Filmmaker inglesi chiedono di bloccare il cine-festival israeliano

da hispantv

Più di 40 registi e artisti inglesi chiedono che le sale cinematografiche fermino le proiezioni dei film israeliani a causa delle politiche adottate dal regime usurpatore contro i territori palestinesi.

Come riporta il The Guardian, i registi britannici hanno fatto un appello, attraverso una lettera, nel quale si chiede alle catene dei cinema, in tutto il Regno Unito, di cessare le loro proiezioni per il festival del cinema israeliano che si apre questa settimana.

«Questi cinema ignorano l’invito del 2004 da parte della società civile palestinese in merito alle sanzioni contro (il regime) Israele fino a quando non rispetta il diritto internazionale e finisca di allontanare illegalmente i palestinesi, la discriminazione nei loro confronti e l’occupazione delle loro terre», si legge nella lettera firmata da più di quaranta artisti e registi.

Il Festival del Cinema e della Televisione di Londra e Israele si aprirà con una serata di gala presso sala Bafta, domani. Le proiezioni sono in programma anche in altri sale, tra le quali Curzon Soho e Odeon Swiss Cottage, a Londra, secondo quanto riporta The Guardian.

Nella lettera si sostiene, inoltre, che poiché i film sono finanziati dal regime israeliano, attraverso la sua ambasciata a Londra, i cinema sono tacitamente compiacenti, politicamente, di questo regime.

«Questi cinema diventano complici silenziosi della violenza inflitta alla popolazione palestinese», si legge ancora nella lettera, aggiungendo che «questa collaborazione e cooperazione è inaccettabile. È assodato, comunque, che consapevolmente il regime di Tel Aviv ha fatto una violenta oppressione, sistematica e illegale sui palestinesi».

Infine, nella lettera, si precisa che l’intenzione non è di soffocare le voci dei singoli registi, ma di «rifiutare la partecipazione e il sostegno finanziario del regime israeliano».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Il presidente Maduro: «Le proteste sono il segnale che gli Stati Uniti vogliono il nostro petrolio»

di Pier Paolo Palermo

Caracas, 09mar2014.- Il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, ha accusato gli Stati Uniti di usare una serie di proteste di strada per orchestrare un golpe al rallentatore, in stile ucraino, contro il suo governo e mettere le mani sul petrolio venezuelano.

In una intervista esclusiva per il The Guardian ha sostenuto che quello che lui chiama una rivolta dei ricchi fallirà, poiché la Rivoluzione Bolivariana del Venezuela è più profondamente radicata ora che non quando respinse il colpo di stato appoggiato dagli Stati Uniti contro Chávez nell’anno 2002.

Il Venezuela ha dovuto far fronte a continue proteste violente fin dall’inizio del mese di febbraio, proteste che cominciarono quando i leader dell’opposizione lanciarono una campagna per far cadere Maduro sotto lo slogan “la salida”.

«Cercano di vendere al mondo l’idea che in Venezuela ci sono proteste, una specie di Primavera Araba», ha dichiarato. «Ma in Venezuela abbiamo già avuto la nostra primavera: la nostra Rivoluzione, che ha aperto il cammino alla Venezuela del XXI secolo».

Il conflitto è costato la vita a 39 persone ed è stato un importante banco di prova per il governo di Maduro.

Gli Stati Uniti negano di essere coinvolti e dichiarano che il Venezuela sta usando la scusa di una minaccia di colpo di stato per prendere misure decise contro l’opposizione. Human Rights Watch e illustri rappresentanti della Chiesa Cattolica del Venezuela hanno condannato la gestione delle proteste da parte del Governo, mentre Amnesty International ha denunciato violazioni dei diritti umani da entrambe le parti.

Maduro ha sostenuto che il Venezuela sta affrontando un tipo di guerra non convenzionale che gli Stati Uniti hanno perfezionato nel corso di decenni, e ha menzionato una serie di colpi di stato o tentativi di colpo di stato appoggiati dagli Stati Uniti dal 1960 (Brasile) fino al 2009 (Honduras).

Il leader sindacale, che ha rilasciato queste dichiarazioni dal Palazzo di Miraflores, ha detto che l’opposizione ha avuto come obiettivo quello di paralizzare tutte le principali città del paese, copiando un po’, in modo pessimo, quello che è successo in Ucraina, dove iniziarono a bloccare le arterie principali delle città fino a rendere ingovernabile Kiev e l’Ucraina, e far cadere il governo democratico. L’opposizione venezuelana aveva un piano simile.

Cercano di ingigantire i problemi economici attraverso una guerra economica, per provocare scarsità di prodotti sui mercati e stimolare un’inflazione fittizia.

Inoltre, creano problemi di carattere sociale, disturbi, insoddisfazione politica e violenza, e cercano di trasmettere l’immagine di un paese in fiamme per giustificare un processo di isolamento internazionale e perfino l’eventualità di un intervento straniero.

Parlando dei sostanziali miglioramenti della protezione sociale e della riduzione della disuguaglianza durante l’ultimo decennio e mezzo, Maduro ha dichiarato che all’epoca in cui era sindacalista non esisteva un solo programma per proteggere l’educazione, la salute, il diritto alla casa e i salari dei lavoratori. Era il regno del capitalismo neoliberista. Oggi in Venezuela è la classe operaia a sostenere la stabilità politica della Rivoluzione: è il paese in cui i ricchi protestano e i poveri celebrano la loro felicità sociale.

Il recente rilassamento dei controlli sulla moneta sembra aver avuto un effetto positivo, l’economia continua a crescere e il tasso di povertà continua a diminuire.

Circa 2.200 persone sono state fermate (190 sono ancora agli arresti) durante i due mesi di rivolte in cui i leader dell’opposizione hanno chiamato a infiammare le strade con la lotta.

Alla domanda su quanta responsabilità per gli omicidi spetta al Governo, Maduro ha risposto che il 95% delle morti sono state dovute a gruppi di estrema destra sulle barricate, e ha usato come esempio i tre motociclisti morti a causa di un cavo teso dai manifestanti da una parte all’altra della strada. Maduro ha dichiarato di aver istituito una commissione per fare chiarezza su ogni singolo caso.

Secondo il Presidente venezuelano i mezzi di comunicazione globali si sono abituati a promuovere la realtà virtuale di un movimento di studenti che viene represso da un governo autoritario. Quale governo non ha commesso errori politici o economici? Ma questo giustifica che si brucino università o si rovesci un governo democraticamente eletto?

Le proteste, che hanno avuto luogo in zone benestanti, hanno visto appiccare incendi a edifici del Governo, università e stazioni degli autobus. Leopoldo López, che partecipò al golpe del 2002, e due sindaci sono stati arrestati e accusati di incitamento alla violenza.

Maduro ha insistito che questo non vuol dire criminalizzare il dissenso. L’opposizione ha garanzie assolute e diritti. Abbiamo una democrazia aperta. Ma se un politico commette un crimine, chiama a rovesciare un governo legittimo e usa la sua posizione per bloccare strade, bruciare università e trasporti pubblici, i tribunali agiscono di conseguenza.

Il mese scorso il Segretario di Stato statunitense John Kerry ha dichiarato che il Venezuela sta portando avanti una campagna di terrore contro i suoi stessi cittadini. Tuttavia, l’Unione delle Nazioni Sudamericane (Unasur) e gli stati appartenenti al Mercosur hanno appoggiato il Governo del Venezuela e hanno esortato al dialogo politico.

Quando si è chiesto al Presidente del Venezuela che prove avesse di un coinvolgimento nordamericano nelle proteste, Maduro ha risposto: «Non sono sufficienti cento anni di interventi in America latina e nei Caraibi, contro Haiti, il Nicaragua, il Guatemala, il Cile, Grenada, il Brasile? Non è sufficiente il tentativo di golpe dell’amministrazione Bush contro Chávez? Perché gli Stati Uniti hanno 2.000 basi militari nel mondo? Per dominarlo. Ho detto al presidente Obama che non siamo più il suo giardino di casa».

Maduro ha fatto notare che le prove del coinvolgimento passato e presente degli Stati Uniti in Venezuela si trovano nelle comunicazioni raccolte da Wikileaks, le dichiarazioni di Edward Snowden, e in alcuni documenti del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti. Questi documenti includono comunicazioni dell’ambasciatore nordamericano in cui si tratteggiano i piani americani per dividere, isolare e penetrare il governo di Chávez, così come gli ingenti fondi che il governo degli Stati Uniti ha trasferito all’opposizione venezuelana durante l’ultimo decennio (alcuni attraverso agenzie come la USAID e l’Office for Transitional Initiatives), fra cui 5 milioni di dollari per un sostegno diretto nel corrente anno fiscale.

Le accuse del presidente Maduro arrivano una settimana dopo la rivelazione che USAID ha finanziato segretamente un sito web dedicato alle reti sociali dal quale si è incoraggiata la protesta politica e si sono appoggiati tumulti a Cuba, paese alleato del Venezuela, sotto il titolo “assistenza per lo sviluppo”. Alcuni rappresentanti della Casa Bianca hanno riconosciuto che questi programmi non sono esclusivamente per Cuba.

Il Presidente ha reso noto che accetterebbe una mediazione del Vaticano, se l’opposizione condanna la violenza. Tuttavia respinge le accuse che tanto lui quanto il movimento chavista avrebbero polarizzato troppo il confronto.

«Io non credo che in una democrazia la polarizzazione sia sbagliata. Sembra che sia di moda, da qualche tempo, cercare di trasformare la polarizzazione in una malattia. Magari si polarizzassero tutte le società democratiche del mondo. Una democrazia può funzionare solo se la società è politicizzata».

«La politica non è per poche élite di un partito di centro-sinistra e un partito di centro-destra, e le élite che si spartiscono la ricchezza», dice Maduro.

«In Venezuela c’è una polarizzazione positiva perché c’è una politicizzazione generale e le grandi masse prendono posizione sulle politiche pubbliche. Bisogna accettare che c’è una polarizzazione negativa che mira a disconoscere l’esistenza dell’altro, ad eliminare l’altro. Noi crediamo che questa polarizzazione negativa bisogna superarla con il dialogo nel paese».

 

Il Venezuela non è l’Ucraina

_mg_28951396122154La rappresentazione degli scontri in Venezuela è notevolmente deformata dai media occidentali. Questo è un classico conflitto fra destra e sinistra, ricchi e poveri.

di Mark Weisbrot – The Guadian

Le proteste attualmente in corso in Venezuela ricordano un altro momento storico in cui le rivolte di strada sono state usate da politici di destra nell’ambito del tentativo di rovesciare il governo eletto.

Dal dicembre del 2002 fino al febbraio 2003 ci furono scioperi per lo più di colletti bianchi dell’industria petrolifera nazionale, insieme ad alcuni imprenditori. I media statunitensi diedero a credere che la gran parte del paese era in sciopero contro il governo, quando in realtà si trattava di meno dell’uno per cento della forza lavoro.

La diffusione dei video fatti con i cellulari e dei social media nello scorso decennio hanno reso più difficile falsificare la rappresentazione di cose che possono essere facilmente filmate. Ma la situazione del Venezuela è ancora clamorosamente distorta dai principali mezzi di informazione. Il New York Times ha dovuto fare un errata corrige la scorsa settimana per un articolo che si apriva con la frase «L’unica stazione televisiva che trasmette regolarmente voci critiche verso il governo…». La realtà è che tutte le emittenti televisive private «trasmettono regolarmente voci critiche verso il governo». E i media privati hanno oltre il 90% del pubblico televisivo in Venezuela. Uno studio fatto dal Carter Center della campagna per le elezioni presidenziali lo scorso aprile ha mostrato un vantaggio del Presidente Maduro sullo sfidante Henrique Capriles in termini di copertura televisiva (57% contro 34%), ma quel vantaggio è sensibilmente ridotto quando si prendono in considerazione gli ascolti.

Sebbene si siano registrati abusi di potere e ci sia uno stato di diritto imperfetto in Venezuela (come capita in tutto l’emisfero), è ben lontano dall’essere lo Stato autoritario che la maggior parte dei consumatori di informazione occidentali sono portati a credere. I leader dell’opposizione cercano al momento di rovesciare il governo democraticamente eletto (è il loro fine esplicito) dipingendolo come una dittatura repressiva che sta soffocando proteste pacifiche. Questa è una tipica strategia di “cambiamento di regime”, che spesso comprende manifestazioni violente al fine di provocare violenza di Stato.

Gli ultimi numeri ufficiali parlano di otto vittime confermate fra i manifestanti dell’opposizione, ma non ci sono prove che queste siano il risultato degli sforzi da parte del governo di schiacciare il dissenso. Sono state uccise anche almeno due persone simpatizzanti del governo, e due motociclisti sono stati uccisi (uno decapitato) da fili metallici piazzati dai manifestanti. Undici delle cinquantacinque persone attualmente detenute per crimini che sarebbero stati commessi durante le proteste sono agenti delle forze dell’ordine.

Naturalmente la violenza è deplorevole da entrambe le parti, e i manifestanti detenuti (compreso il loro leader Leopoldo López) dovrebbero essere rilasciati su cauzione a meno che non ci sia un motivo legale e valido per la custodia cautelare. Ma è difficile argomentare, a partire da ciò che sappiamo, che il governo sta cercando di sopprimere una protesta pacifica.

Dal 1999 al 2003 l’opposizione venezuelana ha una strategia di «presa del potere manu militari», secondo Teodoro Petkoff, un giornalista di punta dell’opposizione che pubblica il quotidiano Tal Cual. In questo si scrivono il colpo di stato dell’aprile 2002 e lo sciopero petrolifero e padronale del dicembre 2002-febbraio 2003, che mise in ginocchio l’economia. Anche se l’opposizione alla fine ha optato per una via elettorale al potere, non è stato il processo che si vede nella maggior parte delle democrazie, in cui i partiti di opposizione accettano la legittimità del governo eletto e cercano di cooperare almeno su alcuni obiettivi comuni.

Una delle forze più importanti che hanno incoraggiato questa polarizzazione estrema è stato il governo degli Stati Uniti. È vero che altri governi di sinistra che hanno implementato cambiamenti economici di tipo progressista sono stati politicamente polarizzati: Bolivia, Ecuador e Argentina, ad esempio. Ma Washington si è impegnata per un “cambiamento di regime” in Venezuela più che in qualsiasi altro paese del Sudamerica; e non sorprende, dato che nel suo sottosuolo ci sono le più grandi risorse petrolifere del mondo. E questo ha sempre fornito ai politici di opposizione un forte incentivo a non lavorare nella cornice del sistema democratico.

Il Venezuela non è l’Ucraina, dove era possibile vedere i leader dell’opposizione collaborare pubblicamente con agenti statunitensi nei loro tentativi di rovesciare il governo, e non pagare apparentemente nessun prezzo per averlo fatto. Naturalmente gli Stati Uniti hanno aiutato l’opposizione venezuelana finanziandola: basta leggere i documenti del governo USA disponibili sul web per trovare circa 90.000.000 di dollari di finanziamenti statunitensi al Venezuela a partire dal 2000, compresi 5 milioni nell’attuale budget federale. Anche le pressioni per l’unità dell’opposizione e i consigli tattici e strategici aiutano: Washington ha decenni di esperienza nel rovesciare governi, e si tratta di un patrimonio di conoscenze specialistiche che non si imparano nei circuiti accademici. Ancora più importante è la sua enorme influenza sui media internazionali e quindi sull’opinione pubblica.

Quando John Kerry ha fatto dietro-front, ad aprile, riconoscendo i risultati delle elezioni venezuelane, ha determinato la fine della campagna dell’opposizione per il non riconoscimento. Ma la vicinanza della leadership dell’opposizione al governo statunitense è anche un punto di debolezza in un paese che è stato all’avanguardia della “seconda indipendenza” del Sud America iniziata con l’elezione di Hugo Chávez nel 1998. In un paese come l’Ucraina potevano sempre indicare la Russia (e ancora di più adesso) come una minaccia per l’indipendenza nazionale; i tentativi dei leader di opposizione venezuelani di dipingere Cuba come una minaccia per la sovranità venezuelana sono risibili. Sono solo gli Stati Uniti a minacciare l’indipendenza del Venezuela, con Washington che lotta per riprendere il controllo di una regione che ha perso.

A undici anni dallo sciopero petrolifero, le linee di divisione del 2002 non sono cambiate poi tanto. C’è l’ovvia divisione in classi, e c’è ancora una differenza percepibile in termini di colore della pelle fra l’opposizione (che è più bianca) e le folle partigiane del governo, cosa che non sorprende in un paese e in una macro-regione in cui il reddito e la razza sono spesso fortemente correlati.

Per quanto riguarda le leadership, una fa parte di un’alleanza macro-regionale anti-imperialista, l’altra ha Washington come alleato. E sì, c’è una grossa differenza fra le due leadership riguardo al rispetto per una democrazia elettorale ottenuta a duro prezzo, come è dimostrato dagli attuali scontri. Per l’America Latina, è una classica divisione fra sinistra e destra. Il leader dell’opposizione Henrique Capriles ha cercato di coprire questa distanza con una metamorfosi, trasformandosi dalla quintessenza della destra nel Lula del Venezuela nelle sue campagne presidenziali, lodando i programmi sociali di Chávez e promettendo di ampliarli. Ma ha avuto un atteggiamento altalenante per quanto riguarda il rispetto delle elezioni e della democrazia e, vistosi superato dall’estrema destra (Leopoldo López e María Corina Machado), la settimana scorsa ha rifiutato le offerte di dialogo del presidente. A conti fatti sono tutti troppo ricchi, elitari e di destra (pensate a Mitt Romeny e al suo disprezzo per il 47%) per un paese che ha ripetutamente votato per dei candidati che proponevano una piattaforma socialista.

Nel 2003, poiché non controllava l’industria petrolifera, il governo non aveva ancora mantenuto molte delle sue promesse. Un decennio più tardi, la povertà e la disoccupazione sono state ridotte di oltre la metà, la povertà estrema di oltre il 70%, e milioni di persone hanno pensioni che non avevano prima. La maggior parte dei venezuelani non getteranno via tutto questo perché hanno avuto un anno e mezzo di inflazione alta e una maggiore scarsità di beni di consumo. Nel 2012, secondo la World Bank, la povertà è diminuita del 20%, la diminuzione più sensibile nelle Americhe. I recenti problemi non durano da abbastanza tempo affinché la maggior parte della gente abbandoni un governo che ha innalzato il loro tenore di vita più di qualsiasi altro da decenni a questa parte.

[Trad. dall’inglese per ALBAinformazione di Pier Paolo Palermo – Si ringrazia Shirley Moore per la segnalazione]

 

Washington: l’unica città dove i ‘guarimberos’ raccolgono ampio sostegno

di Mark Weisbrot – The Guardian/AVN

Caracas, 22mar2014.- La verità sul Venezuela: una rivolta dei ricchi, non una «campagna di terrore».

Le immagini forgiano la realtà, ciò che danno alla televisione, i video e perfino le fotografie un potere con il quale possono scavare profondamente nella mente delle persone, senza che nemmeno esse se ne rendano conto. Pensavo di essere immune ai ripetitivi ritratti del Venezuela come Stato fallito nel mezzo di una ribellione popolare. Ma non ero preparato per quello che ho visto a Caracas questo mese: perché poco della vita quotidiana sembrava essere coinvolto nelle proteste, la normalità che regna nella grande maggioranza della città. Anche io ero stato ingannato dall’immagine mediatica.

Grandi media hanno riportato che i poveri in Venezuela non si sono uniti alle proteste della opposizione di destra, ma questo è un eufemismo: non si tratta solo del fatto che i poveri non si sono uniti alle manifestazioni di protesta – a Caracas, sono quasi tutti a non essersi uniti, eccetto in poche aree come Altamira, dove piccoli gruppi di manifestanti scatenano in battaglie notturne con le forze della sicurezza, lanciano pietre e bombe molotov e scappano dal gas lacrimogeno.

Camminando dal quartiere della classe lavoratrice Sabana Grande fino al centro della città, non ci sono segnali che il Venezuela sia sul bordo di una “crisi” che richieda l’intervento della Organizzazione degli Stati Americani (OSA), nonostante ciò che afferma John Kerry. Anche la Metro lavora molto bene, pur se non ho potuto scendere alla stazione di Altamira, dove i ‘ribelli’ avevano organizzato la propria base di operazioni fino a quando questa settimana non sono stati sgomberati.

Sono riuscito a vedere le barricate la prima volta a Los Palos Grandes, un’area di classe alta dove i manifestanti, qui sì, hanno sostegno ed i vicini inveiscono contro chiunque cerchi di rimuovere le barricate – cosa rischiosa da fare (almeno quattro persone probabilmente sono morte per colpi di arma da fuoco per averci provato). Ma anche qui, sulle barricate, la vita era piuttosto normale, se non fosse per il traffico intenso. Il fine settimana, Parque del Este era pieno di famiglie e di gente impegnata a fare jogging sudando per il gran caldo, 32 gradi centigradi – prima di Chávez, si pagava per entrare e gli abitanti, secondo quello che mi è stato riferito, erano piuttosto infastiditi perché ai più poveri era permesso entrare gratis. I ristoranti la notte continuano ad essere pieni.

Viaggiare aiuta a verificare la realtà un po’ di più, ovviamente, ed io ho visitato Caracas principalmente per recuperare informazioni sulle questioni economiche. Sono venuto piuttosto scettico rispetto a quanto si racconta, di ciò che quotidianamente viene riportato nei media, relativamente al fatto che la mancanza di approvvigionamento dei prodotti fondamentali fosse la causa delle proteste. La gente alla quale la mancanza di reperibilità dei prodotti alimentari crea maggiori problemi, ovviamente, sono i più poveri e le classi lavoratrici. Ma gli abitanti di Los Palos Grandes e Altamira, dove ho visto vere proteste, hanno la servitù che fa la fila per loro allo scopo di rimediare quello di cui hanno bisogno ed hanno introiti e spazi per accumulare alcuni stock.

Questa gente non sta certo soffrendo – le cose per loro vanno molto bene. I loro guadagni sono non poco aumentati da quando il governo di Chávez ha preso il controllo dell’industria petrolifera un decennio fa. Hanno persino un notevole appoggio da parte del governo: chiunque abbia carte di credito (non certo i poveri ed i milioni di lavoratori) ha diritto a 3.000 dollari l’anno, ad un tasso di cambio sussidiato. Dopodiché, possono vendere i dollari sei volte più cari di quanto li hanno pagati, la qual cosa significa un sussidio annuale multimilionario in dollari per i privilegiati – nonostante ciò costoro sono proprio quelli che ingrossano le truppe di base della sedizione.

La natura di classe di questa lotta è sempre stata cruda ed irrefutabile, oggi più che mai. Camminando tra le masse che hanno partecipato alle cerimonie per il primo anniversario della morte di Chávez, il 5 marzo, si vedeva un mare di venezuelani lavoratori, decine di migliaia. Non avevano vestiti di lusso né scarpe da 300 dollari. Palese contrasto con gli scontenti di Los Palos Grandes, che vanno in giro con fuoristrada Grand Cherokee da 40 mila dollari con su scritto sui parabrezza lo slogan del momento: SOS VENEZUELA.

Per quanto si riferisce al Venezuela, John Kerry sa bene da che lato della guerra di classe stare. La settimana scorsa, proprio quando ero in partenza, il Segretario di Stato degli USA ha incrementato la sua scarica di retorica contro il governo, accusando il presidente Nicolás Maduro di fomentare una “campagna di terrore contro il suo popolo”. Kerry ha anche minacciato di appellarsi alla Carta Democratica Interamericana dell’OSA contra il Venezuela, e ha minacciato di applicare sanzioni.

Farsi forza sulla Carta Democratica contro il Venezuela equivale quasi a minacciare Vladimir Putin con un voto dell’ONU sulla secessione della Crimea. Forse Kerry non se n’è reso conto, ma solo pochi giorni prima della sua minaccia, la OSA ha votato una risoluzione che Washington ha avanzato contro il Venezuela e gli ha voltato le spalle, esprimendo la “solidarietà” dell’organismo regionale al governo di Maduro. Ventinove paesi hanno approvato e solo i governi di destra di Panamá e Canadá hanno sostenuto gli USA.

L’articolo 21 della Carta Democratica dell’OSA applica di fronte «all’interruzione incostituzionale dell’ordine democratico di uno Stato membro» (come il golpe militare del 2009 in Honduras, il quale Washington ha aiutato a legittimare, o il golpe militare del 2002 in Venezuela, che ha contato con l’appoggio anche maggiore del governo USA). Dopo questo recente voto, la OSA potrebbe invocare la Carta Democratica a maggior ragione contro il governo degli USA, per la morti di cui sono responsabili i suoi droni ai danni di cittadini statunitensi senza alcun processo, invece che contro il Venezuela.

La retorica della «campagna del terrore» di Kerry è allo stesso modo separata dalla realtà  e come era da aspettarsi ha provocato una risposta equivalente del Cancelliere del Venezuela, che ha definito Kerry un “assassino”. Questa è la verità sulle accuse mosse da Kerry: da quando sono iniziate le proteste in Venezuela, risulta che ci sono stati più vittime a causa dei manifestanti che per mano delle forze di sicurezza. Secondo i dati riportati dal CEPR (Centro de Investigación en Economía y Política) durante gli ultimi mesi, oltre a coloro che sono stati assassinati nel tentativo di rimuovere le barricate approntate dai manifestanti, si sospetta che almeno sette persone sono morte a causa degli ostacoli frapposti dai manifestanti – includendo in questa lista un motociclista decapitato con un filo d’acciaio collocato di traverso sulla strada  – e cinque ufficiali della Guardia Nacional sono stati assassinati.

Rispetto alla violenza esercitata da parte di corpi di sicurezza, si presume che tre persone potrebbero essere morte a causa dell’intervento della Guardia Nacional o altre forze di sicurezza – inclusi due manifestanti ed un attivista che appoggiava il governo. Alcuni accusano il governo per altri tre morti per mano di civili armati; in un paese con una media di oltre 65 omicidi al giorno* è probabile che questa gente agisca per proprio conto.

Un totale di 21 membri delle forze di sicurezza sono in stato di arresto per presunti abusi, incluso per alcuni degli omicidi. Questa non è una «campagna di terrore».

Allo stesso tempo, è difficile trovare una denuncia seria sulla violenza tra i più importanti leaders della opposizione. Secondo i dati dei sondaggi, le proteste sono rigettate in gran misura in Venezuela, anche se dall’estero sono più accettate quando sono presentate come “proteste pacifiche” da gente come Kerry. I sondaggi suggeriscono persino che la maggioranza dei venezuelani vedono queste proteste per quello che sono: un intento di far cadere un governo eletto.

La politica interna della posizione di Kerry è piuttosto semplice. Da un lato, ha la lobby cubano-americana della destra in Florida ed il suoi alleati neo-conservatori gridano a favore dell’abbattimento del governo. A sinistra dell’estrema destra, bhé, non c’è nulla. A questa Casa Bianca le importa molto poco dell’America Latina e non ci sono conseguenze elettorali per far sì che la maggioranza dei governi dell’emisfero provi molestia per Washington.

Forse Kerry pensa che l’economia del Venezuela collasserà e che ciò porterà a che alcuni Venezuelani non ricchi contro il governo nelle strade. Ma la situazione economica in realtà si sta stabilizzando – l’inflazione mensile si è abbassata a febbraio ed il dollaro del mercato parallelo è drasticamente diminuito di fronte alle notizie che il governo sta introducendo un nuovo tasso di cambio funzionale al mercato. I buoni sovrani del Venezuela hanno registrato un rendimento del 11,5% dall’11 febbraio (il giorno che sono iniziate le proteste) al 13 marzo, il più alto rendimento secondo l’indice dei buoni dei mercati emergenti di Bloomberg. Verosimilmente le difficoltà di approvvigionamento si ridurranno via via nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.

Come è ovvio, questo è esattamente il principale problema dell’opposizione: le prossime elezioni ci saranno tra un anno e mezzo e per quella data, i problemi economici e l’inflazione che sono aumenti tanto negli ultimi 15 mesi si saranno alleviati. In tal senso, è probabile che l’opposizione perderà le elezioni legislative, così come ha perso quasi tutte le elezione negli ultimi 15 anni. La loro attuale strategia insurrezionale, però, non sta aiutando la loro causa: sembra che le proteste abbiano avuto come risultato la divisione dell’opposizione ed hanno favorito l’unità dei chavisti.

L’unico posto dove l’opposizione ha raccolto un ampio sostengo pare essere Washington.

* Secondo l’articolo di Luis Britto García, “La violencia en Venezuela”, le cifre sulla questione sicurezza provengono dalla Encuesta Nacional de Victimización y Percepción de Seguridad Ciudadana 2009, (Caracas, mayo 2010) realizzata dall’INE, che tra altre incongruenze “ha percepito” che quell’anno 21.132 omicidi sono stati causa solo di 19.113 vittime, cosa che ha portato ad un esorbitante tasso “percepito” di 75,08 omicidi ogni 100.000 abitanti. Il Ministro del Potere Popolare per la Giustizia e la Pace, Rodríguez Torres ha dichiarato che al 28 dicembre 2013 il tasso reale era di 39 ogni 100.000 abitanti (AFP). Per un miglior approfondimento del fenomeno si consiglia anche Dario Azzellini: http://www.aporrea.org/actualidad/a183626.html
http://www.azzellini.net/es/node/235

[Si ringrazia il Circolo Bolivariano “Antonio Gramsci” di Caracas per la segnalazione. Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Ciro Brescia – testo tradotto dall’inglese a cura di AVN]

Hugo Chávez ha ancora un ascendente sul popolo venezuelano, perché é uno di loro

Supporters of Venezuelan president  Hugo Chavezdi Edward Ellis – The Guardian

Le cronache del Venezuela fatte dall’esterno raramente catturano la fedeltà incrollabile che Chávez, recentemente rieletto, ispira.

Hugo Chávez ha vinto le elezioni presidenziali venezuelane, battendo il rivale conservatore Henrique Capriles con un margine superiore al 9% dei suffragi, e garantendosi un terzo mandato della durata di sei anni alla guida dello stato membro dell’Opec. L’affluenza alle urne ha raggiunto uno stupefacente 80,4 % dell’elettorato.

Nell’ultimo mese, è stato erroneamente pronosticato da molti che quest’elezione sarebbe stata un testa a testa fra un giovane e vivace candidato d’opposizione, Capriles, e un Chávez malaticcio e ormai finito, con le sue antiquate idee socialiste che avevano finalmente esaurito il loro corso. L’immenso sostegno di cui Chávez gode ancora dopo tredici anni al potere è raramente fotografato con esattezza da chi racconta il paese dal di fuori.

Io stesso ho avuto un promemoria in tal senso poco prima delle elezioni, quando sono stato così fortunato da farmi qualche bicchiere insieme a un collega cineasta venezuelano in un luogo di Caracas al quale gli abitanti del posto fanno riferimento, lasciandoti un tantino perplesso, con l’affettuoso nomignolo di “Vicolo degli Accoltellamenti”. Il quartiere è zona chavista, lontano chilometri dai club esclusivi che attraggono i benestanti della città. Non mi sorprese vedere il comandante nel televisore malandato del bar.

Come era prevedibile, la conversazione virò sulla politica. Fra un sorso e l’altro di rum Cacique, il mio amico ed io spaziavamo fra diversi argomenti: io facevo l’avvocato del diavolo criticando il governo per il suo paternalismo e per il fatto che non riesce a modificare veramente l’economia del paese, basata sulla rendita petrolifera, e lui difendeva l’amministrazione su quasi tutti i fronti.

Continuai a incalzare il mio collega a testa bassa, finché non si voltò verso di me con aria severa e annunciò in tono piuttosto grave e inquietante: «Non esiterei a sacrificare la mia vita per difendere questo presidente. È l’unico che abbia fatto qualcosa per il popolo venezuelano».

Questa dichiarazione, uscita dalla bocca di un lavoratore venezuelano con un’istruzione di livello universitario (l’equivalente di “Joe l’idraulico ” negli Stati Uniti), mi prese alla sprovvista. Da gringo quale sono, non mi ci vedo proprio a prendere le armi per difendere un qualsiasi politico. Così, mentre la conversazione si esauriva in un’atmosfera di leggero imbarazzo, non mi restava che prendere atto di come, dopo tutti questi anni, Chávez potesse ancora suscitare una fedeltà così incrollabile nei suoi sostenitori.

Nessuno può negare i benefici concreti che molti venezuelani hanno ricevuto da quando il leader della “Rivoluzione bolivariana” è salito al potere per la prima volta, nel 1999. Il suo governo ha esteso l’istruzione e l’assistenza sanitaria, abbattendo allo stesso tempo la povertà, e scrivendo una delle costituzioni più avanzate del mondo. L’economia è andata bene, grazie al prezzo alto del petrolio, e, nonostante non sia riuscito ad affrontare efficacemente il problema della sicurezza e della violenza criminale, il presidente in carica può vantare alcuni successi non da poco.

Ma c’è qualcosa di più profondo, che è sfuggito allo sguardo dei commentatori stranieri, i quali per anni hanno dipinto Chávez o come un dittatore autocratico, o come un buffone pieno di petrodollari. La verità è che Chávez è un venezuelano: non c’è un rappresentate del carattere nazionale più autentico di lui. È amante della compagnia, loquace, fortemente nazionalista, contraddittorio, a volte petulante, e mostra un’abilità fuori dal comune, camaleontica, di rappresentare tutto per tutti.

I critici descrivono queste caratteristiche come semplice “populismo”, ma Chávez ha fatto anche qualcosa che nessun leader politico prima di lui aveva fatto. Senza timori reverenziali né cedimenti, ha proiettato l’immagine di un Venezuela indipendente e sovrano sulla scena internazionale. Facendolo, ha spezzato la tradizione di asservimento che aveva caratterizzato il paese per decenni. Questa rivendicazione della “venezuelanità” su scala globale è stata uno dei suoi più grandi trionfi, agli occhi di un popolo desideroso di essere considerato alla pari con quelli del Nord del mondo.

Naturalmente c’è un forte movimento di opposizione nel paese, che ha gli Stati Uniti e l’Europa come modello di società e che guarda a Chávez con la stessa repulsione che riserva alle “scimmie che vivono nei bassifondi”, come mi ha confidato oggi un ingegnere venezuelano. Ma se è vero che esiste un’opposizione convinta, devo ancora trovare nelle sue fila la devozione che ho trovato fra i chavisti. E certamente non ho incontrato nessuno che mi abbia confessato di essere disposto a farsi sparare per Henrique Capriles.

[trad. dall’inglese di Pier Paolo Palermo]

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