Simón Bolívar e la Carta di Giamaica tra i banchi di scuola

WhatsApp Image 2019-06-11 at 17.21.39(1)di Romina Capone

Passano i secoli ma le idee del Libertador sono sempre attuali. L’incontro ha visto impegnato il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela in Napoli e gli studenti di quarta I ed L del liceo Scentifico Artuto Labriola. Il tema: La carta di Giamaica. Tra le mura di Palazzo Reale, presso la Biblioteca Nazionale di Piazza del Plebiscito – sezione Venezuela per il ciclo di incontri tematici.

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La Carta di Giamaica è una missiva di risposta redatta da Simón Bolívar il 29 Agosto 1815 in Giamaica come risposta ad Henry Cullen. Una lettera considerata a tutti gli effetti un vero e proprio saggio politico-economico e sociale. In essa el libertador venezuelano risponde dettagliatamente, alle provocazioni del commerciante giamaicano; con minuziosa cura espone la situazione politica di tutta l’America Latina e la sottomissione spagnola. Possiamo affermare che con questa lettera si innesca il processo denominato Rivoluzione Bolivariana; processo che è ancora vivo. 

Simón Bolívar nel 1815 rivendicava quei princìpi fino ad allora violati dalle barbarie degli spagnoli: libertà, uguaglianza, fratellanza. In Europa, si lottava per gli stessi ideali. A trentadue anni denunciava l’imperialismo e cercava a gran voce un sistema repubblicano per il proprio paese.  Lungimirante confronta la situazione dell’America Latina con quella degli altri popoli del mondo e osserva la passività in cui si trova sommerso il continente prigioniero da molto tempo dal dominio spagnolo.  Un popolo quello campesino martoriato. Uomini, donne e bambini trucidati, decapitati ed impalati come trofei di guerra. Simón Bolívar voleva tagliare il cordone ombelicale da una madre infetta. Voleva che ogni paese del continente fosse unito sotto un’unica lingua e un’unica cultura. Ogni nazione doveva avere un proprio governo, organizzato, competente e repubblicano, dove fossero rispettati e riconosciuto i diritti dell’Uomo a tutte le razze.

WhatsApp Image 2019-06-11 at 17.21.39Bolívar analizza la situazione politica del Rio de la Plata in Argentina, del Cile, del Perù fino a quella della Nuova Granada. Viene passata in rassegna con la disamina che la rivoluzione ha di trionfare. Esso ha una visione continentale della guerra di indipendenza ed è evidente la volontà di generalizzare il problema a tutta l’America Latina la cui unità è il fine ultimo di tutta la sua strategia. La Carta di Giamaica contiene anche un implicito appello all’Inghilterra, all’epoca prima potenza marittima del mondo ed in piena espansione commerciale; si pensava fosse la più interessata a stringere rapporti economici e quindi la più interessata alla libertà delle colonie spagnole. Già nella prima metà dell’800 Bolívar comprende la necessità di un  riequilibro del mondo per un futuro migliore.

 

Napoli 14dic2016: Simón Bolívar e i sogni d’integrazione

Il Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli
e la Biblioteca Nazionale Sala “Simón Bolívar”

invitano all’incontro letterario

Sogni d’Integrazione: Simón Bolívar

“Io desidero, più di tutti gli altri vedere formarsi in America la più grande nazione del mondo meno per la sua estensione e ricchezza che per la sua libertà e gloria. È un’idea grandiosa pretendere di formare di tutto il nuovo mondo una sola nazione con un solo vincolo che leghi le parti tra loro. Poiché hanno una sola origine, lingua, costumi e religione, dovrebbe di conseguenza avere un solo governo che confederi i differenti Stati che la formano; di più non è possibile perché situazioni diverse, interessi opposti, caratteri diversi dividono l’America. Che bello sarebbe che l’istmo di Panama fosse per noi ciò che quello di Corinto era per i greci.”. (Lettera di Jamaica, Kingston 1815)

L’integrazione dell’America Latina e dei Caraibi è stata pensata per la prima volta da Francisco de Miranda, successivamente da José de San Martin (il liberatore del Cile e del Perù) e infine da Simon Bolivar, El Libertador. I suoi sogni d’integrazione sono stati portati avanti nel divenire della storia da altre nazione latinoamericana e caraibiche come Venezuela e Cuba, prendendo corpo attraverso l’Alleanza Bolivariana per i Popoli della nostra America (ALBA) e il Mercato Comune del Sur (MERCOSUR)e altre istituzione, fondata anche sulla condivisione culturale e solidale.

Con la Partecipazione di:
Amarilis Gutiérrez Graffe, Console Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli
Condotto da: Antonio Cipolletta, ALBAinformazione – ANROS Italia
Biblioteca Nazionale di Napoli
Sezione Venezuelana – Sala Simón Bolívar
Mercoledì 14 dicembre alle 16,00

Roma 17dic2015: 185° anniversario della morte del Libertador

Manuela Sáenz e la sua lotta per la libertà dell’America

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Il 27 dicembre 1797 nasceva a Quito (Ecuador) Manuela Sáenz, eroina che ha combattuto per la libertà dell’America. Nella lotta contro l’impero spagnolo la sua partecipazione fu attiva, da protagonista.

Manuela Sáenz ha combattuto nella battaglia di Pichincha che sancì la libertà dell’Ecuador (1822), così come nella battaglia di Ayacucho, dove fu raggiunta la completa sovranità del Perù e dell’America del Sud. Antonio José de Sucre, in una lettera del 10 dicembre 1824, ha riconosciuto l’importanza di Manuela Sáenz nelle gesta indipendentiste:

«Si è distinta particolarmente per il suo coraggio doña Manuela Sáenz; incorporata sin dall’inizio nella divisione Húzares e successivamente nella Vencedores; ha organizzato e ottimizzato i rifornimenti alle truppe, assistito i soldati feriti, battuta sotto il fuoco nemico, salvato numerosi feriti (…) Doña Manuela merita un tributo speciale per il suo compartamento».

Manuela Sáenz è stata definita da Simón Bolívar come la Libertadora del Libertador perché nel 1828, lo salvò da un attentato a Santa Fe Bogotà. Sáenz ha descritto nel suo ‘Diario de Paita’ l’amore e l’impegno per la libertà dell’America, una lotta che unì la sua vità a quella di Bolívar.

Esiliata dalla Colombia dopo la morte di Simón Bolívar si stabilì a Paita (Perù), dove morì il 23 novembre 1856 per un’epidemia di difterite. Il suo corpo fu cremato e le ceneri depositate in una fossa comune.

Nel luglio 2010, i resti simbolici di Manuela Sáenz furono traslati al Pantheon Nazionale del Venezuela (Caracas), luogo dove riposa il Libertador Simón Bolívar.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Socialismo e Venezuela: per ora, e per il domani

di Gianmarco Pisa

Quando, nel 1973, un golpe politico-militare, messo in atto da pezzi della gerarchia militare, orchestrato dalla CIA e dal Dipartimento di Stato e sostenuto da ampia parte della borghesia compradora e dall’oligarchia locale, sconfisse la resistenza di Salvador Allende e pose fine alle speranze alimentate dal governo di Unità Popolare e dall’orientamento al socialismo del Cile dell’epoca, la sensazione fu gigantesca. Mobilitazioni internazionali, campagne di solidarietà messe in campo da partiti socialisti e comunisti (anche in Italia e alle più varie latitudini), e certo, insieme con queste, alla metà degli anni Settanta, l’impressione che le oligarchie e l’imperialismo l’avevano avuta vinta ed una più ampia unità popolare basata su un rinnovato blocco sociale andava ricostituita. Una vittoria temporanea ed un processo da rigenerare. Per ora.

Certo, erano quelli gli anni della ridefinizione su scala internazionale del conflitto di classe e della rinnovata contrapposizione ideologica, di una nuova strategia eversiva e golpista da parte del Dipartimento di Stato, del “Plan Condor” e della “dottrina Breznev”, insomma, degli avamposti della concatenazione tra liberismo ed imperialismo e della concreta separazione del mondo per blocchi contrapposti ed aree di influenza. La luminosa resistenza di Cuba socialista e il crollo delle pretese statunitensi in quella che era stata l’aggressione yankee al Vietnam segnalavano, tuttavia, l’esistenza di visioni e di tendenze altre, di popoli che non rinunciavano alla prospettiva della propria emancipazione e che liberamente perseguivano ragioni nuove e rinnovate ispirazioni nella loro avanzata verso la democrazia e il socialismo. Per ora.

Oggi, a quarant’anni e passa di distanza, il copione minaccia di ripetersi qualche migliaio di chilometri più in là. Anche qui si tratta di una transizione al socialismo, del percorso di costruzione di un’alternativa ispirata ai valori della giustizia sociale, dell’uguaglianza e dell’emancipazione; anche qui monta e diventa sempre più attiva l’iniziativa eversiva di quella borghesia legata al capitale euro-atlantico (che una volta si chiamava compradora) e dei suoi padrini ed ispiratori politici e militari (che ancora oggi prendono il nome di CIA e Dipartimento di Stato). Certo, il contesto e lo scenario sono diversi, il socialismo non si concepisce più “in un solo Paese” e altri attori animano la scena, le forze della società civile trans-nazionale e gli interessi neo-imperialistici della UE. Caracas è oggi l’epicentro delle trame eversive. Per ora.

Tra inchieste di giornalisti indipendenti e operazioni della polizia locale, solo negli ultimi mesi il mercato nero scambia il dollaro a 180 bolivares, quando il tasso ufficiale di cambio è ad uno contro 6, o giù di lì; sui siti della contro-informazione golpista, le cifre che vengono date e i parametri di cambio che vengono offerti non sono quelli legali, ma quelli illegali del cambio clandestino; si susseguono le requisizioni di ingenti quantitativi di alimenti sequestrati per svuotare i negozi, incrementare la campagna sulla “penuria di generi di prima necessità” e diffondere il panico tra le persone in coda ai negozi; qualcuno che ha interesse a farlo organizza i camion per il sequestro dei beni (8 ton. di caffè sottratte nello Stato di Zulia) ed i camion per ingrossare le code agli sportelli (un po’ di inchieste giornalistiche a riguardo). Certo, per ora.

Dieci anni dopo il golpe in Cile e l’esordio della giunta Pinochet, un gruppo di ufficiali delle forze armate venezuelane fonda, il 24 luglio 1983, il Movimento Bolivariano Rivoluzionario MBR 200, ispirato agli ideali delle “tre radici”, Simón Bolivar, Simón Rodriguez e Ezequiel Zamora, con un orizzonte politico chiaramente alternativo a quello del consociativismo predatorio del regime venezuelano dell’epoca: sovranità ed emancipazione nazionale, pedagogia liberatrice e creatrice, difesa del popolo, dei suoi bisogni e delle sue aspirazioni. L’insurrezione civico-militare del 4 febbraio 1992 fallisce, ma aggrega un consenso popolare su cui sarebbe maturata l’esperienza bolivariana e la leadership politico-militare di Hugo Chávez. Sarebbe stato necessario un ulteriore accumulo di forze, i tempi non erano, nel 1992, ancora maturi. “Per ora”, disse Chávez, per la prima volta di fronte alle telecamere e a milioni di venezuelani e venezuelane.

Nel Venezuela di oggi, sedici anni dopo l’esordio del bolivarismo al potere e l’innesco della trasformazione in senso socialista della società venezuelana (1999), personaggi che sembrano usciti dal Sudamerica della guerra fredda vorrebbero portare l’America Latina indietro di quarant’anni. La notizia del giorno non è quella che a tre ex capi di stato viene negato, dalle autorità venezuelane, l’accesso alle prigioni del Paese, ma quella che, a parlare, su invito della opposizione golpista, di “democrazia e diritti umani” a Caracas vengano chiamati “campioni” del calibro di Andrés Pastrana (Colombia), Felipe Calderón (Messico) e Sebastian Piñera (Cile). Di quest’ultimo, sono acclarate le simpatie e le collusioni con il regime sanguinario di Augusto Pinochet, all’epoca del golpe cileno e della giunta del 1973. Sono ombre del passato, questi vecchi campioni e i loro giovani accoliti dell’eversione e del golpismo. “Per ora”, e per il domani, non riusciranno a portare indietro di quarant’anni il corso della storia e delle conquiste sociali del Venezuela e dell’America Latina.

Di questo, nel contesto dello scenario internazionale e della politica di pace del Venezuela Bolivariano, si parlerà in occasione del Convegno:

“Venezuela Bolivariano: lotta per la pace e la solidarietà internazionale, contro la guerra e l’imperialismo”
Mercoledì 4 Febbraio, ore 16.00
presso la Sala Multimediale “G. Nugnes”
in Via Verdi 35
con il Patrocinio del Comune di Napoli.

Verso il II Incontro Nazionale di Solidarietà Italiano con la Rivoluzione Bolivariana della Rete Caracas ChiAma
Napoli 10-12 Aprile 2015

Los diarios de Manuela Sáenz

por Pedro Ibáñez*

La imposibiliad del olvido abrigó los últimos años de Manuela Sáenz, quien falleció el 23 de noviembre de 1856, para legar a las posteriores luchas latinoamericanas la inspiración que ofrece su archivo epistolar, con influjos literarios y políticos, donde están patentes, especialmente, el amor y la lucha por la independencia.

Documentos como el Diario de Quito, Diario de Paita y otras cartas de la correspondencia entre Manuela y el Libertador Simón Bolívar evidencian las emociones, pasiones y ansias que signaron una relación de amor rayana en lo poético y verdaderamente heroica.

“Hoy se me hace preciso escribir por la ansiedad. Estoy sentada frente de la hamaca que está quieta como si esperara a su dueño. El aire también está quieto; esta tarde es sorda. Los árboles del huerto están como pintados”, expresa con melancolía un fragmento del diario escrito en el puerto de Paita, Perú, donde vivió desde 1835 luego de su exilio.

Su permanencia en el norte de Perú, fue resultado del destierro de Colombia y la confiscación de sus bienes, —por considerarla conspiradora al manifestar su apoyo al pensamiento bolivariano—, luego de la muerte de Simón Bolívar en 1830, situación que la llevó a Jamaica, país donde planificó su retorno a Ecuador, que no le fue permitido.

La “Libertadora del Libertador”, quien nació en Quito el 27 de diciembre de 1797, reflexionó en sus últimos años sobre la obra de Bolívar, a quien refería como Su Excelencia (S.E), y pudo caracterizar lo que fueron sus vidas. “Los dos escogimos el más duro de los caminos”, y de éstos comprende cuáles fueron los factores que condicionaron su propia historia.

“A más del amor, nuestra compañía se vio invadida por toda suerte de noticias; guerra, traición, partidos políticos, y la distancia, que no perdonó jamás nuestra intimidad”, escribe con fecha domingo 27 de agosto de 1843.

No con la misma melancolía, pero sí con mucho rubor y alegría, Manuela en su Diario de Quito, narra cómo la vio por vez primera el Libertador, en su entrada triunfante el 16 de junio de 1822 a la mencionada ciudad, momento en el que ocurre la anécdota de la corona de rosas que le lanza ella desde un balcón.

“La arrojé para que cayera al frente del caballo con tal suerte que fue a parar con toda la fuerza de la caída, a la casaca, justo en el pecho (…) Me ruboricé de la vergüenza, pues el Libertador alzó su mirada y me descubrió aún con los brazos estirados (…) esto fue la envidia de todos, familiares y amigos, y para mí, el delirio y la alegría de que S.E. me distinguiera de entre todas, que casi me desmayo”.

En aquellos años previos antes de morir de difteria, Manuela se dedicó a la venta de tabaco, recordaba aquellas luchas y traiciones que plasmó en su diario y recibió las visitas de Simón Rodríguez, el militar y político italiano Giussepe Garibaldi y Herman Melville, autor de la novela Moby Dick.

La bella dama que incendió el corazón del Libertador

“Mi estimada señora, ¡Si es usted la bella dama que ha incendiado mi corazón al tocar mi pecho con su corona! Si todos mis soldados tuvieran esa puntería, yo habría ganado todas las batallas”, le dijo Simón Bolívar a Manuela, luego de recibir sus disculpas y mirarla “fijamente con sus ojos negros, que querían descubrirlo todo”.

Ese todo lo halló el Libertador en su compañera, quien se incorpora a la guerra, haciéndose jinete e incluso servirse de armamento para acompañarlo en la campaña, lo que evidenció su arrojo y cualidades muy distintas a las que se esperaban, por parte de la sociedad de entonces, de una mujer. “Nada había en las mujeres que no fuera hablar, coser cadenetas y bordados de encajes. Yo, mientras tanto, leía”.

Sin embargo, la distancia se impuso de forma intermitente y definitiva. Primero durante una permanencia en Lima y luego en Bogotá, donde Manuela salva a Bolívar de un asesinato (1828) al facilitarle la huida por una ventana del Palacio de Gobierno, acción por la que le llama “La Libertadora del Libertador”.

Se verían por última vez el 11 de mayo de 1830, despedida registrada en una carta del Libertador. “Tengo el gusto de decirte que voy muy bien, lleno de pena, por tu aflicción y la mía, por nuestra separación”.

Gran parte de esta correspondencia junto a las pertenencias de Manuela fueron incineradas junto a su cuerpo hace 158 años para evitar la propagación de la enfermedad, luego puestas las cenizas en una fosa común, de la que traerían sus restos simbólicos a Caracas, el 5 de julio de 2010, en una ceremonia histórica con los presidentes de Venezuela, Hugo Chávez, y Ecuador, Rafael Correa.

Juntos otra vez, Manuela y Simón reposan en el Panteón Nacional, cumpliéndose así una vez más el perenne anhelo de Bolívar de estar con su Libertadora, como lo dice una de las tantas cartas sin fecha escrita en aquellas intermitencias de la guerra que los separaron eventualmente:

“Yo no puedo estar sin ti, no puedo privarme voluntariamente de mi Manuela. No tengo tanta fuerza como tú para no verte: apenas basta una inmensa distancia; te veo aunque lejos de ti. Ven, ven, ven luego”.

*Periodista venezolano. Editor jefe en la Agencia Venezolana de Noticias (AVN)

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