Il Brexit e l’implosione dell’Unione Europea

mongolfiera ukdi Samir Amin

Traduzione dal francese di Lorenzo Battisti per Marx21.it

Pubblichiamo la traduzione italiana di questo testo che Samir Amin ci ha inviato qualche giorno fa. Esso ci sembra di particolare importanza per il modo in cui affronta, con le “lenti di Marx” e l’analisi degli interessi di classe, la questione della sovranità nazionale, prendendo nettamente le distanze dalle concezioni del “sovranismo” borghese: 

“La Gran Bretagna non intende certamente mettere in opera la propria sovranità per impegnarsi in una via che si allontani dall’ordoliberismo. Al contrario, Londra spera di aprirsi ancora di più soprattutto verso gli Stati Uniti (la Gran Bretagna non ha le reticenze di certi europei verso il trattato transatlantico di libero scambio TTIP), verso i paesi del Commonwealth e i paesi emergenti del Sud, che si sostituirebbero alla priorità europea. Nient’altro; e certamente non un migliore programma sociale. D’altra parte per i britannici l’egemonia tedesca è meno accettabile di quello che sembra per gli altri, in Francia e in Italia”. 

“I fascisti europei proclamano la propria ostilità all’Europa e all’Euro. Ma si deve sapere che il loro concetto di sovranità è quello della borghesia capitalista; il loro progetto è quello della ricerca della competitività nazionale all’interno del sistema dell’ordoliberismo, associato a campagne nauseabonde contro gli immigrati. I fascisti non sono mai i difensori della democrazia, neanche quella elettorale (salvo per opportunismo), e ancora meno lo sono di una democrazia più avanzata. A fronte della sfida, la classe dominante non ha esitazioni: meglio l’uscita fascista dalla crisi. Ne ha dato prova in Ucraina”.
Il nostro autore ribadisce quanto scrive da tempo: “Non c’è niente da attendersi dal progetto europeo, che non può essere trasformato dall’interno; bisogna decostruire per poi eventualmente ricostruire su altre basi. Poiché si rifiutano di arrivare a questa conclusione, molti movimenti in conflitto con l’ordoliberismo esitano riguardo agli obiettivi strategici delle loro lotte: uscire o restare in Europa (o nell’Euro)? In queste condizioni gli argomenti invocati dagli uni e dagli altri sono estremamente diversi, basati spesso su questioni insignificanti, a volte sui falsi problemi orchestrati dai media (la sicurezza, gli immigrati), che conducono a scelte nauseabonde, raramente sulle vere sfide. L’uscita dalla Nato, per esempio, è invocata raramente. Rimane il fatto che l’onda montante che si esprime nel rifiuto dell’Europa (come la Brexit) riflette la cancellazione delle illusioni sulla possibilità di una sua riforma. Ciononostante la confusione preoccupa”. 

“La difesa dell’illusione di una riforma impossibile dell’Europa non permette di evitarne l’implosione. Il progetto europeo si sbriciolerà allora a beneficio di una riemersione di quello che somiglia molto all’Europa degli anni ‘30 e ’40”

Samir Amin ribadisce la necessità di “un progetto di sovranità, con un contenuto esplicitamente popolare e democratico […] La sovranità nazionale è lo strumento inevitabile per l’avanzamento sociale e per il progresso della democratizzazione, al Nord come al Sud del pianeta. Queste avanzate sono guidate da logiche che si situano al di là del capitalismo, in una prospettiva favorevole all’emersione di un mondo policentrico e al consolidamento dell’internazionalismo dei popoli”.

Andrea Catone
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>>>continua>>>

Samir Amin: «Nessun rischio di guerra civile in Egitto»

Algeriepatriottique, 18 agosto 2013 

Non c’è rischio di guerra civile in Egitto

Intervista a Samir Amin di Mohamed El-Ghazi

Algeriepatriottique: Sono state formulate diverse ipotesi sulla destituzione del presidente egiziano Morsi da parte dell’esercito. Quali ne sono state le vere ragioni?

Samir Amin: La sola e unica ragione è che Morsi è stato rifiutato dal popolo egiziano. Prova ne sia la petizione promossa dal movimento Tamaroud che aveva raccolto, prima del 30 giugno, ventisei milioni di firme che chiedevano le dimissioni di Morsi. Queste firme non sono state raccattate alla buona. Sono vere. La manifestazione del 30 giugno era dunque attesa, solo che è andata anche oltre quello che si poteva immaginare. In tutto l’Egitto, e non solo a piazza Tahrir, c’erano trentatré milioni di manifestanti il 30 giugno. Per un paese di 85 milioni di abitanti, esclusi i bambini che sono tanti, e i vecchi che sono meno numerosi, essi rappresentavano praticamente tutto il paese. Di fronte a questa mobilitazione, evidentemente, il comando dell’esercito è stato molto saggio; ha deposto Morsi e affidato la presidenza interinale a chi di diritto, vale a dire al presidente del Consiglio Costituzionale, Adli Mansour, che è un giudice, ma non un giudice rivoluzionario; è un conservatore, conosciuto per essere onesto e democratico. Questa è la sola ragione, non ve ne sono altre.

Quando si dice che l’esercito ne ha approfittato per fare un colpo di Stato, io rispondo che, se l’esercito non fosse intervenuto, non sarebbe stata una bella cosa vedere Morsi che si comportava come un brigante e senza alcun rispetto per le regole più elementari della democrazia. Avendo armato le milizie dei Fratelli Mussulmani, non sarebbe stato accettabile. L’alternativa – vale a dire la non deposizione di Morsi – non sarebbe stata ugualmente accettabile. Devo aggiungere – tutti lo sanno in Egitto, e lo si dice oggi ad alta voce – che l’elezione che ha portato Morsi e i Fratelli Mussulmani al potere è stata una gigantesca frode. Una enorme frode di falsificazione delle liste elettorali, nella quale i Fratelli Mussulmani si sono inventati nove milioni di voti supplementari.

D: Da dove ricava queste cifre?

R: Tutti lo sanno in Egitto. E la prova sarà fornita presto dalla Giustizia. Non l’abbiamo appreso ieri, lo sapevamo già all’indomani dell’elezione. Conosciamo un sacco di casi nei quali un solo Fratello Mussulmano era in possesso di cinque certificati elettorali, con lo stesso nome ma relativi a cinque seggi diversi situati in quartieri vicini. E per di più questo elettore aveva la delega di voto da parte di sua moglie, dei figli maggiorenni e di sua nonna. Ha potuto votare cinque volte per dieci persone. In questo modo sono andate le cose. D’altra parte le milizie dei Fratelli Mussulmani avevano occupato i seggi e si sono attribuiti il diritto di votare, impedendo ad altri di farlo, fino al punto che i giudici egiziani, che di solito controllano le elezioni e che non sono – lo dico ancora una volta – dei rivoluzionari, si sono rifiutati in massa di ratificare queste elezioni. Il presidente della commissione elettorale, che era un Fratello Mussulmano, ha dichiarato, per ordine di Morsi, che Morsi aveva vinto prima ancora che lo spoglio fosse terminato. L’ambasciata degli Stati Uniti ha proclamato Morsi vincitore di elezioni “democratiche” e, ovviamente tre minuti dopo, le ambasciate della Gran Bretagna, della Francia e degli altri paesi europei si sono uniformate. La commissione dei sedicenti osservatori stranieri, soprattutto europei, ha ratificato queste elezioni-farsa. Il regime non beneficiava dunque di alcuna legittimità. E tuttavia il fatto che abbiano esercitato il potere per un anno è stato un bene, perché hanno così mostrato il loro vero volto. Hanno seguito la stessa politica neoliberale di Mubarak, in una versione ancora più brutale nei confronti delle classi popolari e, d’altra parte, hanno violato le regole più elementari della democrazia. Per questo motivo questa deposizione non è stata un colpo di Stato militare ed è per questo che questa deposizione e la caduta di Morsi sono una vittoria del popolo egiziano. Va da sé che non è una vittoria finale; è una tappa di una lunga battaglia politica che continuerà per mesi, forse per anni.

