Il rombo degli aerei sulla pace

di Geraldina Colotti – il manifesto 

Colombia, 28sett2016.- Da Cartagena al referendum del 2 ottobre.

Lunedì sera, in Colombia, una piazza stracolma vestita di bianco ha accolto la storica firma degli accordi di pace tra governo e Farc. In Plaza de la Banderas, a Cartagena, gran maestro di cerimonia, il presidente Manuel Santos, attorniato dai capi di stato di tutto il continente. Al suo fianco, il Segretario delle Nazioni unite, Ban Ki-moon e i rappresentanti dei paesi facilitatori che hanno accompagnato quattro anni di negoziato: Norvegia, dove hanno avuto inizio i colloqui tra le parti, Cuba, che ha ospitato le trattative, Venezuela, la cui diplomazia di pace ha messo in moto i dialoghi, e Cile. Il comandante Rodrigo Londoño (Timoshenko) ha rappresentato la controparte, la guerriglia marxista delle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc).

Si chiudono così, almeno sulla carta, 52 anni di conflitto armato. A seguire, il referendum del 2 ottobre che passerà la parola ai cittadini. Le inchieste dicono che voterà a favore il 72%. In sospeso, le trattative con l’altra guerriglia storica, quella guevarista dell’Eln, che ha rispettato la cerimonia con una tregua, ma che non ritiene soddisfacenti gli accordi dell’Avana.

I negoziati tra Eln e governo si sono aperti il 30 marzo a Caracas, e subito arenati. Oltre i simboli e le cerimonie, in un paese di profonde e pervicaci storture, il post-accordo è tutto da costruire. A Cartagena, le Forze armate, ci hanno tenuto a farlo sapere, interpretando una scena centrale, che ha condensato più di tutte le minacce incombenti sull’accordo. Mentre Timoshenko terminava il suo discorso, svestendo di retorica la parola pace, tre aerei da guerra si sono alzati in volo in un fragore assordante.

Il leader delle Farc è apparso sorpreso, poi ha ripreso il controllo: “Questa volta vengono a salutare la pace e non a scaricare bombe”, ha affermato. Si riferiva agli attacchi aerei che, per tanti anni, hanno falcidiato la guerriglia con omicidi mirati e bombardamenti a tappeto finanziati dai miliardi Usa del Plan Colombia, ora rinnovato in altre forme. Attacchi particolarmente intensi quando Santos è stato ministro della Difesa di Alvaro Uribe.

Il presidente ha rivendicato il suo ruolo di “ferreo avversario” della guerriglia “in tempo di guerra”. Ma “questi aerei erano un saluto alla pace”, ha detto oscillando tra grandi questioni e retorica da cerimonia: con un occhio al Nobel e l’altro alle alleanze del continente che gli sono proprie (quelle neoliberiste). Dopo un omaggio a Garcia Marquez, ha ribadito la “distanza profonda” che esiste tra il suo modello di società e quello avanzato dalle Farc e dalla sinistra, ma ha affermato di essere disposto a difendere “il diritto delle Farc a esprimere le proprie opinioni in democrazia”, e ha accompagnato il grido della piazza “Mai più guerra”.

Un auspicio che Timoshenko ha prospettato con realismo, rinnovando l’impegno delle Farc a proseguire in altre forme la lotta per i medesimi ideali: “Questo non è un abbraccio tra il capitalismo e il socialismo – ha affermato – continueremo a batterci per i nostri ideali, per una società senza discriminazioni, che metta fine al patriarcato, alla guerra, strumento favorito dei potenti per imporre con la forza e la paura l’ingiustizia ai più deboli”.

Poi, Timoshenko ha reso onore agli assenti: al fondatore delle Farc, Marulanda, ai comandanti uccisi, ai prigionieri politici, e ha chiesto perdono “per il dolore provocato”. Le Farc – ha promesso – lavoreranno “per la rinascita etica della Colombia, rinnovando gli ideali di Eliecer Gaitan”, il leader liberale il cui assassinio, il 9 aprile del 1948, sancì la chiusura degli spazi di agibilità democratica per l’opposizione in Colombia. Timoshenko ha ringraziato in particolare l’apporto di Cuba e del Venezuela, ricordando l’impegno di Hugo Chavez, rinnovato da Nicolas Maduro.

Dietro le quinte della cerimonia, intanto, continuava la guerra sporca contro il governo bolivariano. Mentre Maduro incontrava John Kerry a margine dell’evento, il presidente del Perù Pablo Kuczynski (uomo del Fondo monetario internazionale) dichiarava: “La mia agenda è quella di parlare con i leader di Brasile, Cile, Colombia e Messico per promuovere una risoluzione comune e arrivare a una transizione ordinata in Venezuela, nei prossimi mesi o entro il 2019”: il progetto avanzato dalle destre venezuelane.

