Brics e Sco: un’altra comunità internazionale è possibile

brics_sco_leadersda Marx21.it

Pochi giorni dopo la pubblicazione del documento sulla nuova strategia militare da parte del Dipartimento di Stato statunitense, nel quale il mondo viene diviso in un fronte del bene – quello guidato da Washington a “sostegno delle istituzioni e delle procedure stabilite per la prevenzione dei conflitti, il rispetto della sovranità e la promozione dei diritti umani” – contrapposto a quello del male – quello trainato da Cina e Russia con alle spalle “canaglie” come Iran e Corea del Nord –  ecco che ad Ufa (Russia), proprio questo fronte, abitualmente espulso da una “comunità internazionale” variabilmente rinchiusa tra i confini della Nato e alleati di turno, ha posto nuove basi, politiche, economiche e finanziarie, sulle quali fondare una possibile liberazione da una soffocante, benché scricchiolante, cappa unipolare.

Nella città russa –  si sono ritrovati i capi di Stato dei Paesi facenti parti del gruppo Brics e della Shanghai Cooperation Organisation, entità, nuclei di una possibile e futura cooperante comunità internazionale di segno multipolare, che vedono in cabina di regia proprio Mosca e Pechino, e che esprimono con chiarezza l’esigenza sempre più diffusa di chiudere la parentesi di un sistema economico (con persistente ricatto militare) che ha limitato lo sviluppo di una parte del Mondo e incapace di riformare le istituzioni finanziarie (su tutte il Fondo monetario internazionale) in linea con l’emergere di nuovi equilibri internazionali.

I Brics (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica) rappresentano oggi quasi il 20% del commercio globale, il 13% di quelli dei servizi e il 45% della produzione agricola mondiale, mentre il Pil dei cinque è passato dai 10 trilioni di dollari del 2001 ai 32.000 miliardi del 2014.

La scelta di Ufa, capitale del Bashkortostan, come capitale momentanea di quella che possiamo definire “l’Altra comunità internazionale” potrebbe anche essere carica di significati simbolici: si trova a ridosso degli Urali, ai confini della Russia europea a sottolineare la necessità di dialogo tra Occidente e Oriente (e in questo il ruolo centrale di Mosca) e nel 1941 aveva ospitato il governo  della repubblica sovietica di Ucraina in fuga a seguito dell’aggressione della Germania nazista.  Non agiscono proprio ora in Ucraina, in seguito al golpe del 2014, movimenti dichiaratamente legati al passato collaborazionismo nazista? Non è forse in atto – fortunatamente ridimensionato dalla resistenza politico e militare della popolazione russa dell’est ucraino – un’aggressione militare dai risvolti genocidi?

Uno dei punti della dichiarazione sottoscritta al termine del vertice Brics è proprio dedicata al 70° anniversario della fine della seconda guerra mondiale, in omaggio “a tutti coloro che hanno combattuto contro il fascismo e il militarismo e a favore della libertà dei popoli” e in opposizione “ai tentativi di rivedere i risultati della seconda guerra mondiale”. Non è troppo difficile leggere tra le righe una larga condivisione delle preoccupazioni di Mosca e di Pechino che vedono distendersi, la prima, un progetto di aggressione ai propri confini che non disdegna l’utilizzo di manovalanza nazistoide, la seconda, il ritorno del militarismo nipponico, seppur imbrigliato (per ora) nel trattato di sicurezza con gli Stati Uniti.

