Stati Uniti: 26 mila crimini razziali ogni anno

nuevayork-arresto1da Correo del Orinoco

Molto alto, inoltre, il numero dei gruppi che istigano all’odio negli Stati Uniti: ben 784 al 2013

Oltre 26 mila sono i crimini che negli Stati Uniti vengono commessi ogni anno, motivati da razzismo e xenofobia o che costituiscono attacchi contro minoranze ideologiche o etniche, ha denunciato l’avvocato Richard Cohen, direttore del South Poverty Law Center.

In un’analisi realizzata per il quotidiano Washington Post, Cohen ha ricordato che secondo l’ultimo rapporto dell’FBI nel 2013 questi crimini furono 5.928 nell’intero paese, e solo 51 in South Carolina, lo stato a cui appartiene Charleston, dove è stato perpetrato il massacro.

Le stime sono basate su «segnalazioni volontarie delle agenzie di sicurezza» distribuite in tutto il paese.

I numeri forniti dall’ufficio statistico della Segreteria di Giustizia, anche per il 2013, sono molto diversi, visto che circa 256 mila persone muoiono ogni anno per crimini motivati dall’odio.

In assenza di un obbligo di denuncia per questi crimini, ha sottolineato Cohen, «molte agenzie rifiutano di collaborare. Il Mississippi, per esempio, ha riferito di soli quattro crimini nel 2013, mentre l’Alabama sei».

Proprio in questi due stati del sud sono attivi gruppi suprematisti e il tristemente noto Ku Klux Klan.

Inoltre, secondo l’Ufficio di Statistica, almeno un quarto delle vittime di questi attacchi non li denuncia, in particolare gli immigrati clandestini che temono il rimpatrio.

I membri della comunità omosessuale sono spesso il bersaglio di questi attacchi, e in molti casi non vogliono rivelare la loro identità sessuale.

Molto alto, inoltre, è il numero dei gruppi che istigano all’odio negli Stati Uniti: ben 784 al 2013 contro i 457 del 1999.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

L’alleanza cino-russa nel presente e nel futuro

accordo-cina-russia-gasdi Manuel Yepe – marx21.it

Poco dopo la conclusione della Seconda Guerra Mondiale, i popoli hanno iniziato ad avvertire – nonostante l’implacabile campagna di discredito che Washington dispiegava allora contro Mosca, convinta di avere l’esclusiva del segreto della bomba atomica – che l’Unione Sovietica era il concorrente capace di frenare le ambizioni di dominio globale degli Stati Uniti.

Di quel mondo bipolare contrassegnato da due sistemi differenziati da ideologie contrapposte – uno che rispondeva agli interessi di chi possedeva la maggior parte delle ricchezze materiali frutto dello sfruttamento della grande maggioranza degli abitanti del pianeta; l’altro espressione delle aspirazioni di giustizia di queste masse sfruttate impegnate nella lotta per rendersi indipendenti dal giogo coloniale ed emanciparsi dallo sfruttamento imperialista – derivano le principali contraddizioni del mondo contemporaneo.

L’Unione Sovietica, l’unica grande potenza dove prevaleva la seconda ideologia, scontava però un enorme ritardo economico, militare e tecnologico rispetto agli altri paesi e aveva dovuto certamente pagare il prezzo maggiore per sconfiggere la Germania fascista.
Noi sostenitori del socialismo e della pace in tutto il mondo sognavamo allora che l’avvicinamento della Russia e della Cina avrebbe rappresentato la risposta appropriata per avanzare sulla via tracciata dalla sconfitta del nazismo verso un futuro di collaborazione tra le nazioni.

La tenacia con cui la Cina aveva affrontato l’esercito giapponese dal 1931 con l’invasione della Manciuria fino al 1945, fece si che l’Unione Sovietica non dovesse lottare su due fronti contro il fascismo. L’invasione giapponese provocò la morte di 35 milioni di cinesi e causò alla Cina distruzioni con danni economici calcolati in 600 mila milioni di dollari.

