Venezuela: cresce la minaccia dell’intervento

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di Ángel Guerra

da Telesur

15-02-2018.- L’esclusione anti-democratica del Venezuela dal Summit delle Americhe, concordata il 13 febbraio a Lima da parte di governi strettamente alleati agli Stati Uniti, mira a rafforzare l’assedio, l’isolamento e le condizioni per il rovesciamento con la forza del governo del presidente Nicolas Maduro.

È risaputo che Washington e le destre sono seriamente impegnati nel rovesciamento con la forza della Rivoluzione Bolivariana. Però, adesso i portavoce dell’impero lo dichiarano apertamente: lo hanno fatto, nel suo discorso presso l’Università del Texas, il Segretario di Stato, ex-CEO di Exxon, Rex Tillerson e, alcuni giorni dopo, il senatore di origine cubana Marco Rubio, al quale Trump ha affidato l’azione politica nei confronti di Cuba e del Venezuela.

Il cosiddetto Gruppo di Lima ha proclamato che non riconosce le elezioni presidenziali convocate per il 22 aprile dall’autorità elettorale venezuelana e ha ribadito il suo mancato riconoscimento dell’Assemblea Nazionale Costituente. Allo stesso tempo, ha invocato come giustificazione del suo atteggiamento un rapporto di parte della Commissione Interamericana per i Diritti Umani, che, in violazione delle regole che lo governano, non tiene conto del parere del governo venezuelano, come anche la decisione di istituire un’istruttoria preliminare sul Venezuela da parte del procuratore della Corte Penale Internazionale. Questo tribunale è uno strumento coloniale, in cui non è stata mai processata nessuna delle flagranti e pesanti violazioni dei diritti umani da parte degli Stati Uniti, né tantomeno nessuno degli incomparabili crimini contro l’umanità commessi nelle continue guerre di aggressione in cui essi si imbarcano.  Altri importanti aspetti della dichiarazione si riferiscono alla situazione umanitaria e al flusso di migranti dal Venezuela verso altri paesi.

È difficile imbattersi in un pronunciamento più mendace, ingerentista, asservito all’imperialismo e carico di disprezzo per la volontà del popolo venezuelano e per i principi del diritto internazionale, di questa dichiarazione sul Venezuela, operata da parte di quel gruppo. Contribuisce al fornire una giustificazione a un intervento militare o a un sanguinoso colpo di Stato nella terra natia di Bolivar, riprendendo le stesse accuse di Washington e dei grandi gruppi mediatici.

Questo risulta ancora più grave, dopo l’annuncio della nuova strategia di sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che considera la Russia e la Cina come minacce più importanti del terrorismo, tanto più che entrambi i paesi sono stretti alleati del Venezuela. Allo stesso modo, entrambe le potenze sono state oggetto di insulti da parte del Segretario di Stato Rex Tillerson in ciascuna scala del suo tour. In vista dell’incontro di Lima, risulta chiaro quale sia stato probabilmente l’argomento più importante tra quelli trattati da parte del Segretario di Stato nei paesi da lui visitati, sicuramente tra i più attivi contro il Venezuela nel gruppo di Lima.

Se a questo aggiungiamo la crescente presenza di militari degli Stati Uniti nella regione, la recente visita dell’ammiraglio Kurt Tidd in Colombia e il movimento di truppe provenienti da Colombia e Brasile al confine con il Venezuela, mentre si cerca di esacerbare il tema della migrazione venezuelana, sembra che si stia tentando di creare la tempesta perfetta per un intervento armato in Venezuela, con il minimo pretesto. Manca solo una provocazione: potrebbe essere un falso positivo, che dia l’occasione per un possibile attacco dalla Colombia o una qualche azione violenta in Venezuela, per giustificare l’intervento di uno o più eserciti dell’America Latina, il che creerebbe in qualche modo lo scenario per un intervento delle forze del Comando Sud.

Sulla base di questi elementi di giudizio, è più facile capire l’urgenza degli Stati Uniti e dell’oligarchia colombiana nel far saltare il tavolo di negoziazione nella Repubblica Dominicana tra l’opposizione e il governo venezuelano. Se l’accordo, già pronto e approvato dalle parti, fosse stato firmato, l’intervento contro il Venezuela sarebbe stato disinnescato, almeno per un lungo periodo.

Come se non bastasse, Luis Almagro, l’impresentabile segretario generale dell’OSA, ha messo in discussione la legittimità delle elezioni a Cuba e ha tacitamente suggerito che L’Avana non dovrebbe partecipare al Vertice delle Americhe, perché le ‘dittature’ non dovrebbero essere invitate. Cuba ha sempre bisogno di solidarietà. Come no. Ma, soprattutto, ne ha bisogno il Venezuela, da parte di tutte e tutti i veri democratici, progressisti e rivoluzionari. In Venezuela, viene condotta una lotta decisiva per la democrazia e l’autodeterminazione dei popoli. È la repubblica spagnola di oggi, ma dobbiamo impedire che finisca come lei.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

 

L’ordine è partito: la guerra di Santos contro il Venezuela

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di Sergio Rodríguez Gelfenstein

da Telesur

Dalla Colombia, (non si sa se Santos o lo stesso Tillerson), hanno ordinato all’opposizione venezuelana di non firmare l’accordo raggiunto con il governo a Santo Domingo.

10feb2018.- I media internazionali hanno riferito con grande stridore che il viaggio del segretario di Stato Rex Tillerson in America Latina e nei Caraibi è stato concepito per creare un consenso nella regione contro il Venezuela e fare pressione su Caracas attraverso l’aumento delle sanzioni economiche, sebbene Tillerson si proponesse anche di influenzare la visione dei leader della regione, per ottenere sostegno agli Stati Uniti e alla Colombia nel loro sforzo di produrre un’aggressione militare contro il Venezuela.

Pertanto, ha visitato alcuni dei suoi più stretti alleati, specialmente quelli che sono stati particolarmente aggressivi contro il Venezuela. La visita in Giamaica, uno stretto alleato degli Stati Uniti nei Caraibi, perseguiva l’obiettivo di attrarre i piccoli paesi del Golfo, che finora hanno resistito con fermezza e decisione alle minacce di ogni genere provenienti dagli Stati Uniti, affinché smettessero di supportare il Venezuela. Se, politicamente, la Giamaica era il paese meno importante del tour di Tillerson, in termini diplomatici era la meta più ambita del viaggio del Segretario di Stato.