Non c’è solo questo: la dichiarazione di Ufa contiene una sorta di “principi fondamentali” di quella che possiamo definire la “Carta costituzionale” di una futura comunità internazionale multilaterale e cooperante. Ci sono la critica all’adozione di “doppi standard” nel riferimento ai principi e alle norme del diritto internazionale (chiaro riferimento all’unilateralismo Usa e occidentale); la condanna degli “interventi militari unilaterali e delle sanzioni economiche in violazione del diritto internazionale” e l’invito ad interpretare la sicurezza come “bene indivisibile” di contro ad una sorta di appropriazione privata da parte della potenza egemone; il rispetto “dell’integrità, della sovranità e dell’unità” della Siria (mentre a Washington si pensa alla sua riduzione a confederazione su basi etniche in sostanza fuori dal controllo di Damasco), l’invito ad una soluzione diplomatica ed inclusiva della crisi insieme alla condanna netta di “ogni forma di supporto e finanziamento ai gruppi di terroristi” che da anni insanguinano il Paese; la centralità dell’economia pubblica e dell’azione dello Stato nel sostegno dello sviluppo (esiste un “diritto allo sviluppo economico”) nei Paesi del sud del mondo e il sostegno allo sviluppo dei diritti umani con un approccio complessivo – e non “politicizzato” – che pone sullo stesso piano quelli civili, sociali, economici e culturali. Un riconoscimento implicito, per esempio, alla portata storica della lotta contro la povertà condotta dalla Cina popolare che, proprio mentre riconosce il diritto alla vita, ed alla sicurezza sociale, a milioni di persone, viene accusata di violazione dei diritti umani (a proposito di “politicizzazione” degli stessi!).

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Mugabe: «CPI non è benvenuta in Africa»

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«La Corte Penale Internazionale non è benvenuta in Africa», ha dichiarato Robert Mugabe, in un discorso tenuto in occasione di un vertice dell’Unione Africana in Sudafrica.

La critiche di Mugabe arrivano dopo che un tribunale sudafricano ha vietato l’uscita del presidente del Sudan Al-Bashir dal paese – dove si era recato per partecipare al vertice – su richiesta della Corte Penale Internazionale.

La CPI ha emesso due mandati di cattura contro al-Bashir, nel 2009 e nel 2010, per il conflitto nella regione del Darfur, nel Sudan occidentale. Il primo è relazionato a crimini di guerra e crimini contro l’umanità, mentre il secondo all’accusa di genocidio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Mandela e Cuito Canavale os marcos da derrota do Apartheid

https://i2.wp.com/blackagendareport.com/sites/www.blackagendareport.com/files/imagecache/feature400/mandela_castro.jpgEscrito por Achille Lollo por Correio da Cidadania – São Paulo/Brasil

Nelson Mandela morreu vinte cinco anos após a batalha de Cuito Canavale, que na história do continente africano simboliza o marco da derrota do regime do Apartheid e do Imperialismo. De fato, os EUA e as potências européias, durante quarenta anos, ampararam política e juridicamente os arbítrios e as violações da minoria branca sul-africana em função da estrondosa riqueza do subsolo da África do Sul. Foi também para preservar essas riquezas que Ronald Reagan e seu Secretário de Estado, George Schutz tiveram que engolir dois sapos, o cubano e o angolano, e decretar aos 4 de maio de 1988, o fim da ocupação sul-africana no território da “South-West Africa” (Namíbia), para realizar eleições livres, que a SWAPO ganhou com ampla maioria, podendo, finalmente, proclamar, em 1990, a independência da Namíbia.

Assim, com quase doze de atraso e milhares de namibianos mortos, encarcerados, torturado e exilados, a resolução 435/78 das Nações Unidas foi implementada, criando um novo cenário político na África Austral que o Império nunca mais com seguiu controlar. De fato, Mandela, apesar de estar preso em Robben Island, após o desfecho de Cuito Canavale e a proeza realizada na Cahama pelas forças cubanas, conseguiu fazer chegar a Joe Slovo – o único membro ainda em liberdade do Estado Major do braço armado do ANC (Umkhontoata we Sizwe – Lança da Nação) a ordem para criar em todo o país um clima político insurrecional promovendo grandes e continuas manifestações de massa. Nelson Mandela, entendeu que se a derrota da SADF em Cuito Canavale, havia, finalmente, aberto a estrada à independência da Namíbia, também na África do Sul havia, finalmente, chegado o momento para o ANC chamar o povo sul-africano a desafiar o establishment do Apartheid, com a realização de continuas mobilizações nos bairros negros e manifestações nos centros das cidades.
Hoje, a “grande mídia” comemora a morte de Mandela de forma extemporânea, apresentando-o não como o chefe da resistência armada do ANC, mas, sim, como o gentil e dócil colaborador sul-africano que teria dado continuidade ao sistema de exploração mineira e industrial. De fato, a África do Sul, como antes dela a Namíbia e o Zimbábue, não ficou refém da guerra civil que o Império, através da direita participação conspiratória do regime de Apartheid, provocou em Angola e depois em Moçambique.
Nelson Mandela sabia, muito bem que: 1) Em 1990, o ANC, política e sobretudo militarmente nunca poderia suportar os efeitos destruidores de uma guerra civil a longo prazo, pela qual grande parte da minoria branca estava preparada; 2) O acordo quadripartido (Angola, Cuba, EUA e África do Sul) assinado em Nova Yorque aos 4 de maio de 1988, fixava em dois anos a retirada do contingente cubano de Angola e em um ano a saída dos batalhões sul-africanos da Namíbia, fazendo, assim aumentar a presencia da SADF (exército) nas províncias da RSA mais urbanizadas; 3) O presidente da URSS, Mikhail Gorbatchov e sobretudo seu ministro das relações exteriores, Eduard Shevernadze, eram totalmente contrários que o ANC organizasse a insurreição do povo negro nas principais cidades da RSA; 4) Lembrando também que Shevernadze batteu o pé, quando Fidel ordenou ao comandante das FAR cubanas em Angola, Arnaldo Ochoa Sanchez, de manter-se preparado para continuar a ofensiva, a partir de Cahama, contra as unidades do exército sul-africano no norte da Namíbia.

1988: Cuito Canavale e Cahama quebram o mito do exército racista

A batalha de Cuito Canavale começou em 15 de novembro de 1987 e acabou aos 23 de março de 1988 com o desfalecimento orgânico das unidades da UNITA, que nessa batalha perdeu oficialmente 3.980 homens. Porém informações fidedignas relatam que mais de 2.500 “soldados da UNITA morreram nos rios e nas lagoas e seus corpos nunca foram recuperados”. Outros 1.500 se entregaram e cerca de 8.000 soldados ficaram feridos e evacuados para a Namíbia, a maioria deles com pernas amputadas à causa da explosão das minas anti-homem. Por sua parte, o general Magnus Malan, Ministro da Defesa sul-africano, nas suas memórias escreveu que, durante quase um ano de operações de guerra na região de Cuito Canavale morreram, apenas, 39 soldados sul-africanos!
De fato, o general não revelou que a “Operação Hooper”, havia sido planejada para salvar fisicamente a UNITA entrincheirada em Mavinga e que o Estado Major sul-africano havia transferido para o sul de Angola as melhores unidades do exército equipadas de tanques Olifant e Ratel; numerosas baterias moveis anti-aéreas; as rampas de lançamento dos mísseis Cactus e Tigercat; mais dois batalhões de artilharia armada com os poderosos canhões G5 de 155mm, capazes de disparar seu projétil até 40Km. Também, em suas memórias o general não especificou que a maior parte dos soldados que a SADF utilizava em operações fora dos confins sul-africanos eram mercenários estrangeiros, cujo massivo recrutamento, iniciou em 1975, com a criação do Batalhão 32 “Buffalo”. Na realidade os mortos dessa Legião Estrangeira do exército sul-africano nunca resultaram nas listas dos soldados sul-africanos mortos em combate, pelo fato de ser estrangeiros e mercenários.
É preciso lembrar que o elemento estratégico mais dinâmico do regime de Apartheid foi transferir os conflitos armados para além de suas fronteiras e localizá-los diretamente nos territórios do inimigo. Assim foi em Angola, quando, em 1981, as unidades regulares da SADF e os mercenários do Batalhão 32 “Buffalo” invadiram o sul do país, ocupando uma longa faixa no sul das regiões de Cunene e de Huila, até serem derrotados em Cahama pelas FAPLA angolanas e as FAR cubanas.
Em Moçambique, a SADF criou e sustentou a RENAMO durante doze anos, com o único objetivo de pressionar o governo moçambicano e o partido FRELIMO em não ajudar militarmente o ANC e antes dele o ZANU e o ZAPU do Zimbábue (ex-Rodesia).
Em 1986, o general Malan submeteu à “eminência parda do Apartheid”, o Ministro das Relações Exteriores Pik Botha, o projeto de reforçar a presença militar da UNITA de Savimbi, em Mavinga, para permitir aos parceiros europeus da África do Sul (França, Grã Bretanha, Bélgica e Alemanha) de apoiar as tentativas de Ronald Reagan em deslanchar o líder da UNITA, Jonas Savimbi, em nível internacional através da interposição de Freedom House, que qualificava Mavinga um mini-estado rebelde governado pela UNITA no seio de Angola e portanto digna de um debate nas Nações Unidas.
Para evitar isso o Estado Major das FAPLA , em 1987, lançou uma ofensiva conseguindo cercar Mavinga. Porém, para evitar a possível morte ou captura de Savimbi, o Ministro da Defesa sul-africano, general Magnus Malan lançou a “Operação Hooper’, empregando cerca de 20.000 homens, com 500 tanques Olifant e Ratel, e o melhor da aviação de guerra sul-africana, que de fato provocou a retirada das quatro brigadas angolanas até a cidade de Cuito Canavale.
É nesse momento que Fidel Castro começou a jogar um papel determinante em termos políticos e estratégico mundial, inclusive por que não acreditava muito na “mala suerte de los assessores soviéticos”. De fato, não era a primeira vez que Fidel e Raul Castro tiveram que emendar erros táticos, operativos e sobretudos estratégicos cometidos pelos “camaradas generais soviéticos”. Por isso, Fidel comunicou ao presidente de Angola, Eduardo Dos Santos, que Cuba tomava o comando das operações para derrotar os sul-africanos em Cuito Canavale.
Assim, a famosa Divisão 50, e outras unidades de especialistas das FAR, além dos melhores pilotos de Mig 23 desembargaram em Luanda para integrar no sul do país uma linha de defesa que somava 40.000 cubanos, 60.000 angolanos e 10.000 soldados da SWAPO. Conseqüentemente, os generais cubanos, Arnaldo Ochoa e Cintra Frias alinharam na região de Cuito Canavale cerca 1000 Tanques T54/55, enquanto 300 helicópteros e 200 Mig 23 ficavam estacionados na base de Menongue, para depois ganhar todos os combates com os Mirages sul-africanos.

As crônicas das batalhas e a análise dos documentos militares sul-africanos e cubanos demonstram, sem sombra de dúvida, que a “Operação Hooper” depois do inicial sucesso nos redores de Mavinga, se transformou em um autêntico desastre político e militar, visto que os comandantes cubanos Ochoa e Cintra Frias ao fingir a retirada, atraíram as colunas de tanques e blindados sul-africanos e os homens da UNITA em um funil onde passaram a ser alvejados pelos canhões de 120mm e os foguetes S-25 (SAM Guild) e Strela 1 (AS-9 Gaskin) tendo como única saída os mortíferos campos de minas.
Segundo o presidente angolano, Eduardo Dos Santos, “com a vitória em Cuito Canavale e as medidas tomadas posteriormente foram eliminados os principais fatores externos que ainda condicionavam o conflito em Angola e abriu-se uma via favorável à sua resolução interna”. De fato, foi a partir desse momento que o Sub-Secretário dos EUA para as questões africanas, Chester Croker, começou a querer negociar com a Republica Popular de Angola o fim do conflito.
Aos 10 de março os jornais do mundo inteiro veicularam que os 15.000 soldados cubanos que estavam de prontidão na capital da região de Huila, Lubango, haviam sido transferidos por ordem dos generais Cintra Frias e Miguel Lorente Leon, até Cahama, onde os especialistas cubanos haviam criado, em apenas dois meses, uma pista para os Mig-23, outras duas para os helicópteros e uma base militar inteiramente subterrânea. Outra base com semelhantes particularidades estava sendo construída mais à sul em Xangongue, a menos de 200 quilômetros da fronteira com a Namíbia. Por duas vezes, os sul-africanos tentaram impedir essa concentração de tropas cubanas, mas, nada puderam fazer contra a supremacia da artilharia cubana e dos Mig-23, que, em resposta, foram bombardear os quartéis da SADF em Calueque, em território namibiano.
Diante da possível invasão dos 10.000 combatentes da SWAPO, apoiados pelos 40.000 cubanos que começavam a entrincheirar-se ao longo da fronteira namibiana, Chester Croker convenceu George Schutz e o presidente Reagan de que o principal objetivo era evitar a entrada dos cubanos na Namíbia. Por isso, era necessário iniciar imediatamente as negociações com Angola, negociando e aceitando todas as reivindicações da SWAPO. Assim, em menos de dois meses, os negociadores de EUA, África do Sul, Angola e Cuba, se encontraram primeiro no Cairo, depois em Londres e por fim em Nova Yorque, onde aos 4 de maio foi assinado o acordo de paz com base a implementação da resolução da ONU 438/78.