La celebrazione a Mosca lo scorso 9 maggio del 70° anniversario della Vittoria dell’Esercito Sovietico sulla Germania nazista e la comparsa di nuove alleanze internazionali che si sono manifestate, o perlomeno prospettate, in occasione della grandiosa commemorazione promettono cambi epocali nella struttura politica del mondo in questo XXI secolo.

Di fatto, è stata il segno della fine di un’era dominata da un’unica superpotenza mondiale, gli Stati Uniti, la cui incapacità all’assolvimento della responsabilità assunta al termine della Guerra Fredda, è stata ampiamente dimostrata e ha condotto alla prospettiva di una configurazione globale multipolare come necessità imperativa.

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Pieno sostegno all’Ecuador dai governi dell’America Latina

asdfs.jpg_1718483346da Telesur

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, il suo omologo Evo Morales e altri leader regionali hanno espresso sostegno totale all’Ecuador

Nicolás Maduro e altri presidenti della regione, solidali con il presidente dell’Ecuador, Rafel Correa, che ha denunciato una cospirazione ordita per cercare di rovesciare il suo governo. In Ecuador vi sono state diverse proteste dell’opposizione contraria al progetto di legge sulle successioni.

Il presidente ha ricordato che il governo venezuelano ha sperimentato qualcosa di simile a ciò che sta accadendo in Ecuador, nel 2001, quando fu approvata la Ley habilitante. Maduro ha denunciato che la destra protesta nuovamente per giustificare una campagna criminale contro Correa.

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha respinto le azioni destabilizzanti promosse dai gruppi oligarchici in Ecuador, ed ha espresso il suo sostegno al presidente del paese, Rafael Correa.

«La mia solidarietà, il mio rispetto, il mio sostegno al presidente Correa», ha dichiarato in occasione di un discorso tenuto presso il Palazzo Quemado, sede del governo.

Nel suo intervento, il capo dello stato boliviano ha invitato tutti i movimenti di destra del continente a rispettare la democrazia, perché si deve lavorare sulla base degli interessi nazionali, non settoriali.

Nel frattempo, anche il governo cubano ha rilasciato delle dichiarazioni sulla situazione in Ecuador, attraverso il portale del Granma: «davanti ai recenti atti di destabilizzazione dei gruppi oligarchici del paese, il Governo Rivoluzionario della Repubblica di Cuba esprime la sua ferma e incondizionata solidarietà e sostegno al popolo fratello ecuadoriano, al Governo della Revolución Ciudadana, e al suo leader, il compagno Rafael Correa Delgado».

Il Governo cubano ha inoltre invitato a rispettare l’ordinamento giuridico dell’Ecuador e a respingere qualsiasi ingerenza negli affari interni del paese, in linea con i principi che dichiarano l’America Latina e i Caraibi Zona di Pace.

Secondo il presidente Morales non è giustificabile il fatto che la destra continui a destabilizzare la nazione sudamericana dopo che il presidente ecuadoriano ha provvisoriamente ritirato il progetto di legge sulle successioni, utilizzato dall’opposizione come punta di lancia per chiamare allo sciopero, al boicottaggio e alle manifestazioni violente.

Allo stesso tempo, ha denunciato l’interferenza di nazioni straniere, come gli Stati Uniti, che hanno sostenuto questo tipo di piani destabilizzanti non solo in Ecuador, ma in altri paesi come il Venezuela.

Appoggio al Venezuela

«Quando sorgono movimenti di liberazione in America Latina e nei Caraibi intervengono gli Stati Uniti. Adesso aggrediscono Venezuela ed Ecuador», ha precisato Morales.

Sulla recente visita in Venezuela dell’ex presidente spagnolo Felipe González, il capo dello stato boliviano ritiene che quest’uomo, il quale pretende di difendere giuridicamente gli oppositori detenuti per atti di violenza costati la vita a oltre 40 persone, non sia mosso da buone intenzioni.

«Perché non si batte per la restituzione di Guantanamo a Cuba? Questo sì che sarebbe lottare per la giustizia», ha chiesto Morales.