D: Con le gravi tensioni che la destituzione di Morsi ha provocato, pensa che l’Egitto si stia avviando verso una guerra civile?

R: Non c’è guerra civile e non c’è pericolo di guerra civile (in Egitto). Ci sono stati trentatré milioni di manifestanti al Cairo contro Morsi, che pure aveva nelle sue mani il potere dello Stato e miliardi di dollari del Golfo. E lui non è riuscito a mobilitare nemmeno due milioni di simpatizzanti. Si parla di pericolo di guerra civile quando l’opinione pubblica è veramente divisa e frammentata. Non è il caso dell’Egitto. Quello che si sta registrando sono piuttosto delle azioni terroriste. In Egitto tutti sanno che i Fratelli Mussulmani sono 5-600.000 e un centinaio di migliaia di loro sono armati. Sono loro che possono creare dei disordini, ma non una guerra civile. D’altronde, nelle manifestazioni popolari, quelli che arrestano i Fratelli Mussulmani  e li picchiano di santa ragione non sono le forze di polizia, ma gli stessi manifestanti. Nel quartiere di Boulaq, quando il 30 giugno 2013 stava per partire una manifestazione dei Fratelli Mussulmani, è stata la stessa gente di Boulaq che ha sbarrato loro la strada e li respinti a colpi di pietre. Morsi aveva minacciato: «Se sarò destituito, vi prometto la guerra civile!». Ma non ci sarà guerra civile. I media occidentali, ahimè, ripetono dal canto loro: «L’Egitto è diviso». Ma se in Francia vedessimo venti milioni di manifestanti contro il Fronte Nazionale e cinquecentomila a favore, diremmo che l’opinione pubblica è divisa? È grottesco parlare di opinione pubblica spaccata in Egitto e di rischi di guerra civile. Quanto ai gruppi jihadisti, essi giungono da due posti. Dall’ovest della Libia. Da quando i paesi occidentali hanno “liberato” la Libia e l’hanno distrutta, questo paese, caduto nelle mani dei signori della guerra, è diventato la base logistica di tutto. D’altronde le azioni contro il Mali e l’Algeria sono venute dalla Libia. E parimenti l’esercito ha appena arrestato nel deserto occidentale un gruppo di jihadisti venuti dalla Libia, armati di missili terra-terra. Evidentemente questi jihadisti sono in grado di creare degli incidenti relativamente gravi. L’altro fronte di attacco jihadista è il Sinai. Perché i malaugurati accordi, detti di pace, tra Egitto e Israele vietano una presenza importante dell’esercito egiziano nel Sinai. L’esercito ha diritto di mantenervi, non so, settecento uomini, fino forse a duemila. Si tratta di una presenza modestissima per una provincia desertica tanto vasta e per di più montagnosa.  È un po’ come l’Adrar degli Ifoghas (massiccio montuoso del Mali, ndt). Giunti col sostegno finanziario di alcuni paesi del Golfo e con la tolleranza – è il meno che si possa dire – di Israele, questi gruppi sono una realtà nel Sinai. L’hanno peraltro dimostrato immediatamente con una manifestazione violenta ad Al-Arich, la capitale del nord del Sinai.

D: Lei ha parlato di gruppi jihadisti. Conoscendo il carattere transnazionale della violenza salafita, pensa che l’esercito egiziano è in grado di farvi fronte?

R: Noi, in Egitto, abbiamo una situazione simile a quella vostra in Algeria. L’islam politico non è sparito. Si è un po’ indebolito perché ha mostrato la sua vera faccia. Da voi ha provocato 100.000 persone assassinate dai terroristi. E l’esercito algerino ha finito con l’aver ragione di loro. In Egitto il costo pagato è stato solo quello di un governo civile durato un anno, ma oramai l’opinione pubblica ha le idee chiarissime in Egitto. Certamente la grande massa degli Egiziani, come degli Algerini, resta mussulmana praticante e anche i copti cristiani, in Egitto, sono generalmente praticanti. E però non credono più all’islam politico. Quello che si sente continuamente nelle strade del Cairo – ci sono stato di recente – è: «Ihna mouch ayzin islam el baqala» (respingiamo l’islam del commercio). Ma comunque siamo in una società come la vostra, dove c’è ancora gente che non ha capito. E permane purtroppo una base oggettiva di reclutamento nella misera e nella disoccupazione. Finché potranno reclutare miliziani altrove, come accade in Siria, dove sappiamo che tutti questi gruppi islamisti non sono siriani e vi sono molti Tunisini, Egiziani, Afghani e Turchi, queste forze possono ancora agire. Io confido nelle forze dell’esercito egiziano che sono in grado di fronteggiare con successo queste minacce, perché anche negli alti comandi, sebbene sia possibile che alcuni siano stati alleati degli islamisti o che abbiano fatto  calcoli di alleanza con loro nel passato, una gran parte degli ufficiali egiziani sono al fianco del loro popolo contro Morsi. Però non sarà facile sconfiggerli, finché avranno basi e appoggi in Libia e nei paesi del Golfo.

D: I media parlano di un accordo concluso tra Morsi e gli Stati Uniti per la cessione del 40% dei territori del Sinai ai rifugiati palestinesi. In cambio i Fratelli Mussulmani avrebbero intascato otto miliardi di dollari. Cosa c’è di vero?

R: Sì, questa informazione è esatta. C’era un accordo tra Morsi, gli Statunitensi, gli Israeliani e gli accoliti ricchi dei Fratelli Mussulmani di Hamas a Gaza. Gli Stati Uniti hanno sostenuto Morsi fino alla fine, come sostennero Mubarak. Ma i poteri politici negli Stati Uniti sono, come dovunque, realisti. Quando una carta non può più essere giocata, l’abbandonano. Il progetto di Morsi era di vendere il 40% del Sinai a prezzi insignificanti, non al popolo di Gaza, ma ai ricchissimi Palestinesi di questo territorio, che avrebbero fatto venire da lì dei lavoratori. Era un piano israeliano per facilitare il loro obiettivo di espellere i Palestinesi, cominciando da quelli di Gaza verso il Sinai egiziano, in modo da poter colonizzare più celermente e comodamente  quel che resta della Palestina ancora con popolazione araba. Questo progetto israeliano ha ricevuto l’approvazione degli Stati Uniti e, di conseguenza, anche di Morsi. La sua realizzazione era cominciata. L’esercito è entrato in gioco ed ha reagito in modo patriottico, cosa che gli fa onore, e ha detto: “Non si può vendere il Sinai a chicchessia, sia pure dei Palestinesi, e facilitare così il piano israeliano”.  E’ stato a questo punto che l’esercito è entrato in conflitto con Morsi e gli USA.

D: Secondo un recente studio, nei prossimi mesi vi sarà una gigantesca ondata migratoria di Egiziani verso i paesi del Maghreb. Si intravvedono segnali di un tale scenario?

R: Non so da dove provenga una simile informazione. Vi è una pressione migratoria  fortissima in Egitto come in tutto gli altri paesi arabi. In Egitto vi è una povertà e una disoccupazione che sono enormi. Di conseguenza molti, soprattutto giovani ma non solo, quando hanno la possibilità di emigrare partono verso qualsiasi destinazione. Di preferenza per l’Europa. Attualmente i paesi del Golfo, l’Iraq e la Libia hanno chiuso gli ingressi. Quanto alla destinazione verso il Maghreb, non ne ho mai sentito parlare e non so valutare l’attendibilità di questo studio.

[Trad. dal francese a cura di Ossin]

Intervista a Samir Amin: «I Fratelli Musulmani sono stati sconfitti»

da Fronte Popolare

13lug2013.- Adesso la Turchia può uscire dalla NATO

Riportiamo qui di seguito una parte dell’intervista che l’economista marxista egiziano Samir Amin ha concesso al quotidiano comunista turco Aydınlık organo ufficiale del Partito dei Lavoratori di Turchia (İşçi Partisi). Il nostro intento è quello di fornire al lettore italiano una migliore conoscenza dei recenti avvenimenti in Egitto che hanno portato alla deposizione da parte dell’esercito del Presidente Mohamed Morsi (NdR).   

Aydınlık: Ci sono stati vari commenti sul rovesciamento del Governo Morsi in Egitto. Alcuni lo chiamano colpo di stato, altri lo chiamano rivoluzione. Lei come lo definisce?

Samir Amin: Questa non è né una rivoluzione, né un colpo di stato. Questo è un vero e proprio movimento popolare, ovvero un movimento di massa.

Le elezioni dopo le quali Morsi ha preso il potere erano, senza dubbio, truccate; però è ovvio che una parte della popolazione lo sosteneva. Il popolo aveva voluto un alternativa al modello neoliberale di Mubarak ma ha sofferto a causa di una nuova dittatura per più di un anno.

Il modello che ha costruito Morsi era una dittatura, una versione islamica di quella di Mubarak. Lui non ha ascoltato nessun consiglio e ha sempre agito secondo le proprie convinzioni.

Questo atteggiamento di Morsi ha scatenato la reazione popolare del movimento “Tamarrud”. Questa iniziativa popolare ha raccolto più di 25 milioni di firme, un numero da non sottovalutare.

Ciò significa che la maggior parte della popolazione non vuole Morsi. Questo è un movimento popolare senza precedenti.

Perciò è ovvio che l’esercito non ha fatto un colpo di stato. Non si può chiamare un tale atto “un colpo di stato” in queste condizioni. L’esercito ha soltanto allontanato un dittatore dal potere politico. Questa era la richiesta del popolo.

I media occidentali dicono che Morsi sia capace di fare iniziare una guerra civile in Egitto. Questo non è vero. Se fosse vero, 20 milioni di cittadini non sarebbero scesi in piazza per protestare contro lui.

Anche se erano finanziati dall’Occidente (e dagli alleati dell’Occidente), i Fratelli Musulmani non sono riusciti a portare più di due milioni di persone in piazza. Perciò non si può parlare di un tale rischio (di una guerra civile). Sono avvantaggiati i rivali dei Fratelli Musulmani. I Fratelli Musulmani non rappresentano il popolo egiziano e adesso sono stati sconfitti.

I comandanti dell’esercito erano a conoscenza di questo fatto e perciò hanno arrestato Morsi.

Aydınlık: Come sono le relazioni tra l’esercito e gli Stati Uniti?

Samir Amin: Quando ci riferiamo all’esercito, dobbiamo prendere in considerazione il fatto che la maggior parte dei comandanti era vicina al regime di Sadat e Mubarak ed alcuni erano diventati loro complici. Con i fondi statunitensi e l’appoggio Occidentale sono diventati una parte della borghesia collaborazionista dell’Egitto.

Nonostante ciò, bisogna notare che ci sono tanti ufficiali nell’esercito che si sentono nazionalisti e nasseristi e non accetterebbero un intervento diretto da parte degli Stati Uniti. Penso che questi ufficiali si oppongano non solo agli Stati Uniti ma all’Occidente e ai suoi alleati “naturali” nella regione, come Israele.

Perciò anche loro hanno solidarizzato con le masse e hanno spinto l’esercito a fare questo intervento. Vedete che si tratta sempre della vittoria del popolo, e non dell’esercito, anche se questa non può essere definita come una “vittoria definitiva”.

Detto questo, non si deve dimenticare che l’esercito è pur sempre l’esercito e perciò dobbiamo stare attenti a qualunque tentativo militare che miri ad instaurare un regime autoritario.

Aydınlık: Ma c’è un rischio del genere?

Samir Amin: Sì, anche se non sembra molto probabile. Non viviamo negli anni ’40. I cittadini di oggi sono più razionali e coscienti. Anche due anni fa c’era una certa confusione verso i Fratelli Musulmani. Adesso si può vedere la vera faccia dei Fratelli Musulmani e degli ex oppressori come i neoliberali di Mubarak e i suoi alleati borghesi. Perciò possiamo dire che questo nuovo bilancio politico è stato portato dal popolo stesso.

Aydınlık: Chi c’è dietro questo movimento?

Samir Amin: Un movimento popolare che si chiama “Tamarrud”. “Tamarrud” significa “ribellione” o “rifiuto” in arabo. Forse anche voi usate la stessa parola in turco?

Aydınlık: No, da noi è diverso.

Samir Amin: Siccome ci sono tante parole arabe nel vocabolario turco, ho pensato che ci fosse anche questa.

Dunque, questo movimento “Tamarrud” ha unito tanti movimenti politici e sindacati in unico fronte. Tra le avanguardie ci sono, senza dubbio, le forze comuniste e socialiste. Inoltre, ci sono i piccoli borghesi e i contadini senza terra che lottano insieme agli operai e ai socialdemocratici per instaurare un ordine democratico e socialista. Ci sono anche tanti avvocati, medici, ingegneri, insegnanti, accademici, ecc. Hanno aderito anche tanti gruppi femministi. In sintesi, ci sono due modelli: il modello operaio e il modello piccolo borghese. Un modello attrae le masse oppresse, l’altro attrae le masse colte che comunque si sentono represse. Sono queste le persone che soffrono.

Aydınlık: Quindi ci sono cittadini egiziani di varie provenienze sociali?

Samir Amin: Sì, direi che si sono riuniti cittadini egiziani di varie provenienze sociali e politiche per opporsi al regime di Morsi. Certamente, ci sono anche degli opportunisti di destra che hanno deciso di appoggiare il movimento dopo aver visto che Morsi poteva cadere. Hanno pensato che questa fosse l’ora di imporre le proprie regole ai seguaci di Morsi.

Aydınlık: Chi sono i leader del movimento precisamente?

Samir Amin: Ci sono tanti leader. Come potete immaginare, ci sono grandi e piccoli movimenti. Ci sono manifestanti che vengono dai quartieri urbani e questi hanno i propri gruppi. Alcuni di questi manifestanti possono essere considerati dei leader. Quindi non possiamo parlare di un unico leader, però c’è un personaggio che unisce tutti: Hamdin Sabbahi. Lui aveva preso cinque milioni di voti nelle ultime elezioni presidenziali e quelli che lo avevano votato fanno parte della popolazione più colta dell’Egitto. Per “colto” non intendo “laureato” ma più politicizzato e più razionale. Certamente sono una minoranza numericamente però hanno la capacità di diventare forze di avanguardia.

Quei cinque milioni che hanno votato per Morsi, invece, sono la parte più fondamentalista dell’Egitto e hanno venduto la propria libertà per “i premi elettorali”.

Aydınlık: Quindi come è stato eletto Morsi? Democraticamente?

Samir Amin: No, le elezioni erano truccate senza dubbio. Era ovvio: miliardi di dollari sono stati messi a disposizione dei Fratelli Musulmani da parte delle potenze Occidentali. Peraltro i Fratelli Musulmani hanno preparato dei “premi elettorali” per le famiglie povere, cioè delle casse piene di zucchero, riso e carne. Ogni famiglia povera ha ricevuto una di queste casse. Sono state distribuite circa 30 milioni di casse.

I Fratelli Musulmani, insieme alla polizia, hanno occupato tutti gli uffici elettorali dello Stato. Infatti, hanno impedito anche agli addetti alla sorveglianza di entrare negli uffici. Tutti i giudici si sono lamentati delle elezioni però le organizzazioni “democratiche” dell’Occidente “sorprendentemente” non hanno notato niente. Interessante, no? L’Occidente non ha visto un fatto chiaro che era stato testimoniato personalmente da ogni cittadino egiziano che ha votato.

Quindi sarebbe assolutamente sbagliato dire che Morsi è il presidente legittimo dell’Egitto. Anzi, egli è tutt’altro che legittimo, è totalmente illegittimo!

Aydınlık: Il Governo Morsi aveva chiesto 6 miliardi di dollari come crediti al FMI però ha ricevuto 12 miliardi dollari dai paesi del Golfo e da Israele. Lei come interpreta questo fatto?

Samir Amin: Allora, i paesi Occidentali, il FMI e la Banca Mondiale hanno imposto delle condizioni impegnative all’Egitto prima di prestare i crediti. Lo stesso vale anche per i paesi del Golfo. Praticamente, queste condizioni riguardavano la continuazione delle politiche neoliberali, cioè le politiche economiche dell’imperialismo, però adesso ci sono più persone che riescono a collegare le politiche neoliberali con l’imperialismo, perciò direi che testimoniano un periodo speranzoso. Il neoliberalismo è stato applicato in Egitto per 30 anni, il regime di Morsi incluso, e ha sempre aumentato la povertà. Poi, ovviamente, è cresciuto anche il divario tra le classi sociali.

Perciò, la soluzione ottima è liberarsi gradualmente dal neoliberalismo. Le forze politiche sono pazienti e sanno che non possono risolvere tutti i problemi causati dal neoliberalismo in un giorno. Questa non è neanche una rivoluzione, quindi l’unica soluzione è la liberazione graduale. Le forze comuniste e socialiste hanno programmi che prevedono soluzioni simili, ed esse sono, ovviamente, le forze più progressiste riguardo ai diritti dei lavoratori, alla retribuzione minima, al laicismo e alla lotta antimperialista. Un governo decente può applicare queste politiche e se il Popolo vede che un’altra economia è possibile, le sosterranno anche i cittadini. Bisogna notare che i cittadini sono pazienti.

Un altro punto è questo: il Popolo e la maggior parte degli ufficiali militari sono stanchi dell’egemonia israeliana e statunitense nella regione e vogliono costruire un Egitto sovrano. In questo quadro sarà ben possibile un’alleanza tra l’Egitto e paesi come la Cina, l’India, la Russia, l’Iran, l’India, il Brasile e la Nuova Turchia. Questa è l’unica politica estera che l’Egitto sovrano può applicare.

Aydınlık: Un’ultima domanda sulla Turchia. Lei come interpreta le manifestazioni del mese di giugno?

Samir Amin: Penso che voi compagni turchi sappiate cosa sta accadendo in Turchia molto meglio di me ma se voleste sentire anche la mia opinione, ne sarei contento.

E’ ovvio che questo movimento in Turchia si oppone al regime fondamentalista e neoliberale di Erdoğan che usa anche dei metodi repressivi per silenziare l’opposizione. Il movimento è composto da varie forze politiche come i comunisti, i kemalisti, i socialdemocratici e i musulmani di sinistra. Penso che sia un movimento molto positivo e si vede che una delle posizioni condivise dalla maggior parte dei manifestanti è l’opposizione all’egemonia statunitense in Turchia. Perciò credo che la Nuova Turchia possa uscire anche dalla NATO, se continua con la stessa determinazione. Questo sarebbe un colpo molto forte per l’imperialismo statunitense.

[Traduzione a cura di Aytekin Kaan Kurtul -Fonte: aydinlikgazete.com]

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