per bloccare potere politico. Questa è una delle caratteristiche del 15 ottobre. “Ogni rivoluzione è una forma di conquistare tempo”, analizza Álvaro García Linera. E in questi ultimi anni abbiamo visto come il tempo, elettorale/politico/armato, sia stato il fuoco della battaglia. La domanda è: vincere tempo a che scopo? Per quattro ragioni:

  1. Impedire l’avanzamento delle trincee della controrivoluzione

Possiamo pensarlo in termini di posizioni. Ogni governatorato sarebbe uno spazio che, nel caso fosse occupato dalla destra, si convertirebbe in un nuovo territorio dal quale proverebbero ad avanzare. Funzionerebbero come i comuni e i governatorati che tra aprile e luglio erano sotto la loro direzione. Da lì c’è stato appoggio logistico – sia sotterraneo che esplicito – ai gruppi violenti, il ritiro dalle strade delle forze di sicurezza locali, la ripulitura del territorio per la scalata incendiaria.

Ogni spazio istituzionale che vinceranno potrebbe convertirsi in tale piattaforma. Sicuramente in altro modo: le fasi della violenza di strada non sono uguali le une alle altre, partono da linee simili, poi aumentano nelle loro forme e nei loro metodi. Lo mostrano le comparazioni tra le giornate dell’aprile del 2013, febbraio/aprile 2014, aprile/luglio 2017. E coloro che muovono i fili, cioè gli Stati Uniti, sanno che la sorpresa è un fattore chiave.

  1. Aspettare che migliorino le condizioni internazionali

Il conflitto venezuelano è parte della disputa geopolitica. Da un lato, Stati Uniti e le loro alleanze subordinate costruiscono scenari diplomatici, comunicativi, militari ed economici; dall’altro il chavismo si gioca le sue carte: relazioni con la Cina, la Russia, paesi emergenti, petroliferi, intenti ad evitare lo strangolamento imposto attraverso la forza del dollaro. In Venezuelasi condensa una delle battaglie del mondo.

La mappa delle alleanze attuali è legata anche alla peggiore correlazione continentale di forze degli ultimi anni. Non sarà eterna, l’anno prossimo ci saranno elezioni in Messico, Colombia e Brasile, paesi che possono riequilibrare la correlazione attuale. Ma è più di tutto questo: la questione delle relazioni internazionali rimanda alla vecchia domanda: si può sviluppare una rivoluzione in un solo paese? “Il tempo diventa il nucleo del fatto rivoluzionario: tempo per aspettare che altri facciano lo stesso”, dice Linera.

  1. Stabilizzare l’economia

Il tempo si ottiene, tra le altre cose, con stabilità economica. È lì che, giustamente, il pantano/arretramento si sente con forza. Sono almeno tre anni che si vive in questo quadro, con una acutizzazione dei problemi: prezzi, dollaro illegale, medicine, carta-moneta, ricambi, prodotti igienici. È in questo punto, inoltre, che è difficile prevedere un miglioramento. Per la forza dell’attacco/blocco straniero e dei grandi imprenditori, per i prezzi internazionali del petrolio, per la corruzione che ha attaccato aree strategiche, per i segnali contraddittori della direzione verso cui andare per resistere e avanzare, lo scarso impatto delle misure prese nella quotidianità.

L’economia non colpisce solo le tasche del popolo, ma anche le soggettività. Possiamo domandarci che effetti causa nelle coscienze, nel senso comune, un’economia che allarga le sue aree di micro-corruzione, profitti straordinari illegali, bagarinaggio di medicinali, carta-moneta, cibo, affari a spese delle domande ogni volta più urgenti dei settori popolari. La destra ha guadagnato posizioni in questa battaglia culturale. Di nuovo, con l’analisi di Linera: “Non c’è mai trionfo politico senza previo trionfo culturale”. Anche la destra può essere gramsciana.

