Bilancio e proposte in base all’esperienza vissuta in Rivoluzione

Risultati immagini per mision caracas 2003di Thaís Rodríguez Gómez

Dopo un’assenza di circa due mesi, Caracas mi accoglie con una brezza gelida davanti alla collina Mario Briceño Iragorry a Propatria. Questa collina mi ricorda tante cose dalla fase più felice della mia gioventù: l’inizio della Rivoluzione Bolivariana. Nel 2003, il Comandante Chávez affidò il compito di realizzare la Missione Caracas al primo gruppo di giovani del Fronte Francisco de Miranda, con l’obiettivo di entrare nei quartieri più poveri della capitale, vivere con la gente e realizzare una valutazione sociale che individuasse i bisogni più urgenti della popolazione. Ci andai, da Barquisimeto a Caracas, ispirata da un vortice di idee e speranze, appena quindicenne, con centinaia di giovani provenienti da diverse parti del paese.

Risultati immagini per mision caracas 2003“Ragazzi andate, siate i miei occhi, ovunque fate come se foste Chávez, aiutatemi”, ci disse.

Per quelle coincidenza della vita, il gruppo 5 degli operatori sociali di cui facevo parte doveva arrivare nel quartiere Mario Briceño Iragorry, lo stesso nome del liceo nel quale cominciavo il quinto anno di studi superiori a Barquisimeto.

Mario Briceño era un giovane storico di quella generazione che ha combattuto la dittatura gomezista e che scrisse uno dei più importanti documenti patriottici e antimperialisti “Mensaje sin destino”, nel quale definiva l’intero settore alienato e filo-imperialista della nostra popolazione come “piti yanquis”… per me non fu un caso dover vivere e lavorare per quasi due mesi in un quartiere che porta il suo nome.

In quel quartiere, sin dal primo giorno, compresi appieno Chávez, la sua insistenza, la sua impazienza e la sua urgenza di trovare soluzioni, caratteristiche che l’avrebbero accompagnato dall’inizio della sua vita politica fino al suo ultimo respiro.

Mario Briceño è un quartiere come ce ne sono tanti a Caracas e in Venezuela, dove la povertà si percepisce sui volti della gente. La cosa peggiore non era la miseria materiale, bensì quella spirituale che generalmente l’accompagna: bambini senza padre, senza scuola e con problemi di malnutrizione.

Risultati immagini per mision caracas 2003La prima esperienza che ho avuto è stata quando sono entrata nella casa che ci avrebbe ospitato. Mentre cercavo di raggiungere la finestra (per ogni ragazza che viene da una città pianeggiante è irresistibile arrivare in alto per poi guardare in giù), ma non mi lasciarono nemmeno affacciare poiché, con calma ma con fermezza, mi ammonirono: “No ragazza, non affacciarti. C’è una sparatoria dall’altra parte della collina e un proiettile può arrivare pure qui”. Il monito mi fu dato da Helen, la padrona di casa, donna instancabile e di convinzioni granitiche, una di quelle attiviste di quartiere che sono più importanti di qualsiasi leader politico. In questi 16 anni, da quando l’ho incontrata, ogni volta che la rivedo, le domando: Helen, come stai? E lei risponde puntualmente: sempre uguale, in lotta.

Helen aveva una piccola casa dove viveva con le sue tre figlie, ognuna delle quali aveva un compagno e un figlio. Ci disse senza riserve: “tutti rimarranno qui”; eppure il nostro gruppo era formato da 25 giovani e in aggiunta di tanto in tanto Daniel (uno dei ragazzi del gruppo) portava a casa qualche cucciolo che faceva pipì ovunque. Durante la notte non si poteva circolare nell’appartamento perché il pavimento era ricoperto di materassi che, solo la mattina molto presto, venivano tolti. Dopo un mese che abitavano con Helen, lo spazio si ridusse ancora di più perché fu data una delle tre stanze alla prima coppia di medici cubani che arrivarono nel quartiere.

