Brasile: golpe, impeachment, manipolazione e depoliticizzazione

vejadi Achille Lollo, da Roma (Italia) per il Correio da Cidadania

La congiuntura politica del Brasile è entrata in fibrillazione in seguito alla limitata manifestazione dei movimenti popolari e all’incisiva risposta dei differenti gruppi di destra, di nuovo riuniti in un momento estremamente favorevole alle forze dell’opposizione, conseguente alla debolezza istituzionale del governo di Dilma Rousseff. Una debolezza, è bene sottolineare, che non può essere spiegata solo con l’elenco degli errori politici commessi e nemmeno può essere giustificata dicendo qualcosa come: “la diffusione mediatica di alcuni scandali ha travolto la pratica del governo, minimizzando l’immagine politica della presidentessa Dilma”.

 

Lo “sviluppismo” e la mancanza di un progetto di governo

Purtroppo, il problema non risiede nella caduta d’immagine, negli errori politici o nelle pessime valutazioni della pianificazione economica. Tutto ciò è una risultante complementare del vero problema, che è la fallacia di un progetto di governo politico, istituzionale, economico e culturale, chiamato “sviluppismo”, finito subito dopo la sua solenne inaugurazione, nel 2004.

In realtà, lo “sviluppismo” è arrivato alla fine già nel mezzo della prima legislatura di Lula, perché il gruppo dirigente lulista intendeva realizzare un progetto di governance, usando le stesse armi politiche di Fernando Henrique Cardoso, cioè la cooptazione dei partiti d’accatto. In questa maniera, non hanno compreso che, per sopravvivere nella democrazia da mercato del secolo 21, per affrontare gli attacchi dell’Impero e dei loro servi europei, per evitare i ricatti dei gruppi finanziari, per liberarsi dalle pressioni delle transnazionali, per imporre una condotta nazionalista alla nuova borghesia, era necessaria molto più che una generica “Lettera ai Brasiliani”.

La costruzione di un possibile accordo tra stato, capitale, movimenti ed élites non si realizza solo con semplici intenzioni o con la speranza di un mutuo intendimento, visto che siamo tutti figli di Dio, per giunta verde-gialli!

Il gruppo dirigente che ha consigliato Lula il primo anno di governo aveva predisposto tutto per potere governare in una maniera autonoma e indipendente. Infatti, non possiamo dimenticare il consenso popolare con quasi il 72% e l’estrema fiducia che il popolo lavoratore ha concesso al lulismo.

Come sua contropartita, c’era lo sbaragliamento elettorale ed emozionale della destra conservatrice e reazionaria, il tacito rispetto del grande impresariato, dal momento che il governo lulista, di fatto, garantiva il “controllo sociale”, senza ripetere le avventure populiste di João Goulart. C’era, anche, il silenzio amareggiato dei media mainstream, che, oltre a essere stati sconfitti, dipendevano sempre più dagli annunci del governo federale e dalle imprese pubbliche per risanare la loro crisi finanziaria.

Nell’essere eletto, Luiz Inácio Lula da Silva aveva ottenuto qualcosa che, in America Latina, nessuno del campo della sinistra o del centro-sinistra aveva realizzato. Purtroppo, i lulisti non hanno saputo imporre al mercato gli elementi istituzionali del nuovo progetto politico chiamato “sviluppismo”, dal momento che lo “sviluppismo” era solo una proposta di gestione di alcuni settori dello Stato, e non un progetto innovatore con i suoi elementi normativi e le nuove equazioni istituzionali che avrebbero dovuto essere imposte per regolamentare lo sviluppo socio-economico in tutti gli stati e municipi della federazione.

Una mancanza che si è data non perché Lula, Dirceu, Palocci e compagnia fossero un’accozzaglia di incompetenti o un gruppo di opportunisti che avessero cambiato la maglietta del PT per vestire il lussuoso completo del social-neoliberismo. Chi, oggi, afferma ciò, in realtà, disconosce i drammi della lotta interna che ha lacerato le correnti del PT, tentando, così, di squalificare la grande funzione politica che ha avuto il PT in Brasile fino al 2002.

 

Lo “sviluppismo” ad hoc e il Lulismo

Di fatto, le “eccellenze” del lulismo erano dialetticamente contrarie alla logica dell’analisi socio-economica marxista. Allo stesso tempo, sapevano che dovevano formulare qualcosa di “molto differente”, per controllare le rivendicazioni e la pressione del movimento popolare. Qualcosa che non fosse simile alla pianificazione neo-liberista di Fernando Henrique. È stato in questo contesto che le “eccellenze” del lulismo hanno stabilito che poteva essere inventato ad hoc lo “sviluppismo”, realizzando una collettanea estemporanea di esperienze realizzate da governi di destra e di centro-sinistra latino-americani, con i quali avrebbero potuto risolvere e affrontare le differenti situazioni del Brasile. È stato, dunque, in questo contesto che sono state privilegiate le azioni a favore del commercio internazionale, dell’agro-business, delle grandi industrie e delle banche (nazionali e internazionali).

È per questo che il lulismo ha deciso di rifiutare la partecipazione all’ALCA di George W. Bush: per potere avere il massimo di autonomia politica e, così, costruire relazioni internazionali proprie, promuovendo le esportazioni dell’industria brasiliana in America Latina e nel continente africano. Qualcosa che, da parte di alcuni teorici della sinistra marxista, è stato interpretato come un debole tentativo di trasformare il Brasile in una “potenza imperialista regionale”.

I lulisti erano convinti che, per sedersi sulle poltrone del Planalto, era sufficiente soddisfare, con un certo gradualismo, le richieste di questo o di un altro settore dell’impresariato e della società. Per questo, hanno trasformato il BNDES in una gigantesca “Banca di Mutuo Soccorso” per imprenditori e banchieri, senza preoccuparsi di: 1) imporre un nuovo ciclo di sviluppo; 2) riformulare la supremazia del potere pubblico dello Stato; 3) definire nuove formule per attirare gli investimenti stranieri; 4) pianificare l’ampiamento del settore pubblico nei settori energetici; 5) ristrutturare le linee strategiche per la difesa della sovranità; 6) riformulare le relazioni internazionali; 7) dare vita a una nuova cittadinanza.

Durante otto anni Lula ha tentato, con molta buona volontà, di dimostrare che il suo governo era differente. Tuttavia, non è mai riuscito a imporre al mercato il peso di questa differenza. Il che non è passato inosservato alle eccellenze del mercato nazionale e internazionale e alla nuova borghesia metropolitana, che hanno utilizzato il supporto monetario dello “sviluppismo”, per rafforzare la propria identità politica nello Stato e, soprattutto, nella società, senza dare nulla in cambio al governo del PT.

Con uno Stato strutturato da Fernando Henrique Cardoso secondo i modelli neo-liberisti e con un governo che ha agito fin dall’inizio come una compagnia di Assicurazioni per “qualificare gli investimenti dell’impresariato brasiliano e delle transnazionali”, è evidente che le questioni sociali sono state trattate in termini di mero assistenzialismo, e non come un progetto per ridefinire una nuova cittadinanza. Conseguentemente, la principale preoccupazione dei governi guidati da Lula è stata di dare soluzioni al “giorno per giorno della politica”, cioè, di correre dietro ai problemi sollevati dall’ opposizione, senza preoccuparsi di mantenere uno sguardo rivolto al futuro.

È stato in questo contesto che José Dirceu e altri pezzi grossi del PT hanno dovuto giocare al ribasso la propria identità politica, commettendo, anche, errori inaccettabili nel negoziare la governance con le peggiori canaglie della politica brasiliana. D’altro canto, non si sono resi conto che tali operazioni “apparentemente confidenziali”, in realtà, hanno permesso alle eminenze bianche del mercato di mappare le forze reali del governo, per poi riunire gli elementi accusatori giuridicamente comprovati e consegnare tutto alla Corte Suprema – che, l’11 aprile 2006, ha inviato alla Procura della Repubblica la lista dei rei e le accuse previamente elaborate.

Uno stratagemma che, per alcuni, è stato considerato un “colpo di stato bianco” per legittimare un impeachment e rimuovere Lula e il PT dal Planalto. In realtà, questa è stata la prima severa risposta che il mercato ha dato al governo Lula e al lulismo, con lo scopo di obbligare questo governo a operare una virata politica di 90 gradi verso gli obiettivi istituzionali, economici e finanziari che il mercato pretendeva realizzare in quel periodo.

In termini politici, la carneficina che ha provocato il Mensalão (=maggiore scandalo degli ultimi anni in Brasile, legato al pagamento di tangenti a funzionari pubblici, ndT) nel PT, nella tendenza maggioritaria del lulismo (Articulação) e nel movimento popolare è stata enorme. Possiamo dire che, con il Mensalão, il mercato è riuscito a: 1) indebolire la relazione di fiducia con i settori della classe media “progressista” e, soprattutto, spezzare l’immaginario popolare e operaio, accusando le principali dirigenze del lulismo di corruzione. Un contesto che ha permesso alla TV Globo e alla Veja di omologare il PT e la CUT allo stesso livello degli altri partiti; 2) ricomporre l’opposizione, creando nelle grandi metropoli nuovi equilibri politici tra i gruppi moderati e i conservatori. Così, mentre la destra più reazionaria faceva il lavoro di disinformazione tra gli strati popolari, i media main-stream legittimavano il contesto con le loro manipolazioni mediatiche.

 

Dilma Rousseff, l’elemento in passato innovatore del lulismo

In queste condizioni e di fronte alla nuova congiuntura politica, Lula e il PT hanno dovuto optare per la candidatura di Dilma Rousseff, a causa del suo essere un’emerita sconosciuta nel PT, il cui curriculum politico dimostrava una pratica di effettiva moderazione politica nelle file del PDT di Collares, oltre a essere abbastanza pragmatica. Frattanto, Dilma ha vinto la definitiva fiducia del PT nella successione a Lula, per essere una donna che presentava un eroico passato di lotta contro la dittatura. Un fattore che, per il marketing elettorale, era di estrema importanza, non solo per riaccendere la simpatia popolare verso il PT, ma, soprattutto, per permettere alla classe media e ai lavoratori di credere nuovamente al carrozzone dello sviluppismo.

In realtà, Dilma Rousseff non è stata un errore politico di Lula, ma sì l’elemento innovatore, con il quale il lulismo ha tentato di far rinascere lo “sviluppismo”, dal momento che questo progetto, anche se abortito in termini economici e sociali, era, anche, l’unico che garantiva al PT di rimanere al Planalto.

 

Le prerogative e gli elementi programmatici della “democrazia del mercato”

Nel 2014, gli obiettivi strategici centrali delle eccellenze del mercato (brasiliane e straniere) erano gli stessi che quelli del 2003. In sintesi, il mercato voleva da Dilma lo stesso che aveva chiesto a Lula, cioè: 1) un governo disposto e capace di garantire il controllo sociale e anche preparato a difendere l’ “ordine” in città e nel campo; 2) il graduale avanzamento del progetto neo-liberista (privatizzazioni e finanziamenti per il settore privato), soprattutto nei settori energetico e dell’agro-business; 3) aumentare la potenzialità economica del Brasile senza entrare in urto con le linee programmatiche della geo-strategia degli U.S.A. e senza alterare la capacità militare acquistata dal Brasile nel continente latino-americano.

Di fronte a questo quadro, è d’obbligo chiedersi: alla fine, per quale motivo le “eccellenze del mercato”, nel 2015, dovrebbero essere interessate a una trasformazione eccezionale nelle istituzioni del Brasile, ordinando um colpo di stato ai militari, come è stato nel ‘64, appoggiando l’ impeachment, o ottenendo la rinuncia di Dilma attraverso della manipolazione di alcuni errori personali della presidentessa, opportunamente manipolati dalle “antenne” dei servizi segreti e, poi, divulgati dai media?

La risposta è nella lunga introduzione. Tuttavia, è meglio specificare, dal momento che vari esponenti della sinistra hanno denunciato un possibile tentativo di colpo di Stato, altri si sono riferiti alla preparazione di un impeachment, mentre non poteva mancare chi assicurava essere in corso, da parte della Globo, di vari procedimenti mediatici per provocare la rinuncia di Dilma.

Prima di tutto, bisogna dire che il Brasile di oggi non è lo stesso del 1964, quando ci fu un presidente (João Goulart) che, in pratica, inetendeva realizzare riforme socio-economiche che colpivano gli interessi delle transnazionali. Al di là di ciò, c’era un movimento sindacale e importanti settori del contadinato che realmente volevano radicalizzare il confronto con la destra, creando, così, le apparenze di un clima pre-insurrezionale.

Attualmente, il colpo di Stato è l’ultimo ricorso che le “eccellenze” di Wall Street e della Casa Bianca pensano di usare “nel contesto dato”. Questo succede solamente quando l’insorgenza rivoluzionaria in un dato paese può, di fatto, trasformarsi in realtà. D’altro canto, oggi, un colpo di Stato in un paese come il Brasile, l’ottava potenza economica del mondo, non si realizza come successo nel 1964, con il volontarismo da caserma, vale a dire con un comandante regionale che prende le armi, aspettandosi che i restanti membri dello Stato siano solidali con lui, appoggiando l’avventura golpista.

Oggi, i capi militari sono sollecitati a pianificare e organizzare la ribellione armata a livello nazionale solamente quando il “mercato” lo decide e quando le grandi centrali di intelligence (CIA, NSA, M15, Sdece e Mossad) garantiscono che il colpo non provocherà un’insurrezione popolare e lo smembramento delle forze armate. Infatti, la dinamica del fallito colpo di Stato contro Hugo Chávez è diventata un esempio sine qua non per tutte le centrali di intelligence.

 

Colpo di Stato, rinuncia e impeachment non sono necessari oggi

Tenendo in conto le considerazioni politiche sulla natura dei quattro governi del PT, è corretto affermare che, oggi, nel Brasile, il colpo di Stato, l’impeachment e la rinuncia non sono necessari, perché non esiste una congiuntura “pre-insurrezionale”, o di totale perdita di controllo istituzionale, che obblighino il mercato e l’Impero a prendere decisioni eccezionali.

Infatti, la politica economica del governo guidato da Dilma Rousseff forse colpisce gli interessi dei grandi gruppi finanziari internazionali e brasiliani? No!

Per caso, colpisce i progetti e gli affari delle transnazionali, delle impresee di assemblaggio e dell’ industria nazionale? No!

Per caso, pone in discussione le attività dell’agro-business, dei fazendeiros e delle imprese estrattive? No!

Per caso, ha manifestato l’idea di non pagare più il debito esterno? No!