  1. Avanzare nello sviluppo della società che-verrà

La rivoluzione non è una data, un atto, bensì un processo. Ha giorni fondanti, momenti di riflusso, avanzamenti ed espansioni democratiche, formazione collettiva, delegazione tra i governanti o azione diretta delle classi popolari. La rivoluzione non è nemmeno lo Stato, ma, sostanzialmente, l’allargamento della comunità e la sua costruzione di potere. Risulta difficile valutare in che situazione ci si trovi da questo punto di vista: che indicatori per misurare cosa, esattamente? Una cosa è chiara: è dentro la rivoluzione che si possono sviluppare le forme della società socialista, con centralità delle “comunas”.

Questo sviluppo in parte ha a che vedere con la volontà – o meno – della direzione e dell’impalcatura istituzionale, così come della forza che imprimono i differenti vettori politico/sociali organizzati. Lo Stato fornisce condizioni per creare comunità/organizzazione o, al contrario, burocrazia – politica e istituzionale – per operare come freno a mano dello stesso progetto che conforma. Il quadro sotto un governo di destra non sarebbe quello di una discussione delle tensioni interne, delle contraddizioni creative o distruttive, ma quello del tentativo di resistere alla vendetta che si sfogherebbe – i corpi incendiati tra aprile e luglio sono stati un’anticipazione di tutto ciò.

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Vincere le elezioni per i governatori non significherebbe un cambio del vincolo tra i governatori e le trame comunali – in generale non sono buone – né si tradurrà in un miglioramento delle condizioni materiali, un lenimento dei punti di soffocamento, né creerà nuove condizioni significative sul piano internazionale. Renderà possibile mantenere il potere politico, continuare nella costruzione del processo, nello sviluppo delle tensioni interne, guadagnare tempo nel quadro di una rivoluzione che resiste all’isolamento continentale e alle aggressioni nordamericane.

Risulta strano che in una guerra, sotto assedio, si pensi a regalare posizioni come forma di punizione ai generali. Quest’idea ne contiene un’altra sullo sfondo, sbagliata e pericolosa: se la destra vince si creerà un quadro che depurerà le contraddizioni del chavismo e permetterà un ritorno guidato dai settori non burocratici. Il problema è che la politica e la storia non sono un gioco di scacchi, le condizioni che hanno reso possibile la gestazione di questo processo non si ripeteranno e il nemico, nel caso dovesse conquistare il potere politico, non perdonerà.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato]

15 de octubre: la pelea por el tiempo

por Marco Teruggi – 15yultimo.com

El tiempo ha vuelto a estirarse como pantano. El cotidiano son los precios que suben, los sueldos más flacos, los antibióticos que no aparecen, los billetes que escasean, la liturgia de campaña demasiado idéntica a sí misma. Los días ya no están comprimidos, a punto de estallarnos en la cara.

La guerra ha retomado su ritmo de desgaste silencioso y omnipresente que nos envuelve. Se mostró desnuda en su asalto al poder entre abril y julio. Ahí estaban las tendencias en Twitter que marcaban focos armados, los municipios asediados durante días, los toques de queda. Era clara, y sus dirigentes, dentro de sus mentiras, también. Ya no lo es, y sin embargo es la misma, con cambio de ritmo, parada sobre lo más seguro ‒la economía y el imperio‒ mientras las tropas locales, en crisis, reorganizan su fuerza.

Debemos seguirle el rastro. Su táctica está en la alternancia de las formas, en la frontalidad seguida de la cobardía del que esconde la mano, en la negación de sí misma, hacernos creer que se fue. Nunca se va. Y este domingo tendrá una nueva batalla que reacomodará una parte del tablero: las elecciones a gobernadores.

*

Un voto de guerra, para retener poder político. Esa es una de las características del 15 de octubre. “Toda revolución es una forma de conquistar tiempo”, analiza Álvaro García Linera. Y en estos últimos años hemos visto cómo el tiempo, electoral/político/armado, ha sido foco de la batalla. La pregunta es: ¿ganar tiempo para qué? Para cuatro cosas:

1.- Impedir el avance de trincheras de la contrarrevolución

Podemos pensarlo en términos de posiciones. Cada gobernación sería un espacio que, en caso de ser ocupado por la derecha, se convertiría en un nuevo territorio desde donde intentarían avanzar. Funcionarían como las alcaldías y gobernaciones que entre abril y julio estaban bajo su dirección. Desde allí hubo apoyo logístico por debajo de la mesa y explícito a los grupos de choque, retiro de las fuerzas de seguridad locales, liberación del territorio para la escalada incendiaria.

