Chi minaccia la democrazia in Venezuela?

di Ignacio Ramonet

Nei mesi scorsi, in Vene­zuela, ci sono state quat­tro ele­zioni deci­sive: due pre­si­den­ziali, il voto per i gover­na­tori e infine le muni­ci­pali. Tutte vinte dal blocco della rivo­lu­zione boli­va­riana. Nes­sun risul­tato è stato impu­gnato dalle mis­sioni degli osser­va­tori inter­na­zio­nali. La vota­zione più recente ha avuto luogo appena due mesi fa… E si è con­clusa con una netta vit­to­ria –11,5% di dif­fe­renza – dei cha­vi­sti. Da quando Hugo Chá­vez ha assunto la pre­si­denza nel 1999, tutte le tor­nate elet­to­rali mostrano che, socio­lo­gi­ca­mente, l’appoggio alla rivo­lu­zione boli­va­riana è maggioritario.

In Ame­rica latina, Chá­vez è stato il primo lea­der pro­gres­si­sta – dai tempi di Sal­va­dor Allende – che ha scelto la via demo­cra­tica per arri­vare al potere. Non si può capire il cha­vi­smo se non si con­si­dera il suo carat­tere pro­fon­da­mente democratico.

La scom­messa di Chá­vez ieri, e di Nico­lás Maduro oggi, è il socia­li­smo demo­cra­tico. Una demo­cra­zia non solo elet­to­rale. Anche eco­no­mica, sociale, cul­tu­rale… In 15 anni il cha­vi­smo ha con­sen­tito a milioni di per­sone – che in quanto poveri non ave­vano carta d’identità – lo sta­tuto di cit­ta­dini e ha con­sen­tito loro di votare. Ha devo­luto oltre il 42% del bilan­cio dello Stato agli inve­sti­menti sociali. Ha tolto dalla povertà 5 milioni di per­sone. Ha ridotto la mor­ta­lità infan­tile. Ha sra­di­cato l’analfabetismo. Ha mol­ti­pli­cato per cin­que il numero di mae­stri nella scuola pub­blica (da 65.000 a 350.000). Ha creato 11 nuove uni­ver­sità. Ha con­cesso pen­sioni d’anzianità a tutti i lavo­ra­tori (incluso quelli del set­tore infor­male)… Que­sto spiega l’appoggio popo­lare che ha sem­pre avuto Chá­vez, e le recenti vit­to­rie elet­to­rali di Nico­lás Maduro.

Per­ché allora le pro­te­ste? Non dimen­ti­chiamo che il Vene­zuela cha­vi­sta – che custo­di­sce le prin­ci­pali riserve di idro­car­buri del pia­neta – è stato (e sarà) sem­pre oggetto di ten­ta­tivi di desta­bi­liz­za­zione e di cam­pa­gne media­ti­che siste­ma­ti­ca­mente ostili.

Nono­stante si sia unita sotto la lea­der­ship di Hen­ri­que Capri­les, l’opposizione ha perso quat­tro ele­zioni in suc­ces­sione. Di fronte a que­sto fal­li­mento, la sua fra­zione più di destra, legata agli Stati uniti e diretta dal gol­pi­sta Leo­poldo López, punta ora su un colpo di stato a lenta com­bu­stione. E applica le tec­ni­che del manuale di Gene Sharp.

In una prima fase: creare lo scon­tento mediante l’accaparramento mas­sic­cio dei pro­dotti di prima neces­sità; far cre­dere nell’incom­pe­tenza del governo; fomen­tare mani­fe­sta­zioni di scon­tento; e inten­si­fi­care la per­se­cu­zione mediatica.

Dal 12 feb­braio, gli oltran­zi­sti sono pas­sati alla seconda fare, pro­pria­mente insur­re­zio­nale: uti­liz­zare lo scon­tento di un gruppo sociale (una mino­ranza di stu­denti) per pro­vo­care pro­te­ste vio­lente, e arre­sti; orga­niz­zare mani­fe­sta­zioni di soli­da­rietà con i dete­nuti; intro­durre tra i mani­fe­stanti pisto­leri con il com­pito di pro­vo­care vit­time da ambe­due i lati (la peri­zia bali­stica ha sta­bi­lito che gli spari che hanno ucciso a Cara­cas, il 12 feb­braio, lo stu­dente Bas­sil Ale­jan­dro Daco­sta e il cha­vi­sta Juan Mon­toya pro­ve­ni­vano dalla stessa pistola, una Glock cali­bro 9 mm); incre­men­tare le pro­te­ste e il loro livello di vio­lenza; rad­dop­piare l’attacco media­tico, con l’appoggio delle reti sociali, con­tro la repres­sione del governo; fare in modo che le grandi isti­tu­zioni uma­ni­ta­rie con­dan­nino il governo per l’uso smi­su­rato della vio­lenza; otte­nere che i governi amici lan­cino avver­ti­menti alle auto­rità locali…

Siamo in que­sta tappa. E dun­que: è a rischio la demo­cra­zia in Vene­zuela? Sì, per­ché è minac­ciata, una volta di più, dal gol­pi­smo di sem­pre.

* Diret­tore dell’edizione spa­gnola del Diplo

Il Venezuela e il mondo secondo Maduro

Nicolas_Maduro_in_Brasilia

di Ignacio Ramonet

Dopo aver fallito il tentativo di delegittimare il presidente del Venezuela, Nicolás Maduro, democraticamente eletto lo scorso 14 aprile, l’opposizione già prepara le elezioni comunali, l’8 dicembre. In questa prospettiva, ha recentemente lanciato, con l’aiuto della destra internazionale e dei loro abituali complici nei media, la frottola che il presidente Maduro non sarebbe nato in Venezuela e, pertanto, come previsto dalla Costituzione, la sua elezione non sarebbe valida.

Su questa nuova campagna di intossicazione e su vari altri argomenti di attualità abbiamo conversato con Nicolás Maduro – a bordo di un elicottero che ci portava da Caracas a Tiguanes (nello stato venezuelano di Guárico) – il giorno stesso in cui si compivano i suoi primi cento giorni di governo come Presidente della Repubblica Bolivariana.

