Brasile: Lula, un amore di popolo!

da Rete Caracas ChiAma

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Brasile
Guardatele bene perché non le vedrete sui media. Sono le foto di ieri di #Lula e dello sciopero generale in Brasile (22 settembre 2016) contro le misure economiche antipopolari del governo golpista di banchieri e corrotti messo lì da Washington. #ForaTemer #FuoriTemer#StandWithLula.
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Sciopero generale in Italia: il governo del PD contro i lavoratori

sciopero

LOTTA SINDACALE – Il giorno 12 dicembre, il 60% dei lavoratori italiani hanno incrociato le braccia. Più di 1,5 milioni di persone hanno partecipato alle 54 manifestazioni dello sciopero generale promosso dalla CGIL, dalla UIL e dalla FIOM.

 

di Achille Lollo, da Roma (Italia) —

In Italia, il 12 dicembre è di particolare importanza, perché è stato in questo giorno nel 1969, che i servizi segreti e la destra massonica hanno favorito i gruppi neo-fascisti per far esplodere la “strategia della tensione”, il primo passo per provocare un intervento golpista delle forze armate e inquadrare la sinistra e, soprattutto, il movimento sindacale nell’ordine conservatore della NATO.

Pertanto, i segretari confederali Susanna Camusso della CGIL e Carmelo Barbagallo della UIL, insieme a Maurizio Landini, segretario generale della Federazione dei metalmeccanici (FIOM / CGIL), hanno deciso che lo sciopero generale di 24 ore doveva tenersi il 12, per aderire al simbolismo politico della lotta contro il golpismo e il neo-fascismo, con la posizione ferma dei lavoratori contro la nuova Legge del Lavoro (Jobs Act), che attacca frontalmente il primo articolo della Costituzione, secondo il quale “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”.

1,5 milioni in piazza

Questo sciopero generale – il primo ad essere realizzato dal 2006 contro un governo che sostiene di essere di centro-sinistra – ha realizzato 54 manifestazioni nelle principali città italiane, unendo lavoratori, studenti, pensionati, disoccupati, immigrati e movimenti sociali. Un’evidente realtà politica che dimostra la rottura di Matteo Renzi con la base del PD, che, in tal modo, non controlla più la principale confederazione sindacale, la Cgil, e la combattiva federazione dei metalmeccanici, la FIOM. Questo significa che d’ora il PD di Renzi non potrà più garantire al mercato la necessaria “pace sociale”.

Dopo questo sciopero, che è stato caratterizzato da scontri tra i battaglioni d’assalto della polizia e i movimenti sociali di Roma, Bologna, Torino e Milano sono diventate chiare le fratture tra il governo ed i sindacati e anche tra il PD e i lavoratori in generale. Questo perché i deputati e senatori del cosiddetto “PD di sinistra” e della “Tendenza Minoritaria” hanno cambiato il loro posizionamento politico nel votare la nuova Legge del Lavoro, come richiesto da Matteo Renzi.

Purtroppo, i parlamentari dissidenti del PD hanno dimenticato il bla bla bla da oppositori e hanno votato il Jobs Act, sostenendo il nuovo gruppo dirigente del Pd. Tuttavia, dobbiamo ricordare che prima di questo voto, Renzi è stato molto chiaro nel dire a deputati e senatori “dissidenti” che nelle prossime elezioni avrebbero dovuto cercare un altro partito – un ricatto politico ed emotivo che ha pesato abbastanza sulla coscienza e, soprattutto, sulla tasca della maggior parte dei parlamentari del PD.

Dilemma

Per molti di loro si è presentato il dilemma: cosa farò senza il ricco stipendio parlamentare? Posso rinunciare alla potente struttura elettorale dell’apparato partitico del PD e rinunciare alla possibilità di essere rieletto? Posso rinunciare ai benefíci materiali che riconosce il Parlamento, soprattutto ora che il PD è al governo, oltre a dirigere le principali regioni e comuni?
Naturalmente, la maggior parte dei parlamentari del PD, per mantenere la propria poltrona in Parlamento, ha preferito abbassare la testa di fronte al diktat di Renzi.

In realtà, solo un piccolo gruppo di senatori “dissidenti” del PD, legati all’ex direttore del notiziario di RAINEWS TV, Corradino Minneo, ha votato contro, insieme a altri deputati dissidenti, che hanno scelto di non assistere il giorno della votazione.

Un comportamento che ha messo fine alla polemica sull’espulsione dei dissidenti e la conseguente formazione di un nuovo partito, sotto la direzione di Massimo D’Alema. Per inciso, lo stesso, nel giorno dello sciopero generale, a Bari, è stato fischiato e chiamato “venduto”.