Cada espacio institucional que consigan podría convertirse en esa plataforma. Seguramente de otra manera: las fases de violencia callejera no son iguales unas a otras, parten de líneas similares, luego aumentan en sus formas y métodos. Así lo muestran las comparaciones entre las jornadas de abril de 2013, febrero/abril 2014, abril/julio 2017. Y quienes dirigen los hilos, es decir Estados Unidos, saben que la sorpresa es un factor clave.

2.- Esperar que mejoren las condiciones internacionales

El conflicto venezolano es parte de la disputa geopolítica. Por un lado, Estados Unidos y sus alianzas subordinadas construyen escenarios diplomáticos, comunicacionales, militares y económicos, por el otro el chavismo juega sus cartas: relaciones con China, Rusia, países emergentes, petroleros, intentos de evitar la asfixia impuesta a través de la fuerza del dólar. En Venezuela se condensa una de las batallas del mundo.

El mapa de alianzas actual está ligado también a la peor correlación continental de los últimos años. No será eterno, el año que viene habrá elecciones en México, Colombia y Brasil, países que pueden reequilibrar la correlación. Pero es más que eso, la cuestión de las relaciones internacionales remite a la vieja pregunta: ¿puede desarrollarse una revolución en un solo país? “El tiempo se convierte en el núcleo del hecho revolucionario: tiempo para esperar que otros hagan lo mismo”, dice Linera.

3.- Estabilizar la economía

El tiempo se obtiene, entre otras cosas, con estabilidad económica. Es justamente ahí donde el pantano-retroceso se siente con fuerza. Son al menos tres años en este cuadro, con una agudización de los problemas: precios, dólar ilegal, medicinas, billetes, repuestos, higiene. Es también en ese punto donde se dificulta prever una mejora. Por la fuerza del ataque/bloqueo exterior y de los grandes empresarios, los precios internacionales del petróleo, por la corrupción que atacó áreas estratégicas, por las señales contradictorias de hacia dónde ir para resistir y avanzar, el poco impacto de las medidas tomadas en la cotidianidad.

La economía no solamente golpea los bolsillos populares sino también las subjetividades. Podemos preguntarnos qué efectos causa en las consciencias, los sentidos comunes, una economía que amplía sus áreas de microcorrupción, ganancias extraordinarias ilegales, reventas en el mercado negro de medicamentos, billetes, comida, negocios a costa de las demandas cada vez más urgentes de los sectores populares. La derecha ha ganado posiciones en esa batalla cultural. Nuevamente, con análisis de Linera: “Nunca hay un triunfo político sin un previo triunfo cultural”. La derecha también puede ser gramsciana.

4.- Avanzar en el desarrollo de la sociedad por-venir

La revolución no es una fecha, un acto, sino un proceso. Tiene días fundantes, momentos de reflujos, avances y expansiones democráticas, aprendizajes colectivos, delegación en los gobernantes o acción directa por parte de las clases populares. La revolución tampoco es el Estado, sino, centralmente, la ampliación de la comunidad y su construcción de poder. Resulta difícil evaluar en qué situación se está en ese punto, ¿qué indicadores para medir qué exactamente? Una cosa es clara: es dentro de la revolución donde pueden desarrollarse las formas de la sociedad socialista, con centralidad comunal.

Ese desarrollo tiene que ver en parte con la voluntad ‒o no‒ de la dirección y del andamiaje institucional, así como de la fuerza que impriman los diferentes vectores políticos/sociales organizados. El Estado proporciona condiciones para crear comunidad/organización, o, al contrario, burocracia ‒política e institucional‒ para operar como freno de mano del mismo proyecto que conforma. El cuadro bajo gobierno de derecha no sería debatir las tensiones internas, las contradicciones creadoras o destructoras, sino cómo resistir a la revancha que se descargaría ‒los cuerpos incendiados entre abril y julio fueron una antesala de eso.

