(VIDEO) Castro su Chávez: «Vero rivoluzionario Latinoamericano»

1363014821_0di Fabrizio Verde

Nel dicembre del 1994, il tenete colonnello e leader della ribellione militare del febbraio 1992 contro il governo neoliberista guidato da Carlos Andrés Pérez, Hugo Chávez, si recò in visita a L’Avana dove incontrò Fidel Castro. Fu allora che ebbe iniziò una nuova storia per l’intera America Latina. 

Nel 61° anniversario della nascita del Comandante Chávez, vogliamo ricordarlo con le parole di ammirazione ed elogio che il capo della Rivoluzione Cubana utilizzò per descrivere il futuro leader della Rivoluzione Bolivariana al quotidiano cubano Juventus Rebelde: «Chávez è un soldato pronto a dare la sua vita, in ogni momento, per la causa dei popoli dell’America Latina. Un vero rivoluzionario. Bolivariano. Latinoamericano».  

___

L’Assalto alla Caserma Moncada

f0008671da it.granma.cu

Il 26 di Luglio del 1953 fu la risposta del popolo cubano alla situazione creata da Fulgencio Batista con il colpo di Stato, il 10 marzo del 1952, e la ricerca di un cammino con una Rivoluzione che permettesse di sradicare i gravi danni economici e sociali provocati dal controllo nordamericano.

Il 26 di Luglio del 1953 fu la risposta del popolo cubano alla situazione creata da Fulgencio Batista con il colpo di Stato, il 10 marzo del 1952, e la ricerca di un cammino con una Rivoluzione che permettesse di sradicare i gravi danni economici e sociali provocati dal controllo nordamericano.

In quei giorni a Santiago di Cuba si realizzava il carnevale, una diversione, quando un gruppo di uomini guidati dal giovane rivoluzionario Fidel Castro attaccò la Caserma Moncada, la seconda fortezza dell’esercito batistiano.

Fu evidente che il fatto marcò un avvenimento storico, generazionale e rivoluzionario e la sua vigenza, dopo lo sbarco dello yacht Granma, è sempre assoluta tra gli eventi storici cubani e nello sviluppo politico successivo dell’America Latina.

Nessuno può negare che quando avvenne, l’Assalto alla Caserma Moncada fu un fatto slegato dalle politiche tradizionali esistenti in quell’epoca e con una visione distinta, che fece entrare in scena per lungo tempo la generazione del 1953, chiamata del Centenario per l’anniversario dell’Eroe Nazionale José Martí.

Dal principio proclamò la necessità d’effettuare cambi sociali nel paese, senza vincoli con nessuno dei partiti tradizionali, cercando l’autenticità di una Rivoluzione con tutti e per il bene di tutti, come proclamò José Martí, l’ispiratore intellettuale dell’azione.

Fidel Castro, in una conversazione sostenuta nel 1978 con dei giornalisti svedesi che lo accompagnarono e percorsero con lui gli scenari dei fatti del 26 di luglio, ricorda come pensava d’impadronirsi delle armi della caserma, chiamare ad uno sciopero generale e utilizzare le stazioni radio per convocare alla mobilitazione, partendo dalla situazione di scontento e odio verso Batista.

La piccola fattoria Siboney servì  per concentrare le armi e i partecipanti.

Tatticamente era il luogo migliore per quell’operazione, perchè lì passava una strada che giungeva vicino alla Moncada.

Il luogo aveva il pretesto d’essere un allevamento di pollame alla periferia di Santiago di Cuba.

I giovani in quella fattoria non si esercitarono assolutamente, perchè sarebbe stato molto rischioso, ma lo avevano a L’Avana, dove si erano addestrati a sparare più di mille uomini, in diversi luoghi.

Centotrentacinque giovani si riunirono all’alba del 26 di luglio, mentre un altro gruppo si trovava nella zona di Bayamo, per prendere la Caserma Carlos Manuel de Céspedes, con l’obiettivo d’avere un’avanguardia organizzata nella direzione principale di un possibile contrattacco di Batista.

L’elemento sorpresa era il fattore decisivo dell’operazione nella quale era in gioco l’occupazione della seconda fortezza militare del paese, con più di mille uomini, e si poteva realizzare.

«Ancora oggi penso che il piano non era un cattivo piano: era un buon piano», precisò Fidel Castro.

«L’azione fu pianificata durante il Carnevale di Santiago per poter mobilitare le forze precisamente in quei gironi in cui i militari raddoppiavano la guardia attorno al reggimento», osservò.

«Questo complicò la situazione decisamente. Fu lo scontro attorno alla caserma e per la strada principale che originò il combattimento al di fuori. Al contrario avremmo sicuramente occupato la caserma», spiegò ancora.

Alla domanda di quante macchine erano in tutto, rispose che: “Prima partirono le tre macchine che andavano a occupare l’ospedale civile, poi le due verso l’udienza con trentacinque uomini. Con me c’erano quattordici macchine e novanta uomini”.

Fidel e i giornalisti arrivarono alla Caserma Moncada, dove continuò la testimonianza.

«La crisi si produsse perché le guardie venivano in questa direzione, verso di noi. Una macchina era passata prima di noi – quella che doveva disarmare le guardie – e si trovava cento metri davanti a noi.

Le disarmò ma le altre guardie che avevano visto passare la prima macchina restarono a guardare e quando videro che l’automobile disarmava quella pattuglia, si posero in guardia e all’erta.

Come risultato, il combattimento cominciò fuori dalla Moncada mentre lo si doveva realizzare dentro la caserma.

Si mobilitò il Reggimento e si mobilitò la difesa.

Realmente la sorveglianza esterna con le guardie era una novità, organizzata per via del carnevale.

Il piano doveva cominciare quando la guardia terminava perché allora avrebbero camminato senza fare caso alla truppa disarmata, alle altre macchine e noi avremmo occupato il luogo», indicò.

«Se non fosse avvenuto quell’incidente noi prendevamo la caserma, perché la sorpresa era totale. Era un buon piano. E se fosse necessario pianificare oggi un altro assalto con l’esperienza che abbiamo, disegneremmo un piano più o meno uguale. Il piano era buono!», affermò ancora Fidel Castro.

Lettera di Fidel Castro a Telesur per il decimo anniversario

fidel-y-chavezda Telesur

«La sua creazione fu un’iniziativa dell’indimeticabile Hugo Chávez, cosciente dell’importanza di promuovere l’integrazione latinoamericana»

«…Non vi è stato alcun importante accadimento politico, economico e sociale nel quale teleSur non sia stata presente con immediatezza, obiettività e veridicità…», ha scritto il leader della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, in una lettera inviata a teleSur in occasione del suo decimo anniversario.

TeleSur iniziò le sue trasmissioni il 24 luglio del 2005, grazie a un’iniziativa congiunta di Fidel stesso e del leader della Rivoluzione Bolivariana, Hugo Chávez, che furono i principali promotori del processo di integrazione tra le nazioni latinoamericane e caraibiche.

carta-pag-1.jpg_240508277

Sin dalla sua nascita, l’emittente televisiva ha trasmesso i principali eventi politici e sociali della regione così come del resto del mondo, offrendo sempre un punto di vista alternativo, diverso dai mezzi d’informazione egemonici.

carta-pag-2.jpg_240508277

carta_pagina_3.jpg.jpg_240508277

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Cabello ha incontrato Fidel Castro a Cuba

diosdado-540x408da psuv.org.ve

Il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello, ha incontrato a Cuba il Comandante Fidel Castro.

Attraverso il suo account ufficiale sul social network Twitter @DCabellor ha scritto: «Cari compatrioti, ieri sono stato a Cuba, ho avuto l’onore di incontrare Fidel e Raúl, rivoluzionari che con il loro esempio ci ispirano».

Egli ha inoltre evidenziato gli anni di lotta e dignità di un popolo con i loro capi schierati in prima linea, e portato il saluto del leader rivoluzionario a tutti i venezuelani e le venezuelane.

