Il Venezuela non sarà il nuovo Iraq

Il Venezuela non sarà il nuovo Iraqdi Fabio Marcelli – ilfattoquotidiano.it


Altro che referendum revocatorio nei confronti del presidente  Nicolas Maduro. Consapevole delle crescenti difficoltà che comporta una scelta del genere, dettagliatamente regolamentata dalla
Costituzione bolivariana (art. 72), che pone precisi requisiti in termini di firme da raccogliere e di voti da esprimere, evidentemente fuori dalla portata della destra di opposizione, i leader di quest’ultima stanno rivolgendo chiari appelli agli Stati Uniti affinché intervengano militarmente contro il governo chavista. Il “la” al vergognoso coro di invocazioni della guerra l’ha dato un professionista dei crimini contro l’umanità come l’ex presidente colombiano Uribe.

D’altronde bisogna capirlo, il raggiungimento dell’agognato accordo di pace fra governo colombiano e Farc lo metterebbe fuori gioco, con la prospettiva di finire addirittura di fronte alla Corte penale internazionale per i suoi molteplici misfatti. Quindi tanto vale tentare di buttarla in caciara dando fuoco a tutta l’area. Sulla scia di cotanto campione della pace e della democrazia si sono succedute le querule richieste di aiuto di vari esponenti della destra venezuelana.

Gli Stati Uniti del resto, pur consapevoli delle difficoltà e dei rischi di un intervento militare, non si lasceranno certo scappare tanto facilmente un’occasione d’oro di rimettere le zampe su uno dei principali giacimenti petroliferi del mondo. In tale ottica vanno lette scelte apparentemente incomprensibili, come quella di dichiarare il Venezuela una minaccia per gli interessi e la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Come pure gli ingenti finanziamenti all’opposizione venezuelana, compresa la sua ala militare e l’utilizzo di apparati sofisticati di intercettazione e controllo come il Boeing 707 E-Sentry, che negli ultimi giorni ha violato più volte illegittimamente lo spazio aereo venezuelano. Più o meno nella stessa logica di ingerenza negli affari interni venezuelani si situano i patetici tentativi di riesumare un’organizzazione oramai fortemente delegittimata come l’Organizzazione degli Stati americani applicando la sua cosiddetta “Carta democratica“, che tuttavia si spinge al massimo fino a prevedere la sospensione dello Stato in cui si registrino violazioni della democrazia con voto dei due terzi degli Stati membri.

A dir poco buffo appare il fatto che il segretario di tale moribonda organizzazione, tale Almagro, iperattivo sulle vicende venezuelane, si sia limitato, per quanto riguarda la situazione brasiliana, a invocare con scarso successo il parere consultivo della Corte interamericana dei diritti umani; questo nonostante il fatto che in tale ultimo paese, a seguito del golpe giudiziario e parlamentare contro Dilma Rousseff, dovrebbe governare per lungo tempo un vicepresidente come Temer, notoriamente corrotto e appoggiato da un’irrisoria percentuale della popolazione. Tornando al Venezuela, il meccanismo dell’invasione è stato già messo in moto da tempo. Si parla al riguardo anche dei contingenti statunitensi già stanziati in Honduras, il paese dove ha avuto inizio, con l’illegittima destituzione del presidente Zelaya, la serie dei golpe più o meno blandi contro i presidenti democratici restii ad avallare la tradizionale subordinazione dell’America Latina a Washington. L’ultima tappa è stato il vero e proprio golpe giudiziario e parlamentare dei corrotti contro la presidente brasiliana Dilma Rousseff.

L’intervento militare statunitense contro il Venezuela bolivariano e chavista rappresenterebbe la ciliegina sulla torta di questa strategia di riconquista. Alla faccia ovviamente, come al solito, di qualsiasi principio giuridico internazionale. Si può ovviare con una massiccia campagna mediatica che vede schierati i pezzi forti della stampa dell’establishment, a partire dal New York Times eWashington Post. Per creare un clima adeguato, i settori violenti dell’opposizione vogliono rilanciare la guarimba, la campagna di disordini che fece 43 vittime due anni fa, tra le quali molti poliziotti o passanti casuali, uccisi da colpi di arma da fuoco o decapitati dai fili di ferro messi dai guarimberos per bloccare le strade. Continua inoltre la guerra economica, imboscando i beni di prima necessità e sabotando i servizi sociali fino al punto di incendiare, come è stato fatto in varie occasioni, gli asili nido e i centri di salute.

Questa strategia irresponsabile punta in sostanza a trasformare il Venezuela in un nuovo Iraq e tutta l’area caraibica in un nuovo Medio Oriente. Laddove non è in grado, e sempre meno lo è, di produrre egemonia e consenso, l’imperialismo dominante diffonde a piene mani sanguinaria destabilizzazione. Forte del consenso ottenuto alle elezioni di dicembre, l’opposizione avrebbe potuto imboccare la strada dell’unità nazionale e della leale collaborazione per risolvere i problemi economici del paese. Sarebbe stato peraltro troppo pretendere un atteggiamento responsabile nei confronti del popolo da oligarchi abituati a considerare sempre ed esclusivamente prioritari i propri interessi di bottega, a costo di sacrificare perfino un’indipendenza e sovranità nazionale delle quali in fondo non sanno proprio che farsene, data la limitatezza della loro visuale e la loro innata propensione alla servitù incondizionata nei confronti di Washington.

La prospettiva, quale che sia il vincitore alle prossime elezioni presidenziali statunitensi (con l’eccezione, peraltro purtroppo improbabile, di Bernie Sanders) è quella di scatenare una nuova guerra d’aggressione, stavolta vicino casa. Del resto l’abbondante petrolio venezuelano merita uno sforzo supplementare. Vittime predestinate di questo avventurismo sarebbero ovviamente il popolo venezuelano e la pace mondiale. Occorre quindi sperare che si fermi questa spirale verso la guerra, il che può avvenire solo, come ha dichiarato Maduro, con una ripresa ed estensione delle lotte popolari in Venezuela e in tutta l’America Latina, per una nuova fase della rivoluzione democratica, che superi i limiti di vario genere fin qui sofferti.

Maduro: «La Colombia abbandona la sicurezza alla frontiera»

spi_20150826120125da Correo del Orinoco

«Domani il Ministro degli Esteri (Delcy Rodríguez) chiederà con forza a Cartagena che la Colombia riprenda l’attività di contrasto attraverso le forze di polizia, investigative e militari, contro le bande di assassini paramilitari. Adesso basta, noi andremo avanti con molta fermezza», ha affermato il Presidente

Il Presidente Nicolás Maduro Moros ha assicurato che il Venezuela esigerà dalla Colombia la riattivazione delle attività di sicurezza nelle zone di confine, perché a giudizio del capo dello stato, il governo di Bogotá ha letteralmente abbandonato la frontiera sul versante della sicurezza.

«Mi piacerebbe ascoltare l’opinione del presidente (Juan Manuel) Santos riguardo a tutti questi fenomeni di cui abbiamo fornito prova, la Colombia deve riattivare tutti i suoi organismi militari e di polizia contro il paramilitarismo alla frontiera, perché la Colombia dal punto di vista della sicurezza ha abbandonato la frontiera», ha spiegato.

Durante il suo programma ‘En Contacto con Maduro’ ha dichiarato: «Domani il Ministro degli Esteri (Delcy Rodríguez) chiderà con forza a Cartagena che la Colombia riprenda l’attività di contrasto attraverso le forze di polizia, investigative e militari, contro le bande di assassini paramilitari, contro i trafficanti di droga. Adesso basta, noi andremo avanti con molta fermezza».

Se Uribe si mette contro il Venezuela riceverà un’adeguata risposta

«Se si mette contro il Venezuela, riceverà un’adeguata risposta, nessuno mi può zittire, se (Álvaro) Uribe trama contro il Venezuela, arriverà una forte risposta del governo», ha evidenziato il Presidente venezuelano Maduro, in riferimento alle recenti dichiarazioni dell’ex presidente colombiano contro il Venezuela e la Rivoluzione Bolivariana.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Dieci frasi di Maduro sulla frontiera tra Colombia e Venezuela

maduro-venezuela-deportacion-colombia--644x362da Telesur

Il presidente venezuelano ha affermato che il paramilitarismo è un «fenomeno che colpisce la pace e la stabilità di tutti i venezuelani»

In una conferenza stampa con i mezzi d’informazione nazionali e internazionali, il capo dello stato ha spiegato che «quando saranno rispettate le condizioni minime», sarà riaperto il confine chiuso da venerdì scorso.

Ha inoltre affermato che nell’area rimarranno gli operativi che contrastano le attività illecite come il contrabbando, il narcotraffico e il paramilitarismo.

Queste le frasi più importanti pronunciate da Maduro sulla frontiera tra Colombia e Venezuela:

  1. «L’attacco sferrato contro un’unità dell’esercito venezuelano, ha oltrepassato ogni limite superando l’accettabile»

  1. «Juan Manuel Santos, lei, sta facendo qualcosa di nobile lavorando per la pace e questo io lo rispetto»

  1. «Quanti danni ha prodotto il paramilitarismo in Colombia? Perché nessuno denuncia questo?»

  1. «Stiamo cercando una nuova frontiera. Questo confine è marcito»

  1. «Non abbiamo preso nulla alla Colombia, tantomeno l’abbiamo occupata (…) Io amo la Colombia»

  1. «Nell’esodo (dei migranti colombiani) si inseriscono gruppi paramilitari»

  1. «Álvaro Uribe Vélez è il più grande anti-colombiano mai esistito, io sono anti-paraco (il termine paraco in Colombia indica un paramilitare)»

  1. «Un nuovo rapporto bilaterale (con la Colombia) dev’essere basato sul rispetto. Speriamo di poter costruire nuove relazioni»

  1. «Tutti i giorni dell’anno i mezzi d’informazione colombiani sono impegnati nel costruire campagne mediatiche dirette contro il Venezuela»

  1. «Amiamo così tanto il popolo colombiano che qui in Venezuela vivono oltre cinque milioni di colombiani»

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

(VIDEO) Venezuela: arrestato Vélez, mandante omicidio di Robert Serra

resizeda lantidiplomatico.it

«E’ stato un caso di ‘sicariato’ politico, solo in apparenza un atto di delinquenza comune, ma è stato un delitto politico».

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro ha annunciato ieri l’arresto di Julio Vélez, ex consigliere della città colombiana di Cucuta, con l’accusa di essere la mente dell’omicidio del più giovane deputato nella storia del Venezuela, Robert Serra, assassinato il primo ottobre scorso. Vélez è stato catturato nello stato Lara (ovest del paese) mentre viaggiava in taxi, al momento dell’arresto aveva due carte d’identità. Telesur ha pubblicato in esclusiva le immagini della cattura.

Vélez era stato inserito in una lista di ricercati internazionali dall’organizzazione internazionale Interpol anche per l’assasinio di sua moglie, María Claudia Castaño, il 16 aprile del 2010 nella sua residenza a Cúcuta.

Maduro ieri aveva accusato esplicitamente l’ex presidente della Colombia Alvaro Uribe di aver mantenuto legami chiari con Velez in questo periodo di latitanza. Vélez è stato per anni consigliere comunale di Cucuta nel partito di Uribe. «E’ stato il suo braccio destro sul confine colombiano-venezuelano ed è stato difeso e tutelato dall’avvocato dell’ex presidente colombiano Jaime Granados», ha dichiarato Maduro. E ancora: «Le autorità giudiziarie del Venezuela hanno il potere di giudicare i crimini commessi da Vélez non solo contro Roberto Serra, ma contro molti venezuelani», Maduro ha aggiunto, invitando i colombiani a «serrare i ranghi per sostenere la pace in Venezuela e continuare con noi a difendere il diritto alla felicità sociale; difendere il diritto alla pace di cui godiamo sul territorio venezuelano».

In un’intervista telefonica al programma Conexión Global di teleSUR, il presidente Nicolás Maduro ha assicurato che l’assassinio del deputato dell’Assemblea Nazionale del Venezuela, Robert Serra, è stato un caso di «omicidio politico, solo in apparenza un atto di delinquenza comune, ma è stato un delitto politico».

Il presidente ha poi proseguito: «Si tratta di abbattere questa violenza politica che l’estrema destra ha portato in Venezuela e ricordare moralmente le vittime di questi sicari politici». Serra era un leader emerso dal basso e si era guadagnato il rispetto e l’ammirazione di molti cittadini venezuelani. Per questo Maduro ha chiesto ai giovani del suo paese di non dimenticarlo. «Teniamolo sempre nei nostri cuori e la sua esperienza nella vita quotidiana. La sua morte non sia vana, la giustizia si sta realizzando per garantire il diritto alla pace per noi tutti venezuelani».

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Jorge Valera: «a breve il Vene­zuela entrerà nel Con­si­glio di sicu­rezza ONU»

di Geraldina Colotti, il manifesto 26.9.2014

Coinvolto l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe

Colpo grosso con­tro l’estrema destra in Vene­zuela. Il mini­stro degli Interni giu­sti­zia e pace, Miguel Rodri­guez Tor­res, ha pre­sen­tato in tele­vi­sione una nuova pun­tata di alcune regi­stra­zioni video. Prove che mostrano, indi­scu­ti­bil­mente, i piani ever­sivi che hanno gui­dato le pro­te­ste vio­lente con­tro il governo nei mesi scorsi e quelli pro­gram­mati per il futuro: stragi, omi­cidi selet­tivi, pro­vo­ca­zioni. Piani in cui è coin­volto l’ex pre­si­dente colom­biano, Alvaro Uribe, che in molti, nel suo paese, vor­reb­bero man­dare a giu­di­zio per le atti­vità para­mi­li­tari di cui è paladino.

Tutto si è messo in moto con l’arresto di alcuni gio­vani nazi­sti, estra­dati dalla Colom­bia: mili­tanti del gruppo anti­se­mita Javu — gemel­lato con la bal­ca­nica Otpor, nata durante i con­flitti nella ex-Jugoslavia nelle scuole Cia — e a capo di alcune Ong finan­ziate dalle agen­zie per la sicu­rezza Usa. Il gio­vane Lorent Gomez Saleh, attivo in tutti i con­sessi dell’estrema destra inter­na­zio­nale, parla aper­ta­mente di come orga­niz­zare atten­tati e pro­vo­ca­zioni durante «mani­fe­sta­zioni di piazza» ed elenca armi, soldi rice­vuti e legami con i car­telli colom­biani e paramilitari.

Que­sta volta, nes­suno, nel campo della destra, ha par­lato di «mani­po­la­zioni», anche se l’imbarazzo delle parti più mode­rate dell’opposizione — riu­nita nel car­tello Mesa de la uni­dad demo­cra­tica (Mud) — non si è spinto fino a una presa di distanza piena dai mili­tanti oltran­zi­sti: fino a poco tempo fa defi­niti «paci­fici stu­denti». Per ora, l’opposizione sem­bra aver silen­ziato le com­po­nenti più estre­mi­ste, capi­ta­nate da Leo­poldo Lopez — il lea­der di Volun­tad popu­lar, in car­cere in attesa di pro­cesso -, da Maria Corina Machado e dal sin­daco della Gran Cara­cas, Anto­nio Lede­zma. Intanto, la Mud ha eletto il nuovo segre­ta­rio ese­cu­tivo, Jesus Tor­realba, spon­so­riz­zato dall’ex can­di­dato pre­si­den­ziale, Hen­ri­que Capri­les. Tor­realba, gior­na­li­sta con tra­scorsi di sini­stra, ha annun­ciato sì l’intenzione di tor­nare al dia­logo con il governo, ma al con­tempo ha detto che l’opposizione tor­nerà in piazza il 4 otto­bre: per affi­lare le armi in que­sta fine anno senza ele­zioni e pre­pa­rarsi alle par­la­men­tari del dicem­bre 2015.

Intanto, il campo cha­vi­sta assa­pora il suc­cesso otte­nuto all’Onu dal pre­si­dente Nico­las Maduro, regi­strato anche dai noti­sti poli­tici inter­na­zio­nali avversi al suo governo boli­va­riano. Durante le gior­nate new­yor­chesi, Maduro ha dap­prima inter­pre­tato le istanze dei movi­menti ambien­ta­li­sti inter­na­zio­nali al ver­tice Onu sul clima: «Per cam­biare il clima occorre cam­biare il sistema», ha detto spie­gando i ter­mini dell’«eco-socialismo» boli­va­riano. Poi ha fatto un bagno di folla con i poveri del Bronx, ai quali dal 2005 il Vene­zuela invia car­bu­rante gra­tui­ta­mente. E infine ha incon­trato i rap­pre­sen­tanti del Con­gresso mon­diale ebraico. Al con­tempo, ha levato la voce in favore del popolo pale­sti­nese, al quale sono arri­vate ton­nel­late di aiuti dopo il mas­sa­cro di Gaza.

E ieri, Maduro ha annun­ciato un piano milio­na­rio da inviare ai paesi col­piti dall’Ebola. Una misura subito con­te­stata da Capri­les, che con­si­dera «spre­chi» i pro­getti di soli­da­rietà inter­na­zio­nale messi in atto dal governo chavista.

Il discorso di Maduro all’Onu, che ha rice­vuto il plauso del cubano Fidel Castro, è stato defi­nito «sto­rico» dal rap­pre­sen­tante per­ma­nente del Vene­zuela all’Onu Jorge Valera che, da Gine­vra ha ipo­tiz­zato «quasi immi­nente» un’entrata del Vene­zuela al Con­si­glio di sicu­rezza. E, a tarda sera, Cara­cas atten­deva un mes­sag­gio del papa a Maduro per la chiu­sura della Set­ti­mana inter­na­zio­nale della pace.

Colombia: le Farc-Ep verso l’accordo di pace

FORO PARTICIPACIÓN POLÍTICA - 28, 29 y 30 de abril - 2013 Bogotáda tribunodelpopolo.it

Storica svolta in Colombia con il governo e le Farc che hanno raggiunto un accordo che dovrebbe garantire al gruppo ribelle un ruolo nella vita politica del Paese. Potrebbe quindi venire scritta la parola “fine” a un conflitto armato che insanguina il Paese da oltre cinquant’anni. 

Storico accordo tra il governo colombiano e la guerriglia delle FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo), un accordo atteso da mezzo secolo che potrebbe seriamente porre fine a un conflitto armato che ha provocato negli anni migliaia di morti. In base a tale accordo le Farc dovrebbero aver garantito la partecipazione alla vita politica del Paese, un sostanziale compromesso che dovrebbe accontentare entrambe le parti in causa.

Ci sono voluti quasi cinque mesi per elaborare l’accordo per la partecipazione politica delle Farc, che da movimento di guerriglia dovrebbero cominciare un processo di reinserimento nella società, diventando così un movimento politico a tutti gli effetti. “Abbiamo raggiunto un accordo fondamentale sul secondo punto dell’agenda contenuta nell’Accordo Generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura chiamata Partecipazione Politica”, recitava il comunicato congiunto diffuso ieri.

Ci è voluto un anno di negoziati tra Farc e governo per depennare dalla lista le questioni della riforma agraria e della partecipazione politica delle Farc, ma sono ancora tanti i nodi sul tavolo che devono essere sciolti: fine delle ostilità, lotta al narcotraffico e compensazione delle vittime del conflitto. Nella ricerca dell’accordo ha sicuramente pesato l’uscita di scena di qualche anno fa di Alvaro Uribe, discutibile ex presidente della Colombia che aveva rinfocolato il conflitto con le Farc.

L’accordo invece è stato raggiunto dal presidente Santos, probabilmente alla ricerca di popolarità in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno, che si annunciano turbolente. La premessa dei  colloqui  era che “nulla è definitivamente concordato fino a quando non si troverà un accordo per l’ultimo punto”, questo il messaggio delle due delegazioni lanciato agli inizi delle trattative un anno fa. Le trattative cominciarono un anno fa a Hurdal, piccola località a 80 chilometri da Oslo, in Norvegia, poi da qui i colloqui di pace si sono spostati all’Avana, divenuta sede permanente. Ai negoziati infatti partecipano Norvegia e Cuba in veste di paesi garanti, e Cile e Venezuela come osservatori.

[Si ringrazia Leonardo Landi per la segnalazione]

Ex Presidenti spazzatura: storie parallele dalla Colombia e dalla Spagna

di Juan Carlos Monedero

Pubblicato il 2 giugno 2013.- Ci sono delle volte in cui con grande evidenza si manifesta un vecchio aneddoto della politica sovietica. La storia è il racconto delle due lettere che avrebbe scritto Nikita Krusciov al suo successore, Leonid Breznev, in occasione della sua forzata dimissione. Lettere d’amore tra presidenti, scritte in quell’occasione molto tribolata che determinò la successione del presidente sovietico che aveva sbattuto una scarpa nella tribuna dell’ONU alcuni decenni prima che Chávez affermasse che quel posto puzzasse di zolfo. Le lettere che fece recapitare Krusciov al suo successore contenevano delle istruzioni: «Quando non vedi più nessuna via di uscita, apri la prima lettera. Quando si ripresenti un’altra situazione insormontabile, apri la seconda».

Sembra che Breznev così avesse fatto l’anno successivo. Trovò scritto un rigo che riecheggiava un’aria di bolero: «Tutta la colpa dalla a me. Tutta quanta». Le cose ripresero a marciare normalmente dopo aver proferito questo balsamo. Alcuni mesi più tardi, imperversavano di nuovo i problemi e siccome la prima lettera aveva funzionato, Breznev aprì la seconda con lo stesso stile conciso: «Scrivi due lettere e rimetti la carica». Questa leggenda ha invecchiato male, perché sembra che oggi i vecchi presidenti non scrivano più lettere per i loro successori, ma si presentano su un set televisivo per essere intervistati da giornalisti pennivendoli, o scrivono 140 caratteri su Twitter per ricordare ai loro eredi che la politica somiglia molto a un cartello – con delle regole fisse e obbligatorie, dove se cade uno, tutti gli altri lo seguiranno. In confidenza – poiché dire pentito sarebbe un’esagerazione – nessuno può superare un presidente di governo.

In Colombia il presidente Santos, che giunse a essere il “migliore amico” di Chávez, e che sembrava interessato a risolvere il conflitto con le FARC con l’aiuto del Venezuela, ha ceduto alle pressioni del narcopresidente Uribe e dal guantanamovicepresidente nordamericano Joe Biden. Patetico cedimento che offuscherà il suo mandato. Le FARC hanno pubblicato un comunicato nel quale esprimono enorme preoccupazione per le manovre di Santos. Sembra che ci sono politici, di qua e di là, ai quali interessa che esistano sempre dei gruppi terroristi operativi.

Santos appartiene all’oligarchia più rancida della Colombia e l’aumento delle pressioni lo conferma. L’avviamento dell’Alleanza del Pacifico, iniziativa spalleggiata dagli USA, con il fine di riarticolare i paesi che non aderiscono al nuovo impulso di democratizzazione dell’America latina è stata vista come un momento per giocare di nuovo la carta della destabilizzazione nei confronti del Venezuela. Sembra che la Colombia voglia tornare a quel momento in cui voleva diventare l’Israele dell’America latina. Dai documenti di wikileaks abbiamo appresso che Uribe offriva questa opportunità ai suoi padrini nordamericani. Un gran parlare della Colombia, un gran parlare della Spagna, quando la vera patria si trova in Svizzera.

Di recente Uribe, appoggiato dalla stampa golpista colombiana, continua a dare spago all’insostenibile lagnanza di Capriles che sostiene che nelle elezioni venezuelane ci sia stata una truffa. Ecco perché Capriles non ha smesso di insultare pubblicamente Santos, rimproverandogli di aver assistito ai funerali di Chávez, aver dichiarato lutto nazionale e, infine, aver assistito alla presa di possesso del presidente Maduro. Uribe continua a lottare per difendere la propria impunità, giacché è consapevole che in qualsiasi momento può finire in un carcere gringo com’era già accaduto a Noriega.

Gli Stati Uniti di Obama continuano a pensare che l’America latina sia il loro patio trasero, il cortile di casa – espressione ripescata recentemente dal Segretario di Stato John Kerry. Hanno pensato che questa sia l’ora opportuna per proseguire con l’aggressione contro il Venezuela, approfittando di questo momento in cui il presidente Maduro ha davanti a sé il compito di ricostruire il blocco di potere che Chávez era riuscito a creare nei suoi 14 anni di governo e che attualmente si sente la necessità di rinnovare. Risultato? Gli enormi progressi per la pace in Colombia con alcuni accordi appena discussi all’Avana tra il governo e le FARC, nei quali finalmente s’introducono dei punti che concernono la riforma agraria, possono andare a puttane per merito del disonesto gesto di Santos di accogliere Capriles a Bogotà. Uno schiaffo in  faccia a Maduro che con enorme generosità ha fatto il possibile e l’impossibile perché finisse la guerra civile in Colombia.

Come si difende la democrazia con questi nemici? Diventa molto difficile proteggerla quando scegli la via elettorale – e per il momento, non esiste un’altra – e i vecchi poteri, appoggiati dagli Stati Uniti, quelli del colpo di stato in Honduras e in Paraguay, si trovano intatti con tutto il loro potere reale, mettendo costantemente i bastoni tra le ruote. A Cuba gli attori del vecchio regime se ne sono andati a Miami. In Venezuela continuano con le loro banche, le loro ditte, i loro mezzi di comunicazione, i loro contatti internazionali, le loro università e i loro giudici in attesa del momento propizio per smontare tutto quello che è stato costruito. Questo fatto ricorda molto da vicino quanto è accaduto nella prima metà del secolo scorso quando in Spagna, durante la II Repubblica, vinse la CEDA (Confederación Española de Derechas Autónomas). S’impegnarono a rendere difficile il compito dei governi repubblicani progressisti. Quando vinse le elezioni del 1933 – grazie alle divisioni della sinistra – la CEDA decise di smontare tutto quanto si era riuscito a ottenere in quegli anni. Il malcontento sfociò nella rivoluzione delle Asturie.

Quando parliamo di controrivoluzione nel Regno di Spagna o in America latina, spunta di solito Aznar (e la sua Fondazione FAES). Al pari di Uribe è preoccupato di finire in galera. Tutta la rete Gürtel, tutta la trama di Bárcenas, tutti gli extra, gli imputati Fabra Camps, Barberá, la sospettata Esperanza Aguirre, l’allegro Miguel Ángel Rodríguez e i suoi cocktail a elevata gradazione, la jaguar nel garage di Ana Mato, le truffe di Urdagarín e della sua presunta socia o l’attico di Ignacio González: in altre parole, il cuore di tutta la trama corrotta che devasta il Regno di Spagna, appartiene a un altro momento che non è più quello attuale, Rajoy e Soraya Saenz de Santamaría dixit. Sicuramente Rajoy non dimentica l’umiliazione che gli inflisse Aznar quando dichiarò pubblicamente che quella del notaio sarebbe statala sua seconda scelta, dopo che Rato aveva dichiarato le dimissioni.

I presidenti come Aznar, che sono in politica per fini di lucro, non scrivono sulla prima lettera che capita solo perché vogliono dare una mano. Altrettanto le pressioni di Uribe sono alla ricerca di un salvacondotto. L’intervista – ormai si definisce intervista qualsiasi cosa – ad Aznar che tanto subbuglio ha causato, non si trattava tanto di una minaccia di ritornare, ma un avviso sulle conseguenze di scoperchiare la pentola. Affari personali che colpiscono le nostre deboli democrazie. Ad Aznar che ci ha ficcato nella guerra d’Iraq, anche se sapeva che non c’erano armi di distruzione di massa, interessa solo il proprio tornaconto. Come anche a sua moglie, Ana Botella, che si allontanava per un attimo dalla Spa di Portogallo per venire con l’aereo in Spagna al fine d’informare brevemente sulle adolescenti morte nel Madrid Arena. Sappiamo che nell’odierna politica “cartellizzata” le uniche lettere che si spediscono alcuni presidenti sono simili a quelle che invia Cosa Nostra a chi non paga. Pare che per il presidente Santos la speranza sia una cosa simile, soprattutto nelle zone rurali dove da alcuni giorni è prevista l’approvazione del primo punto dei negoziati tra la guerriglia e il governo.

La totalità dei casi di corruzione che conosciamo non ha niente a che fare con il giornalismo d’inchiesta. Escono alla luce perché qualcuno che si trovava in mezzo alla faccenda ha un po’ scoperto il coperchio della pentola – la cosa giusta da fare – perché non ha ricevuto la fetta che gli spettava. Altrimenti avremmo mangiato l’indigesto racconto dell’esemplare coppia felice, Urdangarín e l’Infanta, e l’enorme prole che aspetta di essere sfamata. E, certamente, la rivista “Hola” continuerebbe a pubblicare fotoservizi su quelle magioni da Sissi che accontentano gli umili quando le vedono apparire sulla carta patinata delle riviste e che i loro padroni ci vendono come se fossero lettere d’amore indirizzate al popolo onesto.

Il comportamento del narcopresidente Uribe – un’importante parte del suo partito è inquisita per via dei collegamenti con i paramilitari – e del bugiardo Aznar mettono in apprensione i loro paesi. Ciò avviene perché formano parte della “cartellizzazione” della politica che ha plagiato la democrazia tanto in Colombia quanto in Spagna. Cupole cooptate, ostaggi del denaro e della geopolitica nordamericana, tutti quanti retti da quella trama globale che reclama delle maggiori dosi di modello neoliberale, sobillata dai venali mezzi d’informazione. Una parte della popolazione è avvelenata da questi ultimi, mentre l’altra parte che fa riferimento alla chiesa li considera come una soluzione. Abbiamo davanti a noi un bel panorama.

È ancora in sospeso il fatto che i popoli sostituiscano le riviste del cuore con i quaderni delle querele.

Anche prima della Rivoluzione Francese si provava maggiore interesse per i vestiti di Maria Antonietta che per il suo collo.

[trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Vincenzo Paglione]

Non ho invaso il Venezuela perché non ne ho avuto il tempo…

Non ho invaso il Venezuela perché non ne ho avuto il tempo.



di Luis Britto García

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Secondo Machiavelli, il Principe può e deve commettere utili infamità ma deve apparire morale in pubblico, deve apparire come l’incarnazione della religione e della morale. Non ha nulla del Principe chi confessa l’intenzione di commettere infamia, non avendo avuto il tempo o il coraggio di commetterla e lo dichiara e, inoltre, quando non la può più fare. “Non ho invaso il Venezuela perché non ne ho avuto il tempo”, dice Álvaro Uribe, che è stato dieci anni al potere e che ha avuto l’appoggio o l’occupazione militare degli Stati Uniti a suo favore. Perché fa tale ammissione? Per quale scopo?

2
Da anni sostengo che il piano è quello di alimentare la guerra tra Colombia e Venezuela per ottenere la rovina dei due paesi. Indicazioni che questa intuizione non può essere sbagliata sono: il fatto che il bilancio della difesa della fraterna Repubblica impiega più di mezzo milione di persone; gli Stati Uniti sostengono questo sforzo militare con i dollari del Plan Colombia e aspiravano ad incremenare le tre basi militari per portarle a nove; nel 2004 sono stati arrestati più di cento paramilitari colombiani che stavano preparando un attentato in Venezuela; nel 2008 l’esercito colombiano con gli Stati Uniti e la sua intelligenza logistica ha attaccato l’Ecuador, i due attacchi sono stati accompagnati da una persistente campagna per incriminare il nostro paese tacciato di essere legato al narcotraffico, controllato dai guerriglieri colombiani, nonché di essere violatore dei diritti umani. A confessione di Uribe, rilievo di prova: per un decennio il presidente di un paese vicino ha pianificato l’invasione del nostro paese.

3
Secondo Hugo Chávez, non gli è mancato il tempo, ma le palle. Oltre alla logica. Non è una cosa da nulla intraprendere una guerra con una repubblica sorella senza nemmeno aver vinto quella che conduce sul proprio stesso territorio. Nemmeno è cosa semplice cercare di uccidere un presidente di un paese vicino senza avere assicurata la propria stessa sopravvivenza politica. Un pigiama rosso pesa sul destino di colui che l’agenzia di sicurezza degli Stati Uniti cataloga come narcotrafficante numero 84. Tutti coloro che hanno servito i grandi poteri, come Rafael Leonidas Trujillo o Saddam Hussein nella sua guerra senza senso contro l’Iran, sono stati poi da esso distrutti.

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Non fanno eccezione coloro che sono incorsi nel terrorismo di stato massivo, come il peruviano-giapponese o giapponese-peruviano Fujimori. L’Impero e le oligarchie locali si servono di essi e se ne sbarazzano quando diventano inutili. Nel 2007, durante il IV Congresso Internazionale della Lingua Spagnola a Cartagena, ho visto Uribe cercare di ingraziarsi Juan Carlos di Borbone, gridando con una mano sul petto che i neogranadini sono sempre stati “i sudditi più fedeli della Corona”. La sopravvivenza di Uribe dipende dal presentarsi a tutti i costi come il suddito più fedele degli Stati Uniti, anche se ciò implica la perpetuazione del conflitto interno e la promozione di un conflitto ancora più insensato con tutta l’America Latina e i Caraibi.

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Raramente la carriera di un’unica persona ha richiesto tanti sacrifici atroci per tutti. Cosa che dovrebbe essere evidente per i colombiani e le oligarchie locali che hanno sperimentato i risultati di una sospensione dei rapporti commerciali con il Venezuela. Per loro, Uribe è un parvenù utile al potere per l’esercizio del terrorismo di stato e per scaricargli le responsabilità a conclusione della sua gestione, ma non durerà per sempre come arbitro supremo della vita e del destino. Si sono già serviti di lui ma non sono disposti a che lui si serva di loro.

6
Ho evidenziato che per la sua posizione strategica tra due mari, la sua numerosa popolazione, la produzione agricola, le sue industrie sviluppate, i suoi attivi commerci, la Colombia può esercitare una ragionevole egemonia regionale, senza impantanarsi in sanguinosi conflitti esterni, che la metterebbero contro l’ALBA, l’UNASUR, la CELAC, il MERCOSUR e il BRIC, offrendo in questo modo all’insurrezione interna di prendere il potere. Se si optasse per questo suicidio politico, lo sarebbe per decisione consensuale delle sue oligarchie che sanno cosa rischiano di perdere e non per l’interesse di un uomo politico che ha già perso tutto. I cani che abbaiano non mordono, soprattutto se non hanno morso quando avrebbero potuto.

7
E l’opposizione venezuelana, il cui leader della campagna elettorale Leopoldo López ha incontrato Uribe al confine? Sta con lui o con il Venezuela? Che la smettano con le ipocrisie, come Osvaldo Álvarez Paz ha raccomandato. Staremo a vedere se oseranno.

[traduzione dal castigliano di Ciro Brescia]

brittoluis@gmail.com

No invadí Venezuela porque no tuve tiempo

1
Según Maquiavelo, el Príncipe puede y debe cometer infamias útiles, pero en público debe parecer la moral, la religión y las buenas costumbres encarnadas. Nada de Príncipe tiene quien confiesa la intención de una infamia, no haber tenido tiempo o valor para cometerla, y lo hace cuando ya no puede llevarla a cabo. “No invadí Venezuela porque no tuve tiempo”, confiesa Álvaro Uribe, quien contó con diez años de poder y el apoyo u ocupación militar de Estados Unidos para ello ¿Por qué confiesa? ¿Con qué propósito?
2
Hace años sostengo que el plan maestro de Estados Unidos es suscitar una guerra entre Colombia y Venezuela para quedarse con las ruinas de ambos países. Indicios de que esta intuición pudiera no estar equivocada son: el hecho de que el presupuesto de Defensa de la Hermana República alberga más de medio millón de personas; de que Estados Unidos apoya este esfuerzo armamentista con los raudales de dólares del Plan Colombia y con tres bases militares que aspiraba elevar a nueve; de que en 2004 fueron detenidos más de un centenar de paramilitares que preparaban un magnicidio en Venezuela; de que en 2008 el ejército colombiano con logística e inteligencia estadounidense atacó a Ecuador; de que ambas agresiones fueron rodeadas de persistente campaña para incriminar a nuestro país como narcotraficante, dominado por la guerrilla colombiana y violador de los Derechos Humanos. A confesión de Uribe, relevo de pruebas: durante una década el presidente de un país vecino estuvo planeando invadirnos.


3
Según contesta Hugo Chávez Frías, tiempo no le faltó, sino cojones. También, lógica. No es una minucia emprender una guerra con una República hermana sin haber ganado la que libra en su propio territorio. No es una menudencia tratar de acabar con un mandatario vecino sin tener asegurada la propia supervivencia política. Un pijama rojo pesa sobre el destino de quien los organismos de seguridad de Estados Unidos catalogan como el narco número 84. Todos los que sirvieron a la gran potencia, desde Rafael Leonidas Trujillo hasta Sadam Hussein en su insensata guerra con Irán, han sido luego destruidos por ella.
4
No son una excepción los incursos en terrorismo masivo de Estado, como el japonés peruano o peruano japonés Fujimori. El Imperio y las oligarquías locales se sirven de ellos para desecharlos cuando devienen inútiles. En 2007, durante el IV Congreso Internacional de la Lengua Española en Cartagena, vi a Uribe tratando de congraciarse con Juan Carlos de Borbón, clamando con mano en el pecho que los neogranadinos siempre fueron “los más fieles súbditos de la Corona”. La supervivencia de Uribe depende de presentarse a toda costa como el más fiel súbdito de Estados Unidos, aunque ello implique la eternización del conflictointerno y la promoción de un todavía más insensato conflicto con toda América Latina y el Caribe.

5
Pocas veces la carrera de uno exigió tan atroces sacrificios de todos. Esto debe ser evidente para las oligarquías locales colombianas, que probaron los resultados de una suspensión de relaciones comerciales con Venezuela. Para ellas, Uribe es un advenedizo, útil para ejercer el terrorismo de Estado desde el poder y para cargar con las culpas de él concluida su gestión, pero no para eternizarse como supremo árbitro de vidas y fortunas. Ya se sirvieron de él; no están dispuestas a que él se sirva de ellas.
6
He señalado que por su posición estratégica entre dos mares, su abundante población, su producción agrícola, sus desarrolladas industrias, su activo comercio, Colombia puede ejercer una razonable hegemonía regional sin necesidad de empantanarse en sangrientos conflictos externos, que la enfrentarían con el ALBA, UNASUR, CELAC, MERCOSUR y el BRIC, y brindarían a la insurgencia interna la posibilidad de tomar el poder. De enfrascarse en esta política suicida, lo haría por decisión consensual de sus oligarquías, que saben lo que pueden perder, y no en interés de un político que lo ha perdido todo. Perro que ladra no muerde, sobre todo si no mordió mientras pudo.
7
¿Y la oposición venezolana, cuyo jefe de campaña Leopoldo López se entrevistó con Uribe en la frontera? ¿Están con él, o con Venezuela? Que se dejen de hipocresías, recomendó Osvaldo Álvarez Paz. Veremos si se atreven.
brittoluis@gmail.com
Consulte también:
http://luisbrittogarcia.blogspot.com
Libros de Luis Britto en Internet: Rajatabla: http://www.monteavila.gob.ve Dictadura mediática en Venezuela: http://www.minci.gob.ve http://www.facebook.com/Luis.Britto.Garcia

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