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Ganar gobernaciones no significará un cambio de vínculo entre gobernadores y tramas comunales ‒por lo general no son buenas‒ tampoco se traducirá en una mejora de las condiciones materiales, un alivio de los puntos de asfixia, ni creará nuevas condiciones significativas en el plano internacional. Permitirá mantener poder político, continuar con la construcción del proceso, el desarrollo de las tensiones internas, ganar tiempo en el marco de una revolución que resiste al aislamiento continental y a las agresiones norteamericanas.

Resulta extraño que, en una guerra, bajo asedio, se piense en regalar posiciones como forma de castigo a los generales. Esa idea encierra otra de trasfondo, errónea y peligrosa: si la derecha gana se creará un cuadro que depurará las contradicciones del chavismo y permitirá un retorno liderado por los sectores no burocráticos. El problema es que la política y la historia no son un juego de ajedrez, las condiciones que permitieron gestar este proceso no se repetirán, y el enemigo, en caso de hacerse con el poder político, no perdonará.

Venezuela: fin dove arriva la corruzione?

di Marco Teruggi – www.latabla.com

1ott2017.- La corruzione può disarmare la rivoluzione dall’interno. Si arriva a questa conclusione se si ascoltano le dichiarazioni del presidente Nicolás Maduro, e del Fiscal General, Tarek William Saab. Il primo ha affermato che si tratta del principale nemico del processo; il secondo è colui che, settimana dopo settimana, presenta in pubblico la mappa della crescente estensione del problema.

Aree: abbraccia, per quanto si è detto finora, la Fascia Petrolifera dell’Orinoco (FPO) e diverse divisioni di PDVSA – come Petrozamora; le importazioni, come appare chiaro dai primi 900 casi legati a Cadivi/Cencoex; sanità, come si è visto dai vari arresti. Vuol dire che è presente nel petrolio, da cui proviene il 95% di valute del paese; nel sistema di importazioni, in una economia con alti livelli di importazione di prodotti essenziali, e in un’area vitale – letteralmente – come la sanità.

Attori: il potere giuridico; reti di estorsioni pubbliche/private; membri della dirigenza del PSUV – come è stato, ad esempio, García Plaza; imprenditori nazionali e transnazionali; direttori di istituzioni pubbliche, la trama finanziaria che permette la fuga di capitali. La corruzione è trasversale, crea nodi di unione tra attori diversi, legati dall’arricchimento illecito a discapito del bene pubblico, della rivoluzione.

Dimensioni: qual è la somma totale del maltolto? Secondo il Fiscal General, si tratta della più grande sottrazione e del più grande danno patrimoniale degli ultimi 30 anni. Nel caso dell’industria petrolifera ha dichiarato che ci sono stati 41 mila contratti, per un ammontare di circa 35 miliardi di dollari. Solo tenendo in conto 10 contratti con sovrapprezzo del 230% il danno causato è di circa 200 milioni di dollari.

La data di inizio di questa trama corruttiva è il 2008, un anno dopo di quanto avvenuto nella Fiscalía General. Quasi dieci anni di mafia, miliardi rubati in aree strategiche dell’economia.

***

Il quadro e l’analisi sono complessi. In particolare perché si tratta di una zona che fino ad ora era quasi monopolio discorsivo della destra. Un cavallo di battaglia dell’opposizione: dagli Stati Uniti si “ammoniva contro la corruzione pubblica generalizzata in Venezuela”; secondo Luisa Ortega Díaz “la corruzione è ciò che tiene il Venezuela sprofondato in questa crisi”; in diverse pagine si sottolinea che il paese è uno dei più corrotti al mondo. Non è casualità, si tratta di un modello di opinione che ha l’obiettivo di isolare, demonizzare, giustificare sanzioni attuali e quelle che verranno.