Tuttavia, sulla base dei fatti (come dato a sapere dallo stesso Tillerson prima di iniziare il suo giro), lo scopo del suo lungo viaggio nella regione è stato quello di contrastare la crescente presenza di Russia e Cina in America Latina e nei Caraibi, che si è manifestata attraverso un ampio e progressivo programma di cooperazione. Non è un caso che il tour di Tillerson si verifichi quasi subito dopo il II Forum Ministeriale Cina-CELAC a Santiago del Cile, con la presenza del ministro degli esteri Wang Yi.

In questo quadro, l’obiettivo tattico della visita è stato il Venezuela. In questa logica e come espressione del suo disprezzo per i paesi dei Caraibi, il Messico ha chiesto di sapere quanto petrolio potrebbe fornire per ‘comprare’ i governanti di queste nazioni insulari, al fine di ‘liberarli dall’obbligo’ di continuare a ricevere il petrolio venezuelano e per poter continuare a provare la via diplomatica in vista del VII Summit delle Americhe, che si terrà a Lima, il prossimo aprile.

Lo stesso disegno perseguiva il suo passaggio per il Perù, paese il cui presidente, in alleanza con il partito dell’ex-dittatore Fujimori, farà da anfitrione all’incontro, dove ancora una volta si cercherà di espellere il Venezuela dal sistema panamericano. L’Argentina è stata sondata da Tillerson, perché garantisse di assumersi la responsabilità politica dell’ aggressione, in vista dell’imminente (questa sì, imminente) uscita di scena di Bachelet e di Heraldo, che hanno giocato finora quel ruolo, in base alla convinzione statunitense che Piñera, il suo ministro degli esteri Ampuero e il loro gabinetto pinochetista, che governeranno il Cile, non hanno la capacità di guidare l’attacco contro il Venezuela.

Proprio come Giamaica era la scala più importante del tour di Tillerson in termini diplomatici, in termini operativi, la Colombia era la tappa più strategica per mettere a punto i dettagli dell’aggressione. Basti citare i seguenti fatti.

Se accettiamo la ben nota massima di Von Clausewitz che ‘la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi’, cui Lenin aggiungerà ‘… con mezzi violenti’, ci sarebbe da dire che,  per usare dei termini militari, ‘l’ordine di combattimento è stato dato’.  Dalla Colombia (non è noto se Santos o lo stesso Tillerson) hanno ordinato all’opposizione venezuelana di non firmare l’accordo raggiunto con il governo a Santo Domingo, testimoni il presidente dominicano Danilo Medina e l’ex-primo ministro spagnolo Jose Luis Rodríguez Zapatero. Se le cose stanno così, dovremmo accettare il fatto che, quando Santos, Macri e altri vassalli vociferano che non riconosceranno i risultati delle elezioni venezuelane, stanno dicendo all’opposizione che, anche in caso di loro vittoria, non saranno riconosciuti, perché l’unica strada che accetteranno è quella della guerra. Da qui, l’ordine di non firmare l’accordo.

La preparazione della guerra è già iniziata. Nella regione di Catatumbo, dipartimento Norte de Santander, al confine con il Venezuela, in particolare nelle città di Tibu e Tarra, gruppi armati illegali hanno preso il controllo della sicurezza, senza che i militari, la polizia o le istituzioni statali facciano nulla per evitarlo, come le vittime di queste bande armate hanno denunciato. Questi gruppi terroristici hanno approfittato della scomparsa del 33° Fronte delle FARC, che operava in quella zona, per compiere le loro azioni in totale impunità. Nel frattempo, a Villa del Rosario, nello stesso dipartimento, il gruppo armato ‘Los pelusos’ e le sedicenti Autodefensas Gaitanistas de la Colombia (AGC) combattono per cercare di prendere il controllo di sei quartieri (Galán, La Palmita, Pueblito Español, Montevideo, Primero de Mayo e San José) di questa città di 90 mila abitanti, dove sono stati dispiegati per preparare l’invasione del Venezuela sotto gli occhi dell’esercito e delle autorità dello Stato colombiano.

Nella stessa Cúcuta, in otto delle dieci municipalità che conformano il casco urbano della città, si segnala la presenza di bande armate. Allo stesso modo, i paramilitari hanno aree sotto controllo in Los Patios, Villa del Rosario, San Cayetano, La Parada, Juan Frío, Uchema, Palo Gordo, Ragonvalia e Puerto Santander,  sotto il comando di ‘Cochas’, alias Luis Jesús Escamilla Melo, capo dell’Esercito Paramilitare di Norte de Santander (EPN). Anche nelle città di frontiera operano Los Rastrojos. In Venezuela c’è già una presenza a Llano Jorge e a San Antonio del Táchira. Nonostante le numerose richieste della cittadinanza al governo nazionale, ai governi regionali e municipali, le autorità chiudono sospettosamente gli occhi su quest’evidente oppressione della cittadinanza e sulla minaccia al Venezuela.

Per giunta, si sono osservate mobilitazioni nelle basi militari statunitensi in Colombia e l’arrivo di un contingente di 415 membri della forza aerea degli Stati Uniti a Panama, giunti nel paese in modo illegale, senza che il governo autorizzasse la loro presenza nel paese, come denunciato dall’analista politico panamense Marco A. Gandásegui; come anche si devono considerare come parte di questi preparativi le manovre navali Tradewinds 2017 nelle Barbados nel giugno dell’anno passato (a meno  di 1100 km dalle coste venezuelane) e le esercitazioni militari AmazonLog17 nell’Amazzonia brasiliana, con la partecipazione delle truppe di questo paese (oltre a quelle della Colombia e del Perù) a novembre dell’anno scorso, a solo 700 km dalla fronteira con il Venezuela.

La teoria più elementare mostra che, indipendentemente dalla definizione un’aggressione militare straniera, il successo dipende dall’esistenza di un fronte interno. Così è stato in Afghanistan, in Iraq e in Libia. Lo Yemen non l’hanno avuto e hanno dovuto assoldare mercenari per fare la guerra, guarda caso il più grande reclutamento è avvenuto in Cile (ex-membri delle forze repressive di Pinochet) e in Colombia (membri dei numerosi gruppi paramilitari che pullulano in quel paese). Il problema è che in Venezuela, gli Stati Uniti non sono stati in grado di costruire quel necessario fronte interno. Nessuno si immagina che Henry Ramos Allup, Julio Borges o Henrique Capriles possano comandare truppe dalla clandestinità o da una qualsiasi montagna sul territorio nazionale. Per questo motivo, hanno cooptato Óscar Pérez, che ha dovuto interpretare il ruolo che, per incapacità dei leader, l’opposizione non riusciva ad assumere. Coloro che non sono stati in grado di dirigere la mobilitazione contro il governo, guidare un parlamento democratico, portare l’insurrezione nelle piazze in vista della vittoria e tanto meno attrarre un settore delle forze armate verso i loro oscuri disegni, difficilmente potranno guidare i destini di un contingente di guerra.