Infine, il presidente ha spiegato che il neoliberismo non ha risolto i problemi economici e sociali della regione. «In America Latina queste politiche non sono state in grado di risolvere i problemi economici e sociali. Il neoliberismo e l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) hanno fallito».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Massud Islami: «Cuba manterrà stretti legami con l’Iran»

da al manar

Nel corso di un incontro con Massud Islami, direttore generale per il Nord e Centro America del ministero degli Esteri iraniano,Vladimir Gonzalez, ambasciatore cubano a Teheran, commentando i risultati del VII vertice delle Americhe, a Panama, ha assicurato che la politica estera della Rivoluzione cubana resta invariata, in particolare, per quanto riguarda gli stretti legami che la uniscono con l’Iran.

Dal suo canto, l’Iran si è congratulato con Cuba per la sua posizione nell’ambito dei negoziati con gli Stati Uniti e ha elogiato la rivoluzione nel paese caraibico che continua ad essere un simbolo della resistenza per molte nazioni del mondo.

Come si legge nel comunicato stampa, Islami ha salutato le autorità cubane per i risultati ottenuti finora nel processo dei colloqui con il governo degli Stati Uniti, e ha sottolineato che per l’Iran sono materia di particolare interesse e di studio.

Il diplomatico iraniano ha aggiunto che l’attenzione ai negoziati tra L’Avana e Washington si basano sul fatto che «molti paesi in tutto il mondo sperano che Cuba rimanga un simbolo della resistenza»

Gonzalez ha, quindi, ha aggiornato l’Iran sui negoziati tra il suo paese e gli Stati Uniti dopo l’annuncio del ripristino dei rapporti diplomatici dello scorso dicembre.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

A. Chávez: «Se sarà necessario prendere le armi lo faremo»

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Dalla tribuna antimperialista che si è tenuta nel municipio Pedraza de Barinas, nell’ambito delle attività sviluppate per commemorare i due anni dalla ‘siembra’ di Hugo Chávez, il leader della Rivoluzione nella regione Los Llanos, Adán Chávez, ha affermato che «nessun impero ci può intimidire con le sue minacce. Se ci toccherà prendere le armi per difendere la Rivoluzione, lo faremo».

In riferimento alle ultime dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, che ha definito il Venezuela una minaccia per la sicurezza del suo paese.

“Noi non siamo soli – ha affermato il dirigente nazionale – nel nostro continente e oltre, possiamo contare sull’appoggio di molti paesi fratelli. Lo hanno dimostrato in diversi momenti della nostra storia rivoluzionaria e questa non sarà l’eccezione”.

Ha inoltre sottolineato che l’avanguardia rivoluzionaria, sarà in prima linea per difendere l’indipendenza e la sovranità del Venezuela.

Il governo bolivariano insieme al popolo venezuelano, ha poi aggiunto l’esponente del Psuv, vuole portare avanti il processo socialista in pace, «ma siamo pronti a difendere l’eredità del Gigante Chávez, la nostra eredità, su qualunque terreno sarà necessario». 

Chávez ha chiamato tutti i chavisti a scendere in piazza per difendere il territorio venezuelano: «Vorrebbero mostrare all’opinione pubblica mondiale che siamo un paese di terroristi. Sì, siamo una minaccia per loro, ma esclusivamente perché vogliamo continuare, in pace, a difendere quello che ci appartiene. Perché siamo un popolo libero, sovrano, cosciente e indipendente. Loro invece sono una reale minaccia per il mondo intero perché sono abituati a bombardare paesi, uccidere anziani, bambini e intere popolazioni».

Il dirigente bolivariano ha concluso con un’importante indicazione: se maggiore sarà l’unità, la coscienza e l’organizzazione rivoluzionaria, per l’impero sarà molto complicato concretizzare le sue pretese d’invasione e dominazione.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione a cura di Fabrizio Verde]

La mutazione della resistenza libanese

di Amal Saad – Al-Akhbar

Il coinvolgimento di Hezbollah in Siria è stato criticato da molti nel mondo arabo come «se avesse abbandonato la resistenza per combattere contro altri musulman». I suoi attacchi efficaci e recenti contro Shebaa contro un convoglio militare israeliano, però, è servito a ricordare che il movimento non ha distolto la sua attenzione da Israele ed è in grado di combattere su più fronti.