La battaglia è simultanea. Esiste una dimensione comunicativa: ammettere il problema, come han fatto Maduro e William Saab, nominarlo pubblicamente e affrontarlo. Riconoscere dà credibilità: la situazione economica ha una componente problematica propria, la corruzione.

Poi una dimensione di verità: sapere quello che è successo, chi sono stati i colpevoli, come lo hanno fatto. Di giustizia: che ci siano arresti, processi, carcere, rimpatrio dei capitali rubati. Anche esplicativo: perché è successo, com’è stato possibile che si sia sviluppato in tali dimensioni, dov’era la falla, l’assenza di giustizia, la complicità.

La spiegazione, per il momento, è stata centrata in due grandi cause: la responsabilità della Fiscalía General, e, come ha detto William Saab, un “piano di attacco all’industria petrolifera per impoverire la nostra produzione e portare il denaro negli Stati Uniti”. L’intuizione logica porta a pensare che esistano ulteriori fattori. Che questi due, reali, non riescono a dare la spiegazione completa del quadro. Reali perché effettivamente la geografia della corruzione riposa su aree chiave ed è un bastone tra le ruote di un’economia sotto attacco – è una complicità di fatto con la strategia di guerra di logoramento e collasso – e perché le prove contro Luisa Ortega emergono a fiotti e danno spiegazione ad una parte centrale dell’impunità.

Quali altri cause hanno permesso l’espansione del fenomeno? Nelle risposte che si costruiranno si potrà attrezzare una mappa degli errori, i punti che hanno fatto sì che il solido a volte svanisse nell’aria. Se non si correggono, come evitare che corruzione si impossessi di ogni nuova iniziativa?

***

Fin dove si è espansa la corruzione. Non si tratta solo di zone strategiche, imprenditoriali, istituzionali, politiche, ma anche di ciò che si muove in basso. In particolare in una società che si scontra da anni con scarsità di alimenti, sanità, prodotti igienici, ricambi per auto, ecc., in cui i canali di distribuzione sono stati alterati molte volte – si trovano le cose per altre vie, i prezzi aumentano nella totale impunità, e ciò che era comune è diventato a volte straordinario.

Siamo in una guerra che ha creato le condizioni per l’espansione della corruzione in maniera trasversale.

“Dove c’è una necessità nasce un diritto”, diceva Eva Perón. Dove c’è una necessità nasce un affare, potrebbe essere la versione cruda per rappresentare logiche che hanno preso piede in questi anni. Questo è l’antitesi del chavismo, una battaglia di valori – la solidarietà collettiva vs. “poveri contro poveri”, culturale, identitaria, pianificata in tal modo da coloro che hanno ideato le profondità del conflitto: non si tratta solo di recuperare il potere politico, bensì di smontare la cultura politica chavista costruita durante il processo rivoluzionario. Minarlo dal basso, che il “si salvi chi può” si imponga sul “usciamone insieme”.

Per questo il CLAP è risultato strategico: ha pianificato una soluzione organizzativa ad un problema individuale, che si è fatto, in questo movimento, collettivo. C’è corruzione in alcuni CLAP? Sì. La sua esistenza – per azione di funzionari o di abitanti dei quartieri – non invalida la direzione e la potenza dell’esperienza. Basti ricordare le dimensioni che avevano raggiunto le file prima dell’apparizione dei CLAP.

Costruire un’analisi complessa non significa equiparare le responsabilità. Esiste una differenza chiara tra i dirigenti di PDVSA Occidente, arrestati per appropriazione indebita e i “ bachaqueros” (speculatori) all’uscita della metro con prodotti Clap.

È necessario sottolineare questa distanza per evitare che la punizione arrivi solo a chi sta in basso, simbolo evidente di una politica di giustizia di parte e classista, e per impedire che diminuisca il peso che ricade su chi dirige i fili dell’economia, della politica, delle istituzioni. E perché, dinanzi a questo scenario, si deve iniziare dall’alto con l’esempio pubblico: verso imprenditori, funzionari, dirigenti politici corrotti.