Che cosa facevamo lì? Ci dividemmo in gruppi di tre persone per andare in giro, entrare nelle case e parlare con la gente, riempiendo un questionario dove si chiedevano varie informazioni: nucleo familiare, grado di istruzione, occupazione, reddito, aspirazioni di miglioramento della comunità, quali mezzi di informazione e che tipo di divertimento preferissero. Pochi giorni dopo eravamo già molto conosciuti nel quartiere e cominciammo a coordinarci con i leaders della comunità per organizzare attività culturali e sportive.

Durante le mie passeggiate nel quartiere ho avuto un compagno inseparabile che mi assicurava che mi avrebbe protetto da qualsiasi cosa, era Manuel, otto anni. “Tu sei la mia ragazza e io mi prenderò cura di te”, mi disse. Aveva perso la vista da un occhio e uno scarso sviluppo fisico ne denunciava la malnutrizione. Era il primo di sei fratelli, gli ultimi due nati con malformazioni genetiche. Vivevano in una specie di grotta, un luogo dove la luce del sole non entrava mai, la madre era tossicodipendente e non c’erano indizi che i genitori si riavvicinassero. Chi era sempre al suo posto era la nonna, una donna che appariva già anziana, ma probabilmente non era tanto vecchia. Bastava guardarle le mani e gli occhi per intuire quanto dura fosse stata la vita con lei. Questa famiglia è stato uno dei casi che abbiamo segnalato con insistenza e a cui facemmo ottenere l’assistenza sociale.

Lì a Briceño ho capito cosa c’è veramente dietro le statistiche, perché è facile dire: 65% di povertà, 25% di povertà estrema, 3 miliardi di dollari persi durante il sabotaggio petrolifero… ma solo quando ti confronti con la realtà le cifre ti entrano come un pugnale fin nel profondo dell’anima.

Nel 2003, periodo in cui portammo a terminare la valutazione sociale e allo stesso tempo svolgemmo altri compiti, Chávez promosse la realizzazione più amorevole ed efficace della nostra Rivoluzione: Le Missioni Sociali. I medici venivano da Cuba, perché in Venezuela i pochi che avevamo non volevano andare nei quartiere popolari o in campagna; mentre le cubane e i cubani si inerpicavano sulle colline, attraversavano fiumi, montagne, savane e dormivano sui materassini. Con una provvista di medicinali, organizzarono, insieme alla comunità, ambulatori di fortuna. Successivamente furono costruiti i moduli sanitari, i Centri di diagnosi integrale e i Centri ad alta tecnologia.

In quel periodo furono creati anche i Mercales e Mercalitos, le case del cibo dove le donne del quartiere si rimboccavano le maniche per cucinare per famiglie come quella del piccolo Manuel. Allo stesso tempo, i gruppi di volontari per la Missione Robinson cominciavano a formarsi. La Missione Robinson ha insegnato ad adulti e anziani a leggere e scrivere e così nel 2005 il Venezuela è stato dichiarato territorio libero dall’analfabetismo, nonostante i media di destra li deridessero affermando: “pappagallo vecchio non impara a parlare”. Alla fine di quell’anno, il 2003, iniziarono i censimenti per la Missione Rivas e Missione Sucre, per le scuole superiori e l’università.

Risultati immagini per mision caracas 2003Passarono gli anni e si aggiunsero un numero infinito di conquiste sociali: l’Università Bolivariana del Venezuela (dove mi sono laureata come comunicatrice sociale), villaggi universitari in tutto il paese, fu fondata ViVe Televisión (dove imparai a raccontare le storie della nostra rivoluzione), si promossero miglioramenti nelle comunità attraverso i comitati per i terreni urbani, per la salute, per la pianificazione e più tardi i Consigli Comunali. Si raggiunse il risultato di ridurre la povertà all’8%, ottenemmo la piena sovranità sul petrolio (recuperando PDVSA), la nazionalizzazione della fascia petrolifera dell’Orinoco (azione che permise di garantire le risorse economiche per la politica di assistenza sociale). Se citassi una ad una le opere compiute durane la rivoluzione, certamente potrei scrivere un libro di centinaia di pagine.

Nel 2012 a Caracas conobbi il mio amico Javier, che vive nel quartiere Isaías Medina Angarita, proprio di fronte a Mario Briceño e fu inevitabile non fare un bilancio. La prima cosa che mi sono detta è stata: “Ce l’abbiamo fatta!”. Anche se c’era ancora molto da fare, non avevamo più bambini denutriti come Manuel. I ragazzini erano in salute, disputavano tornei di calcio organizzato dal Consiglio Comunale, le facciate degli edifici del Barrio Nuevo e del Barrio Tricolor erano vivacemente colorate, e insomma, nei volti della gente non si leggeva più miseria spirituale, bensì gioia e ottimismo.

Questo risultato fu conseguito grazie alle missioni nate dall’impegno febbrile di centinaia di migliaia di patriote e patrioti disposti a riprendersi il Paese; e, già consolidata la rivoluzione, progetti di successo come la Grande Missione Abitativa Venezuela e una lunga lista di altre cose straordinarie, noi le rendemmo ordinarie. Purtroppo alcuni smemorati attribuiscono questi risultati alla 4a Repubblica, quando invece sono conquiste sociali raggiunte col chavismo.
Questo abbiamo fatto, e dico abbiamo, perché tutti insieme, patrioti e patriote, abbiamo raggiunto questi risultati e di questo sarò sempre orgogliosa. Oggi, 20 luglio 2019, torno a casa di Javier e inevitabilmente ancora una volta si deve fare bilancio: mi rendo perfettamente conto che in termini materiali siamo regrediti, una percezione della realtà che coincide con i dati recentemente pubblicati dalla Banca Centrale del Venezuela, che indicano che siamo tornati agli stessi indici economici del 1999, cioè, che in sei anni di crisi, sotto il profilo economico, siamo tornati al punto di partenza. Tutto questo per i molteplici motivi che hanno generato la crisi iniziata nel 2013. Tuttavia, al di là delle cifre, dobbiamo valutare il campo soggettivo, e lì ci rendiamo conto che la rivoluzione ha inciso, perché c’è un popolo impoverito ma che resiste, con espedienti, speranza e con autostima.

Conosciamo bene le cause di questa crisi. Ce ne sono di esterne: il crollo del prezzo del petrolio, in caduta libera per 2 anni consecutivi, l’attacco alla moneta (componente principale della crisi), il blocco e le sanzioni economiche degli Stati Uniti, il furto del complesso delle raffinerie Citgo, la rapina di parte delle nostre riserve auree e del denaro dallo Stato Venezuelano depositato su conti bancari, e per finire, il sabotaggio della borghesia parassitaria.

La crisi però è dovuta anche cause interne, che ci rendono vulnerabili alle aggressioni: la fuga di capitali operata da una parte del settore imprenditoriale con il consenso di un’amministrazione pubblica corrotta, l’inefficienza, la negligenza nelle istituzioni e nelle aziende dello Stato, con il popolo che patisce per la scarsa qualità dei servizi di base (avvertita pesantemente nella maggior parte degli stati del paese, e molto prima che cominciassero gli attacchi al sistema elettrico); inoltre è necessario sottolineare la problematica fornitura del gas, perché, benché il nostro paese sia una delle maggiori potenze nel settore degli idrocarburi, intere popolazioni, anche all’interno delle grandi città, cucinano con la legna, prassi che provoca effetti dannosi alla salute oltre a produrre un forte impatto sull’ambiente a causa dell’abbattimento indiscriminato degli alberi; la scarsa attenzione, i ritardi e in molti casi la richiesta di indebite commissioni per lo svolgimento delle pratiche nella pubblica amministrazione; l’azione senza scrupoli dei funzionari della GNB (Guardia Nazionale Bolivariana), lungo autostrade e superstrade, che esigono mazzette da chi trasporta forniture (alimenti compresi) affinché tutto fili liscio; la corruzione, che non costituisce solo un problema etico, ma ha assunto dimensioni strutturali al punto da aggravare le dinamiche economiche del paese (quest’ultimo punto meriterebbe un articolo intero), e si potrebbe continuare.

È importante analizzare le responsabilità dirette di chi governa oggi, per mutare il corso delle cose. Ovviamente dalla destra, dai nemici, non ci aspettiamo cambiamenti, al contrario, ci aspettiamo ancora sabotaggi e azioni contro il popolo. Ci tocca continuare a resistere, ma in condizioni di uguaglianza, con un’amministrazione rivoluzionaria delle risorse, senza scuse assurde che fanno perdere legittimità alla dirigenza. Perché è evidente che non tutti abbiamo vissuto la crisi nelle stesse condizioni, che c’è un popolo che si sacrifica da solo, resistendo nonostante alcuni godano di privilegi grotteschi, addirittura alcuni dirigenti che si dicono chavisti, oltre che il settore commerciale, imprenditoriale e la classe politica d’opposizione. In breve, la gestione della crisi si è svolta nel quadro dell’economia capitalistica e quindi è toccato ai lavoratori e alle lavoratrici soffrire, ma la piramide deve essere invertita.

Mi chiedo:

Perché non affrontare i problemi con lo stesso spirito febbrile che ha caratterizzato l’inizio della rivoluzione, in modo da risolvere i bisogni più urgenti della popolazione? Che siano coinvolti i sindaci, i governatori, i ministri, che girino in lungo e largo il paese, organizzando e accompagnando il popolo! Purtroppo li vediamo tutti molto distanti, muoversi su grandi SUV, temendo di avvicinare il popolo, e quando appaiono in TV, sono quasi tutti ingrassati.

Perché non attivare un piano di risanamento di PDVSA, con la partecipazione di tecnici e ingegneri patrioti che, con le loro conoscenze, creatività e onestà, promuovano un programma di lavoro che recuperi le molte aree attualmente inattive o carenti? Sì, è possibile! L’Esercito Produttivo (un gruppo di lavoratori ingegneri che su base volontaria hanno superato ogni genere di ostacoli, compreso il sabotaggio della burocrazia), l’anno scorso ha raggiunto gli obiettivi prestabiliti della Battaglia Produttiva nel complesso di raffinazione del Paraguaná: in brevissimo tempo hanno riparato numerose strutture con le proprie sole forze. Esperienze come queste dovrebbero essere parte di un Programma Statale e non solo un’iniziativa popolare nata dalla lotta contro strutture amministrative, che per oscure ragioni, vi si oppongono.

Perché non implementare un metodo di gestione trasparente che miri a sradicare le pratiche di corruzione nell’industria, in particolare nel settore Commercio e Forniture, cervello commerciale della PDVSA? Il recupero dell’industria, in questo momento particolare, è la cosa più urgente per garantire le risorse necessarie alla società.

Perché non vediamo piccoli mercalitos nei quartieri? Per di più se diamo un’occhiata ai negozi Clap nel CCCT [Centro Ciudad Comercial Tamanaco, un centro commerciale situato a Caracas, NdT] troveremo prodotti importati a prezzi inaccessibili alla maggioranza della popolazione. Molti di questi articoli: liquori, condizionatori d’aria, trucco e altri beni d’importazioni, non sono certo beni di prima necessità!

In piena crisi alimentare, perché non dichiariamo guerra ai latifondi, come fece Chávez nel 2006, incentivando la produzione, invece di sfollare i contadini per garantire la terra ai privati? Perché criminalizzare i contadini più poveri, che hanno dato sangue e sudore per la rivoluzione, invece di sostenere con i fondi statali la mafia agraria che cospira contro il governo?

Si potrebbe preparare un piano di lavoro per la terra, stabilendo obiettivi di produzione dove, dal Presidente al Ministro, fino ai funzionari, i quali con il loro esempio incentivano, contribuendo con giornate di lavoro volontario, il raggiungimento degli obiettivi. È necessaria una grande alleanza con i contadini organizzati nelle Comuni.

Perché non vediamo coinvolti i militari nei compiti urgenti di piantare, produrre e recuperare le aree, come è stato fatto all’inizio della rivoluzione con il Piano Bolivar 2000, quando la necessità di superare la povertà è stata affrontata senza disporre di risorse anche perché all’epoca PDVSA non era ancora stata nazionalizzata? Torniamo all’unità civico-militare proposta dal Comandante Chávez e sradichiamo gli abusi e la corruzione all’interno della FANB.

Correggiamoci, torniamo sulla strada indicata da Chávez, perché la gente resiste e questo si aspetta.

La dirigenza, almeno la parte ragionevole che ancora resta, deve scendere per le strade, incontrando i bambini che deambulano per Sabana Grande, o in qualche altro angolo del paese, parlare con le donne che bloccano le strade perché manca il gas, guardarle in faccia, impegnarsi e non voltare le spalle a quella speranza che vive ancora negli occhi della gente… scuotersi e agire, come fece Chávez. Farlo con urgenza, senza indugio.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Alessio Decoro]

Balance y algunas propuestas desde lo vivido en Revolución

Risultati immagini per Comuna Venezuelapor Thaís Rodríguez Gómez

Después de ausentarme unos dos meses, me recibe Caracas con la brisa helada frente al cerro Mario Briceño Iragorry en Propatria. Este cerro me recuerda tantas cosas de la etapa más feliz de mi juventud al inicio de la Revolución Bolivariana: en el año 2003 el Comandante Chávez le dio la tarea de hacer la Misión Caracas al primer grupo de jóvenes del Frente Francisco de Miranda, el objetivo era internarse en los barrios más pobres de la capital, convivir con la gente, para hacer un diagnóstico social que determinara las necesidades más urgentes de la población. Para allá me fui, de Barquisimeto a Caracas inspirada por un torbellino de ideas e ilusiones cuando era una guarita de 15 años, con cientos de jóvenes de distintas partes del país.
“Muchachos vayan, sean ustedes mis ojos, donde quiera que estén sientan que son Chávez y ayúdenme”, nos decía.

Por coincidencias de la vida, al grupo 5 de trabajadores sociales del cual formaba parte le tocó llegar al barrio Mario Briceño Iragorry, lugar con el mismo nombre del liceo en donde yo comenzaba a estudiar el 5to año de bachillerato en Barquisimeto.

Mario Briceño, fue un joven historiador de esa generación que se enfrentó a la dictadura gomecista, que escribe uno de los más destacados documentos patriotas y antiimperialistas “Mensaje sin destino”, él definió a todo el sector alienado y pro imperialista de nuestra población como “piti yanquis”… para mí no era casualidad que me tocara llegar a vivir y trabajar por casi dos meses en un barrio que lleva su nombre.

Desde el primer día en ese lugar comprendí en plenitud a Chávez, su insistencia, su vehemencia y su prisa por dar soluciones, actitudes que lo acompañaron desde el inicio de su vida política hasta su último respiro.

Mario Briceño es un barrio, como tantos otros en Caracas y en Venezuela, donde la pobreza se sentía en los rostros de la gente. Lo peor no era la precariedad material sino esa miseria espiritual que generalmente la acompaña: niños sin padre y sin escuela, con desnutrición.

La primera eventualidad que tuve fue al entrar a la casa donde nos quedaríamos e intentar ir a la ventana (porque para toda chama de pueblo plano es una atracción llegar a un sitio alto y mirar para abajo), pero ni me dejaron llegar a asomarme con una alerta tranquila pero determinante: “No niña, ahora no te asomes porque hay un tiroteo del otro lado del cerro y puede llegar aquí una bala”. La alerta me la daba Helen, la dueña de casa, una mujer incansable y de convicciones firmes, de esas luchadoras del barrio que están más claras que cualquier dirigente político, de las que en este lapso de 16 años desde que la conocí, en todas las ocasiones que la he visto le digo: ¿Helen cómo estás? Y me responde: En la misma, luchando.

Era una casa pequeña, donde vivía Helen con tres hijas y cada una tenía un compañero y un hijo. Helen sin problemas dijo: todos se van a quedar aquí, y nosotros éramos 25 jóvenes y de vez en cuando Daniel (uno de los muchachos del grupo) llevaba un perrito que se orinaba por todos lados. Durante las noches no se caminaba porque el piso se llenaba de colchonetas que tempranito por las mañanas recogíamos. Al mes de estar allá, el espacio se redujo aún más porque le dimos uno de los tres cuartos a la primera pareja de médicos cubanos que llegaba al barrio.

¿Qué hacíamos? Nos dividíamos en grupos de tres para recorrer, entrar a las casas y conversar con la gente al momento que íbamos llenando un diagnóstico donde se precisaban cosas como: integrantes de la familia, nivel educativo, empleo, nivel de ingreso, aspiraciones de mejoras en su comunidad y hasta preferencia de medios para informarse y entretenerse. A los pocos días ya éramos conocidos en el barrio, y nos coordinábamos con los líderes comunitarios para organizar actividades culturales y deportivas.

Durante mis caminatas conseguí un compañero inseparable que afirmaba que me protegería de cualquier cosa, era Manuel de ocho años. “Eres mi novia y yo te cuido”, me decía. Él había perdido la visión de un ojo y tenía poco desarrollo físico debido a la desnutrición, era el primero de seis hermanos, de los cuales los dos últimos habían nacido con malformaciones genéticas. Vivían en una especie de cueva, un lugar al que nunca entraba la luz del sol, su mamá era drogadicta y no había evidencia de que alguno de los padres se acercara. Quien estaba en el lugar siempre era la abuela, una mujer con aspecto de anciana, probablemente no era tan vieja, pero sólo con mirarle las manos y los ojos podías tener intuición de lo dura que había sido la vida con ella. Esta familia fue uno de los casos que reportamos con insistencia y le conseguimos ayudas sociales.

Allí comprendí qué hay detrás de las estadísticas, porque se dice fácil: 65% de pobreza, 25% de pobreza extrema, 3000 millones de dólares perdidos durante el sabotaje petrolero… pero sólo cuando te conectas con la realidad las cifras te entran como un puñal hasta el alma.

En ese mismo año (2003), a la par que hacíamos el diagnóstico social y después otras tareas, Chávez impulsaba la creación más amorosa y eficiente de nuestra Revolución: Las misiones sociales. Los médicos llegaban de Cuba, porque en Venezuela los pocos que habían no querían ir al barrio, ni al campo; en cambio, los y las cubanas iban a subir al cerro, a cruzar ríos, montañas, sabanas, a dormir en colchonetas. Con una dotación de medicamentos organizaban, junto a la comunidad, consultorios improvisados. Luego se construyeron los módulos de salud, los Centros de Diagnóstico Integral y los Centros de Alta Tecnología.

Por esos días también se crearon los Mercales y Mercalitos, las casas de alimentación donde las manos de las mujeres del barrio se ponían en acción para cocinarle a familias como las de el niño Manuel. Al mismo tiempo se agrupaba el voluntariado para la Misión Robinson que enseñó a leer y a escribir a adultos y a viejitos y el 2005 se declaró a Venezuela territorio libre de analfabetismo, aunque los medios de la derecha se burlaran diciendo: “Loro viejo no aprende a hablar”. Finalizando ese año 2003 comenzaron los censos de la Misión Rivas y la Misión Sucre, para el bachillerato y la universidad.

Pasaron los años, y se fueron sumando un sin fin de conquistas sociales: la Universidad Bolivariana de Venezuela (donde me gradué de comunicadora social) y las aldeas universitarias en todo el país, se creó ViVe Televisión donde aprendí a contar las historias de nuestra revolución, se impulsaron las mejoras en las comunidades a través de los comités de tierra urbana, de salud, de planificación y posteriormente los consejos comunales, se logró la reducción de la pobreza a un 8%, alcanzamos la plena soberanía petrolera con el rescate de Pdvsa y la nacionalización de la faja petrolífera del Orinoco, lo que permitió garantizar los recursos para toda esa política de atención social. Si menciono una por una las creaciones en revolución, seguro que haría un libro con cientos de páginas.

En el 2012 conocí en Caracas la casa de mi amigo Javier, vive en el barrio Isaías Medina Angarita, justo al frente de Mario Briceño, y era inevitable no hacer balance, lo primero que me dije fue: ¡Lo logramos! Aunque faltaba mucho por hacer, ya no habían niños masilentos como Manuel… los muchachitos estaban robustos, jugando un torneo de fútbol que organizaba el consejo comunal, las fachadas estaban coloridas por Barrio Nuevo, Barrio Tricolor, y en definitiva, en los rostros de la gente ya no se veía la miseria espiritual, sino alegría y optimismo.

Todo eso fue producto de las misiones que nacieron gracias al esfuerzo febril de cientos de miles de patriotas dispuestos y dispuestas a recuperar el país; y ya consolidada la revolución seguían surgiendo proyectos tan exitosos como la Gran Misión Vivienda Venezuela y una larga lista de cosas extraordinarias que nosotros normalizamos y algunos desmemoriados se las atribuyen a la 4ta República, cuando son conquistas sociales alcanzadas con el chavismo.

Risultati immagini per comunas VenezuelaEso hicimos, y digo hicimos, porque todos y todas las patriotas juntas lo logramos y por ello toda mi vida estaré orgullosa… Hoy, 20 de julio de 2019, vuelvo a la casa de Javier e inevitablemente otra vez una tiene que hacer balance: con facilidad me doy cuenta de que en términos materiales retrocedimos, percepción de la realidad que coincide con las cifras que recientemente publicó el BCV, las cuales indican que estamos en los mismos índices económicos que teníamos en el año 1999, es decir, que en seis años de crisis volvimos al punto de inicio de la Revolución en el aspecto económico. Todo eso por diversos motivos que generaron una crisis que inició en el 2013. Sin embargo, más allá de las cifras, hay que evaluar el campo subjetivo, y allí nos damos cuenta de que la revolución no ha pasado en vano, porque hay un pueblo empobrecido pero resistiendo, con herramientas, con esperanza y con autoestima.

Sabemos las causas de esta crisis, hay motivos de carácter externo como la caída de los precios del petróleo sostenida durante 2 años, el ataque a la moneda como principal componente de la crisis, el bloqueo y las sanciones económicas de Estados Unidos, el robo de el complejo refinador Citgo, el robo de parte de nuestras reservas en oro y dinero del Estado venezolano en cuentas bancarias, la conspiración de la burguesía parásita.

Pero también causas de carácter interno que nos ponen en una situación vulnerable ante los ataques: como la fuga de capitales que hizo un sector empresarial con la anuencia de un funcionariado corrompido, la ineficiencia, la desidia en las instituciones y empresas del Estado, que el pueblo padece con la mala calidad de los servicios básicos (que sufren con intensidad la mayor parte de los estados del país, desde mucho antes de los ataques al sistema eléctrico); y hay que hacer énfasis en la precaria distribución de gas, porque estando en una nación potencia en hidrocarburos, poblaciones enteras hasta dentro de grandes ciudades están cocinando con leña, lo cual genera afectaciones a la salud y un impacto en el ambiente con la tala indiscriminada de árboles; la mala atención, retrasos y en muchos casos cobro de comisiones para realizar trámites en la administración pública; la actuación inescrupulosa de funcionarios de la GNB a lo largo de autopistas y carreteras cobrando comisiones a quienes trasladan insumos (incluyendo alimentos) así se tenga todo en regla; la corrupción que no es sólo un problema ético, sino que ha cobrado unas dimensiones estructurales al punto de agravar la dinámica económica del país (esto último es tema para un artículo completo), entre otros elementos.

Es importante analizar lo concerniente a las responsabilidades directas de los y las que hoy gobiernan para rectificar, porque evidentemente de la derecha, de los enemigos no vamos a esperar cambio, por el contrario, más saboteo y acción contra el pueblo. Entonces toca seguir resistiendo, pero en condiciones de igualdad, con una administración revolucionaria de los recursos, sin excusas absurdas que hacen que la dirigencia pierda legitimidad. Porque es evidente que todos no hemos vivido la crisis en las mismas condiciones, que hay un pueblo abnegado, resistiendo al mismo tiempo en que existen grotescos privilegios para algunos dirigentes que dicen llamarse chavistas, para sectores empresariales y comerciales y para una clase política opositora; en definitiva, la administración de la crisis ha sido en el marco del capitalismo y por lo tanto, nos ha tocado sufrirla a los trabajadores y trabajadoras, pero la pirámide debe invertirse.

Yo me pregunto:

¿Por qué no observamos el mismo espíritu febril de inicios de la revolución para resolver las necesidades más urgentes de la población, y que se incorporen alcaldes, gobernadores, ministros recorriendo, organizando y acompañando al pueblo? No, a muchos y muchas los vemos alejados, en grandes camionetas con temor de acercarse a la gente y cuando salen en la tele, casi todos con kilos de más.

¿Por qué no activamos un plan de recuperación de Pdvsa, con la participación de técnicos e ingenieros patriotas que con su conocimiento, creatividad y honestidad hagan un programa de trabajo que rescate muchas áreas actualmente inoperativas o deficientes? ¡Si se puede! Él Ejército Productivo (un grupo de trabajadores ingenieros de forma voluntaria y saltando todas las trabas y saboteos de la burocracia, el año pasado lograron una Batalla Productiva en el Complejo Refinador de Paraguaná). En esa corta jornada repararon con recursos propios muchas instalaciones. Experiencias como esas deberían ser un plan de Estado, en vez de ser una iniciativa popular parida en lucha contra estructuras administrativas que por oscuras razones se oponen.

¿Por qué no se implementa un método de administración transparente que busque erradicar las prácticas de corrupción en la industria, sobre todo el área de Comercio y Suministros, que es el cerebro comercial de Pdvsa. Recuperar la industria es lo más urgente en esta coyuntura para poder garantizar los recursos que requiere la sociedad.

¿Por qué no vemos mercalitos en los barrios y si vemos tiendas Clap en el CCCT con productos importados a precios inaccesibles para las mayorías? Muchos de ellos son licores, aires acondicionados, maquillajes y demás importaciones que no son de primera necesidad.

En crisis alimentaria, ¿porqué no decretamos la guerra contra el latifundio como lo hizo Chávez en el 2006 y se dan incentivos para la producción, en vez de desplazar a campesinos para garantizar tierras a particulares? ¿Por qué se criminaliza al campesinado pobre que ha puesto el pecho por la revolución y se apoya a las mafias del sector agrícola que conspiran en contra del gobierno con los recursos que reciben de la cartera agrícola del Estado?

Se podría hacer un plan de trabajo en la tierra con metas de producción, donde veamos desde el presidente, el ministro, y demás funcionarios incentivando con el ejemplo en jornadas de trabajo voluntario, que persigan el cumplimiento de esas metas. Haciendo una gran alianza con el campesinado organizado en comunas.

¿Por qué no vemos a los militares incorporados a las tareas urgentes de siembra, producción, recuperación de espacios? como se hizo a comienzos de la revolución con el Plan Bolívar 2000, cuando se encaró la necesidad de superar la pobreza sin tener hasta el momento recursos porque aún no se había rescatado Pdvsa. Volvamos a la unidad cívico militar que planteó el Comandante Chávez y erradiquemos los abusos, la corrupción en el seno de la FANB.

Rectifiquemos, volvamos al camino de Chávez ya que el pueblo resiste y lo espera.

La dirigencia, lo sensato que queda de ella, debe ir a la calle, al encuentro con los niños que deambulan en Sabana Grande, o en algunos otros rincones del país, conversar con las mujeres en una tranca de calle porque no llega el gas, verles los rostros, comprometerse y no dar la espalda a esa esperanza q ue se observa en esos ojos del pueblo… ir a conmoverse y actuar, como lo hacía Chávez. Háganlo de forma urgente, impostergable.

(VIDEO) Cosa succederebbe se gli imperialisti invadessero il Venezuela?

di Ronny Pacheco

Cosa succederebbe se gli imperialisti invadessero il Venezuela? Quale lezione lascia l’esperienza libica all’umanità? Chi ne soffrirebbe? Questo video realizzato dalla comunicatrice popolare Thaís Rodríguez Gómez ha come obiettivo rispondere alle domande precedenti, per sensibilizzare sulle gravi conseguenze che una guerra avrebbe per tutto il popolo venezuelano.
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(VIDEO) Thaís Rodríguez Gómez sobre los medios revolucionarios

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