Il fatto che Hezbollah mantenga la sua attività di resistenza come priorità, mentre potrebbe essere impegnato in diversi teatri militari nella regione, dice che ha trasceso la sua origine, la sua missione di resistere Israele.

Affrontare Israele è oggi uno dei ruoli, tra gli altri, interpretati da Hezbollah nel periodo successivo alle turbolenze regionali ed ha segnato l’inizio dell’ascesa del takfiri-jihadismo. Al di là del suo ruolo di organizzatore della Resistenza, Hezbollah ha la responsabilità di mantenere i confini del Libano, per facilitare la sicurezza nazionale e la lotta al terrorismo, così come conduce operazioni contro le insurrezioni in Siria e in Iraq.

La resistenza non si limita più ad espellere gli occupanti sionisti e prevenire ogni ulteriore aggressione israeliana, ma ora ha il compito di preservare il quadro politico-territoriale e l’ambiente strategico di cui ha bisogno per continuare la sua missione. La destabilizzazione delle due sfere da parte dei takfiri-jihadisti ha costretto Hezbollah a trasformarsi in un movimento post-resistenza.

Il “post” non significa la fine della resistenza, o quello che viene dopo, ma deve essere inteso, nello nel senso di “post” in postcoloniale, può essere interpretato come «la continuazione del colonialismo, anche se da nuovi o diversi rapporti di potere».

La Resistenza, lungi dall’essere conclusa, si è ora trasformata in un esercito di resistenza transnazionale la cui leadership e missione è quella di rimanere attaccato al suo scopo, ovvero resistere a Israele, ma è anche impegnata nella protezione della “spina dorsale” della Resistenza, ha spiegato Nasrallah. A tal fine, Hezbollah ha cercato di recuperare i territori siriani, libanesi e iracheni sotto il controllo jihadista.

In sostanza, Hezbollah deve affrontare una rivolta transnazionale che cerca di espandere il suo proto-stato. Mentre il movimento aveva creato il suo modello “ibrido” di guerriglia nel 2006 dalla fusione di combattimento convenzionale e non convenzionale, così ha creato questo nuovo modo di contro insurrezione in cui il proprio esercito di resistenza, irregolare e ibrido, mira a sopprimere l’attività degli insorti appartenenti ad un’altra forza irregolare e ibrida.

 Battaglia esistenziale contro l’ ISIS

La guerra con ISIS e il Fronte Al-Nusra è considerata una battaglia esistenziale con una forza che non ammette compromessi ed è determinato a eliminare tutti gli sciiti, e per estenso, la resistenza. Mentre l’ideologia takfira non è politicamente delegittimata nello stesso modo in cui lo è il sionismo, né il suo diritto di esistere come una dottrina religiosa è contestat, il takfirismo o militanza jihadista è inequivocabile assimilata agli interessi di Israele. Nel suo discorso, Hezbollah confronta il pericolo rappresentato da l’ISIS e al Nosra ad Israele. Nasrallah ha invocato l’oppressione israeliana come analogia per la perdita della terra, la distruzione di case, rapimento delle donne, l’uccisione dei bambini e l’umiliazione che i jihadisti potrebbero infliggere.

Nel suo discorso in occasione della “Giornata della Resistenza e della Liberazione” l’anno scorso, Nasrallah si è spinto al di là di questa analogia quando ha fatto un parallelo tra la migrazione di massa dei coloni ebrei in Palestina con l’aiuto delle potenze coloniali nel ventesimo secolo e la mobilitazione e la distribuzione dei jihadisti nella regione, ribadendo che è stata facilitata dagli imperialisti di oggi.

I jihadisti non sono solo moralmente e politicamente assimilati a Israele, secondo questa interpretazione, ma strategicamente collegati. L’ ISIS è descritto come servitore volontario o “involontario” del piano israelo-statunitense di dividere la regione e fomentare la guerra, mentre al-Nosra – compresa la cooperazione militare con Israele tramite l’ intelligece è stato ben documentato dalle Nazioni Unite, dalla stampa occidentale e dai media sionisti – è considerato un’incarnazione del vecchio esercito collaborazionista del Sud del Libano, armato da Israele. È su questa base che Hezbollah considera gli attacchi aerei della coalizione guidata dagli Stati Uniti contro gli obiettivi dell’ISIS in Siria e in Iraq, come nient’altro che un’operazione progettata per “contenere” l’organizzazione, piuttosto che sconfiggerla.