Non esiste soluzione immediata. Combattere la corruzione significa, oltre alla battaglia economica, una disputa per il senso comune, per non consegnare questo nodo critico a coloro che hanno creato e accresciuto le loro ricchezze col crimine e col furto. Riconoscere pubblicamente il problema, nominarlo, avanzare nelle investigazioni e nella punizione è la direzione necessaria, in particolare quando si tratta di uno dei problemi più sentiti dalla maggioranza – altri due sono l’aumento dei prezzi e la scarsità di medicinali, legati a loro volta alla corruzione. Il chavismo ha il compito storico di affrontare un male ereditato e che può disarmare la rivoluzione dall’interno in complicità con la guerra che affrontiamo.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato]

Venezuela: contro chi lotta la Rivoluzione Bolivariana?

di Marco Teruggi – resumenlatinoamericano.org

Davanti a sé la rivoluzione ha un avversario politico nazionale in rotta: senza leadership popolare, con elezioni primarie tristi, solitarie e finali, partiti che sono fratelli coltelli, assenza di un discorso nazionale, dirigenti incoerenti castigati dalla loro base sociale, scene del ridicolo. Una destra tragicomica che non lascia luogo al riso a causa del suo bilancio di morte. Solo il tentativo insurrezionale di aprile-luglio ha lasciato 159 vittime, senza parlare delle forme di violenza, prediligendo il bruciare vive le persone, solo per il fatto di esser chaviste o povere.

Questo quadro è un’evidenza per tutti, in Venezuela e fuori. In primo luogo, per la stessa destra che ha incentrato la propria iniziativa nel viaggiare per l’Europa e gli Stati Uniti per ottenere – a volte la parola sembrerebbe essere “elemosinare” – appoggi diplomatici e più pesanti sanzioni economiche. I risultati stanno nelle fotografie con Angela Merkel, Enmanuel Macron, Mariano Rajoy, le dichiarazioni di Benjamin Netanyahu, e soprattutto l’offensiva pubblica statunitense, con il tour latinoamericano del vicepresidente e le dichiarazioni di Donald Trump.

L’ultimo avvenimento è stato il discorso di Trump davanti alla Nazioni Unite (ONU), in cui ha qualificato il Venezuela come “dittatura socialista” – inserito tra i “regimi piaghe del pianeta”, ha minacciato “più misure”, e ha fatto appello all’azione internazionale. “Più misure” significa dire attacchi, significa appesantire quelle che già sono state prese nel campo economico, che hanno come obiettivo assediare l’economia venezuelana, bloccarla e spingerla al fallimento.

Sanzioni significano anche la forza. Le dichiarazioni di Trump in merito alla possibilità dell’uso della forza militare contro il Venezuela datano poche settimane. Si è detto, non sarà un film di Capitan America o lo sbarco in Iraq – quanto meno è l’ipotesi più improbabile – ma esistono segnali che indicano che la variabile armata sia in marcia.

In primo luogo, per il quadro che si è prodotto all’interno, con lo sviluppo paramilitare, azioni violente come gli assalti alle caserme, bande di giovani addestrati agli scontri di strada e all’uso di armi artigianali e professionali. Quanta forza e che possibilità hanno nel campo di battaglia? Bisognerà verificarlo nel caso in cui quest’opzione venga attivata.

In secondo luogo, per movimenti come l’esercitazione militare “America Unita”, diretta dagli Stati Uniti, che avrà luogo alla frontiera tra Brasile, Colombia e Perù. Un attacco al Venezuela potrebbe venire dalla frontiera amazzonica meridionale, dalla frontiera andina – retroguardia e punto di avanzamento paramilitare – con la Colombia, dalla zona marittima settentrionale. L’evoluzione di queste possibilità, lontane eppure ogni volta più vicine, è relazionata ai negoziati e alle pressioni sui governi subordinati del continente. Prima delle dichiarazioni all’ONU, Trump si era riunito con i presidenti di Colombia, Brasile e Panama. La cospirazione non si nasconde.