O desmanche do regime de Apartheid

É evidente que a batalha de Cuito Canavale e depois o acordo para a independência da Namíbia quebram os principais conceitos políticos e geoestratégicos do regime de Apartheid. Nas mãos do sucessor do ultra-conservador Pieter Botha, Willem de Klerk, permaneceu, apenas, a opção de uma resistência militar com a explosão de uma guerra civil que podia degenerar no extermínio da minoria branca e a destruição de um rico e poderoso parque industrial. De fato, o Ministro da Defesa Malan tentou cavalgar por certo tempo, essa opção colocando os mercenário do Batalhão Búfalo na repressão das manifestações nos centros urbanos e nos bairros negros das periferias das grandes cidades. Mas os resultados eras sempre os mesmos: mortos, feridos, jovens presos e o dia seguinte mais manifestações para lembrar quem morreu, quem foi ferido quem estava sendo torturado nas prisões!

O povo negro da África do Sul voltou a ocupar as ruas e a enfrentar a polícia por que Cuito Canavale e Mandela haviam quebrado o mito da imbatíbilidade do regime de Apartheid. Havia a certeza de que aquela era uma luta justa, por isso ninguém recuava quando apareciam os blindados do Exército ou da polícia sul-africana. O motivo do atrevimento político por parte dos jovens sul-africanos era a extrema certeza de que estavam lutando para acabar com o Apartheid, mesmo sem ter canhões e tanques. E foi por isso que o regime de Apartheid foi derrotado, obrigando o presidente Willem de Klerk em assinar a lei que aos 2 de janeiro de 1990 legalizava o ANC, o PAC, o Partido Comunista Sul-africano e todos os outros organismos anteriormente proibidos. A seguir veio a lei que libertava os presos políticos e por fim a negociação com Mandela sobre a transição.

Depois de dezoito meses de intenso debate e preparação, o novo parlamento sul-africano aprovou o Ato de Promoção da Unidade e Reconciliação Nacional, que estabelecia a Comissão de Verdade e Reconciliação. Em 1995, a comissão foi chefiada pelo arcebispo Desmond Tutu. As audiências para ouvir o testemunho de mais de 23 mil vítimas e testemunhas começaram em 1996 e acabaram em 1998 com a publicação dos trabalhos em cinco volumes.
Na Comissão de Verdade e Reconciliação, que foi muito criticada por oferecer a anistia aos agentes da opressão, prevaleceu a idéia de recorrer à justiça restaurativa e não à retributiva. Apesar da anistia, o reconhecimento da verdade e a rejeição social dos atos cometidos funcionaram como um processo de reprovação moral. O arcebispo anglicano Desmond Tutu, um dos maiores defensores das comissões de verdade e da justiça restaurativa, ressaltou que esta visão é baseada não só em idéias cristãs de perdão para aqueles que reconhecem seus erros, como também no conceito indígena africano de ubuntu. Pois, segundo o arcebispo Desmond Tutu “…a concepção de “ubuntu” está ligada à busca por harmonia social visto que um ser humano só é um ser humano por meio de outros e, se um deles é humilhado ou diminuído, o outro o será igualmente. É praticamente a idéia de compartilhar e de pertencer a uma comunidade…” (Tutu, 2000, p. 35,).

Achille Lollo é jornalista italiano, correspondente do Brasil de Fato na Itália e editor do programa TV “Quadrante Informativo” e colunista do “Correio da Cidadania”

Nelson Mandela e a derrota do regime de Apartheid

Tal como Agostinho Neto, Amilcar Cabral e Samora Machel, Nelson Mandela nunca aceitou renegar publicamente a luta de libertação na África do Sul para receber em troca a liberdade. Uma oportunidade que, em 1985, o regime de Apartheid lhe ofereceu. Porém, Mandela não traiu seus ideais e disso poucos se lembram disso.

Achille Lollo (ROMA) — Em novembro de 1976, Joe Slovo, se encontrou com os primeiros militantes sul-africanos do ANC que estávamos treinando no campo da Funda, a 30 Km de Luanda, capital da República Popular de Angola. Um encontro que, evidentemente, por motivos de segurança não foi veiculado, inclusive por que Joe Slovo estava na lista dos “comunistas que deviam ser eliminados” – tal como aconteceu em Maputo com sua mulher Ruth First. Assim, no campo de treino da Funda ficou fortalecida a decisão política do Estado Major do  Umkhonto we Sizwe (braço armado do ANC) em aproveitar a recém libertação de Angola para começar a treinar em moldes de guerrilha organizada os militantes que deviam fugir d África do Sul. Naquela reunião, Joe Slovo lembrou aos jovens aspirantes guerrilheiros – alguns com apenas 16 ou 17 anos – que eles “…estavam em Angola para trilhar o caminho que o camarada Nelson Mandela havia iniciado logo após o massacre de Sharperville em 1960 – e finalizando sua intervenção pedia de lembrar que – …. a palavra de ordem era lutar, lutar, e nunca para de lutar até acabar com o regime de Apartheid...”.

Hoje, somente três qüinquagenários daquele batalhão de 115 aspirantes guerrilheiros, podem lembrar que cumpriram com a palavra d’ordem do MK (Umkhonto we Sizwe) e com o compromisso político que assumiram com Nelson Mandela para derrotar o Apartheid e criar a nação sul-africana.

Na realidade, esse compromisso sofreu dois desdobramentos. Um de âmbito internacional e outro em nível nacional que condicionou o processo intentado contra o Apartheid, delimitando, assim, a construção da nação sul-africana tal como Mandela havia teorizado.

Sem dúvida a sabotagem à central do Sasol, realizada por um grupo especial do MK (Umkhonto we Sizwe, onde o regime de Apartheid estava testando a tecnologia para poder sobreviver ao embargo petrolífero e, a seguir, a grande batalha em Kuito Canavale, no sul de Angola, onde os batalhões das FAPLA (Exército angolano) e as unidades do corpo expedicionário cubano derrotaram o exército sul-africano, foi o primeiro golpe mortal que o Apartheid sofreu.

O segundo foram as inúmeras manifestações que aconteceram em todo o território da África do Sul, com o objetivo de querer mesmo derrubar o regime, mesmo se naquele momento não havia armas e munições para o fazer. De fato, o MK (Umkhonto we Sizwe) e o PAC haviam muito bem organizador a rebelião em termos políticos nos subúrbios das grandes cidades, mas não haviam conseguido criar os “territórios libertados”, a partir do qual promover o cerco militar ás cidades. Pois, este era o velho projeto político-militar que o Estado Major do MK (Umkhonto we Sizwe), formado por Nelson Mandela, Joe Slovo e Walter Sisulu, não conseguiu materializar, porque a força dos batalhões de contra-insurgência do exército sul-africano, as unidades de rastreamento do serviço secreto, os grupos especiais da policia territorial conseguiram criar uma cortina ao redor das fronteiras nacionais e regionais. Poucos, muitos poucos conseguiram furar essas linhas de defesa, que, porém, se tornaram obsoletas quando a rebelião popular explodiu em todos os perímetros urbanos de uma forma incontrolável, apesar dos mortos, dos feridos e das prisões.

As lutas e as negociações

O presidente sul-africano Frederik Willen de Klerk, aos 11 de fevereiro de 1990, determinou a libertação de todos os presos políticos começando a negociar o futuro do país com Nelson Mandela. Uma negociação que iniciou por que a evolução da conjuntura sul-africana e a determinação política dos 9 países da África Austral  (Angola, Moçambique, Zimbábue, Tanzânia, Zâmbia, Botsuana, Lesotho, Suazilândia e Malaui) obrigou os estrategistas do capitalismo mundial a sacrificar o regime do Apartheid para garantir a manutenção na África do Sul de um sistema de industrialização mineira, que é um dos mais rico do mundo e que, em termos econômicos tinha a potencialidade de controlar as economia de todos os países da África Subsaariana.

Uma constatação que Nelson Mandela entendeu e utilizou para construir a nova nação sul-africana dando à população negra a oportunidade de ser cidadão de verdade dessa nação, além de criar vários instrumentos institucionais capazes de fazer respeitar o conceito de democracia, de liberdade e de igualdade.

Muitos se perguntam, hoje porque o ANC e seu braço armado o MK (Umkhonto we Sizwe), não atacaram o que restava do regime de Apartheid. Muitos acham que Mandela e Oliver Tambo desabrocharam quando deviam endurecer no lugar de aceitar as condições fixadas pelo império.

O próprio Nelson Mandela reconhece que ele mesmo cometeu erros quando foi finalizada a Comissão para a Verdade e a Reconciliação (Truth and Reconciliation Commission, TRC), onde com uma simples declaração de culpa os torturadores, os policiais e os políticos ganharam outra oportunidade de vida na nova republica sul-africana.  O problema, é que Mandela, bem como Oliver Tambo, sabiam que no seio da população negra havia uma pequena burguesia criada pelo próprio Apartheid que queria ser e fazer apenas o que a burguesia branca fazia. Eles sabiam que também no seio do ANC se havia consolidado a formação de uma nomenclatura negra que desejava, apenas, uma parte do poder dos brancos ou das oportunidades oferecida pelo sistema capitalista. Eles sabiam que mesmo se os brancos aceitassem de se retirar, os representantes dos setores negros progressistas não eram em quantidade suficiente e, sobretudo não tinham a capacidade de assumir de um dia para outro a direção do sistema industrial e do financeiro. Eles sabiam também que o ANC e, sobretudo, seu braço armado o MK (Umkhonto we Sizwe), não havia quadros para substituir os brancos no exército, na polícia, nos serviços secretos, na aviação e na marinha militar. Além disso, Nelson Mandela sabia, muito bem que em 1991, apesar do fim da guerra fria, o mundo capitalista não teria permitido que a África do Sul seguisse a mesmo conturbado caminho do Zimbábue ou de Angola ou de Moçambique com uma interminável guerra civil.

Nelson Mandela foi, de fato, o presidente do ANC até 1999 e apesar da cara sorridente com todos, conhecia muito bem os efeitos e os problemas da conjuntura internacional e, sobretudo, da sul-africana. Por isso tentou obter o melhor do que podia para o povo negro da África do Sul. Talvez um dos erros cometidos na negociação foi de ter deixado aos herdeiros do Apartheid demasiada liberdade no controle do poder econômico. Talvez foi concedida demasiada abertura para influenciar as normas e as leis do novo estado. Talvez….

Mas será que todo o povo negro sul-africano, com suas etnias, com a eterna divisão entre Xhosas, Sothos, Zulus, Shangans e Pondo estava dispostos em construir uma nação sul-africana como o ANC apontou em 1965, quando optou pela luta armada, enquanto os regentes dessas etnias continuaram a querer sobreviver com as migalhas que o sistema do Apartheid lhe oferecia? Acredito, como muitos também afirmam, que a situação histórica e política da Palestina e o comportamento da ONU e de todos os países do Ocidente que sempre estiveram em favor de Israel, foi um exemplo que Nelson Mandela não deixou escapar. Pois, apesar de ter recebido todos os prêmios, as medalhas e as condecorações por parte dos antigos inimigos e detratores ele nunca rejeitou seu passado de comandante do Umkhonto we Sizwe.

Achille Lollo é jornalista italiano, correspondente do Brasil de Fato na Itália e editor do programa TV “Quadrante Informativo”.

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