Questo è il compito che il cancelliere imperiale ha dato a Santos, all’oligarchia colombiana e al loro governo. Prima, ai tempi di Obama, gli fu ordinato di fare la pace con le FARC, per smobilitare l’unica forza militare, con l’ELN, che avrebbe potuto contrastare le azioni armate dell’esercito paramilitare protetto da Uribe e Santos.

Eppure, lo show era iniziato prima dell’arrivo di Tillerson a Bogotà: già nel novembre dello scorso anno, Lorenzo Mendoza era in quella città; un mese dopo l’ex-procuratore Luisa Ortega; suo marito; un tale Ferrer; la ‘leader sindacale’ Marcela Maspero e i ‘giudici’ spediti da Ramos Allup e Borges, che vanno in giro per il mondo alla ricerca di cosa fare e come sopravvivere, si sono incontrati sempre a Bogotà prima della fine dell’anno, per cercare di fornire un supporto legale all’invasione. Un mese più tardi, noti personaggi dell’opposizione venezuelana hanno viaggiato a Bogotà e nel comune di Usaquén si sono incontrati con gruppi radicali venezuelani che sono lì concentrati, con il sostegno delle autorità colombiane.

Nello stesso tempo, il ministro dell’Economia della Colombia Mauricio Cardenas diceva a Davos, in Svizzera, ancora una volta, che la caduta di Maduro era imminente e parlava della necessità di un piano economico per affrontare la situazione. Questo è lo stesso ministro, lo stesso governo che non hanno fatto nulla per risolvere il problema degli 8 milioni di deportati e ricollocati del proprio paese, e che non hanno dato risposte alla ricostruzione della città di Mocoa, capitale del dipartimento di Putumayo, quasi un anno dopo la tragedia che l’ha devastata.

Nella stessa ottica, monsignor Héctor Fabio Henao, segretario nazionale della Pastorale Sociale della Colombia e membro dello stesso partito politico che forma la Conferenza Episcopale Venezuelana (la quale, sotto la guida del cardinale Parolin, fa opposizione al Papa Francesco nel Vaticano) cova il suo piano di ‘aiuti umanitari’ per il Venezuela, senza spendere una parola per le migliaia di bambini Wayuu che muoiono tutti i giorni per malnutrizione, le centinaia di attivisti sociali e dei diritti umani uccisi nelle ultime settimane in Colombia, l’ultimo dei quali, Temistocle Machado, ha commosso il paese per la sua leadership e lealtà verso la sua comunità. Né Henao e il suo mentore Santos parlano dei maltrattamenti ai Colombiani che vogliono rientrare dal Venezuela nel loro paese e che sono segregati e torturati, perché hanno accettato di acquisire anche la cittadinanza venezuelana.

Mentre la Colombia cade a pezzi, con una disoccupazione che sta per raggiungere il 10%; una sospensione virtuale del sistema formativo nei prossimi giorni; il crollo del ponte Chirajara, che è caduto, anche se era il progetto vincitore del Premio Nazionale di Ingegneria, ma su cui nessuno dirà nulla (nonostante 9 colombiani innocenti siano morti), perché è stato costruito da Coviandes, una società di proprietà di Carlos Sarmiento Angulo, il più grande miliardario del paese; e quando un personaggio del paese  molto, molto in alto (così in alto che si dice che se cade, tutto il paese sarà  percorso da un brivido) è protetto vilmente e impunemente dalla sua immunità, in seguito a una denuncia di stupro presentata contro di lui da una nota giornalista, Santos si preoccupa per il Venezuela. La verità è che il suo partito è scomparso, non ha nessun candidato e non si sa cosa farà per garantirsi l’impunità in vista dell’imminente disastro… o, per meglio dire, sì che lo sa: pensa di riscattare le proprie colpe, guidando l’attacco contro il Venezuela per cercare protezione al nord. Ha tempo fino al 10 agosto. Bisogna impedirlo, il popolo venezuelano lo impedirà!

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Tillerson, un giro fallito

Tillerson

di Ánguel Guerra

da Telesur

08feb2018.– È fallito il tentativo da parte del Segretario di Stato Rex Tillerson di imporre nel suo giro dell’America Latina e dei Caraibi le ossessioni e gli incubi dell’imperialismo statunitense nella fase del suo più grande declino. Il suo scopo primario di arrivare al rovesciamento del presidente Maduro attraverso un colpo di stato o di altri modi violenti che già conosciamo, di liquidare la Rivoluzione bolivariana e di impadronirsi del petrolio del Venezuela, è ben lungi dal materializzarsi come risultato del suo percorso. Ha ricevuto un forte e immediato ripudio non solo da parte di Maduro, ma anche di Vladimir Padrino, comandante in capo delle Forze Armate Nazionali Bolivariane,  insieme ai comandi principali dell’istituzione, a gran voce supportati dai quadri e dalle masse chaviste.

Il tour è stato preceduto da un discorso irrispettoso, obsoleto e interventista contro Cuba e il Venezuela presso l’Università del Texas, dove ha avuto l’audacia di rivendicare la validità della Dottrina Monroe e mettere in discussione i rapporti della Cina e della Russia con la nostra regione. ‘L’America Latina non ha bisogno di nuovi poteri imperiali che perseguono solo il loro interesse. Gli Stati Uniti sono diversi: non cerchiamo accordi a breve termine con guadagni asimmetrici, cerchiamo partner’. Che cinismo!

Il segretario ha taciuto che è il potere che rappresenta, insieme alle sue multinazionali, e non la Cina e la Russia, che hanno sottoposto la nostra regione per oltre un secolo al saccheggio, allo sfruttamento, alle interferenze, agli interventi militari, ai colpi di stato e all’assassinio di centinaia di migliaia di lavoratori, contadini, studenti e indigeni.

Tillerson è arrivato a suggerire che il presidente eletto da una maggioranza di Venezuelani esca di scena e si è intromesso spudoratamente nel processo elettorale di Cuba. Il capo di Stato sembra non aver capito che gli Stati Uniti non sono quel potere assoluto che apparivano alla scomparsa dell’URSS e che l’attuale presenza cinese e russa nella nostra America è causata da decisioni sovrane dei governi della regione, tra cui alcuni molto a destra come l’Argentina e il Brasile. Tillerson può dire quello che gli viene in mente, ma come dimostrano gli esempi di Cuba e Venezuela, Washington non sempre raggiunge i suoi obiettivi con la politica delle sanzioni, con le minacce, con i tentativi di ricatto e gli interventi. Al contrario, essi sono controproducenti, come il presidente Obama ha capito dopo sei decenni di applicazione a Cuba.

Né i governi della regione cesseranno le relazioni con la Russia e la Cina per una maggiore pressione da parte di Washington, perché hanno bisogno di vendere le loro materie prime, che avvantaggiano le loro economie e arricchiscono le oligarchie e anche le transnazionali. Anche perché ci sono già progetti di infrastrutture congiunte con Pechino per miliardi di dollari e ce ne sono molti altri in programmazione, che il potere del nord non ha le risorse e la volontà di portare avanti. Questo è risultato molto chiaramente dall’ultimo vertice CELAC-Cina a Santiago del Cile. Per quanto riguarda le armi russe, oltre alla loro alta qualità e ai prezzi ragionevoli, è evidente che, per qualsiasi paese determinato a essere indipendente e a preservare la propria sovranità, sono un’opzione molto migliore rispetto alle statunitensi.

Tillerson non ha fatto altro che portarci la sua personale versione di disprezzo per i nostri popoli e per quelli africani – paesi di merda (sic) – a cui Trump ci ha abituato un giorno sì e pure l’altro. (Una versione) della maleducazione e dell’arroganza con cui il suo capo parla di noi. È venuto per la lana e se ne è andato tosato. Voleva che saltasse fuori un Pinochet ed è stato  respinto da un coro di patrioti venezuelani, per bocca del generale Padrino: ‘In Venezuela non accetteremo mai che nessun governo o potenza straniera intervenga in alcun modo’. Contrasta con il comportamento servile e suicida dei leader dell’opposizione venezuelana, che hanno ricevuto una telefonata da Tillerson da Bogotà per non firmare gli accordi della Repubblica Dominicana.

Il viaggio del segretario si è concentrato sui paesi del cosiddetto Gruppo di Lima. Si ricorda che gli Stati Uniti hanno dovuto ricorrere a questi governi ultra-neo-liberisti, perché i Caraibi e i paesi dell’ALBA gli impedivano di imporre sanzioni al Venezuela nell’ambito dell’OSA. Ma anche questi governi interventisti, come quello messicano, sottolineano che non sono favorevoli a una soluzione violenta in Venezuela. Immagino che si guardino allo specchio dell’Iraq, della Libia e della Siria. Come afferma la dichiarazione della cancelleria cubana in risposta a Tillerson: la nostra America si è risvegliata e non sarà così facile piegarla.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Brasile: grottesca farsa giudiziaria contro Lula

Luladi Ángel Guerra

da Telesur

25 gennaio 2018

Come previsto, il tribunale di Seconda Istanza di Porto Alegre ha ratificato la condanna per corruzione dello spudorato giudice della 13ma Corte Federale di Curitiba, Sergio Moro.  Non solo, le tre eccellenze hanno aumentato la pena richiesta da Moro da 9 anni e mezzo a 12 anni. Il sogno di Moro, magistrato responsabile dell’oscura operazione Lava Jato e il suo principale obiettivo nella vita, è di condannare Lula senza prove. Solo ‘basandosi su indizi’, come non si è stancato di ripetere, da quando ha iniziato questa farsa giudiziaria ingiusta, grottesca e spregevole.

Moro, un giudice mediocre e venale, con tutti i suoi studi a Harvard e i suoi corsi sul riciclaggio di denaro al Dipartimento di Stato, è cresciuto mediaticamente da quando conduce la cosiddetta Operazione Lava Jato e, soprattutto, da quando ha imputato Lula di corruzione, con l’accusa di aver accettato un appartamento di lusso di fronte alla spiaggia di Guarujá, nel municipio dello Stato di São Paulo, in cambio di favori all’impresa costruttrice OAS, appaltatrice con contratti pubblici della PETROBRAS.

Tuttavia, durante il processo, non si è potuto dimostrare che l’ex-presidente ne fosse il proprietario, tanto meno si è potuto identificare l’atto o l’omissione (reato di ‘corruzione passiva’), che sarebbe dietro la ricezione della proprietà. Tutto questo arzigogolio da legulei ha unicamente lo scopo di eliminare dalla corsa presidenziale del 2018 l’unico politico che, secondo tutti i sondaggi, vincerebbe con un margine molto ampio. Ecco perché la gente ha lanciato lo slogan ‘l’elezione senza Lula è una frode’.

C’è troppo in gioco nelle prossime elezioni in Brasile. Possono significare la vittoria di Lula (o di un eventuale candidato approvato da lui nel caso in cui gli sarà vietato candidarsi) e, insieme, la sconfitta dell’opzione neoliberista, subordinata agli Stati Uniti, il recupero della sovranità nazionale, la politica estera indipendente e l’unione latino-americana, le politiche di redistribuzione del reddito, la ricostruzione dello Stato e la maggiore estensione e gratuità dei servizi sociali alla popolazione. Ciò implicherebbe anche che il Brasile non sarebbe più il convitato di pietra nei BRICS, in cui il governo del golpe di Temer l’ha trasformato, ma uno dei suoi membri più attivi e dinamici. In breve, l’eventuale vittoria elettorale di Lula potrebbe fermare e invertire l’offensiva della destra nella nostra regione e, insieme alla rielezione di Maduro nel mese di aprile, in occasione delle elezioni presidenziali venezuelane, e all’eventuale trionfo di Lopez Obrador in Messico nel mese di luglio, potrebbe cambiare non solo la correlazione delle forze in America Latina e nei Caraibi a favore delle forze popolari, ma influenzare in modo significativo a livello mondiale le lotte sociali e delle forze politiche e sociali che, come la Russia e la Cina, lottano per la pace e la multipolarità nel mondo.

Speriamo di assistere, entro la fine dell’anno, alla reazione di sinistra all’escalation mediatico-legale-parlamentare della destra e dell’imperialismo, lanciato in Honduras (con il coinvolgimento dell’esercito fino ad oggi), continuato in Paraguay e consolidato nel Cono Sud col colpo di stato in Brasile e la stentata vittoria elettorale di Macri, convertita a questo punto in un tradimento del mandato che ha ricevuto e delle istituzioni democratiche. Questo insieme di azioni di Washington e della destra è già noto come fase II dell’Operazione Condor, che, come la sua omonima, cerca di liquidare tutti gli attivisti sociali e ogni governo rivoluzionario e progressista o di sinistra, che difenda gli interessi dei nostri popoli. Questa volta con pennivendoli, giudici e legislatori corrotti.

Lula ha già detto che continuerà la sua battaglia fino alla fine e con il popolo. Emir Sader così commenta il suo arrivo l’altro giorno alla mobilitazione di massa di Porto Alegre: Lula è venuto con un sacco di fiducia e di allegria, è venuto e, come sempre, ha salutato e ha dovuto farsi la foto con un sacco di gente… Circondato dai leader dei principali movimenti sociali in Brasile – CUT, MST, MTST … – e dai leader politici nazionali, Lula ha detto nel suo discorso… che non avrebbe parlato del suo processo. Che per questo ha avvocati competenti, che hanno fatto sì che nessun giurista abbia il coraggio di difendere le posizioni di coloro che lo accusano… perché non ci sono argomenti sostenibili. Di fatto, è stato raggiunto un consenso generale sul fatto che non vi siano prove contro di Lula. A tal punto, che il giudice Moro si rifugia nelle sue ‘convinzioni’ e ‘indizi’, in assenza di prove.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Marco Nieli]

 

Movilización en Italia: 25 años del inicio de la Guerra del Golfo

por Davide Angelilli – telesurtv.net

Los movimientos han organizado manifestaciones y acciones políticas en diferentes ciudades y lugares del país, denunciando la política exterior del Estado italiano, por su naturaleza opresora e imperialista a detrimento de la autodeterminación y de la paz en el Sur del mundo.

Un grito por la paz internacional desde el sur de Europa. Tras 25 años exactos de la explosión de la denominada guerra del Golfo, este sábado, 16 de enero, movimientos y organizaciones sociales de la izquierda italiana han llevado a cabo una movilización nacional contra la guerra. Los movimientos han organizado manifestaciones y acciones políticas en diferentes ciudades y lugares del país, denunciando la política exterior del Estado italiano, por su naturaleza opresora e imperialista a detrimento de la autodeterminación y de la paz en el Sur del mundo. Las marchas más multitudinarias, con algunas miles de personas, se han realizado en Roma y en Milán.

Contemporáneamente, activistas sociales, sindicales y antimilitaristas, han organizado concentraciones de protesta frente a bases militares estadounidenses en Sicilia, Trieste, Vicenza y en otras ciudades. El inicio de un cuarto de siglo de guerra y militarización sin tregua: el 16 de enero de 1991 se ha convertido en una fecha particularmente significativa para Italia. En un artículo recientemente publicado por el periódico Il Manifesto, el estudioso y experto en cuestiones bélicas, Manlio Dinucci, ha ilustrado cómo la invasión de Iraq fue determinante porqué abrió la actual fase de guerra permanente que está golpeando Oriente próximo. Una fase que está generando una cada vez mayor inestabilidad internacional. La agresión a Irak – continua explicando Dinucci – fue la primera vez en la que la República Italiana participó en una guerra guiada por la potencia norteamericana, violando así el artículo 11 de su propia Constitución, que declara el repudio a la guerra “como instrumento de ataque a la libertad de los otros pueblos y como medio de solución de las controversias internacionales”.

Las fuerzas sociales de la izquierda italiana han denunciado cómo -tras estos veinticinco años de operaciones e invasiones “realizadas en lugares lejanos de las metrópolis europeas y occidentales”- los acontecimientos bélicos se están convirtiendo también en un asunto de interior para los Estados europeos. Tras los ataques terroristas de Paris del último año, a la guerra provocada en el exterior se le está añadiendo una guerra social interna, animada por la islamofobia y por la voluntad de reprimir cualquier manifestación de disenso en nombre del Estado de emergencia. Colectivos feministas han puesto el énfasis en la necesidad de rechazar, por un lado, el uso instrumental de las “mujeres” para generar aversión al Islam en las sociedades europeas.

Y, por el otro, de desenmascarar la “absurda legitimación” de las intervenciones bélicas mediante la retórica de los derechos humanos y civiles de las mujeres violados en los países árabes. Evidenciando, al contrario, que la violencia contra las mujeres lamentablemente es un problema de todas las sociedades, “no tiene raza” y de ninguna manera puede ser fuente de justificación para las posturas racistas que apoyan las guerras internacionales.

Junto con la plataforma social Eurostop (entre los promotores de la iniciativa), diferentes personalidades de la cultura y de la política subrayan la naturaleza profundamente beligerante de la OTAN y la arquitectura antidemocrática de la Unión Europea. También, el alcalde de la ciudad de Nápoles, en el sur del país, Luigi De Magistris se ha adherido a la jornada No War. “Una parte de Occidente nunca ha dejado de tener una postura colonialista hacía los pueblos de Oriente próximo”, ha declarado el político en una nota de prensa a los medios. Más que una manifestación de protesta, las organizaciones sociales han definido la jornada como el primer paso de una movilización política y cultural, para evidenciar la relación directa entre las políticas de guerra en el exterior y las medidas cada día más represoras en el interior de Europa. El punto de inicio de una movilización inclusiva y popular contra el sistema de guerra permanente, en todas sus expresiones.

En el contexto de crisis social y económica que viven las sociedades europeas, los movimientos populares de Italia piden un cambio político radical. Contra la expansión social del racismo y de la xenofobia –afirman- se necesita un proyecto político que trasforme la democracia fósil de las sociedades europeas. Un proyecto que sepa imaginar y construir un modelo de sociedad diferente, con la participación protagónica de los migrantes. De quien, a menudo, escapa de escenarios de muerte y destrucción para llegar a una Europa cada día más injusta y desigual.

(VIDEO) Hace 11 años nació el ALBA por la integración latinoamericana

f3b1b62a-b93e-419b-b9f9-9307c0d250bapor telesurtv.net 

La canciller venezolana, Delcy Rodríguez, recordó que el ALBA-TCP es “motor de independencia y solidaridad” en América Latina. Hace 11 años nació la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América – Tratado de Comercio de los Pueblos (ALBA-TCP) con el propósito de fortalecer la integración latinoamericana y la autodeterminación de los pueblos. Fue fundada en 2004 por los mandatarios de América Latina, entre ellos el Líder de la Revolución Bolivariana en Venezuela, Hugo Chávez, y el Comandante cubano Fidel Castro.

El director general de la Organización de las Naciones Unidas (ONU) en Ginebra (Suiza), Michelle Møller, destacó que el ALBA-TCP es un mecanismo  ejemplar de integración regional, caracterizado por la solidaridad entre las naciones que lo conforman. Para Møller los países de Latinoamérica que pertenecen a la Alianza Bolivariana para los Pueblos de Nuestra América han contribuido al desarrollo sostenido del subcontinente, y se han convertido en socios fiables, sólidos, cooperadores y generosos, reseñó Prensa Latina.

