Il Venezuela ed il futuro delle comuni

di Marco Teruggi – 15yultimo.com

29mar2017.- Hanno ancora un futuro le Comuni? Le comuni sembrano un mito. Una parola d’ordine che ha condensato la strategia e non è potuta divenire realtà. Quando si riconosce la loro esistenza le si associa alla distanza: le comuni degli altipiani, delle montagne di Lara o Portuguesa, tutte contadine. Qualcosa di lontano, eroico, quasi romantico, che non ha a che vedere con la realtà delle grandi città, in particolare di Caracas. Comuni qui? Non si può.

Cos’è una comune? Detto meglio, cosa dovrebbe essere in funzione del progetto politico progettato? È più della somma dei passaggi legali. Significa dire, è più che vari consigli comunali che si riuniscono,  elaborano la carta fondativa della comune che sarà, la sottopongono a votazione della comunità, la registrano, e mettono in piedi il parlamento comunale, la banca, consigli di pianificazione, economia e controllo. Questa sarebbe la struttura formale, imprescindibile, ma incapace di dirci se al suo interno esiste ciò che indicava Chávez: lo spirito della comune.

 

La prima cosa è la partecipazione della comunità. Senza di essa non esiste democrazia radicale che tenga, né processo produttivo – di generazione di ricchezza – innovativo. Comunità significa qualcosa di più dei portavoce eletti per ogni compito comunale. Le comuni non corrispondono alle loro voci. Sono – dovrebbero essere – il governo di una comunità organizzata, che decide ed esegue politiche per ognuna delle aree che costituiscono la vita del proprio territorio: sport, salute, alimentazione, sicurezza, comunicazione, economia, trasporto, ecc.. Una strategia che non fu pensata per una comune isolata – questa idea degli anni ’90 del socialismo in un solo quartiere – bensì in vista di forgiare un tessuto comunale nazionale.

 

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Esistono in qualche luogo del paese comuni con tali caratteristiche? Quante delle oltre 1730 assomigliano ai pilastri del progetto di società progettato? Due terzi, la metà, un terzo? È difficile averne certezza. Gli indicatori rimandano alle strutture: se hanno o meno tutti gli organi di potere conformati. Non al livello di partecipazione, coinvolgimento della comunità, relazione tra consigli comunali e parlamento comunale, ad esempio. Per saperlo è necessario stare sul territorio, condividere, demistificare, comprendere i tempi dell’organizzazione popolare.

Così come non esiste un soggetto puro/ideale, tanto meno si danno processi sociali esenti da contraddizioni, da periodi di flusso e riflusso. La stessa comune che in un momento ha un alto livello di partecipazione può perderlo in un’altra tappa – e viceversa. Sono inserite in questa realtà fatta di una sovrapposizione di colpi, domande, resistenze, una tappa che attualmente è segnata dalla logica del ripiegamento, un fenomeno spiegato da Rodolfo Walsh (1):

“Le masse non ripiegano verso il vuoto, bensì verso il terreno cattivo ma conosciuto; verso relazioni che dominano, verso pratiche comuni; in definitiva, verso la propria storia, la propria cultura e la propria psicologia, i componenti della propria identità sociale e politica.”

Il ripiegamento – se accettiamo che sia una delle tendenze attuali – non è verso la costruzione di un’impresa di proprietà sociale (2), bensì verso la compravendita di qualcosa che generi un profitto straordinario in breve tempo. La gente cerca risposte nel modello socialista da costruire o nella cornice della logica rentier/petrolifera del mercato? Una gran parte pare aver optato, com’era stato previsto, per la seconda. In particolare nelle città, più esposte alla cultura del capitale, alla logica speculativa, al consumismo e alla soluzione individuale. Ma un’altra parte non ha ripiegato: ha scelto alcune delle trame organizzative costruite in questi anni di processo chavista.

Capire questi tempi sovrapposti è elemento chiave per analizzare la fase comunale, così come per progettare la forza popolare. Nulla accade nel vuoto.

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Un’autocritica: non abbiamo saputo, per ora, trasformare le comuni in tema di discussione. Non si dibatte in merito alle comuni, non sono nell’agenda militante, nell’opinione pubblica. Si può additare la linea ufficiale che le ha cancellate dal discorso per concentrare la forza unicamente nei CLAP (3). Non è un caso che accada, non c’è diritto all’innocenza politica. Senza dubbio, è poco onesto accusare l’altro senza assumere gli stessi limiti propri. Perché non siamo riusciti a “comunalizzare” il dibattito? Il movimento popolare non si è fatto in quattro per la costruzione delle comuni, non ha scommesso nel medio termine su di esse? A Caracas parrebbe di no – altro dibattito sarebbe sapere cosa sia il movimento popolare.

Nel Municipio Libertador esistono 44 comuni registrate. È difficile sapere quale sia il livello di partecipazione della comunità, che capacità produttiva abbiano. Quest’ultima è centrale, il bilancio è chiaro da anni: una comune che non produce è difficilmente sostenibile nel tempo. Deve poter generare lavoro ed eccedente comunale. Il tema produttivo emerge con chiarezza nelle zone contadine – si necessita di investimenti, semine collettive, camion, infrastrutture viarie, centri di approvvigionamento, punti di commercializzazione. In quei territori già esiste uno sviluppo della forza produttiva comunale.

Nelle città il panorama è complesso. Per la difficoltà dello stesso spazio fisico in cui installare un’impresa di proprietà sociale, e per capire in che campo concentrarsi. Si tratta di costruire una produzione sociale che si scontra con un’economia in stato di guerra. Produzione di pane, tessile, caffè, turismo, mercato, raccolta di immondizia? I tempi istituzionali – “mancano tanti progetti per domani” – sono soliti tradursi nell’urgenza non pianificata e, quindi, nella inattuabilità. Mancano avanzamenti, vittorie del quotidiano con obiettivi strategici.

È difficile, non potrebbe essere in altro modo. In particolare quando il processo comunale si scontra – oltre al ripiegamento e alla situazione economica – con due fattori nel territorio: l’acutizzazione della logica della politica clientelare attraverso i CLAP – denunciata dallo stesso Maduro – e la presenza di quadri di partiti di destra che hanno fatto un lavoro di penetrazione. Il secondo elemento era prevedibile. Il primo  è complesso, porta la tensione all’interno del chavismo: “tutto il potere ai CLAP” si traduce in una legittimità della negazione del processo comunale. Il processo sarebbe diverso se il PSUV (4) scommettesse sul potere delle comuni anziché guardar loro come ad una minaccia, qualcosa che debba essere controllato. Attraverso di esse avrebbe la possibilità di recuperare legittimità perduta, costruire leadership genuine, ricomporre forza popolare. Parlo per la realtà del territorio in cui militiamo nelle comuni a Caracas, per quelle che conosco nel paese, per quello che accade negli altri luoghi da cui ci arrivano informazioni.

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Un’ipotesi non tanto negata: se il chavismo perdesse il potere politico, da quali spazi si resisterà? Non ci saranno borse CLAP, né ministeri, né vicepresidenze, né gestione di risorse materiali per convocare le persone. Questa è epoca per accumulare, tanto in vista della transizione al socialismo, quanto nella prospettiva di trovarsi di fronte ad un governo di destra che applichi un piano neoliberista frontale e una politica repressiva selettiva e/o di massa. Le comuni aumentano la potenza di risposta dinanzi a questi due scenari.

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Quando indiciamo i tavoli di lavoro, nel processo di costruzione comunale, la risposta è buona.

Esiste un soggetto di quartiere che, malgrado riflussi e disillusioni, è disposto a darsi da fare. Soffre un certo abbandono. Se si mettono da parte le parole d’ordine, gli atti pubblici per gli applausi, cosa propone loro il chavismo? Di certo oggi non si può fare politica al di fuori della richiesta centrale che riunisce centinaia di persone in pochi minuti: il cibo. Per questo i Clap. È uno dei nodi centrali e si deve dare risposta, con la complessità che viene dal presentare una cassa di cibo come una vittoria politica – fino a che punto lo è?

