(VIDEO) Per non dimenticare crimini e menzogne della NATO

SIBIALIRIAda sibialiria.org


I crimini e le menzogne dell’Asse delle Guerre (e complici volontari e involontari) dal 1991 a Libia, Siria, Yemen

Un gruppo di attivisti contro le guerre di aggressione ha realizzato in modo collettivo il video Tutto sarà dimenticato?, nel quadro del progetto “Verità contro le guerre”, in occasione del centesimo anniversario della fine della Prima guerra mondiale. Intanto la tragica situazione in Libia mette sotto gli occhi di tutti l’effetto standard degli interventi armati imperialisti, avviati e portati avanti grazie anche al carburante delle fake news: circoli viziosi di menzogne e omissioni che hanno coinvolto attori svariati.

Tutto sarà dimenticato?” si riferisce alla storia recente, alle ultime aggressioni internazionali a partire dal 1991, provocate da fake news di guerra e causa di immani tragedie, rapidamente dimenticate.

L’Asse delle guerre (i paesi della Nato e i suoi stretti alleati mediorientali) è riuscito a neutralizzare gli sforzi di altri paesi e del movimento pacifista – negli ultimi anni decisamente minoritario quando non incapace di comprendere gli accadimenti -, e a procurarsi una durevole immunità, l’altro nome dell’impunità.

Le aggressioni belliche sulle quali è stata concentrata l’attenzione si riferiscono ai seguenti paesi: Libia, Iraq, Siria, Afghanistan, Yemen, Jugoslavia.

Ma non vengono dimenticate le destabilizzazioni, quelle tentate e quelle riuscite.

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Marinella Correggia y las verdaderas noticias falsas

por Marinella Correggia – sibialiria.org

Las verdaderas noticias falsas que producen las guerras

En la transmisión “L’aria che tira”, de La7, tv italiana, el diputado Andrea Romano del Partido Demócratade Italia ha dado un triple salto mortal en términos de noticias falsas.

Citamos textualmente. A partir del segundo -1: 20 en el segundo -0: 55, Romano explicó: “La OTAN, la organización internacional que nos protege de alguna manera desde el punto de vista militar, hace un par de años sigue invirtiendo dinero en contra de las noticias falsas, pero no tanto para hacer censura sino porque representan un instrumento de conflicto geopolítico normalmente organizado por Rusia. O incluso hace unos días resultó que Venezuela también, que tiene sus problemas, participó en motores de noticias falsas”.

Dejamos por un lado las noticias falsas sobre la participación de Venezuela en las noticias falsas: hace días el sitio de Venezuela Misión verdad puso por el contrario al descubierto los fondos de Estados Unidos (USAID, Ned, Departamento de Estado y el Departamento de Defensa.) con los que se producen noticias falsas sobre Venezuela, para decirlo con precisión. Por lo tanto, es todo lo contrario, querido diputado Romano.

Dejamos por un lado también el eufemismo con el que Romano define a la OTAN: una especie de Madre Teresa, pero más eficaz para protegernos bajo su manto.

Pero lo que se dice de la OTAN que combate las supuestas noticias falsas, en realidad es un poco ‘demasiado fuerte’. Dado que esa organización y sus estados miembros de mentiras producen en cantidad. También recientemente.

Y son falsas noticias mortales, porque legitiman el comienzo de las guerras y su continuación. El caso de Libia y Siria es paradigmático.

Es una lástima que, en este asunto, el caricaturista Vauro, también presente en el programa, solo recordara las noticias falsas de Bush y Powell en 2003 sobre Iraq; donde la OTAN no fue bombardeando directamente. Y este sincero olvido es otra prueba más que en los últimos años muy pocos de los antiguos pacifistas se han comprometido a contrarrestar las verdaderas noticias falsas, con las que actúa el Eje de la Guerraa OTAN/Golfo. Se han opuesto a ellas tan poco que ni siquiera las recuerdan.
  

[Trad. del italiano para ALBAinformazione por Ciro Brescia]

 

Marinella Correggia e la vera lotta alle “fake news”

da sibialiria.org

Le vere fake news che producono le guerre

Alla trasmissione “L’aria che tira”, de La7, il deputato Andrea Romano del Partito democratico ha compiuto un triplo salto mortale in tema di fake news.

Citiamo testualmente. Dal secondo -1:20 a al secondo -0:55, Romano spiega: “La Nato, l’organizzazione internazionale che ci tutela in qualche modo dal punto di vista militare, è da qualche anno che investe soldi contro le fake news, ma non tanto per fare censure ma perché esse rappresentano uno strumento di conflitto geopolitico normalmente organizzato dalla Russia. O addirittura qualche giorno fa è venuto fuori che anche il Venezuela, che c’ha i suoi guai, era coinvolto nei motori di fake news“.

Tralasciamo la fake news sul coinvolgimento del Venezuela nelle fake news: giorni fa il sito venezuelano Mision verdad aveva al contrario smascherato i finanziamenti statunitensi (Usaid, Ned, Dipartimento di Stato e Dip. della difesa) a chi poi produce bufale sul Venezuela, per l’appunto. Quindi è semmai il contrario, caro deputato. 

Tralasciamo anche l’eufemismo con il quale Romano definisce la Nato: una specie di Madre Teresa, però più efficace nel proteggerci sotto il suo manto.  

Ma che della Nato si dica che combatte presunte fake news, è davvero un po’ troppo forte. Visto che quell’organizzazione e i suoi Stati membri di menzogne ne producono in quantità. Anche di recente.
E sono fake news mortali, perché legittimano l’avvio di guerre e la loro prosecuzione. Il caso della Libia e della Siria è paradigmatico.


Peccato che in materia, il vignettista Vauro, anch’egli presente in trasmissione, si sia ricordato solo della fake news di Bush e Powell nel 2003 riguardo all’Iraq; dove non fu direttamente la Nato a bombardare. E questa sua sincera dimenticanza è un’ennesima prova che negli ultimi anni ben pochi fra gli ex pacifisti si sono impegnati a contrastare  le vere fake news, quelle che con le quali l’Asse delle Guerre Nato/Golfo agisce. Le hanno contrastate così poco che nemmeno le ricordano.

Smanie di aggressione, ieri come oggi

 syria_mediumdi Gianmarco Pisa

Tra la fine del 1998 e l’inizio del 1999 si assiste ad una vera e propria svolta nel conflitto serbo-albanese in Kosovo: nell’ottobre 1998 comincia l’iniziativa diplomatica del mediatore internazionale, in realtà inviato speciale degli Stati Uniti nei Balcani, Richard Holbrooke; nel gennaio 1999 l’UCK, formazione armata del separatismo albanese in Kosovo, sparisce dagli elenchi del Dipartimento di Stato delle organizzazioni terroristiche internazionali; infine, all’alba della primavera 1999, parte il bombardamento mediatico, a suon di propaganda di guerra e falsi scoop, con cui preparare le opinioni pubbliche occidentali ad una guerra “costituente” in una regione che neanche si sapeva dove fosse sulla carta geografica e della quale si faticava perfino a ricordare il nome. La concatenazione degli eventi e il concorso delle circostanze non è indifferente: nell’autunno-inverno del 1998 era partita una campagna della polizia federale e dell’esercito jugoslavo con cui le forze serbe, pochi lo ricordano, stavano riprendendo il controllo di gran parte del Kosovo: l’opposizione armata era in ritirata strategica quasi ovunque e la diplomazia internazionale era letteralmente al palo. Fu allora che gli Stati Uniti ricorsero apertamente al ricatto: pace alle “condizioni imperiali” o guerra sui cieli di Belgrado e di tutta la Serbia. Non appena Slobodan Milosevic accennò ad accettare (13 ottobre 1998) le condizioni di Richard Holbrooke ebbe inizio una campagna anti-jugoslava, aperta dai leader politici e militari del separatismo albanese kosovaro, in primis l’allora capo della guerriglia ed oggi premier kosovaro, Hashim Thaçi; gli albanesi kosovari si dissero insoddisfatti degli accordi di pace raggiunti a Belgrado e indisponibili a credere alla buona volontà del governo jugoslavo. Gli Stati Uniti si preparavano allora ad attaccare la Serbia.

Questo scorcio di estate 2013 sembra rappresentare una vera e propria “svolta” nell’evoluzione (drammatica) della guerra in Siria. Sono molti gli eventi che si accavallano, e la successione dei fatti e la concomitanza delle circostanze è sicuramente uno dei motori del singolare meccanismo che pare essersi messo in campo. La prima metà del mese di maggio ha visto il suolo di Libano e di Siria calcato da una delle più interessanti missioni di “diplomazia dal basso” sin qui realizzate nel corso del conflitto, coordinata dalla Premio Nobel per la Pace, Mairead Maguire, a sostegno della iniziativa dal basso denominata Mussalaha (Riconciliazione), a tutt’oggi la più significativa tra le esperienze di base siriane ispirate ai principi della pace, del dialogo e della nonviolenza. Chiara come non mai una sua dichiarazione: «E’ il popolo siriano a dovere trovare una soluzione per i suoi problemi, il suo destino, la sua politica. Nessuno ha il diritto di interferire nei loro affari interni e tutte le forze straniere devono stare lontano. Il flusso di armi e di combattenti deve essere fermato, le sanzioni devono essere revocate, e se l’embargo sulle armi deve rimanere in vigore, esso deve coinvolgere tutte le parti, il governo siriano ha diritto legittimo a difendersi contro l’aggressione straniera». Questo movimento riesce a innescare, forse per la prima volta dall’inizio del conflitto, una piccola, positiva, “reazione a catena”, qualche attenzione degli organi di stampa, segmenti del pacifismo organizzato costretti finalmente a fare i conti con la “diplomazia popolare” nel conflitto siriano, alcune significative prese di posizione del movimento nonviolento e del movimento umanista sulla “guerra per procura” in corso in Siria e contro le ingerenze e le intromissioni straniere. In Italia, una manifestazione a Roma, il 15 Giugno, di alcuni segmenti sedicenti “pacifisti” e trockisti, pallida e languente. Intanto, in Siria, le forze dell’esercito siriano, riconquistata Qusayr, dirigono le proprie forze verso Aleppo, ancora roccaforte dei “ribelli”, e sembrano piegare le sorti del conflitto, per la prima volta in misura significativa, a proprio favore. È qui che, oggi come allora, ancora una volta gli Stati Uniti rompono gli indugi: parte l’offensiva mediatica e diplomatica sull’uso delle armi chimiche da parte del “regime” (qualcuno ricorderà il precedente iracheno, ma anche svariate testimonianze circa l’uso di armi proibite da parte delle forze anti-governative, armate e sostenute da forze atlantiche e petro-monarchie); l’UE discute la revoca all’embargo delle armi verso la Siria, una misura esplosiva e destabilizzante, vera e propria benzina sul fuoco del conflitto siriano; le opinioni pubbliche occidentali vengono sempre più intensa-mente preparate all’eventualità di un intervento armato sponsorizzato in primo luogo da Stati Uniti e Gran Bretagna contro la Siria. Scandalosi alcuni reportage sugli esiti recenti del G8 in Irlanda del Nord, reo, secondo la grancassa mediatica, di incertezza e debolezza, per non avere raggiunto un “consenso” su una vera e propria campagna di guerra contro la Siria. Ieri come oggi, Bill Clinton: ieri erano gli stati europei “divisi” e “timidi” di fronte alla necessità di “piegare” il “dittatore” di turno (Milosevic), oggi è perfino Barack Obama, attuale presidente, a fare la figura dell’imbelle e del “pazzo completo” con le sue presunte titubanze di fronte alla necessità di attaccare la Siria o, almeno, di imporre una no-fly-zone (che è atto di guerra a tutti gli effetti).

Vedremo come andrà a finire. Intanto però i due copioni sono sempre più, drammaticamente, simili. Che non si ripeta in farsa, e non diventi l’ennesima tragedia, ovviamente “umanitaria”, è cosa su cui bisogna vigilare.

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