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(VIDEO) Piedad Córdoba entrevista Timoleón Jiménez – FARC-EP

por teleSUR

En entrevista exclusiva para teleSUR, Timoleón Jiménez “Timochenko”, líder de las Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (FARC-EP), expresó que “si seguimos con la misma voluntad de seguro vamos a encontrar la solución” para alcanzar la paz en ese país antes de seis meses. 

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Lettera di Fidel Castro a Telesur per il decimo anniversario

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«La sua creazione fu un’iniziativa dell’indimeticabile Hugo Chávez, cosciente dell’importanza di promuovere l’integrazione latinoamericana»

«…Non vi è stato alcun importante accadimento politico, economico e sociale nel quale teleSur non sia stata presente con immediatezza, obiettività e veridicità…», ha scritto il leader della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, in una lettera inviata a teleSur in occasione del suo decimo anniversario.

TeleSur iniziò le sue trasmissioni il 24 luglio del 2005, grazie a un’iniziativa congiunta di Fidel stesso e del leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, che furono i principali promotori del processo di integrazione tra le nazioni latinoamericane e caraibiche.

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Sin dalla sua nascita, l’emittente televisiva ha trasmesso i principali eventi politici e sociali della regione così come del resto del mondo, offrendo sempre un punto di vista alternativo, diverso dai mezzi d’informazione egemonici.

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[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Maduro: «La Spagna dietro il colpo di stato sventato in Venezuela»

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Il presidente del Venezuela Maduro ha denunciato in modo chiaro che il tentato colpo di stato sventato recentemente da Caracas sarebbe stato finanziato dal governo della Spagna. Lo ha riferito in un’intervista a Telesur.
 
Maduro ha dichiarato che il primo ministro spagnolo Mariano Rajoy promuove azioni di destabilizzazione contro il popolo venezuelano. “Rajoy vuole coprire i problemi interni della Spagna, parlando male delle conquiste della Rivoluzione bolivariana”, ha detto il capo dello Stato, citato da Telesur.
 
Il presidente del Venezuela ha anche ribadito che non permetterà ad alcun governo al mondo di minacciare la stabilità dei venezuelani. “E’ inconcepibile che sia proprio l’attuale governo spagnolo che ci critica, quando Rajoy è parte di un gruppo di corrotti che attaccano il Venezuela“, in riferimento ad i casi di corruzione di alcuni membri del partito Rajoy.
 
La scorsa settimana, il governo del Venezuela ha avviato un riesame “globale” dei rapporti con la Spagna, secondo quanto ha annunciato il ministro degli Esteri del Venezuela Delcy Rodríguez, dopo l’incontro presso la sede del Ministero degli Esteri a Caracas con l’ambasciatore spagnolo, Antonio Perez Hernández y Torra.

Delcy Rodriguez: «Unasur ratifica lo spirito di libertà e sovranità»

delcy rodriguez quitoda Correo del Orinoco

«Abbiamo ricevuto il sostegno delle nostre nazioni del Sud, il nostro popolo apprezza la fermezza con cui l’Unasur emesso questo comunicato, perché sappiamo che il Venezuela non è solo, nell’ambito diplomatico così come in quello della diplomazia dei popoli», ha dichiarato il Ministro degli Esteri

Il Ministro degli Esteri del Venezuela, Delcy Rodriguez, ha dichiarato che il comunicato emesso dall’Unione delle Nazioni Sudamericane (UNASUR) dove viene condannata l’ingerenza del governo degli Stati Uniti d’America e dove viene richiesta l’abrogazione del decreto legge che qualifica il Venezuela come una “minaccia inusuale e straordinaria”, ratifica lo spirito di unità, libertà, sovranità e indipendenza dei popoli latinoamericani.

Nell’ambito della trasmissione En contacto informativo in onda su Telesur, dalla sede di Quito, in Ecuador, Rodriguez ha affermato che la riunione dei ministri degli Esteri dei paesi membri dell’Unasur «è stata caratterizzata dallo spirito di libertà dell’America Latina, di quei popoli che da molto tempo hanno deciso di essere liberi e di non voler tornare mai più all’oscurantismo che pretende d’imporre l’imperialismo, in questo caso, con una decisione terribile e sproporzionata (…) con cui si vuole attaccare la sovranità e l’autodeterminazione del popolo venezuelano».

«Portiamo qui il messaggio del nostro popolo – ha spiegato il Ministro degli Esteri – del Presidente Maduro, un messaggio di fermezza, di apertura al dialogo, ma con fermezza e soprattutto uguaglianza con il governo degli Stati Uniti». Definendo il decreto di Barack Obama come un atto emanato da «una classe dirigente che non rispetta alcun principio del Diritto Internazionale, che non aderisce ai principi delle Nazioni Unite».

Il Ministro degli Esteri venezuelano ha espresso gratitudine ai suoi omologhi sudamericani presenti alla riunione di Quito, «coscienti della gravità che rappresenta l’ordine esecutivo, non solo per il Venezuela, ma per l’intera regione, perché potrebbe verificarsi un intervento militare che non sappiamo quando andrà a violare le frontiere del Venezuela».

Ha poi definito la decisione dell’Unasur come storica e affermato che con questa posizione l’organismo «si è opposto all’imperialismo in maniera ferma e contundente». Delcy Rodriguez ha inoltre evidenziato che «non si tratta di politicizzare o ideologizzare lo scontro in atto, ma di confermare che nellà diversita possiamo essere uniti di fronte a cose grandi, dinanzi a grandi sfide storiche».

Il popolo venezuelano continuerà a stare in trincea, a lottare in difesa della propria sovranità e autodeterminazione, «perché il Venezuela si pone dinanzi ai popoli con la diplomazia bolivariana, che è di pace. Di fronte alla politica bellicista dell’amministrazione statunitense, noi sosteniamo la diplomazia della pace».

«Abbiamo ricevuto il sostegno delle nostre nazioni del Sud, il nostro popolo apprezza la fermezza con cui l’Unasur emesso questo comunicato, perché sappiamo che il Venezuela non è solo, nell’ambito diplomatico così come in quello della diplomazia dei popoli», ha sottolineato la dirigente bolivariana.

Nel comunicato emesso dall’organismo sudamericano, i paesi membri ratificano «il rigetto del Decreto Esecutivo del Governo degli Stati Uniti d’America, approvato il 9 marzo del 2015, in quanto costituisce una grave minaccia interventista, diretta contro la sovranità e al principio di non intervento negli affari interni di altri Stati».

Inoltre, esigono che il governo degli Stati Uniti s’impegni a «valutare e implementare soluzioni alternative per il dialogo con il governo del Venezuela, basate sul principio di rispetto della sovranità e dell’autodeterminazione dei popoli. Di conseguenza – chiedono – l’abrograzione del Decreto Esecutivo».

Infine, il blocco di integrazione ha ribadito il suo impegno per la piena osservanza del Diritto Internazionale, la Risoluzione Pacifica delle Controversie e il principio di non Intervento.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Fabrizio Verde]

Al Mayadeen inaugura il suo sito in spagnolo nel ricordo di Hugo Chávez

da al mayadeen

Lo scorso 5 marzo, in ricordo della scomparsi fisica del Comandante Hugo Chávez, l’emittente araba, Al Mayadeen, ha inaugurato il suo sito in lingua spagnola.

Al Mayadeen, è un canale Tv con sede in Libano, creato dal giornalista Ghassan Ben Jeddou l’11 giugno del 2012. Jeddou si era dimesso il 22 aprile del 2011, dalla Tv del Qatar, Al Jazeera, per la mancanza di professionalità ed obiettività nel riportare gli eventi in Libia, Siria e Yemen, ignorando le proteste in Bahrein.

Ben Jeddou, in un’intervista a Prensa Latina ha osservato che «il 5 marzo è un giorno triste per chi ha amato il leader bolivariano,  ma il lancio del sito digitale, in questo giorno, è un messaggio di fedeltà al patrimonio che ci ha lasciato». Ed ha aggiunto: «Potevano scegliere un altro (giorno), ma abbiamo voluto scegliere un giorno di resistenza, nuove sfide continuano fedeli alle idee che ci lasciato Chavez». Dopo il lancio del sito in lingua spagnola, il direttore di Al Mayadenn ha annunciato, a breve, l’apertura di un portale in lingua inglese. Inoltre, ha annunciato che l’emittente si pone l’obiettivo di unire il pubblico arabo e dell’America Latina con un linguaggio che ha definito attraente e vitale.

Ben Jeddou ha lamentato la distanza tra le due regioni, nonostante il gran numero di emigranti arabi e dei loro discendenti che vivono in America Latina e ha ritenuto necessario lanciare il progetto per contrastare la visione negativa che trasmettono le agenzie di stampa occidentali. Il sito è attivo dal 5 marzo incluso l’aggiornamento minuto per minuto dell’ agenzia di stampa Prensa Latina, con la quale Al-Mayadeen ha firmato un accordo di cooperazione che consente di utilizzare le informazioni con il dovuto credito. Ben Jeddou ha ricordato che «Prensa da un anno è presente sul nostro sito web inizia e sfruttiamo a loro esperienza e l’approccio di successo. Ci sono interessanti materiali che riceviamo dall’America Latina e lo traduciamo per immetterlo sul sito in arabo. Inoltre, Il Direttore di Al Mayadeen è intenzionato ad offire più spazio per mostrare la realtà di mondo arabo, l’opinione degli scrittori latinoamericani e dei Caraibi, dei pensatori arabi, così come ai temi culturali e alle sezioni artistiche. Una delle sezioni promuoverà la Rete Internazionale dei Media in difesa dell’Umanità, un progetto di impegno professionale e politico per le cause nobili del pianeta che ha abbracciato Al-Mayadeen durante la prima convention di radio e televisione a L’Avana nel 2013.

«Ci stiamo aprendo (in America Latina) per accedere e raggiungere tutti, ma senza nascondere la nostra identità politica. L’apertura non significa in alcun modo perdere le nostre caratteristiche e i nostri principi politici, i nostri valori. Li difenderemo», ha precisato Ben Jeddou, ricordando che al-Mayadeen è la prima emittente TV araba che ha assunto come proprie le cause dei popoli dell’America Latina, in particolare, nei paesi con governi e processi rivoluzionari e progressisti, ed è stato un luogo di denuncia dei complotti contro il  Venezuela. A tal proposito, Ben Jeddou ha menzionato Cuba e in questo senso il voto delle Nazioni Unite contro il blocco economico, il ritorno all’isola caraibica dei cinque incarcerati negli Stati Uniti e, più recentemente, il tentativo di colpo di stato contro il presidente venezuelano Nicolas Maduro, e le minacce di attacco a TeleSur.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Impossibile torcere il braccio della rivoluzione bolivariana

da RT

Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha perso la battaglia in Venezuela e non è riuscito a torcere il braccio della rivoluzione bolivariana, ha argomentato la giornalista venezuelana, Erika Ortega Sanoja, in questo articolo scritto in esclusiva per RT.

In America Latina c’è un detto popolare che è diventata una barzelletta: «Gli Stati Uniti sono l’unico paese del continente in cui non ci sono colpi di stato perché non c’è un’ambasciata yankee».

In Venezuela, la culla della rivoluzione bolivariana che promuove il socialismo del XXI secolo, c’è un’ambasciata USA e, in 16 anni, i suoi cittadini sono stati vittima di numerosi tentativi di sovvertire l’ordine costituzionale stabilito attraverso il suffragio universale.

Giovedi 12 febbraio si è compiuto un anno dal processo di destabilizzazione in Venezuela organizzata dai settori dell’estrema destra, che ha provocato l’uccisione di 43 persone, la maggior parte dei quali vittime di bande neofasciste.

Sotto lo stesso schema e sostenuta da esponenti dei golpes morbidi contro l’Europa dell’Est, due leader della minoranza dell’opposizione, Leopoldo López e Maria Corina Machado, hanno incitato i manifestanti in piazza “fino a che il governo non se ne va”.

Un anno dopo, gli stessi personaggi coinvolti nei piani di assassinio, si coalizzano con un altro oppositore, Antonio Ledezma, con un documento chiamato “l’accordo nazionale per la transizione”. Si redigono così le linee di un presunto nuovo governo, prima “dell’inevitabile collasso del regime”, che sarebbe stato sviluppato all’interno di un determinato tempo definito.

L’approccio del documento non è una novità: scioglimento delle autorità pubbliche, la ripresa del  controllo del PDVSA con una nuova politica, la richiesta di stanziamenti al Fondo Monetario Internazionale, nuovo processo di privatizzazione, cioè, tornare al neoliberismo. Più di quanto pianificato nel colpo di stato che 12 anni prima promosse il dittatore e uomo d’affari Pedro Carmona.

I promotori

La prima è Maria Corina Machado, agente del governo del presidente George Bush contro Chávez e destinataria dei fondi USAID, secondo la ricerca dall’avvocato e giornalista Eva Golinger. Ha cercato senza successo di essere l’alfiere dell’opposizione a Chávez come un concorrente nelle elezioni presidenziali di ottobre 2012. Ha perso il suo seggio in seno all’Assemblea nazionale nel 2014 per aver violato la legge quando ha cercato di andare contro la Repubblica nell’Organizzazione degli Stati Americani sostenendo il presidente di Panama, Ricardo Martinelli.