Le comuni hanno la capacità di garantire mercati settimanali di verdure ortaggi e frutta carne pesce. Accade in varie parti del paese, anche a Caracas. È una risposta concreta ad una necessità concreta; ma manca solo il cibo? Si è ridotto tutto a questo? Si chiede anche, ad esempio, formazione politica, strumenti pratici per la battaglia nei territori, strumenti di comunicazione. Cosa chiede la gioventù nei territori? Non tutto è cibo.

Ci sono possibilità di consolidare e creare nuove comuni. Questa è la tappa per farlo, per gettare braccia, intelligenza, volontà in questo compito strategico. Questo pare essere lo spazio per la costruzione di una correlazione di forze migliore all’interno del chavismo, per dotare il processo del suo senso socialista, impegnarsi a ricomporre forza etica, trame che resistano al processo di distruzione dei legami di solidarietà popolare allentati dalla guerra.

Esiste un soggetto comunale che chiede di più. Non è un mito, e non succede solo sugli altipiani e sulle montagne di Lara e Portuguesa. Siamo dinanzi alla sfida di dibattere e contendersi i significati della rivoluzione, il futuro del processo che ha impostato le ipotesi di società più avanzate di questo secolo. Abbiamo l’obbligo di vincere: se la destra riprendesse il potere politico questo ciclo non aprirebbe un processo di chiarificazione delle contraddizioni – come a volte si sente dire – che permetterà poi di ritornare al governo con maggior chiarezza. La politica non è una partita a scacchi e il nemico non perdona.

Mettere il meglio di noi stessi nelle comuni invertirà la rotta attuale? Forse no, ma sicuramente non farlo toglie possibilità di vittoria al presente e a ciò che verrà.

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(1) Rodolfo Walsh, giornalista e scrittore argentino, considerato padre del giornalismo investigativo per il suo libro Operación Masacre (1957). Entrato a far parte dei Montoneros, fu ucciso nel marzo 1977 in un’imboscata di agenti della giunta militare argentina mentre era cercava di spedire alla stampa nazionale ed internazionale la sua Carta Abierta de un Escritor a la Junta Militar , documento di denuncia dei crimini e delle depravazioni della giunta militare.

(2) Un’impresa di proprietà sociale è un’unità socio-produttiva costituita in un ambito territoriale di una o più comunità, in una o più comuni, a beneficio dei suoi integranti e della collettività, attraverso il reinvestimento sociale dei suoi utili a in cui i mezzi di produzione sono di proprietà comunale o più comuni, a beneficio dei suoi integranti e della collettività, attraverso il reinvestimento sociale dei suoi utili a in cui i mezzi di produzione sono di proprietà comunale o pubblica. 

(3) I CLAP, Comités Locales de Abastecimiento y Producción (Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione), sono un sistema di distribuzione di alimenti creato dal governo venezuelano nell’aprile 2016 per arrivare in maniera diretta alle famiglie. Si tratta di un tentativo di sconfiggere il problema del “bachacheo”, vale a dire del fenomeno per cui speculatori acquistano beni a prezzi calmierati per poi rivenderli al mercato nero a prezzi molto più alti.

(4) Il PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela) è il partito creato da Chávez per riunire le forze politiche che appoggiavano il processo. Al momento, con più di 5 milioni di iscritti, è il più grande partito politico latinoamericano.

[Trad. dal castigliano a cura di Giuliano Granato]

¿Qué hacer después del NO? Apuntes de la asamblea del poder popular

por Ex-OPG “Je So’ Pazzo” 

El pasado sabado algo realmente importante pasó en Nápoles. Luego de casi una semana del NO al referéndum constitucional, alrededor de 250 personas- estudiantes, trabajadores, militantes y ciudadanos, profesores como Giuseppe Aragno, escritoras como Francesca Fornario, obreros como Mimmo Mignano (despedito ilegalmente de la industria FCA y luego reintegrado con sentencia del tribunal de Nápoles, NdT)- han llenado los espacios del EXOPG de Materdei para entrevistarse, encontrarse y reflexionar juntos sobre el futuro y, por fin, organizarse para no ser solo televidentes de la crisis.

La emoción, el entusiasmo, fortalecido por las llamadas con Nicoletta Dosio desde la Val Susa y con otros compañeros de Mantua, Bergamo, Livorno, entre otras, las tres horas de debate transmitido en directo y visto por cinco mil usuarios de toda Italia, demuestran como la asamblea fue verdaderamente sensibles a a los temas discutidos> las ganas de hacer algo luego de esta victoria popular, de quedar en contacto , de elevar el nivel de la propuesta, de pasar de este NO a otros NO para llegar juntos a nuestro Sí.

Estamos convencidos de que esta sensibilidad atraviesa el país a lo largo y ancho y, por ese motivo, en la próximas páginas, trataremos de sintetizar unos contenidos procedentes de la asamblea para lanzar unas ideas sobre la construcción de un real poder popular, empezando por las luchas y las periferias.

Risultati immagini per ex opg je so pazzoUN VOTO DE LAS CLASES POPULARES

Todas las intervenciones de las asamblea subrayaron que, a través de los datos estadisticos, la experiencia directa de quienes hicieron campaña del Norte hasta el Sur del país, las clases populares se destacaron por votar NO: hablamos de trabajadores precarios, parados, barrios populares, periferias.

A diferencia de lo que sostuvo Renzi, quien votó por el NO no tiene miedo al cambio sino, al contrario, expresa un deseo de cambio real de las políticas de austeridad, empobrecimiento, de reducción de los derechos. En breve, los que han sufrido la crisis en estos últimos años dieron una señal al gobierno y a las clases dominantes: estámos hartos de ustedes y sus decretos, nos encontramos mal y sabemos que podríamos estar mejor si vuestras políticas se acabaran.Ahora, queremos decidir, ser importantes.

PASÓ ALGO HISTÓRICO

Lo que pasó representa algo contundente que no se puede comparar a las consultas precedentes. Nunca las clases populares se habían expresado de manera tan clara, a pesar de la blindadura mediática, el terrorismo de las clases dominantes, la influencia de los banqueros, padrones, EE.UU. y UE, intelectuales y destacados artistas.

La tasa de participación y la diferencia con la que ganó el NO, no dejan dudas: las clases populares deciden y piensan con su cabeza. La crisis de 2008 está llevando consigo todas sus consecuencias: las clientelas, los chantajes, las redes partidistas que amarraron por mucho tiempo la vida de las masas no aguantan más.

Este punto tiene que volverse en un elemento de conciencia; si estámos realmente viviendo un momento histórico y relavente, no podemos seguir actuando como antes, poniéndonos al frente del desafío, mejorándonos, responsabilizándonos, es decir ser capaces de reaccionar frente a nuestros hijos y nietos.

MUCHAS IDEAS INCORRECTAS HAN SIDO DESMENTIDAS

Algunas intervenciones pusieron de manifiesto que este referéndum tuvo el merito de confutar muchas ideas erróneas difundidas en estos años. Hemos escuchado que las masas son tontas y apáticas, que son indiferentes a las instituciones, que no tienen ganas de participar, que paulatinamente un numero menor de personas hubiera votado, que no teníamos que interesarnos al referéndum porque solo se era un asunto interno del PD, que no habría producido algún efecto y que, de toda manera, habríamos fracasado.

Lamentablemente, para justificar su propia incapacidad de actuación sobre la realidad se buscan aún más muchos pretextos en lugar de practicar un poco de autocrítica.

Por eso, hay que ir a la escuela de las masas, porque la revolución no es una idea que un puñado de voluntarios tendría que concretar contra todo y todos, sino un profundo, molecular, incesante cambio que acontece en el interior de la sociedad, rupturas que maduran y se desarrollan a pesar de nosotros, con respecto a las cuales nosotros tenemos que estar a la orden, tratando de darles orientación con los medios que poseemos para evitar que sean recuperadas por quienes quieren seguir oprimiéndonos.

Risultati immagini per ex opg je so pazzo¿CÓMO SE MUEVEN LAS CLASES DOMINANTES?