In un altro tweet, il Presidente dell’Assemblea Nazionale ha dichiarato di aver anche incontrato il presidente dell’isola, Raúl Castro: «Con il Generale d’Esercito Raúl, siamo riuniti per discutere di alcune attività in sospeso, ascoltando un valoroso guerriero».

rrrr-540x342

Il primo vicepresidente del Partito Unito Socialista del Venezuela ha infine spiegato di essersi recato a Cuba con degli obiettivi specifici concordati insieme al Presidente Maduro.

Diosdi-1-540x233

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

(VIDEO) Gino Doné Paro dalla Resistenza alla Rivoluzione

di Ciro Brescia

Sette anni fà se volvió eterno Gino Doné, il suo esempio è stato seminato dai suoi compagni e dalle sue compagne per ritornare moltiplicato, como si deve per i rivoluzionari. 

Gino “El Italiano”, come lo chiamavano nel Movimento 26 de Julio, era l’unico europeo ad aver partecipato allo sbarco dello Yate Granma nel 1956 con Fidel, Raul, el Che, Camilo e gli altri granmisti.

Prima ancora era stato tra i protagonisti della Resistenza partigiana contro l’imperialismo nazi-fascista nel Veneto, sua terra natale.

Gino Doné, dalla Resistenza alla Rivoluzione, era uomo tendenzialmente schivo, di poche parole, a tratti burbero, senza fronzoli e poco amante delle formalità. Ha vissuto nell’ombra per decenni, ufficialmente “desaparecido”. 

Il 29 novembre del 2006 abbiamo avuto il piacere di incontrarlo a Cuba, nel Campamento Julio Antonio Mella dell’ICAP, l’Istituto Cubano di Amicizia tra i Popoli, insieme ad una brigata internazionalista in occasione del 50° anniversario dello sbarco del Granma e degli 80 anni di Fidel. 

Oggi vogliamo ricordarlo con questo post.

da eleboa.blogspot.it

Dalla Resistenza alla Rivoluzione, chi è riuscito in questa impresa? Un Eroe, l’eroe dei due mondi, non parlo di Garibaldi! Si chiamava Gino Donè, di lui e della sua vita ho appreso leggendo la storia della Rivoluzione Cubana e lo ricordo particolarmente il giorno che ho visitato (nel 2001) il museo della rivoluzione dove resta traccia indelebile di questo valoroso Italiano. Potrei iniziare la sua storia dall’episodio datato 25 novembre 1956 giorno in cui un gruppo di 82 uomini partirono dal porto di Tuxpan in Mexico,con una piccola imbarcazione che chiarono Granma, diretti a Cuba.Gino Doné “el italiano”, come lo chiamava Fidel è l’unico Europeo, l’unico Italiano a bordo.

Gino era nato il 18 maggio 1924 a Monastier (Treviso) e al momento dell’imbarco aveva 32 anni. Gli altri componenti dell’equipaggio, ardimentosi che pensavano di poter combattere con pochi mezzi la dittatura di Batista, erano 78 cubani, raccolti da Fidel Castro nelle file del Movimento del 26 luglio, un argentino, Ernesto Guevara chiamato “el Che”, un messicano (Alfonso), un domenicano (Ramon). Sul Granma Gino entrò con il grado Tenente del terzo plotone, comandato da Raul Castro. Non era la prima volta che Gino indossava una divisa e partecipava ad una lotta di liberazione come dicevo prima durante la seconda guerra mondiale partecipò alla resistenza. L’8 settembre 1943, Gino Donè era nell’esercito, si trovava a Pola e con lo sbandamento dell’esercito ritornò a casa e divenendo così partigiano con la Missione Nelson e con il Comandante Guido, un ingegnere milanese italo-americano operante nell’area della laguna veneziana. Alla fine della guerra ricevette un encomio dal Generale Alexander e poi emigrò a Cuba passando dal Canada. Spirito inquieto e curioso di imparare (amava ricordare di aver fatto le scuole per corrispondenza), si era fatto una buona conoscenza della storia e del mondo e conosceva già l’opera politica e poetica di José Marti. Nel 1950 s’imbarca clandestino e sbarca a Manzanillo, proprio nella provincia del Granma dove sbarcherà la spedizione.

Nel 1951 lavora all’Avana come carpentiere nella grande Plaza Civica: l’attuale Plaza della Rivoluzione. “La sera”, racconta Gino, “mi sedevo sugli scalini dell’Università, e ascoltavo quello che dicevano i giovani studenti che si radunavano in piccoli gruppi. I loro discorsi mi interessavano sempre di più, perché mi rendevo conto che si stavano organizzando contro Batista”. La svolta decisiva avviene a Trinidad con l’incontro con Norma Turino Guerra, giovane rivoluzionaria di ricca famiglia cubana, abitante nella città di Trinidad, amica di Aleida March, futura seconda moglie del Che. Successivamente Gino entra nel “Movimento 26 Luglio”, chiamato con la sigla “M-26-7”, dalla data dell’assalto dei ribelli (il 26 Luglio 1953) alle caserme di Bayamo e Santiago di Cuba. Nel 1954 Gino sposò l’amatissima Norma Albertina Turino Guerra e aggiunse il cognome materno, Paro, al suo cognome. All’interno dell’organizzazione del Movimento “M-26-7”, Gino fu incaricato a portare denaro in Messico su richiesta di Fidel Castro. Il denaro serviva per comperare il battello Granma. Gino incontrò così Ernesto Che Guevara,a cui si legò in modo particolare durante la traversata e aiutò in occasione dei suoi attacchi d’asma. E’ stato Gino con i suoi uomini a ritrovare nel fitto delle mangrovia, al momento dello sbarco, il Che, colpito da un attacco d’asma. In quella spedizione persero la vita la metà degli uomini, da una parte perché attaccati dalle forze Batistiane, e dall’altra perché si trovarono in un terreno paludoso, in cui non avevano previsto di sbarcare. Dopo lo sfortunato sbarco, che avvenne il 2 dicembre 1956 a Nikero, vicino a Manzanilla, ai piedi della Sierra Maestra, e dopo la decimazione subita ad Alegria de Pio dai soldati batistiani, Gino tornò clandestinamente a Santa Clara, dove nel Natale 1956 partecipò ad azioni di sabotaggio contro postazioni militari, assieme all’amica Aleida March.

“Dopo il Desembarco del Granma, abbiamo fatto quello che abbiamo potuto, chi in una forma e chi in un’altra. Io che ero straniero ero il più indicato per starmene lontano e fare ciò che nella Sierra non avrei potuto fare. C’era necessità di collegamenti, di notizie, d’informazioni, di soldi, di armi, e di molte altre cose. Chi con le armi e chi senza armi ha fatto quello che doveva fare. E anch’io …”.

Nel gennaio 1957 riceve l’ordine di andare in clandestinità all’estero salpando con una barca da Trinidad. La destinazione è New York. Non rivedrà più l’amata moglie Norma, dalla quale divorzia per ragioni di sicurezza. Negli Usa sposa la portoricana Tony Antonia, conosciuta proprio attraverso Norma,con la quale successivamente si trasferisce in Florida. Da lì, come abbiamo detto, continua a collaborare segretamente con le autorità cubane. Senza figli e due volte vedovo, dal 2003 Gino si trasferì con la nipote Silvana a Noventa di Piave, vicino a San Donà, in provincia di Venezia… Nonostante questo si è recato diverse volte a Cuba dove ha potuto riabbracciare Fidel Castro, con cui è sempre rimasto in contatto. E nel 2006 ha partecipato alle celebrazioni del 50esimo del ‘Desembarco del Gramma a Cuba’.

Gino muore la sera del 22 marzo 2008, nella casa di cura per anziani dell’Ospedale di San Donà di Piave, due mesi prima del suo 84° compleanno. Pare che alla sera, prima di addormentarsi per sempre, abbia chiesto al personale della casa di cura, un sigaro e un “goto de ron” e abbia ricordato ancora una volta l’amico Fidel. Il suo funerale non è stato triste, anzi è stata una sorta di festa di addio a Gino (che ha raggiunto il Che e i suoi amici granmisti) con canti partigiani e cubani, brindisi con rum cubano la distribuzione delle sue inseparabili sigarette Camel senza filtro; gli ultimi pacchetti trovati nella sua abitazione erano a disposizione di chi aveva il piacere di portarsi via un suo ricordo. E’ stato cremato nel cimitero di Spinea Veneziana.

Qui di seguito riproduciamo alcuni video inerenti alla sua figura e al suo contributo alla causa dell’emancipazione dei popoli, per il Socialismo. Nonché un articolo apparsi sul Corriere della Sera il 19 agosto del 2001.

«E Fidel Castro mi disse: vai a salvare il Che»

Il racconto di Gino Donè, l’«eroe» italiano della Rivoluzione cubana: dal Veneto alla spedizione del «Granma»


DAL NOSTRO INVIATO FORT LAUDERDALE (Florida) – Raccoglie nella sabbia il dente di un pescecane. Sotto il cappello da cowboy, lo sguardo azzurro di un vecchio signore. Alza gli occhi verso le nuvole che minacciano la pioggia tiepida dell’estate tropicale. Un incontro come tanti nella Florida dei pensionati. Passi pigri lungo il mare, eppure questa faccia hemingwayana ha un’aria diversa dagli altri signori. A suo modo è la faccia di un fantasma. Si chiama Gino Donè. Il suo nome appare nelle lapidi eppure nessuno ha mai spiegato dove fosse sparito e perché. Nessuna traccia per 45 anni.

Quarantacinque anni fa, 5 dicembre ’56, ai piedi della Sierra Maestra di Cuba, in un posto dal nome sbagliato – Alegría de Pío – lo sfaccendato che adesso raccoglie i denti di squalo ha visto per l’ ultima volta un amico col quale aveva attraversato notti di chiacchiere a Città del Messico: Ernesto Guevara. Guevara stava curando i piedi martoriati di chi aveva marciato nella melma e sulle pietraie. Gli aveva sorriso come per dire: «Fin qui ce l’abbiamo fatta». Il vecchio signore aveva allora 32 anni. Disse al Che: «I miei uomini non riescono più a camminare. Chiodi degli scarponi che graffiano i piedi. Puoi fare qualcosa?». «Finisco qui e li mando a chiamare», risponde Guevara con fasce e alcool in mano. Il signore torna al posto di combattimento, cento metri in là. Guida il plotone di retroguardia col grado di tenente della rivoluzione agli ordini di Raul Castro. Deve coprire le spalle agli 82 uomini sbarcati dal Granma. Esercito e aerei del dittatore Batista li stanno seguendo. Appena siede nell’ombra pallida della canna da zucchero «arrivano centinaia di militari e un diluvio di pallottole. Cerchiamo di nasconderci fra le canne, ma piccoli aerei volano basso. Guidano la caccia a chi ci insegue. Mitragliano».

Quelle parole veloci e senza emozione saranno le ultime parole che si scambieranno Gino Donè e Che Guevara. Ferito al collo, il Che viene trascinato da un’altra parte. Non si vedranno più. «Ernesto», sospira oggi Donè. «Io lo chiamo ancora così. Che, non mi piace». Per mesi il tenente della retroguardia cercherà di raggiungerlo nelle montagne dell’Escambray. Arresti e imboscate lo costringono a scappare. Ritrova la clandestinità su una nave diretta a New York. «Ho visto molto più di quanto possa raccontare. Mi resta poco tempo».

Per quasi mezzo secolo di Gino Donè è rimasto solo un nome nei libri che ricordano l’ impresa del Granma, piccola barca con la quale Castro e gli altri sono sbarcati per cominciare la rivoluzione. La faccia pulita del giovanotto spunta nell’albo degli «Eroi» accanto al profilo irsuto di un Fidel, occhi ancora da studente, e di un Guevara grassoccio, diverso dalla figura romantica che ormai sventola a ogni corteo. Di Donè non si sapeva altro. Un nome e un volto che il tempo doveva aver cambiato. Nessuno immaginava come.

«Desaparecido», scrive il libretto trovato su una bancarella nelle strade attorno alla cattedrale dell’Avana. Ma perché è andato via? Ho incontrato Donè con tante domande. «Tutto è cominciato a Cuba. Molto, molto tempo prima che il Granma prendesse il mare». Gino Donè ha 77 anni. Viene da Passarella, San Donà di Piave. Dal 1960 abita negli Stati Uniti: cittadino americano. Negli archivi dell’Avana il suo nome figura fra i protagonisti dell’impresa del Granma. A bordo c’erano 79 rivoluzionari cubani più tre stranieri scelti da Castro perché «speciali». Il medico giramondo Ernesto Guevara, argentino: aveva conquistato Fidel nelle notti dell’ esilio di Città del Messico. Stava cercando un ideale al quale affidare la vita. Il secondo straniero è un dominicano, Ramon Mejias, detto Pichirillo. Il terzo è lui, Gino Donè, arrivato a Cuba da clandestino, fuggendo da un dopoguerra italiano senza lavoro per un milione di reduci. Veniva dalla Resistenza attorno al Piave.

Scivolava fra i tedeschi appostati sugli argini che abbracciavano le paludi attorno alle spiagge di Caorle e Jesolo, trascinando piloti inglesi e australiani nascosti da contadini senza paura. Arriva all’Avana nel ’52. Fa tanti mestieri: decoratore, ferraiolo che prepara i calcestruzzi del monumento di Martì al centro di quella che oggi si chiama piazza della Rivoluzione. Manovra i bulldozer che piantano i ponti della nuova strada per Trinidad. E alla sera questo italiano biondo passeggia nei giardini della città coloniale. Conosce una bella ragazza, Norma Turigno: si sposano. Entra nella famiglia di un ricco commerciante di tabacco. Aleida Guevara, vedova del Che, tre mesi fa continuava a chiedermi: «Chissà come ha fatto Gino a entrare in contatto con Fidel». La risposta viene dai viaggiatori che vanno e vengono dalla casa di Trinidad. Appartengono al partito Ortodosso, di matrice liberale, che appoggia la resistenza segreta degli esuli confinati a Città del Messico attorno ai fratelli Castro, graziati da Batista dopo quasi due anni di prigione per via di quell’attacco fallito alla caserma Moncada. Da fuori preparano la rivincita mentre a Cuba una rete segreta irrobustisce l’impresa. Servono soldi. Bisogna portarli in Messico con mani sicure. Ed ecco che, nella casa della moglie, il medico Faustino Pérez chiede a Gino di andare da Castro. «Peccato essere una donna», è l’invidia di Norma, «andrei subito a combattere con lui». Pérez le dà un bacio. Anche il medico si prepara a navigare sul Granma e a diventare ministro di Fidel. Stanno per cominciare «anni di gloria».

Solo Donè sceglierà l’ombra. Gino era finito in una famiglia che odiava la dittatura. Chiusa la sua guerra italiana, ricomincia nei Caraibi. Fa la spola tra l’Avana e Città del Messico. Due viaggi con passaporto italiano e nessun sospetto. Gli imbottiscono la giacca di dollari. Li consegna a Castro mentre Juanita, sorella del leader di una rivoluzione in quel momento virtuale, prepara il caffè. Oggi Juanita vive a Miami e non perde occasione per insultare il fratello. Perez informa Castro sulla storia di Gino. Fidel gli fa domande.

Ascolta le lunghe risposte in un silenzio insolito per il suo carattere. Donè lo osserva. Più imponente di come immaginava. Vestito «da sembrare un avvocato in tribunale. Trasmetteva sicurezza». Castro ha in mente di arruolarlo nell’impresa. Servono uomini esperti perché i cubani che stanno per partire non hanno mai sperimentato vere battaglie. Vuole che Gino sia della partita, ma non lo dice subito. Cerca di capire chi è.

L’ha invitata a cena? «Purtroppo no: una sfortuna. Ernesto raccontava che Fidel era un cuoco fantastico. Faceva spaghetti con pesce e frutti di mare». Cucinava anche il Che… «Può darsi, ma erano giorni di malinconia. Amore finito con la moglie, e Hildita, la figlia appena nata, anche lei lontana. Non aveva voglia di niente.

Continuava a chiedermi della guerra in Italia, dei nazi, di Mussolini e mi interrompeva con la domanda che l’ ossessionava: “Pensi che riusciremo a mandar via Batista?”. Impossibile, rispondevo. Ho combattuto con gli americani e so quanti soldi, quante munizioni e di quale risorse dispongono.

Non ce la faremo mai se vogliono appoggiare la dittatura, eppure bisogna tentare. Del resto non ho scelta. Se non provo non posso tornare a casa: Norma mi butterebbe fuori. E poi c’è Fidel. Lui inventa tante cose».

Le piaceva il Che? «Avevamo le stesse idee. Non importa se lui era ateo e marxista mentre io ero cresciuto attorno ai preti veneti, anche se ormai la mia fede era debole. Ci legava la ribellione all’ingiustizia e l’essere sempre dalla parte di chi non sapeva difendersi. Però Ernesto esagerava. Qualche volta, arrivai a prenderlo per la camicia. Eravamo andati a cena in un posto economico, da pochi pesos: una fonda, come si diceva. Perché la paga era niente. Anche Castro tirava la cinghia. O si mangiava o si fumava. Una sera contiamo i soldi: 12 pesos per uno. Appena da sfamarci. Ernesto, il Pichi dominicano e io entriamo in questa taverna che di bello aveva solo una cameriera indiana guahal. Ne eravamo innamorati. Ernesto resta dietro. E poi arriva assieme a una vecchia e due bambini. Compra da mangiare al banco. La donna se ne va con scodelle piene. Finalmente si siede al tavolo: “Stasera non ho appetito”, annuncia con allegria.

Aveva speso fino all’ultimo soldo per i mendicanti. Mi è andato il sangue alla testa: la città è piena di straccioni, gli dico. Non possiamo sfamarli tutti e sei troppo importante per noi. Impossibile cominciare la rivoluzione se non riesci a stare in piedi. Pichi fa da paciere: “Dividiamo quello che c’è”. Ernesto confessa con un’ innocenza che disarma: “Quando vedo la fame negli occhi degli altri, la vedo, capisci, devo subito fare qualcosa. Anche vuotare le tasche degli ultimi spiccioli”». Portano Donè a sparare nel poligono dove si addestrano sotto la guida di un vecchio ufficiale, grosso, un po’ lento: colonnello Alberto Bayo, madre cubana, padre spagnolo. «Aveva perso un occhio contro Franco e pensare – raccontava – che Franco era stato il suo comandante quando andava a caccia di ribelli nel Rif marocchino. Insegnava tecnica della guerriglia nella scuola militare di Salamanca. Bravissimo nelle teorie, non proprio aggiornato sulle furbizie che la seconda guerra mondiale ci aveva insegnato. Erano questi i miei pensieri mentre ascoltavo le sue lezioni sui prati della tenuta di Santa Rosa, una montagnola non lontano dalla città. Andavamo là a sparare. Fucili col binocolo. Bayo dava il voto contando i fori».

Castro sparava? «Era bravo. Ma non gli piacevano i bersagli immobili. Preferiva tirare ai tacchini». Poi Donè viene rimandato a Cuba. Riappare in Messico col pacco dei dollari più pesante. Settembre ’56: Fidel sta comprando il Granma, dall’Avana arrivano i fondi. Servono per un’ infinità di cose: le scarpe, per esempio: «Se Ernesto mi ripeteva di voler visitare Bologna per la scuola di medicina, Castro apprezzava dell’ Italia il buon gusto e la precisione degli artigiani. Ha voluto che le scarpe della spedizione le facesse un calzolaio italiano. Su misura. Ho scambiato qualche parole con l’uomo che si chinava sul mio piede: minuto, silenzioso e infastidito dalla mia curiosità. Non alzava gli occhi. Ma le scarpe erano buone. Solo i tacchi, con quei chiodi, ci hanno dato un sacco di guai». Sul Granma, nel mare in tempesta, la storia di Gino è uguale alla storia di tutti. Soffre un po’ meno degli altri: è abituato a navigare.

La fame resta la stessa. Dopo due giorni finiscono acqua, frutta e scatolette. Restano arachidi e altre noccioline. Cento ore di niente. Quando appoggia i piedi sul fondo della laguna dove il Granma si è impantanato – le 4 e mezzo del mattino, domenica 2 dicembre 1956 – Donè non è scontento. Ha imparato contro i nazi a muoversi in palude, ma ignora l’insidia delle mangrovie: radici dove inciampano le scarpe. Spine che strappano la tuta verde oliva indossata prima dello sbarco. E i morsi dei granchi. Dopo quattro ore di traversata nelle mangrovie sotto il tiro di aerei, fucili e cannoni di Batista; dopo cinque ore di marcia forzata in terra ferma, arriva l’ordine del riposo: «Eravamo sfiniti.

Confusi per essere arrivati nel posto sbagliato. Non ci aspettava nessuno. L’appuntamento era quattro giorni prima, un chilometro e mezzo più in là». Ordine di fare l’ appello col passaparola. Mancano in tanti. «Manca Ernesto, soprattutto». Fidel dice a Donè: «Va’ a cercarlo, ma non perdere tempo. Fa’ in modo di tornare presto». Gino ne respira la tristezza. Castro non sopporta la scomparsa di un amico tanto importante. Eppure deve andare avanti. L’inseguimento dei militari è cominciato. Il racconto di Gino piega in modo diverso la storia ufficiale di Cuba. «Prendo uno dei miei, forse si chiamava Luis. Torniamo verso la laguna. Non so dove trovavamo le forze: fame stanchezza, quei giorni all’aria aperta sul Granma, stretti come sardine, pioggia e mare grosso. Camminavamo in silenzio. Due chilometri, forse tre dalla parte di chi ci inseguiva. Ecco Guevara. Veniva avanti trascinando le gambe. Testa bassa. Fucile e lanciagranate sulle spalle. Appena ci vede cambia colore. Ancora più pallido, ma era sempre pallido. Si rianima. Un abbraccio, forte. Lo confesso: dalla felicità l’avrei baciato, ma eravamo dentro una guerra e gli abbandoni non sono ammessi. Coraggio, ci aspettano, dico. Stiamo pensando di accamparci. Puoi riposare. “No – risponde – mi arrangio da solo. Andate”. Cerco di levargli il fucile. Si arrabbia: “Il fucile lo tengo”. A fatica gli sfilo il lanciagranate e lo passo a Luis. Poi Ernesto ha un altro attacco d’ asma.

Lo prego di mettersi in ginocchio. Nora, mia moglie, soffriva d’asma: mi avevano insegnato come darle conforto. Massaggiarle spalle e collo, dall’alto in basso, lentamente. Ernesto sospira: “grazie, puoi smettere”, ma non si ribella se continuo. Non so quanto tempo è passato: forse mezz’ora. “Adesso andiamo”. Gli metto un braccio attorno alle spalle. Risaliamo verso l’accampamento. Mi fermo nel plotone di retroguardia. Accompagna Ernesto da Fidel, ordino a Luis». Nelle rievocazioni cubane, più o meno la stessa avventura (meno precisa, meno trepidante) viene testimoniata da Luis Crespo, forse l’ uomo che il tenente Donè ha portato alla ricerca del Che. Facile spiegare lo scambio di paternità del salvataggio. Crespo continua a marciare fino all’Avana, mentre Gino sparisce e diventa un fantasma. Per anni nessuno è riuscito a capire se fosse vivo o sepolto chissà dove. Quando l’ imboscata a Alegría de Pío disperde nella canna da zucchero il piccolo esercito di Fidel, Donè guida gli uomini verso la montagna. Al suo plotone si uniscono altri sette miliziani comandati dal «capitano» José Smith Comas. «Un ragazzo. Studiava all’Avana, mi pare venisse da un’università negli Stati Uniti. Fidel gli aveva affidato la bandiera del Movimento. Simpatico, deciso, ma spaventato dall’imboscata. “Andiamo sul mare, è più facile scappare”: lo ripeteva come un’ossessione. Dopo due giorni ci siamo divisi. Con i miei ho continuato dalla parte delle colline, lui ha piegato verso la spiaggia. Prima di lasciarci mi ha affidato la bandiera: “Se mi succede qualcosa portala a Fidel”. Non la volevo; ha insistito. Chi ci dava la caccia aspettava sulla costa. Li hanno presi e fucilati. Non subito, dopo una lunga tortura».

Ha portato la bandiera a Castro? «Non l’ho più visto. L’ho affidata a contadini che ci hanno nascosti. Erano dei nostri. Più tardi ho saputo: la bandiera era tornata nelle mani di Fidel». Gino raggiunge Santa Clara, nel centro dell’isola. Nella casa di un dentista incontra «una bella ragazza». Deve addestrarla e poi guidarla nel battesimo di fuoco. Passeggiano abbracciati come fidanzati davanti al palazzo della prefettura. Aleida nasconde la bomba a mano nella borsetta. La passa a Donè, ma Donè rinuncia. Le spiegazioni di Aleida e del vecchio italiano sono molte diverse. «C’era troppa luce, racconta oggi Aleida. «Aveva l’aria di una trappola», scuote la testa Donè. Gli sbirri tenevano d’occhio la maestrina. Si chiama Aleida March, più tardi sale sull’Escambray. Incontra il Che. Ne diventa la seconda moglie. Intanto Gino, inseguito dagli ordini di cattura della polizia di Batista, ricomincia a scappare. Fa il marinaio su tante navi finché si ferma a New York: 1958. Segue le conquiste di Fidel e del Che ascoltando la radio. Quando entrano all’Avana vorrebbe tornare. Ma il nuovo console cubano a New York lo guarda con diffidenza. Non gli concede il visto. Perché non le ha spiegato di aver navigato sul Granma con Fidel? «Come potevo fidarmi? E poi sembrava una vanteria».

STORIA CUBANA UOMO DEGLI USA

Il 10 marzo 1952, il sergente Fulgencio Batista, appoggiato da Washington, instaura la dittatura a Cuba. Batista era stato già protagonista della destituzione del dittatore Gerardo Machado, nel 1933. E nel 1944 era stato eletto presidente di Cuba. Costretto all’esilio dai rivoluzionari, nel 1959, è morto in Spagna, a Marbella nel 1973.

IN PARATA

I capi della rivoluzione sfilano all’Avana: il regime dittatoriale di Batista è finito. Il 2 gennaio 1959 Che Guevara e Camilo Cienfuegos entrarono per la prima volta nella città, mentre Fidel Castro conquistava Santiago. Nei giorni precedenti i barbudos avevano vinto la battaglia decisiva di Santa Clara durata più di tre giorni.

TEMERARI Fidel Castro, 75 anni, e Che Guevara, ucciso nel 1967 partirono da Tuxpan, in Messico, con il Granma (Reuters), nella notte fra il 24 e il 25 novembre 1956 Gino il barbudo.

NATO IN VENETO

Gino Donè è di San Donà di Piave, Venezia, ha 77 anni. Nel 1950 emigra all’ Avana in cerca di lavoro. Oggi vive in Florida.

SOLDI A FIDEL

Con il suo passaporto italiano fa la spola fra Cuba e il Messico dove Fidel Castro vive in esilio dal 1955: porta soldi per aiutare la rivoluzione.

SUL GRANMA

Per la sua esperienza nella Resistenza italiana Castro lo vuole nella spedizione del dicembre 1956.

DOPO LO SBARCO

L’esercito di Batista incalza i rivoluzionari, Donè è costretto a fuggire a New York La «Revolucion».

LA DITTATURA

Alla vigilia delle elezioni del 1952, Fulgencio Batista, con l’ aiuto degli Usa, instaura la dittatura.

LA SPEDIZIONE

Il 2 dicembre 1956, 82 guerriglieri, guidati da Castro, sbarcano a Cuba a bordo della barca Granma. Intanto insorge la città di Santiago.

SULLA SIERRA

La rivolta viene soffocata nel sangue e i 15 soli superstiti del Granma si rifugiano sulla Sierra Maestra.

A L’AVANA

La guerriglia si riorganizza e nella notte di Capodanno del 1959 conquista L’ Avana: Batista fugge a Santo Domingo.

__

__

__

4-F: le 10 frasi e riflessioni di Chávez più importanti

Bfplk1vIEAAk9Pjda Radio Nacional de Venezuela

Il 4 febbraio del 1992 è il giorno in cui si è verificata un’insurrezione Civico-Militare sviluppatasi simultaneamente nelle principali città centro-occidentali del paese.

Ai comandanti responsabili delle operazioni – Hugo Chávez, Francisco Arias Cárdenas, Yoel Acosta Chirinos, Jesús Urdaneta e Miguel Ortíz Contreras – si unirono al movimento militare 14 maggiori, 54 capitani, 67 tenenti, 65 sottufficiali, 101 sergenti di truppa e 2.056 soldati.

Inoltre, piccoli gruppi di civili provenienti da diverse organizzazioni della sinistra venezuelana parteciparono all’azione.

L’Operazione Zamora, insieme alla successiva insurrezione del 27 novembre dello stesso anno, segnò il punto più alto raggiunto dalle lotte sociali e politiche del periodo 1989-1993.

Sebbene il Comandante Hugo Chávez fu catturato e imprigionato, il 4 di febbraio accese nel popolo una poderosa fiamma che lo fece destare dinanzi alla corruzione e all’indolenza di una borghesia che non governava per il bene del patria, ma esclusivamente per rimpinguare i propri conti bancari.

La ribellione del 4 febbraio è semplicemente la culla di una rivoluzione – quella bolivariana- che ha restituito dignità e diritti ad un popolo che per 40 anni è stato maltrattato, umiliato e massacrato senza alcuna pietà.

Di seguito le 10 frasi e riflessioni più importanti del nostro Comandante Eterno, Hugo Chávez, sulla ribellione civico-militare del 4 febbraio 1992:

1. «Compagni: purtroppo, per adesso, gli obiettivi da noi stabiliti non sono stati raggiunti». (4 febbraio 1992)

2. «Io, davanti al paese e davanti a voi, mi assumo la responsabilità di questo movimento militare bolivariano». (4 febbraio 1992)

3. «Giuro davanti a Dio, giuro davanti alla patria, giuro davanti al mio popolo che su questa moribonda Costituzione (del 1961) promuoverò le trasformazioni democratiche necessarie affinché la nuova Repubblica abbia una Magna Carta adeguata ai nuovi tempi. Lo giuro». (Investitura di Chávez 2 febbraio 1999)

4. «La ribellione del 4 febbraio è stata una necessità storica; il Venezuela non aveva vie d’uscita, abbiamo dovuto scuotere la patria, solo attraverso la rivoluzione potemmo uscire dall’abisso in cui eravamo precipitati». (4 febbraio 2005)

5. «Se non si fosse verificato il 4 febbraio, noi non saremmo qui. Il 4 di febbraio è il padre della Rivoluzione Bolivariana». (4 febbraio 2011)

6. «La rivoluzione che ha avuto inizio con la rivolta popolare del 27 febbraio 1989 ed è proseguita con le ribellioni militari del 4 febbraio e del 27 Novembre 1992, ha innescato un lungo e complesso processo di organizzazione e di accumulazione di forze che hanno reso possibile la splendida sintesi del 6 dicembre del 1998». (4 febbraio 2011)

7. «Questo è un giorno storico, un giorno di dignità patria». (4 febbraio 2012)

8. «Non immaginate quanto ci hanno ispirato la Rivoluzione Cubana e la Rivoluzione Sandinista». Con questa affermazione il Comandante Chávez ha voluto rendere omaggio a tutti i contributi che le rivoluzioni latinoamericane hanno apportato all’ideale bolivariano. (4 febbraio 2012)

9. «La strada era quella, ragazzi, la storia ci assolverà, la storia ci ha dato ragione». Atto di commemorazione della ribellione del 4-F. (4 febbraio 2012)

10. «Quei Generali – i vecchi comandanti militari che massacrarono il popolo – mai più torneranno ad esistere in Venezuela. Da ora in avanti avremo Generali, Ammiragli, ufficiali e truppe rivoluzionarie, antimperialiste, socialiste e chaviste, perché fa più male alla borghesia e all’imperialismo». (4 febbraio 2012)

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

 

Un’epopea lunga 56 anni

Entrada_de_Fidel_a_La_Habana-2-580x278di Atilio Borón – Cubadebate

In un giorno come quello di ieri, 56 anni fa, una nuova fase storica si apriva nella ‘Nuestra America’. Batista con i suoi accoliti, insieme ai mentori e complici nordamericani e l’oligarchia filo-yankee, fuggiva da L’Avana. Si compiva così il trionfo della Rivoluzione Cubana. A partire da quel momento nulla sarebbe rimasto più uguale a prima in America Latina.

L’infallibile istinto dell’impero non si sbagliò, e sin dal suo inizio la Rivoluzione fu combattuta a morte, osteggiata, sabotata, isolata e i suoi capi furono oggetto di innumerevoli attentati, così come il suo popolo. Fu vittima del criminale ‘bloqueo’ commerciale, finanziario, migratorio, informatico più lungo della storia umana, che ancora prosegue nonostante sia stato ferito a morte e i suoi fautori ed esecutori costretti ad ammettere il suo fallimento.

Tutte le armi sono state utilizzate per distruggerla. Ma non hanno avuto successo, e nonostante questi furiosi attacchi la Rivoluzione ha garantito alla sua popolazione alti indici in materia di salute, educazione, accesso alla cultura e allo sport; un grado di sicurezza sociale uguale o superiore a quello raggiunto dai paesi capitalisti sviluppati. E inoltre fatto dell’internazionalismo socialista, della solidarietà internazionale, una bandiera incancellabile di lotta, portando i suoi medici, infermieri ed educatori in tutto il mondo, mentre i suoi detrattori inviavano truppe e scaricavano bombe.

E quando il suo aiuto è stato richiesto per sferrare il colpo definitivo contro il razzismo, l’apartheid e i resti del colonialismo in Africa, i Cubani in Angola sconfissero definitivamente i baluardi della reazione, come testimonierà ripetutamente un emozionato Nelson Mandela.

Se questa Rivoluzione (così, sempre con la maiuscola) fosse stata schiacciata, la storia dell’America Latina e dei Caraibi, e le nostre piccole biografie, sarebbero state differenti. Per questo saremo eternamente grati e in debito con la Rivoluzione Cubana, con Fidel, Raúl, il Che, Camilo, “Barbarroja” Piñeiro, Almeida e con tutti gli uomini e le donne che hanno lottato sotto la loro guida. Un debito enorme e impagabile.

La nostra solidarietà verso la Rivoluzione e la sua difesa dev’essere incondizionata, permanente e attiva, come lo è stata la campagna che ha reso possibile la liberazione de «Los 5». Oggi dobbiamo continuare a lottare, più che mai, perché l’impero si appresta a cambiare tattica per raggiungere, utilizzando il cosiddetto «soft power» (un pericoloso eufemismo!) quello che non è riuscito a ottenere, per oltre mezzo secolo, con la forza.

Ma Cuba, con l’appoggio di tutti i popoli della Nuestra America, resisterà e sconfiggerà anche questo insidioso assalto architettato da Washington.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Rafael Correa: «Un privilegio riunirsi con Fidel Castro»

L’Avana. 23 Settembre 2013.- Il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, ha definito come «un immenso privilegio l’incontro con il leader della Rivoluzione cubana, Fidel Castro», che considera una leggenda vivente.

«Abbiamo avuto l’immenso privilegio di stare per più di due ore con il Comandante Fidel Castro», ha detto Correa, commentando nel suo abituale programma  del sabato, trasmesso in catena radio e TV, la visita di lavoro che aveva appena fatto nell’Isola di Cuba.  Correa ha detto di sentirsi onorato anche per il ricevimento del presidente dell’Isola, Raúl Castro, nel  Palazzo della Rivoluzione.

«Conversare con Fidel e Raúl è sempre un onore», ha ripetuto  il capo dello Stato ecuadoriano, che ha offerto dettagli alla cittadinanza sulla fitta agenda di lavoro svolta a Cuba.

Correa ha parlato del suo incontro con i militari ecuadoriani che aiutano a riparare la Facoltà di Medicina e a costruire case per i danneggiati dall’uragano Sandy a Santiago di Cuba, ed ha aggiunto che anche a L’Avana si è riunito con le autorità locali.

«Si deve apprendere con umiltà da chi sa di più», ha detto, dopo aver segnalato gli alti indici di salute realizzati dal Governo cubano dopo il trionfo della Rivoluzione del 1959.

Correa ha sottolineato che centinaia di giovani ecuadoriani studiano medicina a Cuba e non ha scartato di portare un migliaio di medici cubani in Ecuador, per garantire la copertura di pronto soccorso per  la popolazione del suo paese.  

«Dobbiamo seguire i buoni esempi nel sistema della sanità, come quello che sviluppano a Cuba», ha dichiarato ancora Correa che si è interessato ai programmi d’attenzione agli invalidi  che le autorità dell’Isola pongono da molto tempo in pratica 

[PL/Traduzione Granma Int., si ringrazia Fabrizio Verde per la segnalazione]

50 verità sulla Rivoluzione Cubana

di Salim Lamrani*

da Opera Mundi

 

1. Il trionfo della Rivoluzione Cubana, il 1° gennaio 1959, è l’avvenimento più rilevante della storia dell’America Latina nel XX secolo.

 

2. Le radici della Rivoluzione Cubana risalgono al XIX secolo e alle guerre per l’indipendenza.

 

3. Durante la Prima Guerra d’Indipendenza, dal 1868 al 1878, l’esercito spagnolo sconfisse gli insorti cubani, vittime di profonde divisioni interne. Gli Stati Uniti fornirono il loro aiuto alla Spagna vendendole le armi più moderne, e si opposero agli indipendentisti perseguitando gli esiliati cubani che cercavano di portare il loro contributo alla lotta armata. Il 29 ottobre 1872 il Segretario di Stato Hamilton Fish fece partecipe Sickles, allora ambasciatore statunitense a Madrid,  dei suoi «auspici di un successo spagnolo nel sopprimere la ribellione». Washington, che si opponeva all’indipendenza di Cuba, desiderava impadronirsi dell’isola.

4. Cuba è effettivamente una delle più antiche ragioni di inquietudine della politica estera degli Stati Uniti. Nel 1805, Thomas Jefferson fece notare l’importanza dell’isola, sottolineando che il suo «dominio [era] necessario per assicurare la difesa della Louisiana e della Florida, essendo la chiave per controllare il Golfo del Messico. Per gli Stati Uniti sarebbe una facile conquista». Nel 1823, John Quincy Adams, allora Segretario di Stato e futuro presidente degli Stati Uniti, alluse al tema dell’annessione di Cuba ed elaborò la teoria della «frutta matura». «Cuba, sottrattasi con la forza al suo rapporto ormai innaturale con la Spagna, e incapace di sopravvivere autonomamente, dovrà necessariamente gravitare intorno all’Unione nordamericana, e unicamente intorno ad essa». Così, durante il secolo XIX, gli Stati Uniti provarono sei volte a comprare Cuba dalla Spagna.

5. Durante la Seconda Guerra d’Indipendenza, fra il 1895 e il 1898, i rivoluzionari cubani, uniti intorno al loro leader José  Martí, dovettero di nuovo far fronte all’ostilità degli Stati Uniti, che offrirono appoggio alla Spagna vendendole armi e arrestando gli esiliati cubani che cercavano di appoggiare gli indipendentisti.

6. José  Martí, in una profetica lettera al suo amico Gonzalo de Quesada scritta il 14 dicembre 1889, avvertì della possibilità di un intervento statunitense: «Per la nostra terra, Gonzalo, c’è un altro piano più tenebroso […]: costringere l’isola, farla precipitare nella guerra, per avere così il pretesto di intervenirvi e, in qualità di mediatore e garante, appropriarsene».

7. Nel 1898, nonostante la sua superiorità materiale, la Spagna si trovava sull’orlo di un abisso, vinta sul campo di battaglia dagli indipendentisti cubani. In una lettera al presidente statunitense William McKinley, in data 9 marzo 1898, l’ambasciatore Woodford avvertì da Madrid che «la sconfitta» della Spagna era «sicura». [Gli Spagnoli] sanno che Cuba è persa. Secondo la sua opinione, «se gli Stati Uniti desiderano Cuba, devono ottenerla mediante la conquista».

8. Nell’aprile del 1898, dopo la misteriosa esplosione della nave da guerra statunitense The Maine nella baia dell’Avana, il presidente McKinley chiese l’autorizzazione del congresso per intervenire militarmente a Cuba e impedire che l’isola ottenesse la sua indipendenza.

9. Diversi membri del Congresso denunciarono una guerra di conquista. John W. Daniel, senatore democratico della Virginia, accusò il Governo di intervenire per evitare una sconfitta degli Spagnoli: «Nel momento in cui è giunta l’ora più favorevole per un successo rivoluzionario e più svantaggiosa per la Spagna, […] si esige che il Congresso degli Stati Uniti consegni l’Esercito degli Stati Uniti al Presidente per andare a imporre un armistizio con la forza a entrambe le parti, mentre una di quelle ha già deposto le armi».

10. In tre mesi, gli Stati Uniti presero il controllo del paese. Nel dicembre del 1898, Stati Uniti e Spagna firmarono un trattato di pace a Parigi senza la presenza dei cubani, distruggendo così il loro sogno di indipendenza.

11. Dal 1898 al 1902, gli Stati Uniti occuparono Cuba e obbligarono l’Assemblea Costituente  a inserire l’emendamento Platt nella nuova Costituzione, pena il prorogarsi dell’occupazione militare.

12. L’emendamento Platt proibiva che Cuba firmasse qualsiasi accordo con un paese terzo o che contraesse un debito con un’altra nazione. Dava anche il diritto agli Stati Uniti di intervenire in qualsiasi momento negli affari interni di Cuba e obbligava la presenza sull’isola a tempo indefinito la base navale di Guantánamo agli Stati Uniti.

13. In una lettera del 1901 il generale Wood, allora governatore militare di Cuba, si congratulò con il Presidente McKinley: «Naturalmente l’emendamento Platt lascia poca o nessuna indipendenza a Cuba, e l’unica cosa che conta ora è cercare l’annessione».

14. Dal 1902 al 1958 Cuba ha avuto lo status di repubblica neocoloniale, politicamente ed economicamente dipendente, nonostante abrogazione dell’emendamento Platt nel 1934, quando era ormai diventata obsoleta.

15. Gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente a Cuba nel 1906, 1912, 1917 e 1933, dopo la caduta del generale Gerardo Machado, ogni volta che un movimento rivoluzionario minacciava lo status quo.

16. La Rivoluzione del 1933, capeggiata da Antonio Guiteras, fu sventata dal tradimento di un sergente di nome Fulgencio Batista, che si fece generale e collaborò con l’ambasciata degli Stati Uniti per mantenere l’ordine stabilito. Diresse il paese dietro le quinte fino alla sua elezione come presidente nel 1940.

17. Dopo le presidenze di Ramón Grau San Martín (1944-1948) e Carlos Prío Socarrás (1948-1952), incancrenite dalla violenza e dalla corruzione, Fulgencio Batista mise fine all’ordine costituzionale il 10 marzo 1952 orchestrando un colpo di stato militare.

18. Il 26 luglio 1953 un giovane avvocato di nome Fidel Castro, membro del Partito Ortodosso fondato da Eduardo Chibás, si mise a capo di una spedizione di 131 uomini e assaltò la caserma Moncada nella città di Santiago, seconda roccaforte militare del paese, come anche la caserma Carlos Manuel de Céspedes nella città di Bayamo. L’obiettivo era prendere il controllo della città, culla storica di tutte le rivoluzioni, e lanciare un appello alla ribellione in tutto il paese per far cadere il dittatore Batista.

19. L’operazione fu un fallimento e numerosi combattenti, 55 in totale, furono assassinati dopo essere stati brutalmente torturati dall’esercito. In effetti solo sei di loro morirono in combattimento. Alcuni riuscirono a scappare grazie all’aiuto della popolazione.

20. Fidel Castro, catturato alcuni giorni dopo, deve la vita al sergente Pedro Sarría, che si rifiutò di eseguire gli ordini dei suoi superiori di giustiziare il leader della Moncada. «Non sparate! Non sparate! Le idee non si uccidono!», esclamò davanti ai suoi soldati.

21. Durante la sua storica arringa difensiva intitolata «La storia mi assolverà» Fidel Castro, che si incaricò lui stesso della propria difesa, denunciò i crimini di Batista e la miseria in cui si trovava il popolo cubano, e presentò il suo programma per una Cuba libera.

22. Condannato a 15 anni di carcere, Fidel Castro fu liberato nel 1955, in seguito all’amnistia concessagli dal regime di Batista e si autoesiliò in Messico, dove organizzò la spedizione del Granma con un medico argentino di nome Ernesto Guevara.

23. Il 2 dicembre 1956 Fidel Castro sbarcò nella provincia orientale di Cuba alla testa di 81 rivoluzionari con l’obiettivo di scatenare una guerra di guerriglia nelle montagne della Sierra Maestra.

24. Contrariamente a un’idea preconcetta, gli Stati Uniti non hanno mai fornito appoggio al Movimento 26 luglio, organizzazione politico-militare diretta da Fidel Castro, durante tutta la guerra d’insurrezione, dal 2 dicembre 1956 al 1 gennaio 1959.

25. Al contrario, Washington perseguitò rabbiosamente tutti i simpatizzanti del Movimento 26 luglio esiliati negli Stati Uniti, che cercavano di fornire armi ai ribelli.

26. Allo stesso tempo, il Presidente Dwight D. Eisenhower continuò a fornire armi all’esercito di Batista, anche dopo l’instaurazione di un embargo di facciata nel 1958.

27. Il 23 dicembre 1958, a una settimana dal trionfo della Rivoluzione, quando l’esercito di Fulgencio Batista era in pieno sbandamento nonostante la sua superiorità in termini di uomini e armamenti, ebbe luogo la trecentonovantaduesima riunione del Consiglio di Sicurezza Nazionale, alla presenza del Presidente Eisenhower. Allen Dulles, allora direttore della CIA, espresse chiaramente la posizione degli Stati Uniti: «Dobbiamo impedire la vittoria di Castro».

28. Come nel 1898, il Presidente Eisenhower era a favore di un intervento armato per impedire il trionfo di Fidel Castro. Chiese se il Dipartimento della Difesa fosse disposto ad «un’azione militare che potrebbe essere necessaria a Cuba». I suoi consiglieri riuscirono a dissuaderlo.

29. Così, l’ostilità degli Stati Uniti verso la Rivoluzione Cubana non ha niente a che vedere con la Guerra Fredda. È iniziata prima dell’arrivo al potere di Fidel Castro, prima dell’alleanza con Mosca nel maggio del 1960, ed è continuata dopo la scomparsa del blocco sovietico nel 1991.

30. Il 1 gennaio 1959, cinque anni, cinque mesi e cinque giorni dopo l’assalto alla caserma Moncada del 26 luglio 1953, la Rivoluzione Cubana trionfò.

31. Nel gennaio del 1959, gli Stati Uniti accolsero a braccia aperte i sostenitori del vecchio regime, compresi i criminali di guerra, che avevano rubato 424 milioni di dollari al Tesoro cubano.

32. Fin dall’inizio, la Rivoluzione Cubana ha dovuto edificare il suo progetto di società nel contesto di uno stato d’assedio permanente, di fronte alla crescente ostilità degli Stati Uniti. Dal 1959 in poi, Cuba non ha mai goduto di un clima di pace per costruire il suo futuro. Nell’aprile del 1961, Cuba ha dovuto affrontare l’invasione armata della Baia dei Porci organizzata dalla CIA, e nell’ottobre del 1962 l’isola fu minacciata di annientamento nucleare durante la crisi dei missili.

33. Dal 1959 gli Stati Uniti, decisi ad abbattere Castro, conducono una campagna terroristica contro Cuba con oltre 6.000 attentati, che sono costati la vita a 3.478 civili e hanno rese invalide 2.009 persone. I danni materiali si valutano in varie migliaia di milioni di dollari e Cuba ha dovuto spendere cifre astronomiche per la sua sicurezza nazionale, cosa che ha limitato lo sviluppo dei programmi sociali. Lo stesso leader della Rivoluzione è stato vittima di 637 tentativi di omicidio.

34. Dal 1960, Washington impone sanzioni economiche estremamente severe, illegali in base al Diritto Internazionale, che si ripercuotono sulle categorie più vulnerabili della popolazione, ovvero le donne, i bambini e gli anziani. Questo stato di assedio, condannato dall’immensa maggioranza della comunità internazionale (188 paesi su 192), che costituisce il principale ostacolo allo sviluppo dell’isola, è costato più di un miliardo di dollari a Cuba.

 

35. Nonostante tutti questi ostacoli, la Rivoluzione Cubana è un innegabile successo sociale. Nel dare la priorità ai più diseredati con la riforma agraria e la riforma urbana, nello sradicare l’analfabetismo, nello sviluppare l’istruzione, la salute, la cultura e lo sport, Cuba ha creato la società più egalitaria del continente latinoamericano e del Terzo Mondo.

 

36. Secondo l’UNESCO, Cuba dispone del tasso di analfabetismo più basso e del tasso di scolarizzazione più alto dell’America Latina. L’organismo delle Nazioni  Unite segnala che «l’istruzione è la priorità a Cuba da [oltre] 40 anni. È una vera società dell’istruzione». Il suo rapporto sull’istruzione in 13 paesi dell’America Latina classifica Cuba come prima in tutti gli indici. Secondo l’UNESCO, Cuba è la nazione del mondo che dedica la parte più consistente del bilancio all’istruzione, ovvero quasi il 13% del PIL.

 

37. Cuba ha un tasso di mortalità infantile del 4,6 per mille, ovvero il più basso del continente americano, più basso di quello del Canada o degli Stati Uniti.

 

38. Cuba è la nazione che dispone di più medici al mondo in rapporto agli abitanti, con 85.000 professionisti per 11,1 milioni di abitanti. Secondo il New England Journal od Medicine, la rivista medica più prestigiosa del pianeta, «il sistema sanitario [di Cuba] ha risolto problemi che il nostro [quello degli Stati Uniti] non è ancora riuscito a risolvere». La rivista sottolinea che «Cuba dispone adesso del doppio di medici per abitante rispetto agli Stati Uniti».

 

39. Secondo l’UNICEF, «Cuba è un esempio di protezione dell’infanzia», e «un paradiso dell’infanzia in America Latina», ed enfatizza il fatto che Cuba è l’unico paese dell’America Latina e del Terzo Mondo che abbia eliminato la denutrizione infantile.

 

40. Secondo il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo, Cuba è l’unico paese dell’America Latina e del Terzo Mondo a trovarsi fra le dieci nazioni del mondo con il miglior indice di Sviluppo Umano secondo i tre criteri di «aspettativa di vita, istruzione e tenore di vita» durante l’ultimo decennio.

 

41. La Rivoluzione Cubana ha fatto della solidarietà internazionalista un pilastro fondamentale della sua politica estera. Cuba accoglie decine di migliaia di studenti provenienti dai paesi poveri, offre loro formazione universitaria gratuita di alto livello e si fa carico di tutti i costi. La Scuola Latinoamericana di Medicina dell’Avana è una delle più famose del continente americano e ha formato migliaia di professionisti della salute provenienti da oltre 123 paesi.

 

42. Dal 1963, anno della prima missione internazionalista in Algeria, circa 132.000 medici cubani e altro personale sanitario hanno lavorato volontariamente in 102 paesi. Attualmente, 38.868 collaboratori sanitari, fra cui 15.407 medici, offrono i propri servizi a 66 nazioni del Terzo Mondo.

 

43. Grazie all’Operazione Milagro, lanciata da Cuba nel 2004, che consiste nell’operare gratuitamente pazienti poveri che soffrono di patologie oculari, circa 2,5 milioni di persone in 28 paesi hanno recuperato la vista.

 

44. Il programma cubano di alfabetizzazione «Yo, sí puedo» (Io sì, che posso), lanciato nel 2003, ha permesso a sette milioni di persone in cinque continenti di imparare a leggere, scrivere e far di conto.

 

45. Secondo il World Wild Fund for Nature (WWF), la più importante organizzazione in difesa della natura, Cuba è l’unico paese al mondo ad aver raggiunto uno sviluppo sostenibile.

 

46. Cuba ha svolto un ruolo chiave nella lotta contro l’apartheid, con la partecipazione di 300.000 soldati in Angola fra il 1975 e il 1988, per far fronte all’invasione dell’esercito ‘supremazista’ sudafricano. L’elemento decisivo che ha posto fine all’apartheid è stata la strepitosa sconfitta militare che le truppe cubane hanno inflitto all’esercito sudafricano a Cuito Cuanavale, nel sud-est dell’Angola, nel gennaio del 1988. In un discorso, Nelson Mandela rese omaggio a Cuba: «Senza la vittoria di Cuito Cuanavale le nostre organizzazioni non sarebbero state legalizzate! La sconfitta dell’esercito razzista a Cuito Cuanavale ha reso possibile che oggi io sia qui con voi. Cuito Cuanavale è una pietra miliare nella storia della lotta per la liberazione dell’Africa australe!».

 

47. Contrariamente al preconcetto, la Rivoluzione Cubana ha avuto quattro diversi presidenti: Manuel Urrutia dal gennaio al luglio del 1959 e Oswaldo Dorticós dal luglio del 1959 al gennaio del 1976 sotto il vecchio regime della Costituzione del 1940; Fidel Castro dal febbraio del 1976 al luglio del 2006 e Raúl Castro dal 2006 a oggi, dopo l’adozione della Costituzione del 1976.

 

48. I mezzi di informazione occidentali, proprietà di conglomerati economici e finanziari, vilipendono la Rivoluzione Cubana per una ragione molto precisa, una ragione che non ha niente a che fare con la democrazia e i diritti umani: il processo di trasformazione sociale iniziato nel 1959 ha scosso l’ordine e le strutture sociali costituite, ha messo in discussione il potere dei dominanti, e propone un’alternativa sociale in cui le risorse sono destinate alla maggioranza, non a una minoranza.

 

49. La principale conquista della Rivoluzione è aver fatto di Cuba una nazione sovrana e indipendente.

 

50. La Rivoluzione Cubana, edificata da generazioni di cubani, possiede tutte le virtù e i difetti della condizione umana, e mai ha avuto la pretesa di ergersi a modello. Continua ad essere, nonostante le difficoltà, un simbolo di dignità e resistenza in tutto il mondo.

— 

*Dottore in Studi Iberici e Latinoamericani dell’Università Paris IV-Sorbone, Salim Lamrani è un cattedratico dell’Universidad del Reunión e giornalista, specializzato in rapporti fra Cuba e Stati Uniti. Il suo ultimo libro si intitola Etat de siège. Les sanctios économiques des Etats-Inis contre Cuba, Parigi, Ediciones Estrella, 2011, con prologo di Wayne S. Smith e prefazione di Paul Estrade.

[Trad. dal castigliano per ALBAinFormazione di Pier Paolo Palermo]

Contatti: lamranisalim@yahoo.fr – Salim.Lamrani@univ-reunion.fr
Pagina Facebook: https://www.facebook.com/SalimLamraniOfficiel

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Auca en Cayo Hueso

Just another WordPress.com site

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Planetasperger

sindrome de asperger u otros WordPress.com weblog

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

www.logicaecologica.es/

Noticias saludables

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: