Argentina 2015: interpretazioni di una sconfitta

segunda_vuelta_argentina2015.jpgdi Atilio A. Boron

Il potere della critica e la critica del potere

Quello che segue è un tentativo di proporre alcuni elementi che gettano un po’ di luce sulle cause e le conseguenze della sconfitta del kirchnerismo. È trascorso un mese da quel fatidico 22 novembre che ha sancito nelle urne il trionfo di Cambiemos. L’incedere del tempo permette di vedere con maggiore chiarezza alcune cose che, sul momento, non sempre possono essere percepite nitidamente.

Spero che queste righe siano di contributo a un dibattito imprescindibile e improcrastinabile, che è ancora alla ricerca di uno spazio dove svolgersi costruttivo e in maniera tale da dare dei frutti. Per farlo occorre analizzare quanto accaduto, andando fino alla radice dei problemi; arrivando fino al midollo, come dice la parlata popolare.

Non c’è spazio né per contemplazioni né per eufemismi. Ma l’esperienza indica come il potere frapponga numerosi ostacoli a questo tipo di impresa. Nel caso specifico che ci vede impegnati, le critiche intentate in relazione ad alcune delle politiche o decisioni assunte dal kirchnerismo quando era al governo si scontravano con la replica degli intimi della Casa Rosada che dicevano che queste servivano solo a “confondere” o a “seminare la demoralizzazione e lo sconforto” tra i militanti. In alcuni casi, certi animi eccessivamente infervorati sentenziavano senza troppi indugi che: la critica “fa il gioco della destra”.

Di conseguenza, anche quando sono state espresse con l’intenzione di migliorare ciò che doveva migliorarsi (e non con il proposito di indebolire un governo che si appoggiava per alcune cose che stava facendo bene) queste critiche, diciamo, erano destinate all’ostracismo. Sopravvivevano solo nei piccoli circoli degli amici, che condividevano la preoccupazione di chi scrive, ma non passavano di lì [non circolavano negli ambienti della Casa Rosada N.d.T.]. Conclusione: non giungeva all’orecchio, agli occhi di colui a cui doveva arrivare e le possibilità di correggere una rotta errata si perdevano per sempre.

La parola d’ordine era, pertanto, di accompagnare il processo e astenersi dal formulare critiche o, nel caso, di farlo badando bene che le stesse non varcassero i confini di un insignificante cenacolo di iniziati. Se allora provocare lo sconforto con la critica era un peccato imperdonabile, adesso non sembra essere da meno il “far legna con l’albero caduto”, per dirla con un aforisma di vecchia data della nostra lingua.

Alcuni fanatici considerano come un tradimento qualsiasi pretesa di fare un bilancio – il più realista ed equilibrato possibile – del lungo decennio kirchnerista una volta che, sconfitta, Cristina Fernández de Kirchner è tornata alla vita di privata cittadina e, si suppone si stia preparando per il suo ritorno. È questo ciò che si segnala anche in una nota di Mempo Giardinelli apparsa in questi giorni su Página/12: “le autocritiche sono necessarie anche se ad alcuni danno fastidio ed altri ne discutono l’opportunità”. Stretta tra le due parole d’ordine – “non scoraggiare” e “non fare legna con l’albero caduto” – naufraga la possibilità di apportare una riflessione critica riguardo ad una esperienza che, nel bene o nel male, ha segnato con tratti indelebili l’Argentina contemporanea.

Ulteriore motivo per esaminare quanto accaduto è soprattutto quello di comprendere l’origine di una sconfitta gratuita, che poteva essere evitata e che al non farlo ha condannato milioni di argentine e di argentini a passare, nuovamente, tra gli orrori del neoliberalismo duro e puro, cosa che già stiamo vedendo.

Un pensatore rivoluzionario, anti-capitalista e comunista è obbligato per una sorta di giuramento di Ippocrate a dire la verità, a qualunque prezzo.

La “critica implacabile di tutto ciò che esiste” fu uno degli stilemi teorici e pratici di Marx e Engels. E sulle loro orme, Antonio Gramsci fece sua la massima di Romain Rolland (“la verità è sempre rivoluzionaria”) e fin dai suoi anni giovanili ne “L’Ordine Nuovo” la ridefinì in un sentire comune: “dire la verità e procedere insieme alla verità”, come abilmente ricordava Francisco Fernández Buey. Una critica che è fondamentale per esaminare gli errori e, apprendendo dagli stessi, per assicurarci che non tornino ad essere commessi in futuro.

La storia segue il suo corso e sicuramente avrà nuove istanze in cui le classi popolari si confronteranno con alternative simili a quelle che si vissero negli anni del kirchnerismo. Pertanto è necessaria l’analisi e la critica, la diagnosi corretta e la proposta in grado di superare l’impasse.

Una verità costruita tra tutti. Se al contrario continueremo a conformarci alla linea ufficiale, alle spiegazioni convenzionali, alle illusioni e alle fantasie con le quali si è pavimentata la strada verso la disfatta, saremo inevitabilmente condannati all’eterna ripetizione di ciò che abbiamo già vissuto.

I fatti

Partiamo dal riconoscimento di alcuni fatti basilari. Innanzitutto che non ha vinto Cambiemos ma che ha perso il Frente para la Victoria. Nessun governo peronista perde un’elezione nazionale, e meno che mai per poco più di due punti percentuali. Questo non esiste nel DNA del peronismo. Se questa cosa è accaduta è stato a causa di una insalubre mescolanza di: diagnosi fraintese, passività della dirigenza (che non ha fatto quadrato intorno alla candidatura di Scioli e né ha assicurato la presenza di osservatori nei seggi elettorali, incredibilmente assenti nei distretti di nutrito voto peronista) e superbia presidenziale. Il risultato di questa nefasta combinazione di fattori è stata la maggior sconfitta mai patita dal peronismo nel corso di tutta la sua storia.

Essendo al governo [il Frente para la Victoria N.d.T.] ha perso la nazione, la provincia di Buenos Aires e non è riuscito a conquistare la città di Buenos Aires. Ha perso anche Mendoza e Jujuy, e prima ancora aveva perso l’altro storico bastione del peronismo: la Provincia di Santa Fe; mentre invece non è mai riuscito a mettere piede a Córdoba. Alcuni replicano dicendo che Ítalo Luder fu umiliato nelle presidenziali del 1983, quando alla fine della dittatura Raúl Alfonsín assurge alla gloria con la vittoria. Ma Luder non era al governo; aspirava ad esserci ma non era alla Casa Rosada. Non vinse, ma nemmeno perse niente perché non aveva vinto. Quello occorso con Cristina Fernández de Kirchner, invece, non ha precedenti nella storia del peronismo. Esso è stato cacciato dal potere ad opera di un golpe militare in due occasioni: nel 1955 e nel 1976.

Il peronismo nella sua versione menemista fu ridotto a mal partito nel 1999 dalla Alianza, ma in essa partecipava un’altra versione del peronismo, il Frepaso. E, inoltre, sebbene Eduardo Duhalde si vide mettere in secondo piano dall’imperturbabile Fernando de la Rúa, il Partido Justicialista mantenne il bastione storico del peronismo: la cruciale Provincia di Buenos Aires, imponendo la candidatura di Carlos Ruckauf. Adesso, invece, si è perso tutto. E come avvenne nel 1955 e nel 1976, le strutture dirigenti del peronismo – in questo caso il Frente para la Victoria, La Cámpora, Unidos y Organizados, il Partido Justicialista e la CGT [Confederación General del Trabajo N.dT.] nella sua ala dedita ad appoggiare il governo – hanno tenuto fede alla tradizione e si sono defilati prima della partita decisiva. Un deplorevole ricorso storico che non deve passare inosservato a coloro che aspirano a ricostruire un grande fronte, ormai di opposizione, con questi stessi componenti. Dinanzi a una catastrofe politica di queste proporzioni, che in accordo a una vecchia pratica molte figure del kirchnerismo hanno cercato di minimizzare, si impone la necessità di apprendere dall’esperienza e di individuare le cause di quanto occorso.

Qui non si tratta di attribuire colpe, categoria teologica estranea al materialismo storico, bensì di soppesare, assegnare le responsabilità. E in questo caso la responsabilità principale, sebbene non esclusiva, ricade sulla leader indiscussa del movimento, come indicato anche nella nota di Giardinelli. Fu CFK [Cristina Fernández de Kirchner N.d.T.] che: escogitò il ticket presidenziale [Scioli-Zannini N.d.T.], le liste dei deputati e dei senatori nazionali e provinciali, designò i candidati alla carica di governatore per le Province ed a quella di sindaco per le intendenze; e che fino all’ultima settimana della campagna elettorale ha stabilito i toni della stessa. Non stiamo dicendo niente di nuovo se non ripetendo semplicemente quello che, a bassa voce, mormorano kirchneristi “dal palato fine”, contrariati e disgustati dalla suicida arbitrarietà della sua leader.

La responsabilità di Cristina, pertanto è enorme, ma non è esclusiva. Non è infatti minore quella che ricade sull’entourage presidenziale: ministri, assessori, uomini e donne di fiducia che non hanno adempiuto al loro obbligo di informarla in modo veridico ed avvertirla del corso autodistruttivo di alcune sue decisioni. Loro compito era segnalarle che, per quella via, il progetto si incamminava verso una sconfitta storica.

Non voglio essere ingiusto perché mi risulta che c’è stato chi in questo entourage ha cercato di dare l’allarme. Ma la travolgente personalità di Cristina e la sua ottusa politica hanno reso impossibile la trasmissione di questo messaggio, e la sua cerchia più stretta si è frantumata nell’evitare il disastro. Potrebbe richiamare l’attenzione la centralità che si attribuisce in quest’analisi allo “stile personale di governare” della ex Presidenta.

Ricorro a questa espressione coniata da un grande intellettuale messicano, Daniel Cosío Villegas che la utilizza nel suo studio sul sessennio del Presidente Luis Echeverría Álvarez in Messico (1970-1976). Nelle pagine iniziali il nostro autore dice qualcosa che si addice abbastanza bene a quanto accaduto in Argentina durante il governo di CFK. Dice Cosío Villegas che “dal momento che il Presidente del Messico ha un potere immenso, è inevitabile che lo eserciti in modo personalistico e non istituzionalmente, e ciò che risulta fatale è che la persona del Presidente dà al proprio governo una impronta peculiare, persino inconfondibile. Sarebbe a dire che il temperamento, l’indole, le simpatie e le differenze, l’educazione e l’esperienza personali influiranno in modo chiaro su tutta la sua vita pubblica e, pertanto, nei suoi atti di governo”.

Si sostituisca adesso Messico con Argentina e l’analisi conserva tutta la sua validità per descrivere la gestione di CFK e il suo personalistico stile di governare, con le sue virtù e i suoi difetti, soprattutto nell’aggirare le trappole della congiuntura politica. Stile personalistico esaltato dai suoi seguaci come l’inesorabile corollario della sua indiscutibile leadership del movimento giustizialista nazionale, e vilipeso dai suoi detrattori come una violazione dei principi fondamentali dell’ordine repubblicano. Torneremo però su questo tema verso la fine di questo saggio.

Quel che è certo è che il risultato di questa sconfitta è stata l’irruzione ai vertici dello Stato argentino di una coalizione di destra, Cambiemos, la cui colonna vertebrale è il PRO [Propuesta Republicana N.d.T.], un partito sponsorizzato da diverse agenzie federali del governo degli Stati Uniti – come il NED [National Endowment for Democracy N.d.T.], il Fondo Nazionale per la Democrazia, o la USAID [United States Agency for International Development N.d.T.] ed altre simili – o da ONG internazionali che operano efficacemente – sebbene in maniera indiretta – nella regione attraverso la mediazione di due ispanofoni impertinenti: José Maria Aznar, dalla Spagna, e Álvaro Uribe in Colombia. È a loro che l’imperialismo ha assegnato il compito di coordinare e amministrare finanziariamente il progetto di reinsediare al potere nella regione la destra; per cui hanno promosso la modernizzazione delle arcaiche destre latinoamericane, rinnovato i loro vetusti schemi e stili di comunicazione e dispiegato una fenomenale campagna stampa su scala continentale che, con tono invariabilmente monocorde, sferza i governi di sinistra o progressisti della regione lodando contemporaneamente i grandi risultati democratici e sociali di Messico, Colombia, Perù e Cile. Nella passata elezione presidenziale gli strateghi di Cambiemos si sono dati da fare per riunire intorno al proprio candidato politici e militanti provenienti dal peronismo e, in larga parte, della quasi scomparsa Unión Cívica Radical. Date queste premesse Cambiemos sarà un osso duro da rodere per gli strati popolari in Argentina perché a differenza delle piattaforme politiche che l’hanno preceduto, esso può contare sull’appoggio di una poderosa coalizione formata dalla classe dominante locale, l’oligarchia dei media, “la ambasciata” e il capitale internazionale. Non bisogna però sbagliare.

Cambiemos è molto più che un conglomerato puramente locale; è l’espressione nazionale della controffensiva dell’imperialismo; esso è la assai ben affilata punta di lancia utilizzata per estirpare alla radice l’asse Buenos Aires – Caracas. A differenza di quanto accadeva in passato, oggigiorno l’Argentina si è trasformata in una casella importante nello scacchiere geopolitico dell’emisfero il cui controllo gli Stati Uniti mirano a recuperare il prima possibile.

Una Argentina che faccia propria integralmente, cosa che ha fatto il nuovo Presidente, la agenda politica degli Stati Uniti riguardo la regione (aggredire il Venezuela, cosa che ha fatto nella riunione dei Presidenti del Mercosur a Asunción; raffreddare le relazioni con Bolivia, Cuba ed Ecuador; prendere le distanze da Cina e Russia; appoggiare la fantasmagorica Alleanza del Pacifico ed il Trattato Trans Pacifico; “riformattare” in chiave ultra-neoliberale il Mercosur: sabotare la UNASUR e la CELAC, etc.) è un valido aiuto in una congiuntura internazionale tanto irta di pericoli come quella attuale. Non soltanto per facilitare l’erosione della Rivoluzione Bolivariana in Venezuela, come si è visto nelle elezioni che si sono svolte in questo Paese lo scorso 6 dicembre, ma anche aumentare la pressione su Dilma Rousseff con il fine di destituirla. L’ex Presidente brasiliano Fernando H. Cardoso ha anticipato infatti, ai primi di novembre, che un trionfo di Macri avrebbe facilitato l’uscita di scena di Dilma. E questo è esattamente quello che sta succedendo. Pertanto l’Argentina ha assunto agli occhi di Washington un’importanza che, oserei dire, non ha mai avuto prima.

Il perverso triangolo, finora incompleto, si chiude: Aznar e Uribe; opera di indebolimento di Maduro e facilitazione della destituzione di Dilma; colpire la linea di galleggiamento della UNASUR e della CELAC. Per questo, i portavoce dell’impero, qui e là, hanno promesso ingenti aiuti finanziari per “supportare” i primi mesi del governo di Macri e collaborare con lui nella sua crociata restauratrice. E fino ad ora, a poche settimane dall’assunzione del nuovo Presidente, essi hanno mantenuto la parola data e niente lascia supporre che Washington abbandonerà questa linea di condotta nei prossimi anni.

Interpretazioni

Quella del kirchnerismo è la prima sconfitta di un governo progressista o di centrosinistra in America Latina dai tempi del trionfo iniziatico di Chávez nel dicembre 1998. È da molto tempo che gli osservatori andavano pronosticando una “fine di ciclo” progressista. Sarà il trionfo di Macri il punto di non ritorno di un processo involutivo regionale, o si tratta solo di uno scivolone, di una regressione temporanea? Difficile da prevedere, benché ci tenga a segnalare il mio disaccordo con molte diagnosi catastrofiste. Lasciamo però da parte, per il momento, questa discussione per addentrarci nella spiegazione della sconfitta.

In questo ambito è necessario distinguere due ordini di fattori causali: alcuni di carattere economico, indiretti e generali, risultanti da alcune decisioni macroeconomiche prese dal governo di CFK che hanno minato la sua forza elettorale; e altri, molto più diretti e legati alla campagna elettorale.

  • Le cause indirette

Il tanto menzionato “approfondimento del modello” s’è arrestato a metà del suo cammino. Al di là della nebbia che circonda questa parola d’ordine, e che l’ha resa incomprensibile a molti, quel che è certo è che questo approfondimento – sicuramente per i costi in termini di maggiore ridistribuzione della ricchezza e delle entrate, di controllo degli oligopoli, di riforma tributaria, di ferrea regolazione del commercio estero e dei flussi finanziari, tra le altre cose – non ha avuto luogo.

Ciò non equivale però a disconoscere gli importanti cambiamenti verificatesi nella società e nell’economia argentina, molti dei quali importanti e positivi mentre altri non tanto. Sfortunatamente, le pesanti eredità del neoliberismo continuarono a palesarsi durante gli anni del kirchnerismo, benché talvolta in misura un tantino attenuata. Ma quello che è rimasto in piedi – la debolezza dello Stato e la sua ridotta capacità di regolare i mercati e le corporazioni, la precarietà lavorativa, gli squilibri nel sistema tributario, l’apertura incondizionata dell’economia ai mercati, la vulnerabilità esterna – è più che sufficiente per stroncare le fantasie incoraggiate da alcuni entusiasti che assicuravano che Paesi come l’Argentina o il Brasile erano ormai entrati nelle tranquille acque del “post-neoliberismo”.

Magari fosse stato così, perché allora adesso non staremmo come stiamo in questi due Paesi. Ma non è l’intento di queste righe analizzare il modello economico del kirchnerismo. Tuttavia voglio però richiamare l’attenzione sopra alcuni componenti della sua politica economica che influirono negativamente sull’elettorato kirchnerista. In primo luogo l’inflazione, che ha svalutato l’enorme cambiamento sociale realizzato dal governo e ha colpito soprattutto i settori popolari, cosa risaputa nell’esperienza argentina. Si è infatti indugiato a lungo prima di intraprenderne la lotta, recentemente avviata dal ministro Axel Kicillof con il programma “Precios Cuidados” [“Prezzi Calmierati” N.d.T.] e che invece ha ottenuto un successo non trascurabile. Si è caduti nel crasso errore di ritenere che qualsiasi politica antinflazionistica sia per natura necessariamente di matrice neoliberale. E, ciliegina sulla torta, questa – pessimamente misurata dall’INDEC [Instituto Nacional de Estadística y Censos N.d.T.] e ancor peggio annunciata mese per mese dal governo – ha tarlato senza sosta le tasche degli strati popolari e, ancor di più, la credibilità di un governo che divulgava cifre che non erano credibili e che provocavano un misto di sarcasmo e rabbia tra i più poveri, i più colpiti dal continuo rialzo dei prezzi. L’apoteosi c’è stata pochi mesi prima delle elezioni quando il Capo di Gabinetto ha affermato che gli indici di povertà dell’Argentina (5%) erano inferiori a quelli della Germania, il che non fece altro che ridurre la già bassissima credibilità che avevano le statistiche ufficiali. E così, mentre il governo ostentava livelli di inflazione annuali nell’ordine del 10%, il Ministero del Lavoro omologava accordi collettivi, concordati tra sindacati e associazioni dei datori di lavoro, con aumenti salariali che oscillavano intorno al 28% in un tacito riconoscimento di quella che era la realtà dell’inflazione in Argentina. Una efficace politica antinflazionistica, eterodossa, avrebbe invece evitato questo logoramento economico e politico.

A tal fine era però necessario cominciare a mettere mano agli oligopoli che poi sono quelli che fanno i prezzi nell’economia argentina, cosa che il kirchnerismo non ha voluto, non ha potuto o non ha saputo fare. In secondo luogo: l’ostinazione da parte della Casa Rosada nel mantenere questa assurda imposta denominata “Ganancias” [profitti N.d.T.] e che pagano i lavoratori (un po’) meglio retribuiti. Già il suo solo nome, “Ganancias”, di per sé equivale ad una provocazione perché si applica a stipendi e salari, e no alla redditività delle imprese. A dispetto degli incessanti ed unanimi reclami volti ad esigere la deroga di un tanto impopolare tributo, che per di più non fissando un minimo non imponibile a causa dell’inflazione riguardava a un numero ogni volta maggiore di contribuenti coatti, questa imposta fu capricciosamente sostenuta dal governo. Cifre ufficiali confermano che nell’anno 2014, ultimo per il quale esistono dati, pagarono questa imposta poco più di un milione di stipendiati, ed all’11% dei lavoratori registrati (“in bianco”) che c’erano quell’anno in Argentina. Chi furono però, più precisamente, le persone colpite?

Principalmente gli elettori del kirchnerismo, reclutati tra il ceto medio (professionisti, maestri, dipendenti di esercizi commerciali, dipendenti dell’amministrazione pubblica, etc.) e i livelli superiori della classe operaia, che vedevano ingiustamente diminuite le loro entrate mentre invece i grandi patrimoni e i grandi capitali trovavano numerose scappatoie legali per eludere il pagamento dell’imposta. O, come nel caso dei giudici o dei lavoratori impiegati nel settore giudiziario, che erano esonerati per legge dal pagamento di questo tributo.

In definitiva: l’effetto combinato dell’inflazione e dell’imposta denominata “Ganancias” sono risultate essere decisive nella diminuzione della base sociale del kirchnerismo e, forse in misura anche maggiore, nello smorzare l’entusiasmo militante degli anni precedenti o nello scatenare un sordo risentimento che, poco dopo, si sarebbe espresso nelle urne. In terzo luogo: il dollaro. Infatti, l’introduzione delle restrizioni all’acquisto di dollari colpirono fortemente gli strati medi della popolazione, in larga parte voltisi a favore di CFK nelle elezioni presidenziali del 2011.

Con le limitazioni stabilite dal governo negli ultimi quattro anni – in quello che la stampa egemonica non ha tardato a ribattezzare come il “cepo cambiario” [altra espressione di non semplice traduzione in italiano, ma che potrebbe grossomodo rendersi come ganasce ai cambi N.d.T.] – quei ceti e classi sociali intermedie si sono ritrovate senza la capacità di mettere da parte dollari in un Paese dove l’inflazione cronica non offre troppi strumenti di risparmio all’infuori del dollaro; e dove automobili, case e terra vengono regolarmente stimate in dollari. Questo ha reso difficile, e talvolta finanche ha impedito, che molti elettori del kirchnerismo potessero accumulare piccole quantità di dollari, insomma di racimolare quel denaro con cui poi cercare di avere accesso a un finanziamento per un piccolo appartamento, per acquistare un automobile o da inviare a una figlia che, come prodotto delle politiche educative del kirchnerismo, si trova a studiare all’estero; per non menzionare altro che esempi ben conosciuti di questo problema.

Il “cepo”, invece, non ha pregiudicato minimamente i grandi patrimoni o le grandi imprese che pertanto hanno continuato ad accumulare e a far sparire dollari senza difficoltà. Si calcola che negli ultimi dieci anni uscirono dal Paese 100.000 milioni di dollari, e non ad opera dei piccoli risparmiatori. Questa assurda restrizione, i cui effetti recessivi sono evidenti tenuto conto dell’elevato grado di internazionalizzazione dei processi produttivi in Argentina, si sarebbe potuta evitare introducendo rigorose regolamentazioni nel commercio estero.

Si tenga presente che questo Paese ha esportato, circa 60.000 milioni di dollari all’anno tra il 2002 e il 2014, con picchi intorno agli 80.000 milioni; di modo che difficilmente si potrebbe dire che “non c’erano dollari”. C’erano, soltanto che erano nelle mani di una piccola cerchia di esportatori, principalmente appartenenti al settore agricolo–zootecnico e minerario.

Regolamentazioni, diciamo, come quelle degli anni Quaranta introdotte da Juan Domingo Perón per far fronte a una situazione simile; ovviamente con le necessarie attualizzazioni dovute alla nuova fase dello sviluppo capitalista. Ma non si è fatto, da qui la restrizione al mercato dei cambi e le sue nefaste conseguenze politiche.

  • Le cause dirette: l’interminabile catalogo degli errori della campagna elettorale

Ai fattori appena segnalati si sono sommati una serie di gravi errori commessi prima e durante la campagna elettorale ad opera delle forze governative.

Prima di tutto l’aver combattuto ferocemente quello che alla fine era l’unica candidatura praticabile, l’unico candidato possibile e presentabile che aveva il kirchnerismo. Non era il preferito dalla base kirchnerista, ma non ce n’era un altro. Mi riferisco, naturalmente, a Daniel Scioli. Non soltanto Cristina Fernández de Kirchner non ha perso occasione per umiliarlo e maltrattarlo durante otto anni, quasi fino alle settimane finali della campagna elettorale quando il dado era stato tratto, ma anche l’entourage presidenziale si divertì a metterci del proprio in una specie di demenziale gara per stabilire chi sparava i dardi più affilati e mortiferi contro l’unico politico che avrebbe potuto evitare la débâcle.

In poche occasioni si è vista una dimostrazione di stupidità politica tanto grande quanto quella a cui noi argentini abbiamo assistito quest’anno. E la questione viene da lontano, perché a nessuno sfugge che la prodigalità con cui CFK trasferiva fondi ad altre province – soprattutto a Santa Cruz, di nessuna incidenza elettorale – non si ripeteva nel caso cruciale della Provincia di Buenos Aires, storico bastione del peronismo che non avrebbe dovuto assegnarsi in una assurda lotta per scongiurare che Scioli si presentasse nella corsa per la presidenza troppo ben appoggiato in virtù di una accettabile gestione nella sua Provincia. La logica, per chiamarla in qualche modo, sembrerebbe essere la seguente: se non c’è altro candidato, che sia allora Scioli; ma se è Scioli che riceva il “giusto” appoggio, si faccia in modo che non accumuli troppo potere. E se arriva alla Casa Rosada – che ci arrivi con non più del 54% dei voti ottenuti da CFK nel 2011! – e che sia chiaro che ci è arrivato grazie alla Presidenta. Ma la questione era molto più complicata e sfidava queste semplicistiche elucubrazioni. Già in occasione delle legislative del 2009 Francisco de Narváez aveva sconfitto il FpV [Frente para la Victoria N.d.T.] nella Provincia, battendo una lista guidata niente meno che da Néstor Kirchner e Daniel Scioli! La formidabile elezione di Cristina nel 2011 diede nuova linfa alla superbia degli ambienti governativi, e molti caddero nella illusione di una Provincia di Buenos Aires eternamente kirchnerista. Le elezioni parlamentari del 2013 assestarono però un colpo durissimo a queste trasognatezze: vittoria di Sergio Massa con il 44% e affondamento della strategia del partito e del movimento al potere di approdare alla riforma costituzionale che avrebbe permesso la “ri-ri” [la rielezione per la seconda volta consecutiva N.d.T.] di CFK. La sconfitta del 2015 nella Provincia, pertanto, non è stato un fulmine al ciel sereno. Era nell’ordine delle cose possibili, ma la cecità di coloro che erano al governo non si accorgeva di questo. C’era da aspettarselo; ma come dice la saggezza popolare, “una cosa è vederla arrivare, un’altra è mandarla a chiamare”. Bastava dunque giusto qualche piccolo passo falso. Ma invece di uno soltanto ne sono stati vari, come vedremo in seguito.

In seconda battuta gli Déi sembravano arridere al kirchnerismo quando Martín Lousteau irruppe in maniera insperata nell’elezione per la direzione del governo della Città di Buenos Aires obbligando il candidato macrista, Horacio Rodríguez Larreta – che non poté vincere alla prima tornata – ad affrontare un insidioso ballottaggio. In quel momento la corsa presidenziale di Macri era appesa ad un sottile filo perché se Lousteau, a capo di un eterogeneo conglomerato di forze, riusciva a strappare la CABA [Ciudad Autonoma de Buenos Aires N.d.T.] al macrismo il futuro del capo politico del PRO entrava in un cono d’ombra dal quale sarebbe stato estremamente difficile uscire in tempo per le presidenziali di ottobre.

Tuttavia, invece di unire le forze per ottenere la strategica sconfitta del PRO nella città capitale dell’Argentina, la dirigenza del FpV si è trincerata dietro un discorso fondamentalista con l’argomento che l’uno e l’altro erano uguali, che Lousteau era lo stesso che Rodríguez Larreta, astenendosi dunque dall’invitare i propri elettori ad appoggiare quello [Lousteau N.d.T.], in modo tale, da assestare un colpo da knock-out al macrismo. Una cospicua fetta della militanza e degli elettori del FpV ha però ignorato la direttiva dei propri leaders e ha capito meglio di loro quale era la posta in gioco e che il voto tattico per Lousteau era la cosa più giusta da fare. Ancora una volta la base ha superato in intelligenza politica la direzione. Ma, disgraziatamente, l’esitazione della Casa Rosada ha fatto in modo che questo ultimo sforzo non fosse sufficiente ed il macrismo si imponesse per appena il 3% dei voti, pur essendo sconfitto in 9 dei 15 comuni in cui si divide la città di Buenos Aires.

Come è risaputo, ci sono numerosi parallelismi tra la lotta militare e quella politica. Sun Tzu, il padre della strategia militare del V secolo a.C., raccomanda, nella sua famosa ‘L’arte della guerra’, che si “attacchi il nemico quando non è pronto, e di comparire laddove non ce lo si aspetta. Per uno stratega queste sono le chiavi della vittoria”. I marescialli del FpV sembrerebbe invece che non lo abbiano letto. Se lo avessero letto ed avessero applicato gli insegnamenti del grande generale cinese alla situazione del ballottaggio porteño [della città di Buenos Aires N.d.T.] probabilmente la situazione dell’Argentina, e dell’America Latina sarebbe oggi ben diversa.

Terzo errore: dopo alcune titubanze si è optato per completare la formula presidenziale con la candidatura di Carlos Zannini come vice. Non fu Scioli a scegliere il proprio compagno bensì CFK che, per conto suo o pessimamente consigliata, impose il proprio uomo di più stretta fiducia con il compito di assicurarsi che nel già escluso a priori buon esito della successione presidenziale, Scioli non si discostasse dalla rotta tracciata dalla Presidenta e fosse, pertanto, il candidato “del progetto”, controllabile in remoto da lei. Insomma non bastava ad assicurare la sottomissione di Scioli alla leadership dietro alle quinte di CFK, la già nutrita presenza di deputati e senatori kirchneristi nel Congresso, od il già dato per scontato controllo della strategica Provincia di Buenos Aires. Nel rarefatto microclima della Casa Rosada prevaleva l’ossessione di garantire la totale obbedienza del sicuro successore di Cristina imponendo il nome del vicepresidente, ignorando, per quanto visto, che questa carica è po’ meno che ornamentale e di carattere eminentemente decorativo nei regimi presidenziali come quelli dell’America Latina. E questo non soltanto nei nostri Paesi: chi si ricorda infatti dei nomi dei recenti vicepresidenti degli Stati Uniti? Qualcuno saprebbe identificare Joe Biden, attuale vice di Obama, in una fotografia? In sintesi: una forzatura assurda e gratuita. Questa formula, “kirchnerista pura” placava sicuramente la ribollente incertezza dell’ambiente, ma aveva anche un grande tallone d’Achille la cui tara, foriera di sventura, si è palesata nella prima tornata delle elezioni presidenziali quando questa formula ha ottenuto due punti in meno di quelli ottenuti nelle PASO (elezioni Primarie, Aperte, Simultanee e Obbligatorie). La speranza di superare quindi la soglia del 40% dei voti e di ottenere più di 10 punti percentuali di differenza con Macri ha dimostrato di essere nient’altro che un’ingenua illusione – alimentata (innocentemente?) dai sondaggisti – e la ragione di ciò è chiarissima: il ticket presidenziale mancava di capacità espansiva, non era in grado di portare un solo votante in più, non intercettava assolutamente nessun elettore indipendente o indeciso, nonostante simpatizzasse in generale con le politiche del kirchnerismo o si sentisse attirato per la loro solidarietà con Chávez, Maduro, Evo, Correa o la Rivoluzione Cubana e, per tanto, mancava di potenzialità di crescita. Un errore marchiano che avrebbe potuto essere evitato se Scioli avesse scelto (lui, e non Cristina) un compagno di ticket se non accattivante per lo meno digeribile dagli altri settori che non erano “cristinistas”. E ce n’erano vari che avrebbero potuto accompagnarlo.

Quarto errore: la cecità legata all’imporre come candidato a governatore della Provincia di Buenos Aires l’allora Capo del Gabinetto dei Ministri di CFK, Aníbal Fernández. Costui era un uomo che aveva il più alto livello di impopolarità nella Provincia e il suo secondo nel ticket, Martín Sabatella, era il secondo più impopolare. Non interessa, ai fini di questa analisi, discutere quali erano le motivazioni di questi rifiuti nei loro confronti, se rispondevano a cause reali o se invece erano frutto di una serrata campagna mediatica, che a mio giudizio è stata determinante. Quel che è certo è che questa ha fatto effetto, ma la Casa Rosada non ne ha tratto le corrette conseguenze del caso.

La formula Fernández-Sabatella ha irritato però anche molti settori del peronismo bonaerense (che non risparmiarono le munizioni nel “fuoco amico” a cui la esposero). Pertanto, il rifiuto nei loro confronti era sia a livello dell’opinione pubblica sia anche nei quadri del PJ [Partido Justicialista N.d.T.]. Risultato: si è minato l’appoggio di Scioli e si è servito su un piatto d’argento al macrismo il principale distretto del Paese. Alcuni informatori molto qualificati dicono sottovoce che il Papa Francesco abbia assicurato un discreto appoggio allo sciolismo (cosa che ha fatto, ellitticamente, dichiarando poco prima delle elezioni, “Si voti secondo coscienza, già sapete quello che penso”) e suggerito la convenienza che un uomo come Julián Domínguez, molto vicino alla Chiesa ed alla sua opera pastorale nella periferia bonaerense, fosse il candidato a governatore. All’apparenza però la Casa Rosada aveva altre priorità e la sua richiesta è rimasta inascoltata.

Quinto errore: l’interminabile lotta intestina del kirchnerismo, o come l’hanno ribattezzata alcune delle sue vittime, “il fuoco amico”. Innumerevoli esempi dimostrano i risultati a cui è giunto questo processo. Un giorno Scioli fece dure rimostranze nei confronti del FMI, e il giorno seguente il Ministro dell’Economia Axel Kicillof appare in una foto mentre faceva il ruffiano con la Direttrice del FMI, la Signora Christine Lagarde.

Un gruppo de La Cámpora installa un gazebo in un angolo di Buenos Aires e inizia a distribuire volantini con la lista dei candidati del FpV alla carica di deputato, senza fare nessun tipo di riferimento a Scioli. Dall’altro lato della strada, la “onda arancione” dello sciolismo installa un altro gazebo e fa volantinaggio a favore di Scioli, ignorando i candidati alla carica di deputato del medesimo gruppo politico.

O ancora si tengono due atti di chiusura di campagna elettorale nel Luna Park: uno per la lista dei deputati e l’altro per Scioli! Risulta difficile convincere la gente a votare uno spazio politico solcato da così grandi

Sesto e ultimo errore (sebbene si potrebbe continuare con molti altri esempi di questo tipo): contrariamente a ciò che indicano tutti gli studi sul tema, il kirchnerismo ha adottato uno stile di campagna elettorale ‘in negativo’ che, dalla sconfitta di Pinochet nel referendum del 1980, è caduto completamente in disuso e non per ragioni etiche bensì semplicemente perché non funziona e finisce per trasformarsi in un boomerang.

Pinochet lanciò una campagna di questo tipo contro i partiti eredi della Unidad Popular di Allende, e perse categoricamente. A partire da questo momento gli studi sulle campagne politiche concordano nel segnalare gli assai striminziti risultati e i pericoli derivanti da una campagna costruita sulla demonizzazione dell’avversario. Di fatto, l’immagine che ha trasmesso Scioli è stata quella di un uomo la cui unica missione era quella di dimostrare quanto cattivo fosse Macri, quanto pernicioso sarebbe stato il suo governo e la sua irremovibile e incondizionata difesa di Cristina. La sua campagna elettorale era rivolta al passato, a difendere la “década ganada” [il decennio guadagnato N.d.T.] e non a mostrare quali erano le linee generali del suo programma di governo.

Non c’è stata la benché minima traccia del fatto che i responsabili della sua campagna elettorale avessero percepito che vasti settori della società desideravano un cambiamento, cosa che invece gli astuti pianificatori strategici di Cambiemos captarono con grande anticipo. Quel che è certo, è che c’è stato un qualcosa di assurdo che fomentava un atteggiamento negligente riguardo a questa domanda di cambiamento perché, quando consultata, la maggioranza delle persone non sapeva cos’era ciò che desiderava cambiare e né in che direzione convogliare il cambiamento. Ma questa domanda: oscura, viscerale, frammischiata di noia e fastidio ma costruita ad arte dai media stava lì e attendeva di ricevere una risposta. Lo sciolismo non l’ha trovata. Soltanto dopo il dibattito con Macri, domenica 15 novembre, a una settimana dal ballottaggio, Scioli incominciò a far propria questa necessità di cambio e smarcarsi dalla tutela di Cristina. Ma ormai era troppo tardi.

Difficoltà di calcolo e la previsione politica

A quanto detto in precedenza occorre aggiungere alcuni altri fattori che contribuirono a produrre la débâcle del 22 novembre. Il già menzionato abbandono del quale fu vittima Scioli da parte delle organizzazioni del kirchnerismo è uno di questi. Un altro, senza dubbio, fu la capricciosa politica seguita in merito alla Provincia di Córdoba e che ha avuto come effetto la devastante sconfitta di Scioli ad opera del suo avversario, che in questo distretto ha ottenuto il vantaggio decisivo per aggiudicarsi la vittoria.

Ci sono coloro che nel FpV sostengono che la passività con cui partito e movimento hanno affrontato la sfida elettorale obbediva al calcolo a cui si è già fatto riferimento: assicurare sì un trionfo a Scioli ma controllato, giammai superiore al 54% ottenuto da CFK nel 2011. E se non fosse stata possibile la vittoria delle forze governative, un trionfo di Macri non sarebbe stato poi da vedersi con troppa preoccupazione in quanto i numeri del FpV al Congresso e la forza attrattiva del governo della Provincia di Buenos Aires sarebbero stati sufficienti per frapporre limiti assai vincolanti a ciò che avrebbe potuto fare il candidato di Cambiemos qualora fosse risultato vincitore della contesa.

In entrambi i casi, inoltre, l’ipotesi era che ambo i governi non andassero oltre il primo mandato e aprissero la strada al trionfale ritorno di CFK alla Casa Rosada, ricalcando i passi della rotazione che ha riportato Michelle Bachelet a La Moneda dopo la parentesi di Sebastián Piñera. Ma alcune menti febbricitanti si spingono ancora oltre e credono che non sarà necessario dover aspettare quattro anni dal momento che il deteriorarsi delle posizioni tanto di Scioli quanto di Macri si produrrà al massimo in due anni. Ovviamente, vista l’alta incertezza della politica argentina sono assai poche le ipotesi che possono scartarsi a priori ma, fino ad ora, quanto è accaduto sembrerebbe ribaltare senza pietà questi pronostici e questo per due ragioni: la prima, perché la lealtà dei membri del Congresso è tradizionalmente più sensibile all’influenza della Casa Rosada, così come quella dei governatori delle Province – sempre bisognosi dell’aiuto finanziario che solo quella può dare e che è l’unica in grado di piegare la più ferma volontà di deputati e senatori.

Non è insomma la stessa cosa giurare fedeltà a Cristina quando questa sta alla Casa Rosada e quando invece sta a El Calafate [cittadina turistica nella Provincia di Santa Cruz, ad un’ottantina di km dal ghiacciaio del Perito Moreno, dove il 27 ottobre del 2010 è morto Néstor Kirchner N.d.T.]. E inoltre, la seconda ragione è che il rifugio strategico che offre la Provincia di Buenos Aires per affrontare il momentaneo temporale politico sul piano nazionale è rimasto sepolto sotto l’inaspettata alluvione di voti che ha catapultato María Eugenia Vidal al governo bonaerense.

Considerato questo cumulo di errori, notevole per il loro numero e la loro qualità, sorge quindi immediata la domanda di come è stato allora possibile che Scioli abbia terminato il ballottaggio con quasi il 49% dei voti.

La risposta è la seguente: prima del risultato del faccia a faccia che ha avuto luogo una settimana prima del secondo turno, dove emerge chiaramente l’imminenza di un possibile trionfo di Macri, si produsse un vero e proprio “attacco di panico” all’interno dell’ampio e variegato fronte dei progressisti e dei settori della sinistra fino a quel momento fiduciosi delle rassicurazioni provenienti dagli ambienti governativi che avevano addirittura preannunciato una facile vittoria del candidato kirchnerista, già al primo turno. A tal punto persuasi che le cose stessero così, alcuni si sarebbero finanche concessi il lusso di votare scheda bianca, in una tipica manovra dello “scansafatiche” così come la si trova definita nella teoria dei giochi: lasciando cioè al resto della società il penoso compito di “votare sfacciatamente” Scioli, come segnalato con lucidità da Horacio González; infatti mentre coloro che avevano votato in bianco se ne sarebbero andati a dormire in pace con la propria coscienza rivoluzionaria, gli altri sarebbero rientrati alle proprie case maledicendo l’aver dovuto votare un candidato che non desideravano ma che intanto preferivano a Macri.

La notte del faccia a faccia una scintilla ha percorso l’area dei progressisti e della sinistra, e la costatazione della catastrofe che si approssimava ha provocato la mobilitazione spontanea di vasti settori della società civile che – prima dell’imperdonabile diserzione di: FpV, La Cámpora, UyO [Unidos y Organizados N.d.T.], PJ e altre organizzazioni sindacali inquadrate nel kirchnerismo – uscirono per strada animati da un fervore militante tale che non si vedeva dai tempi delle grandi giornate di fine 2001 e inizio 2002. Va detto che questa irruzione delle masse per scongiurare ciò che invece appariva come una imminente débâcle elettorale è una delle note più promettenti e incoraggianti rispetto a qualunque pronostico sul futuro della politica argentina. Cosa che, d’altra parte, si è manifestata anche in occasione dell’atto di saluto a Cristina il 9 dicembre e nelle successive autoconvocazioni per protestare contro le draconiane misure di Macri nei primi giorni della sua gestione, come ad esempio quella avutasi nel Parque Centenario di Buenos Aires il 20 dicembre scorso per ascoltare l’ex ministro dell’economia Axel Kicillof. Ed è proprio su questa fetta di autoconvocati e mobilizzati che dovrà lavorare la sinistra per costruire quell’alternativa che il kirchnerismo non ha saputo essere. A dispetto dei contorni pessimistici dell’analisi precedente è doveroso riaffermare, ancora una volta, che la storia è qualcosa di fluido e che la sua incessante dialettica può stravolgere le più fondate previsioni. Una cosa è il trionfo elettorale di una coalizione delle destre ed altra assai distinta è quella che possa portare avanti il proprio programma e realizzare le trasformazioni che erano inscritte nella sua piattaforma di governo.

Ovviamente, neanche questo può essere letto come una riedizione della teoria dell’irreversibilità dei processi trasformatori: la triste esperienza del crollo dell’Unione Sovietica e della sua successiva regressione al capitalismo selvaggio o la violenta interruzione delle esperienze progressiste o di sinistra in Guatemala (1954), Brasile (1964) o Cile (1973) sono eloquenti dimostrazioni di come i processi politici che si avviano in un dato momento possano essere invertiti in un momento successivo.

L’autocritica e la necessità di realizzare un bilancio del kirchnerismo

Prima di avviarci alla conclusione è necessario chiarire che le precedenti pagine non hanno la pretesa di essere un bilancio dei dodici anni del kirchnerismo.

Il loro obiettivo è stato ben più modesto: provare a comprendere perché è franata un’esperienza sociopolitica e economica che avrebbe potuto continuare il proprio corso ed approfondire le incipienti trasformazioni avvenute in questo periodo. E, soprattutto, promuovere un dibattito fino ad ora inesistente, o che ha avuto luogo silenziosamente e nascostamente. Queste riflessioni finali vogliono mettere insieme alcune idee per approdare a una sintesi e ad una valutazione che necessariamente dovranno essere collettive. Sono state e continueranno ad essere motivo di acceso dibattito le ragioni per cui alcune forze ed organizzazioni progressiste e di sinistra, il Partito Comunista tra queste, appoggiarono in maniera critica questo progetto. Il kirchnerismo, fedele espressione del peronismo, giammai fece una proposta anticapitalista. E soprattutto Cristina credeva e tuttavia crede ancora, in un “capitalismo razionale” o “capitalismo serio”. La sinistra, per essere tale, è necessariamente anticapitalista. Si oppone a un sistema che condanna gran parte della umanità a vivere in povertà, nell’abiezione ed esposta alle guerre. E, inoltre, perché distrugge come mai fatto prima, la natura. Il kirchnerismo non aveva nella sua agenda il superamento del capitalismo, nemmeno remotamente. Perché offrirgli allora appoggio politico?

La risposta non pare difficile da comprendere, o non dovrebbe esserlo: Néstor Kirchner, all’inizio della propria gestione, si sintonizzò molto velocemente con il nuovo clima politico regionale inaugurato dall’ascesa di Hugo Chávez Frías alla Presidenza del Venezuela nel gennaio del 1999. Si allineò rapidamente con il líder bolivariano e insieme con Lula fu tra i protagonisti della storica sconfitta degli Stati Uniti a Mar del Plata. Per un’altra parte, sul versante ‘domestico’ Kirchner è andato avanti con i processi e con le condanne dei colpevoli dei crimini della dittatura e ha riformato con trasparenza e spirito democratico una Corte Suprema profondamente priva di credibilità durante il menemismo. Anche il suo non mostrarsi docile dinanzi al FMI lo rese meritevole dell’appoggio delle forze di sinistra preoccupate per il nefasto ruolo giocato dall’imperialismo nella Nostra America, cosa che non tutti coloro che si chiamano socialisti o di sinistra però comprendono. Uno dei grandi enigmi della politica latinoamericana è infatti la sistematica cecità di un’ala della sinistra dinanzi le sfaccettate politiche dell’imperialismo nella regione.

Tenendo presenti le realtà dello scacchiere geopolitico mondiale, in quale altro schieramento potrebbe stare una forza di sinistra, al di là delle contraddizioni proprie di tutto un movimento nazionale, popolare e democratico, se non in un’alleanza tattica con il kirchnerismo? Poteva la sinistra allinearsi contro i suoi nemici giurati, al fianco della Sociedad Rural, “l’ambasciata”, l’oligarchia mediatica ed i suoi alleati? O stare con le forze politiche che dicevano Sì all’ALCA? È risaputo che un’esperienza di matrice peronista inevitabilmente manca della radicalità che le condizioni attuali esigono. Inoltre, le sue contraddizioni sono inoccultabili: promozione del “capitalismo nazionale” e contemporanea vigenza delle leggi sugli investimenti stranieri ed entità finanziare dell’epoca della dittatura militare; riacquisizione della YPF [Yacimientos Petrolíferos Fiscales N.d.T.] ma non come impresa di Stato bensì come società anonima in grado di siglare accordi segreti con un’altra società anonima come Chevron; politiche di inclusione sociale come l’Assegnazione Universale per Figlio mantenendo però la regressività tributaria; solidarietà latinoamericana (che va bene) ed eclatante rifiuto dell’ALCA senza però aderire all’ALBA; strali all’indirizzo di coloro che “se la svignano con i soldi” ma passività dinanzi alla fenomenale concentrazione del commercio con l’estero; critica del capitalismo selvaggio ma alleanza con la Barrick Gold, Chevron e la Monsanto (che adesso ha acquisito la compagnia che conta sul più corposo esercito mercenario del pianeta, la ex Blackwater, oggi Academi) e via di seguito.

Contraddizioni che è bene comprendere dialetticamente, sarebbe a dire, senza pensare che esiste un “lato fatto di verità” ed un altro di puro inganno. Le realtà è molto più complessa di quanto appaia ed affrontino queste semplificazioni. Tuttavia, è giusto riconoscere che nella somma algebrica di punti a favore e punti a sfavore, di successi e di errori, c’è una predominanza dei primi. La continuazione dell’opera iniziata da Néstor Kirchner sotto la conduzione di CFK è servita per andare a fondo in alcune questioni e per aprire nuovi fronti di battaglia.

L’Assegnazione Universale per Figlio o la straordinaria copertura del regime pensionistico non sono aspetti minori, in linea con la statalizzazione della previdenza sociale stabilita dai Kirchner. Anche i progressi in altre aree sono stati significativi, delle tematiche di genere e d’identità fino alla politica scientifica e tecnologica, l’ARSAT I e II [due satelliti geostazionari per le comunicazioni N.d.T.] e l’espansione del sistema universitario pubblico, tutte conquiste non da meno in un momento nel quale la privatizzazione dell’educazione superiore sta divenendo la norma in America Latina. Insistiamo sul fatto che non è l’obiettivo di questo saggio enumerare i risultati ed i casi pendenti del kirchnerismo, sforzo che si proverà a fare in un altro momento e che anche esso dovrà essere frutto di un lavoro collettivo.

Tra i risultati non è un merito minore di Cristina l’aver mantenuto sempre la virtù di “svoltare a sinistra” dinanzi ad ogni crisi. Per molte ragioni, dalla sua personalità fino alla debolezza delle forze politiche che la appoggiano, non ha potuto fare lo stesso Dilma Roussef in Brasile, la cui tendenza è stata invariabilmente contraria: svoltare a destra e fare concessioni ai suoi nemici. Soltanto di recente, con l’uscita di scena del Ministro del Tesoro e delle Finanze Joaquím Levy, ha provato ad azzardare un’altra strada. Invece, CFK non ebbe mai di questi dubbi. A torto o a ragione, ma ha svoltato a sinistra: la Legge sui media è essa sola l’esempio più eloquente di questo.

Come dicevamo sopra, le caratteristiche personali di Cristina hanno giocato un ruolo importantissimo. In possesso di una forte e soverchiante personalità, quello che è stato un attributo positivo della sua leadership per affrontare sfide pratiche durante la sua gestione risultò essere altamente controproducente al momento di condurre una strategia politica che permettesse di assicurare la vittoria del suo fronte politico.

A differenza di Néstor, anche questi dotato di un carattere fortemente irascibile ma che dopo una sua esplosione di rabbia riprendeva il dialogo con chi soltanto poco prima aveva patito la sua iracondia, CFK fu sempre inflessibile e non conciliante con i suoi occasionali avversari e nemici, molti dei quali erano stati suoi antichi alleati o compagni. Il suo carattere le ha procurato molte rivalità gratuite che le sono costate molto care. Anche Néstor era un “attaccabrighe” ma praticamente era uno schermidore dotato di una duttilità politica che gli permetteva di ricostruire rapidamente i ponti crollati a causa della sua furia. Toccava con il suo fioretto i propri avversari ma non li uccideva. Cristina, invece, è un gladiatore: combatte finché o uccide o viene uccisa, e pertanto non c’è ritorno dopo ogni duello.

Ovviamente, molti dei suoi avversari presentavano le stesse caratteristiche ed anch’essi agivano secondo la logica guerriera del gladiatore. E lei accettava la sfida e raddoppiava la posta in gioco. L’arte della politica, come dicevamo sopra, ha molte componenti in comune con l’arte della guerra. Ma non tutta la politica può esercitarsi facendo appello alla logica della guerra. La “direzione intellettuale e morale” tante volte sottolineata da Gramsci è suo complemento necessario, che poche volte però Cristina si decise a mettere in pratica. Insomma, se Néstor non poteva dirsi propriamente generoso con i suoi alleati, Cristina lo era molto meno. Il suo concetto di alleanza era una trasposizione del verticalismo peronista: un leader onnisciente e onnipotente, indifferente ed a cui non è possibile appellarsi, che deve tenere insieme una colazione dove convivono peronisti con non peronisti di distinti colori politici.

Mancò della flessibilità necessaria per gestire una coalizione così complessa e la sua intelligenza degna di nota si tradusse frequentemente in atti di superbia che limitarono quasi completamente la sua capacità di ascoltare e dialogare, finanche con i suoi più stretti collaboratori. “Non ci fu dialogo con chi la pensava diversamente”, dice con pragmatismo Giardinelli nella già menzionata nota. Sicuramente non si fa politica, quella con la P maiuscola, senza “artigli”, senza essere viscerali e senza la forza di cui ha fatto sfoggio Cristina. Un politico timorato non andrà mai troppo lontano. Ma la politica con la P maiuscola non può poggiare soltanto su quei feroci attributi. Bisogna che, come ammoniva Machiavelli nella sua celeberrima immagine del centauro, che la passione vada di pari passo con la ragione.

O ancora che l’astuzia della volpe, utile per schivare le trappole tese dai nemici, si combini con la forza del leone per chiudere una pratica una volta esauritasi la via del dialogo. Sfortunatamente CFK non riuscì a realizzare questa combinazione, e la sua superiorità a confronto con la mediocrità della classe politica esacerbò un narcisismo che le ha impedito di ascoltare la società ed i suoi alleati, o di comprendere che alcuni tratti del suo stile personale producevano, anche tra i suoi fedelissimi, tanti mal di pancia quante invece erano le adesioni che ottenevano le sue politiche pubbliche.

Come dicevamo in precedenza, un’importante fetta di responsabilità in tutto ciò ricade su un entourage che lungi dallo stimolare una riflessione critica sulla realtà della sua gestione si è limitato ad applaudire e prodursi in lodi, credendo che in questo modo collaboravano con la Presidenta. Privata di questo sano esercizio della critica, con la sola autocritica non fu in grado di rendersi conto del cambio culturale che stava maturando in Argentina, dove coloro che beneficiavano degli investimenti pubblici risentivano ogni giorno di più del clientelismo e della prepotenza dei caporioni di quartiere e dei sindaci. Probabilmente lei non conosce quel saggio detto che il politico e giurista messicano, Jesús Reyes Heroles ha sintetizzato in una frase esemplare: “in politica, la forma è sostanza”. Nei suoi frequenti messaggi televisivi Cristina abusava di un tono veemente e polemico (e non è che non avesse buone ragioni per essere polemica!) che era assolutamente “anti-telegenico” e che produceva un effetto contrario a quello ricercato. In alcuni casi è arrivato a produrre stanchezza, logoramento o saturazione finanche all’interno della legione dei suoi seguaci.

Un paio di piccole vicende mostrano questo in maniera eloquente: un umile lustrascarpe del microcentro porteño, un uomo avanti negli anni, venuto da una Provincia povera dell’Argentina confida ad uno dei suoi abituali clienti che ha votato per Macri “perché ormai sono abbastanza grandicello per sopportare che la Presidenta mi rimproveri attraverso la televisione”. Un altro: in un modesto magazzino della periferia si lagna che doveva spegnere la televisione ogni volta che cominciava una trasmissione della catena nazionale perché la sua clientela non ce la faceva più ad ascoltare Cristina. E c’è da dire che la maggior parte di essi era pur sempre beneficiaria di diversi programmi governativi di assistenza sociale. Due piccole storie, queste, che ci autorizzano a trarre una conclusione seppur provvisoria: il boom dei consumi che il kirchnerismo ha incentivato e ha adottato come politica di Stato non crea egemonia politica, errore nel quale sono incorsi tutti i governi progressisti e di sinistra della regione. Né qui, né in Venezuela, né in Bolivia. Da nessuna parte.

L’egemonia è il risultato dell’educazione politica, della supremazia nella battaglia delle idee, dell’opera di risvegliare le coscienze nello stile di Paulo Freire, e non del maggiore accesso ai beni di consumo. E, sfortunatamente, nelle esperienze progressiste della regione la formazione politica delle masse non ha avuto la priorità che avrebbe dovuto invece avere. Si è confidato nella magia del mercato: si è ritenuto che i nuovi consumatori ripagassero in termini di lealtà politica l’accesso ad alcuni beni. Ma questa connessione tra consumo ed egemonia politica non funziona così. Talvolta anzi funziona in maniera opposta. Ad ogni modo, le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.

Difficilmente si potrebbero sottostimare i risultati della gestione di CFK e, in generale, dei dodici anni del kirchnerismo. Si può mettere in discussione l’idea di “década ganada” perché ci sono stati pochi – ricchi e potenti – che conquistarono più degli altri, ed altri che invece non conquistarono nulla.

Inoltre si deve approfondire il fenomeno della corruzione, endemico in Argentina dai tempi di Bernardino Rivadavia fino ad oggi, e vincolata principalmente (ma non solo) alle opere pubbliche. Si possono sottoporre a critica i limiti già segnalati del “modello”. Ma c’è da dire che ha lasciato un Paese assai diverso da quello ricevuto, e non farlo sarebbe ingiusto.

Un’altra piccola storia casca a fagiolo: poche settimane fa sono stato a San Salvador de Jujuy. Soltanto pochi anni fa camminare per la piazza principale di questa cittadina significava essere seguito da un nutrito gruppo di bambini scalzi che elemosinavano qualche moneta. Adesso, nell’arco di una intera settima, non c’è stato manco un solo bambino a ripetere quella vecchia e deprimente usanza. Questo perché, al netto delle critiche che le furono rivolte – di essere clientelare, dispendiosa, sicuramente inefficiente, etc. – la politica sociale del kirchnerismo ha sortito effetto. E questo non è un aspetto di poco conto, bensì uno di quelli centrali. È lì che si trova la base del “nocciolo duro” del voto cristinista, del 36% che ha sospinto Scioli al primo turno. Ma quello purtroppo è stato anche il suo limite. Infatti non solo con questo si può vincere un’elezione presidenziale. Concludo con la speranza che i concetti qui abbozzati servano a propiziare un dibattito ed a realizzare un bilancio critico dei 12 anni del kirchnerismo. E anche con la speranza che saremo in grado di evitare lo sgamato giochetto di coloro che, con il pretesto di “non fare legna con l’albero caduto”, pretendono chiudere subito una analisi che è invece imprescindibile e improcrastinabile. In primo luogo, per correggere gli errori propri di ogni esperienza pratica. Chi fa sbaglia, e soltanto alle volte fa centro.

Dall’accademica torre da avorio o dalle certezze del dogma partitico non c’è errore possibile. Chiaro, si paga un prezzo per questo: la realtà non si cambia, e si tradisce un apoftegma fondamentale del marxismo: la teoria deve servire per cambiare il mondo, non soltanto per interpretarlo o per denunciare le sue iniquità. L’apprendistato politico si compie nell’intellezione collettiva, come sottolineava Gramsci, di questa prassi di tentativi ed errori. Non rimandabile, anche perché gli sforzi del macrismo di imporre il neoliberismo nella sua versione più radicale non potranno essere resi vani se non si prende nota e si apprende da quanto accaduto negli anni precedenti. Apprendere dai successi per riconoscerli e conservarli; ma apprendere anche dagli errori, per non tornare a commetterli. Io sono convinto che i primi sono più numerosi dei secondi, ma tutto, assolutamente tutto, dovrà essere sottoposto ad esame. La sfida è assai grande e la cosa peggiore sarebbe incorrere nuovamente nell’ostinata negazione della realtà, chiudendo le porte alla critica di noi che accompagniamo questo progetto senza esserne parte e impedendo, con diverse arguzie, l’autocritica di coloro che hanno invece avuto la responsabilità di condurlo. Se questa scellerata attitudine finirà con il prevalere saremo allora condannati a ripetere gli errori del passato.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Andrea Tarallo]

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