Rete “Caracas ChiAma”: Dichiarazione di Roma

c0c9e-unnamed2b252822529di Rete Caracas ChiAma

Qui di seguito riportiamo la Dichiarazione Finale del Quinto Incontro della Rete “Caracas ChiAma”. Frutto della discussione e della decisione di chi vi ha preso parte e di chi si riconosce nella Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana del Venezuela.

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Quinto Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana
“Caracas ChiAma, Roma Risponde!”

DICHIARAZIONE DI ROMA

Si è concluso il 30 ottobre 2016 a Roma il V Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana del Venezuela (tenutosi i giorni 28-29-30 Ottobre 2016), organizzato dalla Rete “Caracas ChiAma”. Ribadendo il suo ruolo di stimolo e moltiplicatore, la Rete ha portato a discutere ambasciatori, politici, intellettuali, organizzazioni migranti, lavoratori, collettivi, movimenti sociali e popolari, e ospiti internazionali.

Tre giorni di confronto e proposte, aperti dai diplomatici dei paesi dell’ALBA-TCP (Alleanza Bolivariana dei Popoli per la Nostra America – Trattato di Commercio dei Popoli) e da tre deputate (L’Altra Europa per Tsipras, Sinistra italiana, Movimento 5 Stelle), e confluiti in una plenaria in cui si sono discusse le sintesi di quattro tavoli di lavoro previsti:

1. Conquiste e sfide del socialismo bolivariano;
2. Potere popolare contro democrazia liberale;
3. Libertà di genere e libertà dal capitalismo;
4. Per un nuovo internazionalismo.

«La Rivoluzione bolivariana non è isolata. La riuscita di questo incontro ne è la prova», ha detto il compagno ambasciatore Julián Isaías Rodríguez Díaz, inquadrando nell’attuale contesto internazionale conquiste e limiti dell’esperienza bolivariana. L’imperialismo avanza e cerca nel Latinoamerica un’esperimento per nuove tecniche di sopraffazione: guerra economica, golpe suave, corruzione, accaparramento di beni di prima necessità, risultano persino più efficaci degli attacchi diretti e degli interventi militari.
Gli attacchi al Potere Popolare, alla “democrazia partecipata” e al Socialismo del XXI secolo si verificano proprio nel momento in cui la democrazia borghese soffre di un calo di fiducia generalizzato, ormai strutturale, nei suoi meccanismi.

Esaurita la fase del tentativo di pacificazione del conflitto sociale mediante l’erogazione di risorse e welfare, la democrazia liberale impone politiche di austerità e svolte neo-autoritarie contro le fasce più povere della popolazione. Un esempio: il referendum di revisione costituzionale.

Dopo quasi 18 anni di governo chavista, e pur all’interno di un percorso che non nasconde contraddizioni e necessità di aggiustamenti, quella del Venezuela continua a essere, invece, una delle esperienze più avanzate di democrazia partecipativa.

Un’esperienza che resiste articolando un doppio movimento: dall’alto (con l’impegno del suo governo nel rintuzzare i tentativi destabilizzanti della Mud), e dal basso (con la mobilitazione quotidiana della popolazione, organizzata nei Consigli Comunali, nelle Comunas, nel Gran Polo Patriótico con alla testa il PSUV, insieme al Partito Comunista ed altri partiti e movimenti rivoluzionari). E con la solidarietà di chi ogni giorno con più determinazione e chiarezza vede come la Rivoluzione bolivariana spinge in avanti l’alternativa concreta al neoliberismo globale.
La Rivoluzione bolivariana mostra la necessità di lottare contro il nemico comune, e quella di riflettere su tre importanti nodi:

1. andare al governo attraverso le urne significa detenere effettivamente le leve del potere per incidere sui rapporti di produzione e sulla distribuzione della ricchezza, oppure si tratta di due condizioni ben diverse?

2. esiste la possibilità di un governo popolare a livello locale quando manca il controllo del governo centrale, oppure si scivola in un “amministrativismo” dal corto respiro?

3. quale solidarietà efficace conviene organizzare per difendere i processi rivoluzionari dell’Amarica latina e in tutti i sud del mondo?
Da qui alcune proposte per superare le cooperazioni bilaterali tra militanti italiani e i singoli paesi: promuovere collegamenti transnazionali tra rappresentanze di lavoratori che subiscono lo stesso sfruttamento ad opera di multinazionali presenti in determinati contesti nazionali. Moltiplicare le “Case dell’ALBA” e inventare altri luoghi, fisici e simbolici, in cui congiungere le lotte antimperialiste e le battaglie sociali.

Riprendere e sviluppare progetti di interscambio tra il Venezuela e alcune amministrazioni “partecipate” su cui sia possibile intervenire: sulla linea di quanto venne fatto con la Londra del sindaco Ken Livingston (detto “Ken il rosso”), o con il petrolio nel Bronx. Alcune referenze locali, su piccola o media scala, già esistono – si è detto, nei singoli tavoli o nella discussione conclusiva -: dai progetti di energia alternativa, sperimentati in Friuli, a quelli della “pasta casera”, attivati dal Circolo Bolivariano “Antonio Gramsci” in Venezuela.

Tra le azioni possibili: un twitazo una volta al mese; campagne di e-mail dirette ai giornali e ai mass media per informare sulla realtà del Venezuela; sit-in o flash mob in punti sensibili e conosciuti; volantinaggi, camion vela, affissione di manifesti, ecc; organizzazione di cicli di conferenze su tutto il territorio nazionale.

La presenza dei compagni di ALBA-Suiza, un’esperienza che ha messo in rete diverse organizzazioni di solidarietà con la Rivoluzione bolivariana, con i paesi dell’ALBA e con i movimenti di altri sud del mondo, ha riscontrato grande consonanza con lo spirito di “Caracas ChiAma” – una Rete nata fin da subito con l’intento di essere un moltiplicatore di pensiero e di pratiche per costruire un’alternativa concreta al capitalismo nel proprio paese.

Lo sviluppo di questo Quinto Incontro ci ha dimostrato che è possibile:

  1. articolare “un movimento antimperialista e di sinistra” su scala europea;
  2. costruire una rete di parlamentari che, nei singoli paesi e a livello europeo, rendano visibile il sostegno al Venezuela e il No alle politiche imperialiste e guerrafondaie che passano attraverso l’imposizione di trattati transnazionali e leggi neoliberiste;
  3. trasformare la realtà a casa nostra, costituire anche qui nel nostro paese un governo popolare e offrire così il migliore contributo possibile ai paesi bersaglio dell’imperialismo, come il Venezuela bolivariano e i paesi dell’ALBA-TCP.

La politica espansionista e di ingerenza dell’imperialismo statunitense e dei suoi alleati è la principale minaccia che l’umanità deve affrontare. Di fronte a questa, l’internazionalismo proletario si pone come una risposta storica comune, che attraversa tutte le lotte dei popoli nel mondo: da quelli aggrediti dalla NATO, ai movimenti italiani in lotta contro le basi militari, il Muos o la Tav, ai lavoratori europei che si oppongono alle politiche neoliberiste.

La Rete “Caracas ChiAma” esprime perciò sostegno ai popoli che lottano e resistono contro le minacce, le aggressioni e le occupazioni militari in Iraq, Libia, Siria, Palestina, Kurdistan, Yemen, Iran e la Corea tutta, e qui in Europa nel Donbass, da dove ci è giunto un video di saluto al nostro Quinto Incontro di Roma e un’indicazione concreta.
 
Allo stesso modo la Rete “Caracas ChiAma” condanna il blocco degli Stati uniti contro Cuba. Esprime il proprio appoggio al processo di pace in Colombia e nelle Filippine.
Ma nessuna vera libertà è possibile senza quella delle donne, il cui ruolo è fondamentale nella lotta contro un sistema capitalista che aggiunge all’oppressione del patriarcato la schiavitù del lavoro salariato e del non-lavoro, ancora più pesante per le giovani donne e le migranti.

Il ruolo delle donne è fondamentale nella transizione verso il socialismo in corso in Venezuela e lo sarà anche in quella verso una società che rinnovi e moltiplichi i punti più alti della Rivoluzione bolscevica del 1917, come di quella cinese e della Rivoluzione cubana.

La Costituzione bolivariana del Venezuela, prodotto dell’idea e dell’azione di un Chávez “socialista e femminista” è declinata nei due generi, contempla un vasto quadro di diritti che garantiscono la libertà delle donne, riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico e lo tutela.

In Italia, e non solo, le donne subiscono un attacco sempre più serrato alle conquiste realizzate con le lotte degli anni ‘70, anche per il ritorno di vari integralismi religiosi. Le donne però non vogliono sentirsi vittime, ma soggetti che resistono e si organizzano: questo il messaggio che arriva dal Venezuela e dai movimenti delle donne latinoamericane, ripreso e condiviso dalla Rete “Caracas ChiAma”.

La proposta, è quella di costruire un tavolo permanente di comunicazione, informazione e trasmissione di memoria e coscienza alle più giovani. Con questo spirito, la Rete “Caracas ChiAma” aderisce alla mobilitazione nazionale del 26 novembre a Roma contro la violenza sulle donne.

Rivolge un forte attestato di solidarietà alla compagna Yuri Patiño, brutalmente aggredita dai fascisti venezuelani in Amazonas, nello stesso giorno in cui quegli stessi fascisti uccidevano il poliziotto Molina Ramirez di Polimiranda, mentre difendeva l’ordine pubblico durante una manifestazione dell’estrema destra, alla cui famiglia la Rete “Caracas ChiAma” esprime ugualmente piena e sentita solidarietà. Così come esprime solidarietà alle prigioniere rivoluzionarie, in Italia e nel mondo.

Noi, in quanto partecipanti al Quinto Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana del Venezuela – “Caracas ChiAma, Roma Risponde!” – tutte e tutti coloro che si sentono parte integrante della Rete e che, tenaci e determinati, vogliono conservare intatto il filo rosso della continuità nelle attività della Rete, ottemperiamo al programma del Quinto Incontro, elaborando la presente “Dichiarazione di Roma” e scegliendo democraticamente la città sede del Sesto Incontro che sarà Napoli, nel mese di Aprile del 2017.


Invitiamo nel contempo a dare la massima diffusione alla presente “Dichiarazione di Roma” – Dichiarazione finale del Quinto Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma, Roma Risponde!”

Per un Sesto Incontro all’insegna del Potere Popolare Costituente in Azione! All’insegna della partecipazione di massa, delle donne, dei giovani, dei proletari migranti, dell’amicizia e della solidarietà dei popoli del mondo! All’insegna dei protagonisti della trasformazione rivoluzionaria e socialista, in Italia e nel mondo!  

Verso il Sesto Incontro Italiano “Caracas ChiAma, Napoli Risponde!”

Contro il fascismo e il machismo. A fianco del popolo venezuelano, del suo governo e del suo presidente Nicolás Maduro. Per la costruzione del socialismo!

Rete “Caracas ChiAma” – Italia, 21 novembre 2016

(VIDEO) Al fianco di Maduro per la democrazia!

Geraldina Colottida libera.tv

V Incontro di solidarietà con il Venezuela

Mentre in Venezuela le forze della reazione che hanno conquistato il Parlamento cercano in ogni modo di provocare la caduta del Presidente Nicolas Maduro anche in Italia si mobilita il movimento di solidarietà con il Venezuela chavista e bolivariano. A Roma è tenuto il V incontro di solidarietà con il Venezuela. Abbiamo sentito: Geraldina Colotti del Manifesto, Alba Beatriz Pimentel ambasciatrice di Cuba in Italia, Juan Fernando Holguin Ambasciatore dell’Equador in Italia, Giovanna Martelli deputata di Sinistra Italiana e Jualian Isaias Rodriguez Diaz Ambasciatore del Venezuela in Italia.

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Genere e Rivoluzione: verso il Quinto Incontro “Caracas ChiAma”

di Geraldina Colotti

Nel 2015, agli inizi d’agosto, fece molto scalpore in Venezuela il brutale omicidio di Liana Hergueta, 53 anni, nota attivista di opposizione: violentata, asfissiata e poi fatta a pezzi. I resti vennero ritrovati in un’automobile chiusi in due valige: la testa in una, il tronco e gli arti nell’altra. Dopo l’arresto, i sicari confesseranno i motivi del crimine, maturato negli ambienti paramilitari dell’estrema destra venezuelana: Hergueta pretendeva la restituzione di una somma sottratta, e da giorni aveva denunciato la truffa in facebook. Per le donne della sinistra, si è trattato di un femminicidio, una forma estrema di violenza che colpisce la donna in quanto tale. Nello stesso quadro, ma per ragioni diverse, si situa la preoccupante escalation di omicidi contro dirigenti sindacali o comunitarie, che svolgono attività politica nei quartieri popolari più a rischio, come la Cota 905. Lì si sono insediati pericolosi cartelli in stile messicano i quali, oltre a intervenire nella contesa politica, hanno importato anche la violenza sessuale e il femminicidio come modalità “punitiva”. Dispongono di sofisticati strumenti di intercettazione in dotazione ai governi, e di armi da guerra. Nella Cota 905, a giugno del 2016 è stata sequestrata, torturata e bruciata Elizabeth Aguilera, 43 anni, un’altra nota militante del Psuv. All’elenco si è aggiunta Yesenia Contreras. Dirigeva la campagna elettorale di Zulay Aguirre, madre del giovane deputato socialista Robert Serra, brutalmente ucciso insieme alla sua compagna Maria Herrera mentre conduceva un’inchiesta parlamentare sui legami dell’estrema destra con i paramilitari colombiani. Poi è toccato a Génesis Arguisone, leader sociale della popolosa zona di Petare, assassinata durante un incontro pubblico del chavismo. A dicembre era stata uccisa Irma Guillen, figura di primo piano nel quartiere Catia. In questa settimana, uomini incappucciati hanno sequestrato un’altra dirigente comunitaria. Il suo corpo è stato ritrovato in un sacco, a bordo di un fiume.

Femminicidi di natura politica, in aumento – secondo recenti statistiche – negli ultimi due anni: omicidi di genere e di classe, giacché le donne che hanno preso la scena con il chavismo provengono tutte dai settori popolari tradizionalmente esclusi: indigene, afrodiscendenti, donne poverissime emancipate dal lavoro e dall’istruzione. Se molte donne vengono uccise all’interno di una relazione di subalternità con gli uomini – commenta il collettivo La Arana femminista -, in altri casi i delitti avvengono per il motivo opposto: l’aumento crescente del potere femminile, che mette in causa il dominio maschilista e ne provoca la reazione violenta. Nella sua accezione comune il femminicidio è ricondotto a quei crimini compiuti generalmente dal marito, dall’ex compagno o da un famigliare della donna. Una storica sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani ha incluso però nel femminicidio anche quei crimini perpetrati da uomini sconosciuti dopo un’aggressione sessuale. E già nel 1976, quando il termine “femminicidio” viene definito una prima volta dal primo Tribunale internazionale per i crimini contro la donna, lo si qualifica come “L’assassinio di donne realizzato da uomini e motivato dall’odio, dal disprezzo, dal piacere o dal sentimento di proprietà”.

Un delitto “ideologico”, strettamente connesso con i valori sociali e gli stereotipi di genere. Su questo mette l’accento la costituzione bolivariana, rigorosamente declinata nei due generi, e attenta alla tutela dei diritti della donna: a partire da quelli economici e lavorativi (si riconosce anche il valore sociale del lavoro domestico). Dal 1998, quando Hugo Chávez è andato al governo definendosi da subito “femminista”, le donne hanno ottenuto leggi importanti, lavorando soprattutto sulla prevenzione dei delitti: con le procure di prossimità e con una massiccia opera di educazione e formazione, che comincia nelle scuole elementari e continua nei commissariati e nelle caserme, dove i corsi di studi su genere e diritti umani sono obbligatori. I centri di attenzione, sparsi in tutto il paese, forniscono assistenza e accompagnamento legale alle vittime. Nel 2014, una riforma alla già avanzatissima Ley Organica sobre el Derecho de las Mujeres a una Vida Libre de Violencia, votata nel 2007, ha introdotto nel codice penale il femminicidio e il femicidio come reato a sé, passibile di una condanna da 15 a 30 anni. L’anno scorso, il Cedaw, il comitato che controlla l’applicazione della legge, ha felicitato il Venezuela per il livello d’attenzione al tema di genere, ma ha considerato deficitaria l’applicazione della legge sul campo. La legge riconosce 18 tipi di violenza di genere, ma quelli che più vengono denunciati sono i maltrattamenti fisici, e la preparazione dei magistrati è ancora insufficiente.

La Procuratrice generale Luisa Ortega Diaz, molto attenta alla giustizia di genere, nei mesi scorsi ha lanciato un allarme: solo durante il primo trimestre del 2016, nel paese si sono registrati 75 femminicidi, un aumento considerevole rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, quando erano state ammazzate 57 donne. Nel 2016, 3.932 uomini sono stati accusati di delitti legati alla violenza di genere e 6.646 hanno subito condanne, soprattutto per aver aver inflitto maltrattamenti fisici e psichici. Nei mesi scorsi, Ortega ha promosso diversi seminari internazionali sul tema, che si sono tenuti online, nell’ambito del Mercosur “di genere”: per sensibilizzare i magistrati sul femminicidio e le sue cause, che purtroppo attraversano classi e frontiere.

Prima delle ultime elezioni parlamentari, quando il chavismo aveva la maggioranza dell’Assemblea, è passata una legge che impone almeno il 40% di candidature femminili ad ogni livello della vita politica. Con il ritorno delle destre, si allontana però la legge sul matrimonio ugualitario. Una recente sentenza della Corte suprema, ne apre però la strada in concreto. Accantonata anche la legge sull’interruzione di gravidanza, che le femministe chiedono da anni.

Altro punto su cui discutono le donne in Venezuela riguarda gli effetti della guerra economica sull’autonomia e la partecipazione delle donne: la guerra economica, che costringe a lunghe code soprattutto le donne e le obbliga a discutere di come trovare gli alimenti a basso costo anziché di politica, può riportare indietro le conquiste realizzate?

Il V Incontro di solidarietà costituisce un’occasione qualificata per rimettere al centro il tema del rapporto tra pensiero di genere e lotta di classe e la necessità di contribuire in questa ottica alla costruzione di un’organizzazione rivoluzionaria che metta fortemente in campo i due soggetti: in una relazione dialettica tra libertà delle donne e libertà per tutte e tutti. Un legame che, in occidente, si è purtroppo spezzato a partire dagli anni ’80, quando il pensiero delle donne si è fondamentalmente staccato dalle lotte di massa. Al contrario, in America latina le donne hanno guidato il formidabile processo di riscatto che ha portato al governo il “socialismo del XXI secolo”. E continuano ad essere propositive. Ultimo esempio, lo sciopero delle donne lanciato dopo il brutale assassinio di una sedicenne in Argentina, a cui hanno aderito anche donne italiane ed europee: per un’ora, le donne si sono astenute da ogni tipo di attività, poi hanno marciato contro il femminicidio e la violenza di genere e trans-gender. Un esempio da riprendere e da ampliare, prima di tutto con le nostre sorelle migranti.

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