(VIDEO) Ricardo Patiño: «Noi cittadini sovrani e disobbedienti»

Roma, 5nov2013.- Intervista a Ricardo Patiño, ministro degli Esteri dell’Ecuador: «La rivoluzione cittadina di Correa sfida la Chevron e gli Usa, e si batte per liberare il cofondatore di Wikileaks dall’ambasciata ecuadoriana a Londra dove ha trovato rifugio»

di Geraldina Colotti – il manifesto

La sala è gremita. Quando il ministro degli Esteri ecuadoriano, Ricardo Patiño, arriva al centro sociale romano «el Chentro» di Tor Bella Monaca, martedì sera, non ci sono più posti a sedere. Al tavolo ha già parlato Gianni Minà e i rappresentanti delle comunità indigene amazzoniche in guerra con la Chevron. Dopo la cena, il concerto con Matices, Sigaro della Banda Bassotti e Assalti Frontali. Ci sono personalità politiche regionali e locali (5 stelle e Pd), docenti e studenti dell’università Roma Tre, che ieri hanno ospitato Patiño. Alle pareti, una mostra sui disastri ambientali delle multinazionali in Amazzonia.

«Un’amica giornalista mi ha chiesto perché scegliere un centro sociale e non una sede diplomatica per parlare della nostra battaglia contro Chevron – inizia a parlare Patiño – la verità è che la revolución ciudadana viene dalla società civile e che preferiamo la diplomazia dal basso per risolvere i nostri problemi». Musiche per le orecchie in sala. Scattano gli applausi. Patiño è simpatico e brillante. Rivolge un saluto a Julian Assange, il cofondatore di Wikileaks che ha pubblicato le rivelazioni del soldato Bradley (Chelsea) Manning sullo scandalo del Cablogate. L’Ecuador gli ha concesso asilo politico e da oltre un anno l’attivista è imbottigliato nell’ambasciata ecuadoriana a Londra.
Il ministro si alza in piedi quando i militanti di Italia-Cuba srotolano uno striscione per la libertà dei 5 cubani prigionieri nelle carceri Usa, e dicono che «senza Cuba non ci sarebbe stato questo nuovo cambiamento in America latina». E a mezzanotte lascia il «Chentro» saltando agilmente una staccionata. L’Ecuador di Rafael Correa (economista cattolico che ha studiato in Belgio e negli Usa), è il più attento – fra i paesi del Latino-america che si richiamano al Socialismo del XXI secolo – alla comunicazione con l’Europa. Sovranità, indipendenza economica e partecipazione popolare sono state le parole chiave della serata, le stesse usate, prima, per rispondere alla nostra intervista, che si è svolta durante il tragitto in macchina dall’ambasciata ecuadoriana all’iniziativa.

Il ministro Alberto Acosta dice che Correa ha un discorso di sinistra e una pratica di destra e che state progressivamente dismettendo i temi forti della revolución ciudadana.
L’84% considera la gestione Correa buona o molto buona: una percentuale altissima, dopo 7 anni di governo, dovuta anche al livello di comunicazione permanente che abbiamo con la cittadinanza. Una volta al mese, come ministri ci riuniamo in un villaggio diverso. Abbiamo cambiato la costituzione: non al chiuso di una caserma militare, per tenere lontano la cittadinanza, come hanno fatto prima di noi, ma discutendo ogni singolo articolo con la popolazione. Crediamo nelle reti sociali e nella comunicazione alternativa. Nella nuova legge sui media, una terza parte delle frequenze va alle organizzazioni comunitarie, un altro terzo ai privati – che non sono stati contenti di non aver più il monopolio di quella che noi chiamiamo non opinione pubblica, ma pubblicata -, e il resto allo stato. Abbiamo fatto molto per il nostro paese, ottenendo livelli di crescita sorprendenti: la disoccupazione è diminuita fino al 4,3%, il potere d’acquisto del salario minimo delle famiglie è aumentato dal 60 al 90%, abbiamo messo fine alla terziarizzazione del lavoro, condotto politiche di inclusione dei diversamente abili, messo l’imposta sul reddito, duplicato il numero di iscritti alla previdenza sociale minacciando col carcere gli imprenditori che non mettevano in regola i dipendenti. La qualità dell’istruzione è notevolmente migliorata.