Un contesto che i grandi media, in particolare il quotidiano La Repubblica, ha accompagnato con titoli cubitali, dando sempre supporto a Renzi, che se n’è approfittato per sfidare con molta arroganza gli stessi dirigenti sindacali, nonostante questi avessero chiesto un incontro con il governo, per cercare di rivedere la nuova Legge del lavoro.

La risposta del governo è venuta presto, per dimostrare ai sindacati che non temeva lo sciopero generale. Pertanto, il ministro degli Interni, Angelino Alfano, ha ordinato ai dirigenti della polizia antisommossa di reprimere “qualsiasi manifestazione non autorizzata”.

Così, nella settimana prima dello sciopero generale si è avuta una brutta rappresentazione del “potere poliziesco” contro i picchetti dei lavoratori che, a Roma, Terni, Bologna, Napoli e Torino hanno protestato contro la chiusura delle loro fabbriche.

In questo contesto, Alfano ha ordinato la ritirata dei battaglioni anti-sommossa soltanto quando il segretario generale della FIOM-CGIL, Maurizio Landini, ha minacciato di occupare la capitale con i metalmeccanici per tallonare e chiamare in causa la responsabilità del governo – avendo partecipato a uno di questi picchetti e, quindi, avendo presenziato alle percosse violente con manganelli e agli attacchi con cannoni ad acqua e gas lacrimogeni.

 

Di nuovo i metalmeccanici?

Lo sciopero generale è stato salutato da tre dirigenti sindacali: Susanna Camusso, della CGIL; Carmelo Barbagallo, della UIL e Maurizio Landini, della FIOM / CGIL. Tuttavia, è stato Landini a spiccare nella settimana prima dello sciopero generale e poi nella grande manifestazione di Roma. Una determinazione e un’audacia politica, che ha tutto a che fare con la storia della Federazione dei Metalmeccanici e la formazione politica di Landini, che, all’età di 15 anni ha iniziato a lavorare come saldatore in una “cooperativa rossa”, essendo già militante dei giovani del PCI e iscritto alla FIOM/ CGIL.

Di fatto, i discorsi della Camusso e di Barbagallo sono stati molto “leggeri”. Non hanno rischiato il confronto politico con il governo, per lasciare aperta una porta a possibili negoziati. Praticamente, al di là dei toni e di alcune frasi pronunciate con alterazioni verbali per calmare la massa dei lavoratori, degli studenti, dei pensionati, dei disoccupati, e in particolare delle donne, non vi era alcuna volontà politica specifica di litigare col governo, come è successo nel 2002 contro Berlusconi.

Il problema è che Camusso e Barbagallo hanno fatto bei discorsi, pieni di aggettivi colorati ma hanno criticato il governo solo perché, in quel momento, si sono sentiti obbligati a farlo, dal momento che, in caso contrario, tutto il comando politico dello sciopero generale sarebbe passato in mano ai metalmeccanici della FIOM / CGIL, guidata da Landini, che, a sua volta, ha sempre manifestato posizioni di sinistra.

Non possiamo dimenticare che questo sciopero generale arriva dopo anni e anni di conciliante “concertazione” da parte delle direzioni di CGIL e UIL che, per cercare di salvare la storica alleanza con la CISL e, quindi, mantenere la cosiddetta “unità nella lotta”, in realtà hanno limitato la difesa dei lavoratori ai minimi termini. Tanto che oggi, in Italia, il livello di disoccupazione ha raggiunto il 13%, anche a causa della “spirito conciliante con gli imprenditori” di queste tre confederazioni.

Per tutto ciò, i metalmeccanici – che sono stati i più colpiti con il “contra­tto FIAT” e con la delocalizzazione delle fa­bbriche all’estero – sono tornati as assu­mere nel movimento sindacale un ruolo di­rigente preponderante. Infatti, non possiamo­ dimenticare che lo Statuto dei La­voratori – che adesso il PD di Mat­teo Renzi ha finito di smontare – è stato una delle grandi conquiste che i me­talmeccanici e la FIOM/CGIL hanno realizzato nel 1970, dopo due anni di durissime lotte e scontri con i governi della Democrazia Cristiana.

 “Questa lotta ancora non è terminata”, dice Maurizio Landini

Brasil de Fato — Come giudichi questo sciopero generale che ha mobilizzato nelle piazze più di 1,5 milione di persone?

