UNASUR e la geopolitica degli spazi marittimi complessi

di Patricio Carvajal* – dossiergeopolitico.com

La necessità di una strategia di sicurezza e di difesa comune

Qual è il futuro geopolitico dell’America latina? L’America continuerà a essere uno spazio geografico libero di conflitti? Questi due interrogativi ci addentrano nell’ambito della riflessione Geopolitica e dei Rapporti Internazionali. La Geopolitica costituisce la base della politica estera degli Stati Uniti ed è allo stesso tempo il fondamento di una sua strategia di difesa e di sicurezza. Nel caso dell’America latina, sin dalla costituzione dell’UNASUR, la sicurezza e la difesa si devono intendere come una proposta regionale. Non possiamo continuare più con una strategia di sicurezza e di difesa di carattere nazionale.

Questo tipo di strategia è ormai obsoleto e non rappresenta uno strumento idoneo alle sfide della politica mondiale del XXI secolo. Ebbene, da una prospettiva Geopolitica, l’America latina è stata considerata uno spazio marginale fino alla fine della Guerra Fredda. Tuttavia la Guerra delle Maldive (1982) ha dimostrato che la strategia britannica corrispondeva non solo a quella esclusiva di uno Stato sovrano, ma anche alla strategia dell’Unione Europea –in quel momento era comunità economica europea- e agli interessi militari della NATO. Con la fine della Guerra Fredda (1989-1991) si rende ancora più rilevante il significato geopolitico delle Maldive nella strategia europea.

Finita la Guerra Fredda, l’America latina ridefinisce la sua politica regionale con il resto del mondo in conformità a due principi: il realismo periferico proposto dallo specialista argentino di Rapporti Internazionali, Carlos Escudé, e quello della “centralidade da periferia” (centralità della periferia) proposto dal geografo brasiliano M. Santos.

Per Escudé il realismo periferico consiste nel compromesso assunto dagli Stati latinoamericani nell’ambito dei Rapporti Internazionali, ovvero, il rispetto del diritto internazionale e l’adempimento dei trattati e degli accordi che gli Stati hanno sottoscritto con il resto del mondo. Qualunque inadempimento di questa normativa riduce gli Stati latinoamericani alla condizione di Stati “paria” della comunità internazionale.

La proposta di Escudé era senza dubbio fortemente determinata dall’esperienza della dittatura militare argentina e la sua avventura bellica nelle isole Maldive. Per noi, latinoamericani, le Maldive sono argentine. Questo è indiscutibile se vogliamo che l’UNASUR si consolidi e raggiunga una politica regionale di sicurezza e di difesa. D’altro canto la proposta di M. Santos si riferisce agli spazi latinoamericani, che durante l’esistenza degli imperi coloniali europei, erano considerati la periferia del sistema mondiale, secondo alcuni criteri geostorici (Braudel, Wallerstein). Con il processo di globalizzazione che subentra alla Guerra Fredda, la politica mondiale passa da un bipolarismo (USA/URSS) a un multipolarismo (USA, UE, Russia, Cina, India, Brasile, Giappone).

Questo fatto implica che nuovi attori emergono come potenze regionali che aspirano a occupare un posto nella politica mondiale: le ex colonie europee: America, Asia, Africa. Il blocco geopolitico rappresentativo di questa nuova realtà corrisponde a quello dei BRICS. I paesi che conformano questa unità geopolitica s’inseriscono su un vettore internazionale diverso da quello dei paesi della TRIADE (USA-Giappone-Unione Europea).

Dunque, come si può concepire una Geopolitica e una Strategia marittima dell’UNASUR? Un punto di avvio potrebbero essere le proposte di Escudé e di Santos, già citate. D’altra parte abbiamo un pensiero geopolitico marittimo latinoamericano che ci consente formulare questa strategia comune. In effetti bisogna prestare attenzione ai discorsi geopolitici marittimi degli ammiragli Storni (Argentina), Buzeta, Ghisolfo, Martínez (Cile) e Vidigal (Brasile). Buzeta ha proposto nel suo scritto di Geopolitica del 1978 un programma che ha chiamato “Il Gran Progetto Sudamericano”, il cui fondamento è l’integrazione regionale.

Nel decennio del 1980 l’ammiraglio Ghisolfo aveva proposto una Geopolitica specificamente navale, il cui asse è l’isola di Pasqua. Questa strategia navale insulare s’integra con il dominio argentino delle Maldive, giacché possedendo il dominio di entrambi gli spazi insulari, si ha il controllo delle rotte oceaniche del Pacifico Sud e dell’Atlantico Sud. Nel 1993 l’ammiraglio Martínez aveva suggerito un’Oceano-Politica che faceva affidamento alla Convenzione di Giamaica (1982). Infine l’ammiraglio Vidigal nella sua proposta di un’Amazzonia Azzurra (2006), incorpora al territorio brasiliano le 200 miglia di ZEE (Zona Economica Esclusiva).

Secondo i criteri formulati da questi ammiragli nei loro rispettivi discorsi, l’UNASUR dovrebbe rendere esplicito che lo spazio marittimo degli Stati rivieraschi di cui formano parte corrisponde alle direttrici degli ammiragli sopra menzionati. Se si dovesse fare questa dichiarazione non sarebbe ancora sufficiente per consolidare una geopolitica e una strategia marittima dell’UNASUR.

Per quest’ultima si richiede una strategia specificamente navale. In altri termini definire l’esistenza di una Forza Navale congiunta dell’UNASUR che in un primo momento potrebbe essere composta dalle forze della marina più forti dell’alleanza: Argentina, Brasile e Cile. Lo sviluppo di questa strategia è imprescindibile per la sicurezza e la difesa dei cosiddetti spazi marittimi complessi. Difatti se seguiamo lo sviluppo delle forze navali sottomarine della Cina (T093/T094), dell’India (T Kilo, T Scorpene), del Giappone (Soryu class), della Russia (Borey class) e degli Stati Uniti (Virginia class), possiamo apprezzare l’importanza assegnata da questi Stati al controllo degli spazi marittimi.

A titolo di esempio si può rilevare che nella Marina degli Stati Uniti sono entrati in servizio i sottomarini classe Virginia, unità dai molteplici obiettivi che potenziano la strategia nucleare con operazioni tattiche specifiche. Una forza navale congiunta degli Stati dell’ABC necessita un incremento sostanziale da parte della forza dei sottomarini, la creazione di basi sottomarine negli spazi insulari del Pacifico e dell’Atlantico Sud e lo sviluppo di unità di superficie che possano operare permanentemente nei mari australi.

La Forza dei sottomarini dell’armata cilena con la classe Scorpene si colloca a un livello ad alto sviluppo tecnologico simile a quello delle Marine sopraelencate, anche se senza dubbio richiederebbe ulteriori unità di questo genere dovuto al grande spazio oceanico che caratterizza il nostro litorale. Il Programma Sottomarino nucleare brasiliano che è dotato di sottomarini classe Scorpene, costituisce un’adeguata risposta alle sfide di sicurezza e di difesa dello spazio regionale. Il caso della marina argentina è piuttosto preoccupante, dovuto alla costante riduzione dei fondi che colpisce le forze armate, così come la mancanza di una strategia marittima congrua con le sfide della politica mondiale del XXI secolo, compresa quella di una strategia d’insieme con il Brasile e il Cile.

L’esplosione demografica che colpisce il pianeta, la crescente domanda di risorse alimentari per questa popolazione, la necessità delle risorse idriche e di altri beni evidenzia che molto presto la Convenzione di Giamaica (1982) e il Trattato Antartico (1959) diverranno convenzioni internazionali appartenenti alla Storia del Diritto e non a una dogmatica giuridica internazionale. Di conseguenza si rendono necessarie nuove convenzioni internazionali sugli spazi marittimi complessi. Sotto quest’aspetto il concetto di Geogiurisprudenza sviluppato dalla Geopolitica tedesca e dal Diritto pubblico tedesco (Haushofer, Schmitt) ci possono fornire una base concettuale rigorosa al momento di concepire queste nuove convenzioni.

La cartografia elaborata dall’equipe del Professor Dott. Martin Pratt dell’IBRU (Centre for Borders Research), mette in evidenza la controversia che si è scatenata tra gli Stati membri della Comunità Internazionale per il controllo degli spazi marittimi complessi. Per finire citiamo le parole dell’ex cancelliere del Brasile e attuale ministro della Difesa, Dott. Celso Amorim, che può servire come base per la geopolitica marittima dell’UNASUR: Mas a política de defesa deve estar preparada para a hipótese de que o sistema de segurança coletivo baseado em normas venha a falhar, por uma razão ou por outra –como de resto tem ocorrido com indesejável frequência. Essa é uma das razões pelas quais devemos “fortificar” nosso poder brando, tornando-o mais robusto. Por isso, nossa estratégia regional cooperativa deve ser acompanhada por uma estratégia global dissuasória frente a possíveis agresores” (La politica della difesa deve essere pronta per affrontare l’eventualità che il sistema di sicurezza collettivo, fondato sulle norme, possa fallire per una qualsiasi ragione – come di fatti è già accaduto con una frequenza disdicevole. Questa è una delle ragioni per la quale dobbiamo “fortificare” il nostro soft power, rendendolo più solido. Per questo motivo la nostra strategia regionale cooperativa deve essere associata con una strategia globale dissuasora di fronte a possibili aggressori). (Amorim, 2012:14).

* Professore Associato, Università di Playa Ancha, Cile. Dipartimento Disciplinare di Storia, Cattedre di Storia Moderna e Contemporanea. Centro di Studi del bacino del Pacifico / CECPAC – UPLA.

Fonti:

Amorim, C (2012). A Política de Defesa de um País Pacífico, in “Revista da Escola de Guerra Naval”, Junho de 2012. vol. 18. Nº 1, pp. 7-15.

Carvajal, P; Monteverde, A (2012). La Geopolítica marítima de los Almirantes Buzeta, Ghisolfo y Martínez. Universidad de Playa Ancha, Centro de Estudios de la Cuenca del Pacífico / CECPAC.

Le Dantec, F; ¿Cooperación o conflicto? Relación Argentino–chilena, Santiago de Chile.

www.dur.ac.uk / IBRU / International Boundaries Research Unit.

www.geopolitique.net/ Institut Français de Géopolitique.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Vincenzo Paglione]

Arreaza presenta il Piano Nazionale per i Diritti Umani 2015-19

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Il nuovo piano è parte integrante delle politiche messe in atto dal governo nazionale, per promuovere tra i cittadini il rispetto, la solidarietà, l’uguaglianza e l’amore

Il Vicepresidente esecutivo, Jorge Arreaza, e il vicepresidente per la Sovranità Politica, Sicurezza e Pace, Carmen Meléndez, hanno presentato il Piano Nazionale per i Diritti Umani 2015-2019, un programma volto a promuovere i valori necessari per la costruzione di una nuova società.

Il nuovo piano è parte integrante delle politiche messe in atto dal governo nazionale, per promuovere tra i cittadini il rispetto, la solidarietà, l’uguaglianza e l’amore.

L’Esecutivo Nazionale si propone inoltre di elaborare politiche pubbliche e strategie per la difesa dei diritti umani.

«Il Vicepresidente esecutivo, Jorge Arreaza, insieme al vicepresidente per la Sovranità Politica, Carmen Meléndez, guideranno la presentazione del Piano Nazionale dei Diritti Umani 2015-2019, un piano che ha visto la sua elaborazione iniziare diversi anni fa e sottoposto a larga consultazione», ha dichiarato il Presidente della Repubblica, Nicolás Maduro.

Il piano è parte integrante delle iniziative promosse dallo Stato per la difesa dei diritti fondamentali della popolazione. A tal proposito, nel corso del 2014 si è insediato il Consiglio Nazionale dei Diritti Umani, organismo che contribuirà alla progettazione, pianificazione, strutturazione e formulazione delle politiche pubbliche e delle strategie del Governo Nazionale in materia di diritti umani.

Questo nuovo organismo è il risultato del lavoro tra lo Stato e la Commissione dei ministri degli Esteri dell’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR), che nel 2014 è stata a Caracas, per contribuire al dialogo promosso dal governo venezuelano con i differenti settori del paese.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Maduro proporrà l’ingresso dell’ALBA nella Banca dei BRICS

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Il Presidente venezuelano assicura che questa unione servirà per consolidare i nuovi mondi finanziari in America Latina e nei Caraibi

Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, proporrà all’Alleanza Bolivariana per i popoli di Nuesta America (ALBA) di incorporarsi nella Banca del blocco BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica).

Durante un’intervista esclusiva concessa a Telesur, il capo dello stato ha spiegato che la proposta mira a favorire il consolidamento di una nuova architettura finanziaria che andrà a beneficio dei popoli dell’America Latina e dei Caraibi.

Inoltre, ha rilevato che la regione dovrebbe prendere esempio da questa banca di sviluppo, per consolidare i propri meccanismi economici, come il Banco del Sur e il Fondo de Reserva del Sur.

«Vedendo questa esperienza dei BRICS dobbiamo essere motivati. Il mondo si muove – ha detto Maduro – è un mondo multipolare, con vari centri, dove ogni centro è un motore che genera risultati, e noi abbiamo prodotto alcuni risultati nel continente».

Il capo dello stato ha poi aggiunto che prenderà l’iniziativa, in modo che insieme al governo dell’Unasur, si cominci a lavorare per l’attivazione definitiva del Banco del Sur, il cui accordo di fondazione è stato firmato sei anni fa.

Il Presidente ha infine spiegato che il funzionamento di questo organismo regionale è stato ritardato, dall’esistenza di vizi burocratici e dalla «mancanza di volontà politica dei governi».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Attualità del pensiero politico del Che

1520725_1071788849517329_7921115247646617676_ndi Alessandro Pagani

Cosa significa oggi il pensiero politico di Ernesto Che Guevara? Ecco la domanda che ci poniamo in questa complessa congiuntura politica internazionale, e a distanza di 87 anni dalla sua nascita (14 giugno 1928), quando è giunto il momento di scegliere, parafrasando Rosa Luxemburg, tra socialismo o barbarie.

In termini semplici possiamo affermare che secondo noi il Che, non è semplicemente quello delle fotografie, delle magliette o delle statue, ma piuttosto il Comandante Ernesto Che Guevara; eterno guerrigliero eroico. Pertanto, quell’altro Ernesto Che Guevara, è, invero, una riduzione della sua dimensione universale, ragione per cui preferiamo orientare i nostri studi, la nostra prospettiva, verso un Che, politico, economista, poeta e guerrigliero dell’amore, in difesa di quei popoli oppressi che lottano contro ogni imperialismo e neocolonialismo; alla ricerca continua del superamento del conflitto capitale-lavoro a partire dal proprio “Io”, cercando di costruire “l’uomo nuovo”, come prima tappa verso l’assalto al cielo.

Quel Che, conduttore politico, emancipatore sociale, che sognava di abbattere il potere plutocratico e le oligarchie nazionali che impedivano lo sviluppo pieno e assoluto dei popoli in quello che doveva essere, altresì, la creazione di una grande Federazione di popoli e Governi latinoamericani e che Simón Bolívar ebbe a definire: Patria Grande. Questo è il Che nel quale ci rivediamo, quello che proteggeva l’economia nazionale cubana, quando fu ministro dell’industria e dell’economia a Cuba, là dove manifestava che solo con la giustizia e l’eguaglianza sociale, solo attraverso il superamento di talune delle principali categorie economiche e finanziarie capitaliste (la Legge del Valore in primis) saremmo giunti alla costruzione dei “nuestros socialismos”, e solo attraverso di questi, saremmo giunti – non per ultimo – alla costruzione di una grande Federazione di Repubbliche libere dal giogo imperiale della Roma americana (secondo le categorie utilizzate da José Martí). Quel Comandante Che Guevara che agiva in funzione dell’unità di classe, della solidarietà e l’amicizia tra i popoli lavoratori, dell’internazionalismo rivoluzionario, della lotta contro l’imperialismo (inteso come fase superiore del capitalismo e analizzato con precisione da Lenin); rompendo le frontiere geografiche e – finanche – mentali che allora imperversavano in America Latina e non solo. Egli criticava nella prassi la concezione stessa di “repubblichine delle banane” – che tanto piacevano a Washington – invitando a battersi per una grande nazione di Repubbliche e che egli – come prima di lui Bolívar e Martí – ebbe a definire come Patria Grande. Trattasi di un Che antioligarchico, antimperialista, antidogmatico e, quindi, detestato dagli Stati Uniti e nello specifico dalla CIA e dal Pentagono, come lo sono ancora Bolívar e Gramsci, se sappiamo leggere con attenzione il documento di Santa Fe IV, nel quale Simón Bolívar e Antonio Gramsci sono definiti “un pericolo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”.

D’altro canto, è necessario individuare un progetto attuale del pensiero politico del Che. Ebbene, se noi ci poniamo la domanda: è possibile fare una sintesi del pensiero critico di Ernesto Che Guevara e materializzarlo nel presente? Possiamo senz’altro affermare che il Che, cercava di portare avanti un progetto nel quale si sarebbe dovuta costruire un’America Latina basata sulla Pace con Giustizia Sociale, senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo e di questo sulla natura; dove fossero state abolite quelle catene invisibili che alienano e imprigionano gli uomini; quelle che – di fatto – trasformano gli uomini in pure merci di scambio. Ecco, dunque, secondo il Che, il bisogno di realizzare una rottura rivoluzionaria con le principali categorie economiche capitaliste, come la legge del valore all’interno delle relazioni economiche, commerciali e finanziarie in campo internazionale e nella fattispecie all’interno dei paesi del campo socialista di allora; ivi compreso, l’Unione Sovietica. Ecco la necessità di abolire le differenze di classe, ergendo a meta-norma – inteso come principio internazionale – il diritto dei popoli oppressi a sollevarsi con le armi contro la barbarie del capitale. Sicché, anche il Che, come prima di lui Simón Bolívar e José Martí, s’impegnò affinché fosse riconosciuto il diritto dei popoli alla “Guerra Justa”, e che oggi si riflette nella Resistenza dei popoli latinoamericani, in particolare di quello cubano e venezuelano contro le politiche d’ingerenza, di aggressione degli Stati Uniti; contro la guerra di Quarta Generazione (o guerra senza limiti), che Washington, attraverso il Dipartimento di Stato, la CIA e il Pentagono, perpetuano contro i popoli e i lavoratori in tutto il Tricontinente (America Latina, Africa e Asia); con lo scopo di portare a termine il saccheggio delle ricchezze del pianeta.

Nel pensiero politico del Comandante Ernesto Che Guevara, troviamo – senza dubbio – il concetto di autodeterminazione dei popoli; di giustizia sociale, dignità, democrazia e potere popolare.

Sicché tutto il pensiero e la vita del Comandante Ernesto Che Guevara è un inno alla vita, all’autodeterminazione dei popoli e alla costruzione della Patria Grande; una grande e forte Federazione di Paesi, governi e popoli legati dall’amicizia e la fratellanza, dalla cooperazione e dall’internazionalismo. Una cooperazione basata sulla solidarietà, che non deve essere quella di una società “protettrice degli animali” (parafrasando Antonio Gramsci), e come del resto lo sono – effettivamente – le politiche portate avanti dai paesi del centro imperialista (UE e USA) nei confronti della periferia (quella stessa periferia che ogni giorno che passa si fa sempre più centro strategico ed esempio di lotta e speranza per tutti i popoli e i lavoratori coscienti nel mondo). Per questo la necessità di porre in essere un nuovo modello di cooperazione e solidarietà internazionale tra i popoli, attraverso l’esempio che viene da quello che ancora oggi rappresenta per tutti un faro e un esempio di libertà: Cuba Socialista, con le sue importanti missioni mediche in Africa (e non solo); delle sua missione “Yo, si puedo” che ha reso possibile l’alfabetizzazione di circa 8 milioni di persone in tutto il mondo; oppure la “Operación Milagro” che ha curato la vista a milioni di latinoamericani in meno di dieci anni. Ecco, dunque, un esempio concreto – di cooperazione all’interno di quello che i politologi definiscono le nuove triangolazioni (America Latina – Cina – Russia) e il nuovo paradigma SUR–SUR e che di certo sono un interessante punto di partenza per il superamento delle principali categorie e leggi capitaliste quivi summenzionate.

Se qualcuno dovesse domandare una definizione precisa sul Comandante Ernesto Che Guevara, potremmo affermare che in lui spicca la visuale di un notevole statista politico, di un grande economista e filosofo; di un importante pensatore politico. Di un grande guerrigliero e combattente rivoluzionario comunista, là dove a muovere il suo fucile non era il suo braccio, in un movimento spontaneo di riflessi e pulsioni, ma il suo pensiero critico del reale, vale a dire quella teoria rivoluzionaria che già altri grandi rivoluzionari nella storia (come Lenin, Fidel, Mao Tse-Tung, Ho Chi Minh e il Comandante Von Nguyen Giap) seppero trasformare in prassi per la trasformazione dello stato di cose presenti. La politica che guida le armi, come spiegò il Generale Giap, ma prima ancora lo stesso Fidel, e non le armi che guidano la politica, come vorrebbero far credere certi pennivendoli al servizio del nemico: l’imperialismo yankee.

Sicché, il Che è anche quel rivoluzionario che seppe far proprio quei principi etici e morali che tanto predicano talune borghesie “illuminate” (che tanto illuminate non sono) senza però saperle mettere in pratica: la lotta contro la corruzione, contro il burocratismo, contro il non lavoro e che in una società socialista si trasforma in parassitismo e vigliaccheria.

Il Che rappresenta – oggi – il forgiatore di un Nuovo Diritto Internazionale americano, lo stratega di una guerra rivoluzionaria, dell’unità civica-militare all’interno della lotta contro la guerra mediatica, economica e psicologica che gli Stati Uniti del Nord America portano avanti nell’emisfero occidentale. Tutto il suo ideario politico e rivoluzionario è il motore per un nuovo paradigma, oggi così in auge in America Latina e che si chiama “Nuestra América”.

Dunque, il pensiero politico del Che – come quello di Simón Bolívar e Martí, di Marx, Lenin e Fidel – è quello dell’utopia come base per andare avanti verso quell’orizzonte bolivariano e martiano che è la “Patria Grande”; che supera il concetto geografico di America Latina e Caraibi, per abbracciare e coinvolgere tutti i popoli in lotta in ogni angolo del pianeta.

Per raggiungere tale meta è necessario che ogni rivoluzionario sia capace di sentire la sofferenza dell’altro essere umano sulla propria pelle e, quindi, il dovere di ogni rivoluzionario di attuare una trasformazione sociale, là dove le condizioni oggettive e soggettive lo permettano. In questo senso, il Che si riferisce al volo verso l’orizzonte; dell’assalto al cielo, del “deber ser y debemos cumplir”, che è l’essenza di ogni rivoluzionario che in ogni angolo del mondo lotta contro ogni genere di ingiustizia; parafrasando il Che potremmo affermare che a tutti noi tocca “di essere realisti, di ricercare l’impossibile”, perché del “possibile” se ne stanno già occupando le classi borghesi al potere, gli Stati Uniti del Nord America e l’Unione Europea, intesi come blocchi imperialisti rappresentanti di un più sofisticato e complesso blocco plutocratico e finanziario che dirige l’ordine internazionale.

Sicché, siffatta lotta per ottenere l’impossibile deve sempre guardare avanti, verso l’orizzonte, confutando concetti inquietanti come la “fine della storia” di Francis Fukuyama e che gli eventi storici hanno dimostrato – nei fatti – di essere erronei; e cioè, che oggi più che mai la lotta di classe e quindi la battaglia delle idee (parafrasando Fidel Castro), vale a dire: la lotta ideologica tra teoria rivoluzionaria e teoria borghese, è ancora in auge. Le guerre imperialiste, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla natura, lo scontro capitale–lavoro, la lotta di classe non sono da considerarsi un “incidente della storia”, ma rappresentano la sua essenza, giacché – come ebbe a dire Marx – la storia dell’umanità è sempre stata lotta di classe; laddove la Rivoluzione d’Ottobre – passando da Spartaco alla Comune di Parigi – rappresenta lo spartiacque tra preistoria e storia contemporanea.

Insomma, quello che crediamo sia importante è cominciare a porre in essere un’analisi dialettica del pensiero critico del Che; poiché l’uomo, inteso come soggetto che vive una propria crisi interiore del conflitto capitale-lavoro, abbisogna della ricerca continua di quel orizzonte rivoluzionario, di trasformazione socio-politica, verso la costruzione di una società basata sulla giustizia e l’eguaglianza sociale, dove i rapporti sociali non subiscano l’alienazione tipica che caratterizza l’odierna società tardo capitalista; dove gli esseri umani, per il loro ruolo all’interno del sistema di produzione capitalista, non si trasformino in pure merci.

Ed ecco, pertanto, la necessità di lottare al fianco dei popoli della cosiddetta periferia dell’impero e impegnarci anche qui in Europa nella realizzazione di quel sogno bolivariano e martiano che è la costruzione di una “Patria Grande”, sostenendo istituzioni e organismi internazionali come l’ALBA, UNASUR e la CELAC, come modello alternativo all’Unione Europea delle banche e che possano porre fine alla crisi strutturale del capitalismo; verso la costruzione di un mondo migliore che solo può essere nel Socialismo.

Bruxelles: dichiarazione finale de la Cumbre de los Pueblos

145b5c3d-02b5-4357-a55a-7a6036f3eeb6Belgio, 12giu2015.- Noi, Popoli dell’America Latina, dei Caraibi e dell’Europa, riuniti nel Vertice dei Popoli, a Bruxelles i giorni 10 e 11 giugno del 2015, con oltre 1500 delegate e delegati, rappresentanti di 346 organizzazioni e movimenti sociali, provenienti da 43 paesi; all’interno di un dibattito unitario, fraterno e solidario, svoltosi attraverso conferenze e sette tavoli di lavoro

Dichiariamo: 

Il nostro appoggio all’integrazione regionale dell’America Latina e l’opposizione all’interventismo imperialista

  • Salutiamo e appoggiamo i processi di integrazione che prediligono e rafforzano l’autodeterminazione e la sovranità dei nostri popoli, così come l’ALBA, UNASUR e la CELAC che hanno rafforzato l’unità latinoamericana e che possono diventare un’ispirazione per un’integrazione europea di nuovo tipo che enfatizzi lo sviluppo economico, i diritti sociali e il benessere dei suoi popoli.
  • Esprimiamo il nostro fermo sostegno alla Proclamazione dell’America Latina e dei Caraibi come Territorio di Pace libero dal colonialismo. In questo senso, condanniamo l’implemento militare, le aggressioni e le minacce di ogni tipo che promuovono gli Stati Uniti e i suoi alleati contro la nostra regione attraverso l’istallazione di basi militari, centri di operazioni e istallazioni simili, che non hanno nessun altro tipo di giustificazione se non quella di un intervento militare contro i nostri Paesi. Per questo, esigiamo la chiusura di tutte le istallazioni militari statunitensi nella regione e ci appelliamo a una pace giusta e di lunga durata con giustizia sociale in Colombia.

Il nostro impegno è agire sul cambio climatico per proteggere l’ambiente

  • Il cambio climatico rappresenta la più grande minaccia che l’umanità affronta e che sta già danneggiando i popoli dell’America Latina. Il capitalismo neoliberale ha esacerbato enormemente la sostenibilità del pianeta, intensificando, invero, tutti i problemi associati con il cambio climatico. Lanciamo un appello per un accordo climatico che mantenga l’innalzamento della temperatura sotto i 1,5° celsius; che tenga conto del diritto di tutti a poter vivere una vita degna e sostenibile; che non limiti la capacità delle future generazioni nel soddisfare le proprie necessità; e che si basi sul principio della mutua responsabilità in relazione al cambio climatico. Sosteniamo un futuro libero dai combustibili fossili e basato sull’energia rinnovabile e ci opponiamo, pertanto, al fracking, le falde petrolifere di Alguitran e le perforazioni nell’Artico. Sosteniamo un programma integrale di riduzione netta di emissioni, che sia un impulso per i paesi in via di sviluppo affinché abbandonino l’estrazione di combustibili fossili e si concentrino, invece, in soluzioni sostenibili. Sosteniamo, inoltre, la giustizia ambientale attraverso una tassazione ecologica al commercio del petrolio e di altri combustibili fossili per finanziare, così, un Fondo Climatico Verde, oltre ad essere un strumento vincolante nei confronti di quelle compagnie multinazionali che si sono rese responsabili di non pochi abusi ai danni dell’uomo e dell’ambiente. E’ necessario prendere le debite distanze dalla agricoltura e pesca industriale dannose. Chiamiamo a rispettare i diritti delle nazioni e dei popoli, in particolare in America Latina, per poter vivere in armonia con la Madre Natura e di rispettare tutte le forme ancestrali di vita e di identità indipendente dei popoli e nazioni. Condanniamo il disastro del medio ambiente causato dalla Chevron ai danni di comunità locali in Ecuador, e condanniamo, inoltre, l’attacco e il giudizio contro il governo dell’Ecuador; appoggiamo, pertanto, la lotta di questi contro questa predona compagnia petrolifera. 
  • Sosteniamo il popolo cubano e la sua Rivoluzione, e salutiamo il ritorno a casa dei Cinque Eroi Cubani, prodotto della solidarietà internazionale e della instancabile lotta del suo popolo. Sosteniamo, inoltre, i passi che gli Stati Uniti hanno intrapreso verso un dialogo basato sul rispetto reciproco con Cuba, così come il ritiro di Cuba dalla lista di quelli Stati patrocinatori del terrorismo, e nel quale non sarebbe dovuto mai esserci, ma nel contempo esigiamo l’abolizione totale, immediata e incondizionate del blocco genocida contro Cuba da parte del governo degli Stati Uniti, nonché la chiusura immediata della base navale di Guantanamo e, quindi, il ristabilimento incondizionato della sovranità cubana. 
  • Esprimiamo il nostro appoggio incondizionate e senza limiti alla Rivoluzione Bolivariana e al Governo legittimo capeggiato dal compagno Maduro e condanniamo i piani permanenti di destabilizzazione che si orchestrano alle sue spalle; finanziati e organizzati da organismi statunitensi. Condanniamo nella fattispecie l’ingiusto e immorale Ordine Esecutivo del Governo degli Stati Uniti che pretende catalogare la Repubblica Bolivariana del Venezuela come una minaccia alla sua sicurezza nazionale – e che ha visto la condanna unanime di tutti i Paesi di Nostra America – e chiediamo che questo venga subito derogato.
  • Condanniamo ogni genere di ingerenza degli Stati Uniti contro i Governi progressisti dell’America Latina e esigiamo che venga rispettata la sovranità e l’autodeterminazione della regione. Ci appelliamo a tutte le istituzioni dell’Unione Europea, così come ai suoi Stati membri a non essere complici dell’ingerenza statunitense contro l’America Latina, ma di adottare, invece, un comportamento e una politica di dialogo costruttivo verso la nostra regione. Per questo, condanniamo qualsiasi tipo di appoggio che tanto le istituzioni dell’Unione Europea che quelle dei suoi Paesi membri promuovono a favore della politica estera statunitense contro i governi progressisti dell’America Latina, come per esempio la Posizione Comune dell’Unione Europea verso Cuba.
  • Appoggiamo tutte le decisioni a favore dello sviluppo di economie nazionali indipendenti che possano interagire con il mondo sulla base dell’eguaglianza e con la ratio di impedire che l’ingiusto debito estero paralizzi la crescita e lo sviluppo. Appoggiamo e promuoviamo tutte le decisioni che si orientano nella costruzione di una democrazia partecipativa come base principale per la realizzazione dei diritti politici individuali e collettivi dei cittadini dell’America Latina. Per garantire i diritti umani di tutti, esigiamo il rispetto del diritto dei popoli dell’America Latina, Sovranità affiancata al rispetto del principio di non intervento deve essere la condizione essenziale per poter ottenere i diritti umani e dei popoli. Facciamo nostra la richiesta della Bolivia di vedersi riconosciuto l’accesso al mare. Appoggiamo, inoltre, la richiesta dell’Argentina sulla sovranità delle Isole Malvine e, pertanto, condanniamo il comportamento aggressivo del Regno Unito e l’espropriazione del petrolio. Applaudiamo l’iniziativa del Nicaragua e del Venezuela di inserire Porto Rico nella CELAC come dimostrazione che l’America Latina è un territorio libero dal colonialismo. 

Il nostro appoggio per una società basata sull’uguaglianza e la nostra opposizione al neoliberismo

  • Manifestiamo la necessità assoluta di costruire una nuova società, con giustizia sociale e equità di genere, con la partecipazione attiva dei giovani e dei differenti attori sociali, con la solidarietà come principio fondamentale per lo sviluppo integrale e sovrano dei nostri popoli. La maggior parte delle repubbliche latinoamericane si stanno orientando in siffatta direzione. L’America Latina sta promuovendo politiche progressiste che hanno ridotto al minimo la povertà, l’esclusione sociale, nello specifico nei confronti delle donne, le comunità afro-discendenti, i gruppi indigeni e le fasce maggiormente povere e marginalizzate. Appoggiamo totalmente la lotta dei poveri indigeni per il raggiungimento dei propri diritti sociali e culturali in tutto il continente. Esprimiamo, inoltre, la nostra solidarietà con i popoli dell’Africa e con le minoranze negli Stati Uniti che lottano contro l’imperialismo. L’integrazione dell’America Latina non può definirsi completa senza essere collegata con quella dell’Africa. 
  • Rifiutiamo il modello neo-liberale come soluzione ai problemi e alle necessità del nostro popolo, giacché ha dimostrato essere lo strumento perfetto per approfondire la povertà, la miseria, la disuguaglianza e l’ingiusta distribuzione. Vi è disgraziatamente una minoranza che insiste nel cercare di imporre il modello neo-liberale. Ci opponiamo all’austerità economica imposta dalla troika in tutta l’Unione Europea, là dove a beneficiarsi è solo l’1% più ricco della società e, ci opponiamo nello specifico all’austerità della troika contro il governo e il popolo greco. Condanniamo l’assedio e la pressione con cui la troika e le istituzioni dell’Unione Europea la sottomettono. Non per ultimo, l’Unione Europea appoggia e collabora nelle illegittime aggressioni militari contro nazioni sovrane in guerre costosissime che peggiorano e aggravano l’austerità contro i popoli dell’Europa. No alla partecipazione europea in guerre illegali.
  • Riaffermiamo la nostra lotta contro i trattati di libero commercio come il TLC, TPC, TISA e l’Alleanza del Pacifico, poiché rappresentano un attacco brutale contro i diritti sociali, democratici e politici dei lavoratori e dei popoli, là dove tali accordi si implementano. Nel contempo continuiamo a sostenere che il debito estero dei nostri Paesi è incalcolabile e impagabile, come illegittimo e immorale. 
  • Manifestiamo e convochiamo a una lotta globale in difesa delle nostre risorse naturali, la biodiversità, la sovranità alimentare, dei nostri beni comuni, della Madre Terra e dei diritti sociali. La lotta per l’impiego, il lavoro e un degno salario, la sicurezza sociale, le pensioni, ad un contratto collettivo nazionale, al diritto ad associarsi in sindacati, il diritto allo sciopero, il diritto alla salute sul lavoro, l’eliminazione del lavoro minorile e della schiavitù, e la giustizia con eguaglianza di genere. Tutto ciò è – e sarà – possibile se lavoriamo uniti con l’ambizione di costruire la più ampia coalizione di forze sociali e politiche che permetta di sostituire l’attuale blocco di potere neoliberale dominante per uno sociale e politico che difenda gli interessi dei nostri popoli e elevi i diritti sociali, politici, culturali e di identità dell’essere umano al centro del suo che fare. 

Il nostro appoggio per i diritti umani per i palestinesi

  • Condanniamo la persistente aggressione israeliana contro il popolo palestinese e chiamiamo l’Unione Europea e tutti gli stati membri, seguendo l’esempio della Svezia, a riconoscere l’esistenza dello Stato palestinese e esigiamo la fine immediata e incondizionata del blocco contro Gaza così come il rispetto dei diritti umani, nazionali e culturali del popolo palestinese. 

No all’espansione della NATO 

  • Condanniamo energicamente la militarizzazione e l’aggressione della NATO in Europa orientale e in Ucraina per ampliare la sfera di influenza dell’UE e degli USA.

La nostra opposizione al razzismo e alla xenofobia

  • Condanniamo energicamente l’attuale politica sull’immigrazione dell’Unione Europea, la cui barbarie e carenza della più minima difesa del diritto alla vita, causa migliaia di morti nel Mar Mediterraneo e in altre parti. Condanniamo, inoltre, il razzismo, ogni volta sempre più prevalente, così come tutte le manifestazioni xenofobe che spesso i partiti europei di destra utilizzano con lo scopo di capitalizzare a livello elettorale e politicamente presentando un’immagine fallace delle comunità migranti e trasformandole come capro espiatorio nonché, la causa principale della disoccupazione, della mancanza di abitazioni e delle difficoltà economiche della società.

Il nostro appoggio per la trasformazione e il controllo dei mezzi di comunicazione 

  • Le gigantesche corporazioni dei mezzi di comunicazione di massa esibiscono uno dei più alti livelli di centralizzazione e concentrazione del capitale corporativo nel mondo e per questo rispondono a potenti interessi di corporazioni giganti che si oppongono diametralmente a ogni tentativo di affermazione della sovranità nazionale e di agende anti-neoliberali di qualsiasi governo del mondo. Questi mezzi sono un’arma potentissima di demonizzazione e di destabilizzazione dei processi progressisti in auge in America Latina. Per cambiare i mezzi di comunicazione di massa manca tuttavia un cambiamento netto nella società. Frattanto organizzeremo i nostri propri mezzi di comunicazione, a livello nazionale e internazionale, sulla base del comune interesse sociale. Il principio che regge i nostro mezzi sociali è di rimpiazzare l’ideologia neo-liberale dominante per un’ideologia progressista che abbia come filo di trasmissione lo sviluppo sociale e democratico, la partecipazione cittadina e i diritti sociali dei popoli.
  • Noi, i popoli della Nostra America e dell’Europa continueremo a lottare opponendoci a tutte le forme di discriminazione, pressione, sfruttamento, razzismo, esclusione e ingiustizia sociale; al neo-liberalismo e alle guerre imperialiste, lottando per la pace, l’eguaglianza, la democrazia partecipativa, la giustizia sociale; vale a dire, continueremo a lottare per costruire un mondo migliore. 

11 giugno 2015

Bruxelles, Belgio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessandro Pagani

(VIDEO) Morales: «Non accetteremo di essere i guardiani del Nord»

da lantidiplomatico.it

In un’intervista esclusiva a RT, Morales attacca i tentativi Usa di dividere l’unità latina e accusa alcuni politici europei di incitare colpi di stato dell’estrema destra

Evo Morales, presidente della Bolivia, ha rilasciato un’intervista esclusiva a RT da Bruxelles dove è in corso il vertice tra l’Ue e la Celac.

Nel corso dell’intervista, Evo Morales ha criticato i tentativi degli Stati Uniti di dividere l’unità dell’America Latina e ha raccomandato i paesi europei di restare politicamente liberi degli Stati Uniti ed economicamente dalle catene del FMI. E poi una frecciatina sull’immigrazione: «Ci sono molti più europei in America Latina che latinoamericani in Europa, eppure non abbiamo mai pensato di espellerli».

Il presidente boliviano ha precisato che negli Stati Uniti è ampiamente usata la tattica di lanciare accuse infondate per cercare di dividere e dominare i governi dell’America Latina, oltre ad utilizzare alcuni politici europei per incitare colpi di stato da parte di politici dell’estrema destra nel continente. E’ notizia di ieri, non a caso, che il presidente del Venezuela Maduro ha chiesto spiegazioni formali alla Colombia dopo che l’ex premier spagnolo Gonzales ha lasciato senza avviso il paese con un aereo di stato colombiano, dopo aver incitato molto probabilmente l’estrema destra del paese ad un nuovo tentativo di colpo di stato. 

Nel proseguo della sua intervista, Morales ha sostenuto che gli Stati Uniti sono impegnati a “fermare la grande rivoluzione latino-americana”, con la costruzione di nuove basi militari. «Noi che viviamo al sud non accetteremo mai di essere i guardaparchi del Nord», ha dichiarato.

«I tentativi degli Stati Uniti sono ora volti a dividere i paesi UNASUR dell’Alleanza del Pacifico. L’Alleanza del Pacifico vuole privatizzare di nuovo i servizi di base e parla di nuovo di libero mercato. Dopo aver fallito nell’imporre questi principi al processo di integrazione dell’America Latina, ora prova a dividerci», prosegue il presidente della Bolivia, sottolineando che la cosa più importante è che «il sogno di Fidel Castro, Hugo Chavez e Nestor Kirchner, la CELAC, si consolida. É una nuova organizzazione degli stati americani senza gli Stati Uniti ed è la testimonianza più importante che la l’America Latina è oggi una regione di pace, ma con la giustizia sociale», ha sottolineato il presidente. 

Per quanto riguarda l’attuale posizione dell’Occidente nei confronti della Russia nella crisi ucraina, il presidente Morales ha affermato che «la nuova politica anti-russa degli Stati Uniti” viene effettuata “con espansione militare» e «l’ingerenza da parte di alcuni paesi europei».

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Venezuela: oltre 8 milioni di firme contro il decreto di Obama

obama-deroga-el-decreto-ya-700x352da Telesur

C’è stata un’ondata di opposizione in Venezuela e nel mondo contro l’ultima aggressione degli Stati Uniti

La petizione lanciata in opposizione alle ultime sanzioni comminate dal presidente Barack Obama e contro l’etichettatura del Venezuela come una minaccia alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti, ha superato le 8 milioni di firme, secondo quanto è stato reso noto nella giornata di domenica.

Il presidente Obama ha emesso un ordine esecutivo il 9 di marzo definendo “un’emergenza nazionale, la minaccia inusuale e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti derivante dalla situazione in Venezuela”.

Il presidente venezuelano Nicolas Maduro, attraverso il proprio account Twitter, ha ringraziato tutti i sostenitori della campagna volta a richiedere ad Obama di “abrogare il decreto”.

Le firme saranno consegnate nel corso del Vertice delle Americhe che avrà inizio questa settimana a Panama, e vedrà la partecipazione di tutte le nazioni dell’emisfero.

Il montare delle ostilità degli Stati Uniti verso il Venezuela sarà con ogni probabilità uno dei temi più caldi di dibattito durante il Vertice, dove è prevista la partecipazione del presidente Obama.

Inoltre, milioni di persone hanno espresso tramite Twitter la loro opposizione all’aggressione degli Stati Uniti. Secondo quanto reso noto, la scorsa settimana oltre 5 milioni di tweet inviati da 105 paesi hanno richiesto l’abrogazione delle misure.

Il governo venezuelano ha anche incassato un forte sostegno a in campo internazionale.

Molte personalità latinoamericane di alto profilo, come l’ex presidente uruguayano Pepe Mujica e il Nobel per la Pace Rigoberta Menchu, hanno pubblicamente espresso il proprio sostegno al governo democraticamente eletto del presidente Maduro.

Nel mese di marzo, tutti i 33 membri della Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC) hanno espresso la loro opposizione alla mossa del governo degli Stati Uniti, così come gli altri organismi regionali, tra cui le Nazioni Unite del Sud America (UNASUR) che ha preso una posizione analoga.

In precedenza, il gruppo G77 + Cina, che comprende 134 paesi, aveva rilasciato una dichiarazione di rigetto dell’ordine esecutivo del presidente Obama contro il Venezuela.

La scorsa settimana, in relazione a queste nette prese di posizione, il Sottosegretario per l’America Latina degli Stati Uniti Roberta Jacobson si è detta ‘delusa’ dal livello di supporto ottenuto dal Venezuela dopo le ultime sanzioni.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Delcy Rodriguez: «Unasur ratifica lo spirito di libertà e sovranità»

delcy rodriguez quitoda Correo del Orinoco

«Abbiamo ricevuto il sostegno delle nostre nazioni del Sud, il nostro popolo apprezza la fermezza con cui l’Unasur emesso questo comunicato, perché sappiamo che il Venezuela non è solo, nell’ambito diplomatico così come in quello della diplomazia dei popoli», ha dichiarato il Ministro degli Esteri

Il Ministro degli Esteri del Venezuela, Delcy Rodriguez, ha dichiarato che il comunicato emesso dall’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) dove viene condannata l’ingerenza del governo degli Stati Uniti d’America e dove viene richiesta l’abrogazione del decreto legge che qualifica il Venezuela come una “minaccia inusuale e straordinaria”, ratifica lo spirito di unità, libertà, sovranità e indipendenza dei popoli latinoamericani.

Nell’ambito della trasmissione En contacto informativo in onda su Telesur, dalla sede di Quito, in Ecuador, Rodriguez ha affermato che la riunione dei ministri degli Esteri dei paesi membri dell’Unasur «è stata caratterizzata dallo spirito di libertà dell’America Latina, di quei popoli che da molto tempo hanno deciso di essere liberi e di non voler tornare mai più all’oscurantismo che pretende d’imporre l’imperialismo, in questo caso, con una decisione terribile e sproporzionata (…) con cui si vuole attaccare la sovranità e l’autodeterminazione del popolo venezuelano».

«Portiamo qui il messaggio del nostro popolo – ha spiegato il Ministro degli Esteri – del Presidente Maduro, un messaggio di fermezza, di apertura al dialogo, ma con fermezza e soprattutto uguaglianza con il governo degli Stati Uniti». Definendo il decreto di Barack Obama come un atto emanato da «una classe dirigente che non rispetta alcun principio del Diritto Internazionale, che non aderisce ai principi delle Nazioni Unite».

Il Ministro degli Esteri venezuelano ha espresso gratitudine ai suoi omologhi sudamericani presenti alla riunione di Quito, «coscienti della gravità che rappresenta l’ordine esecutivo, non solo per il Venezuela, ma per l’intera regione, perché potrebbe verificarsi un intervento militare che non sappiamo quando andrà a violare le frontiere del Venezuela».

Ha poi definito la decisione dell’Unasur come storica e affermato che con questa posizione l’organismo «si è opposto all’imperialismo in maniera ferma e contundente». Delcy Rodriguez ha inoltre evidenziato che «non si tratta di politicizzare o ideologizzare lo scontro in atto, ma di confermare che nellà diversita possiamo essere uniti di fronte a cose grandi, dinanzi a grandi sfide storiche».

Il popolo venezuelano continuerà a stare in trincea, a lottare in difesa della propria sovranità e autodeterminazione, «perché il Venezuela si pone dinanzi ai popoli con la diplomazia bolivariana, che è di pace. Di fronte alla politica bellicista dell’amministrazione statunitense, noi sosteniamo la diplomazia della pace».

«Abbiamo ricevuto il sostegno delle nostre nazioni del Sud, il nostro popolo apprezza la fermezza con cui l’Unasur emesso questo comunicato, perché sappiamo che il Venezuela non è solo, nell’ambito diplomatico così come in quello della diplomazia dei popoli», ha sottolineato la dirigente bolivariana.

Nel comunicato emesso dall’organismo sudamericano, i paesi membri ratificano «il rigetto del Decreto Esecutivo del Governo degli Stati Uniti d’America, approvato il 9 marzo del 2015, in quanto costituisce una grave minaccia interventista, diretta contro la sovranità e al principio di non intervento negli affari interni di altri Stati».

Inoltre, esigono che il governo degli Stati Uniti s’impegni a «valutare e implementare soluzioni alternative per il dialogo con il governo del Venezuela, basate sul principio di rispetto della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli. Di conseguenza – chiedono – l’abrograzione del Decreto Esecutivo».

Infine, il blocco di integrazione ha ribadito il suo impegno per la piena osservanza del Diritto Internazionale, la Risoluzione Pacifica delle Controversie e il principio di non Intervento.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Fabrizio Verde]

(VIDEO) Unasur solicita derogación de decreto EEUU contra Venezuela

CAGPzHTUMAAU32c.jpg:largepor TeleSur

Los Estados miembros de la Unión de Naciones Suramericanas (Unasur) manifestaron su rechazo al decreto ejecutivo del Gobierno de Estados Unidos aprobado el pasado 9 de marzo porque “constituye una amenaza injerencista a la soberanía y al principio de no intervención en los asuntos internos de otros Estados”, afirmó el canciller de Uruguay, Rodolfo Nin Novoa, quien le dio lectura al texto institucional. En el comunicado, Unasur solicita a los Estados Unidos la derogación del decreto ejecutivo que declara a Venezuela como una “amenaza” a la seguridad de ese país. El organismo considera que el Decreto “constituye una amenaza injerencista a la soberanía y al principio de no intervención en los asuntos internos de otros Estados”.

Asimismo, reafirmaron su compromiso “con la plena vigencia del derecho internacional, la solución pacífica de las controversias y el principio de no intervención”. También reiteraron su llamado a que “los Gobiernos se abstengan de la aplicación de medidas coercitivas unilaterales que contravengan el derecho internacional”

En este sentido, instaron a Estados Unidos a evaluar y poner en práctica “alternativas de diálogo con el Gobierno de Venezuela bajo el principio de soberanía de los pueblos”.

Por otro lado, el canciller uruguayo indicó que seguirán acompañando “el más amplio diálogo político con todas las fuerzas democráticas venezolanas con el pleno respeto al orden constitucional, los derechos humanos y los estados de derecho”. Expresa que la situación interna en Venezuela debe ser resuelta por los mecanismos democráticos previstos en la Constitución venezolana.

También manifestaron su apoyo para las próximas elecciones parlamentarias en el país suramericano “convencidos de la importancia del mantenimiento del orden constitucional así como al democracia y la más plena vigencia de todos los derechos humanos fundamentales de Unasur”.

A continuación, el texto de los dos comunicados:

Comunicado de la Unión de Naciones Suramericanas sobre el Decreto Ejecutivo del Gobierno de los Estados Unidos sobre Venezuela

Los Estados miembros de la Unión de Naciones Suramericanas manifiestan su rechazo al Decreto Ejecutivo del Gobierno de los Estados Unidos de América, aprobado el 9 de marzo de 2015, por cuanto constituye una amenaza injerencista a la soberanía y al principio de no intervención en los asuntos internos de otros Estados.

Los Estados Miembros de UNASUR reafirman su compromiso con la plena vigencia del Derecho Internacional, la Solución Pacífica de Controversias y el principio de No

Intervención, y reiteran su llamado a que los Gobiernos se abstengan de la aplicación de medidas coercitivas unilaterales que contravengan el Derecho Internacional.

UNASUR reitera el llamado al gobierno de los Estados Unidos de América para que evalúe y ponga en práctica alternativas de diálogo con el gobierno de Venezuela, bajo los principios de respeto a la soberanía y autodeterminación de los pueblos. En consecuencia, solicita la derogación del citado Decreto Ejecutivo.

Mitad del Mundo, Quito, 14 de marzo de 2015

Comunicado de la Unión de Naciones Suramericanas sobre la continuación del diálogo político en Venezuela

Los Estados Miembros de UNASUR renovaron el mandato contenido en la Resolución 02-2014 de la Comisión de Cancilleres para seguir acompañando, con el apoyo de

la Secretaria General, el más amplio diálogo político con todas las fuerzas democráticas venezolanas, con el pleno respeto al orden institucional, los derechos humanos y el estado de derecho.

Los Estados Miembros de UNASUR expresan que la situación interna en Venezuela debe ser resuelta por los mecanismos democráticos previstos en la Constitución venezolana. Los Estados Miembros de UNASUR manifiestan su apoyo para la celebración de las próximas elecciones parlamentarias, convencidos de la importancia del mantenimiento del orden constitucional así como de la democracia y la más plena vigencia de todos los derechos humanos, principios fundamentales de UNASUR.

Mitad del Mundo, Quito, 14 de marzo de 2015

En contexto

El lunes pasado, el Gobierno norteamericano sumó una nueva agresión contra la soberanía y la democracia de Venezuela cuando el presidente de Estados Unidos, Barack Obama, firmó una orden ejecutiva que declara a Venezuela como una “amenaza extraordinaria e inusual a la seguridad nacional y política exterior estadounidenses”.

El documento fue rechazado por gran parte de la comunidad latinoamericana, que apoyó a Venezuela en la defensa de su soberanía.
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Maduro sulle ingerenze yankee: «Il Venezuela non è solo»

CHAVISTAS CELEBRAN ANIVERSARIO 24 DE "EL CARACAZO"da Correo del Orinoco

«Abbiamo ricevuto il pieno sostegno dell’Unasur, della Celac, ed anche del Movimento dei Paesi non Allineati che ha emesso un comunicato di sostegno totale al Venezuela, e di rigetto verso le illegali sanzioni imposte dagli Stati Uniti», ha spiegato il capo dello Stato

Riguardo alle sanzioni imposte dal governo degli Stati Uniti al Venezuela, il presidente della Repubblica, Nicolás Maduro Moros, ha spiegato che la sua nazione non è sola perché può contare sull’appoggio dell’America Latina e del mondo intero.

Il capo dello stato ha affermato: «Abbiamo ricevuto il pieno sostegno dell’Unasur, della Celac, ed anche del Movimento dei Paesi non Allineati che ha emesso un comunicato di sostegno totale al Venezuela, e di rigetto verso le illegali sanzioni imposte dagli Stati Uniti».

Durante una riunione delle più alte autorità del Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV), trasmessa da Venezolana de Televisión, il dignitario nazionale ha confermato che il governo Bolivariano ha attivato meccanismi di protezione della costituzionalità, della pace e la sovranità del Venezuela per far «fronte alle minacce e alle aggressioni del governo degli Stati Uniti».

Il Ministro degli Esteri Delcy Rodríguez, ha riferito che i paesi che compongono l’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur), hanno confermato il forte sostegno contro l’applicazione delle sanzioni rivolte dagli Stati Uniti contro le funzionarie e i funzionari del Venezuela.

Inoltre, il 6 di febbraio, il Ministero del Potere Popolare per gli Affari Esteri (MPPFA) ha ricevuto un comunicato emesso dal Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM), di sostegno e solidarietà con il Venezuela, rigettando così la recente decisione del governo degli Stati Uniti di ampliare le misure unilaterali imposte contro la terra di Bolívar e Chávez.

«L’Ufficio di Coordinamento del Movimento dei Paesi Non Allineati – si legge nel documento – respinge categoricamente la decisione del governo degli Stati Uniti, di espandere le misure unilaterali coercitive imposte nei confronti della Repubblica Bolivariana del Venezuela, volte a minare la sua sovranità, l’indipendenza politica e il proprio diritto all’autodeterminazione, in chiara violazione del diritto internazionale».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Unasur, conclusi i primi accordi di pace tra governo e opposizione

di Geraldina Colotti – il manifesto 

Venezuela. Intesa sull’istituzione di una «Commissione per la verità» che faccia luce sui fatti violenti delle proteste

Caracas, 17 apr2014.- In Vene­zuela, la Una­sur ha con­cluso i primi accordi di pace tra governo e oppo­si­zione. Lo ha comu­ni­cato il mini­stro degli Esteri ecua­do­riano Ricardo Patiño, rap­pre­sen­tante della mis­sione regio­nale, al ter­mine del secondo incon­tro fra le parti. «Non cre­devo che in sole tre ore fosse pos­si­bile avan­zare in modo tanto signi­fi­ca­tivo nei dia­lo­ghi di pace. Glo­ria al bravo pue­blo», ha scritto Patiño in twit­ter ripren­dendo la prima frase dell’inno nazio­nale vene­zue­lano («Glo­ria al bravo pue­blo che el yugo lanzó…»). I rap­pre­sen­tanti di Una­sur (per l’occasione Bra­sile, Colom­bia e Ecua­dor) hanno viag­giato una prima volta in Vene­zuela il 25 e il 27 marzo scorso e si sono incon­trati con diversi set­tori sociali: governo, oppo­si­zione, stu­denti, auto­rità eco­no­mi­che ed eccle­sia­sti­che (il Vati­cano è a sua volta media­tore nel conflitto).

Il primo punto di coin­ci­denza tra le parti si è otte­nuto nella «con­danna reci­proca della vio­lenza e nell’impegno a rispet­tare la costi­tu­zione» come base per i pros­simi accordi. Una scon­fes­sione, di fatto, di quelle parti oltran­zi­ste dell’opposizione che chie­dono “la salida”, la rinun­cia a furor di piazza del pre­si­dente Nico­las Maduro. Per rimuo­vere un capo di stato o altri rap­pre­sen­tanti eletti demo­cra­ti­ca­mente, esi­ste la pos­si­bi­lità di rac­co­gliere le firme e con­vo­care un refe­ren­dum, a metà man­dato. E que­sto, nel caso di Maduro, eletto un anno fa fino al 2019, è pos­si­bile farlo nel 2016. Nel frat­tempo, nel 2015 si svol­ge­ranno le ele­zioni parlamentari.


Un altro accordo è stato rag­giunto per la messa in campo di una Com­mis­sione per la verità che fac­cia luce sui fatti vio­lenti veri­fi­ca­tasi durante le pro­te­ste con­tro il governo, ini­ziate a San Cri­sto­bal (capi­tale dello stato Tachira) il 4 feb­braio e cul­mi­nate nella mani­fe­sta­zione del 12 a Cara­cas. Da allora, ci sono stati 41 morti e 674 feriti. Circa 2.000 per­sone sono state arre­state, e in car­cere ne riman­gono 175. Il governo ha messo sotto inchie­sta 97 espo­nenti della Forza armata e della poli­zia, denun­ciati dai mani­fe­stanti per “mal­trat­ta­menti e tor­tura”: ma sono solo “una pic­cola parte dei quasi 100.000 mili­tari che stanno difen­dendo il governo da un ten­ta­tivo di golpe”, ha detto il gene­rale Vla­di­mir Padrino, capo del Comando stra­te­gico operativo.


Si è tro­vato un accordo anche sulle nomine di nuovi rap­pre­sen­tanti dei poteri pub­blici, dal Con­sejo nacio­nal elec­to­ral (Cne), al Tri­bu­nal supremo de justi­cia (Tsj), al Con­tra­lo­ria gene­ral, le cui mas­sime cari­che sono da rin­no­vare. L’opposizione cerca, anche per que­sta via, di garan­tirsi più spa­zio di potere chie­dendo la pre­senza di figure “neu­trali”: cosa assai impro­ba­bile in un paese alta­mente poli­ti­ciz­zato come il Vene­zuela. E vale ricor­dare che, durante le con­te­sta­zioni del voto, seguite all’elezione di Maduro il 14 aprile del 2013, l’unico a pren­dere posi­zione pub­blica, dichia­ra­ta­mente a favore di Capri­les, è stato uno dei ret­tori del Cne, Vin­cente Diaz. La pre­si­dente, Tibi­say Lucena (la cui casa è stata attac­cata dagli oltran­zi­sti nelle vio­lenze post-elettorali), si è limi­tata a comu­ni­care i risul­tati del lavoro, aval­lati da tutti gli osser­va­tori internazionali.


La Costi­tu­zione vene­zue­lana sta­bi­li­sce che tre dei cin­que com­po­nenti il Cne pro­ven­gano dalla società civile, gli altri sono nomi­nati dal par­la­mento, in cui il cha­vi­smo ha la mag­gio­ranza.


L’opposizione ha chie­sto un’amnistia gene­rale per tutti gli arre­stati, il rien­tro dei ricer­cati, che defi­ni­sce “esuli”, e il “disarmo dei col­let­tivi” che appog­giano il governo. Luiz Alberto Figue­reido, mini­stro degli Esteri bra­si­liano, della mis­sione Una­sur, ha spie­gato: “Par­lare di amni­stia è pre­ma­turo, ma c’è la volontà del governo a esa­mi­nare le deten­zioni caso per caso, ed entrambe le parti con­cor­dano che chi abbia cau­sato morti, com­messo delitti, resti in car­cere”. In que­sto qua­dro, si è deciso di affi­dare a una equipe di medici il com­pito di sta­bi­lire le con­di­zioni di salute di Ivan Simonovis.


L’ex com­mis­sa­rio era segre­ta­rio alla Sicu­rezza cit­ta­dina dell’Alcaldia metro­po­li­tana di Cara­cas nell’aprile del 2002, durante il colpo di stato con­tro Hugo Cha­vez. E’ stato con­dan­nato per delitti di lesa uma­nità per le sue respon­sa­bi­lità nel mas­sa­cro di Puente Lla­guno, in cui diversi cit­ta­dini di oppo­ste fazioni cad­dero per gli spari di cec­chini appo­stati negli edi­fici vicini al palazzo Mira­flo­res, sede del governo. Si ascol­te­ranno però anche le vit­time delle azioni vio­lente per­pe­trate durante il golpe del 2002. I rap­pre­sen­tanti del governo hanno anche chie­sto al car­tello di oppo­si­zione (La Mesa de la uni­dad demo­cra­tica – Mud -) di inte­grarsi alla Con­fe­renza nazio­nale per la pace in tema di eco­no­mia, a cui Una­sur assi­sterà con i suoi amba­scia­tori e non con i mini­stri degli Esteri.


Una ini­zia­tiva lan­ciata da Maduro uni­la­te­ral­mente, prima che scop­pias­sero le vio­lenze di piazza. L’esecutivo ha inol­tre appro­vato 148 pro­getti spe­ciali a 74 orga­ni­smi poli­tici e ammi­ni­stra­tivi dell’opposizione, a cui verrà desti­nato un milione di bolivar.


Accordi che si trat­terà di veri­fi­care in con­creto. La Mud è un car­roz­zone dif­fi­cil­mente rap­pre­sen­ta­bile al com­pleto. I set­tori più oltran­zi­sti non hanno accet­tato il dia­logo e con­ti­nuano a chie­dere «la salida», di Maduro e man­ten­gono in piedi le pro­te­ste nei set­tori bene­stanti del paese. Tra que­sti, il par­ti­to­Vo­lun­tad Popu­lar. Il loro lea­der, Leo­poldo Lopez, è in car­cere dal 18 feb­braio con l’accusa di asso­cia­zione a delin­quere con fina­lità di ter­ro­ri­smo. In galera anche alcuni sin­daci del suo par­tito, desti­tuiti dall’incarico (alle ele­zioni indette per mag­gio si can­di­dano le loro mogli). Della loro libe­ra­zione non si è par­lato nei col­lo­qui. Nella Mud è in atto uno scon­tro per il potere che alcuni, come Lopez e Maria Corina Machado ten­tano di gio­carsi caval­cando ten­denze gol­pi­ste vec­chie e nuove e vio­lenze di piazza.


Gli altri – i par­titi tra­di­zio­nali della IV repub­blica – vogliono ripren­dersi il campo secondo vec­chie logi­che con­so­cia­tive. Hen­ri­que Capri­les, can­di­dato per­dente con­tro Cha­vez e Maduro, tenta di rima­nere in sella, smar­can­dosi dal suo antico sodale Lopez. Assenti anche gli stu­denti «gua­rim­be­ros»: non ci sono le con­di­zioni, hanno detto. Intanto, il fil di ferro teso sulle strade di Cara­cas dalle “gua­rim­bas” (bloc­chi stra­dali di detriti e spaz­za­tura data alle fiamme) ha quasi sgoz­zato un altro pony express (diverse per­sone sono morte così). E nella parte est della capi­tale sono stati accol­tel­lati i figli di un per­so­nag­gio carat­te­ri­stico del cha­vi­smo, una signora anziana onni­pre­sente, sopran­no­mi­nata “cap­puc­cetto rosso”. Assente dai col­lo­qui soprat­tutto Maria Corina Machado, prin­ci­pale ani­ma­trice delle proteste.


La depu­tata di estrema destra è stata desti­tuita per aver accet­tato di sosti­tuire il Panama all’Organizzazione degli stati ame­ri­cani (Osa) a cui voleva chie­dere l’intervento nel suo paese. Ha con­ti­nuato però a girare, aiz­zando le destre: in Perù (su invito dello scrit­tore Var­gas Llosa), al par­la­mento bra­si­liano, e anche a quello Euro­peo. A Stra­sburgo ha dipinto un paese stroz­zato da una feroce dit­ta­tura. Il livello e la com­ples­sità della par­tita in corso in Vene­zuela si può inten­dere dal com­mento del par­tito social-cristiano Copei all’annuncio di Maduro su una pros­sima riforma tri­bu­ta­ria: “Chi più ha, più deve pagare”, ha detto il presidente.


Ma il Copei, di certo poco incline a difen­dere gli inte­ressi delle classi popo­lari, que­sta volta ha accu­sato il governo di voler attin­gere “al por­ta­fo­gli già vuoto” degli operai.

Da Bolívar a Gramsci, la Rivoluzione venezuelana continua

di Alessio Arena*

quitolatino.wordpress.com.- La presenza a Roma di Julián Isaías Rodríguez Díaz in qualità di Ambasciatore del Venezuela rivoluzionario presso la Repubblica italiana offre l’occasione per confrontarsi, senza dover solcare l’Atlantico, con una figura tra le più significative del processo bolivariano iniziato da Hugo Chávez. Primo Vicepresidente della Repubblica nominato con la Costituzione chavista del 1999, poi alto magistrato, quindi rappresentante diplomatico del suo paese, l’Ambasciatore Rodríguez ci riceve presso la sede della legazione venezuelana con il calore e l’affabilità che, seppure avendo avuto poche occasioni d’incontrarlo, abbiamo già avuto modo di conoscere e apprezzare. Sull’ampio tavolo da lavoro, sotto lo sguardo marziale del ritratto di Simón Bolívar e quello sorridente e rassicurante del compianto Presidente Chávez, sull’ampia scrivania la nostra attenzione è catturata dall’immagine di Antonio Gramsci che campeggia su un volume dal titolo: «Gramsci, Italia y Venezuela». «L’autore è Jorge Giordani, il nostro Ministro della pianificazione. Ha studiato a Bologna, ha lavorato molto su Gramsci e ha tenuto varie conferenze qui in Italia, in particolare in Sardegna». Comincia così la nostra lunga, approfondita conversazione, nel corso della quale l’eredità teorica del pensatore comunista sardo sarà evocata più volte come fondamentale per comprendere il processo bolivariano e, più in generale, le profonde trasformazioni avvenute nell’ultimo decennio in America Latina.

A partire dall’elezione del Presidente Maduro, lo scorso 14 aprile, si sono registrati intensi tentativi di destabilizzazione del Venezuela, operati sia da forze interne che esterne. Nei giorni successivi alle elezioni presidenziali le opposizioni hanno dato luogo a manifestazioni violente contro il governo, con morti e feriti. Qual è oggi la situazione?
Io direi che è normale. Chi dirige il nostro processo politico – un processo pacifico, soggetto alle regole della democrazia borghese, e che si è dovuto conformare anche alle regole dell’elettoralismo borghese – sapeva che avrebbe a un certo punto incontrato delle difficoltà perché è molto difficile fare una rivoluzione senza violenza, in maniera pacifica, nel contesto della democrazia borghese. Non è che la rivoluzione cerchi la violenza: è che chi difende il vecchio apparato statale, la vecchia società non ne cede il controllo senza usare violenza. È questo che sta succedendo in Venezuela. È già successo: il colpo di Stato è stato violenza, lo sciopero del petrolio è stato violenza, l’occultamento dei prodotti alimentari è violenza, le campagne mediatiche per distruggere Chávez e Maduro sono violenza. Oggi le metodologie per portare avanti una guerra sono cambiate: le prime a comparire perseguivano l’annientamento fisico degli avversari ed erano condotte tramite eserciti privati o nazionali. Poi è venuta la guerra del fuoco diretto e indiretto, come sono state le due guerre mondiali. Successivamente è venuta la guerra cosiddetta di “quarta generazione” caratterizzata dall’utilizzo di eserciti professionali di mercenari e bande di irregolari: il terrorismo è guerra di quarta generazione. Poi è venuta la guerra di quinta generazione, ossia la guerra psicologica. Io penso che in questo momento in Venezuela stiamo vivendo una fase non solamente di guerra di quinta generazione, ma anche di sesta. In primo luogo è in atto una guerra psicologica per destabilizzare i cittadini, per portarli a pensare che la società alternativa non garantisca la loro sicurezza, non sia pacifica, ma sempre condizionata dalla necessità di dar l’assalto alla storia, e che, d’altra parte, non garantisca loro il soddisfacimento dei bisogni quotidiani. Per questo si nascondono zucchero, olio, pane. E nel nostro caso, segnato dalla convivenza con il nemico nel quadro di una rivoluzione elettorale, dove i nemici sono all’interno e competono con te, questi sono in condizione di fare la guerra dall’interno: ancora esistono capitali, imprese organizzate che sono avverse al nostro processo e collaborano con i nemici della Rivoluzione per ostacolarla in tutti i modi. Dunque, una fase di guerra psicologica in cui si giunge a ipotizzare che il paese possa essere addirittura invaso dagli Stati Uniti, o in ogni caso che si produca una situazione che dia luogo a una guerra civile. Ma, come dicevo, è in corso anche una guerra di sesta generazione: quella in cui si delegittimano le istituzioni. Si è cercato di delegittimare tutti i poteri dello Stato: il potere legislativo, l’esecutivo, il potere elettorale, il potere cittadino e quello giudiziario. L’obiettivo è privare le istituzioni di credibilità per creare un terreno fertile in cui tutto possa accadere. Ed evidentemente cercare di colpire la fedeltà delle forze armate alle istituzioni, in modo da aprire una breccia per usarle contro i poteri costituzionali, come spesso è avvenuto in America Latina (Cile, Brasile, Guatemala…). A questo fine è necessario mostrare che il governo è inefficiente. La guerra psicologica e di delegittimazione delle istituzioni crea paura, depressione. I cittadini sono manipolati individualmente e collettivamente per ingenerare l’eliminazione virtuale della tranquillità pubblica. Siamo in questa fase, e ce la aspettavamo. La particolarità del momento è che siamo privi del nostro Comandante: ciò ha offerto l’opportunità di creare una situazione di tensione nel momento in cui il leader fondamentale è morto e in cui, secondo l’analisi dei gruppi reazionari, nulla può fermare la guerra di quinta e sesta generazione. Questa guerra angustia il paese, angustia il governo, ma ci attendevamo che tutto questo potesse accadere e siamo preparati. Però la cosa più importante non è che sia preparato il governo, ma che lo sia il paese. Se il Venezuela in questo momento ha a suo favore un elemento di forza, è che i cittadini venezuelani sono quelli che in America Latina hanno il più alto livello di coscienza politica e sociale. Lo ha dimostrato il trionfo di Maduro. Non era una vittoria scontata, perché Maduro non veniva percepito nel paese come un dirigente capace di guidarlo: malgrado ne avesse le qualità e le capacità, non ne aveva l’immagine, e la popolazione vota molto in funzione dell’immagine. In secondo luogo il candidato dell’opposizione era reduce dalla campagna elettorale dell’autunno 2012 contro Chávez e ha studiato molto bene la sua propaganda. Per l’opposizione il momento era perfetto: venuto a mancare Chávez, il paese era percorso da un profondo dolore che induceva a un ripiegamento, alla perdita della capacità di agire. Contavano sul fatto che la nostra gente non avrebbe partecipato, come in parte è effettivamente accaduto. Ma abbiamo vinto, e vincere non era importante solo come fatto in sé, ma anche perché malgrado tutto il popolo ha dimostrato la maturità e la coscienza di affermare che non si sarebbe tornati indietro, con o senza Chávez: il processo politico di conquista di una società diversa deve proseguire, a prescindere da chi sia il candidato, che per di più era stato indicato dallo stesso Chávez. Un paese del genere, con queste caratteristiche e un simile livello di coscienza politica e sociale può affrontare perfettamente questa guerra. Il paese sa, i cittadini sanno che il governo non vende zucchero né olio, e sanno chi sta facendo queste canagliate. Inoltre l’opposizione non è compatta: al suo interno vi sono attriti più forti di quanto pensassimo tra un settore in tutto e per tutto fascista e un altro settore che ritiene di avere, a lungo termine, l’opportunità di giungere al governo. I due settori non coincidono appieno nell’azione. L’ala fascista è finanziata direttamente dagli Stati Uniti, nel modo più volgare, e per queste ragioni è normale quello che sta succedendo, ma noi vinceremo e andremo avanti.

Lo scorso 30 settembre sono stati espulsi dal suolo venezuelano tre funzionari statunitensi. Negli stessi giorni il Presidente Maduro ha annunciato la creazione del Centro Estratégico de Seguridad y Protección de la Patria, organismo dipendente dalla Presidenza della Repubblica per il rafforzamento della sicurezza interna. Quali finalità ha questa nuova istituzione?
Nei momenti di guerra bisogna prepararsi alla guerra. Dicevamo che non si tratta di una guerra con carri armati e missili, ma di una guerra di quinta e sesta generazione. A questa guerra fatta di voci, di terrorismo psicologico, in cui è potuto accadere che sia stata fatta circolare la notizia che il Presidente Chávez non sia morto, ma che sia ancora vivo e sequestrato, ed è stata diffusa una registrazione in cui viene imitata la voce del Presidente Chávez e la gente ha potuto credere di sentirlo parlare, una guerra che ha come finalità di diffondere nel paese la paura per il futuro, bisogna essere preparati per tutto. Quello che abbiamo fatto, semplicemente, è stato creare un istituto che raccolga tutte le informazioni che circolano nel paese e che le selezioni per il potere esecutivo, perché esso possa prendere le decisioni necessarie a neutralizzare le minacce all’interesse nazionale. Cosa succede ad esempio in Venezuela? Qualcuno sale sui tralicci dell’elettricità e li trancia con una cesoia, creando un’interruzione di corrente in tutta una città: bisogna quindi controllare chi sono quelli che salgono, quando e quante volte lo fanno e perché. Si devono controllare le dighe, per evitare che si producano sabotaggi con gravi conseguenze. Bombe, sequestri, ci sono episodi provati di tentativi di assassinio contro funzionari importanti del paese. Dunque la funzione del nuovo istituto è ricercare queste informazioni, con una concezione che vada oltre quella prettamente poliziesca, in un’ottica strategica. Il centro strategico raccoglierà gli elementi informativi in materia di sicurezza, intelligence, ordine interno, relazioni estere e istituzioni pubbliche e private e controllerà che vengano applicate le direttive dell’esecutivo in funzione di una migliore conoscenza della situazione operativa tramite gli organi di sicurezza. Ossia sarà una sorta di coordinamento di tutti gli organi di sicurezza con il fine di rendere possibile il reperimento di tutte le informazioni necessarie per affrontare questa guerra di quinta e sesta generazione. L’ organismo, che funzionerà molto vicino al potere esecutivo e al presidente, ha in definitiva come missione di attenuare gli effetti della guerra economica contro il nostro paese. Una guerra che colpisce la sicurezza del Venezuela in molti aspetti: sicurezza alimentare, della circolazione, aerea e terrestre.

La campagna elettorale delle forze rivoluzionarie ha posto molto l’accento sulla lotta contro la corruzione: quali misure ha assunto il governo in questi primi mesi?
Il Presidente ha appena sollecitato poteri speciali per combattere la corruzione. I poteri speciali sono previsti dalla Costituzione, che consente al potere esecutivo di chiedere al parlamento il conferimento della facoltà di legiferare su una materia specifica in un momento determinato (in questo caso per un anno). La previsione riguarda situazioni di emergenza, di urgenza, di estrema gravità. Fino a questo momento abbiamo aperto processi, sollecitando il potere giudiziario e il potere cittadino perché cooperino nel garantire la sicurezza del paese. Abbiamo colpito interessi interni, anche nella sfera del governo, gente che ha utilizzato denaro pubblico e la propria posizione nell’amministrazione per arricchirsi notevolmente. Gli accusati vengono giudicati in questo momento e il paese sta vedendo come si stia tentando di creare una nuova etica pubblica. Io sono avvocato e sono cosciente che non necessariamente le leggi risolvono questi problemi; tuttavia ci si appresta a discutere e varare varie leggi. Credo che per combattere questo genere di fenomeni siano necessari vari elementi: innanzitutto la volontà politica e efficienza dei poteri pubblici – e in particolare in quello giudiziario – perché i crimini commessi non restino impuniti. Ma è necessario soprattutto un alto grado di coscienza collettiva. I cittadini devono accompagnare le istituzioni, giudicarle, anche decidendo di allontanarsi da chi le rappresenta e di non condividere quello che si sta facendo, fino a denunciarlo, se è il caso. I meccanismi della società devono rafforzare il consenso alla lotta contro la corruzione e l’impunità. In ciò giocano un ruolo importante i mezzi di comunicazione, le università, le scuole, tutto quel che serve a rafforzare moralmente una società. L’appello che si sta facendo, le sanzioni che si stanno infliggendo a settori dello stesso governo sono un segnale importante. E se c’è necessità che le sanzioni si estendano a dirigenti dell’opposizione, per quanto possano essere importanti, penso non ci si debba trattenere. Se si permette che qualcuno costituisca un’eccezione all’applicazione della legge, si tratti di un avversario o di un alleato, si lascia un fianco scoperto perché la gente perda fiducia nelle decisioni che vengono assunte.

Il Plan de la Patria 2013-2019 pone ambiziosi obiettivi di trasformazione strutturale della società venezuelana in senso socialista, ponendo l’accento anzitutto sulla pianificazione come metodo per armonizzare, sviluppare e dirigere democraticamente l’economia. A quali principi s’ispira la pianificazione bolivariana? Quali passi si sono già fatti in questo senso?
Uno dei fattori più difficili da gestire nel processo di transizione politica verso una società diversa dal capitalismo è trovarsi circondati dal capitalismo da tutte le parti. Non ci si può trasformare in un’isola socialista, pena restare bloccati per effetto delle proprie stesse scelte. La nostra pianificazione in questo senso tende a che le grandi imprese strategiche del paese siano in mano statale: telefonia, elettricità, siderurgia, la terra controllata dallo Stato in funzione della sua produttività. Ancora non ci siamo posti il problema delle banche. Lavoriamo per creare coscienza tra i lavoratori affinché sentano, nelle imprese nazionalizzate da loro dirette, che la responsabilità della direzione del processo non è semplicemente dello Stato venezuelano, che è necessario parteciparvi tutti con onore, capacità, efficienza e spirito di servizio e con un acuto concetto di sovranità. La Costituzione già dispone che petrolio e gas siano patrimonio inalienabile dello Stato. Questo ci ha fino ad ora garantito le risorse per organizzare la risposta agli attacchi del capitalismo e dell’imperialismo che vogliono schiacciarci. Dunque in primo luogo abbiamo riservato alla mano dello Stato le imprese strategiche, di servizio e d’interesse pubblico: ecco il primo elemento della nostra pianificazione. In secondo luogo stiamo lavorando affinché il Venezuela non sia un paese mono-produttivo: fino ad ora la gran debolezza del Venezuela è stata proprio questa. Il controllo del petrolio non è nelle mani dei paesi che lo esportano, come alcuni pensano. Le fluttuazioni del suo prezzo dipendono in realtà dai paesi che commerciano con il petrolio: essi acquistano opzioni sulla produzione futura e giocano sulla domanda e sull’offerta per speculare e incrementare i profitti. Dobbiamo guardarci dal credere di poter avere un margine di manovra garantito dal petrolio, perché questo non è sicuro. Per di più oggi si vuole sostituire il petrolio con le fonti di energia rinnovabili, e questo pone le condizioni perché un giorno ci ritroviamo con il petrolio ormai inutile come accadde in passato all’Inghilterra con il carbone. Infine, per quanto innegabilmente il petrolio sia una benedizione, esso è stato per il Venezuela anche una maledizione. Il petrolio produce tanta ricchezza che parte di essa arriva fino agli strati più poveri della società, e in Venezuela si sono fatti pochi sforzi per costruire un’economia diversificata grazie al lavoro. Per questo abbiamo pensato che dobbiamo creare alternative. Stiamo incentivando l’industria mineraria di base: ferro, alluminio. Stiamo sviluppando il turismo e stiamo lavorando per sviluppare il settore agroalimentare, la coltivazione della terra con sistemi moderni per renderla produttiva. Abbiamo terra fertile, acqua sufficiente, un clima che ci permette di produrre per tutto l’anno e uno dei grandi fattori di debolezza che abbiamo è che la nostra è un’economia fondata sulle importazioni: importiamo quasi il 90% di quello che consumiamo. Per questo, creare un’alternativa al petrolio per evitare che il Venezuela sia un paese monoproduttore, e in secondo luogo aprirci perché il paese conquisti la sua sovranità economica. Con la sovranità economica potremo affrontare questa come qualunque altra situazione futura creata dall’attacco da parte dei paesi imperialisti.

Ciò suppone un cambiamento della natura dello Stato, a partire dalla sua concezione fino all’organizzazione delle istituzioni. Nella ripartizione del Poder Público Nacional, accanto ai tre poteri tipici dello Stato liberale trovano posto il potere cittadino, di cui lei stesso è stato figura preminente come Fiscal General, e il potere elettorale. In cosa si sostanzia il potere cittadino? Che ruolo svolge nell’assetto costituzionale rivoluzionario?
Effettivamente abbiamo rotto con la tradizione dei tre poteri e ne abbiamo cinque. Non è stato né un capriccio né un atto di superbia, ma una scelta che corrisponde al nostro processo storico. Bolívar concepì il potere cittadino nel congresso di Angostura del 1819 come un potere di controllo sugli altri poteri e sul paese. Lui lo chiamò “potere morale”, ispirandosi alle istituzioni greche e ad alcuni aspetti del parlamentarismo britannico per stabilire un meccanismo che conferisse unità al paese. Occorre ricordare che noi siamo una società che non è né europea, né africana, né aborigena, ma un miscuglio di tutte e che con questa mescolanza ha creato una sorta di nuovo essere umano che ha bisogno di avere punti di riferimento che gli diano unità, equilibrio e armonia. Nelle intenzioni di Bolívar il potere cittadino, il “potere morale”, doveva essere la fonte di tale unità ed equilibrio. Nel congresso di Angostura la proposta di Bolívar non passò, non perché fu respinta ma semplicemente perché i deputati la ritennero troppo avanzata per essere applicata in quel momento storico. Questa esperienza del Libertador l’abbiamo raccolta nella Costituzione del 1999. Il Ministerio Público, la Controloria General de la República e la Defensoría del Pueblo si riuniscono in determinati momenti, conservando la loro autonomia, per formare il Consejo Moral Republicano. L’adunanza può assumere decisioni e in questo si sostanzia il potere cittadino. Oggetto di tali decisioni è il controllo sull’etica: possono venire sottoposti a giudizio i magistrati del Tribunale supremo e qualunque altro funzionario pubblico sottomesso alla competenza del Consejo Moral Republicano. Possono essere definite modalità per modificare o proporre politiche pubbliche finalizzate a rafforzare, unificare, dare credibilità al paese, a evitare i rischi nella società.

E per quanto concerne il potere elettorale?
Nel 1826 Bolívar incluse nella costituzione della Bolivia anche il potere elettorale. Noi abbiamo trasferito anch’esso nella Costituzione del 1999. Nella nostra Costituzione esso ha ancora più rilevanza che in quella di Bolívar. Abbiamo stabilito una quantità di procedure referendarie. Tramite referendum revocatorio, il Presidente può essere revocato, come i deputati, i governatori, i sindaci. Per via referendaria si possono annullare le decisioni del potere legislativo e proporre progetti di legge. Ogni referendum suppone una votazione di tutto il paese. Durante il governo del Presidente Chávez si sono avute quattordici elezioni: referendum, elezioni amministrative, parlamentari, quattro elezioni presidenziali, quella dell’Assemblea costituente, quella per approvare la Costituzione – la nostra è una delle poche costituzioni al mondo, non so se l’unica, ad essere stata approvata dal paese per via referendaria. Per questo il potere elettorale è indispensabile. La sua efficienza è comprovata e si tratta di un’istituzione il cui prestigio è riconosciuto in tutto il mondo. In questo momento, ad esempio, stiamo assistendo la Russia per attualizzarne il sistema elettorale. I nostri avversari sostengono che questo potere si presti ai brogli, ma non hanno mai potuto dimostrarlo.

Nel quadro del progetto di transizione al socialismo, il Plan de la Patria pone l’obiettivo di “propiziare la democratizzazione dei mezzi di produzione e dare impulso a nuovi modi di articolare le forme di proprietà, collocandole al servizio della società”. Che ruolo si attribuisce, in questo quadro, ai lavoratori organizzati?
Nella storia della Rivoluzione bolscevica, la prima decisione assunta da Lenin fu il decreto mediante il quale si regolava la produzione e si stabiliva il controllo di Stato su di essa. Di fronte a ciò, il settore privato si oppose e si procedette alla confisca. L’iniziativa non ebbe successo, vi furono delle restituzioni e si produsse una situazione conflittuale tra settore pubblico e privato che perdurò fino alla fine dell’Unione Sovietica. La stessa situazione l’hanno sperimentata successivamente altri sistemi socialisti: Cina, Vietnam, Cuba. Occorre apprendere dai pregi e dai difetti di quelle esperienze. Nel nostro caso, la Rivoluzione è ancora troppo giovane per affrontare il nodo fino in fondo. La nostra stessa Costituzione garantisce la proprietà privata. In Venezuela essa è rispettata, malgrado quanto dicono gli avversari della Rivoluzione. Se lo Stato espropria un’azienda privata paga l’indennizzo corrispondente, ma non la confisca. Il proprietario ha sempre il diritto di sollecitare un arbitrato giudiziario sul valore dell’indennizzo. A fronte di ciò, le imprese strategiche sono come già detto controllate dallo Stato. Nell’industria petrolifera, che è la nostra produzione più remunerativa, abbiamo realizzato associazioni di partecipazione in cui lo Stato ha sempre una percentuale maggiore che il settore privato. Ma ci sono imprese che funzionano con capitale privato: i mezzi di comunicazione. Noi non abbiamo nazionalizzato nessun mezzo di comunicazione, al punto che sappiamo che la maggioranza di essi avversa il governo. È avvenuto che ci siamo resi conto di tentativi di sabotaggio del processo rivoluzionario da parte di alcune imprese. Ad esempio nel fondamentale settore delle cartiere. Quell’industria cominciò a dare segni di disequilibrio, a diminuire la produzione, a richiedere sempre più denaro. Lo Stato l’ha nazionalizzata e consegnata ai lavoratori. La consegna di questa e altre industrie ai lavoratori risponde a una concezione strategica del processo rivoluzionario, molto legata all’esperienza italiana. Il Partito comunista italiano negli anni ’20 ha avuto in Antonio Gramsci un luminoso segretario generale, uno dei fari fondamentali del socialismo, che si propose di attualizzare i concetti classici del socialismo. Durante le lotte operaie torinesi egli giunse alla conclusione che i lavoratori, per essere l’elemento trainante della costruzione di una nuova società, dovessero essere presenti nel processo di produzione non solo come produttori, ma anche per capire il funzionamento della produzione e della distribuzione e per trovare le forme attraverso cui rompere con la divisione del lavoro e interconnettersi, non solamente tra loro come lavoratori ma con la società. Insomma essi dovevano trovare le forme per farsi costruttori di fatto, tramite l’azione, di un processo sociale stabile e nuovo che si potesse vedere e toccare. Apparvero così i “consigli di fabbrica”, che noi abbiamo riprodotto in Venezuela come “consigli operai”. Lo stiamo facendo nelle imprese strategiche e nazionalizzate, ma non ancora nel settore privato. Essi possono apparire nel settore privato su iniziativa degli stessi lavoratori. Bisogna essere consapevoli che i consigli dei lavoratori non devono essere appendice di nessun partito, nemmeno del partito di governo, ma nemmeno devono rispondere alla strategia del governo: devono esprimersi autonomamente, senza essere nemici del governo. Devono stabilire un equilibrio a livello sociale, perché sono di fatto loro i promotori della nuova società: questa è la forma della nuova società ed è in ciò la sua prima manifestazione. È quanto stiamo sviluppando in Venezuela e abbiamo avuto alcuni risultati interessanti. In primo luogo abbiamo distinto i consigli operai dai sindacati. Il sindacato è un organismo rivendicativo, mentre i consigli operai sono organi formativi della società ed hanno il compito di dare contenuto ideologico alla lotta. Naturalmente ciò ha prodotto conflitti tra sindacati e consigli operai. Abbiamo fatto in modo che i consigli operai si articolassero socialmente, anche uscendo dall’impresa per appropriarsi di uno spazio territoriale più ampio. Insomma: la competenza dei consigli non è ristretta alla fabbrica, ma a tutto il territorio nazionale, e stiamo lavorando perché la loro strutturazione cresca fino ad articolarsi in modo uniforme in tutto il paese, anche integrandosi con i consigli comunali che sono gli organismi politici della società. Essi rappresentano per noi un fronte di massa: non semplicemente un luogo in cui i lavoratori discutano i problemi della fabbrica, ma dove si occupino di tutti i problemi del paese. In questo senso essi devono assumersi compiti politico-culturali. Gli aspetti produttivi sono importanti, ma occorre che i consigli si facciano carico anche della distribuzione e del consumo dei beni. Essi devono essere organismo di controllo, non isolarsi dentro la fabbrica o nell’ambito locale, ma ampliare il raggio d’azione a tutta la società, anche a livello internazionale. La nostra concezione s’ispira fondamentalmente a Gramsci, che è chi per primo ha indicato questa direzione di marcia, perché qualcosa di simile non è esistito nemmeno nell’Unione Sovietica. È questa una delle esperienze che ci permettono di dire che Gramsci è stato recepito dal processo bolivariano per sviluppare il nostro socialismo. Gramsci affermava la necessità di un socialismo che fosse internazionale, ma che affondasse le radici nella realtà nazionale da cui necessariamente sorge e da cui non può distaccarsi. È quanto stiamo mettendo in pratica.

Il 22 maggio scorso il Presidente Maduro ha annunciato la creazione delle milizie operaie, ponendo l’accento sul ruolo centrale da attribuire alla classe operaia nella fortificazione di un’alleanza civico-militare per portare avanti la costruzione del socialismo bolivariano. Si sono fatti passi avanti su questo terreno?
Una delle caratteristiche del nostro processo è di aver avuto origine da un’alleanza civico-militare resa possibile dal fatto che il Presidente Chávez provenisse dal settore militare, senza avere alle spalle un partito organizzato. Egli sviluppava un pensiero non militare, un pensiero sociale coltivato nel solco del marxismo, ma veniva dall’ambiente militare. Evidentemente i suoi amici, il gruppo che creò nelle caserme per accompagnarlo, si è unito a lui al momento della sua ascesa al potere. Successivamente si è andato sviluppando un parallelismo tra società civile e militare, che sono andate integrandosi a poco a poco, nella misura in cui si sviluppava il processo. I nemici della rivoluzione hanno favorito tutto questo. Il colpo di Stato del 2002, per esempio, ha avuto come conseguenza che si rafforzasse l’alleanza civico-militare, perché si trattò di un golpe militare maturato in settori delle forze armate utilizzati dagli Stati Uniti e dall’oligarchia venezuelana per abbattere il governo democratico. Ciò ha ripulito l’esercito da una buona parte – io direi un ottanta per cento – di quei settori di destra. Ma ha anche spinto altri settori all’interno delle forze armate ad unirsi al processo rivoluzionario. È stato interessante notare come ad esempio sia stato compito specifico dei militari risolvere problemi come quelli dell’aiuto all’alimentazione. Tutti i militari di ogni rango si sono incaricati di provvedere, organizzare, supervisionare il processo di aiuto all’alimentazione. Tramite i cosiddetti “mercati popolari” dove si comprava a metà prezzo, dove le persone avevano accesso a beni di consumo che non si trovavano perché i nemici li nascondevano o li incettavano, i militari hanno conquistato una nuova vicinanza al popolo, che li ha visti sotto una luce diversa. Oltre a ciò, dal punto di vista sociologico i nostri soldati sono, dalla guerra d’indipendenza, di estrazione popolare. Per accedere al servizio militare, in Venezuela, non è necessario far parte delle classi privilegiate. Al contrario, gli oligarchi disprezzano i militari. Ciò ci ha favoriti, perché i soldati sono gente del popolo, le cui famiglie patiscono i problemi delle classi popolari. L’alleanza civico-militare non è stata quindi un trauma, ma al contrario un modo di unirci, e ogni giorno quest’alleanza si fa più forte, limpida e sicura. Civili e militari si riconoscono reciprocamente come difensori di un processo che li inorgoglisce, dà loro dignità, li riafferma come cittadini. In questo contesto sono nate le milizie, che sono un’istituzione tipica di tutti i paesi rivoluzionari: la milizia dà disciplina, senso della patria, stimola l’impegno, organizza, permette anche di creare uno spirito di corpo per combattere i nemici del processo, ed è questo che si sta facendo con i lavoratori. Si stanno creando le milizie operaie. Noi non pensiamo che possa prodursi un’invasione del nostro paese, ma in quel caso saremmo preparati e non faremmo come a Masada, dove gli zeloti si suicidarono in massa per non capitolare al nemico, ma lasciando di fatto a quest’ultimo il controllo della città. Noi ci batteremmo fino in fondo.

Un fatto nuovo rilevante degli ultimi mesi è stato la presentazione del Plan Mamá Rosa, finalizzato all’eguaglianza e all’equità di genere e allo sradicamento del patriarcato. Quali sono i contenuti della politica della Rivoluzione per la liberazione della donna?
Le donne hanno svolto un ruolo fondamentale nella nostra Rivoluzione. Un ruolo che definirei più importante di quello degli uomini. Le donne sono state più leali al processo rivoluzionario che gli uomini, si sono spese più a fondo per esso. Sin dalla Costituente, uno degli obiettivi che ci siamo posti è stato agire perché la dominazione secolare sulle donne cominciasse a scomparire in Venezuela. Alcuni hanno messo in discussione la nostra Costituzione perché rispetta il genere: “Il presidente/la presidente”, “il procuratore/la procuratrice”, ecc. L’intera nostra Costituzione è pensata per sottrarsi all’uso del linguaggio come forma di dominazione sulla donna. In questo momento la maggior parte dei nostri poteri pubblici sono presieduti da donne: a presiedere il potere elettorale è una donna, così come avviene per il potere giudiziario e per il potere cittadino. Restano il legislativo e l’esecutivo, ma non è difficile immaginare che un giorno possiamo avere tutti e cinque i poteri presieduti da donne. Nella nostra lotta d’indipendenza le donne hanno avuto un ruolo fondamentale, sicché la nostra è una Storia non fatta solo dagli uomini. Nel parlamento venezuelano c’è sempre stata una presenza femminile molto importante, sicché abbiamo dato vita in primo luogo a una legge che perseguisse severamente la violenza contro le donne in tutti i sensi: non solo la violenza nella coppia, ma anche nelle strade e sul lavoro. Si è stabilita una proporzionalità nel processo elettorale per fare in modo che la partecipazione delle donne fosse più o meno paritaria rispetto a quella degli uomini: le nostre donne elette negli organismi pubblici si trovano in situazione più o meno di equilibrio rispetto agli uomini. Ancora non ci siamo riusciti nei sindacati e nei consigli operai. Ma nelle istituzioni, dove lo Stato può esercitare un controllo, abbiamo spinto con fermezza in questa direzione. I settori più creativi, l’anima intellettuale del paese sono certamente le donne, che si sono organizzate. Credo che in questo momento vi sia maggiore organizzazione tra le donne che tra gli stessi lavoratori, malgrado la tradizione sindacale sia molto più lunga. Sono nati gruppi femministi, ma non è il movimento femminista a dirigere il processo di liberazione della donna: i gruppi femministi fanno parte di quel processo, ma esistono una pluralità di gruppi che lo dirigono, legati o meno che siano alla tradizione femminista. La situazione della donna nella Rivoluzione è forse una delle maggiori conquiste che abbiamo realizzato. Dicevo all’inizio che una delle cose che più ci inorgogliscono è sapere che c’è coscienza politica e sociale nel paese: ebbene, questa coscienza, l’impegno, il lavoro in tutti gli strati della società ha più consistenza tra le donne che tra gli uomini.

La Rivoluzione bolivariana ha fatto del vostro paese uno dei principali protagonisti nella costruzione di un mondo multipolare. Il Venezuela ha intense relazioni con la Russia ed è notizia recentissima la firma di nuovi protocolli con la Cina per il rafforzamento della cooperazione bilaterale. Come valuta il vostro governo la situazione attuale?
Il Presidente Chávez, con una concezione strategica della lotta antimperialista, ha sviluppato varie direttrici che ci sono state molto utili per sostenere e stabilizzare il nostro processo a livello nazionale e internazionale. Una di queste è l’integrazione regionale tramite l’ALBA, la CELAC, la UNASUR, ecc. La CELAC è uno strumento per creare un centro di discussione, senza la presenza di Stati Uniti e Canada, dove le nazioni latinoamericane possano avere più libertà per decidere dei propri problemi. Prima ancora abbiamo creato UNASUR, che ha giocato un ruolo molto importante nel caso dei tentativi di colpo di Stato in Bolivia ed Ecuador perché essi non avessero successo. Dunque l’integrazione latinoamericana è la nostra prima direttrice per la creazione di un equilibrio multipolare. Ma a partire dal piano economico Chávez ha visto più lontano, pensando all’Europa, alla Russia, alla Cina. Con la Russia abbiamo realizzato un’alleanza strategica che va molto oltre il terreno economico, finalizzata a stabilire un equilibrio multipolare nel mondo, che si è manifestata ora nel caso della Siria: il ruolo della Russia è stato determinante per evitare una nuova guerra mondiale. L’occupazione da parte degli Stati Uniti della Siria avrebbe destabilizzato la regione e, come effetto di ciò, avrebbe dato luogo a una serie di conseguenze che avrebbero senza dubbio investito la stessa Europa. Fortunatamente nove paesi d’Europa hanno fatto causa comune con la Russia e lo stesso parlamento britannico ha bloccato l’alleanza sciagurata con Obama sostenuta dal Primo ministro. La Cina ha la sua propria strategia a livello mondiale. Sarebbe ingenuo dire che i nostri rapporti con la Cina corrispondano a una visione strategica condivisa. La Cina deve alimentare un miliardo e trecento milioni di abitanti, praticamente un quarto della popolazione mondiale. Essa ha cercato il modo di avvicinarsi all’America Latina, un continente pacifico, con risorse idriche abbondanti e terre fertili, con risorse naturali intatte, soprattutto per quanto riguarda la vegetazione, perché quelle principalmente sfruttate fino ad ora sono state i minerali. La Cina ha lavorato per intessere forti relazioni con l’America Latina come spazio per relazioni commerciali ed economiche. Noi abbiamo il petrolio e alla Cina interessa il petrolio. Da questo punto di partenza abbiamo sviluppato con loro una relazione che ha beneficiato entrambi. In questo momento esportiamo vero la Cina circa un milione di barili di petrolio al giorno. Poco, se si considera che verso gli Stati Uniti esportiamo tre milioni di barili. La Cina ci sta aiutando nel settore agroalimentare e in generale nella politica di sviluppo della nostra economia. Esiste un fondo cinese per il Venezuela, garantito con petrolio, che ammonta a venti miliardi di dollari. Questo permette di lavorare con tranquillità, soprattutto dal momento che stiamo combattendo una guerra finalizzata a piegare il paese e a liquidare il processo rivoluzionario, condotta dagli Stati Uniti e dai paesi che ad essi sono subordinati, e tra questi la maggioranza dei paesi europei, alcuni attivamente e altri passivamente. Ad essi si aggiungono anche alcuni paesi americani: non molti, tre o quattro. In ogni caso, per contrastare gli effetti di questa politica di destabilizzazione della Rivoluzione, la Cina ci ha teso la mano e noi crediamo di poter essere, insieme alla Cina, un fattore di equilibrio per l’America Latina. Anche la Cina ha giocato un ruolo importante in Siria, sebbene non attivo come quello della Russia, come pure è accaduto nel caso Snowden: la Cina è stata la prima a proteggere Snowden prima del suo passaggio in Russia. Insomma, credo vi siano una quantità di mosse nella scacchiera politica internazionale in cui la Cina, la maggiore economia del mondo in questo momento, non può essere ignorata né da noi, né dagli Stati Uniti, né dall’Europa, né da nessuno.

Dall’ALBA alla CELAC, il chavismo ha dedicato molti sforzi all’integrazione latinoamericana, restituendo vitalità al progetto bolivariano di Patria grande e dando vita a una molteplicità di organismi di grande importanza. A che punto si è giunti e quali obiettivi si pone il Venezuela per il prossimo futuro?
Abbiamo cominciato costruendo l’ALBA, che abbiamo concepito come un laboratorio e ci ha dato eccellenti risultati. S’incontrano in questa esperienza una quantità di aspetti positivi non solo per giustificare il progetto, ma soprattutto per capire che l’unità dei popoli dell’America Latina è assolutamente necessaria se fatta lealmente, senza trappole né tentativi di creare una gerarchia tra i partecipanti. L’ALBA è apparsa come reazione all’ALCA, il sistema dei trattati di libero commercio degli Stati Uniti con i paesi latinoamericani. L’ALCA stabiliva varie condizioni. La prima era che tutte le controversie fossero sottoposte ai tribunali nordamericani. Ciascun paese che sottoscriveva gli accordi perdeva la propria sovranità giuridica. Oltre a questo, i contraenti erano sottoposti alle politiche protezioniste degli Stati Uniti, che creano uno sbilanciamento nelle economie degli altri paesi. Firmando l’ALCA si accettavano queste due diseguaglianze: la rinuncia alla giurisdizione e il diritto degli USA di mantenere una diseguaglianza economica a favore della loro produzione. L’ALBA è stata il frutto di una proposta lanciata da Fidel Castro e Chávez ed iniziata da Cuba e Venezuela, che col tempo si è estesa fino all’Honduras. Quando essa è arrivata all’Honduras, gli Stati Uniti vi hanno visto una seria minaccia e hanno orchestrato il golpe contro Zelaya, arrestandone la crescita. Allora si è creata Petrocaribe, un’ALBA concreta, solo per il petrolio. Abbiamo acconsentito a un interscambio di petrolio a prezzo diverso da quello di mercato, accettando pagamenti rateali e anche in merce. Abbiamo creato un meccanismo perché il petrolio circolasse in America Latina, grazie al Venezuela, senza che ciò costituisse un onere maggiore per gli altri paesi della regione. Petrocaribe si è consolidata ormai grazie alla partecipazione della grande maggioranza dei paesi del continente. ALBA e Petrocaribe funzionano su principi nuovi: la solidarietà in primo luogo, ma anche la complementarietà. Gli scambi possono essere effettuati tramite la soddisfazione delle rispettive necessità. Abbiamo insomma recuperato il metodo del baratto delle società aborigene. Cuba ad esempio riceve petrolio e paga con servizi medici, sportivi, educativi, l’Uruguay paga con i formaggi, il Nicaragua con carni e fagioli. Un terzo principio, fondamentale, è quello dell’eguaglianza, contrariamente a quanto avviene nel caso dell’Unione Europea in cui ciascun partecipante ha un peso diverso nelle votazioni in funzione del volume della propria economia. Nelle nostre istituzioni regionali ciascun paese ha lo stesso peso degli altri. Abbiamo creato un esperimento di moneta unica: il Sucre. Si tratta di una moneta virtuale che serve a sostituire il dollaro, ma che non dà luogo alla cessione della sovranità monetaria a un “centro” come avviene qui con l’Euro. C’è anche la CELAC, cui facevo riferimento prima: uno spazio politico la cui funzione è in certo modo di sostituire l’Organizzazione degli Stati Americani su basi più democratiche, senza la presenza di Canada e Stati Uniti. E infine c’è Mercosur, un organismo d’importanza capitale in questo momento. Inizialmente vi aderivano Paraguay, Argentina, Brasile e Uruguay: due giganti e due nani. Noi siamo entrati a farne parte, e questo ha dato all’istituzione maggiore equilibrio: noi non siamo né nani né giganti, ma la nostra adesione ha aperto uno spazio democratico di discussione. Siamo entrati con il petrolio e stiamo lavorando per far aderire Ecuador, Bolivia e chiunque volesse entrare, anche per sostituire il vecchio Mercato andino costituito da Colombia, Perù, Venezuela ed Ecuador. Ma vogliamo anche fare del Mercosur un centro di negoziazione della regione, per non negoziare isolati ma invece come polo regionale e modificare le relazioni doganali per evitare di continuare a essere sfruttati grazie a meccanismi dettati dagli Stati Uniti e dalle altre potenze. Tutto ciò sta già dando risultati importanti.

Il consolidarsi dell’Alleanza del Pacifico tra Messico, Colombia, Perù e Cile può mettere in discussione il processo d’integrazione latinoamericana?
L’ Alleanza del Pacifico è ciò che resta dell’ALCA. I quattro paesi che ne fanno parte hanno probabilmente fatto una scelta che ritengono più vantaggiosa dal punto di vista politico e in considerazione della loro vicinanza agli Stati Uniti. Non credo che ci danneggeranno.

[Si ringrazia per la segnalazione Leonardo Landi – *articolo originalmente pubblicato in liberazione.it]

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