El golpe que dió el voto del 4D fue tan fuerte que provocó, efectivamente, una reacción desproporcionada por parte de todas las agrupaciones y sujetos políticos. De hecho, hay quienes quieren ententar capitalizar en forma electoral el NO, por ejemplo el Movimiento 5 Estrellas, que empujan hacia las elecciones generales y manifiestan seguridad sobre el resultado ( mientras que los resultados no son obvios en el momento de develar los naipes) y quienes, como Renzi, querrían agrupar de inmediato el 40% del Sí para impedir que el tiempo desgaste aún más el PD y que los equilibrios en el partido se mueven en su favor.

Está Salvini ( secretario de la Liga Norte, NdT) que da codazos por un poco de protagonismo, tratando de cerrar a su ventaja el partido político en el bando de centro-derecha y están quienes, en el subsuelo institucional, apuntan a postergar las elecciones porque espera que el tiempo haga tibiar la rabia popular y que se pueda volver a tejer clientelas, relaciones y promisas.

Nosotros sabemos que todo eso no es más que un teatrico y, pues, hay que mirar a los poderosos de nuestra sociedad. ¿Cómo están moviendose el mundo padronal y corporativo, los bancos, la finanza? Es interesante remarcar que ellos también no tienen una estrategia global para enfrentar esta situación de crisis económica y política.

Apostaron su proprio capital financiero y político sobre Renzi y esperaban su éxitoo, como mucho, un ligero fracaso que le habría permitido quedarse en pie y no demitir.

Ahora, su plan ha fracasado y no hay personalidades capaces de llevar a cabo la legisladura conformemente a sus deseos (ya habían pedido reducir el costo del trabajo, aumentar la productividad, bajar las tutelas laborales, etc.).

Así hemos llegado al gobierno Gentiloni, cuyo nombre es símbolo de compromiso entre diferentes fracciones del capital italiano que busca garantizar una cierta estabilidad (la suya, por mejor decir), calentadole el puesto a Renzi, del cual Gentiloni es uno de los más fieles seguidores; quizás, aprobando una ley electoral conforme a los apetitos del PD y garantizando los compromisos mínimos con los bancos y la UE, sin “quemar“ el ex primer ministro que podría ser útil en la próxima vuelta, sino para ganar, por lo menos para impulsar y dar energía a la campaña electoral y, así haciendo, determinar una situación de estancamiento con un empate entre los tres polos, algo que impediría al M5S de gobernar.

Ya es evidente que el gobierno Gentiloni va a ser un proyecto débil, incapaz de seguir la arremetida que Renzi había realizado con vigor contra las clases populares.

Se trata de un gobierno con una menor aprobación social, mediática y parlamentaria de lo presidido por Renzi, dirigido por una figura flaca, chantajeable por todas partes, que no tiene legitimidad algúna para adoptar medidas firmes contra nosotros. Esta es una buena noticia porque, si efectivamente no puedes hacerlo, quiere decir que hemos ganado tiempo y ralentizado el empeoramiento de nuestras condiciones de vida. Si al contrario el gobierno ententa hacerlo, encontrará una gran resistencia popular y, entonces, tendríamos la oportunidad de movilizar.

En breve, para producir una buena solución para ellos, las clases dominantes están favoreciendo aún más las masas con maniobras de palacio, sacando fuera nombres muy poco carismáticos, confirmando ministros y personajes fallidos a los ojos de los demás.

Por último, extraordinario para nosotros, es este dato: a demonstración que las luchas sirven, los ministerios de educación, del trabajo y de la administración pública del gobierno Renzi han sido presionados; Solo el ministerio de educación fracasó, porque destituir a Poletti quería decir desmentir el Jobs Act, algo que representa casi un suicidio en víspera de un referéndum abrogativo. Este baile es un implícito reconocimiento del hecho que las movilizaciones tarde o temprano nos dan la cuenta.

Y AHORA, ¿QUÉ HACER?

Volvámos a nuestros asuntos. Después de la alegría del 4D, muchos entre nosotros tuvimos miedo o, por lo menos, miles de dudas e incertidumbre; todo eso es comprensible, porque nos encontramos en una circunstancia nunca vista hasta ahora. De un lado porque no estámos acostrumbrados a ganar, del otro porque no tenemos una propuesta lista y creíble para presentarla a las masas, diferentemente de otros actores políticos. Todavía manifestamos cierta resignación, divididos, débiles para pensar influir realmente en el marco nacional. Pero, ¿las cosas están así de verdad? Vámos a ver.

Para tener una práctica eficaz, hay que encadrar las cosas en la situación en la que se vive, no la que se querría abstractamente. Pues, tenemos que reconocer objetivamente que las masas se han puesto delante de nosotros; por unos años no han cosechado o solo han aceptado parcialmente nuestras propuestas de movilización, principalmente porque no las reputaban creíbles pero, cuando han tenido la oportunidad de participar con cierta esperanza en determinar el curso de las cosas, lo han hecho.He aquí, cuando las masas prevalecen, nos quedan dos opciones: ponernos a la cola o andar frente a ellas, estando a sus ordenes, dándoles los instrumentos útiles para emanciparse.

Nosotros creemos que no podemos ponernos a la cola, porque eso significaría esperar que la victoria sea capitalizada por quien será vocero de las protestas de las masas, en primer lugar el Movimiento 5S, Salvini y de una parte del PD todavía capaz de cooptar algunos de los nuestros; al contrario, pensamos que hay quye construir desde ahora un espacio de movilización continua, capilar.

No hay que inventarse algo especial. ¿El pueblo dijo que su problema no era modificar la Constitución, sino aplicarla en sus partes hasta hoy nunca aplicadas como, por ejemplo, el derecho al trabajo? Pues bien, aquí está nuestro programa!

Hagámos un ejemplo concreto: en estos últimos días, se juegan los partidos del renovamiento del contrato colectivo nacional de los metalmecánicos, del empleo público, de la higiene del medioambiente. Se trata de contratos suscritos entre las dirigencias sindicales, empresas y gobierno que preven las pequeñas migas para los trabajadores a los que se pide votar por el SÍ sufriendo nuevos sacrificios. Precisamente, el NO está convirtiéndose en el NO a esta tipología de contratos indignos para muchos trabajadores. Por otra parte, han sido firmados por delegaciones descreditadas y por un gobierno que ya no está en su cargo. Ahora, hay que aprovechar de ello para reabrir el partido, empujar hacia adelante para que los obreros y los empleados voten NO a la propuesta y vayan de nuevo a tratar con un gobierno más débil para arrancar mejores condiciones laborales y aumentos salariales.

Este es un posible ejemplo de como retomar y extender nuestra campaña.

Además, nuestra Constitución puede ser aplicada en diferentes maneras: lo importante es volver a los territorios y periferias para relanzar las luchas a partir de este sentimiento de fuerza. Ahora, va a ser más difícil atacarnos si impedimos con vigor el cierre de un hospital o empujamos las administraciones a violar los “pactos de estabilidad” para garantizar los derechos constitucionales, porque fueron aquellos derechos que el pueblo defendió a capa y espada.

No cabe duda que, para lograr éxito en estas batallas, hay que sacarlas afuera del ámbito local: entonces, se trata de no permitir que las formas de coordinación que nos hemos dado se mueran, a partir de los comités del NO hasta las relaciones creadas a nivel nacional. El riesgo sería fracasar como en el caso del referéndum sobre el agua público: o sea, una victoria que se vuelve una derrota porque no somos capaces de sumarnos en un proyecto político de control de abajo en torno a la aplicación de la voluntad popular.

La organización, en suma, es una etapa fundamental. Es claro que no se trata de inventar unidades artificiales: al contrario, construir la unidad empezando por las prácticas, las que han impulsado y caracterizado la campaña refrendaria en los territorios y que han juntados gente de diferentes procedencias políticas, ahora tienen que ser puestas al servicio de las necesidades populares y devueltas en la forma más unitaria posibile.

Si hacemos temprano este ulterior pasaje, en lugar de aflojarnos, nos vámos a encontrar dentro de unos pocos meses en la condición de sumar fuerzas y hablar a muchos sujetos diferentes que, quizás, podrían tener la intención de construir juntos a nosotros un nuevo percurso de liberación.

De esta forma, llegaríamos a las próximas elecciones con aquel mínimo “umbral de fuerza” para imponer a la orden del día nuestros asuntos, para hacer de este un terreno conflictivo y quedarse con los brazos cruzados viendo un partido entre Renzi, Di Maio y Salvini.

¡CONSTRUIR EL PODER POPULAR!

Hasta ahora hemos hablado de lo que tenemos que hacer a corto plazo dentro de seis meses, para seguir agregando, para desgarrar a las clases dominantes tanto como sea posible, para caracterizar un posible debate electoral con nuestras necesidades (justamente, lo de que nadie habla: la justicia social). Pero no es sólo a corto plazo. De hecho, estar siempre pendientes de los plazos que nos exigen las clases dominantes es lo que en las últimas décadas ha impedido pensar en grande, para convertir de inmediato el tiempo sufrido en tiempo vivido, para construir algo serio y duradero.

Ahora, lo que el referéndum ha demostrado es que muchas personas sienten la necesidad de un sujeto político que de un lado represente la ruptúra y de otro sea incisivo, que haga propuestas, pragmático.

Pero este tema no se improvisa, no es una cuestión de buena voluntad o de hacer tropeles. Es un trabajo a medio plazo, lo que requiere un amplio alcance; un trabajo que, después de ocho años del comienzo de la crisis, ya no puede ser pospuesto. De hecho, la crisis continuará por un tiempo, pero en ausencia de alternativas no durará para siempre: logrará producir una estabilización relativa de las clases dominantes sobre un montón de escombros y barbarie. En este momento histórico, nos está tocando una gran oportunidad: por eso, hay que respaldar a un proyecto que recomponga las luchas y junte los territorios en un horizonte bien definido, en las cosas concretas que se pueden tocar, sobre un nuevo paradigma de relaciones, en un sistema de valores diferente. A pesar de que se pueda tardar un par de años: no hay atajos aquí.Por otra parte, los procesos políticos pueden sufrir una aceleración muy rápida pero tienen una historia, una preparación, que requiere un justa impaciencia. Solo para hacer unos ejemplos: el movimiento NO TAV, cuando subió a los titulares en 2005 por su habilidad política y sus enormes raíces, ya tenía quince años de lucha detrás. Cuba, Chiapas, Venezuela, nos hablan de procesos de agregación forjados, por lo menos por una década, a través de ensayos y errores, antes de ser capaz de producir una importante proeza. Para volver a los últimos tiempos, el partido español Podemos, aunque fuese expresión del movimiento de masas más grande que España haya conocido después de la Guerra Civil, se ha tomado tres años para poder construir un proyecto de un tamaño significativo (8% a las elecciones europeas) y los mismos años para llegar a determinar algunas de las políticas del gobierno. Parándonos a Italia en la actualidad, incluso un movimiento compatible como el Movimiento 5S tardó casi diez años, a pesar del poder de Grillo y Casaleggio, antes de imponerse a nivel electoral.

En pocas palabras, la historia nos enseña que el éxito político e incluso las consecuencias institucionales son el resultado de la acumulación de la presencia de consenso y poder en la sociedad.

En cambio, lo que estamos viendo en estos días justo después del 4 de diciembre es que una serie de desechos de la izquierda institucional, el PD o antiguos aliados del PD, chanchulleros sindicales e intelectuales arrepentidos han tratado de especular sobre el espacio que está abierto, recuperando un poco de la fraseología revolucionaria y presentarse milagrosamente como anti-sistema. Reinicia el frenesí habitual para construir carteles electorales porque, para estos sujetos las elecciones (y la reproducción de su clase política) son el único terreno que hayan conocido hasta ahora. Además de ser un paso un poco desagradable, también es un paso estúpido. Estos tipos no se han dado cuenta de que su esquema se derrumbó desde hace algún tiempo, que no puede vivir parasitariamente de la renta de la “izquierda”; las masas pueden ser ignorantes, pero perciben el olor, se interesan en ver los nombres, tienen memoria. Muchas de estas personas no tienen credibilidad en sus ojos.

Por otra parte, si usted no existe, si no ha manifestado su presencia alguna vez, si no resuelve los problemas y no les da nada, si aparece sólo cuando hay que pedir algo, la gente tiene razón para castigarlo.

Luego, hay un problema adicional a la derecha en la base. En las condiciones en que la crisis nos ha traído ni siquiera sirve poner -siempre que exista- gente buena a algún nivel institucional e incluso en el gobierno. La degradación de la vida democrática es tal que las funciones representativas son muy debilitadas frente a los intereses en el terreno y que incluso el politiquero más poderoso no puede intervenir en todos los niveles, no puede encontrar las soluciones “correctas” y, por fín, no pueden aplicarlas. Por eso, no se pueden cambiar las cosas de esta forma (entre otros, contra este obstáculo ya está rumpiéndose el Movimiento 5S que ni siquiera tiene ambiciones revolucionarias).

¡Cuidado! No estámos diciendo que el cambio institucional no es significativo o que tiene que ser dejado por completo al contrincante: justo antes, hemos dicho que incluso en estas circunstancias tenemos que encontrar maneras de hacer oír nuestra voz, como ocurrió en Nápoles en ocasión de las elecciones administrativas y del referéndum. Incluso pueden experimentarse los usos antagónicos de las instituciones y, sin embargo, es útil tener personajes que actúan como “presa” con respecto al subir intenso de la barbarie. Pero la centralidad de nuestra acción debe estar en otro lugar, debe ir a la raíz del problema.

Lo siento si nos ponemos brutales, pero es mejor ser claros. Si no se empieza de la presencia en los territorio, arraigándose en las masas, de los lugares donde se producen las ideas y el sentido común, no se puede hacer nada. Muchos lo predican, pero ¿quién lo hace realmente?

Además, si no se propagan las experiencias de mutualismo y solidaridad que desarrollan el sentido de comunidad y la conciencia de su propia clase, no se puede ir muy lejos. Si no logramos activar el pueblo en primer lugar, a través del control popular que le enseña a la gente a romper los intereses de las clases dominantes y de gobernar, si no se experimentan formas de participación activa en los asuntos públicos, si no somos eficientes en la gestión de nuestra “base”, si todavía estamos esperando que la solución venga de arriba, pues, no podemos cambiar nada de manera sustancial.

Parecen cosas triviales, pero convertirlas en realidad después de décadas de despolitización y delegación de cargos y oficios, no es fácil.

Queremos ser aún más explícitos: si no podemos iniciar una revolución cultural de nuestra parte, las pequeñas cosas y los territorios, si no somos capaces de ser diferentes, de vivir realmente y no simplemente predicar otro sistema de valores, si no somos capaces hacerlo atractivo para las masas, demostrando con hechos que una gestión socialista de los lugares y de los problemas, en realidad, es preferible a una de tipo capitalista, no conseguiremos desarrollar algún consentimiento significativo.

Para nosotros, aquí está el enfoque donde se realiza el juego real de un futuro próximo. No es algo utópico o moralista, es un material dado. Si somos como todo el mundo, sólo un poco menos, entonces nadie va a elegirnos. Si somos prisioneros de la vanidad individual, corruptos, si instrumentalizamos a las personas y creemos a nuestro poder – sólo un poco más amable de los demás-la gente siempre va a preferir tomar el original y no una copia.

Aquí, hay que partir de inmediato a educarnos y educar. Hay que empezar de inmediato, a través de los tres pilares del mutualismo, del control popular y de las batallas políticas nacionales (en el marco del trabajo, del desarrollo, de la educación y la salud, el internacionalismo), para estructurar las formas de organización que son más eficaces y poner fin a la fragmentación.

Algunos dirán: ¡hacer todo lo que se tarda hacer de décadas! No es cierto: siempre y cuando se pueda, por un lado, el ejemplo se está extendiendo. El entusiasmo es contagioso.

Con la mayor humildad, creemos que hemos encontrado, o más bien lo que habíamos aprendido de los demás y se han adaptado a nuestras necesidades, la clave para salir de esta situación; esta clave, para abrir las puertas oxidadas y pesadas, se debe girar con fuerza. Una fuerza que por sí sola no tenemos. Que nadie entre nosotros tiene solo. Por eso, necesitamos la ayuda de todos, porque cada uno es importante.

Una vez que se haya encontrado la llave y el poder, abrir la cerradura es cuestión de un instante.

[Traducido del italiano por Antonio Cipolletta – ALBAinformazione- ANROS ITALIA]

Napoli 9-10-11sett2016: Costruiamo il Potere Popolare!

JE SO’ PAZZO FESTIVAL
9-10-11 SETTEMBRE 2016
COSTRUIAMO IL POTERE POPOLARE!

Abbiamo avuto un’idea un po’ pazza: metter su un bel festival nel weekend del 9-11 settembre, per concederci un ultimo momento di vacanza e iniziare alla grande un nuovo anno di lotta. Pensiamo a una tre giorni di dibattiti, workshop, cene, mostre, stand, teatro e concerti, in cui vengano all’Ex OPG persone da tutta Napoli e da tutta l’Italia, persone di diverse età, percorsi e storie, accomunate però dalla voglia di cambiare questo paese e costruire, dal basso, qualcosa di serio, di incisivo, che possa da subito ottenere dei risultati tangibili…

Un fine settimana in cui vecchi militanti e giovani inquieti, studenti, lavoratori e disoccupati, centri sociali, associazioni e comitati territoriali da tutto il paese, si ritroveranno, fuori da ogni ritualità, per:

– conoscersi e divertirsi, perché la politica è anche gioia, costruzione, è stare assieme;
– confrontarsi sulle rispettive esperienze, raccontandosi lotte e attività, mettendo in comune i propri saperi e facendo circolare pratiche efficaci;
– dibattere di politica, sia organizzandoci per le scadenze che ci aspettano, come il referendum sulla costituzione, sia condividendo una visione più generale e di lungo periodo, una strategia complessiva per “abolire lo stato di cose presenti”.

La comunità che ogni giorno vive l’Ex OPG sarà lieta di ospitarvi e di farvi conoscere Napoli, la città, il suo cibo, la sua musica, ma soprattutto i tentativi che si stanno facendo qui per uscire da questa crisi che ci sta massacrando. Tentativi che abbiamo raccolto sotto il nome di “potere popolare”, ovvero quell’insieme di pratiche e di interventi che mirano, attraverso la partecipazione dal basso e l’autorganizzazione della maggioranza, a migliorare da subito le condizioni di vita dei cittadini, a imporre i loro bisogni alle amministrazioni.

Il “potere popolare” ci sembra infatti essere la chiave per superare l’impasse in cui questa crisi economica ha relegato la sinistra e i movimenti, incapaci di incidere sul complesso della società, da un lato per ideologia o puro antagonismo senza progetto, da un altro lato per un’attitudine riformista, per la distanza dai problemi reali, per la voglia di conservare le piccole rendite di posizione e non sporcarsi le mani… Si sta invece facendo avanti una nuova generazione che è interessata a un cambiamento senza compromessi, ma che per produrlo sa che bisogna innanzitutto uscire dalle “nicchie” e radicarsi fra le masse, partire dal lavoro quotidiano sui territori, mobilitando persone anche molto lontane dalla politica su questioni che le riguardano da vicino, mostrando come, se si organizzano, possono effettivamente essere efficaci, controllando le amministrazioni ma anche ciò che fanno i poteri privati, cercando di inserire da subito in ogni istituzione, ente, azienda, elementi di resistenza e persino di offensiva contro il regime liberista.

In fondo non si tratta di inventare chissà che, si tratta di recuperare la parte migliore della nostra tradizione pratica e teorica, di sincronizzarsi con le domande e le soluzioni che le classi popolari hanno già elaborato in questi anni, di imparare dalle esperienze positive che si sono date dal Venezuela al Kurdistan passando per la Spagna, la Grecia, e la Turchia…

Siamo convinti che in tutta Italia ci sia chi, con lucidità e umiltà, ma anche con entusiasmo e speranza, sta facendo questo tipo di riflessioni. Perché le condizioni oggettive per produrre un cambiamento reale ci sono tutte, perché c’è una forte domanda sociale di sinistra, e persino una memoria di quando i conflitti e la politica facevano fare passi in avanti, serve “solo” riuscire a federare le tante persone che lottano, i tanti piccoli gruppi, comitati, associazioni, bande, in un vero e proprio esercito, che ci consenta di superare barriere e pregiudizi, di ragionare intorno a un programma condiviso, di mettere fine alle politiche di austerità, ai tagli, alla chiusura di scuole, ospedali e servizi, allo sfruttamento e all’isolamento, alla depressione, alla rabbia, a tutti i danni che queste cose producono.

Noi siamo insoddisfatti di quello che c’è, di partiti e sindacati, ma anche delle ritualità e delle autoreferenzialità del “movimento”, pensiamo che così non si riesca a parlare e coinvolgere gli sfruttati e gli oppressi. Pensiamo che il compito della nostra generazione sia quello di osare e avere il coraggio di ricostruire qualcosa di grande, di nazionale, di credibile, che sappia far sentire ovunque la voce degli esclusi, che sappia dare un orizzonte, un sogno concreto, a un popolo che ogni giorno di più scivola nella povertà, nella depressione, nella barbarie.

Noi crediamo davvero che si possa vincere. Però per farlo dobbiamo iniziare a costruire le condizioni per questa vittoria, a darci un po’ di programmazione, a elaborare una tattica e una strategia. Perché non possiamo perdere altre occasioni, perché se non ci muoviamo noi si muoverà qualcun altro e farà molto peggio.

Per tutti questi motivi speriamo davvero di vedervi. Anche perché sappiamo che sarà un momento bello e forse pure un po’ storico. D’altronde, quale luogo migliore di un manicomio per sognare e fare cose da pazzi?

PROGRAMMA DELLE GIORNATE [in continuo aggiornamento]

VENERDÌ 9 SETTEMBRE 2016

Ore 16 – Visite guidate dell’Ex OPG, con psichiatri, “gruppo memoria” e mostra interattiva. Un piccolo viaggio per comprendere cosa erano gli OPG, cos’è la malattia mentale e come viene trattata, perché non può darsi un reale cambiamento senza una presa in carico dei problemi cognitivi, affettivi, relazionali, senza la comprensione dell’impatto del capitalismo e dell’autorità sulla psiche delle persone.

Ore 17:00 – Assemblea: “La posta in palio del referendum costituzionale. Lotte sociali, scontri istituzionali e futuro della democrazia”.
È evidente come in autunno il Governo vada a giocarsi una battaglia importante, fondamentale per la sua stessa sopravvivenza. Renzi, che è il nome della saldatura avvenuta fra i diversi gruppi della borghesia italiana, sa che con la crisi economica i tempi sono diventati più veloci e la società più instabile. Punta quindi a una riforma degli assetti istituzionali – legge elettorale e Costituzione – che possa garantire alla borghesia il massimo della governabilità, e soprattutto impedisca agli oppressi di produrre una propria rappresentanza o di contare qualcosa in sede decisionale. Capire bene la natura di questo progetto reazionario e gli strumenti attraverso i quali si vuole realizzare, portare le classi popolari a combattere questa battaglia, legandola ai loro bisogni e alle lotte già aperte, non attestarsi alla difesa della Costituzione ma saper utilizzare questo scontro per rilanciare l’istanza democratica nel suo carattere più sovversivo: questa è la sfida che ci attende.

Ore 20:00 – Cena Sociale.

Ore 21:00 – Vi raccontiamo Napoli attraverso il cinema. Proiezioni e frammenti di film sulla Napoli dagli anni ’80 ai giorni nostri, a cura di “Imaginaria – sentieri e visioni su Napoli”.

Ore 22:30 – Concerto.

SABATO 10 SETTEMBRE 2016

Ore 10:30 – Quattro workshop in contemporanea: confronti orizzontali pensati per scambiarsi pratiche e imparare l’uno dall’altro, per riuscire a intervenire sempre meglio sul contesto sociale.

TAVOLO 1. “Ripartiamo dal lavoro: lotte, sindacato, autonomia di classe”.
Senza intervento reale sul mondo del lavoro non può darsi nessun progetto politico di massa. Abbiamo quindi pensato un tavolo per discutere – insieme a sindacalisti, camere del lavoro autorganizzate, comitati autoconvocati e coordinamenti di lavoratori – di come riuscire a portare avanti oggi le lotte nel mondo del lavoro, di come costruire legami di solidarietà, di come superare la frammentazione sindacale e la rassegnazione. Un tavolo che però vuole essere molto concreto, nella convinzione che per coinvolgere i lavoratori non servano grandi proclami ma piccole vittorie concrete che incidano sulla loro vita di ogni giorno. Ci porremo quindi queste domande: quali sono le esperienze che abbiamo maturato nella lotta? Come ci mettiamo in connessione e dare visibilità ai risultati ottenuti? Come spingere le istituzioni pubbliche a fare il bene dei lavoratori? Quali strumenti i vari coordinamenti hanno utilizzato, per normare gli appalti o rifiutare i voucher? Come impattano le ultime riforme sulle donne? Come controllare il privato e dare visibilità a quello che succede dentro fabbriche, cantieri e aziende?

TAVOLO 2. “Dal mutualismo all’intervento politico”.
Doposcuola, palestre popolari, ambulatori, teatri, squadre di calcio: sono tante le attività sociali che ogni giorno centri sociali e associazioni svolgono, quasi sempre a titolo gratuito, per costruire rapporti con il territorio, per entrare in contatto con le masse, per diffondere i semi di una nuova coscienza. Come far sì che queste esperienze non si limitino all’assistenzialismo? Come far sì che non diventino delle semplici “pezze” per rattoppare gli strappi di questa società, o peggio un “parcheggio” per qualche compagno, ma facciano anzi aumentare la lotta? Come si passa dal mutualismo, oggi necessario per venire subito incontro ai bisogni e mettere le persone in relazione fra di loro, a un consapevole intervento politico di massa, che crei lotte riproducibili? Come coinvolgere al massimo le donne e le madri di famiglia, spesso molto presenti nell’attività sociale? Queste sono alcune delle domande fondamentali per far sì che la grande forza sociale che i compagni hanno in Italia, possa diventare tema di agitazione, di rivendicazione, di coinvolgimento popolare a partire dai bisogni.

TAVOLO 3. “Migranti, comunità e pratiche antirazziste”.
La questione dell’immigrazione è ormai al centro del dibattito pubblico italiano ed europeo. È forse la questione che più di tutte consente alla destra di affermarsi e di crescere, di forgiare nuove aggressive identità, che portano fino a barbari assassinii… Ci sembra quindi necessario che ogni antifascista, ogni realtà di sinistra, assuma questo tema come imprescindibile. Ma non per declinarlo in maniera rituale o “buonista”: dobbiamo invece capire come possiamo sviluppare meccanismi di solidarietà fra gli sfruttati di ogni colore e di ogni genere, come possiamo controllare lo sperpero di fondi pubblici che dovrebbero essere destinati all’accoglienza e invece vanno ad arricchire i privati, come possiamo efficacemente contrastare la propaganda e le pratiche del razzismo istituzionale e del fascismo di strada. E ancora: come possiamo ispezionare i centri di controllo e ristrutturare le nostre istituzioni, sin dal basso delle municipalità, alla luce della presenza degli immigrati e soprattutto delle donne immigrate, come far funzionare sportelli e scuole di italiano come centri di educazione a una nuova cittadinanza, fondata sulla lotta per i diritti e su un orizzonte dove al centro ci sia l’essere sociale dell’uomo e della donna…

TAVOLO 4. “Scuola, università, formazione e cultura: fondamentale terreno di lotta”.
Non si può fare nessuna lotta efficace senza un immaginario, una visione, la capacità di essere critici, di smontare l’ideologia. La scuola, l’università, il mondo della formazione, della ricerca e della cultura sono quindi un fondamentale terreno di lotta per riuscire a rifiutare la visione del mondo dominante. Ma non solo: sono anche luoghi dove si sfrutta (pensiamo soprattutto ai docenti precari che lavorano in scuole private, o all’alternanza scuola/lavoro negli istituti tecnici), dove si disciplina (gli studenti agli insegnanti, gli insegnanti ai presidi etc), dove si impone una terribile selezione di classe che sta impedendo ai proletari di questo paese di arrivare ai livelli più alti di istruzione. Come possiamo intervenire su questi problemi? Come possiamo controllare dal basso i presidi manager, i programmi scolastici, il caro libri? Come possiamo costruire reti di supporto e di solidarietà? Come possiamo lottare nella scuola e nell’università ormai distrutti da venti anni di controriforme?

Ore 16 – Visite guidate dell’Ex OPG, con psichiatri, “gruppo memoria” e mostra interattiva.

Ore 17:00 – Assemblea plenaria: “Esperienze di potere popolare in Italia, in Europa e nel mondo. Teorie, forme e pratiche del socialismo del ventunesimo secolo”.
Ci pare che, pur se attraverso mille contraddizioni e difficoltà, dalla caduta del muro di Berlino a oggi stia emergendo una nuova maniera di intendere la lotta per il comunismo. Una maniera certamente meno centralizzata e burocratizzata, meno legata intorno all’idea esclusiva della presa di potere politico, più internazionalista non solo ideologicamente ma praticamente, e in cui i temi del femminismo e dell’ecologia siano centrali. Negli ultimi anni, nel tentativo di reagire alla crisi, stiamo vedendo come una nuova ondata di socialismo stia attraversando paesi e popoli anche molto diversi fra loro, accumunati però dal tentativo di cambiare da subito le cose, da un certo pragmatismo di fondo, dalla capacità di mobilitare ampi strati di popolazione per costruire le condizioni di un vero autogoverno dei territori. Dal Venezuela al Kurdistan, passando per la Spagna, la Grecia, e la Turchia, abbiamo assistito all’emergere di movimenti che cercano di federare, organizzare, ricomporre la Sinistra per renderla capace allo stesso tempo sia di stare nei territori e nelle lotte che di pesare sul piano istituzionale, per rendere impossibile il “normale” funzionamento dell’apparato liberista a tutti i livelli. Dare voce a queste esperienze, dal macro della realtà globale al micro dell’esperienza napoletana, ci sembra allora necessario per imparare da quello che tanti compagni hanno fatto, e cercare di adattarlo e replicarlo anche sui nostri territori e sul nostro paese.

Ore 20:00 – Cena Sociale. Il ricavato andrà a sostenere le spese legali dei NO TAV per i processi in atto.

Ore 21:00 – Spettacolo teatrale: “L’ABC della guerra”, di Bertolt Brecht. Uno spettacolo di reading, musica e videomapping per non dimenticare la nostra storia, e cosa hanno rappresentato la guerra e il fascismo che ancora oggi, in diverse forme, attraversano la nostra quotidianità.

Ore 22:30 – Concerto.

DOMENICA 11 SETTEBRE 2016

Ore 9:30 – Colazione sociale.

Ore 10: 30 Assemblea plenaria: “Potere popolare e organizzazione politica”.
Dopo due giorni di assemblee, confronti individuali e tavoli di lavoro, vorremmo dare voce ai singoli e alle realtà che da tutta Italia vogliono portare un contributo sul tema del potere popolare, e dei modi in cui poterlo affermare. Proveremo quindi a riassumere un minimo il dibattito che si è sviluppato sui vari tavoli, al fine di delineare sempre meglio, a partire dall’esperienza concreta, quest’idea-forza del “potere popolare”, e lasceremo la parola a chiunque abbia contributi per costruire forme di organizzazione politica all’altezza di questi tempi, che mettano al centro l’inchiesta e la conoscenza diretta dei nostri soggetti, la teoria, perché abbiamo bisogno di sapere che fare, in che direzione andare, qualche cambiamento produrre, la comunicazione, che deve essere comprensibile ed efficace…
Nessuna pretesa di fare sintesi o di mettere “cappelli” ormai improponibili, ma di certo l’idea di avanzare collettivamente verso la presa di coscienza di quanto sia necessaria una qualche forma di organizzazione, che sia un programma condiviso, una rete di media in grado di proporre una visione alternativa, la socializzazione di prassi e linguaggi in cui le classi popolari di questo paese si possano riconoscere, il sentimento di una nuova unità e dell’appartenenza allo stesso lato della barricata.

Ore 13:30 – Pranzo sociale e saluti.

INFO PRATICHE

Quando? Da venerdì 9 a domenica 11 settembre.

Dove? A Napoli, Ex OPG “Je so’ pazzo”, Via Imbriani 218.
Per chi arriva in macchina: uscita Capodimonte, girare a destra e continuare lungo Via Santa Teresa degli Scalzi quindi all’incrocio salire a destra su Via Salvator Rosa, fino all’incrocio con Via Imbriani.
Per chi arriva in treno o in bus: da Piazza Garibaldi prendere la metro linea 1 e scendere a Materdei.

Servizi. Nella struttura sono disponibili bagni, docce, un asilo, un bar a prezzi popolari, una sala studio con accesso wi-fi libero e molto altro! Troverete stand informativi e mostre fotografiche.

Quando e dove si mangia? Le cene, il pranzo e la colazione si terranno tutte nel primo cortile. Tutti i piatti saranno preparati con ingredienti genuini, che andranno a sostenere le produzioni locali, avranno prezzi popolari e saranno pensati anche per vegetariani.

Quanto si paga? Poco o nulla! Per il cibo, così come per le serate musicali, sarà richiesta una piccola sottoscrizione per coprire le spese (il sabato la cena sarà dedicata a sostenere i NO TAV alle prese con molti processi). Ovviamente ogni altro tipo di donazione per finanziare il progetto è ben accetta! Potrete anche comprare magliette, spillette e gadget che ci permetteranno di continuare l’opera di riqualificazione dei luoghi.

Cosa puoi fare tu? La tre giorni è aperta a chiunque voglia confrontarsi e costruire percorsi di lotta, quindi puoi far girare la notizia, invitare chi vuoi, scrivere articoli, mandarci contributi, metterti a disposizione per i turni di pulizia, di bar o di cucina… Insomma: senti pure tuo questo festival! Per farci preparare al meglio l’organizzazione, comunicaci quanto prima la tua partecipazione o in quanti verranno del tuo collettivo o associazione. È quasi superfluo dirlo, ma ricordiamo che lo spazio è autogestito e che siamo per una società senza servi né padroni: cerca quindi di non sporcare, di dare una mano a pulire e a lasciare i luoghi in ottimo stato etc.

Cerca soprattutto di rispettare il quartiere che ci ospita, quindi di non fare rumore di sera tardi, di non parcheggiare auto e motorini in maniera selvaggia etc.

Evita assolutamente di portare cani! Cerca invece di portare i tuoi materiali, opuscoli, video, di modo che l’incontro sia ancora più proficuo!

L’Assemblea per il potere popolare a Napoli all’Ex-OPG occupato

Ex_OPGda carc.it

Durante le elezioni amministrative di Giugno, una delle esperienze più significative di applicazione della linea di usare le elezioni per favorire l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari è stata quella dell’exOPG di Napoli. L’iniziativa del “Controllo Popolare” è stata portata avanti da gruppi di cittadini autorganizzati che hanno presidiato i seggi per contrastare la compravendita di voti. La Federazione Campana del P.CARC ha aderito all’iniziativa e alla successiva “Assemblea per il Potere Popolare” che si è tenuta il 25 Giugno all’exOPG, dopo la quale ci siamo fermati a riflettere con il compagno Beniamino su come dare seguito alla mobilitazione popolare per favorire la costruzione di Amministrazioni Locali di Emergenza.

Il “Controllo Popolare” (CP) ha riscosso un grande seguito tra la parte più attiva e organizzata delle masse popolari di Napoli. Il grande significato di questa mobilitazione è stato colto anche dai contendenti in campo a Sindaco: De Magistris lo ha sostenuto, Lettieri ha denunciato di aver subito aggressioni per contrastare la crescente mobilitazione popolare. Puoi parlarci dell’iniziativa? Come è nata la proposta? E qual è il bilancio che ne fate?

Il bilancio è molto positivo. Siamo riusciti a interpretare un sentimento popolare che c’è in città ed è così che nasce l’iniziativa. All’interno dell’exOPG proviamo a esercitare ogni giorno il CP, in tutte le attività sociali, ludiche e politiche che promuoviamo; abbiamo semplicemente applicato questo paradigma anche alle elezioni. Il ragionamento è stato semplice: i brogli ci sono e il popolo li odia; facciamoci strumento per interpretare quest’odio e creare consenso intorno a questa mobilitazione. La risposta popolare è stata al di sopra delle aspettative, così come quella della controparte. Attenzione, sapevamo che saremmo andati a intaccare determinati meccanismi, non siamo ingenui… sapevamo che in questa città interi pacchetti di voti si spostano in questo modo e che la destra, e in parte il PD, da sempre costruiscono il loro consenso tramite questi meccanismi. Tuttavia, la reazione della controparte è stata proporzionata all’enorme consenso raccolto dall’iniziativa. Dai messaggi che ci sono arrivati, alle persone che si complimentavano, a quelle che si sono unite a noi – dopo il primo turno, al ballottaggio eravamo molti di più – e in fondo è questo il senso di quello che facciamo: cercare di estendere queste pratiche e dimostrare che il popolo autorganizzato può andare a incidere in ogni settore della società e migliorare la vita di tutti i giorni.

Sostenete di voler estendere il CP agli altri ambiti della vita politica e sociale e questo era il tema dell’assemblea di oggi (“Assemblea per il Potere Popolare”, 25 Giugno – ndr). Che bilancio fate dell’assemblea e come pensate di dare seguito alla mobilitazione in modo sempre più esteso?

Il bilancio dell’assemblea è assolutamente positivo: a una settimana dalle elezioni siamo riusciti a portare in un centro sociale tantissimi abitanti del quartiere e della città, il Sindaco, gli attivisti sia dell’exOPG che di numerosi altri movimenti; gli interventi sono stati per quantità e per qualità elevatissimi e tutti quanti indicavano la prospettiva di estendere il CP e il potere popolare a tutti gli ambiti della società. Ora è chiaro che niente si ferma qui. Vogliamo estendere il CP a tutto: dall’immigrazione alla lotta contro il lavoro nero, a quella contro gli sprechi sulle opere pubbliche – chiaramente, con un’ ottica di classe: ogni euro tolto allo spreco, deve essere impiegato per le politiche sociali in favore delle masse popolari. La prospettiva è quella di estendere sempre di più il CP, e cercare di relazionarsi con gli altri, avendo una dialettica con tutti i compagni che sono disponibili sulle questioni che riteniamo fondamentali: il CP; la questione dell’Organizzazione e quindi di uno spazio che va riempito nel nostro paese per rappresentare gli interessi dei lavoratori e degli sfruttati in generale; la questione del conflitto capitale-lavoro che per noi rimane il nodo principale da aggredire in questo sistema. Saremo, noi da Napoli, in grado di andare avanti su questa strada ed estendere il discorso anche a livello nazionale? Non possiamo stabilirlo a tavolino, ma è il compito storico che ci attende come rivoluzionari.

La prospettiva che hai delineato è molto interessante. Secondo noi, uno degli aspetti da affrontare è la relazione con l’Amministrazione Comunale, che a Napoli, con la conferma di de Magistris, esprime molti segnali di rottura rispetto al governo Renzi e ai suoi diktat economici e di bilancio. Qual è il ruolo che volete far assumere all’Amministrazione e qual è il contenuto del “programma post-elettorale” che avete scritto?