Maurizio Landini: “…È una ris­posta, soprattutto, a quelli che non credevano al successo dello sciopero e a quelli che non volevano uno scontro con il governo, per essere questo un go­verno del Partito Democratico. In rea­ltà, il successo dello sciopero generale è stato molto importante perché dimostra che solo con la lotta è possibile rappre­sentare gli interessi dei lavoratori e migliorare le condizioni di lavoro, rivendicando un sistema pensionistico più giusto e con la riduzione dell’età per ritirarsi, rivendicando, anche, l’impiego per chi non lo ha e, conseguentemente, combattere il lavoro precario e tutte le forme ne­faste di flessibilizzazione. Questo scioperp gene­rale è servito, pertanto, a ricollocare ques­te questioni all’ordine del giorno. È una battaglia che abbiamo cominciato e che continu­eremo a fare insieme…”.

Brasil de Fato — Quando Matteo Renzi, stimolato dal Banco Centrale Europeo e dalla FIAT di Marchionne, ha anticipato il progetto della nuova Legge del Lavoro (Jobs Act), tu hai subito assunto una posizione critica. Puoi spiegarne le ragioni?

 

Maurizio Landini: “…Le norme che il governo ha inserito nel Jobs Act sono errate e ingiuste. Sono nor­me che non servono a creare nuovi impieghi, non affrontano il problema dei lavoratori precari, non risol­vono l’altro grande problema che è la disoccupazione giovanile. Né tantomeno aiuteranno l’Italia a uscire dalla crisi economica che, in pratica, ha affossato la crescita del paese, a causa di spese inutili, della corruzione e delle molteplici illegalità nel mondo del lavoroo e nel sociale.”

Brasil de Fato — Per quale motivo i “media main-stream” limitano lo sciopero generale a una protesta contro la cancellazione dell’ Art. 18?

 

Maurizio Landini: “…In realtà, esiste una chiara posi­zione politica di chiusura per dividere i lavoratori e poterli sottomettere a tutto. Con questa nuova Legge del Lavoro, il governo ha optato per la riduzione dei diritti, dopo aver assunto le formule di chi trova che i nuovi impieghi si creano soltano licenziando. Tuttavia, questa gente ha dimenticato che il lavoro è la condizione fondamentale affinché gli uomini e le donne vivano e vivano con dignità.

Brasil de Fato — Lo sciopero generale ha concluso un ciclo di mobilitazioni?

 

Maurizio Landini: “…Niente di tutto ciò! Questa lotta ancora non è terminata. Con la votazione in Parlamento del Jobs Act, continueremo a lottare perché il governo dovrà ancora imple­mentare questa nuova legge e, prima o poi, dovrà anche deci­dere la direzione delle opzioni della propria politica economica…”.

Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

(VIDEO) Colombia: Protestare non è terrorismo

di Alessandro Di Battista*

beppegrillo.it.- Il 28 agosto, a Cartagena de Indias, nel nord della Colombia, sono sceso in piazza con gli studenti per sostenere i contadini e il paro agrario. Il governo colombiano, succursale degli USA da quando, nel 1948, il Presidente Gaitan venne ucciso a Bogotà (tra l’altro qualche minuto prima di incontrare un giovane avvocato cubano di nome Fidel Castro), ha stipulato con il governo Obama un contratto di libero commercio. Il TLC (Tratado de Libre Comercio) è una delle innumerevoli oscenità prodotte dal neocolonialismo. Un colonialismo evoluto, alla moda ma ancor più violento di quello attuato da Cortes.

«Non c’è giustizia più ingiusta che fare parti uguali tra diseguali» diceva Don Lorenzo Milani. I trattati di libero commercio stipulati da paesi diversi, con storie diverse e possibilità diverse di gestione del debito pubblico sono ingiustizie legalizzate. Nell’ambito del TLC Bogotà ha approvato una legge che proibisce agli agricoltori l’utilizzo delle sementi naturali. Come coltiva il mais un contadino? Semplice. Ha dei semi, li pianta, suda, poi raccoglie. Una parte del raccolto gli serve per sfamare la famiglia, un’altra la vende, l’ultima, quella dai semi più grandi e belli, la mette da parte per la semina successiva. Questo avviene da quando la razza umana ha scoperto l’agricoltura, da quando, in sostanza, siamo diventati esseri umani.