Per caso, tenta di nazionalizzare le imprese private, o annullare le privatizzazioni realizzate nel passato, o tassare le grandi fortune e vietare i trasferimenti di profitti all’estero? No!

Bisogna ricordare che, nel governo di Dilma Rousseff, il carico ministeriale più importante, quello dell’Economia, è stato dato a un ministro che, oltre a essere sionista, è anche un rappresentante dei grandi gruppi finanziari (ex-Bradesco), perfettamente allineato alla logica ultra-liberista dei “Chicago Boys”, cioè un rappresentante delle eccellenze di Wall Street e della Casa Bianca! Oltre a ciò, per quale motivo il governo “petista” di Dilma Rousseff dovrebbe essere destabilizzato, se la stessa ha dato il Ministero dell’Agricoltura a Kátia Abreu, che è a rappresentante dell’agro-business e fedele paladina dei fazendeiros? Perfino la parola “riforma agraria” è sparita dal lessico presidenziale!

 

E il colpo della TV Globo?

Se guardiamo a quello che scrivono la Folha, l’Estadão e il Globo, e poi ascoltiamo le rabbiose catilinarie degli opinionisti della TV Globo, della TV Bandeirantes e della TV Record, immediatamente il nostro immaginario torna agli anni del 1964, o del 1973 (il Cile di Allende). Ma, attenzione, questo è lo scenario che “loro” desiderano che immaginiamo, vedendo la televisione a casa. Questo è il clima di insicurezza che “loro” vogliono per il Brasile, infangando tutti i giorni il governo con gli scandali finanziari che i notiziari ripetono in sequenza con maggiore o minore intensità.

Questa è la scenografia mediatica che “loro” realizzano sistematicamente per squalificare le dirigenze del movimento popolare e depoliticizzare la rivolta dei lavoratori. È la tecnica di fomentare un colpo mediatico ogni mese, con l’intento di indebolire la resistenza psicologica dei Brasiliani, che sognano con una terza vittoria di Lula. In fondo, questa è la maniera per far sì che, sotto pressione, il governo di Dilma vada sempre più nella direzione di posizioni di estrema moderazione e con una limitata visibilità politica.

È stato in questo contesto che i professionisti della manipolazione della TV Globo hanno raccolto le dichiarazioni di alcune personalità del Club Militare di Rio de Janeiro, con le immagini dei gruppi di destra che invocavano l’intervento dei militari, per creare nei telespettatori la sensazione che “nel Brasile, il colpo di Stato sarebbe pronto a esplodere, in caso le masse lo desiderassero”.

Questo tipo di propaganda reazionaria non è invenzione dei gruppetti neo-fascisti. È bensì parte di un progetto mediatico partorito dalla democrazia del mercato tutte le volte che un governo ha grandi difficoltà a garantire il “controllo sociale”.

Per questo, spetta ai media main-stream disarmare ideologicamente il movimento popolare e i settori di sinistra più legalisti che, di fronte alle possibili minacce di destabilizzazione istituzionale, cominciano a giustificare le alleanze spurie che la presidentessa ha realizzato con i settori conservatori, per “evitare il peggio”. D’altro canto, il ritorno delle manifestazioni contro il governo, organizzate da gruppi conservatori della classe media e delle chiese pentecostali, tende a spingere il governo di Dilma sempre più tra le braccia dei rappresentanti del mercato, in un mortifero abraccio che, ideologicamente e politicamente, rappresenta la fine del PT e, soprattutto, del lulismo. Pertanto, il contrappunto politico contestuale annulla pure le ottime argomentazioni sul rischio di un impeachment o di una rinuncia.

Nessuno osa promuovere una battaglia giuridica contro un presidente senza avere prove schiaccianti che possano, di fatto, incastrarlo. D’altro canto, negli ultimi mesi, la presidentessa Dilma ha introdotto alcune misure autenticamente anti-popolari per raggiungere il pareggio di bilancio, proprio come richiesto dall’FMI e dalla Banca Mondiale. Dunque, perché provocare un pericoloso blocco dell’economia e del paese per processare la presidentessa Dilma e il suo governo, che stanno facendo tutto quello che l’FMI ha indicato? Forse che il vice di Dilma, il quale eventualmente assumerebbe la carica di presidente in caso di impeachment o di rinuncia, risolverà i problemi del Brasile con la bacchetta magica, o rinnoverà le misure “di shock fiscale” del ministro Levy, firmate dalla presidentessa Dilma?

Concludendo: è corretto affermare che i colpi mediatici della TV Globo, della Veja, della Folha, della TV Bandeirantes continueranno con più intensità e più violenza verbale, con l’intento di provocare l’emorragia del lulismo, dei petisti e del movimento popolare fino alla data delle prossime elezioni. Se il PT, invece di investire sulle canaglie della politica, avesse prestato più attenzione a realizzare un progetto mediatico unitario, investendo sulla pubblicazione di un grande giornale nazionale progressista, insieme a una televisione capace di realizzare il contrappunto politico, oltre a denunciare le manipolazioni scritte e televisive, certamente oggi non starebbe discutendo se il colpo della TV Globo è mediatico o reale.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di “Brasil de Fato” in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” ed editorialista del “Correio da Cidadania”.

 

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Israele, Arabia Saudita, USA, Iran e la nuova congiuntura politica

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di Achille Lollo, da Roma, per il Correio da Cidadania, 10 Aprile 2015  

Nel giorno in cui, a Losanna, il Segretario di Stato degli U.S.A. John Kerry si incontrava con il Ministro degli Affari Esteri iraniano, Mohammed Javad Zari, per definire i punti dell’accordo sulle limitazioni delle attività dei centri di ricerca nucleare iraniana e, quindi, per impostare i termini per il riesame graduale delle sanzioni economiche, l’Arabia Saudita, con il sostegno politico dell’Egitto, del Bahrain, degli Emirati Arabi Uniti, della Giordania e del Sudan, e il supporto logistico della Gran Bretagna, della Francia e della Turchia, ha trasferito 12.000 soldati lungo il confine con lo Yemen, mentre i suoi cacciabombardieri hanno attaccato ripetutamente la capitale Sana’a e altre città controllata dai ribelli Houthi.

Dopo una settimana, il 1 aprile, il presidente yemenita Abd Rabbo Mansur fuggiva in Arabia Saudita, mentre le milizie Houthi finivano di conquistare la città portuale strategica di Aden, nel sud. Eppure, l’aviazione dell’Arabia Saudita ha intensificato “il bombardamento a tappeto” usando piloti egiziani, pakistani e giordani, che si sono alternati con i sauditi nella guida dei sofisticati F-15 e F-16 della Forza Aerea Saudita, monitorati da ufficiali della US Air Force (statunitense), di stanza nelle basi aeree di Woomern, Dhahra, Taif e Ryiad. Da parte loro, i piani di volo sono stati preparati nella base segreta che la CIA ha creato in Arabia Saudita nel 2011, per guidare le missioni degli aerei telecomandati detti “droni”, contro i campi di AlQaeda della penisola arabica (AQAP).

Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per gli affari umanitari (OCHA), i bombardamenti della prima settimana hanno provocato la morte di 361 persone e il ferimento grave di altre 1.345. Tuttavia, il 7 aprile, i morti già erano più di 600, mentre 2.200 persone sono state ricoverate in ospedali con gravi ferite. A causa dei continui attacchi aerei, il personale dell’OCHA stimava il numero di rifugiati in una decina di migliaia di persone.

Immediatamente, il New York Times, la CNN, Al-Jazeera TV e il quotidiano Al Sharq al Awsat, (pubblicato a Londra), interagendo con le “eccellenze dell’intelligenza” della Casa Bianca e della Casa Reale saudita, sono riusciti a guidare il 90% della stampa mondiale, creando la favola dell’”intervento armato dell’Arabia Saudita, per tenere fuori l’Iran dallo strategico Yemen e quindi difendere la libertà di movimento nel Mar Rosso, in particolare del petrolio destinato ai paesi dell’Unione Europea.

Una favola, che è, in realtà, il coronamento di una serie di azioni politiche e militari che gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita, e soprattutto Israele hanno praticato negli ultimi trenta anni, per realizzare i loro progetti strategici e tenere sotto diretto controllo la situazione politica del Medio Oriente. Tuttavia, questa situazione, nel corso degli ultimi quattro anni, ha subito numerosi cambiamenti – alcuni traumatici da un punto di vista umanitario e anche istituzionale – tanto che oggi nel Medio Oriente abbiamo:

1) una guerra confessionale, promossa dall’ISIS (Stato islamico) in Iraq e in Siria;

2) una guerra tribale in Libia, dove l’Arabia Saudita finanzia l’Egitto per difendere il governo di Tobruk, mentre la Turchia e il Qatar finanziano il governo islamico di Tripoli e le milizie jihadiste;

3) una guerra fondamentalista in Mali e in Nigeria;

4) una guerra di aggressione in Siria promossa e alimentata dalla Turchia, dal Qatar, dall’Arabia Saudita e dalla NATO;

5) una “guerra di liberazione” in Afghanistan, promossa dai talebani contro la presenza delle truppe americane e della NATO;

6) una guerra a bassa intensità nel Bahrain, con un perenne stato di assedio non dichiarato, in cui l’opposizione sciita chiede riforme istituzionali ed economiche, nei confronti di un governo monarchico che sopravvive grazie alla “copertura” dell’intelligentia saudita;

7) una guerra di liberazione nella regione curda della Turchia, organizzata dal PKK, che propone anche la formazione di una confederazione di Stati curdi, formata con pezzi di territorio della Turchia, della Siria, dell’Iraq e dell’Iran;

8) una guerra di liberazione in Palestina e a Gaza, fortemente repressa da Israele con l’appoggio degli Stati Uniti e della NATO, in modo da evitare la creazione dello Stato palestinese;

9) una ribellione diffusa in Yemen, dove il movimento ribelle degli Houthi (che rappresenta il 40% della popolazione di religione sciita) ha rovesciato il corrotto presidente Abd Rabbo Mansur Had, sostenuto dall’Arabia Saudita e, per motivi religiosi, riconosciuto dalla maggioranza sunnita;

10) una guerra di polizia in Egitto (finanziata dall’Arabia Saudita), dove l’esercito, dopo il colpo di stato contro il presidente Morsi, perseguita spietatamente i membri della Fratellanza Musulmana e delle sette salafite.

È basandosi su questo scenario che il presidente degli U.S.A. Barack Obama ha autorizzato l’apertura di negoziati con l’Iran, a Losanna in Svizzera, per definire la trasformazione dei centri di ricerca nucleare militare iraniana in centrali nucleari ad uso civile, ma sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Accordo che i tecnici degli U.S.A. e dell’Iran, sotto la supervisione di membri della Russia, della Cina e della Gran Bretagna, della Francia e della Germania rappresentanti l’Unione Europea, dovranno portare a termine nel mese di giugno. Dopo, l’accordo sarà ratificato a Washington e a Teheran, per diventare operativo nel 2016. Quando anche le sanzioni economiche cominceranno a essere abolite.

Dopo 12 anni di inutili tentativi, l’accordo finalmente firmato a Losanna, ha fatto esplodere le contraddizioni, politiche e geo-strategiche, che la diplomazia e l’opportunismo politico degli Stati Uniti, di Israele, dell’Arabia Saudita e della Turchia erano riusciti a tenere nascoste e rimosse con il beneplacito dei “media mainstream“.

L’azione pragmatica degli U.S.A.

Prima di entrare nei dettagli dell’accordo e delle questioni congiunturali del Medio Oriente, è necessario prendere in considerazione un nuovo elemento: lo sfruttamento massiccio dei depositi di scisto bituminoso negli Stati Uniti, con la tecnica del fracking, che pur distruggendo l’ambiente di intere regioni, garantirà agli U.S.A. l’auto-sufficienza energetica, permettendo loro in tal modo di liberarsi dalla dipendenza dalle forniture di petrolio e di gas dell’Arabia Saudita e di altri produttori del Medio Oriente.

Tuttavia, il lavoro di ricerca e l’estrazione di shale gas e shale-oil sono economicamente vantaggiosi solo quando i prezzi dell’Arabian-light, dell’Iran-light e del Brent Oil fluttuano sui mercati tra i 90 e i 120 dollari al barile.

Pertanto, è necessario ricordare che la prospettiva dell’autosufficenza energetica degli U.S.A. è svanita con la caduta del prezzo del barile di petrolio, che è sceso fino ai 50 dollari. Un avvenimento che, secondo Thomas Friedman, l’editorialista Premio Pulitzer del New York Times, “ha molto a che vedere con l’Arabia Saudita, le cui banche sarebbero dietro le operazioni di ribasso del prezzo del barile e del gas nel mercato, con lo scopo di provocare una crisi finanziaria in Russia, responsabile per l’irriducibile resistenza del presidente Bašhār al-Assad in Siria, dopo quattro anni di sanguinosa guerra civile e della crescita dell’influenza politica dell’Iran in Medio Oriente”.

Il celebre editorialista del NYT non ha precisato che l’eminenza bianca di questo gioco al ribasso, che ha quasi distrutto l’economia del Venezuela, è il potente ministro degli Interni dell’Arabia Saudita, il principe Mohammed bin Nayef, nominato lo scorso mese di febbraio vice-principe ereditario, cioè secondo nella linea di successione al trono del re Salman. Anche i “media mainstream” non dicono che i prezzi del barile sono scesi subito dopo che Barack Obama ha rifiutato l’appello del potente principe Mohammed bin Nayef a invadere la Siria e, così, ad abbattere definitivamente il regime del presidente Bašhār.

Questo fatto ha stimolato le eccellenze della Casa Bianca e lo stesso Barack Obama ad avanzare nella complessa congiuntura del Medio Oriente, utilizzando sempre più le arme del pragmatismo geo-politico, al posto dei rigidi concetti delle alleanze strategiche con Israele e con l’Arabia Saudita. Un pragmatismo necessario, anche, a cancellare l’illogica e a volte inconcepibile capricciosità di Hillary Clinton, come anche l’intervenzionismo di George W. Bush.

È stato in questo contesto che il Secretario di Stato degli U.S.A., John Kerry, ha appoggiato la rivendicazione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Abu Mazen (originariamente Mahmud Abbas), provocando una dura reazione in Israele. In secondo luogo, la Casa Bianca ha autorizzato i generali del Pentagono a predisporre il rafforzamento dei Pasdaran (guerriglieri) del Curdistan, la rapida riorganizzazione dell’esercito iracheno e la formazione di un corpo di intervento aero-tattico per iniziare a bombardare le posizioni dell’ISIS in Iraq e in Siria.