 Una guerra offensiva

Anche se gli argomenti empiricamente supportati come questi hanno permesso Hezbollah a teorizzare la sua guerra contro il jihadismo come estensione della sua campagna di resistenza, la natura del suo intervento militare in Siria e in Iraq lo ha costretto a ripensare e a sviluppare il suo concetto di guerra di resistenza. La resistenza è stata estesa per includere strategie militari che non sono state tradizionalmente associate alla guerriglia classica o alla guerra di resistenza – combattere i gruppi che non sono considerati come forze di occupazione, difendere i suoi alleati fuori i confini nazionali, praticando la guerra contro la guerriglia.

Avanzare in territorio nemico o in territorio conteso da un avversario su una zona di un vicino che è un alleato, non è tipico dei movimenti di resistenza armata, né una strategia militare di difesa, se non di essere visto come un atto auto-difesa “preventiva”. Nasrallah lo ha spiegato con precisione. Temendo un attacco jihadista sul Libano, Hezbollah ha sottoscritto il vecchio adagio che “la miglior difesa è l’attacco” in Siria e in misura più limitata, in Iraq.

Nel 2013, il ruolo militare di Hezbollah in Siria è cambiato radicalmente da una piccola missione di consulenza ad un ruolo diretto di combattimento con un gran numero di combattenti. Da Qusayr, ha esteso la presenza militare di Hezbollah ed ha aiutato il governo siriano a riprendere l’offensiva in aree che erano state perse a vantaggio dei ribelli. In realtà, gli attacchi di terra a Qusayr e Qalamoun sono stati effettuati principalmente dalle forze di Hezbollah, mentre l’esercito siriano ha fornito artiglieria e copertura aerea al suo partner principale. Inoltre, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani (OSDH), Hezbollah sta prendendo «l’iniziativa di guidare l’esercito [siriano] e le forze iraniane nel triangolo di terra tra Daraa, Quneitra e le province del sud-ovest di Damasco».

In altri settori, come i quartieri di Damasco, nell’Est Ghouta e Kassab, le forze di Hezbollah sono direttamente coinvolte nei combattimenti a fianco delle forze armate siriane, migliorando le prestazioni in recenti combattimenti. Ad Homs, Aleppo e sulle alture del Golan, Hezbollah ha schierato forze speciali per aiutare, consigliare e organizzare le forze siriane regolari e le forze paramilitari. Data l’esperienza di combattimento del movimento nella guerra e nella formazione nel combattimento urbano non convenzionale, le unità di forze speciali di Hezbollah hanno migliorato in modo significativo la capacità delle truppe siriane.

Operazioni offshore come queste sono state generalmente appannaggio delle grandi potenze, piuttosto che soggetti non statali, di solito, piuttosto, beneficiari di tali aiuti. Come definito dai Comandi militari delle operazione speciali degli Stai Uniti, la guerra non convenzionale, di solito, «coinvolge soggetti esterni che aiutano gli attori interni contro i governi. L’assistenza si può applicare alla formazione, all’organizzazione,  al reclutamento, [invio]di consiglieri operativi…In altre parole, le forze speciali affiliate con eserciti convenzionali, statali, sono solitamente utilizzate per assistere forze non convenzionali, piuttosto che il contrario.

L’intervento militare di Hezbollah in Siria e in Iraq ha ampiamente rivisto il suo ruolo tradizionale di organizzare la resistenza e l’ha collocato su un piano di parità con il suo mentore di lunga data in Iran, le Forze al-Quds per operazioni speciali, di per sé un partner attivo in Siria e in Iraq.

L’asse della Resistenza

Nella fase “post”, la politica di resistenza è stata soppiantata dalla politica dell’Asse della Resistenza. L’alleanza strategica tra Iran, Hezbollah, Siria e Iraq è oggi caratterizzata da una unità delle forze militari e da una unità dei teatri militari contro ISIS e Israele.