Una società che non cura i suoi talenti, è destinata a fallire, per noi l’istruzione è una priorità. Qualunque studente ecuadoriano che viva nel paese o fuori e sia iscritto in una delle 100 università migliori del mondo ha diritto al pagamento di tutte spese universitarie, di trasporto, di alloggio, non importa il suo corso di studi. Se invece studia in un’università classificata dal 101 al 500mo posto, queste facilitazioni può averle solo per gli indirizzi considerati prioritari per il nostro paese come energie pulite, scienze sociali… Non facciamo quel che è politicamente corretto, ma quel che dobbiamo fare. I grandi media dicono che siamo populisti, invece siamo un governo popolare. Prima, c’era il populismo del capitale che dava sussidi alle élite, il cui sport preferito era quello di non pagare le tasse. In un incontro con i ministri degli Esteri dell’America latina il mio omologo italiano ci ha chiesto come avessimo fatto a realizzare tutto questo. Ho risposto: ignorando i consigli dell’Fmi e della Banca mondiale, per favore fate altrettanto con la Banca europea. Il suo sorriso scomparve e l’incontro si concluse.

L’Ecuador ha scelto il campo dell’America latina indipendente e sovrana. Quali sono stati i passi principali?
Primo, liberarci delle grandi istituzioni internazionali: Fmi e Banca mondiale, che avevano emissari nel paese e che lo avevano devastato, imponendo le loro politiche monetarie e il resto. Sono stati cacciati, nonostante le minacce di embargo al nostro petrolio, quando abbiamo chiarito che avremmo pagato solo il debito legittimo, non quello illegittimo. Abbiamo rinegoziato i contratti con le compagnie petrolifere, facendo pagare le tasse. Abbiamo chiuso la base militare Usa, l’unica nel paese. Abbiamo rispedito a casa loro due alti diplomatici che pretendevano continuare a decidere la nomina del capo della polizia. In uno dei cablogrammi pubblicati da Wikileaks, grazie ad Assange abbiamo saputo che l’ambasciatrice Usa scriveva a Washington che il presidente Correa aveva nominato un corrotto in quell’incarico per tenerlo in pugno. Ho chiesto spiegazioni, e mi ha risposto che la posizione del suo governo era quella di non commentare Wikileaks. Allora abbiamo espulso anche lei. Snowden ha poi mostrato le proporzioni dell’ingerenza Usa nella vita privata e negli affari economici dei singoli paesi, i silenzi complici di chi non ha protestato perché ha la coda di paglia. Quale pericolo terrorista cercavano le Agenzie Usa nelle telefonate di Angela Merkel o di Papa Francesco? Per vederci fra ministri degli Esteri dovremo lasciare i cellulari in ambasciata e incontrarci in un parco, e sperare che non nascondano microfoni nel becco dei passerotti? La nostra disobbedienza, si chiama sovranità.


Cosa state facendo per risolvere il problema Julian Assange?
Abbiamo avuto due conversazioni con il ministro degli Esteri inglese, William Hague, ma senza esito. Hague sostiene che, in base ad accordi europei, devono estradare in Svezia Julian perché sia sottoposto a processo. Ma è intervenuto un fatto nuovo, l’asilo politico dell’Ecuador, basato sul diritto internazionale, e noi non siamo in Europa. Abbiamo proposto una commissione di esperti bilaterale. Ora ci rispondono che preferiscono un tavolo di lavoro. Lo chiamino come vogliono, ma che si arrivi a una soluzione. Assange subisce un’ingiusta limitazione della sua libertà, rischiando anche problemi di salute.


