(VIDEO) Rafael Correa conversando con Beppe Grillo

da beppegrillo.it

Beppe Grillo intervistato dall’Ex Presidente dell’Ecuador Rafael Correa. Ecco la trascrizione dell’intervista.

Rafael Correa: Benvenuti agli amici del programma “Conversando con Correa”. Quest’oggi un tema di grande attualità e interesse: la crisi dei sistemi politici tradizionali e le alternative all’Europa. Come sempre con noi un ospite veramente prestigioso. Abbiamo il privilegio di riceverti. Mi riferisco ad un fenomeno politico, anche se non gli piace essere definito un politico, ma un rappresentante dei cittadini. Il grande Giuseppe Grillo, meglio conosciuto come Beppe Grillo. Comico, attore teatrale… Ed ora protagonista della vita pubblica del suo paese. Benvenuto, Beppe, grazie mille per aver accettato il nostro invito.

Beppe Grillo: Vi ringrazio molto. Grazie tante.

Rafael Correa: Ebbene, tu hai rivolto una critica profonda ai sistemi politici europei, altamente istituzionalizzati, tecnocratici, elitari, lontani dai cittadini proprietari della democrazia. E’ ovvio che in Europa c’è una crescente insoddisfazione per la democrazia, per i partiti politici tradizionali, che non riescono a risolvere le preoccupazioni dei cittadini: la crisi economica iniziata nel 2008, il problema dell’immigrazione, il problema del terrorismo estremista. E poi c’è il Movimento 5 Stelle, il Movimento 5 Stelle (questo è il mio italiano fluente). Ho imparato le parolacce in italiano solo perché ho lavorato con gli italiani a Zumbahua, nel Mato Grosso, persone straordinarie, ma parlavano utilizzando parolacce.  Il M5S è vincitore sorprendente alle ultime elezioni parlamentari, è stato il partito più votato, incentrando la sua campagna politica sul Web, sull’accesso diretto dei cittadini, (con Rousseau) con proposte provenienti dai cittadini stessi. Il Movimento 5 Stelle è attualmente la più grande organizzazione politica digitale del mondo. Ciò che ha realizzato il Movimento 5 stelle è una sfida alla democrazia rappresentativa.

Beppe Grillo: Sì, credo che siamo giunti a un punto in cui ci sono due mondi in contrasto. C’è un mondo che sta scomparendo, quello della vecchia politica, quello dei vecchi partiti, quello in cui si delegano i propri interessi a qualcun altro. Quel mondo è finito. In realtà, i partiti si stanno sciogliendo, per così dire, la storia e la rete hanno accelerato lo scioglimento dei partiti con lo scontro tra questi due mondi. Ho 70 anni, quindi ho un piede nell’analogico, nel vecchio mondo, e un altro nel digitale, dall’altra parte. Ho 6 figli, 6 figli che utilizzano Internet per informazioni, TV. I giornali, i telegiornali classici, non li vedono più. Viviamo in un mondo in evoluzione, in cui in dieci anni la metà dei posti di lavoro conosciuti non esisterà più; vi sono poi le università, le scuole, in cui la cultura è in difficoltà, perché deve preparare le persone a un mondo che non si conosce e che non può avanzare e il 50 per cento dei nuovi posti di lavoro sarà creativo. Creatività. Servizi e creatività. E poi c’è l’industria, l’ingegneria, il design, l’antropologia… L’antropologia è importante, in quanto si tratta di un movimento antropologico. Il cambiamento che stiamo vivendo è antropologico piuttosto che politico. Il mondo sta cambiando a un ritmo spaventoso e la nostra generazione di politici non percepisce questo cambiamento, non lo percepisce. Hanno una visione del mondo di 3, 4 e 5 giorni. Gli Stati non esistono più. Hai un dispositivo, un iPad, che ti permette di essere in contatto con le persone e in quell’atto c’è la conoscenza. Mio figlio non compra una macchina o una casa, come ho fatto io: ho comprato una casa, una macchina, e ho lavorato per la casa e la macchina, ho messo i soldi in banca, mio figlio non ha fatto tutto ciò. Utilizza il car sharing, il carpooling, con 40 euro va nel vostro paese con un volo charter, va alle Galapagos. I giovani si scambiano cultura, conoscenze. In un certo senso, il tuo paese ha dato vita a Darwin nelle Galapagos, ha permesso la scoperta della selezione naturale. E Darwin era una persona che lavorava tre ore al giorno. Eppure cambiò il mondo. Sono curioso, e il Movimento è nato dalla mia curiosità, dalla curiosità di un leader che si è sacrificato per questo movimento, ha riunito le persone attraverso un sistema operativo chiamato Rousseau, dove chiunque può indire un referendum al giorno, se vuole. Si può votare attraverso questo sistema. Sono le persone, non il mercato del lavoro, che devono essere messe al centro. Ci sono otto milioni di poveri che svolgono tre lavori e, pur avendo tre lavori, non possono più sostenersi da soli. Voglio dire, i giovani, i miei figli, hanno tutti una laurea, uno è un cuoco con una laurea in filosofia e pedagogia, un altro è un ingegnere e lavora in un complesso turistico. Possono adattarsi a qualsiasi cosa. C’è il rischio di far crescere generazioni di frustrati perché non fanno quello che hanno studiato, ma invece io mi batto per mettere al centro l’essere umano, per dare un reddito all’individuo: ti do un reddito e poi esprimi la tua creatività! Quanti Leonardo da Vinci ci sono in Italia, quanti Shakespeare? Forse Shakespeare lavora come responsabile delle risorse umane in un’azienda multinazionale, o Rembrandt progetta automobili. Potrebbe essere. Se avessero un reddito, se lo Stato lo riconoscesse, avremmo un’esplosione di creatività nel nostro paese. L’italiano è creativo. Non si può competere con i cinesi in economia di scala. Ma per quanto riguarda la creatività, la bellezza e lo spirito è possibile. Questo deve essere il nostro obiettivo.

Rafael Correa: Siamo d’accordo, l’unica economia – e perdonami se penso con la mia deformazione da economista – l’unica economia basata su risorse illimitate è l’economia delle idee, l’economia della conoscenza. Siamo pienamente d’accordo su questo punto. Tu hai detto che hai 70 anni, ma hai la vitalità di un ventenne. E grazie per aver parlato del nostro paese, un paese meraviglioso con le sue Isole Galapagos, uniche al mondo, con Charles Darwin, che ho appena scoperto che lavorava tre ore al giorno, ha sviluppato la teoria dell’evoluzione delle specie, ha rivoluzionato la scienza. Quello che Charles Darwin ha detto, tra le altre cose, è che le specie che sopravvivono non sono le più forti, ma quelle che meglio si adattano al cambiamento. E sembra che la tecnologia abbia superato la capacità di cambiamento dei sistemi politici, infatti noi manteniamo essenzialmente un sistema politico che ha quasi tre secoli di vita. Ma siamo nel XXI secolo, dove, online, è possibile conoscere immediatamente la decisione dei cittadini come ciò che hai detto, vale a dire, una democrazia diretta, che utilizza meccanismi tecnologici. Siamo d’accordo, credo che la tecnologia abbia superato molto tempo fa un sistema politico che richiede molto tempo per adattarsi ai suoi progressi e i cittadini vogliono una maggiore partecipazione, e i mezzi per tale partecipazione esistono. Credo che il Movimento a 5 stelle ne abbia fatto buon uso.

Beppe Grillo: Io vengo da quel mondo. La tecnologia ha anche un altro lato, ha un lato “B”. Bisogna stare molto attenti. Io e te stiamo parlando, ma mentre parliamo c’è una terza persona al mondo che usa le cose che ci diciamo. Mi riferisco a Facebook, alla Apple, a quelle grandi multinazionali che si appropriano delle informazioni relative alla tua vita. Sei monitorato. L’internet delle cose fornisce una tecnologia con la quale tutte le nostre azioni sono monitorate, e grazie ai big data si possono prevedere cose che vogliamo fare. Lo prevedono. Ecco perché la politica è fondamentale, perché la politica deve dire che tipo di mondo vogliamo tra 20 anni: qual è il pericolo? Il pericolo è quello di perdere il controllo della nostra tecnologia. Questo è il grande pericolo. Sto quindi riflettendo sui passi da compiere per accettare alcune tecnologie e respingerne altre. Questa è la politica. Immagina di essere controllato da una sorta di “grande fratello” che mette un sensore sulla lampadina, cammini in casa e la casa ti riconosce e dice: “Oggi sei un po’ triste, ho intenzione di mettere su un po’ di musica e accendere la luce. Senti poi la voce che dice: “Vuoi che ti ordini una pizza? E tu sei lì, gestito da quelle cose che inviano informazioni a un database. E mentre mangi la pizza, hanno scoperto che musica ascolti, come ti muovi, cosa mangi… la toilette è collegata al frigorifero, il frigorifero è collegato al supermercato. Ti analizzano la pipì e ti dicono: “Il tuo colesterolo è alto”. Poi la toilette lo dice al frigorifero: “Smettete di comprare il formaggio al supermercato perché contiene colesterolo!”. Siamo gestiti in questo modo. Può essere il migliore del mondo o il più catastrofico del mondo.

Rafael Correa: La tecnologia è uno strumento, può essere usato in modo giusto o sbagliato. Tu hai parlato dell’impegno e della genialità dei nostri giovani. Non siamo solo sorpresi dall’innovazione, l’esempio di tuo figlio, nel caso delle mie figlie, per esempio, la loro responsabilità verso il pianeta, verso le generazioni future; mia figlia maggiore è vegana, la mia seconda figlia vegetariana. Non è che non le piaccia la carne, le piace, lo fa per conservare il pianeta, perché gli allevamenti consumano molta energia. Anche per motivi etici. Contro il maltrattamento degli animali. Quindi si tratta di responsabilità, moralità, etica. Ma tu hai anche parlato della scarsa partecipazione dei cittadini alle elezioni. Ci può essere disillusione con il sistema politico, ma anche interesse. Ecco perché ti dicevo che, perché questa democrazia diretta funzioni, ci devono essere cittadini responsabilizzati, informati e formati. Che che cosa intendo per formati? Con principi e valori, che non pensino solo al bene individuale ma al bene comune. E non è facile passare da quella logica individuale alla logica del bene comune. Ad esempio, il fumatore che sostiene la legge per vietare il fumo nei luoghi pubblici. Quanti cittadini sono in grado di passare da quella logica individuale a quella del bene comune? Quindi, così come la democrazia diretta ha un grande potenziale, senza quei cittadini dotati di potere, perdonami se insisto, se sono informati e istruiti, ci sono anche grandi rischi.

Beppe Grillo: Per questo, prima di fondare il Movimento, mi sono dedicato alla controinformazione su Internet, senza passare per i giornali. Ero sotto il radar di giornali e televisioni. La disinformazione è terrorismo, vero terrorismo. Così ho informato le persone attraverso Internet. Ho fatto sì che la gente guardasse all’energia, dicendo: “Si possono creare case che producono energia, eccole, guardatele”, e inserivo un link per far visionare quelle case. Ho informato le persone prima di creare il Movimento. Le persone devono essere informate e avere la capacità di prendere decisioni. Non attraverso la televisione, ma sul Web, e per me era l’unico modo per farlo. Sono nato in TV, sono un comico televisivo e mi hanno mandato via a calci perché ho detto che il governo stava rubando. E così sono diventato un eroe. Per questo motivo ho avuto successo in rete, perché avevo una reputazione. E ho vinto. Non sono passato attraverso i media mainstream e sono riuscito a condividere il mio sogno con 11, 12, 13 milioni di persone che condividono le mie idee.

Rafael Correa: Tu hai detto che ti hanno mandato via dalla TV perché hai detto che il governo rubava, ma solo il governo ruba? A volte mi sembra che sia come scaricare le nostre responsabilità. Tu hai detto: “Essere un rivoluzionario significa essere onesti in un sistema corrotto. Ma perché esista un sistema corrotto, non deve esserci, forse, accettazione, permissibilità sociale? Quando ero presidente ci è stata affidata la piena responsabilità della lotta contro la corruzione. La lotta contro la corruzione è la lotta di un intero popolo. Le persone sapevano che c’era un burocrate che rubava, perché tre mesi dopo essere entrato nel settore pubblico aveva due auto, tre case, organizzò il matrimonio delle sue figlie con una grandissima festa, e tutti partecipavano al banchetto. Quindi, se noi come società non rifiutiamo queste pratiche immorali, un presidente, un governo non sarà in grado di farlo. Quindi, sì, probabilmente ci sono sistemi corrotti, ma per farli esistere ci può essere, almeno, indifferenza sociale. E ci deve essere un impegno da parte di tutta la società. Quello che voglio dire è che non si porrà rimedio a questa situazione con leggi, ma con sanzioni sociali.

Beppe Grillo: Hai ragione. Guarda, quando ci siamo candidati con liste civiche e abbiamo fatto politica, abbiamo ottenuto il 25 per cento dei voti. Avevamo diritto a 42 milioni di euro per le spese elettorali. Immaginate, 42 milioni. Che tutti i partiti hanno ricevuto, tutti. Noi abbiamo detto No! Volevamo dimostrare che si può fare politica senza soldi, quindi non li abbiamo accettati. Siamo entrati nelle Istituzioni. Abbiamo detto, vediamo, quanto guadagna un parlamentare? La metà di quel denaro sarà restituita. Abbiamo rimborsato circa 40 milioni di euro, ossia più degli 80 milioni di euro che non avevamo accettato all’inizio, e abbiamo finanziato 6000 piccole imprese con strutture e microcrediti, con il denaro dei parlamentari. Non abbiamo sottratto denaro alla politica, abbiamo dimezzato gli stipendi dei nostri parlamentari e abbiamo dimostrato che senza denaro possiamo governare pacificamente. Abbiamo dato loro due schiaffi di moralità, di onestà e intelligenza politica. E ora siamo messi alla prova. Siamo al governo, con una forza che si sta dimostrando obiettiva. Abbiamo creato un programma di 20 punti e lo stiamo seguendo. Non ci sono sentimenti contrastanti tra noi e la Lega. Andiamo molto d’accordo. Stiamo facendo un lavoro straordinario, ora faremo la legge anticorruzione, la legge sul conflitto di interessi, perché non si possono avere tutte le televisioni, la pubblicità, il monopolio dell’informazione… tutto questo è finito. E lo sanno, lo sanno.

Rafael Correa: Ecco perché dobbiamo essere molto cauti, perché almeno in America Latina si parla di lotta contro la corruzione. Chi la combatterà? Il caso più concreto è quello del nostro amico comune Ignacio Lula da Silva.
Caro Beppe, è stata una conversazione molto piacevole… Beh, dicono che Beppe Grillo è un populista. Benvenuti nel club: sei definito “populista”?

Beppe Grillo: Grazie, grazie mille. Guarda, ogni volta che ho un incontro, nei primi 5 minuti devo mostrare al mio interlocutore che non salgo sul tavolo, che non grido, che non sono un selvaggio, devo mostrargli che ho un po’ di intelligenza, e tutti sono sorpresi. Tutta la stampa straniera mi ha descritto come un populista di destra, con metodi strani, un po’ come Trump. Tutte quelle cose che si dicono contro qualcuno finiscono per avere l’effetto opposto. Fortunatamente i giornali sono in caduta libera, vivono di sussidi. La prima cosa che faremo ora è togliere le sovvenzioni ai giornali. Devono essere pagati grazie ai loro lettori, non finanziati dallo Stato. Per quanto riguarda il populismo, sono orgoglioso di essere populista, se la parola popolo ha ancora qualche significato. Oggi, se 10 persone, se 60 famiglie nel mondo hanno la stessa ricchezza di 3,5 miliardi di persone, qualcosa non va. Non funziona più. Si tratta di un capitalismo morto basato sul furto e sulla trasformazione di un povero in un semplice file. Devono vincere con i poveri, sono i poveri che li fanno vincere. Sono quindi totalmente d’accordo con te e con il povero Lula. L’ho incontrato qui in Italia, era un sindacalista. Abbiamo partecipato insieme ad una marcia per la pace, è un uomo straordinario, un uomo che ha intrapreso molte politiche per i poveri, ha creato un reddito per i poveri, per questo è successo quel che è successo. Spero davvero che lo riabiliteranno perché capisco tutti i meccanismi. Questi sono gli effetti collaterali. Dobbiamo renderci conto che siamo fastidiosi. Tu mi stai preoccupando in questo momento, e io sto preoccupando anche te…”.

Rafael Correa: Beppe, naturalmente, i leader progressisti latinoamericani non ci perseguitano per i nostri errori, ma per le nostre tasse. Avere fatto pagare le tasse alle élite, che le eludevano sempre, per dare valore all’essere umano e non al capitale, per fare rispettare la sovranità e la dignità dei nostri paesi. Ad ogni modo, quelli di noi che vogliono fare giustizia, quelli di noi che sono contrari allo status quo, sono populisti. E si può definire precisamente il “populismo”, più di tutta quella caratteristica negativa, peggiorativa, demagogica … Se ci sono definizioni per questo, perché hanno usato la categoria del populismo? Perché l’anti-populismo è un’arma di attacco. Chiunque mette in pericolo il sistema è populista. Questo è uno strumento ideologico, direi, per mantenere lo status quo: anti-populismo. Tutto ciò che mette in pericolo il sistema è il populismo. Ma potremmo definire il populismo come la mancanza di mediazione tra il leader e le masse. Sembra brutto. Ma suona meglio se dici “tra il rappresentante e i cittadini”. E questo è perfettamente legittimo. Ancor più quando le istituzioni erano sfinite. Le istituzioni non rispondono ai bisogni dei cittadini. Ecco perché possiamo anche definire il populismo, nello stile di Laclau, come un linguaggio in cui le persone sono unite sulla base di significanti vuoti, beh, sono concetti piuttosto complicati che Laclau usa. Ma basato su un progetto nazionale quando le istituzioni sono state insufficienti. Questo spiega anche perché c’è il populismo di destra e perché c’è il populismo di sinistra.

Beppe Grillo: Sì, sono assolutamente d’accordo. È una lingua. Qui in Italia la sinistra è morta per mancanza di linguaggio, di narrazione, di storia. I giovani non si appassionano più. Le ideologie sono finite. Destra, sinistra,… Né “destra” né “sinistra” hanno più senso per un giovane. Ci sono idee buone e cattive, che non sono né a destra né a sinistra. Viviamo in un’epoca in cui è possibile cambiare il mondo con un tweet. Trump può scrivere un tweet e avere un migliaio di aziende chiuse nel vostro paese. Abbiamo un’Europa in cui il senso di moralità, è importante per le persone; moralità significa avere una direzione, punti di ancoraggio nella propria vita, punti fermi. Questo è ciò che abbiamo perso. Abbiamo perso i nostri punti di riferimento.
Ma sono ottimista al riguardo, perché vedo che c’è un’Europa che ha capito che abbiamo bisogno di un’Europa degli scambi e che capisce che alcuni parametri che sono stati introdotti non sono buoni e devono essere modificati. L’Europa è nata con obiettivi di sussidiarietà: dov’è la sussidiarietà ora? Vale a dire, le entità organizzate dai cittadini, se ben organizzate, devono essere spinte ad emergere; dov’è questa prospettiva ora? Era un principio europeo e oggi non esiste più. Cominciamo con la moneta invece che con il sistema fiscale. Ci sono paradisi fiscali in cui è possibile inviare denaro con un clic, e abbiamo due Europe con due velocità economiche diverse, il nord e il sud, e abbiamo il senso morale dell’Europa. Il burro e il petrolio provenienti dalla Spagna sono un problema europeo, in quanto fissano prezzi e quantità. L’Europa può occuparsi del burro e dell’olio. La Catalogna, invece, è un problema per la Spagna, non per l’Europa! E’ fantastico! Vorrei vedere una Catalogna indipendente in Europa, perché ha tenuto un referendum e ha deciso di esserlo. E allora, dov’è la moralità? Abbiamo un unico pensiero, e quello che cerchiamo di fare è far riflettere le persone con la propria testa, dare loro gli strumenti per poter realizzare le proprie idee. Quando questo accadrà, il Movimento potrebbe finire. Guarda, c’è un esempio incredibile: Napster ha cambiato il modo in cui i giovani ascoltano la musica. Miliardi di persone. Musica gratis in rete. Cosa è successo? Le multinazionali si sono unite e l’hanno chiuso. Napster non esiste più. Ma nessuno oggi aprirebbe un negozio di CD o DVD. Il modo di fare musica è cambiato. Sebbene Napster non esista più. Il Movimento 5 stelle ha cambiato il modo di fare politica in questo paese e se domani non ci saremo più non importa, perché avremo già cambiato la politica di questo paese.

Rafael Correa: Movimento 5 stelle, un’alternativa alla crisi dei sistemi politici tradizionali in Europa. Eccoci arrivati alla fine, cari spettatori. Grazie mille, Beppe. Non ti piace essere definito un politico, ma un rappresentante dei cittadini. Ma tutti noi dobbiamo essere politici, dice papa Francesco, nel buon senso della parola: poliziotti, città, bene comune, etica, regole che governano la città. E noi tutti dobbiamo impegnarci a favore di questo bene comune. Affinché la democrazia funzioni, dobbiamo tutti essere coinvolti.

Beppe Grillo: Sì, certo. Vorrei concludere dicendo che facciamo politica ogni giorno. Quando si acquista, quando ci si sposta, con quello che si beve, cosa si mangia, come si respira. Siamo noi che facciamo politica. Quando si entra in un supermercato e si compra qualcosa, si può comprare una cosa o l’altra, si fa un vero e proprio atto politico.
Ti ringrazio molto e se tornerai in Italia sarai il nuovo Presidente del Movimento 5 Stelle. Ciao e grazie a tutti voi.

Rafael Correa: «In Ecuador c’è un colpo di stato»

Rafael Correa a Roma: In Ecuador c'è un colpo di stato. Non c'è più stato di diritto e ci sono prigionieri politici ma all'Europa non interessada cuba-si.ch/it/

“In Ecuador un anno fa ha vinto la Revolucion Ciudana grazie a 10 anni di nostri successi straordinari, ma alla guida del paese c’è oggi un traditore che applica il programma delle destre, distrugge tutte le nostre conquiste sociali e si macchia di arresti arbitrari. In Ecuador sono tornati i prigionieri politici”. L’ex Presidente dell’Ecuador e una delle figure più carismatiche della stagione d’oro del progressismo in America Latina, Rafael Correa era a Roma nella giornata di ieri, giovedì 17 maggio, per denunciare l’arresto anticostituzionale di Jorge Glas e per partecipare ad una cena di raccolta fondi per le spese legali del suo ultimo vice-presidente. “Gli danno del corrotto. Ma per le spese legali servono soldi. Lo hanno arrestato senza una prova. Dove sono i soldi? Per la difesa serve lo sforzo di tutti per questo sono qui, per una cena di raccolti di fondi”.

Su Lenin Moreno, suo primo vice-presidente e oggi il principale nemico della Revolucion Ciudadana, solo parole di fuoco. “E’ un traditore. E’ un bugiardo. Mi definiva il miglior presidente della storia dell’umanità e oggi sono un corrotto, un autoritario. E’ un bugiardo. Sta distruggendo tutti i nostri risultati, le nostre istituzioni, il nostro partito. Perché non lo ha detto prima che era contro? E’ un bugiardo. Contro di me si sono aperti dei procedimenti penali che sono un assurdo e il tutto solo per arrivare ad una condanna di peculato che possa impedire di ricandidarmi. In soli due mesi hanno arrestato in modo anti-costituzionale il vice-presidente Glas e per la parola di un noto corrotto senza presentare una singola prova, è stato destituito sempre in modo anti-costituzionale il Fiscal General, e si applicano leggi in modo retroattivo. Non c’è più uno stato di diritto in Ecuador. Non c’è più democrazia perché non c’è più separazione di poteri nel paese. E’ in corso un colpo di stato”.

Sui suoi ex collaboratori, amici e sostenitori che hanno deciso di seguire la virata a destra di Moreno, Correa ha dichiarato come sia “davvero duro per me vedere persone con cui ho collaborato negli anni precedenti, che devono la loro posizione ai nostri successi, che oggi mi danno dell’autocrate. Ed è poi duro anche combattere ogni giorno contro le fake news che creano contro di me”, ha proseguito Correa.

Riprendendo anche il caso di Lula – “se fosse successo in Venezuela che il candidato sicuro di vincere venisse arrestato senza prove avremo avuto l’invasione il giorno stesso” – Correa non ha paura di dire che in America Latina “è in corso un nuovo Piano Condor.” In questo nuovo Piano Condor un ruolo importante lo hanno i mezzi di stampa. “Se sei dalla loro parte, sei un democratico anche se ci sono giornalisti e attivisti arrestati ogni giorno, se applichi politiche di sinistra che eliminano dalla povertà 92 milioni di persone sei invece un dittatore. Se Temer in Brasile fa un colpo di stato e Lula viene arrestato sicuro di vincere le sue elezioni tutto è democratico. Se Lenin Moreno sceglie politiche di destra e rompe l’ordine costituzionale c’è indifferenza dei media. Perché? Perché è passato dalla loro parte. Fosse successo in Venezuela un caso Lula o un caso Glas avreste avuto tutti i giorni le prime pagine per mesi che chiedevano interventi politici. Le grandi corporazioni dell’informazioni sono parte di questo nuovo Piano Condor”. 

Il caso Assange, i 4 morti nella frontiera nord con la Colombia e la richiesta di aiuto alle organizzazioni internazionali da parte di Moreno, venendo alla politica internazionale Correa non ha dubbi sul “riallineamento” dell’Ecuador di oggi. “Moreno sta tradendo la Revolucion Ciudadana in politica estera”.

In America Latina è inutile nasconderlo c’è un cambio geopolitico in corso. Con l’appoggio della stampa internazionale, della speculazione e con diversi colpi di stato “blandi” è tornato il neo-liberismo. “Hanno distrutto l’Unasur con 6 paesi della destra che sono usciti, la Celac è congelata e tutte le straordinarie conquiste sociali sono a rischio. Abbiamo tirato fuori dalla povertà 92 milioni di persone. Semplicemente non lo hanno tollerato”. Sul futuro e sul “pendolo dell’America Latina” Correa non ha dubbi. “Torneremo a vincere. La Revolucion Ciudana vincerà nuovamente. Ma il problema è quando? Mi preoccupa il paese che troveremo e credo che solo una nuova Assemblea Costituente potrà rimarginare le ferite attuali”.

(VIDEO) ELAP 2015: Rafael Correa

AL: non epoca di cambiamenti, un cambiamento di epoca

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«Nella storia degli uomini ogni atto di distruzione trova la sua risposta, presto o tardi, in un atto di creazione».

(Eduardo Galeano)

La famosa frase del titolo, enunciato del presidente ecuadoriano Rafael Correa, oggigiorno, non è oramai qualcosa di profetico, bensì una realtà invariabile.

Stavo pensando proprio questo osservando John Kerry mentre parlava nel cortile della nuova ambasciata statunitense a L’Avana. Lui stesso ha dovuto ammettere: “Prima di terminare voglio, sinceramente, ringraziare i leader delle Americhe, che hanno spronato gli Stati Uniti e Cuba per molto tempo affinché ristabiliscano lacci diplomatici normali”.

Questa dichiarazione dimostra che il popolo cubano ha sconfitto il vicino del Nord.

Dal trionfo della Rivoluzione nel 1959, Cuba ha rappresentato un raggio di luce nel continente: però poi, ha dovuto pagare molto caro la sua disobbedienza. Il suo nemico, che dista solo 90 miglia, ha tentato di isolarla dall’America Latina (nel 1962 l’OSA – Organizzazione degli Stati Americani – rompeva le relazioni diplomatiche con l’isola), condannandola ad un bloqueo genocida, ancora vigente.

Dopo l’espulsione dall’OSA, il popolo di Cuba ha emesso la “Seconda Dichiarazione de L’Avana”, un appello a tutti i popoli dell’America Latina e del mondo dove rivendica il lascito martiano e segnala il principale nemico dell’indipendenza e della sovranità del continente: il potere imperialista di Washington.

Questa dichiarazione costituisce un appello all’insubordinazione ed alla disobbedienza di tutte le nazioni contro un potere egemonico che vuole schiacciare le aspirazioni di libertà, uguaglianza e giustizia sociale degli umili e dei poveri della terra americana.

Penso che questo testo, pilastro dei distinti processi di integrazione e Resistenza agli appetiti imperiali degli USA, sia una delle fonti di ispirazione dei nuovi leader progressisti dell’America Latina. Chavez, Correa, Morales sono arrivati al potere nel momento in cui l’America Latina già non era più un fuoco insorgente, le armi non risultarono essere la soluzione per vincere il “Norte revuelto y brutal”; il socialismo del XXI secolo è l’evoluzione del progetto emancipatore del secolo XIX di Josè Martì e Simon Bolivar, ed i popoli latinoamericani hanno capito che dovevano creare una federazione di tutte le forze progressiste con un piano di integrazione regionale basato nella solidarietà, nella reciprocità, nella giustizia sociale e nella preservazione della cultura per vincere, nell’unità.

Un’altra volta, Cuba, col suo Comandante in capo Fidel Castro, è stata il faro che, con Hugo Chavez, ha creato nel 2004 l’Alternativa Bolivariana per le Americhe, ora Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, e che volle realizzare un’integrazione basata nella cooperazione, nella solidarietà e nella volontà comune per soddisfare le necessità e gli aneliti dei popoli latinoamericani e caraibici e, allo stesso modo, preservare la sua indipendenza, sovranità ed identità. Sorsero in seguito progetti come Petrocaribe, fino alla CELAC (Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici), organizzazione regionale intergovernativa che riunisce i paesi dell’America Latina e dei Caraibi, senza l’ingerenza degli Stati Uniti e del Canada.

Il suo Vertice di fondazione è stato il 2 ed il 3 dicembre 2011 a Caracas con la presenza dei Presidenti e dei Capi di Governo di 33 paesi latinoamericani e caraibici, presieduta da colui che sempre rimarrà il nostro Comandante Eterno, Hugo Chavez.

Tra i governi progressisti del XXI secolo, la Rivoluzione Cittadina di Rafael Correa presiede questo anno la strategica organizzazione e lo stesso presidente ha affermato che “la CELAC dovrebbe sostituire l’OSA, che è sempre stato uno strumento di dominazione del governo statunitense”. “La nostra agenda di lavoro avrà 4 assi: la pianificazione dell’integrazione per far scomparire la povertà estrema; la nuova architettura finanziaria regionale; la regolazione del capitale multinazionale ed, in maniera fondamentale, la garanzia dei diritti umani”.

E come sicurezza che per Correa la solidarietà non è solo una parola, possiamo ricordare il suo appoggio incondizionato a Cuba dal suo arrivo al potere nel 2006: ha sempre contribuito con appoggi materiali in seguito ai danni degli uragani che hanno colpito l’Isola e nel 2012 ha istituito la “Missione di Appoggio alla Riabilitazione ed alla Costruzione Ecuador-Cuba Eloy Alfaro” che ha reso possibile l’edificazione di ben 1600 soluzioni domiciliari in Santiago di Cuba; nella lotta politica è stato il primo presidente che ha avuto il coraggio di chiedere agli USA la liberazione dei Cinque cubani nel Vertice dell’OSA di Trinidad e Tobago con Obama fisicamente presente nel forum; nel campo diplomatico fu il primo presidente che ha avuto l’idea di disertare i Vertici delle Americhe fino a che Cuba non fosse riammessa. Ed in tutte queste sfide chi ha vinto è stato Rafael Correa, con l’appoggio di “Nuestra América”.

L’Ecuador è quello che ha bisogno di solidarietà, poiché è minacciato da “un golpe soave” come parte della restaurazione conservatrice di quei settori di destra che persero il potere. Cuba è pronta per offrire il suo appoggio incondizionato. Si sono emesse dichiarazioni dell’Assemblea Nazionale cubana e perfino lo stesso popolo ha inviato il suo spirito di Resistenza a Rafael Correa ed alla Rivoluzione Cittadina ecuadoriana.

Un’altra volta, per concludere, voglio utilizzare alcune affermazioni di Fidel Castro che possono servire per riflettere, sia per Cuba che per Ecuador, due paesi che affrontano momenti determinanti. Alla sua entrata a L’Avana a Ciudad Libertad l’8 gennaio 1959 egli affermava: “Credo che sia questo un momento decisivo della nostra storia: la tirannia è stata abbattuta. L’allegria è immensa. E tuttavia, rimane molto da fare, ancora. Non dobbiamo farci illusioni credendo che da adesso tutto sarà facile; magari, da adesso, tutto sarà più difficile”.

*corrispondente di Cubainformacion a Cuba

Lanzas y bombas contra el Ecuador

di Luis Varese

10jul2015.- La ofensiva de la derecha en toda América Latina, no se detiene. De norte a sur los banqueros y petroleros imperiales continúan con el proceso de desgaste contra los gobiernos de las nuevas democracias. Contra el Ecuador es peor porque la Revolución Ciudadana es peligrosa por ser replicable. Se añade el hecho de que el Presidente pro tempore de la CELAC es Rafael Correa y la derecha sí cree que esta vez gana. Golpeando a Ecuador pretende golpear a América Latina, al Caribe y a un sueño de unidad regional.

La ofensiva de estos días incluye rumores que van desde el golpe de estado apoyado por generales y coroneles, la desdolarización, el retiro de fondos bancarios y la marcha indígena contra el gobierno de la Revolución Ciudadana. Esa marcha anuncia con llegar a la Plaza de la Independencia, tomarse el palacio de Carondelet y expulsar al “Tirano”, adjetivo que tan bien les ha instruido la derecha estadounidense, el think tank del extinto Reagan y su nuevo profeta Gene Sharp.

Es triste ver a gente culta y curtida que con plena conciencia le hace el juego a la CIA. No podemos creer que un Alberto Acosta no sepa que esos mismos agentes que rotan de Honduras a Caracas y de Sao Paulo a Santa Cruz, son los que agitan en Quito, Cuenca, Guayaquil o Galápagos. No podemos pensar que dirigentes indígenas que han decidido enviar a jóvenes con lanzas y palos a desafiar el orden democrático no estén claros que están jugando “en pared” con lo peor de la derecha y que jamás tendrán lugar en un gobierno de banqueros. Todos vemos la camioneta de Teleamazonas distribuyendo alimentos en la marcha. Señoras perfumadas de la alta burguesía que compran en Supermaxi y llevan bolsas con víveres a la CONAIE para dar apoyo a los indígenas “pobrecitos que marchan por nosotras contra el dictador Correa”. Por supuesto el coro unánime de los periódicos como el Universo, La Hora y el Comercio, que respaldan esta movilización. Desde Miami, los Isaías afilan garras esperando los acontecimientos y gastan dineros robados a los ahorristas, para alimentar a los marchantes. Dime con quién andas te diré quién eres, mi estimado intelectual, mi estimado dirigente indígena.

Como si todo ello fuera poco unas bombas panfletarias y otra de pentolita, reivindicadas por un tal FLN son colocadas en Guayaquil. Estos metebombas o son agentes de algún servicio de inteligencia o son tontos útiles mal entrenados por la CIA que actúan como cómplices de la derecha internacional. De lo nuevo está el ataque a Yachay, la Universidad emblemática y científica, por su ex Rector español (¿hasta cuándo los españoles serán considerados los intelectuales necesarios para las dirigir las Universidades? La meritocracia debería incluir méritos revolucionarios y no sólo académicos). Con ese ataque, uno de los mejores funcionarios de la Revolución, René Ramírez, puesto en el cadalso de la prensa, y de los pasquines y por supuesto de las redes sociales.

No hay obras, no hay cambios, no hay mejoras sustantivas de la calidad de vida, 8 años que transforman la historia, la economía y hasta la geografía del país, no existen. La seguridad Ciudadana que es ejemplo para América entera es mentira. Todos son inventos del Economista Correa que desde las sabatinas nos relata un país que está peor que en 1998, pero que nos lo pinta como si fuera nuevo. Y lo peor es que hay gente que se lo cree o gente que quiere ser como el banquero Lasso y que piensa que cuando él gane (lo que no ocurrirá) lo llevará al paraíso de los banqueros en la isla de la fantasía (ver México y Perú como muestras neoliberales cercanas).

Hay errores que se pagan y la Revolución Ciudadana no debe ser autocomplaciente. Alianza País debe ser autocrítica y convertirse en el Movimiento que la ciudadanía quiere. El Ejecutivo debe cambiar gobernadores inoperantes y pusilánimes, “apoltronados” los llamaría Mariátegui, para remplazarlos por gente comprometida con el cambio revolucionario y con su pueblo. Es el momento preciso para que directores provinciales sean evaluados y removidos. Para que burócratas sean remplazados y las metas propuestas sean alcanzadas. “Autoridad se gana, funcionario se paga” me acaba de decir un viejo dirigente Shuar en Morona. Se requiere gente con autoridad moral y ética, limpia, para dirigir desde hoy hasta las elecciones y consolidarse una vez que se ganen esas elecciones.

Ya lo dijimos la alternancia es dentro de la Revolución Ciudadana. Lo otro es revolución o contrarrevolución. Y tristemente jóvenes indígenas con lanzas y palos marchan en defensa de la oligarquía, de la derecha, de los banqueros y los ladrones. Hoy debemos ser fuertes y el día 12 y el 13 llenaremos la plaza de cantos y banderas defendiendo lo que tantas luchas ha costado. Murió Contreras el torturador de Pinochet y estos dirigentes derechistas y pseudo izquierdistas quieren resucitarlo destruyendo esta democracia alegre y soberana. No lo permitamos.

Strategia della tensione in Ecuador: bomba contro ‘El Telegrafo’

5284-bomba-diario-telegrafo-ecuadordi Fabrizio Verde

Dopo le violenze in piazza, arrivano le bombe. La scorsa notte un’ordigno esplosivo è deflagrato all’esterno della sede del quotidiano di proprietà pubblica

Dopo le violenze in strada, le bombe. Continua l’attacco all’Ecuador. Intorno alle 23 di ieri una ordigno esplosivo è deflagrato all’esterno della sede del quotidiano ‘El Telegrafo’ nella città di Guayaquil. L’attentato è stato rivendicato da un fantomatico ‘Frente de Liberación Nacional’ che accusa di opportunismo la Revolución Ciudadana. «Il primo colpo è stato sparato – si legge nel documento di rivendicazione – continueremo rafforzando i quadri con giovani frustrati che vogliono lottare per un Ecuador migliore».

Il gruppo ha inoltre rivendicato l’attentato che ha colpito la sede del partito di governo Alianza Pais, sempre nella città di Guayaquil.

Documento di rivendicazione dell'attentato

Documento di rivendicazione dell’attentato

Il bersaglio dell’attacco esplosivo non è casuale: ‘El Telegrafo’ è infatti il più antico quotidiano ecuadoriano, nonché il primo quotidiano pubblico dell’Ecuador. Nel marzo del 2008, la testata informativa, dopo essere stata utilizzata a fini personali dalla vecchia proprietà solo per difendersi da accuse di peculato, fu rilevata e rilanciata dallo stato. Da quel momento il quotidiano è divenuto un esempio di buona informazione, vincendo il premio WAN IFRA 2012 (World Asssociation of Newspaper and News Publishers), e attestandosi tra i primi 8 organi d’informazione in America Latina nell’ambito della carta stampata.

Per il direttore, Orlando Pérez, ‘El Telegrafo’ viene colpito per «intimidire il lavoro responsabile ed etico dei media pubblici».

Attraverso il proprio account Twitter, il Vicepresidente della Repubblica Jorge Glas, ha immediatamente condannato l’atto di violenza: «Dobbiamo respingere la violenza! Il passato non tornerà».

Un passato fatto di povertà, violenza, instabilità. Dove l’Ecuador si trovava in una condizione semi-coloniale, costretto a subire i diktat di Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Un Ecuador dove gli Stati uniti d’America potevano disporre liberamente di basi militari sul territorio dello stato andino. Questo è il vero obiettivo della campagna di destabilizzazione iniziata con le proteste contro un progetto di legge sulla tassazione progressiva delle ricchezze, che avrebbe colpito solo il 2% della popolazione, ma in realtà volta a provocare il rovesciamento del governo Correa, che gode del sostegno pieno della maggioranza degli ecuadoriani che sono coscienti delle conquiste ottenute grazie a quel processo di trasformazione sociale chiamato Revolución Ciudadana.

Rigoberta Menchú esorta a difendere la democrazia in Ecuador

menchx-andes.jpg_1718483346da Telesur

L’attivista indigena ha chiamato gli ecuadoriani a fronteggiare le élites imperialiste e difendere lo spirito della Costituzione

Il premio Nobel per la Pace, Rigoberta Menchú, ha chiesto ai cittadini ecuadoriani di difendere le istituzioni democratiche dell’Ecuador, di fronte all’offensiva delle éelites imperialiste che cercano di sovvertire l’ordine costituzionale del paese.

Riguardo gli atti di violenza denunciati dal governo ecuadoriano, l’attivista indigena guatemalteca ha esortato a difendere lo spirito della Costituzione e appoggiare il presidente Rafael Correa, per «rafforzare e approfondire» le conquiste della Revolución Ciudadana.

Menchú ha chiesto anche che siano promossi il dialogo e la «non violenza». Azioni che ritiene rappresentino la strada giusta per proseguire nel consenso e mantenere un «ambiente di pace».

A tal proposito, ha condannato gli schemi di «intervento e i tentativi di indebolimento della democrazia», così come la volontà di «destabilizzazione» che mette a repentaglio le conquiste politiche ed economiche ottenute sino a questo momento.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Roma Tre: la Revolución Ciudadana come modello da studiare

resizeda lantidiplomatico.it

L’Ecuador è nuovamente sotto attacco. Le forze della reazione sono all’opera per far tornare indietro le lancette della storia, quando il paese andino languiva in uno stato semi-coloniale, sotto il giogo finanziario dei soliti noti: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e ovviamente Stati Uniti d’America.

Una fase – nota come «larga noche neoliberal» – che mise in ginocchio l’Ecuador e caratterizzata da instabilità politica, corruzione dilagante e miseria crescente. Sino a quando, l’ascesa al potere di Rafael Correa non segna l’inizio di quel processo politico chiamato Revolución Ciudadana, capace in pochi anni di capovolgere letteralmente lo scenario nel paese andino. Attualmente l’economia più dinamica dell’intera America Latina e con un tasso di disuguaglianza, misurato dal coefficiente di Gini, tra i più bassi della regione.

Nell’Ecuador della Revolución Ciudadana la vita viene prima del debito e l’essere umano prima del capitale finanziario. Circostanza estremamente interessante in questi giorni segnati dalla triste vicenda della Grecia, il cui popolo è stremato da quella gabbia liberista chiamata Unione Europea.

Un progetto di legge sulla tassazione progressiva delle ricchezze, che avrebbe colpito solo il 2% della popolazione, è bastato come pretesto alla destra ecuadoriana per chiamare alle violenze e incitare la salida del legittimo presidente Rafael Correa, che gode del sostegno incondizionato della maggioranza degli ecuadoriani.

Per tutte queste ragioni vi consigliamo di approfondire le basi della Revolucion ciudadana con questo ciclo di studi organizzato dall’Ambasciata dell’Ecuador all’Università Roma Tre dal 23 al 25 luglio. Qui il programma definitivo del “primer Taller de Verano”

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Ripudio del debito: l’Ecuador è riuscito a imporsi sulla debitocrazia

Correa_1di Carlos Játiva – Le Monde Diplomatique

L’Ecuador è stato il paese sudamericano che destinava la maggior parte del suo bilancio al pagamento del debito sovrano. Nel 2005, Quito utilizzò il 40% del bilancio pubblico per pagare gli interessi sul debito mentre gli investimenti in sanità e istruzione furono ridotti al 15%. Vennero soddisfatti in primo luogo i creditori stranieri, a scapito dei bisogni fondamentali della popolazione. Un indebitamento illeggittimo, dipendenza economica e finanziaria, aumento delle disuguaglianze, costituivano le principali caratteristiche di quell’Ecuador

Al momento del suo insediamento, nel gennaio 2007, Rafael Correa lanciò una «Revolución Ciudadana» mirante all’intergrazione, la solidarietà e l’equità. Per raggiungere tali obiettivi, fu necessario prendere il potere al fine di trasformalo in potere popolare, per trasformare le strutture esistenti, dal momento che il vero sviluppo è possibile solo attraverso la modifica dei rapporti in seno alla società.

Correa optò per la strada alternativa, decidendo di dedicare i fondi statali alla spesa sociale e produttiva, riducendo in maniera significativa la percentuale di bilancio statale destinata al pagamento del debito estero. La realizzazione di questa politica è stata possibile, in gran parte, grazie ai risultati dell’audit sul debito estero e al rifiuto del debito considerato illeggittimo. Per raggiungere questo obiettivo, l’Ecuador dovette percorrere un cammino irto di ostacoli.

Nel periodo 1982-2006, il debito estero non fece altro che lievitare. Le leggere ‘correzioni’ derivanti da diverse cancellazioni e rinegoziazioni non riuscirono ad arginare la sua vertiginosa ascesa, da 241 miliardi di dollari a 17000 miliardi di dollari nel 2006.

Questa piaga fu trasformata in uno strumento di dominio e saccheggio dei paesi debitori, concepito dai paesi creditori e dalle istituzioni finanziarie internazionali. Inoltre, Quito trasferì miliardi di dollari agli organismi multilaterali come Banca Mondiale, Banca Interamericana di Sviluppo, Banca di Sviluppo dell’America Latina, Fondo Monetario Internazionale. Ma il suo debito aumentò.

Il Presidente Correa si impegnò a porre fine a questo circolo vizioso del rimborso del debito. A tal proposito creò la ‘Comisión para la Auditoría Integral del Crédito Público’ (CAIC). Sulla base dei risultati della verifica, l’Ecuador rinegoziò il pagamento del debito estero. Decidendo di non provvedere al pagamento di quei debiti contratti in maniera fraudolenta, da cui il popolo non ebbe alcun beneficio, e intraprendere azioni legali contro i responsabili dell’indebitamento.

La posizione di Correa fu chiara: il debito estero sarà rimborsato nella misura in cui non pregiudichi lo sviluppo nazionale. Posizione che non esclude la possibilità di una moratoria, se la situazione economica esige.

Si arrivò così alle sesta rinegoziazione, nel novembre del 2008. Rafael Correa propose una ristrutturazione del debito, non per mancanza di denaro, ma perché vi erano prove di illegittimità del debito. Il Presidente Correa, inoltre, segnalò che la rinegoziazione avrebbe dovuto tenere conto non solo delle esigenze dei creditori, ma anche di quelle del Governo, in particolare tenendo conto della capacità contributiva del paese, dopo aver soddisfatto le necessità sociali del popolo.

Questo atteggiamento sovrano del Governo risponde a precise disposizioni contenute nella nuova Costituzione ecuadoriana approvata nel 2008 con suffragio universale.

Con la Revolución Ciudadana, l’Ecuador è riuscito per la prima volta a trovarsi in una situazione che gli permette di distribuire adeguatamente reddito e ricchezza, promuovere la produzione nazionale, l’integrazione regionale, il rispetto dei diritti dei lavoratori e la stabilità economica.

Grazie alla crescita economica e a una gestione responsabile delle finanze, il debito pubblico in rapporto al PIL è sceso al livello più basso nella storia. L’Ecuador è riuscito a imporsi sulla debitocrazia. E adesso non è più in vendita.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Il M5S al fianco della Revolución Ciudadana in Ecuador

Alessandro Di Battista con il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño

Alessandro Di Battista con il ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño

di Fabrizio Verde

L’Ecuador è nuovamente sotto attacco. Le forze della reazione sono all’opera per far tornare indietro le lancette della storia, quando il paese andino languiva in uno stato semi-coloniale, sotto il giogo finanziario dei soliti noti: Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale e ovviamente Stati Uniti d’America.

Una fase – nota come «larga noche neoliberal» – che mise in ginocchio l’Ecuador e caratterizzata da instabilità politica, corruzione dilagante e miseria crescente. Sino a quando, l’ascesa al potere di Rafael Correa non segna l’inizio di quel processo politico chiamato Revolución Ciudadana, capace in pochi anni di capovolgere letteralmente lo scenario nel paese andino. Attualmente l’economia più dinamica dell’intera America Latina e con un tasso di disuguaglianza, misurato dal coefficiente di Gini, tra i più bassi della regione.

Nell’Ecuador della Revolución Ciudadana la vita viene prima del debito e l’essere umano prima del capitale finanziario. Circostanza estremamente interessante in questi giorni segnati dalla triste vicenda della Grecia, il cui popolo è stremato da quella gabbia liberista chiamata Unione Europea.

Un progetto di legge sulla tassazione progressiva delle ricchezze, che avrebbe colpito solo il 2% della popolazione, è bastato come pretesto alla destra ecuadoriana per chiamare alle violenze e incitare la salida del legittimo presidente Rafael Correa, che gode del sostegno incondizionato della maggioranza degli ecuadoriani.

Alla luce di ciò, risulta molto importante la risoluzione presentata in Commissione Affari Esteri e Comunitari dal Movimento 5 Stelle, con primo firmatario il deputato Alessandro Di Battista.

TESTO DELLA RISOLUZIONE

La III Commissione,

premesso che:

la Repubblica dell’Ecuador è un Paese che, nel corso degli ultimi otto anni durante i quali ha governato il Presidente Correa a capo di una rivoluzione democratica chiamata Revolución Ciudadana, è stato caratterizzato da profondi cambiamenti sociali, primi tra tutti la riduzione delle disuguaglianze economiche e sociali, la riduzione delle discriminazioni culturali, la riaffermazione della sovranità nazionale e di una propria politica economica redistributiva;

l’Ecuador, in questo lasso di tempo, è dunque riuscito a ritrovare una stabilità politica e sociale che ha messo fine a una stagione di continuo conflitto sociale, manifestazioni popolari e colpi di Stato; il Paese, difatti, ha subito, in precedenza, una grave crisi economica con alti tassi di povertà e disuguaglianze, con una crisi inflazionistica terminata con un salvataggio delle banche che ha colpito tutta la classe media a beneficio del settore finanziario, dei governanti e delle oligarchie;

viceversa, durante gli anni di governo Correa, è stato possibile sia combattere la povertà, che è diminuita con risultati straordinari – passando da un 52 per cento di povertà, calcolata secondo la misurazione delle necessità di base insoddisfatte, nel 2006, a un 31,1 per cento nel 2014 – sia adottare politiche volte alla inclusione scolastica, all’accesso all’istruzione e alla formazione, universitaria, post universitaria e professionale;

dopo anni di dipendenze e imposizioni da parte degli organismi Internazionali (BM, FMI, BID), nel 2008 il Governo di Rafael Correa, a seguito del risultato di una commissione di investigazione sul debito pubblico (composta da società civile, accademici, politici nazionali e internazionali), ha deciso che non avrebbe pagato quella quota del debito considerata «odiosa, illegittima e immorale», dichiarando che: «…L’Ecuador non pagherà il proprio debito estero, perché fu contratto in maniera illegittima e anche perché l’80 per cento del debito è servito a rifinanziare il debito stesso, mentre solo il 20 per cento è stato destinato a progetti di sviluppo. È evidente che il sistema dell’indebitamento è una forma per difendere gli interessi delle banche e delle multinazionali, non certo dei Paesi che lo subiscono. La Commissione che abbiamo costituito è quindi giunta alla conclusione che il debito estero dell’Ecuador è illegittimo e dunque non verrà pagato…»;

nella Costituzione ecuadoriana, tra l’altro, si riconoscono, tra gli altri, l’acqua come diritto umano fondamentale e irrinunciabile e di gestione pubblica; una economia popolare e solidale; le priorità dell’intervento dello Stato a favore dei più poveri, degli esclusi, degli emarginati, delle minoranze, delle persone diversamente abili; la cittadinanza universale; i pieni diritti alle coppie di fatto;

il governo di Correa ha inoltre proceduto alla rinegoziazione dei contratti petroliferi con le compagnie multinazionali, generando nuove entrate da utilizzare per l’«investimento» sociale (in Ecuador non si utilizza il termine «spesa» sociale, ma «investimento» sociale): se prima le casse dello Stato percepivano solo il 13 per cento delle entrate lorde derivanti dalla vendita del greggio, oggi si parla di percentuali pari all’87 per cento; l’Alleanza bolivariana per le Americhe (Alianza bolivariana para América Latina y el Caribe), di cui l’Ecuador è membro, è un sistema di cooperazione politica, sociale ed economica tra i paesi dell’America Latina e i paesi caraibici e rappresenta oggi un modello collaudato d’integrazione dei popoli dei Caraibi e dell’America Latina, basato sui principi di cooperazione e solidarietà, dotato di una architettura finanziaria e bancaria alternativa alle politiche economiche neo-liberiste promosse dalle istituzioni del cosiddetto «consenso di Washington» e oggi anche europeo;

in Ecuador, il 30 settembre del 2010, il Presidente Correa e il popolo ecuadoriano, sono già stati vittime di un tentativo di colpo di stato, manovrato da una minoranza che, come raccontato dettagliatamente all’epoca da organi di stampa, manipolando l’informazione e grazie al supporto internazionale, ha sequestrato in un ospedale militare il Presidente Correa, in seguito liberato solo grazie alla reazione da parte della popolazione e all’intervento di squadre speciali della polizia;

il presidente Correa nel 2009 non ha rinnovato agli USA il mandato per l’utilizzo della base aereo-navale di Manta;

recentemente la capitale, Quito, e la popolosa Guayaquil, sono state teatro di manifestazioni di protesta organizzate dai cosiddetti «Democracy Promoter», formati dalla fondazione statunitense, National Endowment for Democracy, con l’obiettivo di destabilizzare il presidente Rafael Correa con tecniche ormai note e ben delineate dal rapporto del filosofo americano Gene Sharp «Dalla dittatura alla democrazia» e già applicate in diversi Paesi dell’America Latina come Venezuela, Argentina, Brasile, Bolivia;

il motivo apparente delle proteste sarebbe stata la presentazione di due proposte di legge del presidente Rafael Correa, la «Ley de Redistribución de la Riqueza» concernente l’introduzione di una tassazione sulle eredità di grandi patrimoni e la «Ley de plusvalía» concernente le plusvalenze di patrimoni immobiliari e la speculazione illegittima; entrambe le proposte di legge colpirebbero le minoranze più ricche del Paese e introdurrebbero un principio di progressività e di redistribuzione alla società, limitando la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Si stima che solo il 2 per cento della popolazione sarà coinvolta da queste leggi, che sono state momentaneamente ritirate dall’esecutivo per procedere a una socializzazione con la popolazione, prima della successiva discussione nell’ambito del legislativo;

infatti il 15 giugno 2015 il presidente Correa ha annunciato il ritiro temporaneo della citata proposta legge sia nel quadro della visita di Papa Francesco nel continente latinoamericano (come prima tappa proprio l’Ecuador) sia per prevenire ulteriori atti di violenza e per permettere la realizzazione di una campagna nazionale di chiarimento e per evitare che i notiziari in spagnolo della TV statunitense CNN e della NTN24, continuino a adulterare il significato della proposta sostenendo che «tutti gli equadoriani saranno supertassati quando questa legge sarà approvata»;

il presidente venezuelano Nicolàs Maduro, il suo omologo Evo Morales e altri leader regionali, tra cui il presidente nicaraguense Daniel Ortega, hanno espresso sostegno totale all’Ecuador e al suo presidente Rafael Correa, che ha denunciato una cospirazione ordita per cercare di rovesciare il suo Governo,

impegna il Governo:

a esprimere solidarietà e sostegno al popolo ecuadoriano e al governo costituzionale di Rafael Correa, governo democraticamente eletto con il 57,7 per cento dei voti validi;

a farsi promotore, in tutte le sedi internazionali nonché in tutti gli incontri diplomatici, bilaterali e multilaterali, nei quali oggetto di discussione sono i rapporti e le relazioni con Paesi dell’America Latina e dei Caraibi, del rispetto della sovranità e del processo democratico dell’Ecuador e dei paesi dell’ALBA.

(7-00725) «Di Battista, Manlio Di Stefano, Spadoni, Grande, Del Grosso, Scagliusi, Sibilia».

Manuela Sáenz e il Giorno dell’Indipendenza a Napoli

070715napolesmanueladefinitiva03da mre.gov.ve

Il Consolato Generale della Repubblica Bolivariana del Venezuela a Napoli culminerà la sua giornata dedicata alla celebrazione del Giorno dell’Indipendenza, ricordando la ‘Generala’ Manuela Sáenz.

Una lettura teatrale realizzata dall’artista napoletana Alessandra Borgia nel ruolo di Manuela, accompagnata dalla musica del sassofonista Valerio Virzo, con la voce narrante di Marnoglia Hernández Groeneveledt, sotto la direzione di Alina Narciso responsabile della compagnia teatrale Metec Alegre.

L’evento avrà luogo presso il Convento di San Domenico Maggiore, nel centro storico di Napoli.

La rappresentazione artistica ha l’obiettivo di raccontare la lotta per l’Indipendenza, a partire dal ‘Diario de Quito’, uno scritto che raccoglie momenti importanti della storia, la lotta e l’amore che unì Simón Bolívar a Manuela, ascesa a ‘Generala’ dell’Ejército Libertador post mortem, su iniziativa dei presidenti Hugo Chávez e Rafael Correa.

Il momento sarà inoltre propizio per ricordare le ‘Manuela’ attuali, nuove protagoniste del processo bolivariano che ha collocato la donna in prima linea di combattimento. La giusta occasione per conoscere quelle donne che lottano coma la prima combattente Cilia Flores, che sta portando avanti un lavoro fondamentale e storico, e sul quale trova supporto il Presidente Nicolás Maduro, nuovo precursore delle idee del Libertador.

Il Ministro degli Esteri Delcy Rodriguez, il Presidente del Consiglio Nazionale Elettorale Tibisay Lucena Ramirez, il Procuratore Generale Luisa Ortega, sono solo alcune delle nuove ‘Manuela’ protagoniste del processo bolivariano.

Napoli con questa rappresentazione teatrale vuole far conoscere la storia di lotta ed eroismo latinoamericano, a partire da uno dei suoi protagonisti principali: Manuela Sáenz.

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

Pieno sostegno all’Ecuador dai governi dell’America Latina

asdfs.jpg_1718483346da Telesur

Il presidente venezuelano Nicolás Maduro, il suo omologo Evo Morales e altri leader regionali hanno espresso sostegno totale all’Ecuador

Nicolás Maduro e altri presidenti della regione, solidali con il presidente dell’Ecuador, Rafel Correa, che ha denunciato una cospirazione ordita per cercare di rovesciare il suo governo. In Ecuador vi sono state diverse proteste dell’opposizione contraria al progetto di legge sulle successioni.

Il presidente ha ricordato che il governo venezuelano ha sperimentato qualcosa di simile a ciò che sta accadendo in Ecuador, nel 2001, quando fu approvata la Ley habilitante. Maduro ha denunciato che la destra protesta nuovamente per giustificare una campagna criminale contro Correa.

Il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha respinto le azioni destabilizzanti promosse dai gruppi oligarchici in Ecuador, ed ha espresso il suo sostegno al presidente del paese, Rafael Correa.

«La mia solidarietà, il mio rispetto, il mio sostegno al presidente Correa», ha dichiarato in occasione di un discorso tenuto presso il Palazzo Quemado, sede del governo.

Nel suo intervento, il capo dello stato boliviano ha invitato tutti i movimenti di destra del continente a rispettare la democrazia, perché si deve lavorare sulla base degli interessi nazionali, non settoriali.

Nel frattempo, anche il governo cubano ha rilasciato delle dichiarazioni sulla situazione in Ecuador, attraverso il portale del Granma: «davanti ai recenti atti di destabilizzazione dei gruppi oligarchici del paese, il Governo Rivoluzionario della Repubblica di Cuba esprime la sua ferma e incondizionata solidarietà e sostegno al popolo fratello ecuadoriano, al Governo della Revolución Ciudadana, e al suo leader, il compagno Rafael Correa Delgado».

Il Governo cubano ha inoltre invitato a rispettare l’ordinamento giuridico dell’Ecuador e a respingere qualsiasi ingerenza negli affari interni del paese, in linea con i principi che dichiarano l’America Latina e i Caraibi Zona di Pace.

Secondo il presidente Morales non è giustificabile il fatto che la destra continui a destabilizzare la nazione sudamericana dopo che il presidente ecuadoriano ha provvisoriamente ritirato il progetto di legge sulle successioni, utilizzato dall’opposizione come punta di lancia per chiamare allo sciopero, al boicottaggio e alle manifestazioni violente.

Allo stesso tempo, ha denunciato l’interferenza di nazioni straniere, come gli Stati Uniti, che hanno sostenuto questo tipo di piani destabilizzanti non solo in Ecuador, ma in altri paesi come il Venezuela.

Appoggio al Venezuela

«Quando sorgono movimenti di liberazione in America Latina e nei Caraibi intervengono gli Stati Uniti. Adesso aggrediscono Venezuela ed Ecuador», ha precisato Morales.

Sulla recente visita in Venezuela dell’ex presidente spagnolo Felipe González, il capo dello stato boliviano ritiene che quest’uomo, il quale pretende di difendere giuridicamente gli oppositori detenuti per atti di violenza costati la vita a oltre 40 persone, non sia mosso da buone intenzioni.

«Perché non si batte per la restituzione di Guantanamo a Cuba? Questo sì che sarebbe lottare per la giustizia», ha chiesto Morales.

Infine, il presidente ha spiegato che il neoliberismo non ha risolto i problemi economici e sociali della regione. «In America Latina queste politiche non sono state in grado di risolvere i problemi economici e sociali. Il neoliberismo e l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA) hanno fallito».

[Trad. dal castigliano per ALBAinformazione di Fabrizio Verde]

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