(FOTO+VIDEO) La storia si ripete: Venezuela come Cuba, il blocco incombe

L'immagine può contenere: 6 persone, tra cui Antonio Cipolletta, Massimo Marzano Terzo e Svetlana Svetlana, persone che sorridono, persone in piedidi Romina Capone

#NoMoreTrump la petizione contro il blocco economico finanziario e commerciale.

Non vogliamo più Trump! Il grido all’unisono della popolazione venezuelana si innalza nel corso della campagna raccolta firme che unisce l’Italia da Nord a Sud in questo torrido mese di agosto tanto da diventare un hashtag. Lo scorso 5 agosto il presidente americano Trump, ha firmato un ordine esecutivo che dichiara un embargo sul Venezuela, embargo che ancora una volta viola i diritti umani e la libertà del popolo venezuelano. Gli Stati Uniti D’America violano per l’ennesima volta il principio democratico dell’auto determinazione dei popoli di essere liberi e di seguire un modello sociale completamente nuovo: il socialismo del XXI secolo. Nella lettera delle venezuelane e venezuelani spedita al Segretario Generale delle Nazioni unite Antonio Gutierrez si denunciano una serie di aggressioni pianificate e brutali da parte degli USA con il sostegno di minoranze politiche del governo venezuelano, a livello economico, politico e psicologico contro la popolazione venezuelana al fine di provocare un cambio di “regime”; in termini reali non è altro che un rovesciamento del governo Maduro scelto attraverso elezioni libere, universali e segrete in conformità con la legge del paese.

Era il 2015 quando il governo Obama indicava il Venezuela come una minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza degli Stati Uniti: il cosiddetto Ordine Esecutivo. Da allora è stato ufficializzato e si cerca di legittimare davanti al mondo l’assedio e la distruzione del Venezuela. Tali aggressioni sono state esacerbate da Donald Trump il quale in meno di due anni ha incrementato l’ostilità economica e finanziaria per soffocare lo stato venezuelano e portare la popolazione alla fame.

Negli ultimi giorni Trump ha formalizzato la depredazione delle risorse nazionali e minacciato i paesi partner mettendo a rischio la sicurezza di 30 milioni di abitanti. Le conseguenze di tale atto criminale raggiungono limiti brutali e disumani, impedendo l’accesso al cibo, alle medicine e alle forniture essenziali importate, inclusi i trattamenti medicinali di emergenza e alcune forniture essenziali per il lavoro collettivo. Tutti, bambini, anziani, uomini e donne, sostenitori ed oppositori sono vittime di questo attacco crudele. contrario ai principi fondamentali e ai diritti umani.

Alla luce di quanto scritto non sono mancati presidi di raccolta firme nella città metropolitana di Napoli. Uno di essi è stato allestito negli spazi recuperati di GAlleЯi@rt in Galleria Principe di Napoli, di fronte al Museo Archeologico Nazionale. Un incontro non solo volto alla raccolta firme bensì un momento di scambio interculturale caratterizzato da canti e vestiti tipici del Venezuela. Firme raccolte e consegnate al Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli nella giornata mondiale di protesta, con l’impegno comune ad accompagnare il popolo bolivariano in questa campagna diventando sempre di più difensori della libertà.

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(VIDEO) Las FARC-EP retoman las armas

Dialogo plurale e l’altro dialogo

Risultati immagini per Néstor Franciadi Néstor Francia*

Il 23 agosto si è tenuta una riunione di personalità di varia provenienza, conclusa con una dichiarazione pubblica nel corso di una conferenza stampa, che fa riferimento alla necessità di quello che i partecipanti chiamano “Dialogo Plurale”. Vi hanno preso parte diverse persone che godono del mio rispetto e alcuni anche della mia amicizia, come Carlos Azpurua, Vladimir Villegas, Gustavo Márquez Marín, Oscar Schemel, Maryclen Stelling, Héctor Navarro e altri. Ho avuto con tutti convergenze ma anche divergenze, il che non è affatto singolare, perché è la stessa cosa che mi è sempre successa con il governo bolivariano, con il PSUV, con Chávez, con Maduro e con il chavismo in generale. Credo nella diversità e nelle differenze reali non per una questione di fede, ma perché entrambe le categorie esistono evidentemente: per questo motivo è impossibile per chiunque riuscire ad imporre un pensiero unico. L’unanimità è irrealizzabile. Questo fatto non pienamente compreso è stato una delle cause principali del crollo dell’Unione Sovietica e dei sistemi politici dei paesi sottoposti alla sua tutela politica negli anni della cosiddetta “Guerra Fredda”.

Allo stesso modo, non è strano che non concordi con tutti i termini posti nella citata Dichiarazione; tuttavia, ho comunicato via e-mail sia a Gustavo Márquez Marín che a Vladimir Villegas che desidero aderire, poiché concordo con la sua essenza e scopo, a contenuti in più passaggi del testo e in particolar modo nei due paragrafi finali: “Esprimiamo parimenti il nostro categorico rifiuto verso qualunque forma di violenza, interferenza o imposizione straniera. Invitiamo le parti ad avviare il dialogo con il fermo impegno a raggiungere accordi che garantiscano, con mezzi pacifici, costituzionali, elettorali e democratici, le trasformazioni necessarie per garantire la governabilità… (…) La soluzione non verrà da altri. È alla nostra portata, se lo vogliamo veramente, se agiamo con modestia repubblicana e se si ha come bussola l’interesse superiore del paese e non altri interessi”. Non è forse ciò che tutti proclamano, non con tutta la credibilità che una questione così seria meriterebbe?

Questa mia posizione non è estemporanea. Qualche settimana fa mi sono unito a un gruppo di consiglieri convocato da un’alta dirigente del PSUV per avanzare alcune proposte allo stesso PSUV sul tema e sul discorso della pace. Lì ho presentato la mia proposta che ho chiamato “L’Altro Dialogo”. Riporto testualmente alcuni estratti della mia proposta: “La Rivoluzione è obbligata a remare in due direzioni per sensibilizzare due basi elettorali. Da un lato, c’è il movimento popolare chavista cosciente e determinato che, secondo il risultato ottenuto il 20 maggio 2018, raccoglie circa il 30% dell’elettorato (6.245.862 voti su 20.526.978). Questo settore determinato è stato efficacemente sostenuto dal PSUV e dovrebbe continuare ad esserlo, al fine di rafforzarlo e garantirsi il suo sostegno attivo. L’altra base, che sarebbe determinante, è formata da quelli che definiti “né-né” o “non allineati”, che secondo studi credibili potrebbe rappresentare circa il 40% della platea elettorale (circa 8.000.000 di elettori).

La proposta dell’Altro Dialogo mira a favorire un’ampliamento dello spettro politico nazionale che promuova l’immagine di stabilità, distensione, pace e unità nazionale (…) L’altro dialogo aiuterebbe anche a combattere il cliché internazionale della “dittatura”, immagine promossa dall’imperialismo e dalla destra (…) La proposta ha come scopo quello di favorire un altro dialogo politico, diverso da quello inaugurato in Norvegia e che proseguirà alle Barbados. Il dialogo di Oslo, assolutamente conveniente, vantaggioso per le politiche del governo bolivariano e coerente con esse, riproduce tuttavia la polarizzazione politica, almeno dal punto di vista della percezione. S’impone mediaticamente l’immagine di un dialogo tra il governo e l’opposizione, rappresentata fondamentalmente da un solo settore dell’opposizione, la destra estremista. Infatti, il principale portavoce interno a questa fazione è il golpista pro-imperialista Juan Guaidó. Dovremmo chiederci: se è legittimo incontrare questi estremisti, perché non considerare l’avvio di un dialogo pubblico con altre fazioni dell’opposizione che non fanno parte dello spettro estremista e con i settori chavisti che non hanno direttamente responsabilità di governo? Settori che hanno almeno due punti di contatto con il PSUV e il Governo: il rifiuto dell’intervento imperialista e della violenza da un lato e la preferenza per la via pacifica, costituzionale ed elettorale dall’altro (…) È bene che l’Altro Dialogo sia convocato dal Governo, per conferirgli carattere ufficiale. Vediamo alcune delle sue caratteristiche: 1) si convocherebbero elementi di partito e persone organizzate in movimenti di opposizione o non direttamente coinvolti nella gestione del Governo, oltre al PSUV, alla sola condizione che si siano pubblicamente pronunciati contro l’intervento straniero e l’esercizio della violenza. 2) Alcuni di questi elementi potrebbero essere: MAS, Redes, PCV, UPV, Somos Venezuela, Plataforma por el Referéndum Consultivo, Plataforma Ciudadana en Defensa de la Constitución, Soluciones por Venezuela (Claudio Fermín), Concertación por el Cambio (Henry Falcón), Esperanza por el Cambio (Javier Bertucci). 3) L’ordine del giorno dovrebbe essere aperto, ma il dialogo dovrebbe mantenersi nel solco della trattativa per concludere accordi sull’inviolabilità del territorio della Patria, sulla necessità di privilegiare mezzi pacifici e costituzionali per risolvere le divergenze politiche, sull’opposizione alla promozione d’odio, sulla diffusione della tolleranza e la pace (…) Dovrebbero essere convocati dei garanti internazionali, ad esempio l’Ufficio locale della Commissione per i Diritti Umani dell’ONU come convenuto recentemente con la Commissaria Michelle Bachelet. Questo dialogo promuoverebbe, inoltre, la conflittualità politica di settori oppositori diversi rispetto alla destra estremista e filoimperialista, venendo così a costituire nuovi riferimenti che annullino la polarizzazione dello scenario politico.

Ci saranno settori estremisti del chavismo che mi bolleranno come “debole” o “riformista” a causa di questa proposta. Vado avanti e gli rispondo. Sostengo il dialogo promosso dalla Norvegia e di cui il governo si avvale… ma con chi si dialoga? Con la destra fascista, che cospira, promuove la violenza e richiede l’intervento imperialista. D’altra parte, il governo ha riconosciuto di aver avviato da tempo colloqui con il governo degli Stati Uniti, il peggior nemico dell’umanità, che ci impone ampie sanzioni economiche, ruba i nostri beni, sostiene l’isolamento diplomatico del nostro paese e ci minaccia con la forza militare. Sono d’accordo con questa azione diplomatica del governo. Il Presidente Maduro ha ripetutamente affermato di essere pronto ad incontrare Donald Trump. Devo ammettere che non odio nessuno, ma con Trump ci vado molto vicino. Ciononostante, sosterrei un tale incontro. Mi chiedo, quindi, se il governo si mette al tavolo con il peggio del peggio, perché non convoca un dialogo con settori con i quali ha almeno due punti di convergenza, il rifiuto della violenza e l’opposizione all’intervento straniero?

Sto commettendo qualche tipo di infedeltà rivelando parte della mia proposta sostenuta dai consiglieri? Sono passati quasi due mesi da quando l’ho articolata e almeno un mese e mezzo da quando l’ho presentata. Recentemente ho comunicato nella chat Whatsapp del gruppo che, poiché non avevo ancora ricevuto alcuna risposta dal PSUV e se questa non ci fosse stata prontamente, l’avrei spostata su altre strade, poiché sono troppo vecchio per lavorare invano e le mie idee sono sostanzialmente disponibili per tutti, senza escludere che siano giuste o meno. Io stesso ho detto che avrei aspettato che passasse il Forum di San Paolo, dato che il PSUV era sicuramente molto impegnato in questa attività. Ma la dichiarazione a cui ho fatto riferimento ha segnato la svolta, perché ci sono indubbiamente altri venezuelani con idee che si avvicinano alle mie.

Non ho dubbi sulla mia posizione radicalmente anti-imperialista, che mantengo fin da quando ero molto giovane. Né nascondo la mia totale e assoluta contrapposizione al settore criminale rappresentato da quel personaggio irrilevante e passeggero chiamato Juan Guaidó e dal suo partito estremiesta e fascista, Voluntad Popular. Dopo aver chiarito questo punto, dico senza mezzi termini che chiunque rifiuti l’intervento straniero nel mio Paese, si opponga alla violenza e favorisca il dialogo e la pace, può considerarmi uno dei suoi.

* Membro della Assemblea Nazionale Costituente della Repubblica Bolivariana del Venezuela 
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[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Alessio Decoro e Antonio Cipolletta]

 

Creo en Aquiles Nazoa

Risultati immagini per Luis Britto Garciapor Luis Britto García

Durante mucho tiempo tuvimos un imaginario agobiado de héroes. Por siglos nuestra modesta existencia amenazada no encontró otra manera de crecer que la batalla.

En medio de los estrépitos de la gloria casi olvidamos que no hay hazaña mayor que la idea.

La ocurrencia, hija valiente de la realidad y madre fecunda del devenir, única chispa que ilumina nuestro presente y clarifica el mañana.

Toda ciencia, incluso la del vivir, es triste, y para soportarla requiere el paliativo de la sonrisa.

Por espontánea, la sonrisa es el más difícil de los gestos. Nunca se la puede fingir bien, siempre necesitamos algo que legítimamente la provoque. Corresponde al humorista la dura tarea de enternecer la expresión a partir de la tristeza del mundo.

No importa cuán profundamente las maquinarias del dolor hayan trabajado la conciencia del sonreído: sólo abren el surco para la semilla que permite soportar la vida.

Abrir el postigo de la alegría en las más tenebrosas estancias es un deber humano: la ciencia explica el mundo a partir de las ecuaciones y el humorista a partir del amor.

Es necesario un redentor que cumpla la hazaña de atribuir su justa proporción a las cosas y nos haga tomar en serio la levedad de los instantes.

Así nace el humorista, peatón andante investido con las invencibles armas de la indefensión ante el mundo.

La demostración irrefutable de que no se puede estar con la derecha consiste en que durante más de un siglo ésta no ha producido un solo humorista que valga la pena.

El risueño endominga la existencia reconociendo sus miserias como el abono de la flor misteriosa que brota en los intersticios del pensamiento.

Graduado en la inventiva academia del autodidactismo, Aquiles Nazoa nos convida al pan de la sabiduría ahorrándonos las preceptivas enfadosas del escalafón y la academia.

Viene Aquiles al mundo real como hijo del panadero, como muchacho de los mandados, como barrendero que limpia las polvaredas del tedio, como botones que abre los cuartos del hotel de los misterios, como guía turístico que explica las maravillas de lo que pudiera haber sido, como empaquetador de periódicos que traen las noticias imaginarias, como clasificador de clichés fotográficos y lingüísticos, como corrector de pruebas de textos escritos en los lenguajes del sueño.

Entre tantas profesiones de supervivencia debió Aquiles haber sido guardián de un zoológico franciscano, donde gozaran de libertad los humildes animales que él tanto amó: el can corriente y moliente, el burro, el modesto cochino, y también sus mascotas entrañables: el caballo que era bien bonito, la tortuguita que de tan fea parecía hermosa, el elefante del libro Mantilla.

De muchacho deserta Aquiles de la legión de los poetas que se han contentado con contemplar el mundo, sabiendo que su verdadera misión es crearlo.

Como escritor, como guionista, como dramaturgo, como crítico de arte, como historiador, como conferencista, como ñángara, como militante, como preso y exiliado político, como inventor y partícipe de tantos periódicos humorísticos a los cuales gobiernos patibularios allanaban las imprentas y mataban a tiros los pregoneros, enseñó Aquiles que la tarea no es tomar la realidad como tema sino hacer de la realidad la obra de arte.

Difícil de creer es hoy que estuviera proscrito el apellido de uno de los más excelsos poetas, al extremo de que tanto él como su hermano Aníbal debían publicar con seudónimos, y cuando arribaban a los grandes medios no tardaban las fuerzas de la amargura pedante en vetarlos.

Tras acceder a la televisión comercial con su Teatro para Leer, fue expulsado de ella por una jerarquía eclesiástica que no pudo tragar “La torta que puso Adán”. Tras destellar en la televisión pública con “Las cosas más sencillas”, fue borrado para siempre por una borrosa mano que sólo sabía eliminar cintas.

Pero ninguna garra podrá desvanecerlo de su Caracas física y espiritual, la ciudad a la cual amó tanto que debió exiliarse en Villa de Cura, lejos de los defectos que le impedían quererla mejor.

En vano pretendieron los exquisitos categorizar como cultura todo lo que se hacía en otra parte. Aquiles edificó una poética a partir de los materiales humildes del acontecer aldeano, de la vasta odisea de los iletrados.

En lugar de encumbrarse en la torre de marfil, zanqueó Aquiles con pantalones arremangados las aguas donde beben los ruiseñores del Catuche, topografió la Caracas que era un océano de tejas donde pescaban ratones los gatos.

¿Qué quiere la ciudad? ¿Adónde va, desde que se echó en un sitio fijo, emprendiendo una misteriosa ruta en el tiempo?

Nadie como el citadino vive en medio de esta farándula de gestos y signos ensayados. En la urbe, a diferencia de la aldea, es imposible que todos se conozcan, por lo que rangos, posesiones y destrezas han de ser representados o fingidos, con ostentación directamente proporcional a la miseria que encubre.

Caracas pudo haber sido otra, nosotros debimos haber sido diferentes.
Aquiles rescató para la memoria de esta representación lo menos imperdonable.

La ciudad diariamente se remienda a sí misma con la paciencia de una vieja señora que sabe que ya pasó la edad de los estrenos.

Por la urdimbre de sus pespuntes seguimos el tejido precario de la cotidianidad.

Allá avanza su aguja para coser retazos de pasado amarillento como el Pasaje Capitolio con futuros tan infortunados como el Cubo Negro.

Una urbe es voz múltiple de espacios y de formas, concierto y desconcierto de disciplinas e indisciplinas, desorganizada improvisación colectiva que sólo por la armonización del amor puede dar la nota justa.

Vaga por ella desasosegado el habitante, y sólo la comprende el poeta que no es comprendido por nadie.

De todo el tumulto metropolitano quedan unos cuantos fetiches a los cuales investimos de los mismos sentimientos que secretamente abrigamos hacia nosotros mismos: desdén, ternura, aceptación o rechazo.

Estas reliquias, como todas las del mundo, sólo valdrán por el fervor que les comuniquemos.

Aquiles ya está en el pequeño Panteón del alma que alegramos con flores silvestres todos los venezolanos.

Su sonrisa hace falta en el otro Panteón, donde entristecen tantos héroes ante las lluvias de amarguras que suelen azotarnos.

Los rumores de los malos y el silencio de los “buenos”

Catturacpor apócrifo*

“No me preocupa tanto la gente mala, sino el espantoso silencio de la gente buena”
Martin Luther King.

Desde hace muchísimo tiempo he querido dedicarme a escribir. Hoy, me propuse y dispuse a tomar el lápiz y tratar de ser “escritor”, escribiente o escribano; cada término con su acepción y ocupación. Busco mi teléfono, donde aún tengo grabada aquellas canciones necesarias y libertarias que me sirven de hilo conductor e inspiración en lo que hoy comienzo.

Enciendo el reproductor, a quien primero oigo y escucho es a mí siempre mentor Alí Primera, interrumpido una que otra vez por alguna llamada o mensaje de texto inoportuno. Seguidamente otras canciones, los hermanos Godoy de la Nicaragua que aún sigue en batalla, Amparo Ochoa, el Carota, Ñema y Tajá, Gordo Páez, Araucara; bueno la lista es larga e interminable como nuestros sueños de Libertad.

En soledad se me abre el entendimiento para manifestar lo expresado. Eran los años 80 cuando el sarampión juvenil me lleva, junto a un numeroso grupo de jóvenes, a ser sujeto y objeto de la política. He crecido siendo músico, cantor, soñador y militante. Se me quedó grabado para siempre aquello de ser Militante del Combate por la Vida. Alí me dijo, por allá en el año 83: “Julio, no desmayes en tu tesón de hacer del arte popular un arma solidaria del ser humano”; ser militante me ha permitido ver correr mucha agua por el rio.

Otra interrupción, tocan la puerta, se trata de un vendedor de sueños eternos y los 500 años del Carota, Ñema y Tajá me dicen: … “aquí no hay nada que celebrar y mucho llanto para llorar, hay mil razones para luchar y mucha Patria que libertar” … es el mismo llanto y las mismas razones para seguir en esta lucha. Hoy, esta lucha tiene muchos matices y formas; ayer conocíamos al enemigo y sabíamos enfrentarlo, incluido los coñazos. Hoy el enemigo cohabita con nosotros y no nos atrevemos a darle patadas, como dice mi hermano, amigo, cantor y camarada Miguel Ordoñez en canción “A Patadas”.

Ciertamente, a sabiendas de lo que nos iba a pasar, desde que el arañero de Barinas conmovido por los sucesos del aquel funesto 27 y 28 de febrero y días siguientes de marzo del 89 partiera nuestra historia en dos, se fueron sumando y encontrando los sueños, las propuestas y experiencias eternas. Creíamos que era la redención del pueblo, se avivaron los sueños libertarios…“Al pueblo lo que es del pueblo… navegaríamos hacia nuestro propio descubrimiento… la madre Patria de tanta espera ya tiene pasos de bisabuela”- nos canta Alí.

Se nos colearon, como siguen coleándose los zorros y camaleones, los que siempre decían:..“pónganme donde hay”, los que se ríen cuando nos oyen decir: ¡No Volverán!; es que ellos no se han ido, siguen adentro vivitos y coleando; y no los hemos echado todavía por benevolentes o pendejos.

Los que ayer, cuando jóvenes, le echaron un camión, hoy ostentan, no ocupan; que son dos cosas muy distintas. Con las primeras se enriquecen de las mieles del poder, la segunda sigue vacante. Me indigna ver y saber que los de ayer “codo a codo”, a “brazo partido” propugnaban por un mundo mejor y más humano hoy lo hacen más inhumano, los que combatían la corrupción hoy son parte de ella.

Cuántas propuestas, cuántas se han materializado, cuántas al olvido, cuántas a la gaveta, cuántas al basurero. Hoy, no ayer, cuántos discursos grandilocuentes, pseudos, paños calientes y un pueblo sabio y paciente sigue esperanzado detrás del sueño de Bolívar y Chávez; ese sueño que algunos poetas llaman la Utopía… y es que hasta la Utopía no las pisotean todavía.

Se nos habla de un país inmensamente rico, se nos dice cuales son las riquezas minerales, naturales y poco de las riquezas humanas. Inmensamente ricos inmensamente pobres oíamos ayer.

“Cuando lo nombro también me aturdo y lloro, por nuestro principal recurso natural no renovable”… no es el petróleo es el hombre, incluyendo a nuestras guerreras y hermosas mujeres.

La guerra, no es solamente y trillada “guerra económica”, es de múltiples formas y dimensiones, que ha servido más para justificar y solapar la corrupción y la impunidad que para preparar al pueblo ideológicamente para la histórica guerra contra el enemigo de la Patria y de los pueblos a través de los medios informativos y educativos. Aquí ha faltado; no quiero decir que no ha habido, pedagogía para enseñar con qué se come eso de Imperialismo hasta el punto que una parte del pueblo lo ve como algo Hollywoodense.

Chávez visionario; primer Proyecto Socialista: el Libro Azul, primer Plan de la Patria y demás documentos, comenzaba a crear estructuras e infraestructuras lógicas para salir de la dependencia, para ser una República Soberana e Independiente, hoy poco de eso está vigente. Ciertamente los ataques externos e internos (incluyendo la derecha endógena) han hecho mucho daño como tanto daño han hecho los paños de agua caliente.

Somos un país inmensamente rico, con las mayores reservas de minerales y biodiversidad del mundo; y un país pequeño en extensión territorial e inmensamente grande en recursos humanos, con un criminal bloqueo de varias décadas, con un enemigo común más cerca que nosotros ha salido adelante, esa es la Cuba que conocí. En tiempos de crisis es que se crecen los pueblos, … “No pretendamos que las cosas cambien, si siempre hacemos lo mismo. Es en la crisis que nace la inventiva, los descubrimientos y las grandes estrategias. La verdadera crisis, es la crisis de la incompetencia. Sin crisis no hay desafíos, sin desafíos la vida es una rutina, sin crisis no hay méritos.

Hablar de crisis es promoverla, y callar en la crisis es exaltar el conformismo. Acabemos de una vez con la única crisis amenazadora, que es la tragedia de no querer luchar por superarla”, leí en una ocasión de Albert Einstein.

A falta de aditivos para los carburantes, generación de las industrias pertinentes, eso quería el arañero. Sé que Maduro hace un esfuerzo inmensurable para salir de este agujero negro; y sé también que para alzar el vuelo debe salir de tanta mácula a su alrededor, este sería otro gran triunfo de todos y para todos.

Otro tema, el Gas, otro de los combustibles tan necesarios. Oímos decir que estamos entre las reservas más grande del mundo, con y que gas para 300 años y tenemos mucho tiempo SinGas. Hace poco tiempo leí en el estado de Whatsapp de un amigo que se ha creado una empresa estatal que vendría a “solucionar el peo del gas”, mejoraría el suministro de gas en la región; a lo que respondí, imagino que no le gustó mi comentario, que sería un paño de agua caliente no más y no resolvería el problema que ha sido y sigue siendo Estructural, eso sería así como “quítate tú pa’ponerme yo”. Y así como esta situación hay otras, los alimentos, el Clap, etc., etc… ¿Cuál es la solución? Volver a Chávez, revisar y avivar su legado, porque en estas circunstancias no podemos claudicar.

Seamos como Chávez, que nos hablaba en todas las lenguas y podía escuchar con todos los oídos, a ver si así hacemos un congreso del unido, leí recientemente.

Acabemos de una vez con la única crisis amenazadora, que es la tragedia de no querer luchar por superarla.

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* El escrito rodó masivamente por la redes sociales atribuyendolo erroneamente a Julio Escalona. Hasta el momento se desconoce su autoria.

Brescia 28ago2019: Venezuela, ONU le narrazioni tossiche e la realtà

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“IL VENEZUELA, L’ONU, LE NARRAZIONI TOSSICHE E LA REALTA'”

Intervengono:
MARINELLA CORREGGIA (Giornalista),
YOSELINA GUEVARA (Venezuela) e personale del Consolato Venezuelano di Milano

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Organizzato da Festa Provinciale PCI Brescia – Per il lavoro e la libertà dei popoli

Diálogo Plural y el Otro Diálogo

Risultati immagini per chavismo maduro marchapor Néstor Francia

El 23 de agosto pasado se realizó una reunión de personalidades de diversa procedencia que concluyó con una Declaración pública en rueda de prensa referida a la necesidad de lo que los participantes llaman “Diálogo Plural”. Están allí los nombres de varias personas que gozan de mi respeto y algunas hasta de mi amistad, como Carlos Azpurua, Vladimir Villegas, Gustavo Márquez Marín, Oscar Schemel, Maryclen Stelling, Héctor Navarro y otros. Con todos he tenido coincidencias y también diferencias, lo cual no tiene nada de raro, porque es lo mismo que me ha pasado siempre con el Gobierno Bolivariano, con el PSUV, con Chávez, con Maduro y con el chavismo en general. Yo creo en la diversidad y en la realidad de las diferencias, no por una cuestión de fe sino porque ambas categorías existen evidentemente, por eso es imposible que alguien logre imponer un pensamiento único. La unanimidad es imposible. Que no se entendiera esto a cabalidad fue una de las razones principales de la implosión de la Unión Soviética y de los sistemas políticos en los países afiliados a su tutoría política en los años de la llamada Guerra Fría.

No es extraño, igualmente, que no coincida con todos los términos planteados en la mencionada Declaración, sin embargo le comuniqué, vía correo electrónico, tanto a Gustavo Márquez Marín como a Vladimir Villegas que deseaba incluirme en ella, ya que estoy de acuerdo con su esencia e intención, contenidas en varios segmentos del texto y señaladamente en los dos párrafos finales: “Expresamos igualmente nuestro categórico rechazo a cualquier forma de violencia, injerencia o imposición foránea. Hacemos un llamado a las partes para que dialoguen con el firme compromiso de alcanzar acuerdos que aseguren por la vía pacífica, constitucional, electoral y democrática, las
transformaciones necesarias para garantizar la gobernabilidad (…) La solución no vendrá de otros. Está a nuestro alcance, si verdaderamente la queremos, si actuamos con humildad republicana y si tenemos por norte el supremo interés del país y no la prevalencia de otros intereses” ¿Acaso no es esto lo que proclaman todos, no con toda la credibilidad que merecería asunto tan serio?

Esta posición mía no es repentina. Hace unas cuantas semanas me incorporé a un grupo de asesores convocado por una alta dirigente del PSUV, a fin de que se hiciera algunas recomendaciones a ese partido sobre el tema y el discurso de la paz. Allí presenté mi propuesta que denominé “El Otro Diálogo”. Copio textualmente fragmentos de esa propuesta: “… la Revolución está obligada a remar en dos direcciones, para sensibilizar a dos audiencias básicas. Por una parte está el movimiento popular chavista consciente y decidido, que según el resultado obtenido el 20 de mayo de 2018, abarca alrededor del 30% del padrón electoral (6.245.862 votos de 20.526.978 posibles). Este sector convencido viene siendo atendido eficientemente por el PSUV y debería seguir siendo así, para reforzarlo y garantizar su respaldo activo. La otra audiencia, que sería decisiva, es aquella que conforman los llamados “ni-ni” o “no alineados”, que según estudios creíbles podría rondar alrededor del 40% de la población electoral (+/- 8.000.000 de electores). La
propuesta de Otro Diálogo apunta a propiciar una apertura del abanico político nacional que promueva la imagen de estabilidad, distensión, paz y unión nacional (…) El Otro Dialogo ayudaría también a combatir la matriz internacional de “dictadura” que promueven el imperialismo y la derecha (…) La propuesta apunta a la promoción de otro diálogo político distinto al que se inició en Noruega y que continuará en Barbados. El diálogo de Oslo, absolutamente conveniente y ventajoso para las políticas del Gobierno Bolivariano, y coherente con ellas, reproduce sin embargo la polarización política, al menos desde el punto de vista de la percepción. Se impone mediáticamente la matriz de que se trata de un diálogo entre el Gobierno y la oposición, representada esta básicamente por solo un sector de la misma, la derecha extremista. De hecho, el principal vocero interno de ese sector es el golpista pro imperialista Juan Guaidó. Cabe preguntarnos: ¿Si es lícito reunirnos con estos factores extremos, por qué no considerar el inicio público de un diálogo con otros sectores opositores que no forman parte del espectro extremista y con sectores chavistas no involucrados directamente en la gestión de Gobierno? Sectores todos que tienen de entrada al menos dos importantes puntos de coincidencia con el PSUV y el Gobierno: el rechazo a la intervención imperialista y la violencia, y la inclinación hacia las vías pacíficas, constitucionales y electorales (…) Conviene que el Otro Diálogo sea convocado por el Gobierno, para darle carácter oficial. Veamos algunas de sus características (…) 1) Se convocaría a factores partidistas y organizados en movimientos de oposición o no involucrados directamente en la gestión de Gobierno, además del PSUV, con la única condición de que se hayan pronunciado públicamente en contra de la intervención extranjera y el ejercicio de la violencia; 2) Algunos de estos factores serían: el MAS, Redes, PCV, UPV, Somos Venezuela, Plataforma por el Referéndum Consultivo, Plataforma Ciudadana en Defensa de la Constitución, Soluciones por Venezuela (Claudio Fermín), Concertación por el Cambio (Henry Falcón), Esperanza por el Cambio (Javier Bertucci); 3) La agenda debería ser abierta, aunque a lo interno del diálogo se trataría de conformar acuerdos en torno a la inviolabilidad del territorio de la Patria, a la necesidad de privilegiar las vías pacíficas y constitucionales para dirimir las diferencias políticas, a la oposición a la promoción del odio, al fomento de la tolerancia y de la paz (…) Se convocaría a garantes internacionales, como por ejemplo la oficina local de la Comisión de DDHH de la ONU recientemente acordada con la Comisionada Michelle Bachelet (…) Este diálogo promovería además la beligerancia política de factores opositores distintos a la derecha extremista y pro imperialista, conformándose así nuevas referencias que despolaricen el escenario político”.

Habrá sectores extremistas del chavismo que me tilden de “débil” o “reformista” por causa de esta propuesta. Me adelanto y les respondo. Apoyo el diálogo facilitado por Noruega y que el Gobierno ejerce… ¿con quién? Con la derecha fascista, que conspira, promueve violencia y convoca la intervención imperialista. Por otro lado, el Gobierno ha reconocido que desarrolla desde hace tiempo conversaciones con el gobierno de Estados Unidos, el peor enemigo de la Humanidad, el que nos somete a sanciones económicas extendidas, se roba nuestros activos, promueve el aislamiento diplomático de nuestro país y nos amenaza con la fuerza militar. Estoy de acuerdo con esta acción diplomática del Gobierno. El presidente Maduro ha dicho repetidas veces que está dispuesto a encontrarse con Donald Trump. No odio a nadie, pero a Trump me le falta un pelito nada más. Respaldaría, no obstante, un encuentro tal. Me pregunto, entonces, ¿si el Gobierno se reúne con lo peor de lo peor, porque no convoca un diálogo con sectores con los que hay al menos dos coincidencias fundamentales, la oposición a la violencia y el rechazo a la intervención
foránea?

¿Estoy cometiendo alguna infidencia al revelar parte de mi propuesta, que fue respaldada por los asesores? Han pasado casi dos meses desde que la diseñé y al menos mes y medio desde que la presenté. Recientemente comuniqué en el grupo Whatsapp del equipo, que en vista de que no había recibido ninguna respuesta a mi planteamiento desde el PSUV, y si esto no se producía en tiempo perentorio, la movería por otra vías, ya que estoy muy viejo para andar trabajando en balde y mis ideas están básicamente a la disposición de todos, sin descartar que sean correctas o no. Yo mismo dije que esperaría a que pasara el Foro de Sao Paulo, dado que seguramente el PSUV estaba muy ocupado en esa actividad. Pero la Declaración que he referido marcó el punto de inflexión, porque sin duda hay otros venezolanos con ideas que se acercan a las mías.

No tengo dudas de mi posición radical antiimperialista, que mantengo desde muy temprana edad. Tampoco oculto mi total y absoluto antagonismo con el sector criminal representado por ese personaje intrascendente e incidental que se llama Juan Guaidó y con su partido extremista y fascista, Voluntad Popular. Aclarado esto, digo sin ambages que todo el que rechace la intervención foránea en mi Patria, se oponga a la violencia y privilegie el diálogo y la paz, puede contarme entre los suyos.

Radicalizzarsi contro l’imperialismo?

Risultati immagini per Milicia popular bolivarianadi Néstor Francia 

Le ultime mosse degli Stati Uniti contro il Venezuela potrebbero voler dire che la disperazione e lo smarrimento imperversa nei circoli governativi della metropoli Imperiale. Questo, in termini assoluti, non vuol dire che il conflitto in corso sia pacificato, al contrario, ancora di più incombe il pericolo che l’imperialismo si radicalizzi e passi ad un superiore livello di aggressione, come il concretizzarsi della minaccia di esercitare un blocco navale. Questa mossa sicuramente non è semplice per gli Stati Uniti, significherebbe imbarcarsi in un’avventura dall’esito incerto; quello che è certo è che non sarà tentata prima delle elezioni presidenziali di novembre. Il risultato di queste elezioni, d’altra parte, potrebbe segnare cambiamenti nella politica estera degli Stati Uniti rispetto a questioni come la Cina, la Corea del Nord, Cuba e l’Iran, probabilmente anche il Venezuela, soprattutto se Donald Trump risulterà sconfitto. Questo sarà un bene o un male? Chissà, dovremo aspettare e vedere dove ci porterà la realtà.

Per ora, l’imperialismo continua a combinare strategie, facendo leva su fatti, minacce e manipolazioni mediatiche. Le sanzioni aumentano, continuano a fare dichiarazioni come quella fatta dal Capo del Comando Sud degli Stati Uniti, Craig Faller, in occasione delle esercitazioni militari Unitas, e seguono le operazioni come quella in corso contro Diosdado Cabello. 

Su quest’ultimo punto è oltraggiosa l’impunità con cui alcune agenzie di stampa internazionali agiscono nel nostro paese. È il caso dell’agenzia spagnola EFE, che si unisce all’ultimo attacco mediatico basato sulla presunta trattativa tra Diosdado Cabello e Stati Uniti. Ci sono alcuni che credono sia una manovra per favorire una spaccatura all’interno delle file chaviste. Non nego del tutto che nel governo gruppi diversi competono tra loro, ma queste contrapposizioni riguardano unicamente la distribuzione di posizioni e incarichi, e non la permanenza del chavismo nel governo né la leadership interna di Nicolás Maduro. Sono più incline a pensare che ciò che si cerca con questo tipo di bufale sia rafforzare le speranze, in forte calo, della base sociale oppositrice che Guaidó  possa ottenere la “cessazione dell’usurpazione”. Per l’imperialismo e i suoi alleati della destra nazionale e internazionale, è chiaro che senza un acceso conflitto sociale interno difficilmente si potrà chiudere la partita col governo bolivariano.

Hanno bisogno che la base sociale dell’opposizione sia incoraggiata e mobilitata come unica possibilità che un tale conflitto possa avere luogo.

Alla ”informazione” fabbricata da EFE sono evidenti tutte le magagne. Si basa su una presunta notizia pubblicata domenica scorsa su Axios, un portale di notizie inaugurato nel 2017 e fondato da personaggi che sono collegati alla Casa Bianca. Inoltre Axios è finanziato dai grandi monopoli statunitensi come JP Morgan e Chase, Boeing, BP, Bank of America, Koch Industries, S&P Global, UnitedHealth Group, Walmart e PepsiCo.

La notizia di EFE sul presunto contatto di Diosdato con funzionari statunitensi si regge su una frase: “gli Stati Uniti assicurano che questo lunedì, figure chiave della cerchia del presidente venezuelano, Nicolás Maduro, sono in frequente collegamento per negoziare l’uscita di scena del presidente, in questi tempi di notizie false su un dialogo tra la Casa Bianca e quello che viene indicato come il numero 2 del chavismo, Diosdato Cabello”.

Tuttavia, la stessa agenzia confessa che l’attribuzione dei commenti agli “Stati Uniti” sia un falso, negando il rango ufficiale a questa bufala: “La Casa Bianca e il Dipartimento di Stato hanno evitato di confermare direttamente queste informazioni”, e le attribuiscono a funzionari che restano anonimi, dell’amministrazione statunitense. Una fonte truccata usata nella guerra dei media per le loro invenzioni malevole.

Citando fonti dubbiose come quella di un ex consigliere di Donald Trump, EFE costruisce una realtà virtuale, facendo leva sul suo contorto linguaggio.

Verso la fine, l’agenzia spagnola cala la maschera e parla delle voci come se fossero una verità dimostrata: “non è chiaro quali sono gli obiettivi del contatto con Cabello. Ci sono alcuni che sostengono che la Casa Bianca stia solamente cercando di destabilizzare l’ambiente vicino a Maduro, quasi sette mesi dopo aver riconosciuto il leader oppositore Guaidò come presidente ad interim del Venezuela“.

Lasciano intendere che la voce sia vera, ci sarebbero dubbi solo sulla reale natura degli obiettivi del contatto con Cabello. Questa è pura sfacciataggine, caradurismo [attitudine ad essere sfrontati e senza vergogna, NDT] e assenza totale di etica giornalistica.

Di fronte a una probabile intensificazione dell’aggressione imperialista, alcuni si domandano cosa dobbiamo fare, e propongono una radicalizzazione proprio su questo fronte di lotta: dichiarare lo stato di emergenza e di guerra, espropriare le imprese statunitensi, espellere dal paese le canaglie bugiarde come EFE, incarcerare subito i traditori che chiedono l’intervento militare dell’impero, sciogliere le organizzazioni terroristiche come Voluntad Popular, interrompere la fornitura petrolifera agli Stati Uniti e ai loro alleati. Io non propongo niente, resto ostaggio dei dubbi, cioè che al momento è conveniente agire con la pazienza degli indios. Quello che dico è che tutte “le opzioni dovrebbero essere sul tavolo”.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

 

Gli zapatisti occupano nuovi territori: “Rotto l’assedio!”

Risultati immagini per EZLNdi Resumen Latinoamericano

18 agosto 2019.- Comunicato del Comitato Clandestino Rivoluzionario Indigeno – Comando Generale dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale. Messico

17  AGOSTO 2019

AL POPOLO MESSICANO

AI POPOLI DEL MONDO

AL CONGRESSO NAZIONALE INDIGENO-CONSIGLIO INDIGENO DI GOVERNO

ALLA SESTA NAZIONALE E INTERNAZIONALE

ALLE RETI DI APPOGGIO, RESISTENZA E RIBELLIONE

 

SORELLE, FRATELLI

COMPAGNE, COMPAGNI

 

Vi riportiamo le nostre parole, che sono le stesse di ieri, oggi e domani, perché sono parole di resistenza e ribellione.

 

Nell’ottobre del 2016, quasi 3 anni fa, nel suo ventesimo anniversario, i popoli fratelli organizzati nel Congresso Nazionale Indigeno, uniti all’EZNL, si sono impegnati a passare all’offensiva per la difesa del territorio e della Madre Terra. Perseguitati dalle forze del malgoverno, dai signori della guerra, dalle imprese straniere, dai criminali e dalle leggi; considerando i morti, le ingiustizie e le provocazioni, i popoli originari, i guardiani della terra, si sono  riuniti per passare all’offensiva e diffondere la parole e l’azione resistente e ribelle.

 

Con la nascita del Consiglio Indigeno di Governo e la nomina della sua portavoce, Marichuy, il Congresso Nazionale Indigeno si è impegnato nel compito di portare, ai fratelli e alle sorelle della campagna e della città, la parola di allerta e organizzazione. Anche l’EZLN è passato all’offensiva nella sua battaglia della parola, delle idee e per l’organizzazione.

 

 

E’ giunto il momento di rendere conto alla CIG-ICC e alla sua portavoce. La sua gente dirà se abbiamo adempiuto al nostro compito e non dobbiamo rendere conto solo a loro. Lo dobbiamo anche alle organizzazioni, gruppi, collettivi e individui (specialmente la Sesta e le Reti, ma non solo), che, in Messico e nel mondo, hanno a cuore i popoli zapatisti e, secondo i loro tempi, coordinate geografiche e modalità, indipendentemente dalla loro distanza in chilometri, indipendentemente dai muri e dai confini, o dalle barriere che ci impongono, continuano a far battere il loro cuore accanto al nostro.

 

L’arrivo di un nuovo governo non ci ha ingannato. Sappiamo che il Padrone non ha altra patria che il denaro, e governa il mondo e la maggior parte delle fattorie che chiama “Paesi”.

 

Sappiamo anche che la ribellione è proibita, così come la dignità e la rabbia. Ma in tutto il mondo, nei suoi angoli più dimenticati e disprezzati, ci sono esseri umani che resistono per non essere divorati dalla macchina e non si arrendono, non si vendono e non si arrendono. Hanno molti colori, molte sono le loro bandiere, molte le lingue che parlano, e colossali sono la loro resistenza e la loro ribellione.

 

Il padrone e i suoi capataz costruiscono muri, frontiere e recinzioni per cercare di contenere ciò che dicono sia un cattivo esempio. Ma non ci riescono, perché la dignità, il coraggio, la rabbia e la ribellione, non possono essere fermati o rinchiusi. Anche se si nascondono dietro mura, confini, recinzioni, eserciti e polizia, leggi e decreti, questa ribellione prima o poi li chiamerà a rispondere delle loro azioni. E non ci sarà né perdono né dimenticanza.

Sapevamo e sappiamo che la nostra libertà sarà solo opera nostra, dei popoli originari. In Messico nonostante il nuovo Capataz, ancora seguono persecuzioni e morte: in pochi mesi, una dozzina di compagni del Congresso Nazionale Indigeno – Consiglio del Governo Indigeno e attivisti sociali, sono stati assassinati. Tra questi, un fratello molto rispettato dai popoli zapatisti: Samir Flores Soberanes, ucciso dopo essere stato segnalato dal Capataz che, peraltro, porta avanti mega-progetti neoliberali che cancellano interi popoli, distruggono la natura e trasformano il sangue dei popoli originari in profitto per il Capitale.

 

Per questo motivo, in onore delle sorelle e dei fratelli morti, perseguitati, scomparsi o in carcere, abbiamo deciso di chiamare la campagna zapatista “SAMIR FLORES VIVE”, che si conclude oggi e che rendiamo pubblica:

 

Dopo anni di lavoro silenzioso, nonostante l’assedio, le campagne di menzogne, le diffamazioni, i pattugliamenti militari, la Guardia Nazionale, le campagne di controinsurrezione mascherate da programmi sociali, l’oblio e il disprezzo, siamo cresciuti e ci siamo rafforzati.

 

E abbiamo spezzato l’assedio.

 

Siamo partiti senza chiedere il permesso e ora siamo di nuovo con voi, sorelle e fratelli, compagne e compagni. L’assedio del governo è stato superato, non ha funzionato e non funzionerà mai. Seguiamo strade e percorsi che non esistono su mappe e che i satelliti non vedono perché si trovano solo nei pensieri dei nostri vecchi.

 

Con noi zapatisti, nei nostri cuori, facciamo camminare anche la parola, la storia e l’esempio dei nostri popoli, dei nostri figli, anziani, uomini e donne. Fuori troviamo casa, il cibo, ascolto e parole. Ci siamo capiti come si intendono solo coloro che condividono non solo il dolore, ma la storia, l’indignazione e la rabbia.

Così abbiamo compreso non solo che le recinzioni e i muri servono solo per la morte, ma anche che la compravendita delle coscienze dei governi è sempre più inutile. Non ingannano più, non convincono più, si arrugginiscono, si rompono, hanno già fallito.

 

E’ così che usciamo. Il Grande Capo è stato lasciato indietro, pensava che il suo recinto ci avrebbe trattenuti. Da lontano abbiamo visto le sue spalle fatte di guardie nazionali, soldati, poliziotti, progetti, aiuti umanitari e menzogne. Siamo andati avanti e indietro, dentro e fuori. 10, 100, 1000 volte l’abbiamo fatto e il Grande Capo faceva la guardia ma non riusciva a vederci, confidando nella paura che incuteva.

 

Abbiamo lasciato gli assedianti come una macchia sporca, accerchiati essi stessi all’interno di un territorio ora molto più esteso, un territorio che diffonde ribellione.

 

Fratelli e sorelle, compagni e compagne:

 

Ci presentiamo davanti a voi con nuovi Caracoles e Municipi Autonomi Ribelli e Zapatisti in nuove aree del Messico sudorientale.

 

Ora avremo anche centri di resistenza autonoma e ribellione zapatista. Nella maggior parte dei casi, questi centri ospiteranno anche Caracoles [centro politico-culturale e legislativo], Consigli del Buon Governo e Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti.

 

Anche se lentamente, come suggerisce il loro stesso nome[ Caracol significa lumaca], i 5 Caracoles originali sono nati dopo 15 anni di lavoro politico e organizzativo; e anche i Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti e i loro Consigli del Buon Governo hanno dovuto proliferare e aspettare per vedere i risultati. Ora ci saranno 12 Caracoles con i loro rispettivi Consigli di Buon Governo.

 

Questa crescita esponenziale, che oggi ci permette di uscire di nuovo dall’assedio, è dovuta fondamentalmente a due fattori:

 

Uno, il più importante, è il lavoro politico-organizzativo e l’esempio delle donne, uomini, bambini e anziani che sono la base di appoggio zapatista. In special modo le donne e i giovani zapatisti. Compagne di ogni età si sono mobilitate per parlare con altre sorelle, con o senza organizzazione. I giovani zapatisti, senza abbandonare i loro gusti e desideri, hanno imparato ancora di più dalla scienze e dalle arti contagiando sempre più giovani. La maggior parte di questa gioventù, principalmente donne, si sono assunte questo compito immergendolo nella creatività, ingegno e intelligenza che le è propria. Così possiamo dire, senza dolore e con orgoglio, che le donne zapatiste non solo vanno avanti, come l’uccello Pujuy, per indicare il cammino e non smarrirci, ma sono anche al nostro fianco per evitare che deviamo dal percorso e alle nostre spalle per non farci rallentare.

 

 

 

Il secondo fattore è la politica governativa che mira a distruggere la comunità e l’ambiente naturale, in particolare la politica dell’attuale governo autodenominato “Quarta Trasformazione”. Le comunità tradizionalmente partitiche sono state danneggiate dal disprezzo, dal razzismo e dalla voracità dell’attuale governo, e stanno passando alla ribellione aperta o nascosta. Chiunque pensasse che con la sua politica controinsurrezionale di sussidi, il governo attuale, avrebbe diviso lo zapatismo e comprato la fedeltà dei non zapatisti, alimentando lo sconto e la sfiducia, ha prestato solo le motivazioni che mancavano per convincere i fratelli e le sorelle che è necessario difendere la terra e l’ambiente naturale.

Il Mal Governo ha creduto, e tuttora crede, che quello di cui i popoli hanno bisogno e aspettano siano sussidi economici.

Oggi, i popoli zapatisti e molti altri che non lo sono, così come i popoli fratelli del CNI della zona sudorientale del Messico e in tutto il Paese, rispondono e dimostrano che si sono sbagliati.

Sappiamo che l’attuale Capataz si è formato nella fila del PRI e nella concezione “indigenista” secondo la quale i popoli originari desiderano solo vendere la propria dignità e smettere di essere ciò che sono, che gli indigeni sono pezzi da museo, pezzi di artigianato colorato che i potenti usano per occultare il grigio del proprio cuore. Al Capataz preoccupa solo che i suoi Muri-Treni (quello dell’Istmo e quello ignobilmente chiamato “Maya”) passino attraverso le rovine archeologiche di un’antica civiltà, in modo da deliziare la vista dei turisti-passeggeri. [da dicembre 2018 è stato lanciato il piano del Tren Maya, una nuova linea di 1.525 chilometri pensata per collegare lo stato del Chiapas alla penisola dello Yucatan, con l’obiettivo di rilanciare il turismo e l’occupazione.  Il treno passerà attraverso le aree in cui risiede la comunità etnica dei Maya, ma anche i principali siti archeologici della civiltà Maya, come quelli patrimonio Unesco di Cancun e Chichén Itzá NDT]

Ma noi popoli originari siamo vivi, ribelli e in resistenza. Il Capataz ora intende rimettere in circolazione uno dei suoi caporali, un avvocato che un tempo è stato indigeno, e che ora, come sempre nella storia del mondo, si dedica a dividere, perseguitare e manipolare quelli che un tempo erano i suoi simili. Ma noi indigeni siamo vivi, ribelli e resistenti. Il capo dell’INPI si sfrega ogni giorno la coscienza con la pietra pomice per eliminare ogni traccia di dignità. Crede che così che la sua pelle diventerà bianca e la sua ragione quella del Padrone. Il Capataz si congratula con lui e si congratula con se stesso: non c’è niente di meglio per cercare di controllare i ribelli che un pentito, un apostata a pagamento, per trasformarli in marionette dell’oppressore.

Negli ultimi 25 e più anni abbiamo imparato.

Anziché scalare posizioni all’interno del Mal Governo o diventare una cattiva copia di coloro che ci umiliano e ci opprimono, l’intelligenza e conoscenza che abbiamo è stata dedicata alla nostra crescita e forza.

 

Grazie alle sorelle e ai fratelli del Messico e del mondo che hanno partecipato agli incontri e ai seminari che abbiamo convocato, la nostra immaginazione e creatività, così come la nostra conoscenza, si sono aperte e sono diventate più universali, cioè più umane. Abbiamo imparato a guardare, ascoltare e parlare all’altro senza derisione, condanna o pregiudizi. Abbiamo imparato che un sogno che non abbraccia il mondo è un piccolo sogno.

 

Ciò che ora è noto e pubblico, è stato un lungo processo di riflessione e di ricerca. Migliaia di assemblee di comunità zapatiste, nelle montagne del sud-est del Messico, pensavano e cercavano strade, modi e tempi. Sfidando il disprezzo dei potenti, che ci indicavano come ignoranti e sciocchi, abbiamo usato intelligenza, conoscenza e immaginazione.

 

Qui li chiamiamo i nuovi Centri di Resistenza Autonoma e Ribellione Zapatista (CRAREZ). Ci sono 11 nuovi centri, più i 5 Caracoles originali. Inoltre, sommando i Municipi Autonomi originari, che sono 27, in totale i  centri zapatisti sono 43.

 

Nomi e posizione delle nuove Caracoles e Marez[Municipi Autonomi Ribelli Zapatisti]:

1 – Nuovo Caracol, chiamatoColectivo el corazón de semillas rebeldes, memoria del Compañero GaleanoLa Giunta di Buon Governo ha preso il nome di: Pasos de la historia, por la vida de la humanidad. Sede La Unión. Terra recuperata. A fianco dell’ejido[terreno comune di uso pubblico] San Quintín, dove si trova la caserma dell’esercito del Mal Governo; Municipio di Ocosingo.

2 – Nuevo Municipio Autónomo, chiamato: Esperanza de la Humanidad; sede: ejido Santa María. Municipio ufficiale di Chicomuselo.

3 – Otro Nuevo Municipio autónomo, chiamato: Ernesto Che Guevara. Sede: El Belén. Municipio ufficiale di Motozintla.

4 – Nuevo Caracol chiamato: Espiral digno tejiendo los colores de la humanidad en memoria de l@s caídos. La Giunta di Buon Governo ha assunto il nome: Semilla que florece con la conciencia de l@s que luchan por siempre. Sede:Tulan Ka’u, terra recuperata. Municipio ufficiale di Amatenango del Valle.

5 – Otro Caracol Nuevo. chiamato: Floreciendo la semilla rebelde. La Giunta di Buon Governo ha assunto il nome: Nuevo amanecer en resistencia y rebeldía por la vida y la humanidadSede: PobladoPatria Nueva, terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.

6Nuevo Municipio Autónomo, chiamato: Sembrando conciencia para cosechar revoluciones por la vidaSede: Tulan Ka’u. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Amatenango del Valle.

7 – Nuevo Caracol. Chiamato: En Honor a la memoria del Compañero ManuelLa Giunta di Buon Governo ha assunto il nomeEl pensamiento rebelde de los pueblos originariosSede: Dolores Hidalgo. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.

8 – Otro Nuevo Caracol, chiamato: Resistencia y Rebeldía un Nuevo HorizonteLa Giunta di Buon Governo ha assunto il nome: La luz que resplandece al mundo. Sede: el Poblado Nuevo Jerusalén. Terra recuperata. Municipio ufficiale di Ocosingo.

9 – Nuevo Caracol, chiamato: Raíz de las Resistencias y Rebeldías por la humanidadLa Giunta di Buon Governo ha assunto il nomeCorazón de nuestras vidas para el nuevo futuro. Sede: ejido Jolj’a. Municipio ufficiale di Tila.

10Nuevo Municipio Autónomo, chiamato: 21 de Diciembre. Sede: Ranchería K’anal Hulub. Municipio ufficiale di Chilón.

11 – Nuevo Caracol, chiamatoJacinto CanekLa Giunta di Buon Governo si chiama: Flor de nuestra palabra y luz de nuestros pueblos que refleja para todosSede: Comunidad del CIDECI-Unitierra. Municipio ufficiale di San Cristóbal de las Casas.

 

Cogliamo l’occasione per invitare la Sesta, le Reti, la CNI e tutte le persone oneste a venire e, insieme ai popoli zapatisti, a partecipare alla costruzione della CRAREZ, sia procurando materiali e sostegno economico, che martellando, tagliando, trasportando, orientando e vivendo con noi. O nella forma e nel modo che ritengono più opportuno. Nei prossimi giorni renderemo pubblica una lettera che spiegherà come, quando e dove sarà possibile registrarsi per partecipare.

Convochiamo la CNI-CIG per incontrarci e far conoscere il lavoro al quale ci siamo dedicati, per condividere i problemi, le difficoltà, i contraccolpi, gli errori, i semi che servono per mietere il meglio dalla lotta, ma anche i semi che vediamo che non ci danno un raccolto migliore, ma tutto il contrario, in modo da non ricadere negli stessi errori. Per incontrare chi vuole davvero organizzare la lotta e che incontriamo per parlare di buoni e cattivi raccolti. Nello specifico, proponiamo la realizzazione congiunta, in uno dei Caracol, di quello che potrebbe essere chiamato FORUM IN DIFESA DEL TERRITORIO E DELLA TERRA MADRE, o come meglio credete, aperto a tutte le persone, gruppi, collettivi e organizzazioni che sono impegnati in questa lotta per la vita. La data che vi proponiamo è il mese di ottobre 2019, nei giorni che crederete più opportuni. Allo stesso modo, vi offriamo uno dei Caracol per tenere la riunione o l’assemblea della CNI-CIG, nella data che converrete.

 

Invitiamo LA SESTA E LE RETI ad avviare l’analisi e la discussione per la formazione di una Rete Internazionale di Resistenza e Ribellione, Polo, Nucleo, Federazione, Confederazione, o come si chiamerà, basata sull’indipendenza e l’autonomia di chi la forma, rinunciando esplicitamente all’egemonia e all’omologazione, in cui la solidarietà e il sostegno reciproco sono incondizionati, le esperienze positive e negative delle reciproche lotte sono condivise, e si lavora per diffondere le storie dal basso e da sinistra.

 

A tal fine, come zapatisti, convocheremo incontri bilaterali con gruppi, collettivi e organizzazioni che lavorano nelle loro territori. Non faremo grandi riunioni. Nei prossimi giorni vi metteremo a conoscenza del come, quando e dove questi incontri bilaterali che vi proponiamo si terranno. Naturalmente, sarà comunicato a coloro che accettano e tenendo conto dei loro calendari e latitudini.

 

A chi dell’Arte, della Scienza e del Pensiero Critico ne ha fatto la sua vocazione e la sua vita, saranno invitati a festival, incontri, seminari, feste, scambi, o come vorrete chiamarli. Vi faremo sapere come, quando e dove si svolgeranno. Questo include il CompArte [ gioco di parole che unisce condividere arte] e il Festival del cinema “Puy ta Cuxlejaltic”, ma non solo. Abbiamo pensato di realizzare delle CompArtes speciali secondo le singole Arti. Per esempio: Teatro, Danza, Arti Plastiche, Letteratura, Musica, ecc. Ci sarà un’altra edizione delle ConCiencias [gioco di parole che unisce coscienza e scienza], magari a partire dalle Scienze Sociali. Ci saranno i semenzai del Pensiero Critico, magari partendo dal tema della Tempesta.

 

E SOPRATTUTTO A COLORO CHE CAMMINANO CON DOLORE E RABBIA, CON RESISTENZA E RIBELLIONE, E SONO PERSEGUITATI:

 

Inviteremo a riunioni con i parenti di coloro che sono stati uccisi, scomparsi o imprigionati. A queste riunioni saranno presenti anche le organizzazioni, i gruppi e i collettivi che accompagnano il dolore di queste famiglie, la loro rabbia e la loro ricerca della verità e della giustizia. L’unico obiettivo sarà quello di conoscersi e scambiarsi non solo dolori, ma anche e soprattutto le esperienze in quella ricerca. I popoli zapatisti si limiteranno ad essere ospiti.

 

Le compagne zapatiste convocheranno un nuovo Incontro delle Donne che lottano, nei tempi, luoghi e modalità che decideranno, e comunicando quando e attraverso il mezzo di informazione che riterranno più opportuno. Una volta per tutte avvertiamo che l’incontro sarà solo per le donne, motivo per cui non è possibile fornire altri dati.

 

Vedremo se c’è un modo per tenere un incontro con gli Otroas [coloro che non sono né uomini né donne gli zapatisti li chiamano Otraoas], con l’obiettivo di condividere, oltre che il dolore, anche le ingiustizie, le persecuzioni e altre stronzate che subiscono, ma soprattutto per condividere le loro forme di lotta e la loro forza. Noi popoli zapatisti ci limiteremo ad essere ospiti.

 

Vedremo se un incontro di gruppi, collettivi e organizzazioni che difendono i diritti umani sarà possibile, nella forma e nelle modalità che essi stessi decideranno. I popoli zapatisti si limiteranno ad essere ospiti.

 

-*-

 

Compagni e fratelli:

 

Siamo qui, siamo zapatisti. Per essere visti, ci siamo coperti i volti; affinché ci chiamassero, abbiamo nascosto negavano il nostro nome; puntiamo sul presente per avere un futuro e, per vivere, moriamo. Siamo zapatisti, per lo più indigeni con radici Maya, non ci vendiamo e tanto meno ci arrendiamo.

 

Siamo ribellione e resistenza. Siamo uno dei tanti martelli che abbatteranno i muri, uno dei tanti venti che spazzeranno la terra e uno dei tanti semi da cui nasceranno altri mondi.

 

Siamo l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale.

 

Dalle montagne del sud-est messicano.

A nome delle basi di supporto zapatisti, uomini, donne, bambini e anziani e del Comitato Rivoluzionario Indigeno Clandestino – Comando Generale degli Zapatisti.

Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale

Subcomandante Insurgente Moisés

Messico, agosto 2019

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

Repatriación de Ilich Ramírez

Risultati immagini per ilich ramirez sanchezpor Julio Escalona

20ago2019.- Ilich Ramírez Sánchez, venezolano, combatiente internacionalista. En Francia han sido violados todos sus derechos. Ilich no fue detenido. Recuperándose en Sudán de una cirugía, fue sedado, esposado, encapuchado y trasladado a Francia. Eso invalida el procedimiento jurídico y lo tipifica como secuestro. Ha sido torturado, ruleteado por distintas cárceles y negado sistemáticamente su derecho a la defensa. Se cumplieron 25 años de ese secuestro, el 15-08-19.

Como venezolano, tiene derecho a la protección del Estado. Francia viola convenciones como la Declaración Universal de Derechos Humanos, cuyo artículo 9 dice: “Nadie podrá ser arbitrariamente detenido.” El art. 7 del Pacto Internacional de Derechos Civiles y Políticos señala: “Nadie será sometido a torturas ni a penas o tratos crueles, inhumanos o degradantes.”

La mediática internacional ha escarnecido a Ilich con la acusación de terrorista, para justificar las atrocidades cometidas contra él. Una constante. Así, Jorge Rodríguez fue asesinado. Hacía luchas pacíficas y legales. Arteras acusaciones se lanzaron contra él. Cuando en Venezuela el puntofijismo fue cerrando las posibilidades para las luchas legales y pacíficas, nos hicimos guerrilleros, no terroristas. De la misma manera el pueblo palestino cuando fue desalojado de sus tierras mediante el terror, recurrió a la violencia e Ilich se hizo guerrillero.

El terrorismo de Estado es una lacra vinculada al capital. Con Vietnam el terror imperial alcanzó niveles que parecían insuperables. La aguda crisis ha planteado al imperio la naturalización del terror, haciéndose incompatible con los derechos humanos, la democracia y la paz, lo que condujo al planeamiento de un golpe de Estado a nivel planetario, combinado con guerra mediática, operaciones de guerra psicológica y la criminalización de los líderes y organizaciones que se le oponen.

Una alianza entre la CIA, los sionistas y los saudíes generó el golpe en Nueva York contra las torres gemelas, el 11-09-2001; la acusación contra Al Kaeda, Bin Laden y la invasión de Afganistán, Irak, Libia, Siria… Una relectura de los derechos humanos, la democracia y la paz en concordancia con los intereses imperiales.

Pasar a la ofensiva con un juicio al terrorismo y sentar en el banquillo a Trump y todos los terroristas del mundo.

La sconfitta di Macri e lo spettro della crisi generale del capitalismo

di Marco Nieli

Diceva Albert Einstein che se si vogliono cambiare i risultati delle proprie azioni, bisogna cambiare le proprie azioni. Non pare abbia seguito questo criterio di elementare logica dialettica la maggioranza degli elettori argentini che, nell’ormai lontano dicembre 2015 decise di ritornare al modello neo-liberista – questa volta impersonato dall’ex-governatore della provincia di Buenos Aires Mauricio Macri, ingegnere civile e imprenditore, appartenente all’élite porteña e fondatore delle coalizioni di destra PRO e Cambiemos – che aveva già portato il paese al default economico nell’anno 2001.

In questi 4 ultimi anni alla guida del paese, Macri e la sua “scuola” politica hanno avuto la costanza (qualcuno potrebbe dire la “faccia tosta”) di riesumare e applicare in maniera dogmaticamente sconcertante le ricette tradizionali del neo-liberismo dell’epoca di Menem ed epigoni (anni ’90), come se, nel  frattempo, nel paese e nel mondo “reale” non fosse successo nulla.  Uno dei capisaldi di questa politica di riconquista della “credibilità internazionale” del paese  è consistita  nella ripresa dei pagamenti integrali all’FMI e ai cosiddetti fondi-avvoltoio (fundos-buitre), dopo la parentesi del canje de deuda (rinegoziazione del debito) e della strenua resistenza contro le aggressioni dei rapaci speculatori della “comunità internazionale”, intrapresa dai coniugi Kirchner, alternatisi alla Presidenza dal 2003 al 2015. Con l’F.M.I. l’Argentina di Macri ha stipulato, tra l’altro, un nuovo patto-capestro per la cifra non del tutto irrisoria di 57 miliardi di dollari, uno dei prestiti più elevati concessi dall’organismo di strozzinaggio internazionale a un paese (ri)-“emergente” o del sud del mondo. I fenomeni corollari della fuga di capitali e dell’aumento esponenziale degli interessi sul debito, che hanno sottratto linfa vitale a un tessuto economico-industriale appena in fase di rivitalizzazione, sono stati solo in minima parte compensati da discutibili ripetute misure di blanqueo de dinero (lavaggio di capitali), per un totale di circa 100 milioni di dollari.

Come risultato di questo approccio di accondiscendenza estrema verso le richieste della “comunità internazionale” (leggi: dell’imperialismo U.S.A.-U.E.), simbolicamente riappacificata col mondo (vedi:  il G20 della cumbre tenuta a Buenos Aires nel 2018), l’Argentina di Macri si è tornata ad avvolgere nella spirale dell’austerity, ormai ampiamente sconfessata da gran parte dei governi dell’area U.E., con le ben note conseguenze disastrose già sperimentate alle nostre latitudini, a partire dalla crisi del 2008: un debito estero in salita vertiginosa ed esponenziale (107.525 milioni di dollari nel 2018), un aumento sensibile della disoccupazione e della sotto-occupazione (tra il 12,8 di Rosario e Mar del Plata e il 4 circa del Nord-est e altre zone della “periferia”, dove, però, è più radicata la pratica dell’economia informale), un’ascesa costante dell’inflazione reale, che ormai galoppa verso il 40% (con la corrispondente svalutazione del peso, arrivato sul mercato parallelo a un rapporto col dollaro a doppia cifra) e, ovviamente, un ritorno della povertà e dell’esclusione sociale agli indici dell’epoca della dittatura, vale a dire circa il 35% della popolazione (su circa 40 milioni di abitanti).

Con i risultati delle recenti elezioni primarie (PASO) per i candidati alle presidenziali (del prossimo 27 ottobre), che hanno assegnato a Macri il 33,27% e il 48,86% al Frente de Todos capeggiato da Alberto Fernández come candidato a Presidente e da Cristina Kirchner come vice e il conseguente crollo dell’indice della Borsa di Buenos Aires (il Merval) di 30 punti, con subitanea ascesa del dollaro a circa 56 pesos, si apre una nuova inquietante pagina nelle fluttuazioni dell’economia argentina, che rischia una nuova drastica regressione. Non si sa ancora se questa assumerà i termini della recessione seguita dalla stagnazione o un brusco collasso come quello del 2001, ma sicuramente il trionfalismo della prima ora ha subito un brusco ridimensionamento alla prova dei fatti. Al di là di tutte le congiunture e i fallimenti di circostanza, quello che torna ad agitarsi anche alle latitudini australi è lo spettro di una crisi strutturale e definitiva del sistema del capitalismo globalizzato nella sua fase imperialistica e finanziarizzata.  

In effetti, il caso dell’Argentina di Macri riveste senza dubbio un interesse emblematico, almeno nell’ambito del contesto latino-americano, perché, a suo tempo, fece parlare di una “svolta a destra” del continente, in netta controtendenza rispetto alle politiche d’integrazione d’area, promosse dal genio politico del Comandante Supremo Hugo Chávez Frias, e prontamente condivise da Nestor e Cristina Kirchner in Argentina e dai Presidenti Lula e Rousseff in Brasile. Le stesse che, sulla base di una piattaforma politica ed economica paritetica, basata sui progetti dell’ALBA e della CELAC, configuravano una vera apertura “orizzontale” al mondo del multipolarismo emergente (i paesi del blocco BRICS, tra cui le potenze russa e cinese) e al gruppo dei paesi non allineati e, in termini di cooperazione equitativa, ai paesi in via di sviluppo dell’Africa e, in generale, del sud del mondo. Nel rigetto condiviso delle politiche di integrazione libero-scambista, cavallo di battaglia dell’imperialismo a matrice U.S.A.-Canada, che già avevano messo in ginocchio l’emergente economia  messicana (chi si ricorda dell’AL-CA…RAJO decretato alla proposta di Bush figlio proprio a Mar del Plata neel 2005 dal Comandante della Repubblica Bolviariana, insieme ai coniugi Kirchner e a Lula?).

Il macrismo si è, in effetti, decisamente orientato, in campo di interscambio economico come anche di proiezione geopolitica, verso l’asse nord-sud, recuperando una stretta relazione con gli U.S.A. e l’U.E. (ha iniziato le trattative per un’area di libero scambio con l’Europa, a tutto detrimento del Mercosur, dal quale ha tra l’altro cercato di far espellere il Venezuela di Maduro) e con l’area di libero commercio del Pacifico (U.S.A., Giappone, Cile, Peru; l’Argentina di Macri è stata anche una delle maggiori promotrici del gruppo di Lima, ancora una volta in funzione anti-Maduro). Ha ridimensionato enormemente lo scambio economico con la Cina di Xi Jinping e con la Russia, preferendo ritornare a indebitarsi con il F.M.I., nonostante le disastrose esperienze del passato.

Alla luce della recente sconfitta del macrismo alle primarie presidenziali in Argentina, tuttavia, sembrano più adeguate le linee interpretative di un Néstor Francia, che parla di vittorie “circostanziali”, legate al momento più che all’epoca, dal momento che l’inizio del XXI secolo ha segnato l’avanzamento continentale di politiche e governi “progressisti”, se non apertamente rivoluzionari e che la politica di piazza è sempre rimasta, anche nell’Argentina e nel Brasile “svoltate” a destra, in mano ai movimenti di resistenza ed opposizione sociale, sindacale e politica. Anche politologi di chiara fama internazionale, come Atilio Borón, ci hanno messo in guardia contro le facili interpretazioni trionfaliste dei media, generalmente inclini in questi paesi ad avallare una narrazione dei fatti più in linea con le tradizionali concentrazioni di potere, risalenti spesso all’epoca delle dittature (si pensi ai grandi gruppi monopolistici Clarín in Argentina e al gruppo Globo in Brasile, in larga misura corresponsabili dei suddetti cambi di regime), magari ammantate in salsa post-ideologica e stile “post-verità”. Il che non significa che regimi parzialmente o populisticamente “cesaristi di destra” (come anche quello di Jair Bolsonaro in Brasile), per usare una categoria gramsciana ripresa anche da Borón, non possano causare lacrime e sangue con le loro misure anti-popolari, per quanto passeggeri.

La crescente resistenza/opposizione sociale, sindacale e politica nel paese reale a quest’ostinata reiterazione di schemi, che ormai si pensava potessero essere considerati sepolti nelle cloache della storia, è stata dal governo Macri trattata con un’abile combinazione di brutale repressione (come nei casi di Milagros Sala in Jujuy e di Santiago Maldonado in Chubut) e manipolazione mediatica, in pieno stile contro-rivoluzione preventiva. In un paese dove l’Esercito si è reso responsabile, con Videla & co. della tortura ed eliminazione fisica di circa 30.000 persone, appare quanto meno ambigua la riforma per decreto dell’anno passato sulle funzioni dello stesso, chiamato a intervenire, oltre che in difesa da eventuali aggressioni esterne, anche all’interno, contro gli attacchi portati da “organizzazioni transazionali e terroristiche” contro “obiettivi strategici”.  Troppo evidente appare il progetto di colpire repressivamente l’opposizione di piazza (basta pensare ai movimenti di resistenza Mapuche al confine in Chubut e Patagonia contro le trivellazioni o l’alienazione di terre a favore dei vari Benetton di turno), perché non desti preoccupazione.

Va ricordato che uno dei (tutto sommato pochi, a parte il sostegno reciproco con il Venezuela chavista e la nazionalizzazione di Aerolineas Argentinas, dell’industria petrolifera YPF e la decisa politica a sostegno dei giudizi contro i genocidi della dittatura) meriti storici del governo di Cristina era stata l’approvazione della Ley de medios (Legge sui media), che avrebbe dovuto contribuire a smembrare l’oligopolio del gruppo Clarín nella prospettiva di un’effettiva democratizzazione del sistema delle concessioni pubbliche e dell’informazione (legge poi sospesa per sospensiva in seguito a ricorso giudiziario) e che oggi il governo Macri ha, di fatto, annullato, in nome della libertà di espressione, della concorrenza (???) e del libero (???) mercato. Principi tutti, ovviamente, contraddetti dalla persecuzione in sede giudiziaria delle reti comunitarie.

Sulle prospettive politiche di un cambio a breve respiro, bisognerebbe, in attesa di una quasi sicura vittoria imminente del Frente de Todos alle presidenziali del prossimo ottobre, sospendere un attimo il giudizio, ricordando che questa coalizione assomiglia più a un’armata Brancaleone, con Alberto Fernández ex collaboratore-oppositore dei Kirchner, che viene dalla destra moderata e lo stesso Partido justicialista (=peronista) di Cristina, con all’interno, tipicamente, le classiche contraddizioni interclassiste del peronismo storico.  Tenendo presente che il Partito Comunista, in Argentina, si è bruciato con il suo appoggio strategico alla Dittatura del 1976-84, e che le uniche due forze politiche strutturate che tengono la piazza oggi nel paese solo il trotzkijsta Partido Obrero, attualmente coinvolto in una profonda crisi interna tra la frazione “pubblica” di Altamira e Ramal e un CC saldamente nelle mani dei vari Gabriel SolanoNéstor Pitrola y Romina Del Plá e i movimenti di base del Partido Justicialista (=peronisti pro-Cristina), tipo il Movimiento Evita, La Cámpora, Peronismo militante e i Descamisados).    

Un’opposizione politica nel paese reale tutta da costruire, puntando a far moltiplicare le esperienze locali dei comitati operai operanti contro i tarifazos (aumenti delle bollette e dei mezzi di trasporto), dei movimenti indigeni anti-industria mineraria e anti-latifondo, delle fabbriche recuperate e delle associazioni operanti negli asentamientos (baraccopoli) del tipo Barrios de Pié, ma sotto la direzione illuminata di un Partito Rivoluzionario tutto da costruire, a partire dall’organizzazione, dai mezzi, dalla strategia e dalla concezione scientifica del mondo, mutuata dal materialismo storico-dialettico. Perché, come ricordava Engels anni dopo l’esperienza della Comune di Parigi, la rivoluzione non scoppia, ma bisogna costruirla. Nonostante, ma semmai approfittando delle crisi ricorrenti e ormai sempre più globalizzate del capitalismo.

¿Radicalización contra el imperialismo?

Risultati immagini per Milicia popular bolivarianapor Néstor Francia

Los últimos movimientos de Estados Unidos contra Venezuela podrían revelar signos de desesperación y desconcierto en los círculos gobernantes de la metrópoli imperial. Esto no significa en absoluto que la guerra en curso esté resuelta, más bien asoma el peligro de que el imperialismo se radicalice y pase su agresión a otro nivel, como la concreción de la amenaza de un bloqueo naval. Eso no es fácil para ellos, por supuesto, sería como inaugurar una aventura cuyo desenlace es incierto, y es seguro que no va a pasar antes de las elecciones presidenciales de noviembre. El resultado de estos comicios, por otra parte, podría marcar cambios en la política exterior de Estados Unidos  con respecto a temas como China, Corea del Norte, Cuba e Irán, probablemente también Venezuela, sobre todo si se produce una derrota de Donald Trump ¿Cambios para bien o para mal? Vaya usted a saber, habrá que esperar a ver hacia donde nos lleva la realidad.

Por lo pronto, el imperialismo sigue combinando estrategias y apelando a los hechos, las amenazas y las manipulaciones mediáticas. Sanciones más amplias, declaraciones como las del Jefe del Comando Sur Craig Faller en ocasión de las maniobras marítimas Unitas y ollas como la que está en curso en torno a Diosdado Cabello.

Sobre esto último, es indignante la impunidad con la que actúan algunas agencias de prensa internacionales en nuestro país. Es el caso de la agencia española EFE, que se suma al más reciente ataque mediático que tiene como bisagra las supuestas  egociaciones de Diosdado Cabello con Estados Unidos. Hay quienes consideran que es una manera de estimular divisiones a lo interno del chavismo. No niego de plano que al interior del Gobierno se muevan distintos grupos que compitan entre sí, pero esto solo podría referirse al reparto de posiciones y cargos, y no a la permanencia del chavismo en el Gobierno ni al liderazgo interno de Nicolás Maduro. Me inclino más a bien pensar que lo que se busca con este tipo de ollas mediáticas es reforzar las menguadas esperanzas de la base social opositora de que el pelele Guaidó pueda conducir al “cese de la usurpación”. Para el imperialismo y sus aliados de la derecha nacional e internacional, es claro que sin un conflicto social agudo al interior del país difícilmente se pueda dar al traste con el Gobierno Bolivariano.

Necesitan que la base social opositora esté moralizada y movilizada como única posibilidad de que un conflicto tal pueda sobrevenir.

A la “información” de EFE se le ven las costuras por todos lados. Se fundamenta en una aparente noticia publicada el pasado domingo en Axios, un portal de noticias lanzado apenas en 2017 y fundado por personajes todos ligados en algún momento a la Casa Blanca, y además financiado por grandes monopolios estadounidenses como JP Morgan & Chase, Boeing, BP, Bank of America, Koch Industries, S&P Global, UnitedHealth Group, Walmart y PepsiCo.

La “información” de EFE sobre los supuestos contactos de Diosdado con funcionarios gringos es presentada con la frase: “Estados Unidos aseguró este lunes que figuras clave del entorno del presidente venezolano, Nicolás Maduro, contactan frecuentemente para negociar la salida del mandatario, en un momento de rumores sobre un diálogo entre la Casa Blanca y el considerado ‘número dos’ del chavismo, Diosdado Cabello”. Sin embargo el mismo despacho confiesa la falsedad de atribuir los comentarios a “Estados Unidos”, al negar rango oficial a la conseja: “La Casa Blanca y el Departamento de Estado evitaron corroborar directamente esas informaciones” y la atribuyen a funcionarios anónimos de la administración gringa, un manido recurso utilizado en la guerra mediática para sus invenciones malintencionadas.

Citando dudosas fuentes como un ex asesor de Donald Trump, EFE va construyendo una realidad virtual, apelando al uso retorcido del lenguaje. Ya hacia el final, la agencia española se deja de vainas y habla del rumor como si fuera una realidad plena: “No está claro cuál es el objetivo de los contactos con Cabello, y hay quienes apuntan que la Casa Blanca podría estar intentando simplemente contribuir a una desestabilización en el entorno de Maduro, casi siete meses después de reconocer como presidente interino al líder opositor venezolano, Juan Guaidó”. Es decir, da por ciertos los rumores, la duda sería cuáles son los objetivos de los “contactos con Cabello” ¡Cuanta desvergüenza, caradurismo y ausencia total de ética periodística!

Ante una probable radicalización de la agresión imperialista, algunos se preguntan sobre qué deberíamos hacer y plantean una radicalización propia en esta lucha: declaración de estado de emergencia y de guerra, expropiación de empresas gringas, expulsión del país de canallas mentirosos como los de EFE, encarcelamiento inmediato de los traidores que invocan la intervención militar imperial, ilegalización de organizaciones terroristas como Voluntad Popular, corte del suministro petrolero a Estados Unidos y sus aliados. Yo no propongo nada, preso de las dudas como estoy, de pronto lo que conviene es seguir actuando con la paciencia del indio. Lo que sí digo es que deberían estar “todas las opciones sobre la mesa”.

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