In Siria, la forzata integrazione tra l’Esercito di Resistenza Hezbollah, le Guardie Rivoluzionarie iraniane (IRGC), le forze armate siriane e le milizie irachene, ha portato alla nascita di un unico fronte militare. Pochi giorni prima l’assassinio, da parte di Israele, dei combattenti di Hezbollah e di un comandante iraniano nel Governatorato di Quneitra nel Golan, Nasrallah ha minacciato di vendicarsi per gli attacchi israeliani contro obiettivi in ​​Siria, considerandoli contro «tutto l’Asse della Resistenza».

Nasrallah ha poi aggiunto che «la fusione di sangue libanese e iraniano sul suolo siriano [Quneitra] riflette l’unità della causa e l’unità del destino dei paesi della dell’Asse Resistenza». Mohammed Ali Jaafari, comandante dell’IRGC, ha fatto eco a questo sentimento quando ha suggerito che l’attacco di rappresaglia Hezbollah a Shebaa aveva il valore di una comune risposta: «Siamo una sola cosa con Hezbollah. Ovunque il sangue dei nostri martiri è sparso sulla linea del fronte, la nostra risposta sarà unitaria».
Accorpato con la sua difesa della Siria e delle Iraq contro le forze jihadiste, la rappresaglia Hezbollah – dopo l’attacco israeliano sulle alture del Golan – con una risposta a Shebaa, ha mostrato che i territori dell’Asse Resistenza, oggi, costituiscono un fronte unico. Nasrallah ha introdotto la nuova dottrina di sicurezza quando ha annunciato che la resistenza non  era «più preoccupata per le regole d’ingaggio [con Israele]. Non riconosciamo più linee di separazione o dei campi di battaglia».

Questa nuova architettura della sicurezza regionale, avrà implicazioni disastrose per Israele. Nella prossima guerra, Israele non solo affronterà le operazioni militari offensive nella Galilea, o “al di là della Galilea”, come Nasrallah ha recentemente promesso, ma anche con l’eventuale partecipazione di altri membri dell’Asse Resistenza, in particolare, l’Iran. Come la guerra a livello regionale contro takfiri-jihadisti ha dimostrato, ogni aggressione israeliana contro la Siria, il Libano e l’Iran, sarà considerata una guerra contro l’Asse della resistenza nel suo complesso.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Hezbollah ha annullato trame sioniste e takfire in Medio Oriente

da al manar

Hezbollah ha contribuito a rompere le trame contro Medio Oriente e distrutto il controllo israeliano degli eventi nella regione. Lo ha dichiarato il vice segretario generale di Hezbollah, lo sceicco Naim Qassem.

L’asse della resistenza ha ottenuto grandi successi nel confronto aperto con la trama sionista e takfira.

Questa è la logica conclusione alla quale si può arrivare dopo aver esaminato gli attuali sviluppi nella regione.

Nel momento in cui Hezbollah liberò i territori libanesi occupati da Israele nel 2000, l’alleanza sionista-americana contro l’asse della resistenza ha proseguito la destabilizzazione di diverse aree del Medio Oriente.

L’occupazione dell’Iraq e dell’Afghanistan fu l’inizio dell’attacco statunitense sulla regione prima che i cospiratori americano-sionisti decidessero di sfidare direttamente i loro nemici iniziando la guerra del 2006 contro il Libano.

Hezbollah, sostenuto da tutti i suoi alleati, ha sconfitto il potere militare sionista nel 2006, che ha portato l’amministrazione statunitense a elaborare piani alternativi per sconfiggere l’asse resistenza.

La “primavera araba” era un nome dato a un piano degli Stati Uniti per destabilizzare i paesi arabi per colpire l’asse della resistenza. La Siria è diventata, quindi, il bersaglio.

L’Isis e altri gruppi terroristici sono stati creati dal governo degli Stati Uniti e dai suoi alleati europei e arabi per realizzare questo piano di sostegno.

Tuttavia, l’esercito siriano, sostenuto dai suoi alleati, ha combattuto contro questa cospirazione e i gruppi terroristici, infliggendogli pesanti perdite.

L’esercito siriano e i suoi alleati hanno ripreso e liberato diverse città chiave, compresa la capitale, e sono crescenti le loro operazioni per sradicare i gruppi terroristici completamente.

L’Iran, come membro del nucleo dell’asse di resistenza, ha anche affrontato le minacce militari e le pressioni politiche dagli Stati Uniti che hanno cercato di costringere il paese ad accettare un accordo nucleare umiliante.

L’Iran, dunque, ha dovuto affrontare queste sfide, costringendo gli occidentali a rispettare il suo diritto a sviluppare un programma di energia nucleare in accordo con le norme internazionali. Inoltre, ha mantenuto anche il suo sostegno politico e militare a tutte le fazioni della resistenza nella regione e creato enormi capacità militari per il suo esercito, che ha schierato nelle recenti manovre che si sono sviluppate in oltre due milioni di chilometri quadrati.

L’Isis è stato sostenuto anche da Arabia Saudita e da molti altri paesi arabi per controllare l’Iraq e piegarlo alla loro volontà politica. Tuttavia, l’esercito iracheno, sostenuto da tutti i suoi alleati, ha mostrato resistenza a tale trama, ha liberato gran parte del territorio occupato dall’Isis nel mese di giugno e si prepara al recupero di tutti i territori sotto il controllo del gruppo terroristico.

Su tutti i fronti, l’asse della resistenza è stato in grado di annullare le trame degli Stati Uniti, dell’Isis e le guerre di aggressione da parte di Israele contro i diversi paesi della regione.

L’Intelligence israeliana ha riferito che l’entità sionista deve affrontare i pericoli reali ai suoi “confini”. Ha riconosciuto che Hezbollah ha un grande potere missilistico e si è guadagnato una notevole esperienza militare nella guerra in Siria. Gli israeliani riconoscono, inoltre, che i suoi nemici hanno rafforzato il loro potere e ora rappresentano una grave minaccia per l’entità sionista, se decidesse di lanciare nuove guerre.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Il Venezuela sosterrà la Siria all’Onu

da al manar

L’ambasciatore della Siria in Venezuela, Ghassan Abu Mazen, ha affermato che il conflitto generato nel suo paese è anche una guerra contro i popoli del mondo, ma la nazione araba ha come base principale la giustizia.

Questa affermazione è stata espressa nel corso di una conferenza del Comitato per la Giustizia e la Verità, che ha evidenziato la lotta dei popoli della Siria e del Venezuela nella difesa dei diritti umani e della pace.

Questo paese aiuta la Siria a partire dai primi giorni dell’avvento al potere del ex-presidente Hugo Chá­vez, ha ribadito il diplomatico.

Ora, il Venezuela occupa un seggio nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, sarà una voce forte per il popolo siriano, ha dichiarato.

Il governo di Caracas difende i diritti umani legiferando contro la tortura, politica comune dell’Esercito Usa, che finanzia circa 8.000 mercenari per provocare una guerra civile in Siria, ha spiegato Ghassan Abu Mazen.

Infine, ha anche ringraziato per la solidarietà internazionale contro gli attacchi promossi da Washington contro la Siria, in particolare, il popolo e le autorità venezuelane.

«In questa guerra saremo vittoriosi perché ci assiste la giustizia», ha sottolineato l’ambasciatore.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Rand Corporation: La vittoria di Assad è lo scenario più probabile

da al manar

Per la seconda volta, la Fondazione della Difesa degli Stati Uniti “Rand”, un’influente agenzia che si occupa dei problemi di sicurezza e di politica estera, ha pubblicato una relazione in cui sostiene che lo Stato siriano e il suo esercito sono le migliori garanzie per la lotta contro il terrorismo.

Un recente rapporto nel mese di agosto di quest’anno e recentemente aggiornato sostiene che il governo siriano ha compiuto progressi più velocemente di quanto avesse previsto nei suoi studi, effettuati a dicembre dello scorso anno.

Il rapporto osserva che:

– Il mantenimento del progresso delle forze armate e le rivalità dei gruppi armati dei gruppi di opposizione e il trasferimento di priorità dell’Isis dalla Siria all’Iraq ha permesso al governo siriano di compiere progressi contro l’opposizione più veloci di quelli che gli esperti Rand avevano previsto.

– La vittoria del governo siriano ora sembra essere la più probabile nel medio termine a causa della confluenza di fattori politici e militari che favoriscono le forze pro-Assad.

– Mentre alcuni a Washington vedono la Siria come un nemico a causa della sua alleanza con l’Iran e la Russia, e la sua ostilità nei confronti di Israele, la verità è che una caduta del governo siriano è percepita da molti esperti americani come il peggior risultato possibile per gli interessi strategici americani in quanto porterebbe al controllo di gran parte dei gruppi terroristici in Medio Oriente e il caos.

– Un fattore da considerare, tuttavia, è lo sviluppo dell’Isis che ha guadagnato forza, nonostante i bombardamenti degli Stati Uniti. Se l’Isis riesce ad eseguire la manutenzione delle armi catturate può diventare un serio concorrente delle armate siriane e irachene.

[Trad. dal francese per ALBAinformazione di Francesco Guadagni]

Oliver Stone: «Gli USA sono putrefatti»

da Aporrea.org

Per il regista Oliver Stone il suo paese, gli Stati Uniti, «sono putrefatti… e nessuno ha avuto il coraggio di cambiare nulla», queste le considerazioni espresse in un’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo, El Periodico, a proposito del recente lancio del suo ultimo lavoro intitolato «La storia non raccontata degli Stati Uniti», documentario in dodici capitoli che verrà trasmesso dalla Televisión Española.

Stone ha sottolineato la sua delusione dinanzi alla gestione del presidente Barack Obama. Ha dichiarato che la popolazione attendeva cambiamenti fondamentali nel sistema americano: con giustizia sociale e legalità, tuttavia, non vi sono grandi differenze rispetto al passato.

«Ogni volta che penso alle elezioni del 2008 mi si spezza il cuore. Mi sento ingannato da lui (Obama) perché il presidente non ha fatto ciò che ha promesso avrebbe fatto. Si è limitato semplicemente a prendere i soldi da Wall Street e mettere nel suo gabinetto conservatori come Hillary Clinton. E ha continuato le illegali politiche di Bush», ha detto Stone nell’intervista.

Il regista di 66 anni, che negli ultimi quattro decenni, si è dedicato a studiare il suo paese e descriverlo attraverso creazioni audiovisive, soprattutto in Salvador (1986) e Nixon (1995), dove il tema centrale è l’ingerenza statunitense e le irregolari politiche interne dei governi di questo paese, ritiene che negli Stati Uniti, vi siano stati solo due buoni presidenti: John Kennedy e Franklin Roosevelt.

Ha fatto anche riferimento al presidente Jimmy Carter, quello che, a suo parere, «ci ha provato, ma ha dovuto cedere e la sua presidenza ha finito per trasformarsi in uno dei peggiori esempi dell’impero americano».

Nel suo ultimo lavoro, la serie «La storia non raccontata degli Stati Uniti», ha voluto «capovolgere tutto, mettere in discussione ciò che è stabilito», mostrando che «gli Stati Uniti sono oggi il governo senza legge, siamo l’impero che controlla tutto, una società aggressiva e militarista, e racconto come ci siamo arrivati» ha spiegato Stone in una recente intervista con il quotidiano El Paìs.

In questa occasione ha definito Obama «un prodotto del sistema», come mostra nel documentario, e spiega che «nessun uomo può farcela contro l’impero soltanto Roosevelt e Kennedy sono riusciti a scuoterlo».

Stone, in quest’intervista, riflette: «Io sono parte dell’impero americano, vivo a New York, sono stato benedetto con un sacco di privilegi, ma devo ribellarmi a questi privilegi. Roosevelt lo fece nella sua presidenza. In caso contrario, tutto finirà come in La fattoria degli animali o 1984 di Orwell. Sono un regista con l’anima di uno storico».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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