Nel frattempo, Antonio Ledezma, attuale sindaco di Caracas, partecipa alla stesura del documento, pur essendo accusato di aver cercato finanziamenti per le guarimbas  e anche di fornire supporto ai terroristi come Lorent Gómez Saleh, che è stato espulso dalla Colombia quando in alcuni video confessava di aver pianificato attacchi contro funzionari pubblici, dirigenti popolari di organizzazioni di base e punti di strategici del paese.

Infine, Leopoldo Lopez, direttore nazionale del partito “Volontà Popolare”, collegato con il presidente colombiano Alvaro Uribe Vélez, firma il documento dietro le sbarre, mentre attende di essere processato dalla giustizia venezuelana per aver promosso con la sua presenza e i suoi discorsi le violenze del 2014. Convertito dalla destra transnazionale in una specie di martire, ha il sostegno della CNN in lingua spagnola e il suo caso è usato per dire che in Venezuela i diritti umani sarebbero violati.

Tentativi di colpo di Stato

Secondo le informazioni fornite, giovedì scorso, dal presidente Maduro, la pubblicazione sulla stampa dell’accordo nazionale per la transizione sarebbe stato il segnale per l’attivazione di un colpo di stato militare. Estremamente difficile, perché il rispetto della costituzionalità nell’ambito delle Forze armate nazionali bolivariane è quasi totale, la destra cercava un gruppo di militari venali per i loro scopi.

Sono riusciti a formare un gruppo di circa 17 agenti attivi, ai quali il Dipartimento di Stato ha concesso i visti per il solo fatto di essere disposti a rovesciare Maduro.

Il piano «consisteva nell’attaccare con gli aerei Tucano i punti strategici di alcune istituzioni statali, come il Ministero della Difesa, il Ministero degli Esteri, Giustizia e Pace, Palazzo Miraflores, sede del governo nazionale, e il canale Tv Telesur », ha spiegato in un discorso pubblico, il presidente Maduro.

L’attacco sarebbe stato realizzato durante la trasmissione di un video di 8 minuti e 30 secondi di lunghezza, registrati dal gruppo di militari attivi, oltre a un civile, indossando uniformi e passamontagna, che assumevano l’esecuzione del piano del colpo di stato.

Uno sarebbe stato corrotto, secondo il presidente dell’Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello Rondon, il primo tenente, José Antich Ricardo Zapata, già arrestato, pilota dell’aereo Tucano e «incaricato con chi aveva contatti negli USA per chiedere asilo e i visti».

In ricerche condotte in questi giorni, Cabello ha dichiarato, che «fucili AR15 sono stati trovati con i loro rispettivi caricatori, riviste, granate, una pistola HK, computer e uniformi militari».

Nella pianificazione, finanziamento e  collaborazione per la cosiddetta “Operazione Gerico”, Cabello ha menzionato varie personalità della borghesia venezuelana come Julio Borges, fondatore del partito Primero Justicia; Parsifal D’Sola, uomo d’affari e attivista politico; María Corina Machado e Pedro Mario Burelli, che hanno messo in contatto a Washington due soldati con il discepolo di Gene Sharp, Peter Ackerman; tra gli altri.

Da dove provengono gli aerei?

Un dettaglio importante della ricerca è legata alla provenienza degli aerei per bombardare i siti, che comprendeva anche l’ufficio del Procuratore generale, la Corte Suprema, tra gli altri.

E, secondo le autorità, gli aerei Tucano venezuelani sono a terra per riparazioni importanti, «hanno un difetto nel telaio, in un pezzo della ruota anteriore. É una falla strutturale», ha spiegato Diosdado Cabello.

Si segnala, inoltre, che a Panama era  latitante il tenente Eduardo Figueroa Marchena, uno dei possibili piloti di questi velivoli che aveva partecipato al complotto.

In precedenza, il presidente Maduro aveva manifestato alcuni sospetti: «Ho chiesto alla cancelliere Delcy Rodriguez, che era a Mosca, di comunicare con i rappresentanti diplomatici dei Paesi Bassi che sono in attesa per questo tipo di velivolo nei loro aeroporti. Ho provato a fare lo stesso con il presidente Santos, al quale ho chiesto di parlare diverse volte, ma non c’è stata possibilità perché era in volo».

L’intenzione di Maduro è stato quella di richiamare la più alta gerarchia colombiana sul pericolo che avrebbe corso nel far decollare un velivolo di questo tipo dal suo territorio. Già anni fa, l’ex ministro della difesa e il giornalista venezuelano José Vicente Rangel, aveva denunciato l’acquisto di aerei da parte dei banchieri latitanti venezuelani, come Eligio Cedeño e Nelson Mezerhane, coinvolti in appropriazione indebita nelle istituzioni finanziarie e altri reati. Questi velivoli sarebbero, secondo le informazioni di Rangel, in Colombia.

Gli USA concedono più visti

L’imbarazzo del presidente Obama nel riconoscere con sicurezza di torcere il braccio a paesi che non ascoltano le sue richieste, è stato dimostrato nel documento di strategia di sicurezza nazionale del 2015.

Pubblicato, venerdì scorso, dalla Casa Bianca, il poliziotto del mondo ha chiarito che quest’anno avrebbe sostenuto «i cittadini dei paesi in cui il pieno esercizio della democrazia è a rischio, come il Venezuela».

Il giorno prima del tentativo di colpo di stato contro Maduro, il vicepresidente Joe Biden ha incontrato la moglie di Leopoldo López. L’incontro è stato annunciato attraverso i social network, attraverso l’account di Biden: «Ho incontrato i venezuelani colpiti dalla oppressione del loro governo, per sottolineare il nostro impegno a promuovere i diritti umani nel mondo». In questo scenario, non ci sono coincidenze.

Le sanzioni del Senato degli Stati Uniti, proposte contro coloro che indagano o arrestano le azioni sediziose, sono un chiaro esempio del sostegno che hanno settori della borghesia venezuelana.

Ma per mettere mano alla prima riserva di petrolio al mondo con più di 300.000 milioni di barili di riserve accertate; così come l’oro, i minerali e l’acqua nella terra di Simon Bolivar, dovrà fare di più.

Non sarà sufficiente far scomparire i prodotti del paniere di base, come hanno fatto per rovesciare Allende nel 1973 o assoldare mercenari per unire i fuochi di gruppi neo-nazisti, nello stile dello rivoluzioni colorate.

Per battere la rivoluzione bolivariana, devono fare i conti con la coscienza di un popolo, che si è risollevato con Hugo Chávez, dopo 500 anni di lotta. Questo non accadrà.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

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