Al di là di questo, è stato dato un beneplacito ufficioso a che il generale iraniano Qassim Suleimani si piazzasse nella regione di Tirkut, con un importante distaccamento di truppe speciali della Guardia Rivoluzionaria, per spezzare la resistenza degli uomini dell’ISIS. Anche questo fatto ha provocato dure reazioni a Ryad, soprattutto da parte del principe Mohammed bin Nayef, ministro degli Interni, secondo il quale, “in questo modo, l’Iran aumenterà la sua sfera di influenza in Medio Oriente”.

In seguito, gli U.S.A. si sono allontanati definitivamente dal caos della Libia, vietando qualsiasi intervento da parte dei paesi della NATO. Un atteggiamento che ha fatto infuriare il ministro degli Interni dell’Arabia Saudita, il principe Mohammed bin Nayef, visto che il re Salman aveva, finalmente, ufficializzato l’aiuto finanziario per la sopravvivenza del governo di Abdullah al-Thani, rifugiato a Tobruk, insieme con l’intervento dell’esercito egiziano e il sostegno delle operazioni delle milizie dell’ex-generale Khalifa Haftar nella regione di Benghazi.

In seguito e senza chiedere l’opinione dei governanti dell’Arabia Saudita, di Israele e della Turchia, la Casa Bianca ha riconosciuto che per sconfiggere definitivamente l’ISIS bisognava estendere il raggio d’azione dei caccia-bombardieri F-15 e F-16 al centro e al nord della Siria. Questo fatto ha riabilitato la collaborazione tattica con l’esercito di Bashar al-Assad, nonostante la necessità di bombardare gli accampamenti della maggioranza delle bande dei ribelli siri, che avevano disertato dall’ELS (financiato dal 2012 dalla CIA) per aderire all’ISIS.

In questo contesto, anche i combattenti sciiti dell’Hezbollah libanese (Partito di Dio), impegnati a contenere l’avanzamento dell’ISIS in direzione del Libano, come anche il generale iraniano Qassim Suleimani, sono stati momentaneamente ritirati dalla lista dei gruppi terroristi ricercati dall’ONU. Per questo, il leader della destra sionista Benjamin Netanyahu ha criticato duramente il presidente Barack Obama che, in risposta, il giorno 17 marzo, si è rifiutato di incontrarlo a Washington.

L’esplosione di rabbia del sionista Benjamin Netanyahu e del saudita Mohammed bin Nayef, di fronte ai microfoni dei giornalisti in seguito alla firma dell’accordo di Losanna, ha stimulato ancora di più lo spettacolo mediatico, dal quale Barack Obama è uscito vincente, recitando il ruolo del buon pacifista, mentre Netanyahu, il suo ministro della Difesa, Moshe Yaa/lon, e l’ex-direttore dell’IDI (Israeli Defense Intelligence), il Maggior-Generale Amos Yadin, sono rimasti discreditati per avere minacciato di bombardare i centri di ricerca nucleare iraniani. Non soddisfatto, Yadin ha rivelato che Israele aveva pianificato l’attacco all’Iran nel 2005 e, adesso, lo stesso (piano) si è guadagnato l’appoggio dell’Arabia Saudita, che ha autorizzato l’uso di uno speciale corridoio aereo per permettere agli aerei israeliani di sopravvolare il territorio saudita e attaccare l’Iran.

Ma la rabbia mediatica di Netanyahu è rientrata, quando il presidente Barack Obama ha dichiarato: “Gli Stati Uniti sempre difenderanno Israele e le sanzioni economiche contro l’Iran saranno ritirate solamente quando i responsabili dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica confermeranno che l’Iran ha implementato tutto il processo di desmilitarizzazione dei suoi centri di ricerca nucleare, secondo quanto stabilito a Losanna”. Dichiarazioni che hanno fatto rientrare il discontento del leader sionista Benjamin Netanyahu, ma hanno fatto infuriare ancora di più il potente principe Mohammed bin Nayef.

I prossimi tre mesi saranno determinanti per il destino politico del presidente Barack Obama e, soprattutto, per il futuro del Partito Democratico, che pretende di candidare Hillary Clinton alle elezioni presidenziali del 2016. Per questo, la firma dell’Accordo Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti (TTIP) con l’Unione Europea, la continuazione delle negoziazioni per la definizione dell’Accordo Transpacifico per il Commercio e gli Investimenti (TPIP) con i paesi asiatici (escludendo la Cina, il Vietnam, la Corea e e l’India), la chiusura dell’Accordo Generale sui Servizi Pubblici (TISA), la campagna per la sconfitta dell’ISIS in Iraq e in Siria, come anche la ratifica dell’ Accordo con l’Iran, saranno gli elementi politici fondamentali dell’attività politica di Barack Obama nel suo ultimo semestre alla Casa Bianca, quando, per legge, non potrà più presentare decreti o prendere iniziative senza l’approvazione del Congresso.

In relazione al Trattato con l’Iran, bisogna dire che le “eccellenze” della Casa Bianca, questa volta, hanno optato per affidarsi totalmente agli studi strategici forniti dagli analisti del Pentagono, senza, per questo, consultare i governi di Israele e dell’Arabia Saudita. In pratica, per i generali statunitensi, in questo momento, il nemico principale non è più l’Iran o la Siria, ma, sì, l’ISIS. È stato in quest’ ottica che il Pentagono ha anteposto tre condizioni per poter annientare i battaglioni di Al-Bagdabi:

1) nella retroguardia irachena e siriana, i movimenti e i partiti sciiti e curdi devono accettare il ruolo della Coalizione anti-ISIS guidata dagli U.S.A., come anche la funzione del sostegno aereo e organizzativo degli Stati Uniti all’esercito iracheno (sciita) e al curdo;

2) il governo dell’Iran parteciperà alla campagna contro l’ISIS, inviando “volontari” nella regione di Tirkut, al fianco delle unità dell’esercito regolare dell’Iraq;

3) i combattenti sciiti dell’Hezbollah libanese (alleati dell’Iran) dovranno difendere la frontiera sirio-libanese, insieme ai battaglioni del presidente siriano Bašhār al-Assad.

Oltre a ciò, gli analisti della CIA hanno presentato vari rapporti sull’opportunità di promuovere, già all’inizio del 2015, la negoziazione con l’Iran, per i seguenti motivi:

  1. a) se gli sforzi diplomatici degli U.S.A. e dell’Unione Europea non riescono a congelare i progetti nucleari iraniani, nei prossimi cinque anni l’Iran sarà in condizioni di costruire piccole bombe atomiche;
  2. b) se, durante il governo del moderato Hassan Rouhani – che è stato eletto il 4 giugno 2013 con appena il 52,7% -, le relazioni con gli U.S.A. e l’Occidente non si normalizzassero, nel 2018 i conservatori rieleggeranno alla presidenza Mahmud Ahmadinejad e, con lui, l’Iran potrà avere la bomba atomica, creando una situazione difficilissima per Israele, la Turchia e l’Arabia Saudita;
  3. c) la borghesia iraniana, che ha votato in massa per Rouhani, spera che l’accordo con l’Occidente sulla riconversione dei progetti nucleari possa finalmente liberare i fondi iraniani bloccati nelle banche europee e statunitensi, oltre a poter ritornare ad esercitare in Iran un importante ruolo politico e economico;
  4. d) il governo iraniano ha bisogno di un accordo con gli U.S.A. e l’Unione Europea per tornare a sfruttare tutte le sue riserve di gas e di petrolio, che attualmente hanno ridotto la sua produzione a quasi il 65%, a causa delle sanzioni economiche.

Il risultato delle negoziazioni di Losanna ha dato ragione a Obama, che ha conquistato la fiducia (e il voto) dell’influente elettorato degli Ebrei liberali statunitensi, riuscendo a dividere il fronte dei conservatori repubblicani, dal momento che il prossimo presidente degli U.S.A. dovrà sciogliere tra il mantenimento del trattato, o correre il rischio dell’esplosione di una guerra nucleare tra Israele e l’Iran, a partire dal 2018.

Il blábláblá elettorale, ahimè efficace, di “Bibi”

Il primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu, notoriamente soprannominato “Bibi”, dopo la quarta vittoria elettorale a capo del partito della destra sionista, il Likud, può essere considerato il principale rinnovatore delle campagne elettorali israeliane che, dal 1996, sono diventate più statunitensi nello stile coreografico, nella gestione finanziaria e, soprattutto, in termini di contenuti politici. In pratica, con “Bibi” il sionismo è diventato proiezione politica e istituzionale del popolo giudeo in Medio Oriente. Conseguentemente, la storica logica teocratica dei sionisti, “il popolo ebreo è un popolo eletto da Dio”, è stata trasformata in una specifica missione geo-politica, secondo la quale “lo Stato di Israele deve essere assolutamente forte, per imporre al mondo il fatto di essere il popolo eletto da Dio”.

Questo spiega, chiaramente, perché l’Esercito di Israele sa che può massacrare liberamente i Palestinesi a Gaza e segregarli in Cisgiordania, visto che al Ministero della Difesa, ma anche negli accoglienti condomini giudaici costruiti nelle terre espropriate illegalmente ai Palestinesi, tutti sanno che gli U.S.A. e i paesi dell’Unione Europea non permetteranno che “il popolo eletto di Israele” soffra le sanzioni o le indagini del Tribunale Penale Internazionale dell’Haja.

Per questo, dal 2002, il Mossad e l’IDI (Intelligence Militare) si riservano la possibilità di realizzare un bombardamento selettivo in Iran, per distruggere tutti i centri di ricerca del progetto nucleare (Natanz, Isfahan, Kom e Fordo) e le centrali di Bushehr e Arak. Del resto, qualcosa di simile già era successo con l’Iraq, quando governava Saddam Hussein.

“Bombardamenti selettivi preventivi” che sono tornati a essere attuali subito dopo i primi contatti del Segretario di Stato degli U.S.A., John Kerry, con il ministro degli Affari Esteri dell’Iran, Mohammed Javad Zari. Allo stesso tempo, il primo ministro sionista, Benjamin Netanyahu, autorizzava il Mossad a contattare il principe saudita Mohammed bin Nayef, per stipulare con l’Arabia un’alleanza segreta allo scopo di permettere all’aviazione sionista e ai missili Jerico I e Jerico II di sorvolare tranquillamente lo spazio aereo saudita, e così permettere agli F-15 e F-16 israeliani di realizzare le operazioni di bombardamento in Iran senza dover effettuare un prolungato rifornimento in aria.

In questo clima di allarmismo mediatico, l’Huffington Post ha riutilizzato lo scoop che il sito Ynet, del giornale israeliano Yedioth Ahronot, ha pubblicato nel 2012, rivelando i dettagli di un possibile attacco aereo all’Iran. Per questo, molti commentatori hanno parlato di “un concreto raffreddamento delle relazioni tra Israele e gli U.S.A. nel 2015”. Ed è stato in questo clima che i media mainstream hanno raccontato molte favole, arrivando persino a inventare una rottura tra Israele e gli U.S.A., a causa del Trattato con l’Iran.

Favole che sono state smentite, quando gli U.S.A. hanno garantito al governo israeliano l’ incolumità di sempre e il proseguimento dell’accordo per la fornitura annuale di 3,7 miliardi di dollari in attrezzature per l’esercito sionista. Un contesto che l’animale politico chiamato “Bibi” ha sfruttato saggiamente nella campagna elettorale, giocando la carta del preteso tradimento e abbandono da parte dell’Occidente, per poi giurare di fronte ai giornalisti che, una volta reeletto, “impedirà la farsa dell’ Iran”, oltre a promettere “la costruzione di sempre più pilastri giudaici nelle terre palestinesi”, sottolineando che “mai accetterà la proclamazione di uno Stato Palestinese”. Parole che hanno fato sbavare gli “eletti di Dio”, che sono tornati a sognare il Grande Israele, come ai tempi di Sharon e dei suoi carri armati a Beirut.

In realtà, l’obiettivo principale del blablablá arrabbiato di Benjamin Netanyahu non era Barack Obama o la Casa Bianca, ma gli elettori sionisti di Israele. Una massa amorfa che ha bisogno di rimanere molto impressionata, per motivare la sua opzione elettorale. Praticamente, è quello che “Bibi” ha fatto in queste ultime elezioni, dimostrando che gli U.S.A. e Israele sono come il gatto e la volpe nel romanzo di Pinocchio.

Il potente principe Mohammed bin Nayef

In Arabia Saudita, la politica internazionale, la lotta anti-terrorismo e le esportazioni di idrocarburi sono gli elementi chiave del lavoro del Ministro degli Interni, il potente principe Mohammed bin Nayef, da febbraio anche nominato vice-principe ereditario del re Salman. Pertanto, è lui che decide la direzione politica dell’Arabia Saudita, e non i 600 principi della corte.

Nonostante abbia ricevuto una formazione occidentale nell’università Lewis & Clark di Portland, nello stato dell’Oregon (U.S.A.), il principe Mohammed bin Nayef non si è azzardato a volere modernizzare il fondamentalismo del wahabismo, in funzione del quale la casa reale saudita pretende di continuare a essere la “guida spirituale” di tutti i sunniti del Medio Oriente.

Del resto, è sulla base di questa concezione politica e teocratica che il principe Mohammed bin Nayef sta tentando di imporre la supremazia geo-strategica dell’Arabia Saudita in Medio Oriente, intervenendo, direttamente o indirettamente, in sette paesi: 1) nella guerra civile della Siria; 2) promuovendo il colpo di Stato in Egitto; 3) esigendo la repressione della Fratellanza Mussulmana nei paesi del Magreb e della Penisola Araba; 4) intervenendo nella guerra tribale della Libia; 5) pianificando la destabilizzazione del Libano; 6) invadendo lo Yemen per impedire ai ribelli sciiti Houthi di consolidarsi al potere a Sana’a e ad Aden; 7) moltiplicando gli artifici diplomatici per minimizzare l’influenza politica dei governi sciiti dell’Iran nel Medio Oriente.

È necessario dire che la logica fondamentalista del wahabismo ha fatto sì che la monarchia saudita rifiutasse i programmi e le manifestazioni della gioventù a favore delle riforme politiche e socio-economiche nei paesi arabi e contro le quali il re Salman e, soprattutto, il principe Mohammed bin Nayef hanno deciso di ingaggiare una guerra infinita fino alle ultime conseguenze.