Gli Stati Uniti hanno tutte le variabili sul tavolo. Possono attivarsi in base al corso degli eventi, alla necessità di influenzare il loro sviluppo – accelerarlo, ad esempio – alle condizioni e alle dispute interne ai fattori di potere dello stesso impero, e alle alleanze economiche, politiche e militari che potrà sviluppare Nicolás Maduro, in particolare con Russia e Cina.

Una cosa risulta chiara: la Rivoluzione lotta contro gli Stati Uniti e le grandi imprese petrolifere che operano nell’ombra. La battaglia del Venezuela è parte della disputa geopolitica globale.

*

“Se mi chiedete chi sia il nemico della pace e della sovranità del Venezuela, io vi dico Mister Trump, ma se chiedete chi sia il peggiore e più pericoloso nemico che ha il futuro del Venezuela, io vi dico il burocratismo, la corruzione, l’indolenza, i banditi e le bandite che hanno incarichi pubblici e non compiono il proprio dovere […], quelli che hanno incarichi pubblici e rubano al popolo, dobbiamo intraprendere una battaglia senza alcuna pietà contro di loro”.

Queste sono state le parole di Maduro nello stesso giorno in cui Trump ha parlato dinanzi all’ONU. Le ha pronunciate durante l’atto conclusivo della mobilitazione antimperialista realizzata a Caracas nella cornice del vertice di solidarietà internazionale. Sono state le più applaudite del suo discorso, un’evidenza – una in più – del fatto che la corruzione sia uno dei dibattiti più urgenti all’interno della Rivoluzione. Non è la prima volta che il presidente tocca la questione, era stata parte del suo discorso anche davanti all’Assemblea Nazionale Costituente (ANC) negli scorsi giorni.

Si tratta di un tema che inizia a prender spazio nel dibattito pubblico. È dovuto alla gravità del problema, ai tempi urgenti, alla sua complicità con la situazione di guerra/crisi economica, ai recenti episodi politici, in particolare con riferimento al caso della Fiscalía General. Non sembra possibile trovare soluzione al quadro attuale, economico e politico, senza attaccare la corruzione che sembra aver guadagnato terreno in maniera trasversale. È presente, ad esempio, nel potere giudiziario, nella Fascia Petrolifera dell’Orinoco, e nell’assegnazione delle valute per le importazioni.

Questi casi sono emersi dalle investigazioni aperte a partire dall’intervento della Fiscalía General. Il bilancio presentato sulla situazione da questo potere pubblico è che lì si è incistata una mafia per dieci anni. Vale a dire dal 2007, quando Hugo Chávez era presidente e le principali variabili della Rivoluzione erano in pieno sviluppo. Le radici della corruzione sono profonde e sono parte della spiegazione del perché, ad esempio, la produzione statale non raggiunge i suoi obiettivi, o perché non ci siano stati arresti nei tre mesi insurrezionali e ci sia stato bisogno di processi militari.

C’è di più: è uno dei punti di connessione tra il nemico esterno e il nemico interno. La strategia di attacco economico opera per creare e ampliare i fuochi di corruzione in aree e territori centrali dell’economia, per sabotare, frenare e far fallire. È il caso del petrolio, in cui l’obiettivo – in uno scenario di prezzi bassi che si mantiene dal 2014 – è far collassare l’industria attraverso la riduzione della produzione. Nel caso del Venezuela, in cui il petrolio garantisce circa il 95% delle entrate del paese, significherebbe soffocare ancor di più le possibilità economiche di importare e produrre.

Oggi questo è uno dei fronti principali della Rivoluzione. Con una battaglia complessa a causa delle ramificazioni che esistono all’interno dello Stato, per gli spazi di direzione, perché attaccare la corruzione significa produrre sommovimenti all’interno del processo che, già si sa, sono poi utilizzati dagli Stati Uniti, che benedicono e danno protezione a traditori e corrotti.

La conclusione è la simultaneità della battaglia: non si può combattere il fronte esterno e congelare la battaglia interna, che a sua volta è legata a quella esterna. La Rivoluzione si batte contro l’impero, la tradizione e la storia. Già lo diceva Chávez: non siamo davanti ad una passeggiata nel giardino delle rose.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato – intiyalhamuy@gmail.com]

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