Giovani in visita al Consolato venezuelano a Napoli

di Romina Capone, Paola De Girolamo, Fabiana Sacco

13mar2018.- La questione Venezuelana è sotto gli occhi del mondo. I media internazionali trasmettono però una realtà molto lontana da ciò che realmente sta accadendo; il presidente Nicolás Maduro vive un vero e proprio golpe mediatico.

In visita al Consolato della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli, il 9 marzo 2018, abbiamo ascoltato le parole della console generale Amarilis Gutierrez Graffe, accolti dal calore dell’America latina nella persona di Indira Pineda Daudinot responsabile della sezione stampa e pubbliche relazioni.

Quando si parla dell’attuale situazione del Venezuela ecco proiettarsi davanti ai nostri occhi un’immagine al limite del catastrofico: “una dittatura sanguinaria, quella del presidente Maduro, che sta mettendo in ginocchio il suo popolo e la sua economia”.

Ministro degli Affari Esteri sotto il precedente governo Chávez, Nicolas Maduro, esponente della sinistra, è stato eletto dal popolo nel 2013. Nel 2017 il suo partito ha avuto la schiacciante maggioranza alle elezioni regionali.

Stando ai dati e a ciò che tv e giornali mostrano, ci viene da riflettere sull’incongruenza: ma perché un popolo scontento dovrebbe, in una repubblica presidenziale, far vincere sempre quello che sembra essere un tiranno?

La risposta in due parole. Golpe mediatico: il pilotaggio dei media privati da parte della borghesia
imperialista. All’estero, grazie anche all’appoggio e al sostegno che gli Usa forniscono
all’opposizione antimaduro, a passare sono notizie che sembrano la cronaca di un regime dittatoriale, di forte povertà e tensione sociale.

Il Venezuela rappresenta la costruzione del socialismo del ventunesimo secolo, in forte ripresa già
dall’ascesa di Chávez, nel 2002; sono stati portati avanti progetti contro analfabetismo e malnutrizione, realizzati con successo; si tende ad un’economia mista, volta alla nazionalizzazione delle grandi imprese per tutelare i lavoratori; esiste un reddito per le casalinghe e asili pubblici che vengono in aiuto alle donne che lavorano; si attuano programmi per la tutela di animali e ambiente.

Ma – spiegano dal Consolato – attualmente l’opposizione ricorre ad espedienti molto dannosi per la popolazione, per infangare il governo, come ad esempio quantità inaudite di beni sottratti e nascosti, tra cui anche medicinali, in combutta con le aziende private produttrici che ricevono finanziamenti pubblici per distribuire i beni tra la popolazione; o ancora atti violenti verso civili e militari, dei quali viene accusato il governo e puntualmente ripresi dalle telecamere che diffondono tutto ai media mondiali.

Durante il nostro incontro in via Depretis, apprendiamo che, essendo il Venezuela un paese ricco di risorse, specie petrolifere, è entrato nel mirino degli interessi economici del mondo imperialista; da qui “l’alleanza” con l’opposizione. Trump minaccia l’embargo, ma per Maduro viene prima il benessere del popolo. Fu proprio con la partecipazione e l’approvazione di quest’ultimo che nel 1999 Chávez riscrisse la Costituzione oggi in vigore, è il popolo ad essere messo al primo posto nella guida del Paese.

L’America latina è terra di felicità. Ed è proprio questo sentimento che emerge dai racconti entusiasti e speranzosi di un Paese che, con la guida del presidente Chávez prima e Maduro poi, sta vogando verso diritti e democrazia. Chi è responsabile della falsa credenza? Perché sentire che nella Repubblica Bolivariana del Venezuela le decisioni, anche quelle apparentemente più semplici come l’architettura di nuovo palazzo del quartiere, sono prese in sede assembleare cercando la più ampia partecipazione popolare, ci stupisce? Per quale ragione risulta difficile credere che le università siano gratuite, in quanto l’istruzione è un diritto fino al più alto grado non come qui in Italia dove le tasse esorbitanti rendono il sistema scolastico sempre più classista e le casalinghe sono stipendiate poiché l’educazione dei figli è un lavoro degno?

Un mondo sempre in lotta, dove a farla da padrone sono la falsa informazione e il controllo delle menti. “La menzogna diventa realtà e passa alla storia” scrive George Orwell in 1984. Per capire qual è la verità bisogna corazzarci contro le bugie che ogni giorno mastichiamo e ingurgitiamo, guardando con spirito critico il mondo.

(VIDEO) Napoli: intervista a “Terroni Uniti”

L'immagine può contenere: 12 persone, persone che sorridonodi Romina Capone

“Siamo tutti antifascisti”. Un coro che grida forte. Sorge viva la necessità di ribadire il proprio antifascismo: un concetto umano che dovrebbe essere assodato, acquisito, una volta per tutte da quel lontano 25 aprile. Eppure giornalmente viene calpestato, vilipeso; soprattutto in periodo di elezioni poiché il suo contrario affascina, fa presa tra le masse, è un collante. Lo scorso 25 febbraio in Galleria Principe di Napoli, per riconfermare l’alto valore di cui sopra, è stato organizzato un evento che vede coinvolto il collettivo GAlleЯi@rt Spazi XXVIII-XXXI, la Murga e alcuni membri del gruppo del progetto “Terroni Uniti”, nato l’11 marzo 2017. Trenta nomi del panorama artistico partenopeo che fondono il loro sound nel brano “Gente do Sud” come puro dissenso alla visita in città di Matteo Salvini, leader del movimento Leghista.

Di seguito l’intervista a cura di Paola De Girolamo a: Ciccio Merolla, Massimo Jovine, Maurizio Capone e Oyoshe.

Paola De Girolamo: Credo che ogni essere umano abbia una missione per guadagnarsi il proprio posto nel mondo. Qual è la vostra? Cosa fate per attuarla?

Ciccio Merolla: Qualsiasi movimento violento proviene da una frustrazione. Noi siamo persone che si sono realizzate con la musica. Il messaggio che cerchiamo di dare è proprio questo: attraverso una funzione artistica, sociale, umana, le persone si possono realizzare e questa cosa abolisce qualsiasi tipo di mentalità violenta e prevaricazione.

Massimo Jovine: Si può scegliere la musica per fare tante cose: raccontare la propria vita, la propria esistenza, l’amore. Quando da ragazzino ho scelto di fare musica, ho sempre pensato che si potesse fare anche qualcosa di più, come provare a raccontare la possibilità di costruire un mondo diverso da quello nel quale viviamo. Da ragazzino magari lo fai perché sei un ribelle, pensi di essere solo contro tutti; poi con il tempo ti rendi conto che può servire anche ad altro: a raggruppare persone come te, a raccontargli una realtà che è possibile realizzare, ma che è possibile farlo solo insieme agli altri. Poi la vita mi ha portato per vari motivi a trovarmi con persone che la pensavano come me, così ho iniziato con i 99 Posse fino ai Terroni Uniti. Questo percorso inizia l’11 marzo con la canzone “Gente do Sud”, che è la risposta veritiera alle parole di Salvini.

P.D.G: Quindi una musica che rivoluzioni.

Ciccio Merolla: La musica è rivoluzione.

Maurizio Capone: Che sostenga anche alcune lotte, che sia una miccia.

Alessio Decoro: Parlo come esponente di Galleri@rt. Il ruolo dell’artista: come si sposa la libertà dell’artista con il dovere che ognuno deve servire? A cosa serve l’arte?

Maurizio Capone: Io credo che l’arte sia un gesto spontaneo: nasce dal tuo essere.

Alessio Decoro: Un essere che però vive in un contesto. Come coniugare libertà e contesto?

Maurizio Capone: Non seguendo il mainstream; con la capacità di essere distanti da ciò che ti succede intorno, ma allo stesso tempo addentro. Un musicista, un artista in generale, mediamente è un “disadattato”. Io ho molta stima per loro (i Terroni Uniti n.d.r) siamo fratelli perché abbiamo una sensibilità comune, percepiamo la dissonanza della società. Noi non riusciamo ad essere del tutto liberi. Scegliere significa rinunciare a qualcosa. Credo che ognuno di noi abbia rinunciato a dei momenti di grande visibilità in nome della dignità e dell’immagine dell’artista.

P.D.G: L’artista non è solo colui che produce semplici opere d’arte, ma colui il quale è dotato di sensibilità particolare la quale ti permette di cogliere il mondo.

Ciccio Merolla: L’arte però si basa su delle opere che vengono messe a servizio di tutti, compreso l’artista stesso. Se chi realizza delle opere ha un pensiero, per quanto puro possa essere, tenendolo per sé, alimenta una forma di egoismo. L’artista è quello che dà. Ci sono dei concetti umani che stanno crollando e l’arte può sensibilizzare e riattivare il cuore delle persone.

Maurizio Capone: Noi siamo abituati ad essere nudi. Quando scriviamo una canzone e saliamo a cantarla sul palco, ci spogliamo della nostra forma all’interno della società; il pubblico lo sa, se ne accorge se dici una cazzata, se ti stai travestendo. In un certo senso facciamo politica. È un mettersi in discussione.

P.D.G: Se voi non foste nati a Napoli, in questa realtà piena di contraddizioni, sareste comunque gli artisti che siete?

Massimo Jovine: Penso che i 99 Posse non si sarebbero potuti formare in nessun altra città. E’ il contesto che ti rende quello che sei.

Maurizio Capone: E’ chiaro che l’ambiente ti influenzi in maniera impressionante. Noi siamo rimasti volontariamente.

P.D.G: Qual è il sentimento nei confronti di Napoli?

Maurizio Capone: Credo che ognuno di noi percepisca una sorta di rabbia nonostante riusciamo a metabolizzarla e a trasformarla in arte, in bellezza. La rabbia è però forte perché hai la sensazione di aver vissuto in un periodo storico nel quale non hai avuto delle occasioni, non a livello personale ma a livello sociale. Per esempio Via dei Tribunali si è trasformata. Io ho vissuto a San Gaetano quando il centro storico era in mano alla camorra e oggi quando ci passo mi commuovo, mi scendono le lacrime. Ma vedere tante persone che ammirano il luogo nel quale hai vissuto, dove io per primo mi sono reso conto del suo valore, ma che purtroppo non abbiamo saputo curare, mi fa soffrire molto ed è uno dei motivi per cui sono rimasto a Napoli.

Romina Capone: Napoli non è solo centro città, è anche Scampia, Barra, Bagnoli e San Pietro a Patierno; molte delle storie di cui cantate nascono proprio da lì. Qual è il vostro rapporto con la periferia?

Massimo Jovine: Ci sono delle periferie anche nel pieno della città come la Sanità, i Quartieri Spagnoli, etc. Bisognerebbe dare più strumenti a chi vive in queste zone. Ti faccio un esempio proprio di Scampia: nell’ultimo periodo, nell’ultimo anno iniziano a sorgere teatri, asilo, nati molto spesso in modo spontaneo, in maniera autorganizzata.

Oyoshe: Faccio il rapper ormai da moltissimi anni e grazie a ciò ho avuto la possibilità di integrarmi in contesti dove cerco di creare una via di speranza per le generazioni future e trovare una valvola di sfogo e canalizzare tutte le loro energie. Per cosa? Per lo sviluppo, che è bloccato nelle sue numerose declinazioni. Bloccato perché le persone si adagiano. Questo teniamo a Napoli: l’art e s’arrangià, che delle volte può fare del bene ma più spesso del male. Nelle periferie c’è odio, c’è rabbia; gente la quale crede che, purtroppo, il proprio agire sia ben giustificato.

P.D.G: Fascismo, antifascismo. Siamo passati dalle camicie nere ad una forma più latente ma pur sempre presente, tristemente.

Massimo Jovine: La camicia nera è solo un simbolo. Il fascismo si giudica dalle azioni: quello che proferisce Salvini è fascismo. Se nei posti in cui ci sono disagi non si danno gli strumenti necessari per creare uguali opportunità sociali si crea dislivello. Strumento per il controllo delle le masse popolari.

Maurizio Capone: Il fascismo è anche menefreghismo. La cultura è la vera risposta. Con l’arte, con la musica cerchiamo di portare cultura, libertà di pensiero, per uscire da qualunque forma di dominazione.
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Napoli 29ago2017: i diari di Munch

di Romina Capone

I diari di Munch (Un attraversamento)

Lo spettacolo scritto e diretto da Gianluca Bottoni, con Gianluca Bottoni, Mara Roberto e Francesca Sarnataro va in scena martedì 29 agosto 2017 – ore 21.00 presso la Sala del Capitolo di San Domenico Maggiore, Napoli. (www.vissidartefesival.it)

L’oscillazione dello stato d’animo dell’essere umano. Un viaggio contorto tra i meandri della psiche. Il bene, il male. La realtà e l’immaginazione.

Il tempo scandito inesorabilmente dal ticchettio del pendolo oscillante. Tic. Tac. Tic. Tac. Tic. E poi più nulla.

Il buio. La luce. Il bianco di un foglio. Fogli bianchi ovunque. Parole in ordine. Confuse. Un nome. Edvard. Edvard Munch.

Io non sono la mia malattia. Nei suoi quadri come nei suoi diari, così come sul palco, la lotta incessante contro l’altro sé. La ricerca di un mondo, la perenne ricerca della verità.

Munch esorcizza su tela gli eventi traumatici che lo hanno segnato. Dipinge in maniera omogena il mondo esterno ed il suo mondo interiore. La condizione mentale come un paesaggio da ammirare. Ecco appunto “un attraversamento”. Il senso stesso dello spettacolo portato in scena nella Basilica di San Domenico Maggiore.

Lo spettacolo: può essere diviso in quattro momenti; la genealogia tubercolitica della sua famiglia, il rapporto con Henrik Ibsen, il suo insano rapporto erotico con Tulla Larsen, infine il ricovero nella clinica psichiatrica a Copenaghen.

La nota di sala: La drammaturgia del nostro lavoro – spiega Mara Roberto – è fatta di frasi ripetute, periodi che ricominciano da dove finiscono, parole, aggettivi ricorrenti, coesistenza di piani cronologici apparentemente incongrui. La nostra scena è in divenire: le sedie fungono da elemento, ma sono anche metonimia di “sensazioni”, sempre restando sedie, proponendo apparentemente una collocazione per tutti, pubblico compreso. L’importanza del trovare ciascuno una propria collocazione rimanda alla tendenza scientifica della cultura positivista, profondamente determinista, impegnata nel creare una distinzione netta tra ciò che è “accettabile”, e quindi “normale”, da ciò che vi si allontana per motivi ereditari e innati, il diverso, considerato anormale e patologico.

Uno spettacolo senza finale. Ma che ancora oggi fa riecheggiare l’urlo alle domande: che posto mi danno gli altri? Che posto do io agli altri? In questa catena intergenerazionale di rimandi e sovrapposizioni emotive e psichiche possiamo riproporre l’anello della catena o possiamo provare a cambiarlo?

Munch rappresenta l’uomo che lotta. La lotta interiore dell’uomo.

La pedagogia è da sempre la colonna portante della scienza dell’educazione, là dove ogni strato è rappresentato dalla psicologia, dalla sociologia, dall’antropologia e dalla didattica.

Ha un ruolo indiscutibile nel puntuale transito da un secolo all’altro. Dalla modernità alla postmodernità. Nel ventunesimo secolo, la persona, nella molteplicità della sua costituzione (affettiva, etica morale, cognitiva e sociale) è ferma sul parapetto dell’esistenza. In questi ultimi anni, i mass media di ogni genere, hanno strumentalizzato, deformato ed usurpato la parola “formazione”, deviandone la sua centralità sociale e culturale. Il soggetto-persona diventa, grazie al malfunzionamento e all’uso distorto dei mezzi di comunicazione, soggetto-massa. L’essere umano che come un robot esegue meccanicamente o copia i modelli sociali propinati. Questo flusso continuo di immagini, trend, brand e marketing subliminale, impedisce di pensare, sognare, distinguersi, interagire e capire, abbraccia soprattutto i Paesi del Benessere.

Diversa invece è la situazione nei Paesi dell’America Latina dove il Bolivarismo si concentra sulle finalità dell’educazione. Corrente critica fondata sul pensiero di stampo Marxista, la quale cerca di analizzare i processi educativi in relazione alle vicende economiche e politiche generate dalle società.

La pedagogia critica del modello Bolivariano si fonda su una serie di molteplici studi filosofici e raggiunge il pubblico solo nel 1960 e ha preso contributi significativi dal femminismo, dalle teorie letterarie, dagli studi culturali e dalla psicoanalisi.

Questi, tutte tematiche affrontante e ricorrenti nelle opere di Munch e nella sua trasformazione personale.

Ma dalla pedagogia alla psicologia il passo è breve; già dall’800 si percepiva nelle sue opere lo stesso disagio che nel 2017 avverte la società di massa odierna.

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Napoli 1-8lug2017: in GAlleЯi@rt la personale di Romina Russo

di Romina Capone

“Dentro un raggio di sole che entra dalla finestra, talvolta vediamo la vita nell’aria e la chiamano polvere” scrive Stefano Benni. Un viaggio interiore che passa attraverso le finestre fotografate da Romina Russo ed esposte a Galleria Principe di Napoli – GAlleЯi@rt spazio 30/31– fino a sabato 8 luglio. Ingresso gratuito. Finestre dai mille significati simbolici.

La totale libera interpretazione al senso della vita. Una finestra sulla tua vita. Ma basta cambiare preposizione et voilà; una finestra della tua vita, nella tua vita. Cosa rappresenta per te una finestra? La terresti aperta? La chiuderesti? La oltrepasseresti? Faresti entrare o uscire qualcosa? Un’apertura che si rifà alla filosofia buddista. L’apertura del cuore verso il panorama della vita, verso gli altri e verso se stessi.

Romina Russo immortala nelle sue fotografie scorci di Napoli, è il caso di dire, focalizzando il suo obiettivo sulle finestre di Piazza Miraglia. Non trascura i dettagli Romina. Sceglie di dare un effetto realistico incorniciando ogni fotografia di nero. Affacciarsi a quelle finestre o immaginare di guardare, da dentro una stanza, l’esterno. Ti assale e ti pervade talvolta un senso di pace talvolta un senso di tristezza quando ti accorgi che le imposte sono chiuse, abbandonate. Due poltrone, in controluce, da chissà quanto tempo sono ferme lì a pochi centimetri dalle ante di una vetrata.

Simbolo di anni trascorsi, simbolo di una provvisoria assenza, simbolo di un viaggio, anche se per pochi attimi, condiviso. Finestre che – scrive Lea Nappo su una breve recensione – spesso si rincorrono in un flusso ininterrotto di stati d’animo che sgorgano, pullulando, l’uno dall’altro in un quadro multiforme ed inestricabile che prorompe dall’inconscio. Cosa ci suggerisce di vedere Romina? Artista moderna e versatile che lancia una sfida contro i limiti del mero campo oculare.

Oltre il pensiero.

 

Napoli 10giu2017: in GAlleЯi@rt il caso Alfredino Rampi

Napoli 22feb2017: Il caso Alfredino Rampi attraverso i media

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