Il TLC vieta tutto questo e trasforma i contadini, gli unici che raffreddano il pianeta, in fuorilegge. La resolucion 9.70 che fa parte del trattato vieta il commercio e l’utilizzo di tutti quei semi non certificati. Quali sono gli unici semi certificati? Gli OGM! Il TLC obbliga 14 milioni di contadini colombiani a utilizzare semi OGM, li costringe a comprali ogni anno (gli OGM sono semi sterili), li costringe ad utilizzare pesticidi e fertilizzanti chimici, li costringe ad essere sempre meno indipendenti, li costringe a vendere la terra prima di finire in qualche degradata periferia di Cali o Medellin. Li costringe alla morte! Ovviamente le principali multinazionali del mercato transgenico sono tutte nordamericane: Monsanto, Cargill, Dupont. Il 19 agosto i contadini colombiani si sono ribellati e hanno iniziato uno sciopero che ha paralizzato il Paese.

Il Presidente Santos, quando un cronista gli ha chiesto come contrastare lo sciopero ha risposto: «quale sciopero?». Mi ha ricordato moltissimo un altro Presidente che si domandava: «quale boom?». Per la prima volta nella storia moderna della Colombia i contadini si sono mobilitati ricevendo il sostegno degli studenti, dei trasportatori e degli operai. I cittadini colombiani hanno capito che svendere la sovranità alimentare significa mettere un cappio al collo ai loro figli. Se quest’immensa manifestazione ci fosse stata in Messico o in Argentina non avrebbe fatto tanto clamore. La Colombia è un paese dove il pensiero dominante con l’ausilio di narcos e paramilitari ha ucciso sul nascere ogni forma alternativa di organizzazione da parte della popolazione.

Negli anni 80’ tutti i principali dirigenti dell’Unión Patriótica, l’unico partito progressista, sono stati trucidati. A Cartagena un ragazzo teneva in mano un cartello con su scritto: «protestare non è terrorismo». Protestare non è terrorismo, pensate quel che media, pallottole e machete hanno inculcato nelle teste dei colombiani negli ultimi 60 anni. Protestare non solo non è terrorismo, è un dovere, è un atto d’amore così come la partecipazione alla politica. Io da qualche mese sento qualcosa di molto particolare nell’aria, si percepisce un vento di cambiamento che travalica oceani e nazioni. Ad oggi Santos ha bloccato la resolucion 9.70, ma i tecnocrati del FMI e della Banca Mondiale torneranno presto alla carica. Occorrerà capire chi si troveranno di fronte, se uomini abituati ad abbassare la testa o contadini coscienti del potere immenso che ha la rete e la partecipazione. Io sono piuttosto ottimista.

* Deputato M5S – Vice-presidente Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera – 34 anni di Roma, laureato con lode in Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo (DAMS), specializzazione in Tutela Internazionale dei Diritti Umani (Master alla Sapienza). Dopo la laurea lavora un anno come cooperante nelle giungla del Guatemala occupandosi di educazione e progetti produttivi nelle comunità indigene. Torno in Italia e lavoro per AMKA onlus, un’organizzazione che porta avanti progetti di sviluppo nel sud del mondo. In AMKA si occupa di comunicazione, formazione e progetti in Guatemala. Nel 2008 parte per il Congo dove si dedico al micro-credito e all’istruzione. Sempre nel 2008 lavora all’UNESCO Italia occupandosi di diritto all’alimentazione. Nel 2010 parte con un biglietto di sola andata per il Sud America per raccogliere materiale per un libro sulle nuove politiche continentali. In Patagonia studio il fenomeno delle fabbriche recuperate dagli operai dopo la crisi, in Cile sostiene la lotta del popolo Mapuche. In Bolivia si occupa di sovranità alimentare e condizioni di vita dei minatori. Studia l’impatto sulla popolazione dei progetti ENEL in Cile e Guatemala, lavora con i lebbrosi nel lebbrosario di San Pablo in Amazzonia. In Ecuador si occupo di orti urbani e giustizia indigena; in Colombia, Perù, Nicaragua di lotta al transgenico, riforma agraria e movimenti contadini. In Colombia studia i fenomeni criminali (narcos, paramilitarismo, sicariato). Dal 2011 collabora come giornalista con il blog di Beppe Grillo. Pubblico un reportage sui disastri di ENEL-Guatemala sul quale viene aperta un’inchiesta parlamentare. Nel 2012 la Casaleggio Associati gli commissiona un libro sui sicari sudamericani. Parte per Ecuador, Panama, Guatemala e Colombia e si concentra sull’origine del fenomeno e sulle possibili soluzioni (legalizzazione droga, riforma agraria, socializzazione dell’economia, decrescita). Nel 2008 si candida con la lista Amici di Beppe Grillo alle comunali di Roma. Parla spagnolo, inglese e portoghese.

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