Colombia: FARC-EP e governo Santos firmano la pace “definitiva”

14040179_1036525379801679_7425274628399683124_ndi Geraldina Colotti – il manifesto

26ago2016.- Fumata bianca all’Avana per la firma dello storico accordo tra guerriglia marxista e governo colombiano. Da Cuba, sede delle trattative durate quattro anni e dove si è stabilito il definitivo cessate il fuoco il 23 giugno, è arrivato il comunicato congiunto, firmato sia dal presidente Manuel Santos che dalle Forze armate rivoluzionarie colombiane (Farc). Termina così, almeno sulla carta, il conflitto armato durato 52 anni, che è costato 220.000 morti, 45.000 scomparsi e oltre 6 milioni di sfollati. Ora – ha detto Santos – l’ultima parola «passa ai colombiani», che decideranno se approvare o respingere la pace nel referendum del 2 ottobre.

Giovedì, il presidente presenterà al Congresso le 200 pagine che compongono il documento finale. Ne sono state distribuite sette copie, due per le parti in causa, e gli altri per i paesi garanti (Cuba, Norvegia, Venezuela e Cile) e per l’Onu che – insieme alla Comunità degli stati latinoamericani e caraibici (Celac) – si occuperà di verificare l’applicazione degli accordi. «Tutto il mio ringraziamento a Cuba, Norvegia, Venezuela e Cile, paesi garanti e accompagnanti, e agli Stati uniti e all’Unione europea, determinanti in questo percorso», ha detto ancora Santos. In risposta, il plauso internazionale e all’orizzonte il Nobel per la Pace.

I colombiani sono scesi in piazza per manifestare il loro sostegno. Secondo diverse inchieste, la maggioranza della popolazione appoggia la soluzione politica. Il dibattito sul referendum è però già incandescente. Le destre capitanate dall’ex presidente Alvaro Uribe, grande sponsor del paramilitarismo, fanno quadrato e accusano Santos di voler consegnare il paese al «castro-madurismo». Uribe è stato ripetutamente chiamato in causa negli episodi destabilizzanti contro il governo venezuelano, complice la frontiera di 2.300 km che unisce i due paesi.

L’annuncio arriva in un contesto di alta conflittualità sociale in Colombia. Nel dipartimento del Chocó – il più povero dei 32 esistenti – non si è risolto il lungo sciopero contro la privatizzazione di beni e servizi. E, secondo studi recenti delle comunità di pace, in varie regioni in cui imperano povertà e disuguaglianza, dove le multinazionali hanno mano libera sui territori indigeni, aumentano le violenze dei paramilitari impiegati come guardie private, le uccisioni dei leader sociali e le espulsioni forzate. «Per una pace effettiva, bisogna prima risolvere i problemi sociali che hanno scatenato il conflitto armato», ha detto il deputato Ivan Cepeda, del Polo democratico alternativo.

Dello stesso tenore il comunicato delle Farc, che dall’Avana hanno spiegato i termini dell’accordo e i passi successivi. «Oggi possiamo dire che termina la guerra con le armi e comincia la battaglia delle idee – ha detto la guerriglia -. Terra, democrazia, vittime, politica senza armi, applicazione degli accordi con la supervisione internazionale, sono fragli elementi di un accordo che dovrà essere convertito quanto prima in norma granitica per garantire un futuro di dignità a tutte e a tutti… Abbiamo concluso la più gradita delle battaglie: quella di porre le basi per la pace e la convivenza».

L’accordo non è tuttavia «un punto di arrivo, ma di partenza perché un popolo multietnico e multiculturale, unito nella bandiera dell’inclusione, sia artefice e scultore del cambiamento e della trasformazione sociale che desidera la maggioranza». I punti chiave dell’accordo sono 6: quello sulla Riforma agraria integrale, che mira a risolvere le condizioni di miseria e di disuguaglianza imperanti nelle zone rurali del paese: costruendo «il buen vivir e lo sviluppo» a partire dalla consegna dei titoli di terra alle comunità contadine. L’accordo “Partecipazione politica: apertura democratica per arrivare alla pace”, il cui fulcro risiede nell’eliminazione dell’esclusione e che potrà avviarsi con l’espansione della democrazia che consenta la più ampia partecipazione dei cittadini.

L’accordo di “Soluzione al problema delle droghe illegali”, che disegna una nuova politica con un intento sociale e basato sui diritti umani per superare i danni e il fallimento della “guerra alla droga”.

E ancora l’accordo sulle Vittime, che prevede un Sistema integrale di verità, giustizia, riparazione e non ripetizione, una Giurisdizione speciale per la pace, un’Unità di ricerca delle persone date per scomparse nel contesto e per le cause del conflitto, piani di riparazione integrale, misure di restituzione delle terre e garanzie che i fatti non tornino a ripetersi. Accordi sul punto di Fine conflitto, che implica: la cessazione delle ostilità, bilaterale e definitiva; l’abbandono delle armi; il meccanismo di monitoraggio e verifica che le Nazioni unite hanno messo in campo mediante il dispiegamento degli osservatori dei paesi della Celac.

Si sono definiti gli accordi sulle garanzie di sicurezza e per farla finita con vecchi e nuovi paramilitarismi attraverso la creazione di una Unità di indagine e smantellamento delle organizzazioni criminali: però cercando soluzioni che evitino «ulteriori spargimenti di sangue e dolore».

Il quinto aspetto – realizzato recentemente – ha riguardato il rientro delle Farc nella vita civile: affinché, a partire da un indulto e dalla più ampia amnistia politica, si apra il cammino per la riconversione in partito o movimento politico legale nel nuovo scenario. Un punto molto dibattuto, perché l’ultimo tentativo di passaggio politico, le Farc lo hanno pagato con migliaia di morti, nel massacro dell’Union Patriotica degli anni ’80. La guerriglia avrebbe voluto recuperare per decreto i 14 seggi ottenuti allora, ma l’offerta del governo è stata al ribasso. Santos ha invece dovuto accettare che, durante i 180 giorni che seguono agli accordi, i guerriglieri possano convergere uniti nelle Zone di pace, anche se ne ha ridotto il numero da 80 a 23. A febbraio, tre esponenti Farc hanno lasciato l’Avana per recarsi nel nord della Colombia a parlare degli accordi ai loro effettivi, ma apparentemente senza permesso ufficiale. Dopo la pubblicazione di alcune foto, Santos ha ribadito che i guerriglieri potranno fare politica solo dopo il referendum, e lo ha ripetuto in questa occasione.

Ora, resta da vedere in quale cornice si svolgerà l’annunciata Conferenza nazionale guerrigliera, la massima istanza decisionale, che dovrebbe aver luogo in Colombia per ratificare gli accordi. Le Farc hanno anche derogato alla richiesta di un’assemblea costituente e si sono impegnate ad accettare i termini del referendum «che consenta i necessari cambiamenti normativi e le risorse finanziarie». Alla realizzazione di ogni punto, ha lavorato in parallelo la Sottocommissione di genere la cui analisi ha attraversato tutti gli impegni presi.

Nel comunicato, la guerriglia ha indirizzato poi un messaggio «di amore e di speranza ai compagni e alle compagne recluse nelle prigioni e nei sotterranei del paese e fuori dalle frontiere», con l’augurio di ritrovarli presto nella costruzione della Nuova Colombia, sognata dai «padri fondatori». Da qui, un appello al governo Usa affinché sostenga la pace e compia gesti umanitari «in linea con la bontà che caratterizza la maggioranza del popolo nordamericano, amico della concordia e della solidarietà», e liberi Simon Trinidad.

Ringraziamenti, poi, per i mediatori, e «riconoscimento e affetto a Maduro», per aver continuato l’opera di Chavez. In Venezuela si stanno svolgendo le trattative fra Santos e l’altra guerriglia storica, l’Esercito di liberazione nazionale (Eln), a cui le Farc hanno augurato «di trovare un cammino risolutivo» verso la pace. Per finire, un omaggio ai caduti della «guerra fratricida» e un invito a unire «le nostre mani e le nostre voci per gridare: mai più».

Maduro: «La Colombia abbandona la sicurezza alla frontiera»

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«Domani il Ministro degli Esteri (Delcy Rodríguez) chiederà con forza a Cartagena che la Colombia riprenda l’attività di contrasto attraverso le forze di polizia, investigative e militari, contro le bande di assassini paramilitari. Adesso basta, noi andremo avanti con molta fermezza», ha affermato il Presidente

Il Presidente Nicolás Maduro Moros ha assicurato che il Venezuela esigerà dalla Colombia la riattivazione delle attività di sicurezza nelle zone di confine, perché a giudizio del capo dello stato, il governo di Bogotá ha letteralmente abbandonato la frontiera sul versante della sicurezza.

«Mi piacerebbe ascoltare l’opinione del presidente (Juan Manuel) Santos riguardo a tutti questi fenomeni di cui abbiamo fornito prova, la Colombia deve riattivare tutti i suoi organismi militari e di polizia contro il paramilitarismo alla frontiera, perché la Colombia dal punto di vista della sicurezza ha abbandonato la frontiera», ha spiegato.

Durante il suo programma ‘En Contacto con Maduro’ ha dichiarato: «Domani il Ministro degli Esteri (Delcy Rodríguez) chiderà con forza a Cartagena che la Colombia riprenda l’attività di contrasto attraverso le forze di polizia, investigative e militari, contro le bande di assassini paramilitari, contro i trafficanti di droga. Adesso basta, noi andremo avanti con molta fermezza».

Se Uribe si mette contro il Venezuela riceverà un’adeguata risposta

«Se si mette contro il Venezuela, riceverà un’adeguata risposta, nessuno mi può zittire, se (Álvaro) Uribe trama contro il Venezuela, arriverà una forte risposta del governo», ha evidenziato il Presidente venezuelano Maduro, in riferimento alle recenti dichiarazioni dell’ex presidente colombiano contro il Venezuela e la Rivoluzione Bolivariana.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Dieci frasi di Maduro sulla frontiera tra Colombia e Venezuela

maduro-venezuela-deportacion-colombia--644x362da Telesur

Il presidente venezuelano ha affermato che il paramilitarismo è un «fenomeno che colpisce la pace e la stabilità di tutti i venezuelani»

In una conferenza stampa con i mezzi d’informazione nazionali e internazionali, il capo dello stato ha spiegato che «quando saranno rispettate le condizioni minime», sarà riaperto il confine chiuso da venerdì scorso.

Ha inoltre affermato che nell’area rimarranno gli operativi che contrastano le attività illecite come il contrabbando, il narcotraffico e il paramilitarismo.

Queste le frasi più importanti pronunciate da Maduro sulla frontiera tra Colombia e Venezuela:

  1. «L’attacco sferrato contro un’unità dell’esercito venezuelano, ha oltrepassato ogni limite superando l’accettabile»

  1. «Juan Manuel Santos, lei, sta facendo qualcosa di nobile lavorando per la pace e questo io lo rispetto»

  1. «Quanti danni ha prodotto il paramilitarismo in Colombia? Perché nessuno denuncia questo?»

  1. «Stiamo cercando una nuova frontiera. Questo confine è marcito»

  1. «Non abbiamo preso nulla alla Colombia, tantomeno l’abbiamo occupata (…) Io amo la Colombia»

  1. «Nell’esodo (dei migranti colombiani) si inseriscono gruppi paramilitari»

  1. «Álvaro Uribe Vélez è il più grande anti-colombiano mai esistito, io sono anti-paraco (il termine paraco in Colombia indica un paramilitare)»

  1. «Un nuovo rapporto bilaterale (con la Colombia) dev’essere basato sul rispetto. Speriamo di poter costruire nuove relazioni»

  1. «Tutti i giorni dell’anno i mezzi d’informazione colombiani sono impegnati nel costruire campagne mediatiche dirette contro il Venezuela»

  1. «Amiamo così tanto il popolo colombiano che qui in Venezuela vivono oltre cinque milioni di colombiani»

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

La arrogancia del poder y los niños

PADRE-E-HIJA-guerrillera.jpgpor Carlos Antonio Lozada

Al momento de comenzar a escribir esta nota son las 15:30 horas del viernes 22 de mayo de 2015 y desde La Habana, Cuba, ciudad que acoge las delegaciones de paz del gobierno colombiano y de las FARC-EP, hace tan solo 4 horas nos vimos obligados a declarar la suspensión de cese al fuego unilateral e indefinido como consecuencia del bombardeo en el que fueron masacrados 26 guerrilleros y dos más fueron capturados heridos.

8 días antes, el día 15 de mayo, en horas de la madrugada, partimos en 2 aviones desde el aeropuerto José Martí de La Habana, 6 integrantes de las FARC-EP rumbo a Colombia. La misión: visitar en el terreno, en los departamentos de Antioquia y los límites de Meta y Caquetá, las unidades guerrilleras que operan en esas áreas para explicar a los mandos y combatientes los avances del proceso de paz y los procedimientos a seguir en desarrollo del acuerdo sobre descontaminación del territorio de artefactos explosivos.

Carlos-Antonio-lozada.jpgDurante 5 días permanecimos en los campamentos, compartiendo con nuestros camaradas del alma, los pormenores del proceso y tratando de responder sus inquietudes acerca de lo que puede llegar a ser la realidad de una Colombia sin guerra. Como es de suponer, son muchos los interrogantes que tienen los guerrilleros al respecto; así que fueron 5 días de intenso pero gratificante trabajo, recompensado con creces con profundos abrazos, apretones de mano e infinitas expresiones de afecto y camaradería.Tampoco faltaron los sabores propios de la cocina guerrillera, tan entrañables a nuestro paladar.

Los pobladores de ese rincón de Colombia, donde las Sabanas del Yarí se encuentran con la espesura de la selva, alertados de nuestra presencia por la llegada del helicóptero y enterados de que en 5 días estaríamos de regreso, no dudaron en preparar un sencillo pero significativo acto de recibimiento y despedida a los delegados guerrilleros y de los países garantes, Cuba y Noruega; del CICR y del gobierno nacional.

Un cerrado aplauso recibe los delegados que llegan a recogernos el día 20 de mayo; para luego acompañarlos con un desfile encabezado por los niños del lugar, quienes levantan banderitas blancas donde se lee la palabra paz.

Entre tanto, nosotros esperamos su arribo desde una casa ubicada en medio de la sabana, colmados de sentimientos encontrados por tener que partir de regreso a La Habana, dejando en esas tierras nuestros más caros afectos, vestidos de uniforme verde olivo.

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En una intervención improvisada, uno de los campesinos con la natural franqueza que los caracteriza, acierta al señalar que mientras el Presidente Santos anuncia a los cuatro vientos que Colombia será en los próximos años un país educado, la realidad es que este año no les han enviado el profesor de la escuela, por lo que los niños permanecerán sin derecho a estudiar un año más.

Apenas dos horas después de anunciar nuestra decisión de levantar la orden de cese al fuego unilateral e indefinido; el Presidente Santos sale a responder diciendo que: “Estamos preparados para eso, pero insistiremos en la paz”; y agregó: “Nuestras Fuerzas Armadas están cumpliendo con su deber y con las órdenes”.

No nos cabe la menor duda; así es y así seguirá siendo. Conocemos de sobra la arrogancia del poder. Seguramente a las sabanas del Yarí y demás regiones de la Colombia olvidada, el Estado seguirá llegando en forma de aviones con sus cargas mortíferas de 250 y 500 libras de explosivos. Lo que no llegará, serán profesores.

Y es precisamente por esa realidad, que los colombianos que sentimos dolor de patria debemos seguir insistiendo en parar esta guerra; de lo contrario, esos niños que vimos desfilar, en unos pocos años, en lugar de banderitas blancas, levantaran un fusil para reclamar sus derechos.

* Integrante del Secretariado de las FARC-EP

Colombia: le Farc-Ep verso l’accordo di pace

FORO PARTICIPACIÓN POLÍTICA - 28, 29 y 30 de abril - 2013 Bogotáda tribunodelpopolo.it

Storica svolta in Colombia con il governo e le Farc che hanno raggiunto un accordo che dovrebbe garantire al gruppo ribelle un ruolo nella vita politica del Paese. Potrebbe quindi venire scritta la parola “fine” a un conflitto armato che insanguina il Paese da oltre cinquant’anni. 

Storico accordo tra il governo colombiano e la guerriglia delle FARC-EP (Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia – Esercito del Popolo), un accordo atteso da mezzo secolo che potrebbe seriamente porre fine a un conflitto armato che ha provocato negli anni migliaia di morti. In base a tale accordo le Farc dovrebbero aver garantito la partecipazione alla vita politica del Paese, un sostanziale compromesso che dovrebbe accontentare entrambe le parti in causa.

Ci sono voluti quasi cinque mesi per elaborare l’accordo per la partecipazione politica delle Farc, che da movimento di guerriglia dovrebbero cominciare un processo di reinserimento nella società, diventando così un movimento politico a tutti gli effetti. “Abbiamo raggiunto un accordo fondamentale sul secondo punto dell’agenda contenuta nell’Accordo Generale per la fine del conflitto e la costruzione di una pace stabile e duratura chiamata Partecipazione Politica”, recitava il comunicato congiunto diffuso ieri.

Ci è voluto un anno di negoziati tra Farc e governo per depennare dalla lista le questioni della riforma agraria e della partecipazione politica delle Farc, ma sono ancora tanti i nodi sul tavolo che devono essere sciolti: fine delle ostilità, lotta al narcotraffico e compensazione delle vittime del conflitto. Nella ricerca dell’accordo ha sicuramente pesato l’uscita di scena di qualche anno fa di Alvaro Uribe, discutibile ex presidente della Colombia che aveva rinfocolato il conflitto con le Farc.

L’accordo invece è stato raggiunto dal presidente Santos, probabilmente alla ricerca di popolarità in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno, che si annunciano turbolente. La premessa dei  colloqui  era che “nulla è definitivamente concordato fino a quando non si troverà un accordo per l’ultimo punto”, questo il messaggio delle due delegazioni lanciato agli inizi delle trattative un anno fa. Le trattative cominciarono un anno fa a Hurdal, piccola località a 80 chilometri da Oslo, in Norvegia, poi da qui i colloqui di pace si sono spostati all’Avana, divenuta sede permanente. Ai negoziati infatti partecipano Norvegia e Cuba in veste di paesi garanti, e Cile e Venezuela come osservatori.

[Si ringrazia Leonardo Landi per la segnalazione]

(VIDEO) Colombia: Protestare non è terrorismo

di Alessandro Di Battista*

beppegrillo.it.- Il 28 agosto, a Cartagena de Indias, nel nord della Colombia, sono sceso in piazza con gli studenti per sostenere i contadini e il paro agrario. Il governo colombiano, succursale degli USA da quando, nel 1948, il Presidente Gaitan venne ucciso a Bogotà (tra l’altro qualche minuto prima di incontrare un giovane avvocato cubano di nome Fidel Castro), ha stipulato con il governo Obama un contratto di libero commercio. Il TLC (Tratado de Libre Comercio) è una delle innumerevoli oscenità prodotte dal neocolonialismo. Un colonialismo evoluto, alla moda ma ancor più violento di quello attuato da Cortes.

«Non c’è giustizia più ingiusta che fare parti uguali tra diseguali» diceva Don Lorenzo Milani. I trattati di libero commercio stipulati da paesi diversi, con storie diverse e possibilità diverse di gestione del debito pubblico sono ingiustizie legalizzate. Nell’ambito del TLC Bogotà ha approvato una legge che proibisce agli agricoltori l’utilizzo delle sementi naturali. Come coltiva il mais un contadino? Semplice. Ha dei semi, li pianta, suda, poi raccoglie. Una parte del raccolto gli serve per sfamare la famiglia, un’altra la vende, l’ultima, quella dai semi più grandi e belli, la mette da parte per la semina successiva. Questo avviene da quando la razza umana ha scoperto l’agricoltura, da quando, in sostanza, siamo diventati esseri umani.

Il TLC vieta tutto questo e trasforma i contadini, gli unici che raffreddano il pianeta, in fuorilegge. La resolucion 9.70 che fa parte del trattato vieta il commercio e l’utilizzo di tutti quei semi non certificati. Quali sono gli unici semi certificati? Gli OGM! Il TLC obbliga 14 milioni di contadini colombiani a utilizzare semi OGM, li costringe a comprali ogni anno (gli OGM sono semi sterili), li costringe ad utilizzare pesticidi e fertilizzanti chimici, li costringe ad essere sempre meno indipendenti, li costringe a vendere la terra prima di finire in qualche degradata periferia di Cali o Medellin. Li costringe alla morte! Ovviamente le principali multinazionali del mercato transgenico sono tutte nordamericane: Monsanto, Cargill, Dupont. Il 19 agosto i contadini colombiani si sono ribellati e hanno iniziato uno sciopero che ha paralizzato il Paese.

Il Presidente Santos, quando un cronista gli ha chiesto come contrastare lo sciopero ha risposto: «quale sciopero?». Mi ha ricordato moltissimo un altro Presidente che si domandava: «quale boom?». Per la prima volta nella storia moderna della Colombia i contadini si sono mobilitati ricevendo il sostegno degli studenti, dei trasportatori e degli operai. I cittadini colombiani hanno capito che svendere la sovranità alimentare significa mettere un cappio al collo ai loro figli. Se quest’immensa manifestazione ci fosse stata in Messico o in Argentina non avrebbe fatto tanto clamore. La Colombia è un paese dove il pensiero dominante con l’ausilio di narcos e paramilitari ha ucciso sul nascere ogni forma alternativa di organizzazione da parte della popolazione.

Negli anni 80’ tutti i principali dirigenti dell’Unión Patriótica, l’unico partito progressista, sono stati trucidati. A Cartagena un ragazzo teneva in mano un cartello con su scritto: «protestare non è terrorismo». Protestare non è terrorismo, pensate quel che media, pallottole e machete hanno inculcato nelle teste dei colombiani negli ultimi 60 anni. Protestare non solo non è terrorismo, è un dovere, è un atto d’amore così come la partecipazione alla politica. Io da qualche mese sento qualcosa di molto particolare nell’aria, si percepisce un vento di cambiamento che travalica oceani e nazioni. Ad oggi Santos ha bloccato la resolucion 9.70, ma i tecnocrati del FMI e della Banca Mondiale torneranno presto alla carica. Occorrerà capire chi si troveranno di fronte, se uomini abituati ad abbassare la testa o contadini coscienti del potere immenso che ha la rete e la partecipazione. Io sono piuttosto ottimista.

* Deputato M5S – Vice-presidente Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera – 34 anni di Roma, laureato con lode in Discipline delle Arti della Musica e dello Spettacolo (DAMS), specializzazione in Tutela Internazionale dei Diritti Umani (Master alla Sapienza). Dopo la laurea lavora un anno come cooperante nelle giungla del Guatemala occupandosi di educazione e progetti produttivi nelle comunità indigene. Torno in Italia e lavoro per AMKA onlus, un’organizzazione che porta avanti progetti di sviluppo nel sud del mondo. In AMKA si occupa di comunicazione, formazione e progetti in Guatemala. Nel 2008 parte per il Congo dove si dedico al micro-credito e all’istruzione. Sempre nel 2008 lavora all’UNESCO Italia occupandosi di diritto all’alimentazione. Nel 2010 parte con un biglietto di sola andata per il Sud America per raccogliere materiale per un libro sulle nuove politiche continentali. In Patagonia studio il fenomeno delle fabbriche recuperate dagli operai dopo la crisi, in Cile sostiene la lotta del popolo Mapuche. In Bolivia si occupa di sovranità alimentare e condizioni di vita dei minatori. Studia l’impatto sulla popolazione dei progetti ENEL in Cile e Guatemala, lavora con i lebbrosi nel lebbrosario di San Pablo in Amazzonia. In Ecuador si occupo di orti urbani e giustizia indigena; in Colombia, Perù, Nicaragua di lotta al transgenico, riforma agraria e movimenti contadini. In Colombia studia i fenomeni criminali (narcos, paramilitarismo, sicariato). Dal 2011 collabora come giornalista con il blog di Beppe Grillo. Pubblico un reportage sui disastri di ENEL-Guatemala sul quale viene aperta un’inchiesta parlamentare. Nel 2012 la Casaleggio Associati gli commissiona un libro sui sicari sudamericani. Parte per Ecuador, Panama, Guatemala e Colombia e si concentra sull’origine del fenomeno e sulle possibili soluzioni (legalizzazione droga, riforma agraria, socializzazione dell’economia, decrescita). Nel 2008 si candida con la lista Amici di Beppe Grillo alle comunali di Roma. Parla spagnolo, inglese e portoghese.

(VIDEO) UNASUR: Gli interventi di Brasile, Colombia, Cile e Perù

Colombia: tra il cielo e l’inferno

Nuova Colombia

I dialoghi dell’Avana si trovano in un limbo per colpa dell’uomo che vuole passare alla storia come il presidente che ha conseguito la pace in Colombia.

Vibra ancora l’eco della giusta protesta del governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela contro l’accoglienza, da parte di Santos, dell’oppositore Capriles al Palazzo di Nariño.
Non sono pochi coloro i quali credono che il passaggio per Bogotá di Joe Biden, vicepresidente degli Stati Uniti, sia l’origine dello strappo santista. E lo associano ad un piano di Washington capeggiato da un cavallo di Troia chiamato “Alleanza Pacifico”, che ha il proposito di destabilizzare e far deragliare i governi popolari di Venezuela, Ecuador, Bolivia ed Uruguay, tra gli altri. Cosa avrà spinto Santos ad annunciare la fantasiosa entrata della Colombia nella NATO? Minacciare il Venezuela e il Brasile?
Non è granché credibile chi adduce che dietro il comportamento del presidente vi sarebbe l’ingenuità, posto che Santos non è uno stupido e come statista è obbligato a misurare l’effetto delle sue azioni.
Juan Manuel Santos sapeva che la sua provocazione contro il legittimo governo del Venezuela sarebbe scoppiata come una bomba al tavolo dei dialoghi dell’Avana, giacché il tema “Venezuela”, paese accompagnatore e facilitatore del processo, è assai sensibile per le FARC che vedono nei venezuelani il principale fattore di generazione di fiducia, e di conseguenza artefici fondamentali del processo di pace. E’ per tutto questo che causa tanta perplessità l’invito di Santos a Capriles, proprio quando l’entusiasmo per la pace era all’apice della riconciliazione dei colombiani, motivato dall’accordo parziale sulla terra che rappresenta il nucleo del conflitto.
L’atteggiamento di Santos ha sgonfiato l’ottimismo, ha inquinato il clima favorevole alla pace che si era riusciti a costruire con tanto sforzo all’Avana. La questione la possiamo riassumere così: se non fosse per il Venezuela i dialoghi per la pace nella capitale cubana non avrebbero luogo.
E’ abissalmente contradditorio pretendere di passare alla storia come il presidente che ha fatto la pace e propiziare al contempo una catena di attentati contro di essa. L’assassinio a sangue freddo di Alfonso Cano, il Comandante condottiero della riconciliazione, è già di per sé una macchia indelebile. D’altra parte, dato che si tratta di fermare la guerra nessuno capisce perché il governo rifiuti la necessaria tregua bilaterale proposta dalle FARC fin dall’inizio delle conversazioni. Negli ultimi sei mesi il ministro della Difesa ha agito da cecchino settario contro il processo, dando la sensazione che all’interno del governo non vi sia unità di vedute. E lo stesso presidente non si lascia sfuggire una sola occasione per screditare l’interlocutore con accuse infondate e minacce di rottura.
Inoltre, ci sono altri elementi che stanno osteggiando il dialogo e la costruzione di un accordo, come quel molesto schiocco della frusta del tempo e dei ritmi che impugna il governo. Perché tanto affanno? Per precipitare un pessimo accordo, una pace fatta male?
La progressione di un accordo così trascendentale non deve subire interferenze né dalle tempistiche elettorali né dalle scadenze legislative. Parallelamente alle sessioni del tavolo dei dialoghi qualcuno, dall’alto, orchestra campagne mediatiche che seminano, con un certo grado di perfidia, l’idea di una guerriglia carnefice da una parte, e di uno Stato angelicale, che aleggia innocente senza alcuna responsabilità storica per la violenza ed il terrorismo istituzionale, dall’altra.
Un governo che voglia la pace per davvero non evidenzia ad ogni momento le linee rosse della propria intransigenza, dei suoi punti inamovibili, ma agisce piuttosto con grandezza per facilitare un’intesa. Dov’è la genialità, dov’è la sinderesi? Al contrario, ciò che abbiamo di fronte è un grande incoerenza. Ed anche un’abbondante taccagneria, quando con argomenti cocciuti difende privilegi indignanti. Tali comportamenti contribuiscono poco alla costruzione di un’atmosfera di pace. Perché i dialoghi, dunque?
Bisogna capire che questo non è un processo di sottomissione, ma di costruzione di pace. Non si tratta di un’incorporazione dell’insorgenza nel sistema politico vigente, per come si presenta, senza che si dia un cambiamento a favore delle maggioranze escluse. A che cosa è servita la lotta, dunque? Il miglior epilogo di questa guerra dev’essere ratificato da cambiamenti strutturali sul piano politico, economico e sociale, che propizino il superamento della povertà e della disuguaglianza.
Dobbiamo difendere questo processo di pace, questa speranza. Tutti, governo, guerriglia delle FARC e organizzazioni sociali e politiche del paese, dobbiamo risolutamente sommare volontà per raggiungere, dopo decenni di scontro bellico, la bramata riconciliazione con giustizia sociale.
Se siamo decisi a raggiungere la pace, che ci importa di Uribe e Fedegan?
 
Segretariato dello Stato Maggiore Centrale delle FARC-EP
Montagne della Colombia, 7 giugno 2013

Capriles a Bogotà, invito «sgradito»

di Geraldina Colotti

Venezuela e Colombia di nuovo ai ferri corti. Il casus belli questa volta nasce dall’incontro tra Henrique Capriles Radonski, leader della destra venezuelana, e il presidente colombiano Juan Manuel Santos, che lo ha accolto in pompa magna a Bogotà. Un incontro celebrato dai grandi media ma contestato, in loco e in Venezuela, dalla sinistra e dai movimenti sociali. Nella capitale colombiana, i manifestanti hanno accolto Capriles al grido di «assassino e golpista» e hanno innalzato cartelli con la scritta: «persona non grata».

Subito dopo le presidenziali del 14 aprile, perse di misura con il candidato socialista Nicolás Maduro, il leader della Mesa de la unidad democratica (Mud) non ha riconosciuto i risultati e ha chiamato i suoi alla rivolta. Nelle violenze seguite (incendi, saccheggi e 61 feriti), sono morti 11 chavisti, uno dei quali di origine colombiana.

Santos ha preferito incontrare Capriles e disertare la cerimonia di riparazione imposta dalla Corte costituzionale allo Stato colombiano nei riguardi della comunità di San José de Apartado: una comunità pacifista che si trova nel dipartimento di Antioquia e che, per aver dichiarato il proprio territorio «neutrale di fronte al conflitto», nel febbraio 2005 è stata vittima di un massacro compiuto da paramilitari con la complicità dell’esercito.

«Alcune persone della comunità sono strumentalizzate dai terroristi Farc e dagli stranieri», ha scritto su Twitter l’ex presidente colombiano Alvaro Uribe, in carica dal 2002 al 2010. Grande sponsor di Capriles, Uribe è più volte intervenuto a gamba tesa durante e dopo la campagna elettorale in Venezuela, e ha espresso profonda stizza per l’andamento delle trattative tra il governo Santos e la guerriglia marxista Farc in corso all’Avana con la mediazione del Venezuela.

Una mediazione fortemente voluta dal presidente venezuelano Hugo Chávez, scomparso il 5 marzo.

Per il suo ruolo di promotore di pace nel cinquantennale conflitto colombiano, Chávez è stato denunciato da Uribe all’Organizzazione degli stati americani (Osa) come «complice dei terroristi» e il Venezuela ha interrotto allora le relazioni. Con l’arrivo di Santos, ministro della Difesa nel precedente governo e non certo uomo di sinistra, le relazioni fra i due governi si sono comunque normalizzate. Sull’altare della realpolitik sono stati immolati allora due militanti colombiani, il giornalista Joaquin Becerra, estradato da Caracas a Bogotà e Julian Conrado («il cantante delle Farc»), ancora in carcere in Venezuela. Sul tavolo di Maduro – che ha ribadito la volontà di proseguire sulla linea del suo precedessore – c’è la lettera di Conrado in cui chiede di essere liberato, appoggiato da numerose organizzazioni sociali. Adesso, però, il governo bolivariano, per bocca del ministro degli Esteri Elias Jaua ha fatto sapere che sta riconsiderando la sua partecipazione al dialogo di pace in corso a Cuba, e ha richiamato il proprio ambasciatore all’Osa delegato per questo all’Avana. Santos – nuovamente candidato alle elezioni del 2014 – ha dichiarato che cercherà di risolvere il conflitto diplomatico «lontano dai riflettori». Capriles ha cantato vittoria.

Intervistato dagli Usa da Jaime Bayly, di Mega Tv ha chiesto al suo amico Miguel Insulza, dell’Osa, un «ruolo più attivo» nelle vicende del Venezuela, ma ha aggiunto che non andrà a incontrare il presidente Usa Barack Obama: per non «sganciare un’altra bombetta sul governo», per quanto considerato illegittimo. Lui – ha precisato – è un fautore «dell’integrazione con l’America latina». Ovviamente quella modello «cortile di casa» degli Stati uniti: che sta nei disegni politico-commerciali ribaditi da Obama nel suo recente viaggio in Centroamerica, e poi dal vice Joe Biden. Un modello sostenuto da una poderosa campagna di intossicazione e disinformazione internazionale, ha denunciato una petizione inviata al New York Times e firmata da intellettuali come Noam Chomsky, Oliver Stone, Michael Moore… A dispetto delle cifre e dei dati, forniti dagli organismi internazionali come la Fao – che porta il Venezuela ad esempio per le politiche pubbliche rivolte alla sicurezza alimentare e nutritiva di chi ne ha più bisogno -, si mostra un paese in cui c’è penuria di cibo. Si trasforma l’acceso dibattito interno al chavismo – normalmente segno di buona salute politica – in presunta lotta fratricida fra l’uno o l’altro dirigente o in chiacchiere da portineria. «Sta succedendo come in Cile. Quando Allende iniziò a espropriare la proprietà privata e a trasferirla al potere popolare cominciarono a mancare carne, olio e carta igienica», ha scritto Raul Bracho sul sito di Aporrea denunciando il sabotaggio dell’opposizione. «Non eravamo preparati alla crescita che il paese ha avuto negli ultimi anni», ha dichiarato Gerson Hernández a nome di un gruppo di «imprenditori socialisti» che appoggiano Maduro, esibendo le 385.000 unità abitative costruite negli ultimi 2 anni. E mentre l’opposizione cerca sponsor a livello internazionale, nel chavismo si discute di «una nuova Nep», una nuova politica economica che richiama le passioni leniniste e bolsceviche del ’21. L’autonomo Roland Denis, ex ministro delle Finanze, tuona contro «il capitalismo di stato modello Giordani (l’attuale ministro dell’Economia,ndr)» e vorrebbe andare più in fretta verso il futuro stato comunale. Thierry Deronne, analista dei media e comunicatore sociale dice al manifesto: «La realtà è molto diversa da quella creata dai mezzi di informazione e anche da alcuni siti. La partita si gioca nel lavoro concreto: nel governo di strada inaugurato da Maduro, nei risultati ottenuti in tema di sicurezza e di sovranità alimentare, nel lavoro diplomatico per nuovi rapporti solidali».

[fonte: Il Manifesto del 31 maggio 2013, p.8]

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