A che punto è la vertenza con la Chevron?
Ci scontriamo con una multinazionale che ha entrate pari a tre volte il nostro Prodotto interno lordo. E’ stata condannata da un tribunale dell’Ecuador – che ha dato ragione alle popolazioni indigene dell’Amazzonia -, a pagare 19 mila milioni di dollari per i danni compiuti dalla Texaco (comprata dalla Chevron nel 2001) tra il 1964 e il ’90. Anziché aspettare l’appello, si è rivolta alla Corte permanente di arbitraggio, e spesso questi tribunali emettono sentenze a favore delle multinazionali. Chevron vorrebbe farsi pagare la somma che deve dallo stato, mettendoci in ginocchio. Si rifanno a un trattato bilaterale firmato tra Ecuador e Usa, entrato in vigore nel 1997, quando Texaco se n’era già andata: ma intanto queste norme non hanno effetto retroattivo, e poi questa è una causa tra privati – le popolazioni che hanno sporto denuncia e la compagnia petrolifera – lo stato non c’entra. Per questo, ad aprile, 12 paesi latinoamericani colpiti come noi hanno fatto causa comune, creando un osservatorio del sud. Ma abbiamo bisogno della solidarietà internazionale.

E il progetto Yasuni? Perché lo avete abbandonato? Perché avete deciso di cercare il petrolio nel grande parco della foresta Amazzonica?
Per il bene del pianeta, avremmo rinunciato al 50% del ricavo calcolato dalle riserve petrolifere custodite nello Yasuni, ma la comunità internazionale avrebbe dovuto contribuire, e questo non è avvenuto. Allora abbiamo deciso di estrarre petrolio da una millesima parte di quel territorio, discutendone in Parlamento: abbiamo bisogno di quelle risorse per continuare la rivoluzione cittadina senza ricorrere allo sfruttamento del lavoro o al taglio della spesa pubblica come fanno altrove. Lo faremo però riducendo al minimo l’impatto ambientale e rispettando le popolazioni che hanno scelto di vivere isolate. A scavare sarà solo l’impresa pubblica Petroamazona, che ha i più alti standard di protezione ambientale, riconosciuta a livello internazionale.

[Si ringrazia Leonardo Landi per la segnalazione]

(VIDEO) Il dubbio continua ad essere rivoluzionario

Il dubbio è rivoluzionariodi Alessandro Di Battista*

alessandrodibattista.it.- Oggi, a nome della Commissione Affari Esteri M5S Camera, ho incontrato Ricardo Patiño Aroca, Ministro “de Relaciones Exteriores y Movilidad Humana” dell’Ecuador. È stato un incontro davvero interessante. Abbiamo parlato di debito pubblico, di democrazia diretta e partecipata, del controllo dell’informazione da parte, in Ecuador come in Italia, di gruppi di potere e di quello che i cittadini possono fare per riprendersi le istituzioni. Mi ha anche parlato di tutte le accuse di populismo e demagogia che il Presidente Correa ha ricevuto prima di arrivare al governo. Abbiamo deciso di organizzare una visita in Ecuador per incontrare il Presidente e trattare con lui e con i ministri il tema del debito pubblico. È molto interessante scoprire quello che l’Ecuador ha fatto e il modo in cui si è relazionato con il Fondo Monetario Internazionale e il Banco Mondiale. Colgo l’occasione per postarvi un pezzo che scrissi qualche tempo fa per il blog di Beppe Grillo, un pezzo sulle novità che arrivano dall’America Latina e sul fatalismo che ancora dobbiamo sconfiggere da questa parte dell’oceano. L’incontro con il Ministro mi ricorda ancora una volta che non c’è figura più deplorevole di colui che davanti a un’ingiustizia, un disagio o uno scandalo sa soltanto dire “beh, tanto è così dappertutto”. A riveder le stelle!