Il moderato Hassan Rouhani e la direzione della borghesia iraniana

Per gli omosessuali, l’Iran è uno Stato fascista e omofobico, siccome reprime gravemente la comunità gay, ma, per gli analisti politici liberali, la nazione persiana è uno Stato dove il fondamentalismo sciita si è modernizzato per convivere con una borghesia occidentalizzata, ma anche nazionalista. Questo connubio ha fatto sì che gli ayatollah continuassero a esercitare un ruolo di stretto controllo su questa borghesia, riconoscendogli, pertanto, un importante ruolo dirigente nello sviluppo economico della società iraniana.

In pratica, negli ultimi venti anni, l’equilibrio tra le aspirazioni della borghesia e il controllo politico degli ayatollah ha garantito un’effettiva stabilità politica, che ha permesso ai governanti iraniani di modellare un tipo di sviluppo nazionalista per la società iraniana. Così, essa è stata capace di resistere e adattarsi alle restrizioni economiche e finanziarie imposte dagli U.S.A. e dall’Unione Europea.

Per questo, l’accordo con gli U.S.A. presenta letture differenti:

1) la borghesia liberale crede che, dopo l’accordo, tornerà a gestire il flusso di investimenti delle transnazionali, parte interessatissima a riattivare l’import-export con l’Iran, che è una nazione con 80 milioni di consumatori;

2) la nuova borghesia, che si è formata e si è arricchita creando alternative alle sanzioni, è inquieta e ha paura di perdere le prerogative e i privilegi che i governi degli ayatollah gli hanno concesso;

3) i conservatori più intellettualizzati hanno il sospetto che l’apertura economica e il ritorno delle trasnazionali occidentali potrà indebolire i valori della Rivoluzione komeneista;

4) i settori popolari sperano che con questo accordo il governo possa finalmente riaprire le fabbriche, investire nelle riforme infra-strutturali e, conseguentemente, elevare il livello di vita dei contadini, del proletariato e di una massa enorme di lavoratori disoccupati.

Bisogna dire che quasi tutte le trasnazionali europee, soprattutto le tedesche e le francesi, anche con gli effetti delle sanzioni economiche, hanno mantenuto in Iran tutte le loro filiali. Da parte sua, le banche europee e statunitensi sperano la fine delle sanzioni per potere lucrare con la movimentazione dei 155 miliardi di dollari iraniani, attualmente congelati per effetto delle sanzioni. Al di là di ciò, il mercato crede che, con il ritorno dell’Iran alla produzione di 4 milioni di barili di petrolio al giorno, e di una quantità immensa di gas, i prezzi degli stessi raggiungeranno una stabilità definitiva, dal momento che il volume del potenziale produttivo dell’Iran sarà l’antidoto contro i capricci delle monarchie dell’Arabia Saudita, del Qatar e del Kuwait.

Il processo di riconversione dei centri di ricerca nucleari militarizzati è stato uno degli elementi centrali del programma elettorale di Hassan Rouhani, che ha vinto le elezioni per un millimetrico 2,70%. Tuttavia, è bene sottolineare, che questa proposta non è stata una strategia del marketing elettorale. Al contrario, con questo accordo, l’Iran potrà, finalmente, avere la sua industria nucleare civile, con la quale produrrà energia elettrica per muovere il suo parco industriale, alimenterà la domanda dei centri urbani, oltre a sviluppare l’elettrificazione rurale. D’altro canto, garantirà allo Stato iraniano un duplice risparmio, non dovendo più investire nel processo di arricchimento clandestino del plutonio e dell’uranio e, anche, risparmiare il petrolio e il gas che oggi sono destinati alle centrali termo-elettriche.

In questo contesto, la presenza del generale Qassim Suleimani e delle truppe speciali della Guardia Rivoluzionaria nella regione di Tirkut sono state una “giocata da maestro” del presidente Hassan Rouhani, perché sarà con questo tipo di soldati, professionalizzati e motivati dal punto di vista religioso, che la coalizione anti-ISIS guidata dall’Iraq e dagli U.S.A. potrà finirla una buona volta con gli battaglioni jihadiisti di Al-Bagdahad. Infatti, non è stato casuale che nelle ultime settimane, dopo l’arrivo dei “volontari” iraniani, i combattenti jihadisti dell’ISIS sono stati espulsi dalla città di Tirkut, dopo violenti combattimenti dove… non ci sono stati prigionieri!

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, editorialista del Correio da Cidadania e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Grecia: NATO, troika, mercato e Syriza

di Achille Lollo, per il Correio da Cidadania, 23gen2015

A metà dicembre, l’influente giornale tedesco Handelsblatt ha pubblicato un’editoriale sottoscrivendo le dichiarazioni del carismatico leader di Syriza (Partito della Sinistra Radicale), Alexis Tsipras, che hanno deluso molti settori della società greca. Infatti molti di questi credevano che votando per il nuovo partito, la Grecia avrebbe riconquistato la sovranità, oltre a poter ricostruire l’economia che la Troika (Unione Europea, FMI e BCE) ha praticamente distrutto.

In quell’editoriale, Alexis Tsipras diceva in modo molto chiaro che si era conclusa la fase delle proteste e delle parole d’ordine contro l’Unione Europea. Adesso, con la trasformazione del movimento in partito la priorità è dotare Syriza del necessario pragmatismo politico per gestire il futuro governo di coalizione, che Alexis Tsipras dovrà costituire dopo le elezioni del 25 gennaio.

Per tranquillizzare il mercato e, soprattutto, i tecnocrati dell’Unione Europea, Alexis Tsipras dichiarava al Handelsblatt: “… Il governo diretto da Syriza rispetterà tutti gli obblighi che la Grecia ha preso in quanto stato membro effettivo dell’Euro zona, cercando di raggiungere l’equilibrio del bilancio e di attingere gli obbiettivi fissati nell’ambito dell’Unione Europea...”. Poi, il 20 gennaio, alla chiusura della campagna elettorale per guadagnare i voti dei moderati e degli indecisi e raggiungere la quota della maggioranza con il 35%, Alexis Tsipras ha concesso un’intervista al “Financial Times” promettendo che il governo di Syriza: “… manterrà tutti gli impegni che la Grecia ha preso nel periodo precedente con l’Unione Europea in termini di bilancio per azzerare il deficit. Però, nello stesso tempo, vogliamo introdurre nella Grecia un nuovo contratto sociale per chiudere il ciclo dell’austerità e, di conseguenza, attingere la stabilità politica e la sicurezza economica...”.

Questa dichiarazione ha soddisfatto i “brokers” del mercato, come pure il poliglotta presidente della BCE, Mario Draghi, che, in modo rallegrato, commentava: “…Enfin, Alexis c’est pás un enfant terrible…” (alla fine, questo Alexis non è poi così cattivo!). Di conseguenza, la Borsa valori di Atene usciva dal rosso, dopo la ricaduta di fine novembre, quando la rivista tedesca “Der Spigel,” – facendo sua la posizione dei falchi del Parlamento Europeo – pubblicava un reportage sulla possibile uscita della Grecia dall’Euro zona. Per questo, “Der Spigel”, speculando sulla vecchia militanza comunista di Alexis Tsipras e quella maoista e trotzkista di altri dirigenti, pronosticava non solo l’uscita della Grecia dall’Unione Europea, ma anche il ritorno all’inflazionata moneta greca, la dracma.

Il provocatorio reportage di “Der Spigel” non ha ottenuto alcun effetto ed è stato smentito dalla stessa Angela Merkel, dato che gli emissari della BCE e, soprattutto, della Commissione Europea stavano negoziando “in off” con Alexis Tsipras il futuro programmatico della Grecia, visto che il governo di destra di Antonis Samaras aveva i giorni contati. Non è casuale che, in seguito, il presidente della BCE, Mario Draghi, è stato citato da tutti i telegiornali europei dichiarando che: “…Ci sarà una flessibilizzazione del bilancio per alzare la liquidità in ogni paese dell’Unione Europea. Ciò permetterà all’economia di respirare con nuove finanziamenti….”. Da parte sua, Alexis Tsipras si allineava alle posizioni di Mario Draghi, spiegando che la Grecia non trasgredirà le regole fissate dalla Commissione Europea, visto che “… il governo guidato da Syriza rinegozierà il debito e allungherà i tempi per pagarlo, in modo da permettere all’economia di uscire dall’austerità e sviluppare una nuova fase di crescita...”.

La crisi economica e l’evoluzione di Syriza

Nel 2008, la crisi economica globale attaccò profondamente l’economia greca, che non era minimamente preparata a reagire come fecero gli altri paesi dell’Unione Europea. Al contrario, la crisi si ampliò diventando sistemica e le nefaste conseguenze di questo processo si moltiplicarono, vale a dire: la speculazione, la recessione, la corruzione e l’evasione fiscale si sommarono alla perdita della sovranità, allo sviluppo dell’economia illegale (lavoro in nero, contrabbando e narcotraffico) e, soprattutto, alla disoccupazione, che nel 2009 arrivò al 9,65% della popolazione attiva.

Gli effetti della crisi furono così profondi che con l’introduzione delle rigide misure di austerità imposte dalla “Troika” tutto il sistema economico greco è rimasto paralizzato. Per questo, il 26,4% della popolazione attiva greca, oggi, è disoccupata. A questi si devono aggiungere il 6% di lavoratori greci disoccupati che hanno rinunciato a cercare lavoro e che lavorano senza contratto. Più della metà di questo “esercito di riserva” non riceve il sussidio-disoccupazione sopravvivendo con gli aiuti offerti dalle chiese (cibo) e dai gruppi solidali di “mutuo soccorso”, che sono sorti soprattutto ad Atene, Salonicco, Patrasso, Peristeri e Larissa.

Attualmente la popolazione della Grecia è di quasi 11 milioni, dei quali 4 vivono in regime di povertà relativa. Però, altri 2 milioni sopravvivono nella povertà assoluta e un milione e mezzo ha già raggiunto il livello zero, cioè, vivono in condizioni al disotto della povertà assoluta. Per questo, l’evoluzione politica e economica della Grecia è diventata un incubo per i tecnocrati di Bruxelles, visto che il Partito Comunista Greco (KKE) e la poderosa confederazione sindacale PAME (Fronte Militante di Tutti i Lavoratori), alimenta la rivolta popolare per promuovere la rottura politica con l’Unione Europea e con la NATO.

Per assurdo che sembri, tutte le volte che il PAME chiamò le forze di sinistra a manifestare insieme negli scioperi generali, c’e stato sempre un netto dissenso tra il KKE e la nuova sinistra (Synaspismos, Akoa, DEA e KEDA). Un dissenso che, dal 2004, con la formazione di Syriza (Coalizione della Sinistra Radicale) ha manifestato apertamente segnali di ostilità politica, contribuendo ad ampliare la pregiudiziale ideologica anticomunista nella società greca.

Una situazione che la stampa ellenica e quella europea hanno esplorato “ad hoc”, rafforzando il mito della Coalizione di Sinistra (Syriza), presentata dai media come la formazione politica più radicale della sinistra greca, con dei dirigenti che avevano rotto con il marxismo-leninismo del KKE e che si erano uniti a gruppi maoisti, trotzkisti, ecologisti e socialdemocratici per criticare la politica finanziaria dell’Unione Europea senza arrivare alla rottura politica.

Per questo, nel 2006, Alexis Tsipras, candidato della lista civica “Anohiti Poli” (Città Aperta) nelle elezioni comunali di Atene, presentò un programma di misure assistenziali per combattere la povertà, diventando così il nuovo leader della Coalizione della Sinistra Radicale (Syriza).

Sinistra o Socialdemocrazia?

La complessa evoluzione della crisi economica che attaccò l’Unione Europea negli ultimi due anni e la sottomissione della Grecia alla Germania, furono gli elementi politici del cosiddetto “pragmatismo levantino”, con il quale Alexis Tsipras guidò la trasformazione di Syriza in un nuovo partito socialdemocratico. Motivo per il quale, nelle elezioni anticipate del 25 gennaio, Syriza dovrà prosciugare ancora di più l’antico partito socialista riformista (PASOK), oltre a conquistare il voto dei moderati, rimasti scontenti con il partito di destra di Samaras, assieme agli indecisi della classe media che vogliono ricomporre i loro privilegi economici.

Per questo, Alexis Tsipras, nell’ultimo comizio elettorale in piazza Omionia, ad Atene, ha dichiarato: ” La paura è finita, la Grecia e l’Europa cambieranno… Domenica scriveremo una nuova storia senza voltare la pagina. Ci sarà un nuovo contesto in cui Syriza assumerà la responsabilità storica di aprire la strada a una politica alternativa in Europa… La Grecia lascerà l’esperienza neoliberista per seguire un modello di protezione sociale e di crescita, realizzando la rinegoziazione del debito senza azioni unilaterali… Il nostro partito troverà il modo per porre fine alla catastrofe dell’austerità“.

Analizzando le parole di Tsiras, risulta evidente che Syriza – pur raggiungendo la maggioranza assoluta in Parlamento con il 35% -, farà un governo di coalizione con il nuovo partito di centro­sinistra “To Potami” (Il Fiume), creato dal giornalista Stavros Theodorakis. É opportuno ricordare che Stavros fu nominato da Samiris presidente del Banco della Grecia e che, secondo alcune fonti, va molto d’accordo con il presidente della BCE, Mario Draghi.

Dall’altra parte, il nuovo governo guidato da Alexis Tsipras, per diluire nel tempo la promessa di realizzare, di immediato, riforme strutturali radicali, dovrà ricorrere ai programmi emergenziali per poter controllare e ammortizzare la pressione della base elettorale. Infatti, la maggior parte degli elettori di Syriza esigono decisioni radicali per bloccare i programmi di austerità dell’Unione Europea e l’agenda finanziaria imposta dalla “Troika”.

Però, se consideriamo che, nel dicembre del 2012, il Comitato Centrale di Syriza ha approvato una mozione che riafferma il mantenimento della Grecia nell’Unione Europea e, quindi la partecipazione nella struttura strategica della NATO, è praticamente impensabile che il nuovo governo andrà in direzione di una rottura politica con Bruxelles.

Inoltre l’ipotesi che il governo di Syriza cancellerà le norme dell’agenda dell’austerità imposta dalla Commissione Europea, è fuori discussione perché la Banca della Grecia ha tempo fino al 25 febbraio per pagare una parte del suo debito, e per farlo deve utilizzare l’ultima quota di 1,8 miliardi di euro del pacchetto finanziario fissato dalla “Troika” nel 2013. Quindi, se il nuovo governo ordina alla Banca della Grecia di non pagare, le agenzie di rating e gli istituti finanziari decreteranno il “default”, ufficializzando il fallimento della Grecia. Per questo motivo, il ministro tedesco delle finanze, Wolfgang Schaeuble, il 18 gennaio, e cioè nel giorno in cui tutti i sondaggi elettorali, greci e europei, assicuravano la vittoria di Syriza, dichiarò con la massima tranquillità: “…Le nuove elezioni non cambieranno assolutamente nulla nel debito pubblico della Grecia. Qualsiasi governo eletto dovrà rispettare e assumere gli impegni dei suoi predecessori...”.

Infatti, Alexis Tsipras ha assicurato che il nuovo governo realizzerà di immediato numerosi programmi emergenziali per togliere dall’indigenza e dalla povertà estrema uno o due milioni di greci per rivitalizzare con il consumo l’economia della Grecia. Una soluzione che, da lontano, fa ricordare l’assistenzialismo della “Borsa Famiglia” del presidente brasiliano Lula. Programmi, assolutamente necessari, che però non modificano lo “status quo” dei titoli del debito, dei quali l’80% rimangono nelle mani della “Troika”, in quanto appena il 10% fu finanziato dalle banche greche.

Inoltre, Syriza non ha mai messo in discussione la metodologia del pacchetto di aiuto finanziario della “Troika” (254,4 miliardi di euro), di cui 81,3 miliardi servirono per pagare i debiti contratti con le banche tedesche, francesi e inglesi; 48,2 miliardi per ricapitalizzare le banche greche e le filiali delle banche straniere operanti nel territorio greco; 40,6 miliardi per pagare gli interessi agli istituti finanziari; 34,6 miliardi per rimborsare i debiti privati. Praticamente 81% dell’aiuto economico (204,7 miliardi di euro) fu destinato al settore finanziario e soltanto il 4% (11,7 miliardi) servì per coprire le “necessità di cassa” del governo diretto da Antonis Samaras che, poi la corruzione e le frodi hanno notevolmente ridotto.

In realtà per uscire dall’esperienza neoliberista ed imporre un modello di protezione sociale, ridefinire la crescita economica e allo stesso tempo realizzare la rinegoziazione del debito, il governo di Syriza dovrebbe approvare subito una triplice riforma: fiscale, tributaria e patrimoniale. Una riforma necessaria per far pagare il costo del debito a tutti coloro che si sono arricchiti con la crisi, vale a dire: le banche, le multinazionali e gli speculatori e gran parte della classe media. Oltre a ciò, Alexis Tsipras dovrebbe proporre una legge straordinaria per riformulare il bilancio delle Forze Armate, che in questi anni di crisi è sempre stato altissimo.

Purtroppo Syriza non è più la Coalizione della Sinistra Radicale del 2004. Oggi, Syriza è diventato un partito socialdemocratico che vuole rimanere al potere. Per questo, dovrà garantire il controllo sociale con l’implementazione di efficaci misure emergenziali capaci di ammortizzare il peso delle misure di austerità. Dall’altro lato, dovrà assumere la responsabilità di rafforzare il profitto dei finanziamenti effettuati dalla BCE, legittimare le nuove norme di competitività che saranno introdotte nell’economia (privatizzazione e flessibilità), imporre la sistematizzazione dei servizi pubblici e, “dulcis in fondo”, regolamentare sulle spalle dei greci ed in modo definitivo il pagamento dei 254,4 miliardi di euro che la “Troika” prestò nel 2013.

Achille Lollo è giornalista italiano, corrispondente del Brasil de Fato in Italia, editore del programma di TV “Quadrante Informativo” e colonnista del “Correio da Cidadania”

Il PD di Renzi disprezza i sindacati e promuove soluzioni neo-liberiste

landinidi Achille Lollo*

da Roma, per il Correio da Cidadania.- Dopo la paura che il referendum separatista scozzese ha provocato nel governo conservatore della Gran Bretagna, la relativa “pace sociale” è stata interrotta dagli scioperi dei funzionari pubblici – soprattutto il personale dell’educazione e della salute –, che, in maniera unitaria, ha manifestato nella capitale Londra e in tutto il paese, per esigere la fine delle misure di austerità. Misure che, dal 2008, hanno congelato i loro salari, oltre a imporre individualmente una riduzione di circa 2.500 euro per anni (circa 7.500 reais). In pratica, nonostante il buon andamento dell’economia, il livello di vita delle famiglie britanniche, dove solamente il padre o la madre sono impiegati, si è abbassato considerevolmente negli ultimi sei anni. Un fattore che spiega il crescente abbandono, da parte dei giovani, delle scuole secondarie, per cercare un lavoro e la disoccupazione, che colpisce sempre più le fasce sociali giovanili.

Le manifestazioni che hanno paralizzato tutte le grandi città della Gran Bretagna, da Belfast fino a Glasgow, passando per Manchester e Londra, in realtà hanno scosso il governo conservatore di Nick Cameron, tuttavia non al punto di determinare cambiamenti concreti nell’agenda istituzionale dei ministri di Down Street.

Gli impegni assunti con la Triade (FMI, Banco Mondiale e BCE) e a livello di Unione Europea con Angela Merkel, come anche la dipendenza dalla costante valorizzazione del dollaro statunitense, devono mantenere la Gran Bretagna, la Francia e gli altri paesi dell’Unione Europea fedeli alle regole dettate dal mercato.

Un contesto, dove la crisi economica e sociale – escludendo, ovviamente, la Germania, che, oltre a essere padrona dei debiti sovrani degli altri stati, è anche chi definisce la politica economica dell’Unione Europea -, in realtà, ha raggiunto livelli allarmanti, tanto che, nei 28 paesi dell’Unione Europea, si contano 126 milioni di poveri e 43 milioni di indigenti (dati elaborati nel corso della campagna “Miseria Ladra”). Anche così, i governi europei rimangono impassibili e perfino disinteressati ad ascoltare le rivendicazioni degli strati popolari colpiti dalle misure recessive del cosiddetto Fiscal  Compact.

Anche nella prospera Germania ci sono stati molti scioperi, che non hanno modificato in nulla la politica del governo. Praticamente, le regioni di Lipsia, Halle, Hamburgo, Hannover, Berlino, Monaco e Frankfurt sono rimaste paralizzate durante una settimana, a partire dal giorno 20, a causa dello sciopero dei conduttori di treni, il cui leader, Claus Weselsky, oltre a rivendicare l’aumento salariale del 4,5%, aspirava a riaprire il dibattito sulle negoziazioni che i governi di Angela Merkel e la potente HDE (la Fiesp tedesca) hanno realizzato nel passato, ingabbiando i sindacati e tutti i movimenti di lotta.

Il sindacato dei conduttori di treni (GdL) è riuscito a ottenere un aumento salariale dello 0,25%, come risultato dell’intermediazione della direzione del partito social-democratico (SPD), che adesso in Germania è considerato il “pompiere sociale” della coalizione capeggiata da Angela Merkel. Praticamente, prima che il sindacato GdL iniziasse le negoziazioni con la dirigenza dello HDE, i pezzi grossi della SPD contattavano le TV e i principali giornali, per vantarsi di essere riusciti a ristabilire la “pace sociale”. In questo clima di perfetta manipolazione dell’opinione pubblica tedesca, non poteva mancare la potente confederazione sindacale DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund), che, dopo aver irretito il leader della GdL, Claus Weselsky, con promesse formali (che, in realtà, non saranno mai realizzate), tornava ad appoggiare la politica economica del governo.

 

Contro il lavoro con il Job Act

Se in Germania e in Gran Bretagna l’argomento centrale delle lotte dei lavoratori è il recupero delle perdite salariali sofferte, in Italia ciò che è in gioco è la stessa occupazione, dal momento che la disoccupazione, attualmente, interessa il 12,3%  della forza di lavoro attiva. In pratica, secondo l’ ISTAT (Sistema Statistico Nazionale), dal 2008 al 2014 la disoccupazione degli Under-35 (i giovani tra i 25 e i 34 anni) è passata da 5.129.000 a 7.236.000. Il che, praticamente, significa che, negli ultimi sei anni, la disoccupazione degli Under-35 italiani è aumentata dal 39,2% al 51,2%, con più di 2.107.000 giovani che sono rimasti in strada e senza nessuna prospettiva di lavoro.

Per questo, nelle principali città industriali d’Italia, gli operai, i lavoratori precari, i disoccupati e gli studenti (che saranno i disoccupati del prossimo futuro) hanno cominciato ad esigere dalle addormentate confederazioni sindacali (CGIL, UIL e CISL) una risposta ferma. Come sempre, la CISL ha preso le distanze dai lavoratori, assumendo una posizione opportunisticamente associata al progetto neo-liberista del governo di Matteo Renzi, che, il giorno 15 ottobre, ha lanciato la nuova Legge del Lavoro Job Act.

La direzione della UIL, in conseguenza della sua tradizione progressista, per la paura di rimanere seriamente contestata dalla base, ha deciso di appoggiare la protesta della CGIL del giorno 25 ottobre contro le misure recessive del governo, mantenendo, tuttavia, una porta aperta per “rinegoziare con il governo un eventuale miglioramento del Job Act”.

Da parte sua, la dirigenza della CGIL e la propria segretaria generale della Confederazione, Susanna Camusso, hanno deciso di giocarsi tutto il proprio peso politico nella manifestazione del giorno 25 ottobre, a Roma, nella speranza di convincere il primo ministro, Matteo Renzi, e, soprattutto, la maggioranza dei deputati del PD, che appoggiano il governo, a ritirare il decreto-legge sull’abolizione dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Un decreto-legge che – nel permettere alle imprese italiane di licenziare con la massima libertà – finalmente accontenta i commissari della Commissione dell’Unione Europea e della Confindustria (la FIESP italiana), che dal 1996 pretendevano dai governi italiani la modifica della legislazione del lavoro.

Giova ricordare che Silvio Berlusconi, durante i 15 anni nei quali ha guidato governi di destra e di centro-destra, ha sempre inteso imporre l’abolizione dell’Art. 18, ma non ci è mai riuscito. L’ultima volta che ci ha provato, il 23 marzo 2002, la CGIL ha risposto con uno sciopero generale nazionale, occupando il centro della città di Roma con circa tre milioni di lavoratori. Una manifestazione che ha obbligato Berlusconi non solo a ritirare la proposta di legge, ma a rassegnare le proprie dimissioni.

In pratica, quando Berlusconi adesso tenta di spiegare per quale motivo appoggia e sostiene il governo di Matteo Renzi, non esita a dire “… il nostro appoggio al governo Renzi è perché lui possa fare quelle riforme che i sindacati e la sinistra comunista non ci hanno mai permesso di fare. Inoltre, questa è una forma per evitare che la CGIL realizzi lo stesso colpo di Stato che i comunisti hanno realizzato nel 2002 contro il nostro governo!

La verità è che, dietro l’apparente gioco di parole del primo ministro Matteo Renzi, della vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani, e del ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, c’è un formidabile e ben concentrato attacco politico e mediatico contro il mondo del lavoro e contro tutti quelli che difendono i lavoratori.

La Leopolda e il nuovo PD

Il confronto tra governo e mondo del lavoro è cominciato il giorno 24 ottobre, quando l’USB (Confederazione dei funzionari pubblici), a causa della storica relazione litigiosa che mantiene con la CGIL, ha proclamato una manifestazione nel centro di Roma che è stata un successo, oltre a realizzare uno sciopero di 4 ore dei trasporti pubblici (treni regionali, metro e bus di Roma). Da parte sua, i movimenti sociali sceglievano di realizzare a Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli manifestazioni nei quartieri di periferia per protestare contro la politica  economica del governo.

Poi, il giorno 25, la potente Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori (CGIL) ha realizzato una manifestazione nazionale a Roma, dove la leader Susanna Camusso, di fronte a più di un milione di lavoratori, dava l’avviso al governo, promettendo uno sciopero nazionale generale nel caso in cui lo stesso continuasse a mantenere il pacchetto di leggi che praticamente smonta lo storico Statuto dei Lavoratori.

A questa manifestazione, hanno partecipato tutti i parlamentari del PD “contrari a Renzi” che, per la prima volta, hanno osato affrontare direttamente la nuova maggioranza del PD costruita da Matteo Renzi e logicamente omaggiata dai media e da vari settori dell’imprenditoria.

Per legittimare l’esistenza di due PD e, forse, per promuovere una scissione partitica, Matteo Renzi ha chiesto l’appoggio degli imprenditori, che hanno “offerto” due milioni di euro per realizzare, a Firenze, un incontro “interclassista” nel tradizionale locale denominato “Leopolda”, negli stessi giorni (24, 25 e 26) in cui la USB, la CGIL e i movimenti manifestavano contro l’austerità e la politica recessiva del governo.

È inutile dire che i media hanno acclamato e lodato l’incontro della Leopolda, che è stato realizzato con la presuntuosa etichetta di volere  “…dibattere le ragioni della crisi e individuare le possibili soluzioni affinché l’industria torni a crescere...”. Non bisogna essere uno scienziato politico per capire che la turma di Matteo Renzi ha organizzato l’incontro “Leopolda 2014”, in primo luogo, per squalificare la minoranza di sinistra del PD e, in secondo, per ridurre al silenzio tutti i difensori del mondo del lavoro, fossero parlamentari, giuristi, sindacalisti, intellettuali, giornalisti. Un’operazione politica molto rischiosa, dal momento che il 65% dei voti del PD sono di provenienza della classe lavoratrice.

In pratica, alla Leopolda il “guru” di turno non è stato un intellettuale di sinistra, bensì il banchiere Daniele Serra che, insieme ai rappresentanti dei piccoli e medi imprenditori, ha rappresentato il “nuovo amore” tra Matteo Renzi e il mercato, tanto che la Confindustria (la FIESP italiana), dopo la presentazione del pacchetto della legge “anti-lavoro” (Job Act), ha salutato il PD di Renzi come il nuovo Partito Nazionale. E come se si trattasse di una trama romanzesca, il primo ministro nonché segretario generale del PD, Matteo Renzi, nel suo ultimo intervento alla Leopolda, ha dichiarato: “…Praticamente, il futuro del PD va sempre più nella direzione di diventare il Partito della Nazione...”.

Un futuro difficile, dal momento che la manipolazione della storia del PD e delle sue radici politiche in mezzo alla classe operaia e ai lavoratori in generale sta per essere destrutturata da parte di questo nuovo PD di Matteo Renzi, che fa di tutto per seppellire una tradizione politica che rappresenta la storia della sinistra italiana. Infatti, dopo la manifestazione della CGIL, che ha portato a Roma un milione di lavoratori, la posizione di Renzi e del suo PD-Partito della Nazione è diventata ancora più dura con i sindacati, al punto di dichiarare pubblicamente “…Una manifestazione di piazza della CGIL non può, in nessuna maniera, modificare quello che noi, che siamo il governo, abbiamo deciso e che il Parlamento ha approvato. Pertanto, noi andiamo avanti...”.

A questo punto, Susanna Camusso, segretaria generale della CGIL, di fronte all’arroganza di Renzi e della maggioranza dei suoi ministri (che dovrebbero essere compagni dello stesso partito!), nell’intervista rilasciata al giornale La Repubblica – che è il principale supporto del governo – ha dichiarato: “…Renzi sta in Parlamento perché sono stati i poteri occulti che lo hanno deciso e chi ha confermato ciò è stato lo stesso Marchionne, l’amministratore generale della FIAT che non ha mai smentito di aver detto che Renzi stava al governo perché loro lo hanno messo là, per sbloccare le leggi del lavoro...”.

La risposta del governo è venuta subito, il giorno 29, ma con i manganelli della polizia, che nella stazione dei treni di Roma ha massacrato i metallurgici dell’AST di Terni, che pretendevano di protestare di fronte al Parlamento per denunciare la chiusura di un’altra fabbrica metallurgica da parte della multinazionale tedesca, la ThyssenKrupp. L’ordine del Ministro degli Interni, Angelino Alfano, è stato talmente energico, che nemmeno il segretario generale della Federazione dei Metalmeccanici (FIOM), Maurizio Landini, è sfuggito ai colpi polizieschi.  In risposta, la FIOM ha annunciato uno sciopero generale del settore metallurgico per il giorno 11, convocando allo sciopero i movimenti sociali, le altre federazioni e in particolare la stessa CGIL.

Un nuovo autunno caldo?

Quando, il giorno 29, le unità della polizia anti-sommossa hanno attaccato gli operai che stavano uscendo dalla stazione dei treni di Roma con le bandiere rosse della FIOM, molti si sono ricordati dell’“autunno caldo” del 1969, circostanza nella quale i governi della Democrazia Cristiana hanno tentato di ridurre al silenzio con la violenza della polizia la voce degli operai e degli studenti.

Purtroppo, la verosimiglianza si limita, appena, alla dinamica aggressiva e selvaggia dei manganelli polizieschi del momento che, in termini politici, tutto è cambiato: la classe operaia ormai non è più la stessa, la crisi economica dipende da fattori mondiali, il capitalismo nazionale è stato soppiantato dalle transnazionali, la classe politica è mera espressione di potenti lobbies, mentre la sovranità dello Stato è ogni volta più dipendente dagli interessi del mercato.

Oggi, nell’Unione Europea e, in particolare, in Italia, stiamo assistendo all’ultimo combattimento tra le due principali dottrine economiche che hanno simbolizzato il successo del capitalismo nel mondo intero: il keynesismo e il neo-liberismo. Quest’ultimo, in realtà, ha cominciato a guadagnare terreno quando, dall’intransigenza di Ronald Reagan e di Margareth Thatcher, si è passati alle sofisticate tematiche del social-neo-liberismo con la Terza Via di Tony Blair, alla quale si deve collegare la famosa “Lettera ai Brasiliani” di Inácio Lula da Silva (che ha aperto le porte del Planalto al PT lulista) e la “Grande Coalizione” della potente social-democrazia tedesca (SPD). Manovre politiche che hanno permesso, soprattutto nei paesi dell’Unione Europea, la realizzazione di una autentica contro-rivoluzione neo-liberista che, prima di tutto, ha rovesciato la sovranità degli Stati, per permettere che, in ogni nazione, fossero privilegiate, in termini istituzionali, le leggi del mercato.

L’Italia è stato il paese dell’Unione Europea che, più degli altri, ha resistito al forcing del social-neo-liberismo. Tuttavia, nel luglio del 2012, il governo, guidato da Mario Monti, grazie all’appoggio del PD, è riuscito nell’approvazione della nuova legge costituzionale, che obbliga il governo a realizzare la parità del bilancio, secondo quanto deciso dalla Triade (FMI, Banco Mondiale e BCE). Una legge che annulla l’articolo 81 della Costituzione italiana, sulla base della quale lo Stato giocava un ruolo determinante nello sviluppo del paese e che, a partire da adesso, è definito sulla base di regole e interessi del mercato.

È per questo che Matteo Renzi, in poco meno di sei mesi, è diventato segretario generale del PD, per poi fare cadere il primo ministro, Letta (un keynesiano del PD), ed esigere dal presidente Napolitano la carica di primo ministro. Fatto ciò, ha cominciato a promuovere: 1) la totale dipendenza strategica dagli USA; 2) l’attacco al mondo del lavoro, invalidando l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; 3) l’appropriazione del PD per trasformarlo in un partito simile al partito Democratico di Bill Clinton; 4) la squalificazione delle tradizioni politiche e ideologiche della sinistra e della classe operaia, considerate qualcosa di “antico”; 5) l’affermazione di un modello economico orientato e monitorato dalle lobbies delle transnazionali e dei gruppi finanziari.

Una vera contro-rivoluzione che ha spaventato perfino il Premio Nobel dell’economia 2008, Paul Krugman, e il filosofo moderato Jürgen Habermas. Infatti, per Krugman: “…La decisione di realizzare prima l’unione monetaria dei paesi europei, in luogo di rendere effettiva l’unione politica, economica e sociale, è stata una conseguenza della mentalità mercantilista del settore finanziario”. Da parte sua, il filosofo Habermas è andato più a fondo, allertando: “…le lobbies industriali e soprattutto le finanziarie aspirano a squalificare il potere decisionale dei popoli, per imporre democrazie di facciata nel continente europeo…”.

Il grande problema è che l’affermazione di questo nuovo modello economico determinerà il conseguente consolidamento di un tipo di società perfettamente strutturata per servire gli interessi dei mercati e senza strumenti di difesa. In conseguenza di tutto ciò, lo sciopero generale proclamato dalla FIOM per il giorno 11 novembre, in termini politici, è di estrema importanza, potendo determinare la nascita di una nuova sinistra o il definitivo successo della contro-rivoluzione neo-liberista in Italia.

 

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del Correio da Cidadania.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Asse energetico rinforza le opzioni geo-strategiche della Russia e della Cina

Índice

di Achille Lollo, da Roma per il Correio da Cidadania 

Venerdì, 29 Agosto 2014

Nei primi mesi del 2013, le autorità russe si sono rese conto che, anche per l’uscita di Hillary Clinton dalla Segretaria di Stato, la posizione politica degli Stati Uniti in relazione alla Russia era diventata sempre più aggressiva, arrivando ad interporre alcuni paesi della NATO per attizzare ancora di più il contenzioso tra i due paesi e, conseguentemente, obbligare la stessa Unione Europea ad assumere posizioni dure e a volte provocatorie.

D’altro canto, gli analisti del Cremlino si sono resi conto che, dopo la concessione di asilo politico, nel luglio del 2013, all’ex-agente della CIA/NSA, Edward Snowden, tutti i media statunitensi e gran parte di quella europea avevano iniziato una campagna per squalificare il profilo politico del presidente russo Vladimir Putin e, conseguentemente, trasmettere all’opinione pubblica mondiale vari reportages, nei quali la Russia di oggi non sarebbe altro che una nuova URSS, ritoccata ad arte con apparenze democratiche.

L’invasione della Libia e la campagna di destabilizzazione del governo della Siria hanno confermato la tesi degli analisti del Cremlino, secondo la quale gli Stati Uniti stavano mettendo in piedi vari focolai di tensione nel Mar Mediterraneo e, soprattutto, negli stati che hanno frontiere in comune con la Russia. La manipolazione della crisi ucraina da parte della Casa Bianca è risultata evidente quando Barack Obama ha inviato in Ucraina la super-conservatrice Victoria Nuland, con l’incarico di vice-segretaria di Stato con la delega alle relazioni estere degli USA con l’Europa e l’Eurasia. Nell’arrivare nella capitale ucraina, Kiev, questa subito dichiarava: “gli Stati Uniti hanno investito cinque miliardi di dollari per sviluppare capacità e istituzioni democratiche in Ucraina”.

In pratica, l’attività sovversiva di Victoria Nuland a Kiev è stata la prova decisiva che mancava agli analisti russi per allertare il governo e il presidente Putin sulla pericolosa azione degli USA in Ucraina. Per capire meglio il ruolo che gli uomini della Casa Bianca, e ovviamente della CIA, hanno svolto al lato dei ribelli dell’Euro-Maidan giova ricordare il curriculum di chi ha articolato la strategia della ribellione, cioè Victoria Nuland. La stessa “diplomatica”, militante della corrente di destra conservatrice (neocon) che, dal 1993 al 1996, ha lavorato per la CIA nel Soviet Desk; poi, dal 2000 al 2003, è stata rappresentante degli USA presso la NATO e dulcis in fundo, dal 2004 al 2005, è stata consigliera del vice-presidente Dick Cheney per la Sicurezza Nazionale!

Non vi sono dubbi che quei cinque miliardi di dollari siano stati molto ben spesi dalla CIA e dal Dipartimento di Stato, per destabilizzare il governo russofilo di Viktor Yanukovich, che era stato rieletto nel 2010 con il 48% delle preferenze. È evidente che, di fronte agli avvenimenti dell’Ucraina, il presidente russo Vladimir Putin ha accelerato tutte le negoziazioni in corso per rafforzare i rapporti della Russia con i paesi dell’Asia, in particolare con la Cina.

È stato in quest’ambito che le lente negoziazioni commerciali realizzate in passato dalle imprese pubbliche russe Gazprom, Rosneft e dall’omologa cinese CNPC (China National Petroleum Corporation), sono subito diventate accordi economici governativi, dal momento che anche la Cina ambiva a rinforzare le relazioni con la Russia, a causa della bicefala condotta politica della Casa Bianca nell’area asiatica. A questo proposito, è utile ricordare che Barack Obama, dalla sua prima elezione, si è sempre rifiutato di avallare le rivendicazioni territoriali e di sovranità marittima nel Mare della Cina, presentate in vari forum internazionali dal governo cinese.

 

L’asse energético

Nel mese di giugno, il presidente Barack Obama ha avuto il dispiacere di sancire la sepoltura del progetto geo-strategico degli USA Pivot To Asia, che stava in piedi dai tempi di Nixon. Un progetto che, oltre a definire i nuovi parametri per le relazioni finanziarie e commerciali con la Cina, fissava un insieme di equazioni politiche che, in pratica, restringevano il potenziale geo-strategico del governo cinese in Asia. In particolare, gli USA congelavano tutte le rivendicazioni di ordine territoriale e geo-strategico che la Cina avanzava verso il Giappone e la Corea del Sud.

Una situazione che il Dipartimento di Stato non si aspettava di trovare e che ha scoperto quando il presidente statunitense, nel mese di maggio, ha guidato un’importante missione politica e economica in Giappone. A Tokyo, Obama si è reso perfettamente conto che gli alleati asiatici degli USA erano poco interessati a inasprire le relazioni politiche con la Cina, dal momento che gli Stati Uniti, oltre a presentare una bilancia sfavorevole nell’import-export con la Cina e a dipendere dalla “buona volontà” delle banche cinesi per la valorizzazione dei bonds del suo debito estero, dal punto di vista militare non impressionavano più la Cina, la cui industria militare aveva quasi raggiunto lo stesso livello tecnologico e qualitativo.

Così, nello stesso momento in cui Obama, John Kerry e le eccellenze della Casa Bianca prendevano un bagno di acqua gelata a Seul e poi a Tokyo, a Mosca la Russia e la Cina stipulavano contratti energetici (fornitura di gas e di petrolio) con la firma dei direttori delle imprese pubbliche russe Gazprom, Rosneft e della CNPC. Da parte sua, i presidenti Vladimir Putin e Xi Jinping hanno rafforzato in termini politici questi contratti, stabilendo che la fornitura di idro-carburi dovesse avere luogo ininterrottamente fino al 2043, cioè durante i prossimi trenta anni.

Questi due “mega-contratti”, che daranno al Banco Centrale della Russia profitti per 561 miliardi di dollari, sono di estrema importanza, visto che permettono alla Russia di avere la sicurezza effettiva di un cash continuo, con il quale potrà sopperire alle difficoltà economiche in caso di un inasprimento delle sanzioni europee imposte dalla Casa Bianca.

D’altro canto, il nuovo asse energetico cino-russo ha contribuito ad affermare nel continente asiatico gli elementi di un nuovo scenario politico, le cui articolazioni nel contesto geo-strategico hanno cominciato a mettere fuori uso i parametri della strategia Pivot To Asia, che la Casa Bianca ha programmato più di quaranta anni fa per isolare la Cina e attizzare le controversie tra questa e la Russia, con la creazione di meccanismi diplomatici, commerciali, finanziari, culturali e di diritti umani. In fondo, il vecchio detto dell’impero romano Divide et Impera (dividi per dominare). 

A questo proposito, le “male lingue” di Washington riferiscono che, nella decade dei ‘90, l’FBI fece accordi “in off” con alcuni pezzi grossi di Cosa Nostra (la mafia degli USA) e della Yakuza (la mafia del Giappone), “per chiudere gli occhi degli investigatori sulle loro attività criminali negli USA, nel caso questi fossero riusciti a sviluppare il narcotraffico in Cina, specialmente l’uso della cocaína, della meta-anfetamina, della quetamina e dell’ecstasy”.

Infatti, nel 2003, il governo cinese denunciava che il numero dei consumatori di droghe sintetiche era aumentato rapidamente, raggiungendo il numero di 740.000. Dati del Ministero della Sicurezza Pubblica della Cina indicano che negli ultimi cinque anni sono state arrestate 235,6 mila persone con l’accusa di produrre o trafficare droghe, in un totale di 546,9 mila casi. Nello stesso periodo, sono state sequestrate 51 tonnellate di eroina e 14,7 tonnellate di oppio, 54,8 tonnellate di cocaina e altre 13 tonnellate di differenti droghe sintetiche. In fondo, le “male-lingue” di Washington non sono così male! 

 

Ecco il Power of Siberia

Nel 2004, dopo la disastrata esperienza istituzionale di Boris Ieltsin, il governo cinese e quello russo hanno cominciato a dialogare, ipotizzando una possibile negoziazione sulla vendita di gas e di petrolio, nel caso che i progetti di estrazione di idro-carburi in Siberia avessero confermato le previsioni degli studi e delle prospezioni geo-tecniche.

Così, nel 2008, quando sono stati confermati i successi tecnici ottenuti dall’impresa russa Gazprom nell’esplorazione dei giacimenti siberiani di gas e di petrolio, lo storico gelo che separava Mosca e Pechino ha cominciato a sciogliersi. Conseguentemente, nel 2011, è stato istituito un canale permanente per concludere le negoziazioni tra le due imprese statali (Gazprom e la CNPC cinese).

La Casa Bianca e le cancellerie europee non hanno dato molta importanza alle negoziazioni energetiche tra le imprese russe e quella statale cinese, pensando si trattasse di uno dei tanti contratti che la CNPC cinese firmava per garantire la fornitura delle numerose centrali termiche che alimentano le fabbriche dei distretti industriali.

In realtà, con questo asse energético, la Cina ha risolto la maggior parte dei suoi problemi nell’area e tale fatto ha determinato un nuovo clima politico, che ha influenzato profondamente la visione geo-strategica del governo cinese, visto che il paese, adesso, è il principale fornitore mondiale di prodotti manufatturieri, detenendo, anche, le principali quote del debito statunitense e di molti paesi europei, dove negli ultimi anni le banche cinesi hanno realizzato transazioni ingenti e hanno acquistato partecipazione azionaria in molte imprese.

Infatti, nel 2013, il nuovo presidente cinese, Xi Jinping ha scelto la Russia per effettuare il suo primo viaggio internazionale, durante il quale è stata nuovamente enfatizzata l’importanza dei contratti energetici tra l’impresa petrolifera russa Rosneft e la CNPC cinese, relativi alla fornitura di 100 milioni di tonnellate di petrolio fino al 2024 per un valore di 85 miliardi di dollari. Dopo di ciò, nel gennaio del 2014, la CNPC cinese ha comprato una quota del 20% del progetto Novatek, che prevede la produzione del GNL (gas naturale liquefatto), a Yamal nel nord della Russia. In questo progetto, partecipa anche l’impresa francese Total, che detiene una quota del 20%.

Ancora nel 2014, il presidente cinese è ritornato in Russia per essere al lato del presidente Putin nella cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Inverno, a Sochi. Un avvenimento che ha impressionato molto le “eccellenze” del Dipartimento di Stato degli USA, visto che si trattava della prima volta che un presidente della Cina andava all’estero per presenziare e dare prestigio a un evento sportivo.

In realtà, a Sochi, Putin e Xi Jinping hanno messo a punto i parametri dei differenti progetti di collaborazione (energetica, economica e finanziaria). Così, nel mese di maggio, dopo dieci anni di negoziazioni, l’impresa russa Gazprom e la CNPC cinese hanno firmato un contratto record del valore di 456 miliardi di dollari, per la vendita annuale di 38 miliardi di metri cubici di gas siberiano per un periodo di trenta anni. Allo stesso tempo, le due imprese si sono impegnate nella costruzione di un sistema regionale di gasdotti integrati (Power of Siberia) che, a partire del 2018, dovrà collegare i centri di estrazione siberiani fino al litorale dell’Oceano Pacífico, per poi attingere le reti di distribuzione in territorio cinese.

Non è stato un caso che la firma di questo mega-contratto è stata ufficializzata a Xangai, quando il presidente russo, Vladimir Putin, al lato del suo omologo cinese, Xi Jinping, ha partecipato alla CICA (Conferenza per la Costruzione di Misure di Pace, Stabilità e Sicurezza in Asia). È stato in questo forum che la Russia ha appoggiato il ruolo preponderante della China, soprattutto in termini di sicurezza per il continente asiatico, un ruolo che anteriormente era esclusivo degli USA.

Per questo, di fronte ai reporters delle TV cinesi e asiatiche, il presidente Putin ha dichiarato: “Oggi, gli scambi commerciali tra i nostri paesi sono dell’ordine di 90 miliardi di dollari all’anno, ma nel 2015 saranno di 100 miliardi di dollari e nel 2020 raggiungeranno il valore di 200 miliardi di dollari. Questo perché la cooperazione tra la Cina e la Russia sta attingendo livelli di interazione strategica e di partenariato globale. Per questo, non è errato affermare che questo partenariato ha raggiunto il livello più alto in termini storici”.

E per sorprendere ancora di più le “eccellenze” della Casa Bianca, come anche gli analisti della CIA e del Pentagono, i due presidenti, il giorno 20 maggio, sono apaprsi nuovamente insieme per inaugurare l’inizio delle Terze Manovre Navali Congiunte sino-russe, che durante sei giorni si sono realizzate nel Mare Cinese Orientale. Secondo il vice-presidente dell’Accademia di Questioni Geopolitiche della Russia, Konstantin Sokolov, “queste manovre sono molto importanti perché le esercitazioni di interiezione marittima saranno effettuati nello stesso spazio acquatico del Mare Cinese Orientale, dove gli USA e la Corea del Sud realizzano esercitazioni militari in funzione anticinese due o tre volte all’anno. D’altro canto, la grande parte di queste manovre militari è realizzata in una regione dove la Cina e la Russia rivendicano dispute territoriali con il Giappone. In funzione di questo, oggi, la Cina è diventata il principale partner strategico della Russia, per giunta in un momento politico nel quale la posizione ostile degli USA e della NATO è sempre più evidente. Inoltre, gli avvenimenti in Ucraina hanno quasi obbligato la Russia a voltarsi sempre più verso la regione asiatica del Pacífico. Perciò, queste manovre militari sono state una risposta della Russia e della Cina all’espansione degli USA e dell’Occidente”.  

Un altro elemento di grande importanza geo-strategica è stata la VI Cupola dei BRICS (Cina, Russia, Brasile, India e Africa del Sud) realizzata a Fortaleza, dove la Russia e la Cina hanno giocato un ruolo fondamentale nella creazione di un banco internazionale, alternativo all’FMI e al Banco Mondiale e con l’attivazione di un fondo di aiuto per lo sviluppo.

 

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del Correio da Cidadania.

[Traduzione dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Líbia implodiu a democracia criada com a “guerra humanitária” da OTAN

https://i0.wp.com/www.analisidifesa.it/wp-content/uploads/2013/11/mappa-libia-cirenaica3.jpgEscrito por Achille Lollo – Quarta, 27 de Novembro de 2013 – Correio da Cidadania/São Paulo-Brasil

A mídia europeia e a estadunidense se aproveitaram do final positivo das negociações entre os EUA e o Irã sobre a normalização do uso de urânio nas centrais nucleares iranianas, para reconstruir o “glamour” político do presidente Barack Obama. De fato, nos últimos seis meses, a imagem política de Obama caiu bastante, em função dos erros de avaliação política cometidos no Oriente Médio, primeiro por Hillary Clinton e depois à causa das péssimas opções geoestratégicas adotadas por John Kerry na Síria, no Afeganistão e, em particular, na Líbia, onde o primeiro-ministro, Ali Zeidan, além de enfrentar, com poucos resultados, uma dificílima situação econômica, agora deve resolver dois complicados problemas institucionais.

Primeiro com o Fezzan, que requerer mais autonomia administrativa do governo de Trípoli, e, em segundo lugar, com a Cirenaica, que já anunciou a ruptura política e institucional, exigindo a criação de um Estado federal para legitimar seu governo formado com 26 ministros e, consequentemente, negociar a venda do petróleo e do gás extraído na Cirenaica, sem a intermediação dos burocratas de Trípoli.

Em poucas palavras, um desastre para a geoestratégia da Casa Branca que, no lugar de antecipar os eventos, agora é, praticamente, obrigada a correr atrás deles para evitar o pior. Por exemplo, no Egito, os EUA sustentaram Mubarak até o fim, desatendendo ao que estava acontecendo na Praça Tahir. Depois, cederam às pressões da Arábia Saudita e do Qatar e apoiaram a Irmandade Muçulmana, legitimando a eleição fajuta de Mohamed Morsi como presidente. Quando os militares intervieram para evitar a bancarrota e a islamização do Egito, emprisionando o presidente Morsi e toda a direção da Irmandade Muçulmana, a Casa Branca ficou muda. Depois, fixou uma temporária suspensão para os financiamentos ao exército egípcio (1,6 U$D bilhão) e, quando ficou evidente que a Arábia Saudita apoiava os golpistas, John Kerry foi Ao Cairo e normalizou as relações, como se nada tivesse acontecido!

É evidente que a ziguezagueante atuação da Casa Branca estimulou no Oriente Médio diferentes reações. Por exemplo, em Israel, o governo sionista liderado por Benjamin Netanyahu se aproveitou para realizar a construção de 1500 apartamentos na parte palestina de Jerusalém, para depois querer extrapolar com a construção de mais 24.000 apartamentos na Cisjordânia, provocando a dura reação de Abu Mazen da ANP, que ameaçou abandonar a mesa das negociações. Diante disso, Obama fez a voz grossa com “Bibi” (isto é Benjamin Netanyahu), que prometeu parar os projetos de colonização apenas na Cisjordânia.

No mundo islâmico Obama é cada vez mais desacreditado e desconceituado por ser vítima do que poderíamos chamar a “síndrome dos Clinton”, isto é: o conjunto de características diplomáticas e militares ou de sinais geopolíticos associados a uma condição política crítica, suscetíveis de despertar reações de temor e insegurança.

Elementos que se enquadram perfeitamente na difícil e trágica evolução da conjuntura política da Líbia, visto que:

1) O presidente Barack Obama pediu, em setembro, ao primeiro ministro italiano Enrico Letta: “…considerar a necessidade de a Itália se manter pronta a intervir na Líbia e garantir a estabilidade no aproveitamento dos recursos energéticos (petróleo e gás), além de colaborar na reconstrução do exército, da polícia e da estrutura administrativa…”. Um pedido que nunca será atendido pelo governo italiano, que não quer repetir o fracasso da intervenção na Somália, visto que as milícias mobilizam 230.000 homens armados, dos quais 150.000 em Trípoli.

2) No passado dia 10 de outubro, o primeiro-ministro Ali Zeidam foi sequestrado por uma milícia ligada ao Ministério de Interior para obter dele uma “demissão voluntária”. Algo que não aconteceu porque intervieram os homens da milícia de Mesurada que o próprio primeiro-ministro havia contatado com uma “doação” de um milhão de dólares.

3) Aos 13 de novembro, vários deputados promoveram uma greve e várias manifestações em Trípoli, aparentemente organizadas para denunciar a violência das milícias. Na verdade, no dia 15, os manifestantes tentaram atacar o prédio onde estavam aquartelados os milicianos de Mesurada, aqueles que haviam salvado o primeiro ministro. Vendo-se cercados, os milicianos reagiram com selvajaria, matando 67 pessoas e ferindo mais de 500 manifestantes. A seguir, o “Conselho dos Sábios” de Mesurada ordenou a saída da milícia de Trípoli juntamente com todos os deputados de Mesurada.

4) No dia 23, cinco dias após a proclamação da “autonomia política e econômica” da Cirenaica, o governador militar de Bengase, Abdullah Al-Saiti, declarou o “estado de sítio” para reagir aos ataque dos milicianos da Ansar Al Sharia (fundamentalistas islâmicos salafitas). Por isso, o primeiro ministro Ali Zeidan foi logo nos EUA para pedir uma possível intervenção dos EUA e da OTAN, obtendo apenas promessas e condenações verbais dos separatistas.

O Pentágono não quer deslocar tropas na Líbia

Os generais do Pentágono descobriram que na Líbia os EUA estão repetindo o mesmo erro que o governo Bush cometeu no Afeganistão com os Talebani e Osama Bin Laden. Quer dizer: os emissários de Hillary Clinton usaram muita leviandade e dólares para cooptar as lideranças dos grupos do fundamentalismo islâmico (jihadistas, salafitas, irmandade muçulmana e outro radicais sunitas), para mover uma “guerra santa” contra Gheddafi e seu exército.

Um conflito onde as múltiplas operações realizadas pelos caças-bombardeiros dos países da OTAN, o uso maciço dos foguetes lançados dos navios da Sexta Frota para destruir as infraestruturas civis e militares e as missões secretas dos grupos especiais britânicos, franceses, qatorianos e sauditas caracterizaram a dinâmica dessa “guerra humanitária”. Por sua parte, o “exército rebelde”, após a eliminação dos últimos núcleos de resistência do exército de Gheddafi, se fragmentou, dando vida a um conflito de baixa intensidade, onde as milícias lutam entre elas pelo controle do poder.
A presença das milícias no cenário político da Líbia, na realidade, se tornou preponderante em função da manipulação planejada e realizada pelos agentes dos serviços secretos da Arábia Saudita e do Qatar, bem como pelos representantes das diferentes facetas do universo fundamentalista (Muffits sunitas, Irmandade Muçulmana, Al Qaeda, Jihadistas, Defensores da Sharia, Salafitas etc. etc.). Um universo político que se associou aos velhos líderes das 140 tribos (também divididas em clãs familiares) se ligou aos chefes dos grupos étnicos (Cabili e Berberes) e garantiu a representatividade dos líderes dos Conselhos de Sábios de cada província e dos comitês urbanos.

Nesse confuso cenário institucional, onde a política se mistura com o islamismo, o nacionalismo é sufocado pelo fundamentalismo e as conquistas da revolução foram logo silenciadas com a possível imposição das leis da Sharia, houve também a participação das multinacionais europeias e dos serviços secretos dos países da OTAN, para sustentar a formação de uma “frente liberal”, sob a direção de Mahmoud Jibril , Mohamed Megarief e do próprio Ali Zeidan. Contrariando todas as expectativas políticas, a Frente Liberal, criada na última hora e sem grandes pretensões políticas, inesperadamente conseguiu derrotar os partidos islâmicos na primeira eleição livre realizada em 2012, após a queda de Gheddafi.

Esse fato não foi minimamente avaliado pela então Secretária de Estado, Hillary Clinton, que, no pico de sua desdenhosa arrogância, nomeou Christophens Stevens, “embaixador de paz” com a função específica de monitorar a frente liberal, com vista promover uma rápida e dinâmica ocidentalização da nova democracia líbia. Um processo que, no campo econômico, deveria promover a “privatização” da NOC-Libia (National Oil Corporation Líbia) e assim entregar às transnacionais 85% do patrimônio da indústria dos hidrocarbonetos da Líbia.

Um projeto que despertou o ódio das lideranças separatistas da Cirenaica, que decidiram bloquear o plano dos EUA, fazendo assassinar o embaixador Christophens Stevens pelos homens da milícia jihadista “Ansar Al Sharia”, quando o mesmo se deslocava em Bengase no simbólico dia de 11 de setembro de 2012. Pois, desta maneira, todo os jornais e as televisões penalizaram os jihadistas de

Bengase!
Estado Federativo?

Se o governo do primeiro-ministro Ali Zeidan quer evitar a explosão de uma incontrolável guerra civil deve, desde já, negociar a principal reivindicação do governo do novo estado de Barga (Cirenaica), cujo primeiro-ministro, Abd-Rabbo al-Barassi exige da Assembleia Nacional de Trípolia aprovação de uma lei que transforma a Líbia em um estado federal formado por três estados nacionais: Tripolitânia, Fezzan e Barga (Cirenaica).

A seguir, Ali Zeidan deve, também, negociar com Ibrahim Al Jathran, líder da milícia Hamza que ocupou militarmente os portos petrolíferos e as refinarias de Es Sider, Brega e Ras Lanuf , e mantém sob seu controle a “Petroleum Facilities Guard”, que é a empresa de segurança que controla os portos, os oleodutos, os gasodutos, as refinarias e as áreas de estocagem localizadas ao longo da costa da Cirenaica. Ibrahim Al Jathran exige do governo de Trípoli que a venda do petróleo e do gás da Cirenaica seja feito por uma nova empresa pública controlada pelo governo da Cirenaica, chamada “Libia Oil and Gas Corp”. Segundo Ibrahim, a nova empresa vai repassar aos governos de Trípoli e do Fezzan dois quartos dos valores faturados com a vendas dos hidrocarbonetos da Cirenaica.

Uma condição que coloca o governo de Trípoli no limite da bancarrota, criando as condições objetivas para a implosão da guerra civil. Porém, para fazer a guerra aos separatistas, o governo de Trípoli precisa de ter um exército preparado para isso. Um problema que o primeiro ministro Ali Zedain deve resolver o mais rápido possível, visto que em Trípoli o Ministério da Defesa recorre “aos serviços” de 20.000 milicianos, enquanto espera que da Jordânia voltem os soldados formados pelos “conselheiros” da OTAN.

Uma situação anacrônica onde Ali Zeidan nem sequer pode bater os punhos na mesa das negociações, porque o governo de Trípoli ainda não planejou a formação de um “exército nacional”, capaz de desarmar os 430 grupos armados que se consolidaram sob forma de milícias populares, mobilizando 230.000 homens, regularmente armado e com os salários em dias. Pois a primeira lei que os seis ministros do partido da Irmandade Muçulmana impuseram ao governo “democrático” de Ali Zeidan foi o “financiamento das atividades das milícias populares com 900 milhões de U$D”.
Uma lei que na realidade inviabilizou a formação de um exército regular, por dois motivos: falta de fundos e de voluntários, visto que maioria do jovens continua alistada nas milícias. Por outro lado, os 6 ministros e os deputados da Irmandade Muçulmana, bem orientados por assessores sauditas, conseguiram desarticular todos os projetos de reorganização da administração, da polícia e sobretudo do exército, fazendo votar a lei do “isolamento político”, em base à qual quem trabalhou ou apoiou o regime de Gheddafi não pode exercer nenhum tipo de chefia, cargo de responsabilidade e tampouco ser oficial do exército nacional. Uma lei que penalizou milhares de funcionários públicos e de militares que lutaram contra o exército de Gheddafi. Tanto que Mohamed Megarief, antigo embaixador líbio na Índia até 1986 e depois fundador da Frente de Salvação Nacional da Líbia, foi obrigado a se demitir do cargo de presidente da Assembleia Nacional em função da nova lei.

Porém, esse cenário político se torna complexo também para os separatistas da Cirenaica, do momento em que dos 6,1 milhões de líbios quase 3,5 milhões ficam concentrados na Tripolitania e mais da metade de 1,6 milhão de trabalhadores emigrantes – que, com a guerra, perderam o trabalho e suas poupanças -, permanecem acampados nos arredores de Trípoli. Enfim, como irá reagir esse povo quando o governo de Trípoli não puder pagar os salários e as importações dos alimentos?

Achille Lollo é jornalista italiano, correspondente do Brasil de Fato na Itália e editor do programa TV “Quadrante Informativo” e colunista do “Correio da Cidadania”

48 bases militares dos EUA na Itália para guerrear na África e no Oriente Médio

https://i1.wp.com/www.ilpiave.it/imgart/171207/aviano.jpgEscrito por Achille Lollo para Correio da Cidadania – São Paulo/Brasil, aos 11/23/2013

Durante a guerra fria os generais do Pentágono acreditavam que a Alemanha e a Itália eram as regiões geoestratégicas mais importantes da Europa e do Mar Mediterrâneo à causa de suas características geográficas, políticas e econômicas. Por isso, até 1990, os EUA aquartelaram na Alemanha 200.000 fuzileiros e 50.000 “especialistas”, isto é: pilotos, técnicos de radares, de telecomunicações e, sobretudo, as unidades operativas dos grupos especiais. Após a reunificação alemã, somente os “especialistas” permaneceram na Alemanha.

Na Itália, o contingente de militares estadunidenses permaneceu intacto até 1990, com seus 13.000 “especialistas”. Depois, houve um aumento gradual até 2001, quando 20.000 “especialistas” operavam nas 48 bases militares (da USArmy, USAF, USNavy e da OTAN), nas 40 estações radar e centros de telecomunicações (USAF e NSA) e nos 15 depósitos e polígonos que o Pentágono obteve do governo italiano graças aos acordos bilaterais ou no âmbito da OTAN. Uma maquina bélica que, em 1999, jogou um papel fundamental na “guerra humanitária nos Bálcãs” (Bósnia, Croácia, Macedônia, Sérvia e Kossovo) para a completa desestabilização da Federação Iugoslava. É suficiente lembrar que as duas esquadrilhas de F-16 do 31º Esquadrão de Caça da USAir Force (31st Fighter Wing), em apenas 78 dias realizaram 9.000 missões de combates e bombardeios nos céus da Iugoslávia a partir da base italiana de Aviano!

Depois, em 2011, o sistema logístico e operacional criado pelo Pentágono na Itália teve uma importância decisiva na destruição do exército de Gheddafi, pois sem o suporte do referido sistema – em particular das bases de Aviano, de Pisa (Camp Darby), de Vicenza (Camp Ederle) e de Sigonella na Sicília – a aviação francesa e a britânica e os navios lança-foguetes da VIª frota estadunidenses nunca teriam conseguido bombardear sem interrupção, durante 29 dias, as cidades onde se havia entrincheirado o exército de Gheddafi.

De fato, a Casa Branca antes de criar as conjeturas diplomáticas e políticas para derrubar o governo dos Talebani no Afeganistão, para destruir fisicamente o Iraque de Saddam, para manter em estado de assédio o Irã, a Síria e o Líbano e, depois, em 2001, acabar com o regime de Gheddafi, precisava exercer o controle total no Mar Mediterrâneo e, portanto, ter a absoluta certeza de que as múltiplas operações militares não teriam comprometido a regular exportação do petróleo e do gás dos países árabes para o Ocidente.

Foi nesse contexto que a partir de 1990, todos os presidentes dos EUA aprovaram as opções geoestratégicas do Pentágono, segundo as quais a capacidade operacional do exército estadunidense em controlar o Mar Mediterrâneo passava, inevitavelmente, pela multiplicação das características operacionais das 48 bases militares italianas, pela capacidade logística dos 15 depósitos de armas e, sobretudo, pela qualidade da “espionagem” tecnológica das 40 estações radares e centros de telecomunicação, criados na Itália.

Um objetivo estratégico a quem o Congresso, desde 1992, destinou dotações orçamentárias que, em 2011, totalizaram um valor de 3 bilhões e 820 milhões de dólares. Infelizmente permanecem secretados os “investimentos ocultos ”que o Pentágono recebeu da Casa Branca para equipar as 48 bases militares italianas com “branches” para os serviços de inteligência (CIA, NSA, USArmy), departamentos logísticos para as operações secretas, comandos móveis para as missões especiais e centrais de espionagem eletrônico urbano.

Foi nesse âmbito que, em 1991, o Congresso atribuiu uma verba especial ao orçamento do Pentágono de 300 milhões de dólares, para ampliar, em Nápoles, (centro-sul da Itália) o Comando do Security Force dos Marines, o Comando da USAF (Força Aérea) para o Mediterrâneo e construir uma base para os submarinos da USNavy, inclusive com cais para os submarinos armados de foguetes com ogiva nuclear. A seguir, em 1996, foram investidos mais 400 milhões de dólares para alugar, por 30 anos, vários territórios na província de Nápoles (Capodichino e Bagnoli), onde foi construída uma base aeronaval para a USAF e um porto militar logístico, capaz de movimentar anualmente 5.000 contentores da USArmy. Além disso, em Bagnoli a USNavy construiu o principal centro de coordenação das atividades de telecomunicação para o controle do Mar Mediterrâneo.
Também no nordeste italiano – à 500 km da fronteira com a Iugoslávia – o Pentágono investiu pesado destinando, em 1992, 305 milhões de dólares para a modernização da base aérea de Aviano.

Depois, em 2004, mais de 115 milhões foram investidos para permitir a aterrissagem nesta base aérea dos bombardeiros estratégicos armados com bombas nucleares, os grandes aviões-radar, os caças-interceptadores, além de transferir das bases aéreas da Alemanha grande parte das esquadrilhas de caças-bombardeiros de F-15 e F-16. Foram também construídos silos subterrâneos para 40 dos noventa foguetes nucleares que os EUA estacionaram (ainda hoje) na Itália desde o início da “Guerra Fria”.

Mas, foi a dramática evolução das crises políticas no Oriente Médio e a perspectiva de dever patrulhar ostensivamente os céus e os mares da África do Norte, que obrigou o Pentágono a gastar mais dois bilhões de dólares na construção da maior base logística do Mar Mediterrâneo, chamada de “Camp Darby” e localizada entre Pisa e o porto de Livorno (região Toscana, no centro da Itália). Uma base que o Setaf, administra fora da jurisdição italiana, com 1.400 “especialistas’ do 31st Munitions Squadron, estocando nos 125 depósitos subterrâneos uma reserva estratégica de armas e munições, capaz de municionar todas as unidades do exército e da força aérea dos EUA que operam na região mediterrânea durante seis meses de conflito. Além disso, em Coltano, foi instalada a maior central européia de “espionagem eletrônico”, onde os técnicos da NSA podem copiar todas as telecomunicações captadas na região mediterrânea.

Em Vicenza (região do Veneto, na Itália do Norte) o Pentágono criou outra grande base aérea, denominada “Camp Ederle” onde operam 2.000 “especialistas”. Nessa base foi instalado o Comando da Setaf da USArmy para dirigir as unidade estadunidense aquarteladas na Itália, na Grécia e na Turquia. A seguir, também a OTAN escolheu “Camp Ederle” para fixar seu Comando Geral Operativo. Em 2008, “Camp Ederle”, apesar dos protestos da população de Vicenza, foi novamente ampliado para permitir à Quinta Força Aérea Tática da USAF de manusear os bombardeiros armados com bombas nucleares além de estocar nos depósitos subterrâneos da base mais 40 ogivas nucleares.

Entretanto, a presencia militar dos EUA na Itália aumentou sensivelmente a partir de 2001, quando George W. Bush decidiu promover o conflito contra os “estados canalhas” (produtores de gás e petróleo) e, assim, legitimar no Ocidente o alcance de uma nova geopolítica energética. Foi dentro dessa lógica que o Departamento de Defesa da Casa Branca e os generais do Pentágono argumentaram que antes de mover qualquer tipo de ação militar contra o Iraque de Saddam Hussein era necessário criar no Mar Mediterrâneo uma poderosa base aéreo-naval capaz de monitorar, em todos os sentidos, as operações no Oriente Médio e na África do Norte.

Por isso, o Congresso aprovou o investimento de 300 milhões de dólares para transformar a base italiana de Sigonella (na ilha da Sicilia) em “Sigonella Naval-Air Station”, evidentemente desligada de qualquer tipo de jurisdição territorial com a Itália. Em 2002, essa base começou a ser usada para dirigir o aviões sem pilotos (drones) Global Hawk. A seguir, em 2003, vieram os aviões P-3 para realizar a espionagem eletrônica em altura atmosférica com seus scanners de altíssima resolução óptica. Depois, em 2008, o governo Berlusconi assinou com o chefe da AFRICOM, general Willian E. Ward, um “acordo secreto” que permitiu à USAF de instalar na base de Sigonella o comando operacional de todos os drones estadunidenses que deviam operar no Mar Mediterrâneo, na África no Norte, no Oriente Médio e no Afeganistão. Enfim, em 2009 o Comando da AFRICOM inaugurava em Sigonella a “escola de anti-terrorismo” para os militares e policiais de Botsuana, Gibuti, Burundi, Uganda, Tanzânia, Quênia, Tunísia e Senegal.

Sempre em 2008 numa apresentação na Universidade Nacional de Defesa, o segundo comandante do AFRICOM, o Vice Almirante Robert Moeller, declarava que “…a África tem uma importância geoestratégica cada vez maior para os Estados Unidos e o petróleo é um fator chave, porém o principal desafio para os interesses estratégicos norte-americanos na região é reduzir a crescente influência da China na África”.

Uma declaração que sintetizava as conjeturas políticas e estratégicas que os colaboradores de Obama estavam criando para poder derrubar o regime de Gheddafi.

Hoje, a base de Sigonella está novamente de alerta geral à causa da crise política que explodiu na Líbia entre as “milícias jihdaistas” – antigos aliados dos EUA no derrube de Gheddafi – e os “países amigos” da OTAN. De fato, em menos de um ano as milícias atacaram o consulado dos EUA em Bengase, aos 11 setembro de 20012, matando o embaixador, Chris Stevens; depois atacaram em Trípoli as embaixadas da França e da Itália. Mais recentemente seqüestraram o primeiro ministro, Ali Zeidan, para depois sabotar gravemente o terminal petrolífero de Mesurada onde operavam os técnicos italianos da ENI.

Um caos político e institucional agravado pela queda na produção petrolífera, que, durante o governo de Gheddafi tocava os quatro milhões de barris por dia, enquanto, hoje, nem chega aos 150.000. Um bom motivo para os EUA começar novamente a planejar nas 40 bases aéreo-navais que tem na Itália outra “…guerra humanitária para livrar a Líbia dos terroristas de Al Qaeda!”.

Achille Lollo é jornalista italiano, correspondente do Brasil de Fato na Itália e editor do programa TV “Quadrante Informativo” e colunista do “Correio da Cidadania”

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