L’opposizione venezuelana ha lanciato una campagna, che trova eco in alcuni media internazionali, per affermare che lei non è nato in Venezuela, ma a Cucuta, in Colombia, ed è in possesso della doppia cittadinanza, ciò che, secondo la Costituzione, la invaliderebbe come Presidente. Come commenta questa accusa?

Lo scopo di questa follia lanciata da un demente della ultradestra panamense è di creare le condizioni per una destabilizzazione politica. Cercano di ottenere ciò che non hanno ottenuto né con le elezioni, né con colpi di stato, né con sabotaggi economici. Sono disperati. E si basano su un’ideologia anticolombiana che la borghesia e la destra venezuelane hanno sempre avuto contro il popolo della Colombia.

A questo proposito, se io fossi nato a Cúcuta o Bogotá, mi sentirei felice di essere colombiano. Una nazione fondata da Bolívar (il “libertador”, che condusse la lotta contro il colonialismo spagnolo, e a cui si ispira la “rivoluzione bolivariana” avviata da Hugo Chávez, ndt). Se fossi nato a Quito o a Guayaquil, mi sentirei parimenti orgoglioso di essere ecuadoriano, perché è una terra liberata da Bolívar, o a Lima, Potosí o La Paz o a Cochabamba, sarei felice di essere peruviano e boliviano; e se fossi nato a Panama, terra di Omar Torrijos, terra di dignità che faceva parte della Gran Colombia di Bolívar, mi sentirei allo stesso modo orgoglioso di essere panamense. Ma io sono nato e cresciuto a Caracas, luogo di nascita del Libertador, in quella Caracas sempre turbolenta, ribelle, rivoluzionaria. Ed eccomi qui come presidente. Queste follie verranno ricordate come parte della crisi di disperazione schizofrenica in cui a volte precipita la destra internazionale per farla finita con questo faro di luce che è la rivoluzione bolivariana.

Per altro verso, il presidente della Assemblea Nazionale (il parlamento venezuelano, ndt), Diosdado Cabello, ha detto di recente che sono stati scoperti complotti contro di lei, con l’intenzione di assassinarla.

Sì, con il ministro dell’interno, Rodríguez Torres, e il presidente della Assemblea Nazionale, Diosdado Cabello, abbiamo rivelato uno dei piani di omicidio che si stavano preparando per il 24 luglio, anniversario della nascita di Simón Bolívar, e la commemorazione dei 190 anni della battaglia navale di Maracaibo. Erano in possesso di un insieme di piani che abbiamo potuto neutralizzare e che hanno sempre la loro origine nella destra internazionale. Vi appare, per esempio, il nome di Álvaro Uribe (ex presidente della Colombia, Nda), che ha un’ossessione contro il Venezuela e contro i figli di Chávez. Vi appare anche la vecchia mafia di Miami, quella di Posada Carriles, che ha il sostegno di importanti organi del potere negli Stati Uniti. L’amministrazione Obama non ha voluto smantellare la mafia di Posada Carriles, un terrorista condannato e confesso, perseguito dalle leggi del nostro paese perché fatto saltare in aria un aereo della Cubana de Aviación nell’ottobre del 1976…

Posso assicurarle che continueremo a difenderci, neutralizzando tali piani… e avremo la meglio. Se essi raggiungessero il loro obiettivo si creerebbe una situazione a cui non voglio nemmeno pensare. A chi meno conviene che capiti qualcosa del genere è alla destra venezuelana. Scomparirebbe dalla mappa politica del nostro paese per 300 anni… Perché la rivoluzione acquisirebbe un altro carattere, senza dubbio, molto più profondo, molto più socialista, molto più anti-imperialista. Speriamo che questi piani non abbiano mai successo, alla fine per loro andrebbe molto male. E io lo vedrei dal cielo…

Pensa che il fallimento dell’opposizione nel tentativo di destabilizzazione si debba alla politica che lei ha promosso, o a un cambiamento di atteggiamento della stessa opposizione in vista delle elezioni comunali del prossime 8 dicembre?

Si deve soprattutto alla forza istituzionale della democrazia venezuelana, e alla decisione che ho preso, appoggiandomi su quella forza, di sconfiggere tempestivamente il tentativo insurrezionale e la violenza. Neutralizzarlo. Non lasciare che si diffondesse. Hanno tentato una sorta di insurrezione nelle principali città, nei giorni 15 e 16 aprile.

Qual è il grado di violenza che è stato raggiunto?

Hanno ucciso undici persone, persone umili, tra cui una bambina e un bambino. E hanno causato quasi cento feriti, dei quali poco si parla. La gente è stata ferita molto gravemente, con conseguenze permanenti.

L’opposizione ha mostrato il suo vero volto golpista. Mostrava buone maniere democratiche ma quando (il 5 marzo, nda) morì il Comandante Chávez, decise di disconoscere i risultati delle elezioni e di cercare di imporre con la forza – con il presunto supporto internazionale degli Stati Uniti di altri governi di destra – una operazione per destabilizzare la Rivoluzione. Siamo riusciti a neutralizzarli e sconfiggerli in fretta. Ora non hanno altro modo che riprovare, attraverso le elezioni, a occupare spazi nei comuni. Li abbiamo costretti a questo. Se non fosse stato per la nostra decisione di far rispettare la Costituzione, avrebbero spinto il nostro paese ad una situazione di guerra civile.

In recenti dichiarazioni, lei ha lanciato un allarme su crepe nella unità della Rivoluzione.Teme una divisione del chavismo?

Le forze della divisione hanno sempre minacciato qualunque rivoluzione. Le aspirazioni al potere di gruppi e di individui sono la negazione del progetto stesso della Rivoluzione Bolivariana, che ha un carattere socialista, ed esige abnegazione e sacrificio. Il Comandante Chávez è stato presidente perché le circostanze della storia lo collocarono lì. E io sono il presidente, non per ambizione individuale o perché rappresento un gruppo economico o politico, no, io sono presidente perché il Comandante Chávez mi ha preparato, mi ha designato e il popolo venezuelano mi ha confermato in elezioni libere e democratiche.

Quindi tutte queste forze dissolutrici esistono sempre. Ma la Rivoluzione ha la capacità morale, politica, ideologica, per oltrepassare ogni tentativo di dividere le sue forze. Ho detto queste cose nel Llano venezuelano (una regione del paese, ndt), perché stavo vedendo con i miei occhi, proprio lì di fronte a me, una persona che afferma di essere chavista ma, sotto sotto, è finanziato dai latifondisti, e che fa un discorso ‘chavista’ per dividere. Non è impossibile che, quando questo individuo constati di non essere designato dalla Rivoluzione come candidato a sindaco del comune, si candidi per proprio conto… Siamo in buona condizione per riuscire a presentare candidati unitari in quasi tutti i comuni del paese; e ci toccherà fare un grande sforzo per sconfiggere le forze disgregatrici di questi settori che si dicono chavisti, ma che alla fine sono alleati della controrivoluzione.

Rispetto alla prassi del precedente governo, lei ha introdotto diversi cambiamenti: la critica della insicurezza (nelle città, ndt), denuncia della corruzione e, soprattutto, ciò che lei chiama il “governo di strada” Perché ha sentito il bisogno di insistere su questi temi? E qual è il suo bilancio del “governo di strada”?

In primo luogo, il “governo di strada” ha stabilito, in questa nuova tappa, un metodo perché vi sia una direzione collettiva della Rivoluzione. In secondo luogo, si è creato un sistema di governo in cui non ci sono intermediari tra il potere popolare locale e l’istanza del governo nazionale. Questo fornisce una soluzione a problemi specifici, ma soprattutto contribuisce alla costruzione del socialismo, delle comuni, di una economia socialista, e al consolidamento di un sistema di salute pubblica integrale, gratuito, di qualità, e di un sistema educativo pubblico, gratuito e di qualità… “Il governo di strada” è una rivoluzione nella rivoluzione.

Possiamo dire che è anche un modo per combattere la burocrazia?

Per sconfiggerla. Proponendo un altro sistema. Poiché i modelli di governo che ereditiamo esprimono il modo di governare lo stato borghese, esso stesso erede dell’epoca coloniale in America Latina. Il presidente Chávez lo sconfisse per mezzo delle Misiones, che costituirono un nuovo modello di gestione delle politiche pubbliche. Noi, alle Missioni, stiamo aggiungendo il “governo di strada” che, si potrebbe dire, è una indicazione diretta del Comandante Chávez. Egli ordinò a Elias Jaua, che era a quel tempo vicepresidente, e me, che ero vicepresidente politico, che ci dedicassimo a costruire un sistema regionalizzato di governo – “popolare”, diceva lui – e io ho messo questa intenzione nel “governo di strada”. Sono tutte indicazioni e linee dentro la filosofia di un modello socialista in cui al potere non vi siano élites – né élites borghesi né nuove élites che si burocratizzano o si imborghesiscono – No! Vogliamo che il potere sia democratizzato, che sia un vaccino contro la burocrazia, contro l’imborghesimento e inoltre ci consenta di ottenere l’”efficienza socialista”.

Se l’opposizione vince le elezioni comunali dell’8 dicembre, è probabile che chiamerà a un referendum di revoca (del presidente, ndt) nel 2015: come vede questa prospettiva?

Siamo preparati per tutti gli scenari. Al popolo stiamo dicendo sempre la verità. Se l’opposizione dovesse prendere un voto importante l’8 dicembre, cercherà di intensificare la destabilizzazione per disgregare la nostra patria, porre fine alla indipendenza e cancellare la Rivoluzione del Comandante Chávez, che riprese il concetto di Repubblica bolivariana. Imporrebbero scenari di destabilizzazione violenta, per prima cosa, e gli Stati Uniti cercheranno di annullare i livelli di indipendenza e di unità che l’America Latina ha oggi.

Abbiamo una grande responsabilità, perché noi difendiamo un progetto che può rendere possibile un altro mondo nella nostra regione e può contribuire a creare un mondo multipolare senza egemonie economiche e militari né politiche dell’imperialismo statunitense. Gran parte della nascita di un altro mondo, che rispetti i diritti dei popoli del Sud – e anche dei popoli d’Europa, perché l’Europa si scuota di dosso il neoliberismo – dipende da questo: che in America latina trionfino definitivamente i progetti per costruire un blocco di forze e di equilibrio per consolidare l’idea che non siamo più un “cortile” degli Stati Uniti. Tutto ciò dipende in gran parte da quel che accade qui.

Come si spiega il risultato dell’opposizione, lo scorso 14 aprile, e come pensa di vincere il prossimo 8 dicembre?

C’è un elettorato che ha sempre votato per l’opposizione. Ma il 14 aprile una buona parte di coloro che non hanno votato per noi lo hanno fatto perché erano scontenti, per le cose fatte male, problemi accumulati… Tuttavia, questi elettori non hanno mai sostenuto le avventure golpiste e  antibolivariane della destra. A quei venezuelani e a quelle venezuelane noi, in modo permanente, diciamo che stiamo lavorando nelle strade per migliorare le cose. Sanno che non è stato facile. E che l’epopea più grande è stata, alla vigilia del 14 aprile, superare la tragedia storica della morte del Comandante Hugo Chávez. Superare il lutto collettivo. Quando una persona entra in lutto può perdere la speranza, non credere più in nulla. Buona parte del popolo venezuelano è entrata in un profondo lutto. E gli esperti di guerra psicologica che assillano il nostro paese hanno approfittato di quel momento e di quella fragilità per colpire duro… Perciò la nostra vittoria del 14 aprile è stata veramente eroica.

Quello che stiamo facendo – il “governo di strada”, la ripresa dell’economia, l’attenzione a problemi improrogabili come l’insicurezza cittadina, la corruzione… – ci darà la forza per una grande vittoria l’8 dicembre. E questo sarà la garanzia affinché si continui ad imboccare la strada per la costruzione del socialismo del XXI secolo.

Fin dove pensa di arrivare nella sua lotta contro la corruzione?

Fino alle estreme conseguenze. Ci serviremo di tutto. Siamo di fronte ad una destra molto corrotta, erede della Quarta Repubblica decomposta e in via di decadimento. Ma siamo anche di fronte alla corruzione annidata all’interno del campo rivoluzionario o all’interno dello Stato. Non ci sarà tregua! Ho costituito una squadra segreta di ricercatori incorruttibili che hanno già scoperto diversi casi gravi. Abbiamo già arrestato persone al più alto livello e continueremo ad attaccare duramente. Essi saranno giudicati e andranno dove devono andare: in galera.

Come vede la situazione economica? Diverse analisi mettono in guardia circa l’alto livello di inflazione.

L’economia del Venezuela è in transizione verso un nuovo modello di produzione, diversificato e “socialista del XXI secolo”, nell’ambito della costruzione di un nuovo quadro economico costituito dall’integrazione sudamericana e latinoamericana. Non si deve dimenticare che siamo ora i membri del Mercosur – esercitiamo in questo momento la presidenza pro tempore del Mercosur – e siamo inoltre membri di Alba [Alianza Bolivariana de los pueblos de nuestra América, ndt] e guidiamo Petrocaribe. Tutta questa massa demografico-geografico-economica riunisce 24 paesi del continente, il che potrebbe rappresentare – mettendo insieme Mercosur, Alba e Petrocaribe – quasi la quarta economia mondiale… Dobbiamo trasformare l’economia venezuelana e collegarla con lo sviluppo di questo nuovo quadro economico, e a nostra volta integrarci nell’economia mondiale, in situazione di vantaggio. Non di dipendenza. Per questo dico che siamo in fase di transizione.

Sull’inflazione le dirò che abbiamo subito un attacco molto duro, speculativo, contro la nostra moneta, e lo stiamo superando. Subiamo anche un sabotaggio sulla fornitura di vari prodotti. Tutto questo produce inflazione. Ma abbiamo cominciato a controllare, a equilibrare, e sono sicuro che supereremo questa situazione nel resto del secondo semestre.

Stabilizzeremo la moneta. Già abbiamo iniziato a stabilizzare l’approvvigionamento, ma la chiave principale per uscire da questo modello di rendita, dipendente, è di diversificare la nostra produzione. Stiamo realizzando grandi investimenti in settori chiave della produzione alimentare, dell’agro-industria e dell’industria pesante. Stiamo attraendo capitale internazionale che apporti valuta e porti con sé la tecnologia. Recentemente abbiamo fatto un giro in Europa e siamo molto ottimisti sul fatto che il capitale arrivi da Francia, Italia, Portogallo… Desideriamo che arrivi capitale dal Brasile, dall’India, dalla Cina, con la loro tecnologia, per sviluppare l’industria intermedia in Venezuela, e diversificare. Affinché il Venezuela abbia motori suoi e diversi e non faccia affidamento solo sul petrolio, il che, per di più, è un potente motore per i prossimi 50, 80 anni. Potentissimo. Non dimentichiamo che il Venezuela ha le maggiori riserve di petrolio del mondo e ha la quarta più grande riserva di gas. Il Venezuela è una economia con molto potere economico e finanziario. Quello a cui assisteremo, soprattutto a partire dal 2014, è un recupero del livello di spinta e di crescita dell’economia venezuelana.

Come si spiegano i problemi di scarsezza di merci che sono stati ampiamente criticati dalla stampa internazionale?

La scarsezza è parte di una strategia di “guerra silenziosa”, in cui attori politici, accompagnati da attori economici nazionali ed internazionali, vedendo lo stato di gravità della salute del Comandante Chávez, tra il dicembre dello scorso anno e il marzo di questo, cominciarono ad attaccare i punti chiave dei processi economici venezuelani. Incoraggiati anche da alcuni errori che furono commessi nel sistema di cambio delle valute in Venezuela, errori che abbiamo corretto. Queste forze antibolivariane gradualmente hanno cominciato a colpire la fornitura dei prodotti che importiamo. Inoltre, per spiegare la difficile reperibilità di alcuni prodotti, si deve rilevare che il potere d’acquisto dei venezuelani ha continuato a salire. Abbiamo solo un 6 per cento di disoccupazione, e il salario minimo urbano qui è il più alto dell’America latina. Un altro punto importante riconosciuto dalla Fao [Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, nel suo acronimo in inglese], siamo il paese che ha fatto di più per combattere la fame. Tutto questo – è molto importante da tenere in conto – ha generato una capacità di consumo della popolazione, che sta crescendo ogni anno di oltre il 10 per cento. Il consumo cresce a un ritmo superiore alla capacità produttiva del paese e alla capacità dei meccanismi che abbiamo di rifornimento con le importazioni.

Il Comandante Chávez, l’ultima volta che ho parlato con lui personalmente, il 22 febbraio scorso, quando valutammo la situazione economica e parlammo della penuria, disse: “Si è scatenata una ‘guerra economica’ per approfittare della mia malattia e della sua gravità e per la possibilità che si arrivi a una elezione presidenziale. In questo caso, la borghesia cerca di creare circostanze economiche difficili per dare, con il supporto imperiale, il colpo di grazia alla Rivoluzione Bolivariana”.

Stiamo già uscendo fuori da queste circostanze. Al popolo venezuelano non è mai mancato il cibo. Mai. Vada in qualunque quartiere popolare, di quelli che ho conosciuto negli anni ottanta, dove i bambini morivano di fame, dove la gente mangiava una volta al giorno e qualche volta cibo buono per i cani… Il quartiere più umile che può trovare nel paese, non importa dove, si metta lì, apra la dispensa, e vedrà carne, riso, olio, latte… Il popolo ha la garanzia del cibo, e l’ha avuta nelle peggiori circostanze della “guerra economica” che ci hanno fatto. Non è mai mancata.

Per questo abbiamo la stabilità sociale e politica. Ora, questa guerra è molto diversa da quella di undici anni fa. A quel tempo veniva fuori il capo dei padroni, Carmona Estanga, e chiamava a uno sciopero generale. Veniva fuori il capo della vecchia burocrazia sindacale, Carlos Ortega, e chiamava allo sciopero. Ci mettevano la faccia, si assumevano la responsabilità del sabotaggio dell’economia e ci furono grandi carenze che quasi causarono un’esplosione sociale nel 2002-2003. Ora no. Ora c’è la “guerra silenziosa”, una “guerra soft”, una “diplomazia soft”, secondo gli ordini di di Washington. Nel 2002-2003, governava George W. Bush, che era brutale e diceva “io invaderò” e invadeva: “faremo cadere il tal governo”, e lo faceva cadere. Ora è tutto morbido, nascosto, e la destra fascistoide arriva sorridendo e dicendo: “Questo governo è incapace perché non può rifornire di prodotti”. Quando sono loro quelli che sono dietro a questo piano, con agenti internazionali in campo economico, per danneggiare il paese. Ma lo stiamo superando e ci stiamo vaccinando. In futuro, sarà per loro impossibile ricorrere a questi stessi meccanismi.

In economia, quale ruolo vede per il settore privato?

Storicamente, il settore privato ha poco sviluppo in Venezuela. Non c’è mai stata una borghesia nazionale. Il settore privato, in via principale, si è sviluppato quando si è scoperto, come un fattore molto più  legato alla appropriazione dei proventi petroliferi. Quasi tutte le grandi ricchezze della borghesia venezuelana sono legate alla manipolazione del dollaro, sia per importare i prodotti (la borghesia commerciale) che per appropriarsi della rendita e collocarla in conti di grandi banche all’estero. Quindi, in cento anni, non abbiamo avuto una borghesia produttiva come l’ha avuta il Brasile, per esempio, o l’Argentina. Ora è il momento in cui stiamo vedendo sorgere settori privati legati alla vera produzione di ricchezza per il paese.

Nel modello socialista venezuelano, il settore privato ha un ruolo da giocare nella diversificazione dell’economia. Da sempre, il Comandante Hugo Chávez ha favorito i rapporti con il settore privato, sia nella piccola, come nella media o grande impresa, ha favorito lo sviluppo di imprese miste e l’arrivo di capitale straniero. Esiste un pensiero economico, in Venezuela, per selezionare in quale area siano necessari investimenti esteri. Che capitale può venire e a quali condizioni. Per esempio: benché il nostro petrolio sia nazionalizzato, ci sono modi diversi che permettono investimenti nella Cintura dell’Orinoco, da parte di tutto il capitale mondiale; là ci sono aziende di tutto il mondo, imprese miste: il 40% capitale internazionale, il 60% Venezuela. Facciamo pagare le tasse dovute – in precedenza si pagava l’1 per cento, ora il 33. Il Venezuela offre tutte le garanzie costituzionali per ricevere il capitale internazionale.

Si manterrà il controllo del cambio?

Il controllo del cambio è un sistema di successo. Nel mese di febbraio, per difenderci da un attacco brutale contro l’economia e la moneta, abbiamo dovuto adeguare il bolívar (la moneta venezuelana, ndt). Il Venezuela può adottare questo tipo di cambio di cui abbiamo bisogno, perfezionandolo. Dobbiamo rafforzare la nostra moneta, vaccinarla contro gli attacchi speculativi e migliorare il sistema di gestione delle divise convertibili.

Lei mi ha parlato prima di “efficienza”. Che progressi ha constatato in materia di “efficienza”, in particolare nel campo dell’economia?

In primo luogo, un sostanziale miglioramento del sistema Cadivi (Comisión de Administración de Divisas), l’agenzia che gestisce i controlli del cambio in Venezuela; è davvero migliorato nei controlli preventivi, i controlli a posteriori e l’assegnazione di valuta estera agli operatori economici. Un altro elemento molto importante è stata la creazione di Sicad (Sistema Complementario de Administración de Divisas) un meccanismo d’asta che funziona perfettamente, ma al quale, in più, ha accesso il pubblico in generale. Chiunque può andare al Sicad. La gente comune può ottenere valute per la sua vita normale, senza dover passare attraverso nessuno sbarramento. Questi sono progressi concreti.

Ma abbiamo anche creato uno “stato maggiore” per la direzione dell’economia, guidato da Nelson Merentes, il vicepresidente delle finanze. Vi partecipano tutti i ministri dei settori economici. Ogni ministro deve sorvegliare, sostenere e guidare ogni elemento che viene prodotto in Venezuela. Abbiamo selezionato 58 aree chiave. Monitoriamo costantemente – fino a un ritmo giornaliero, ora è settimanale – come va la produzione di ciascuno di questi prodotti, quali investimenti sono necessari, quali sono gli ostacoli per la commercializzazione interna… In altre parole, stiamo realizzando un meccanismo chiave per governare l’economia. Così come si governa, a livello politico, un paese, bisogna governare l’economia. Soprattutto se ci si propone di costruire il socialismo.

Il capitalismo è il regno dell’anarchia, e quando c’è anarchia nell’economia governa chi ha più potere: il capitale finanziario. Oggi chi governa veramente in Europa? Il capitale finanziario. In Europa, il capitale finanziario sta smantellando lo stato sociale edificato dopo la seconda guerra mondiale. In Venezuela no, stiamo costruendo un governo economico per costruire il socialismo. A cosa dovrebbe servire l’economia? A garantire ai cittadini la salute, il cibo, l’alloggio, l’istruzione gratuita… A chi dobbiamo questi diritti universali? Alla Rivoluzione francese e all’Illuminismo, arrivati nelle nostre terre, tradotti nel meticciato latinoamericano dalla mano di Simón Rodríguez e difesi da Bolívar. Tutto questo è parte del patrimonio maggiore dell’umanità. Ma il capitale finanziario nega tutto questo.

In questi cento giorni di governo, la nostra impressione è che la principale crisi di politica estera che ha avuto il Venezuela è stata quella con la Colombia. Come sono attualmente i rapporti con Bogotà?

In questi cento giorni, siamo riusciti a consolidare tutto l’asse di relazioni strategiche, con lo scopo di costruire una nuova geopolitica regionale e di un nuovo sistema di forze per garantire la nuova indipendenza del continente. Le differenze con la Colombia sono state gestite, ovviamente, attraverso il dialogo. Abbiamo tracciato le linee di condotta per superarle. Confido nella parola del presidente Juan Manuel Santos, e spero che realizzeremo quello di cui abbiamo parlato. Ho fiducia che avremo un rapporto di convivenza pacifica e positiva tra due modelli: un modello socialista, di rivoluzione cristiana del XXI secolo, egualitario, di democrazia popolare, come quello del Venezuela, e un altro modello che non qualifico, ma che è diverso dal nostro. Siamo costretti a convivere come fratelli siamesi. Abbiamo dimostrato che si può convivere e si spera che i settori politici ed economici dominanti in Colombia e il presidente Santos al comando del governo, capiscano che la coesistenza e il rispetto sono essenziali per lo sviluppo dei nostri due paesi.

Come vanno i rapporti con Washington?

Vorrei dire, anzitutto, che Barack Obama è un presidente risultato dalle circostanze. Si tratta di una circostanza all’interno della classe dirigente degli Stati Uniti. Perché Obama arriva alla presidenza? Perché conveniva agli interessi del complesso militare-finanziario e delle comunicazioni che dirige gli Stati Uniti con un progetto imperiale. Chi conosca a fondo la storia della fondazione degli Stati Uniti e del loro espansionismo, riconoscerà che è il più potente impero che sia mai esistito, con un progetto di dominazione mondiale. Le élites degli Usa hanno eletto Obama in funzione dei loro interessi, e hanno raggiunto parte dell’obiettivo che si proponevano: far sì che il paese isolato, screditato, ossia gli Stati Uniti nell’era di George W. Bush, si trasformasse, grazie a Obama, in una potenza che possiede di nuovo capacità di influenza e di dominio. Vediamo il caso dell’Europa, soggetta ai dettami di Washington come mai prima.

Quel che è successo al presidente della Bolivia, Evo Morales, quando quattro Stati europei gli negarono l’accesso al proprio spazio aereo, è una dimostrazione gravissima di come, da Washington, vengono diretti i governi europei. Davvero molto sconcertante. Non so se i popoli europei ne siano informati, perché a volte, con il controllo della comunicazione che c’è, queste notizie vengono banalizzate e lasciate ai margini. Ma è molto grave. Obama è riuscito a far sì che l’Impero crescesse in influenza politica.

Gli Stati Uniti si stanno preparando per una nuova fase, che consiste nella crescita del dominio militare ed economico. In America latina, il progetto è quello di rovesciare i processi progressisti di cambiamento per farci tornare ad essere il loro cortile. Perciò stanno ritornando – con un altro nome – al progetto dell’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe), per dominarci economicamente e riprendere gli stessi metodi del passato. Guardi, sotto la presidenza di Obama: colpo di stato in Honduras diretto dal Pentagono; tentato colpo di stato contro il presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, teleguidato dalla Cia; colpo di stato in Paraguay gestito da Washington per rimuovere il presidente Fernando Lugo… Che nessuno si illuda, se gli Stati Uniti vedessero che ci sono condizioni favorevoli, tornerebbero a riempire di oscurità e di morte l’America Latina.

Perciò il rapporto dell’amministrazione Obama con noi è schizofrenico. Pensano di poterci ingannare con la “diplomazia soft”, che ci lasceremo persuadere “dall’abbraccio della morte”. Noi lo abbiamo detto in modo molto chiaro: voi là con il vostro progetto imperialista, noi qui con il nostro progetto di liberazione. L’unico modo perché vi sia una relazione stabile e permanente è che ci rispettino. Perciò ho detto: “Tolleranza zero verso la mancanza di rispetto gringa e delle sue élites. Non lo tollereremo più”.

Se continuano ad attaccarci, risponderemo ad ogni aggressione con maggiore forza. Questo è il tempo della tolleranza zero.

Al recente vertice dell’ALBA, lei ha proposto una articolazione tra Alba, Mercosur e Petrocaribe. Una risposta per l’Alleanza del Pacifico, il blocco commerciale composto da Cile, Colombia, Messico e Perù?

No, è una necessità storica. Dobbiamo consolidare gli spazi economici che abbiamo conquistato. Mercosur ha vissuto una trasformazione molto positiva e ora, con l’ingresso del Venezuela, la prossima adesione della Bolivia e il possibile inserimento dell’Ecuador, il Mercosur comincia ad occupare uno spazio vitale in Sud America.

Petrocaribe è una meravigliosa realtà che ha permesso la stabilità energetica, economica, finanziaria e sociale, provenienti da 18 paesi dei Caraibi. L’ALBA è una avanguardia dove si sono condotti esperimenti economici, come il Sucre [Sistema Único de Compensación Regional]una unità di cambio latinoamericana, o la Banca dell’Alba, e di altri assaggi come le “società gran-nazionali”, che hanno acquisito esperienza e spazi.

Adesso è il momento di mettere in sintonia tutti gli spazi già conquistati per definire un nuovo modello economico; è il momento di unire questo vasto spazio Mercosur-Alba-Petrocaribe rappresenterebbe, ripeto, quasi la quarta economia mondiale, in un nostro spazio, e non del falso libero scambio. Perché il libero scambio è falso! Lei crede possibile la libera circolazione, nei mari, di uno squalo e di una sardina senza che lo squalo mangi la sardina? Impossibile. Il libero commercio equivale a cambiare pepite d’oro con specchietti, il sistema con il quale ci hanno colonizzato 500 anni fa. Dobbiamo consolidare una zona economica complementare, diversificata, sviluppata, con suoi meccanismi finanziari, monetari, e trasformarci in un potente blocco economico. E, a partire da lì, avere relazioni con Russia, India, Cina, Sud Africa; ridefinire le nostre relazioni commerciali ed economiche con l’Europa, gli Stati Uniti, in cui non torniamo più ad occupare il ruolo della colonia.

Come vede i rapporti con l’Unione Europea?

L’Unione Europea ha perso l’opportunità di diventare una grande potenza che rimettesse in equilibro il mondo. Tutti i popoli del mondo speravano che l’Unione europea fosse la forza di equilibrio del mondo. Ma a quanto pare non è così. Il capitale finanziario e i vecchi gruppi colonialisti delle élites che hanno guidato l’Europa per 300 anni, sembra che finiranno per imporsi sulla coscienza democratica e democratizzatrice della maggioranza dei popoli europei. Cosa desideriamo dall’Unione Europea? Che cambi la sua politica, che smetta di essere prona davanti a Washington, che si apra al mondo e veda l’America Latina come una grande opportunità per tornare a ripristinare lo stato sociale e per stabilire relazioni con noi di uguaglianza, di prosperità, di crescita. In modo naturale possiamo sviluppare un partenariato UE-America latina e Caraibi per lo sviluppo congiunto. Siamo pronti per questo. Comprendiamo perfettamente la cultura occidentale, siamo parte di essa, anche se abbiamo le nostre peculiarità meticce. Ma le élites europee non ci capiscono. Speriamo che questo venga superato.

Il presidente Chávez voleva fare del Venezuela un “paese potenza” in un “mondo multipolare”: continua ad essere questa la linea, in politica estera?

Certo. Nella sua breve vita, Chávez è riuscito non solo a riscattare Bolívar come idea, ispirazione e simbolo, ma lo ha trasformato in una strategia. Il Comandante è riuscito a far sì che, nel mondo, coesistano due modelli: il capitalista-neoliberista, e il modello bolivariano-indipendentista-chavista, per la giustizia, per il socialismo. In tutto il mondo oggi si stanno discutendo questi due progetti: il ritorno della egemonia unipolare dell’imperialismo statunitense, o il modello di un mondo multipolare e multicentrico.

Il Comandante Chávez ha configurato una politica di sviluppo su assi forza, su nuclei di forza, anelli di forza per smontare il mondo controllato dall’imperialismo. E soprattutto per costruire un nuovo sistema di relazioni internazionali. L’umanità non potrà esistere se non si sviluppa quella politica internazionale. L’altra possibilità è incrociare le braccia, e arrendersi al fatto che l’Impero riconquisti il mondo, torni a dominarlo e ci renda schiavi, più prima che poi. Non lo permetteremo.

[Questa intervista, realizzata il 31 luglio del 2013, è stata pubblicata nel numero di settembre della versione in spagnolo di Le Monde diplomatique. La traduzione dallo spagnolo è a cura di democraziakmzero.org]

La campagna elettorale in Venezuela

La campagna elettorale in Venezuela. Articolo tradotto da “Le Monde Diplomatique”

di Ignacio Ramonet
fonte: quitolatino.wordpress.com

Ignacio Ramonet

Ignacio Ramonet

E’ la quattordicesima. Da quando ha vinto le sue prime elezioni presidenziali nel dicembre del 1998, Hugo Chávez si è sottoposto già – direttamente o indirettamente – tredici volte al suffragio degli elettori venezuelani. Ha quasi sempre vinto, in condizioni di legalità democratica riconosciuta e avallata dalle missione di osservatori inviati dalle istituzioni internazionali più importanti (ONU, UNIONE EUROPEA e CENTRO CARTER, etc…)

Il Presidente del Venezuela in campagna elettorale

Il Presidente del Venezuela in campagna elettorale

Il suffragio del prossimo 7 ottobre costituirà la quattordicesima del mandatario con i cittadini venezuelani. Questa volta ciò che si gioca è la rielezione presidenziale. La campagna ufficiale è partita lo scorso 1′ luglio con due elementi singolari rispetto alle precedenti elezioni. La prima è che Hugo Chávez sta uscendo da tre mesi di cure contro il cancro diagnosticatogli nel giugno del 2011. La seconda è che la principale opposizione conservatrice questa volta è unita. Si è raggruppata sotto la sigla MUD (Mesa de la Unidad Democrática) che dopo le primarie interne ha eletto come candidato, il passato 12 febbraio, Henrique Capriles Radonsky, un giovane avvocato di 40 anni, governatore dello Stato Miranda.

Figlio di una delle famiglie più ricche del Venezuela Henrique Capriles Radonsky è stato uno degli artefici del golpe di stato dell’11 aprile del 2002, insieme con un gruppo di putchistas all’assalto dell’ambasciata cubana di Caracas. Nonostante la sua appartenenza all’organizzazione ultra–conservatrice “Tradizione, Famiglia e Proprietà” e l’appoggio dei settori di destra (tra i quali quelli dei mass–media privati che dominano l’informazione), Capriles fa campagna abilmente rivendicando tutti gli obiettivi sociali raggiunti dal governo bolivariano. E giura addirittura che il suo modello politico si ispira a quello di sinistra dell’ex Presidente del Brasile Lula. Ma, su tutto, scommette sul debilitamento fisico del Presidente Chávez.

In questo però si sbaglia. L’autore di queste righe, presente durante lo scorso mese di luglio, ha seguito le prime due settimane di campagna del presidente, ha conversato varie volte con lui, ha assistito ad alcuni degli estenuanti incontri di massa e può testimoniare della buona salute e dell’eccezionale forma fisica e intellettuale del Presidente.

Smentendo le false notizie che sono circolate in alcuni mezzi di comunicazione come il The Wall Strett Journal e El Pais secondo i quali a causa delle metastasi nelle ossa e nella spina dorsale, gli resterebbero sei o sette mesi di vita; Chávez, che ha compiuto 58 anni lo scorso 28 luglio ha dichiarato: “Sono totalmente libero da malattie; ogni giorno mi sento in condizioni migliori”.

E a quelli che hanno scommesso su una presenza virtuale del leader venezuelano nella campagna, li ha sorpresi nuovamente annunciando di cominciare a ricorrere ogni angolo del Venezuela per conquistare il suo terzo mandato. “Hanno detto di me che mi sarei chiuso nel Palacio Miraflores (il palazzo presidenziale) in una campagna virtuale, su Twitter mi hanno preso in giro ed io sono un’altra volta qui, riprendendo le forze indomite dell’uragano bolivariano. Mi mancava l’odore della moltitudine del popolo in strada”.

Questo ruggito, poche volte l’ho udito cosi potente tra i Viali di Barcellona o di Barquisimeto che hanno accolto Chávez il 12 e 14 luglio. Un oceano popolare, di bandiere e di camice rosse, un maremoto di grida, di canti e di passioni.

Dopo chilometri e chilometri su un alto camion colorato che avanzava tra la moltitudine, Chávez ha salutato le migliaia di simpatizzanti che erano accorsi a vederlo di persona per la prima volta dalla sua malattia. Tra lacrime di commozione e baci di ringraziamento verso un governo ed un uomo che, rispettando le libertà e la democrazia, ha compiuto le sue promesse con i più umili, ha pagato il debito sociale e ha dato a tutti, finalmente, educazione gratuita, occupazione, sicurezza sociale e case. Per privare l’opposizione di una minima speranza Chávez, durante i suoi lunghi discorsi elettorali che ha pronunciato senza dare nessun segno di fatica, ha cominciato dicendo: “Sono come l’eterno ritorno di Nietzsche, perché in realtà ritorno da varie morti e che nessuno si faccia illusioni, fino a quando Dio mi darà la vita continuerò a lottare per la giustizia dei poveri, quando il mio fisico mi lascerà io resterò con voi per queste strade. Perché io non sono più io, mi sento incarnato nel popolo. Già Chávez si è convertito in popolo e ora ci sono milioni di Chávez. Chávez sei tu donna, sei tu giovane, sei tu bambino, sei tu soldato, siete voi pescatori, agricoltori, contadini e commercianti. Passi quel che passi, non ci riusciranno a averla vinta con Chávez, perché ora Chávez è tutto un popolo invincibile”.

Nei suoi interventi non sono mancate critiche ad alcuni governatori e sindaci del suo proprio partito che hanno sbagliato nei loro impegni elettorali: “Mi sono convertito nel primo oppositore” ha dichiarato. “Uno può criticare la rivoluzione, però non si può votare la borghesia, questo sarebbe tradimento. A volte possiamo sbagliare, però abbiamo nel cuore amore e verità per il popolo”.

Oratore fuori dal comune, i suoi discorsi sono colloquiali, illustrati di aneddoti, di umore e addirittura di canzoni. Però sono anche, sebbene non sembri, vere composizioni didattiche molto elaborate, molto strutturate, preparate in modo serio e professionale e con obiettivi concreti. Si tratta, in generale, di trasmettere un’idea centrale che costituisce il perno principale del suo segno discorsivo. In questa campagna va esponendo e spiegando metodicamente il suo programma.

Però per non annoiare e non essere pesante, Chávez si distanzia da queste esposizioni e si dà a quelle che potremmo definire escursioni in campi correlati (aneddoti, ricordi, poemi e battute divertenti) che a volte non hanno una connessione con quanto detto. Nonostante questo, ritorna al suo discorso centrale senza perderne il filo. Tutto questo gli dà un effetto prodigioso e di ammirazione. Nei suoi recenti discorsi elettorali, Chávez compara le politiche di demolizione del Walfare (menziona per esempio i tagli attuati dal Presidente spagnolo Mariano Rajoy) che si stanno realizzando in vari paesi d’Europa. Nei suoi quattordici anni di esistenza (1999 – 2012), la Rivoluzione Bolivariana ha conseguito, nell’ambito regionale, considerabili risultati: la creazione del Petrocaribe, del Petrosur, del Banco del Sur, dell’ALBA, della moneta Sucre (Sistema Unico di Compensazione Regionale), dell’UNASUR, della CELAC e l’ingresso del Venezuela nel MERCOSUR. E tante altre politiche hanno fatto del Venezuela di Hugo Chávez un laboratorio di innovazioni per avanzare verso la definitiva indipendenza dell’America Latina.

Sebbene una forte campagna di propaganda pretenda che nel Venezuela Bolivariano i mezzi di comunicazione siano controllati dallo Stato, la realtà – verificabile da qualsiasi testimone di buona fede – è che appena un 10% delle emittenti radio sono pubbliche mentre il restante 90% sono private. E solo il 12% dei canali di televisione sono pubblici, mentre l’88% sono privati e comunitari. In quanto alla stampa scritta, i principali giornali El Nacional e El Universal sono privati e sistematicamente ostili al Governo.

La grande forza del Presidente Chávez è che la sua azione concerne soprattutto su questioni sociali (salute, alimentazione, educazione e casa), quello che più interessa ai venezuelani umili (75% della popolazione). Il 42% delle entrate statali sono oggi rivolti a questi settori sociali. Ha diminuito il tasso di mortalità infantile del 50%, ha sradicato l’analfabetismo. Ha moltiplicato per 5 il numero dei maestri nelle scuole pubbliche (da 65.000 a 350.000). Il Venezuela è oggi il secondo paese della regione per numero di studenti matricolati in educazione superiore (83%), dopo Cuba, ma superiore all’Argentina, all’Uruguay e al Cile ed è il quinto a livello mondiale superando gli USA, il Giappone, il Regno Unito, la Cina, la Francia e la Spagna.

Il Governo Bolivariano ha generalizzato la sanità e l’educazione gratuita, ha moltiplicato le costruzioni di case; ha aumentato il salario minimo (il più alto dell’America Latina); ha concesso pensioni a tutti i lavoratori (incluso agli informali e alle casalinghe); ha migliorato le infrastrutture degli ospedali; offre alle famiglie modeste alimenti, mediante il sistema Mercal, un 60% più economico dei supermercati privati; ha limitato il latifondo per favorire il doppio della produzione di alimenti; ha formato tecnicamente milioni di lavoratori; ha ridotto le disuguaglianze; ha ridotto di un terzo la povertà; ha ridotto il debito estero, ha eliminato l’anti–ecologica pesca a strascico ed ha promosso l’eco–socialismo.

Tutte queste azioni, in 14 anni in modo ininterrotto, spiegano l’appoggio popolare a Chávez, il quale promette nella sua campagna: “Tutto quello che abbiamo fatto è poco rispetto a quello che faremo”.

Sono stato testimone di milione di persone che lo venerano come un santo. Lui – che è stato un bimbo molto povero, venditore ambulante di dolci per le strade del suo paesino – ripete con calma:”Sono il candidato dei più umili, e mi consumerò al servizio dei poveri”. Sicuramente lo farà. Una volta la scrittrice Alba de Céspedes domandò a Fidel Castro come avrebbe potuto fare tanto per il suo popolo: educazione, salute, riforma agraria, etc… E Fidel semplicemente rispose: “Con grande amore”. A tal proposito Chávez potrebbe rispondere lo stesso. E come risponderanno gli elettori venezuelani? La risposta la avremo il prossimo 7 ottobre.

Traduzione di Davide Matrone

Articolo apparso su “Le Monde Diplomatique” versione spagnola dell’agosto 2012.

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