Il Latino-America sta rafforzando una convinzione che ho da tempo. Il primo nemico da combattere nella battaglia per la giustizia sociale non sono le banche, le multinazionali, i governi corrotti o il crimine organizzato. Il nemico numero uno è il fatalismo. 
Sono soltanto belle idee che non si possono applicare, l’Italia non è mica l’Ecuador, non è possibile cambiare un sistema in così breve tempo, forse ci riusciranno i nostri figli. Ma chi l’ha detto? 
Nel bellissimo post di Sergio Di Cori Modigliani pubblicato sul blog si parla di Correa e della decisione del governo ecuadoriano di cancellare un debito immorale. Correa, che tra l’altro non è neppure perfetto, non è sceso in Ecuador con un asteroide o si è materializzato per un miracolo divino. Correa in Ecuador, Morales in Bolivia o Ortega in Nicaragua sono stati eletti grazie al lavoro instancabile di centinaia di movimenti sociali che hanno scelto di dire basta alle ingiustizie. Anche in questi paesi era partito il coro dei rassegnati, l’economia solidale è un’utopia, gli Stati Uniti non ci scioglieranno mai le catene, la sovranità alimentare è soltanto un’illusione. 
La storia attuale del Sud America dimostra il contrario, dimostra che un popolo organizzato, unito e informato ha un potere immenso anche contro nemici spietati.

La CLOC-Via Campesina è una delle organizzazioni contadine più grandi del continente, coordina 84 organismi di 16 paesi differenti ed è una forza capace di promuovere alternative e creare nuovi paradigmi sociali. Oggi ha sede a Quito. Come Assange ha scelto l’Ecuador e anche questo non è stato un caso. Negli ultimi 10 anni ha sviluppato idee e ha fatto pressione sui governi nazionali affinché le adottassero come scelte programmatiche. L’Ecuador ha accolto il progetto di sovranità alimentare di Via Campesina e la Bolivia ha approvato cambi costituzionali che favoriscono l’equità sociale. La Kirchner in Argentina ha nazionalizzato la YPF e, in piena era delle privatizzazioni, il Nicaragua ha reso pubblica l’istruzione e la sanità. 
Perché loro sì e noi no? Forse perché abbiamo la mafia? Perché da noi c’è troppo benessere? Perché l’Europa non ce lo chiede? Balle! Sarà per via dei miei 33 anni ma non posso accettare l’idea di non potere incidere sul futuro. 


Movimenti come Via Campesina danno prova che la società civile è assolutamente in grado di avanzare soluzioni e che la crisi, alimentare in Sudamerica, finanziaria ed economica (e un domani alimentare) in Europa, possa essere un’opportunità per ridiscutere un intero modello di vita. Purtroppo la crisi non è un’occasione soltanto per le popolazioni che chiedono un cambiamento, lo è anche per chi fino ad oggi ha detenuto il potere e cerca in ogni modo di mantenerlo. In Latino-America le tragedie non sono ancora finite. Le stesse transazionali che per decenni hanno impoverito terra e popoli oggi si tingono di verde e provano ad offrire false soluzioni ecologiche. È il mito dell’economia verde, un mito falso, ipocrita e imperialista. In Italia succede lo stesso, la classe dirigente che ha indebitato la popolazione ha la spudoratezza di suggerirci la strada per tornare ad essere competitivi. Cambia qualche faccia, ad un Presidente impresentabile succede uno che sa il francese e mezza Italia dice: che bravo, sa il francese, ora si che ci rispettano in Europa. 


È in tempo di crisi che la società civile deve vigilare ancor di più, deve mettere in discussione ogni cosa, deve informarsi come mai ha fatto nella Storia, deve partecipare, deve studiare le proposte che arrivano dall’America Latina. Non deve mai credere al 100% a quello che le viene raccontato. Il dubbio è rivoluzionario. 
I movimenti sociali ecuadoriani si incontrano con quelli argentini, i brasiliani con i peruviani, sanno di essere tutti quanti sulla stessa barca e discutono, propongono, approvano documenti. Lottano! Si sono incontrati lo scorso luglio a Rio de Janeiro in occasione del vertice RIO+20, hanno smascherato le menzogne del capitalismo verde, delle lobbies finanziare, delle Nazioni Unite che parlano di sicurezza alimentare quando dovrebbero approfondire il concetto di sovranità. Le organizzazioni latinoamericane presentano soluzioni come l’economia contadina, la riforma agraria integrale, l’implementazione di un modello energetico decentrato basato sull’auto-produzione. Si può anche accettare chi non vuole combattere, ma non chi sostiene che il mondo non si possa cambiare perché i problemi sono troppo grandi. Non c’è figura più deplorevole di colui che davanti a un’ingiustizia, un disagio o uno scandalo sa soltanto dire: beh, tanto è così dappertutto.

*Deputato M5S – Vice-Presidente Commissione Affari Esteri della Camera dei Deputati

Patiño in visita a Roma: la revolución ciudadana e lo spread di dignità

di Giacomo Gabbuti

ilcorsaro.info.- «Una collega giornalista venendo qua mi ha chiesto: “Ma perché vai a parlare di queste cose in un Centro Sociale? Non ci sono altri luoghi più adatti a parlare di temi diplomatici?”; la risposta è semplice: primo, perché noi veniamo dalla società civile, e non andremo mai da altre parti; secondo, perché noi in Ecuador crediamo nella diplomazia ciudadana, ed è con voi che vogliamo parlare».

Esordisce così Ricardo Patiño – Ministro degli Affari Esteri e “della Mobilità Umana” del secondo governo Correa, anche se qui per tutti è il compañero Patiño. Dopo le visite ufficiali nella mattinata, e prima dell’intervento all’intervento all’Università di Roma Tre di questa mattina, è stato il Che, spazio sociale sorto nel mezzo del quartiere di Tor Bella Monaca, ad accogliere con un dibattito, una cena tipica e un concerto uno dei Ministri simbolo della revolución ciudadana, il nuovo corso della politica ecuadoriana, che dal 2007 sta riscrivendo la storia del Paese andino, incominciando dalla Costituzione.

Patiño in visita a Roma: la revoluciòn ciudadana e lo spread di dignitàPer quasi due ore, una folla di residenti, studenti, attivisti aveva gremito la sala, intrattenuta da Gianni Minà, quando alle 20.00 la comunità ecuadoriana scatta in piedi cantando “¡Alerta que camina, la espada de Bolívar por América Latina!”. È questa l’accoglienza per l’uomo che, dopo aver studiato economia in Messico e Spagna, aver preso parte alla Rivoluzione Sandinista in Nicaragua e aver fondato un istituto di micro-credito nel suo Paese, si è trovato a tenere le redini del Ministero dell’Economia e della Commissione di audit che, in osservanza del nuovo art. 290, ha deliberato il rifiuto di pagare 3,2 miliardi di dollari di debito illegittimo (categoria, come ricorda l’economista francese Chesnais, introdotta proprio dagli Stati Uniti per non far ripagare ai paesi caraibici i debiti verso la Spagna). Le brochure prodotte dal suo Ministero recitano Ecuador, Paese Sovrano: ed è dalla sovranità che prende le mosse il discorso di Patiño, da quando, poco prima della nomina, era stato invitato a un colloquio dagli emissari della World Bank e del Fondo Monetario, desiderosi di offrire il loro sostegno al nuovo governo. «Avevo ben chiaro cosa aveva fatto l’FMI al mio Paese, ma ero curioso di sapere fino a che punto si sarebbero spinti a parlare con me; dopo i convenevoli, arrivano al sodo, e mi chiedono: “Come pensate di risolvere il problema del debito?” Gli ho risposto semplice semplice: “Pagheremo quello che è legittimo, e non ripagheremo i debiti illegittimi”», e racconta lo stupore dei funzionari statunitensi che è lo stesso che regna in una sala piena di cittadini europei, abituati a vedersi  taglieggiare ogni giorno dalla crisi e dal there-is-no-alternative

Quando il Ministro racconta dei funzionari invitati a prendere la porta dopo aver evocato lo spauracchio dell’embargo, siamo noi a esultare come e più degli ecuadoriani. «Non si può far politica per i cittadini se non si è veramente sovrani», ammonisce Patiño, parlando di sovranità politica, militare, ma anche monetaria: col piglio dell’economista eterodosso (o semplicemente keynesiano) denuncia l’assurdità della teoria dell’indipendenza della Banca Centrale, Vangelo del neoliberismo, che fingendo la neutralità di istituzioni ampiamente in mano ai poteri economici, ne sottrae il controllo al legittimo potere politico. Applicato in Italia con la separazione tra Banca d’Italia e Ministero del Tesoro del 1981, l’effetto collaterale è stata l’esplosione dei costi del debito pubblico italiano, con la sua conseguente esplosione in poco meno di vent’anni. Mentre in nome della “responsabilità” noi introducevamo il pareggio di bilancio in Costituzione, in nome della sovranità l’Ecuador espelleva l’ambasciatore USA che non forniva spiegazioni sul caso wikileaks. «Non è del resto un caso – aveva detto Minà nell’introduzione – che a proteggere Assange e il diritto all’informazione sia stato proprio l’Ecuador: dopo aver riscattato secoli di oppressione, questo Paese ha il diritto di essere sotto gli occhi del mondo».

In sei anni, l’Ecuador ha infatti raggiunto importantissimi risultati sul piano economico e sociale: l’elenco del Ministro (riduzione della povertà del 12% e della disuguaglianza del 7%, gratuità di istruzione e sanità, disoccupazione al 4.3%) trova un fact-checking immediato nelle facce della comunità che lo accoglie. Sarà proprio una studentessa-lavoratrice ecuadoriana a ribadire che i loro volti di emigrati devono essere un monito a non tornare più indietro sulla strada della sovranità e dei diritti. Naturale chiedersi se si tratti di populismo, come sostiene molta stampa locale: ma Patiño rivendica scelte estremiste e impopolari, come la chiusura di 14 università per mancanza di qualità didattica. Con un PhD negli Stati Uniti, Correa ha messo al centro del programma di governo «l’investimento nelle persone», triplicando la spesa in istruzione («e se significa chiudere un centro sportivo o non fare un’autostrada, pazienza!», chiosa Patiño), per non parlare delle borse di studio, previste anche per chi studia nelle «100 migliori università del mondo». «La spesa per le borse di studio – ci tiene a ribadire Patiño – è l’unica per la quale non sono previsti vincoli di bilancio»: sa di colpire duro parlando di vincoli, forse non sa di parlare a studenti che vivono il dramma dell’essere idonei non beneficiari, e che scherzando ma non troppo si dicono che varrebbe la pena annacce a vedé ‘sto Ecuador. Sarà applauditissimo proprio uno studente che, comparando l’Ecuador che caccia l’FMI all’Italia piegata di fronte a Marchionne, invoca un po’ a nome di tutti l’aiuto del Ministro.

Eppure sarebbe proprio Patiño, assieme ad un rappresentante delle comunità indigene del Lago Agrio, a esser venuto per chiedere la «solidarietà e il sostegno dei fratelli italiani» contro la Chevron, in quella che stata definita “la più grande battaglia legale ambientalista del 21° secolo”. Il colosso americano, infatti, dopo aver rilevato nel 2001 la Texaco e i suoi interessi nella zona, è stato portato in tribunale dalle comunità autoctone. «Lavoravo alla Texaco perché ero ignorante, o perché ignoravo quello che facevano», dice l’indio, e racconta lo sversamento di miliardi di litri di sottoprodotti della raffinazione del petrolio che hanno inquinato le falde acquifere.

Mentre la Texaco-Chevron macinava profitti, le popolazioni locali ne ricavavano tumori e aborti spontanei. Dopo aver spinto per portare il processo in Ecuador nella convinzione di potersela cavare più facilmente che negli Stati Uniti, Chevron ha sbattuto contro la nuova Costituzione e i diritti in essa riconosciuta, e la sentenza del 2011 la obbliga a sborsare 9 miliardi di dollari – pena raddoppiata per non aver presentato le proprie scuse alle comunità indigene. Da allora la multinazionale si rifiuta di sborsare un solo centesimo, pretendendo a sua volta un risarcimento miliardario. Mentre la comunità internazionale dedica ben poca attenzione al caso Chevron, Patiño e il suo governo si stanno facendo promotori di istituzioni di cooperazione continentale contro gli abusi di multinazionali che, nel caso di Chevron, fatturano tre volte il PIL del piccolo Stato Andino. Nonostante le difficoltà, al terzo mandato Correa gode ancora di un consenso larghissimo, dice Patiño, che invita a evitare paragoni con politici italiani…

È proprio per loro l’ultimo aneddoto: all’ultima conferenza Italia – America Latina, nell’ottobre 2011, il suo collega italiano gli avrebbe infatti chiesto: «Ma come avete fatto?!?». Erano al tramonto dell’esecutivo Berlusconi, abbattuto dallo spread e dal tintinnar di monete che veniva da Francoforte: «Il primo passo è stato non dar retta all’FMI. – avrebbe risposto Patiño a Frattini – Così, voi non dovreste dare ascolto alla BCE». Un buon consiglio: ma per applicarlo sembra servire una revolución ciudadana.

[Si ringrazia Fabrizio Greco per la segnalazione]

"En Tiempos de Guarimba"

Conoce a quienes te quieren dirigir

La Covacha Roja

Donde encontramos ideas avanzadas

Pensamiento Nuestro Americano

Articulando Luchas, Cultivando Resistencias

RE-EVOLUCIÓN

Combatiendo al neofascismo internacional

Comitè Antiimperialista

Contra les agressions imperialistes i amb la lluita dels pobles per la seva sobirania

SLAVYANGRAD.es

Nuestra ira no tiene limites. (c) V. M. Molotov

Auca en Cayo Hueso

Just another WordPress.com site

Gli Appunti del Paz83

Internet non accende le rivoluzioni, ma aiuta a vincerle - Il Blog di Matteo Castellani Tarabini

Sociología crítica

Articulos y textos para debate y análisis de la realidad social

Hugo Chavez Front - Canada

Get to know what's really going on in Venezuela

Revista Nuestra América

Análisis, política y cultura

Avanzada Popular

Colectivo Avanzada Popular

Leonardo Boff

O site recolhe os artigos que escrevo semanalmente e de alguns outros que considero notáveis.Os temas são ética,ecologia,política e espiritualidade.

Planetasperger

sindrome de asperger u otros WordPress.com weblog

Vientos del Este

Actualidad, cultura, historia y curiosidades sobre Europa del Este

My Blog

Just another WordPress.com site

Festival delle idee politiche

Rassegna annuale di teorie politiche e pratiche della partecipazione civile

Far di Conto

Piccoli numeri e liberi pensieri

Miradas desde Nuestra América

Otro Mundo es Posible, Necesario, Urgente. Desde la provincia chilena

Como te iba contando

Bla bla bla bla...

Coordinadora Simón Bolívar

¡Bolívar vive la lucha sigue!

LaDu

Laboratorio di Degustazione Urbana

www.logicaecologica.es/

Noticias saludables

il Blog di Daniele Barbieri & altr*

"Per conquistare un futuro bisogna prima sognarlo" (Marge Piercy)

KFA Italia - notizie e attività

notizie dalla Corea Popolare e dalla Korean Friendship Association

KFA Euskal Herria

Korearekiko Laguntasun Elkartea | Korean Friendship Association

ULTIMOTEATRO.PRODUZIONIINCIVILI

Nuova Drammaturgia del Contemporaneo

Sociales en PDF

Libro de sociales en formato digital.

matricola7047

Notes de lectura i altres informacions del seminari sobre el Quaderns de la Presó d'Antonio Gramsci ( Associació Cultural Espai Marx)

Centro Cultural Tina Modotti Caracas

Promoción de la cultura y arte Hispanoamericana e Italiana. Enseñanza y educaciòn.

Racconti di quasi amore

a costo di apparire ridicolo

Ex UAGDC

Documentazioni "Un altro genere di comunicazione"

Esercizi spirituali per signorine

per un'educazione di sani principi e insane fini

JoséPulido

La página del escritor venezolano

Donne in rosso

foglio dell'ADoC (Assemblea delle donne comuniste)

Conferenza Mondiale delle Donne - Caracas 2011

Just another WordPress.com site

críticaypunto

expresamos la verdad

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: