In Venezuela ci sono tre alternative

petras

di James Petras – La Haine

21gen2016.- Una è la radicalizzazione per decreto del governo, la seconda è una soluzione temporale negoziata e la terza è una guerra civile.

Efraín Chury Iribarne: Una notizia che oggi si sta divulgando è il decreto del presidente francese François Hollande per la emergenza economica. Come si può interpretare?

JP: Bene, continuano le grandi questioni legate alla stagnazione, alla disoccupazione che supera il 10%, all’incapacità del governo di far ripartire l’economia, allo scontento che è generalizzato. E le misure che ha preso il governo a favore del capitale non hanno dato risultati. Per esempio, i tagli alle imposte, gli incentivi del governo per promuovere gli investimenti ancora non hanno dato nessun risultato.

Vi sono due interpretazioni di ciò: una è che devono cambiare il cammino e tornare a socializzare l’ economia, stimolare gli investimenti pubblici e uscire dalle restrizioni sul deficit fiscale. È quella che potremmo chiamare l’alternativa progressista. E l’altra, purtroppo mi pare, quella cui sta pensando il governo, è di approfondire la liberalizzazione e tagliare gli incentivi sociali, aumentare l’età per le pensioni, seguire un cammino più liberale e utilizzare la terminologia dell’emergenza e le frasi d’occasione, per giustificare una svolta a destra più profonda, più nella linea di Macri. Eliminare le 36 ore settimanali, tornare ai sistemi di pensione ristretti, etc.

Quindi, io credo che la dichiarazione non indica nulla nel senso che la crisi sia differente, è che la tattica del governo è molto più estremista nel senso di destra, e di fronte all’opposizione anticipata dei sindacati e della classe operaia sta tentando di mostrare una situazione di catastrofe. Ma la catastrofe viene dalla politica attuale del governo e semplicemente approfondire queste misure neo-liberiste tagliando pensioni, aumentando le imposte alla classe operaia, non risolverà il problema, continuerà ad arricchire le classi dominanti. Non usciranno dalla crisi economica, però sicuramente approfondiranno la polarizzazione sociale e il conflitto di classe. Credo che implementare il piano di emergenza che hanno dichiarato provocherà molti scioperi e proteste nei prossimi 6 mesi.

 

EChI: Un altro tema di interesse internazionale è il prezzo del petrolio: continuerà a scendere?

JP: Il prezzo del petrolio adesso sta al di sotto dei 30 U$S, qualcosa come U$S 28, U$S 27, e con la fine delle sanzioni all’Iran i prezzi scenderanno ancora, perché l’Iran dice che aumenterà di 500.000 barili al giorno nel prossimo periodo. Possiede sbocchi di mercato e tenterà di tornare a catturare i mercati persi nel passato. E per lo meno nei prossimi 6 mesi, credo che il prezzo del petrolio potrebbe scendere a U$S 25 o anche di più. E la Cina sta rallentando l’economia ed è stata nel recente passato il compratore di più del 60% delle nuove produzioni.

Quindi, con la ridotta domanda asiatica e con l’aumento della produzione in Medio Oriente, avremo un periodo di prezzi molto bassi, sebbene sia possibile che alcuni prezzi possano salire perché ormai il mercato sta assimilando le rimanenze. I piccoli produttori e gli indipendenti andranno verso il fallimento, perché non potranno continuare a produrre a questo prezzo così basso. Nel frattempo, io credo che parte dell’accordo degli USA prevedeva di promuovere la produzione iraniana per abbassare il prezzo e causare più problemi alla Russia, al Venezuela e a altri produttori che presentano alti costi.

 

EChI: In questo momento la posizione della Russia, del Venezuela e di altri produttori è abbastanza difficile?

JP: Sí, è molto difficile, perché il costo di produzione in Russia e Venezuela supera il prezzo che stanno ricevendo. Non hanno creato alternative. Vale a dire, il problema fondamentale della Russia e del Venezuela non è semplicemente che il mercato è sceso, ma il fatto che non hanno diversificato l’economia. Tanto Putin come Chávez e Maduro sono in gran misura dipendenti dalla esportazione di petrolio. E con l’alto costo degli impegni sociali che hanno preso, si trovano in una situazione difficile, nel senso che, per mantenere i programmi sociali che hanno iniziato, in un’ottica di progresso, devono cercare un’altra forma di far quadrare il bilancio ed è difficile, perché la Russia deve difendersi dalle aggressioni. Il Venezuela pure si trova in una situazione economica molto difficile, perché l’economia dipende tanto dai settori capitalisti.

La Russia si trova in migliori condizioni del Venezuela, perché l’opposizione in Russia è molto debole, invece in Venezuela controlla il Potere Legislativo e il partito chavista controlla l’Esecutivo. Quindi, sono attualmente in pareggio e non possono prendere misure al di là delle dichiarazioni di emergenza del governo di Maduro. La situazione è molto difficile.

In Venezuela ci sono tre alternative, una è che il governo radicalizza con decreti le misure economiche, prendendo il controllo dell’economia, però a questo il Congresso nelle mani dell’opposizione va a resistere in ogni modo possibile.

Secondo, che il governo cominci a negoziare con l’opposizione alcune misure di emergenza e per cercare qualche forma di attrarre investimenti, per cominciare a creare un’economia più diversificata a partire da accordi con l’opposizione e alcuni settori capitalisti. Il problema è che l’opposizione cerca di rovesciare il governo, è molto difficile prevedere un accordo, una riconciliazione che potrebbe permettere di far avanzare i programmi sociali. Però, è la cosa più praticabile.

La terza ipotesi è che il conflitto si approfondisca e sfoci, non solo in un conflitto istituzionale tra il Congresso e il presidente, ma che passi alla strada, in una guerra civile. Quindi, ci sono tre alternative, una è la radicalizzazione per decreto del governo, la seconda è una soluzione temporale negoziata e la terza è una guerra civile. È molto difficile vedere altre alternative.

 

EChI: Ci sono altre questioni sulle quali stai lavorando?

JP: Sì, per prima cosa dobbiamo salutare l’accordo dell’Iran con i cinque paesi interlocutori per porre fine alle sanzioni. Comunque, le sanzioni non sono finite del tutto, perché dentro degli USA c’è una grande divisione, da un lato stanno Obama e il segretario di Stato, il cancelliere John Kerry, che cercano una forma di evitare un conflitto e vogliono una riconciliazione con l’Iran, per creare più stabilità in Medio Oriente.

Però, dall’altro lato, stanno i sionisti di Israele, alla testa dell’opposizione e che tuttavia mantengono una forte presenza al Congresso nordamericano, persino nell’amministrazione di Obama. Il segretario del Tesoro e dell’Economia Jack Lew è contro l’accordo, e mentre il governo toglie le sanzioni sull’accordo nucleare, loro chiedono nuove sanzioni contro i missili che l’Iran utilizza per sua propria difesa.

Quindi, vi sono due fonti decisionali negli USA, una è controllata da Israele e l’altra è indipendente, cerca in qualche modo di realizzare una politica nordamericana a favore della riconciliazione. Queste sanzioni sono tolte ma ne cominciano altre, spero che siano di minore importanza e che non abbiano nessun effetto sul grande accordo.

E, a partire dall’accordo potremmo vedere più possibilità per la pace, laddove gli USA e l’Iran potessero lavorare insieme ed evitare le aggressioni dell’Arabia Saudita e di Israele. Ciò è molto in dubbio, la possibilità esiste però vi sono troppi fattori contro, l’Arabia Saudita ha molta influenza, per non parlare di Israele, sulla politica nordamericana. Comunque, l’opportunità di avanzare in termini di stabilità e pace esiste adesso, dobbiamo ringraziare quest’accordo.

Secondo, dobbiamo applaudire i progressi che la Siria sta facendo contro i terroristi grazie al sostegno russo. L’Arabia Saudita e la Turchia continuano a sostenere i mercenari terroristi, nonostante parlino di arrivare a un accordo di pace e dicano di lottare contro l’ISIS, i terroristi. Fanno un discorso doppio.

Ormai è ampiamente documentato che la Turchia sta appoggiando i terroristi, sta facendo il doppio gioco, utilizzando i terroristi contro i Curdi in Siria, mentre parlano di pace, stanno massacrando i Curdi dentro la Turchia. Abbiamo ricevuto comunicazioni di militanti di sinistra dalla Turchia, che sono in clandestinità, perché ormai la purga, la persecuzione è generalizzata. Oltre i Curdi, il governo di Erdogan sta catturando e imprigionando progressisti, militanti di sinistra, persone che sono accademici, per esempio. Io e altri abbiamo firmato un documento, 1.000 firme, incluso Noam Chomsky, però i nostri colleghi in Turchia sono stati imprigionati. I due accademici che hanno cominciato la petizione sono già in prigione, è una situazione molto drammatica come gli effetti dell’ intervento in Siria abbiano avuto ripercussioni negative in Turchia.

E, infine, vorrei commentare sulla crisi della Borsa negli USA, è crollato un 10%, c’è un panico a Wall Street adesso, non sanno come evitare la caduta catastrofica. JP Morgan, la banca più importante, ha detto che interverrà, hanno fatto dichiarazioni chiamando alla calma, che non c’è nulla di male, che non c’è nessuna crisi, che è totalmente irrazionale. Però, non hanno avuto molto effetto: il giorno dopo le dichiarazioni di JP Morgan il mercato è caduto di un altro 2%.

Quindi, non so dove andrà a parare questa caduta della Borsa, però abbiamo visto la perdita di centinaia di migliaia di milioni di dollari in soli tre giorni. E questo avrà ripercussioni in tutto il mondo, in Brasile, Uruguay, Argentina, etc., in Europa nemmeno a dirlo, perfino in Giappone. Dunque, dobbiamo mantenere la lucidità, questa è la conseguenza del dipendere dal settore finanziario per rivitalizzare l’economia, che non è la forma più razionale e stabile. Qualunque cosa può succedere perché ci sono molti speculatori, molti fondi che semplicemente entrano ed escono rapidamente e causano una grande volatilità, e i piccoli investimenti cadono di fronte ai pescecani.

EChI: Petras, stiamo finendo, però prima mi sono dimenticato di domandarti qualcosa sull’assunzione di Jimmy Morales come presidente del Guatemala.

JP: Sì, è un comico che non è un comico, perché ha preso iniziative molto reazionarie, anche con Ríos Montt, l’assassino di migliaia di indigeni guatemaltechi, il processo giudiziario è stato paralizzato. Le conversazioni che abbiamo avuto con contadini e gente progressista nei villaggi ci raccontano che non hanno nessuna speranza. Questo signor Morales è molto differente da Evo, l’altro polo, è un reazionario che utilizza la sua reputazione come comico per ingannare la gente con pretese che faccia qualcosa di differente. Però è parte dell’onda che abbiamo visto ultimamente in America Latina con Macri in Argentina, che tenta di annullare qualsiasi misura progressista, qualsiasi giudizio contro i carnefici.

Pensiamo che Jimmy Morales e Macri formano parte delle nuove dittature blande. Blande nel senso che ancora ci sono alcuni meccanismi costituzionali, però non si può dubitare che il cammino di Macri sia verso una dittatura, presidenziale certo, però utilizzerà tutti i decreti che hanno utilizzato Videla e gli altri militari. Non c’è nessuna differenza ed ecco perché per il cammino che scelgono, azzerare i cambiamenti sociali, concentrare il potere nel capitale straniero, privatizzare l’economia, l’unica forma per arrivare a queste mete è utilizzare il potere dittatoriale. Non c’è nessuna vera democrazia che permetta questa politica economica.

Se richiedi un’economia a favore di Wall Street nelle condizioni dell’Argentina, dovrai imporla con la forza. E in questo bisogna vedere come reagiranno le masse, Macri esclude qualsiasi protesta, qualsiasi sciopero, solo capisce il muro contro muro. Mi dispiace proprio che ciò debba succedere in Argentina, prima o poi assisteremo di nuovo a uno scontro tra la dittatura e qualche sollevazione popolare.

Estratto da La Haine – Testo completo in: http://www.lahaine.org/en-venezuela-hay-tres-alternativas

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

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