E’ chiaro che il momento elettorale di per sé non risolve niente; l’AC di Napoli si è dimostrata sensibile su certi temi e il Sindaco, a nostro avviso, è anche sincero nei suoi messaggi. Detto questo, la volontà di un singolo non può fare niente se non si mette al servizio di un processo complessivo di cambiamento; anche l’esperienza napoletana, per quanto virtuosa, è destinata a perdersi se non seguirà questa strada. La dialettica che metteremo in campo con l’Amministrazione è la stessa di sempre: noi organizzeremo dal basso il nostro soggetto sociale di riferimento per rispondere ai suoi bisogni immediati e inserirli in una prospettiva politica rivoluzionaria, che tende al cambiamento sociale, che mette in discussione la distribuzione, ma soprattutto il modo in cui si produce la ricchezza. Questo chiaramente si fa gradualmente, perché noi – e mi riferisco a tutto il movimento operaio – scontiamo una serie di sconfitte, ritardi, errori che ancora pesano. Oggi c’è una sensibilità dell’Amministrazione che va sfruttata per migliorare la realtà che ci circonda e parallelamente avanzare verso una prospettiva di cambiamento radicale.

Rispetto al nostro “programma post-elettorale”, in primis specifichiamo che questo non è “nostro”, nel senso che non ci rapportiamo dall’alto con le masse, dicendo “i vostri bisogni sono questi”…l’obiettivo invece è capire quali sono questi bisogni e far sì che le stesse masse si organizzino per affermarli. La nostra bozza di programma è stata scritta con le tantissime persone che attraversano l’exOPG tutti i giorni e che ci seguono costantemente, una bozza di programma – con alcuni contributi usciti anche dall’assemblea di oggi – che tocca diversi punti: il lavoro nero (con proposte concrete; non semplicemente “il lavoro nero è cattivo”, bensì “cosa si può fare a livello locale per combatterlo”?), a proposte per migliorare i centri di accoglienza per migranti e per fermare la speculazione sul business dell’accoglienza; sulle opere pubbliche, abbiamo intenzione di lanciare un osservatorio che controlli ogni opera pubblica per evitare gli sprechi – ripeto, non nell’ottica della legalità borghese, bensì nell’ottica di classe di prendere quelle risorse e distribuirle verso il basso – ma chiaramente non ci fermiamo qui. Il “programma post-elettorale” è in continua evoluzione, con l’obiettivo di organizzarci fin da subito per farlo applicare, utilizzando in tal senso tutti gli strumenti a nostra disposizione.

L’iniziativa del CP è stata lanciata dall’exOPG e, pur avendo riscontrato una grande partecipazione popolare, ci mette davanti alla contraddizione tra carattere “militante” e carattere “popolare” della mobilitazione. Qual è a vostro avviso la relazione tra la parte più avanzata e organizzata e il resto delle masse popolari?

La relazione tra i militanti e le masse popolari è tutta da ricostruire. Gli errori e le sconfitte del passato, anche quello recente, si pagano ancora. Ma i segnali oggi sono positivi. Tra l’“avanguardia” e l’“esercito”, per capirci, va ricostruito un rapporto. Dobbiamo essere capaci di non fare “fughe in avanti”, dobbiamo essere sensibili e affermare sempre la legittimità popolare delle nostre scelte. Se lavoriamo così, il rapporto non può che ricostruirsi e avanzare. Anche il CP è stata un’intuizione – che non è nostra, ma risale alla storia del movimento comunista – che restituisce un consenso popolare enorme e dimostra che c’è predisposizione a mobilitarsi, a partecipare, a uscire dall’indifferenza; ciò avviene ovviamente tra mille contraddizioni e limiti, ma noi comunisti dobbiamo sporcarci le mani e stare nelle contraddizioni, perché solo così riusciamo a cogliere la volontà di mobilitarsi che oggi il popolo dimostra. Se questa volontà non viene raccolta, la colpa non è del popolo, ma delle avanguardie. Sulla ricostruzione di un rapporto con il popolo io sono molto ottimista, forse anche grazie a quest’ultimo anno di militanza che ci è costato tanta fatica ma anche tanti successi. Si apre oggi un grande spazio politico, grazie al lavoro di tanti compagni che stanno avanzando in questa consapevolezza; ricostruiamo il rapporto tra militanti e masse popolari e… andiamo a vincere!

Nei vostri comunicati parlate di un cambiamento che sta partendo da Napoli e che avrà una ricaduta nazionale. In tal senso, una delle prime battaglie per dare una spallata al governo Renzi è quella per il NO al referendum sulle riforme costituzionali di ottobre. Quale sarà la vostra posizione sul referendum? E quale prospettiva intravedete a medio-lungo termine?

Ancora una volta, dipende tutto da noi. Per noi non intendo solo l’exOPG, ma tutti quelli che si oppongono a questo sistema di sfruttamento. Noi vediamo una serie di passaggi fondamentali. Il primo è il referendum costituzionale di ottobre, sul quale va fatta una battaglia su tre punti legati tra loro da un filo rosso: innanzitutto diciamo che la difesa della Costituzione non è difesa dello stato di cose presente, ma è un modo per realizzare quel potere popolare che è scritto sulla carta, ma che non è mai stato applicato. Sappiamo anche che applicare la Costituzione non significa avere il socialismo, ma è un grande passo in avanti, un ulteriore gradino che saliamo. Dunque la battaglia per il NO non è difesa dell’esistente, ma è per rilanciare l’applicazione della Costituzione. Il secondo motivo per dire NO al referendum sulle riforme costituzionali è per tenere aperti gli spazi di agibilità. Non siamo così ingenui da pensare che il nostro sistema è una vera democrazia, ma pensiamo anche che certi spazi di agibilità servono, per incidere a certi livelli e far crescere la coscienza. Con questa riforma si chiuderebbero una serie di spazi di agibilità, in esatta controtendenza al CP! Se noi per CP intendiamo il controllo dal basso, l’autorganizzazione, l’attribuzione di potere al popolo, dall’altro lato si sposta sempre di più il potere nelle mani del governo, che poi è il comitato d’affari di un blocco di potere borghese.

Il terzo punto su cui difendere la Costituzione è la “governabilità”. Il governo punterà tantissimo sulla stabilità e la governabilità. Ma noi dobbiamo dire che la democrazia non può essere barattata con la governabilità: se la proposta politica che si porta avanti ha il consenso delle masse popolari, la governabilità non è un problema; governare diventa un problema quando non si fanno gli interessi della maggioranza della società, di quella parte che lavora, produce, oppure vorrebbe lavorare e invece rimane condannata a essere “esercito industriale di riserva”. Pensare di poter decidere a tavolino che, per la stabilità di un governo, le istanze popolari vengano relegate lontano dai luoghi dove si decide, è un’idea pericolosa per la democrazia. Noi vogliamo esattamente il contrario, cioè fare arrivare le istanze del popolo nelle stanze del potere.

Dopo il referendum, si aprirà una fase totalmente inedita, che possiamo solo in parte prevedere. Questa fase dovrà accompagnarsi a un processo riaggregativo dei compagni su scala nazionale, altrimenti resta improbabile occupare uno spazio che, secondo noi, si aprirà, anche indipendentemente dall’esito referendario. Il problema, ancora una volta, è se saremo capaci di occupare questi spazi. Quello che sappiamo è il metodo con cui stare nei cambiamenti, che è quello del CP, nell’ottica di non tirarsi indietro e non aver paura di sbagliare e restare nell’immobilismo. Dobbiamo, in ogni lotta immediata, elevare la coscienza dei proletari con cui entriamo in contatto. In tal senso nella seconda settimana di Settembre lanceremo all’exOPG un festival nazionale che si articolerà in tre giornate. I tre temi su cui ci concentreremo sono: 1. La cultura di classe e l’egemonia ideologica, ovvero come la cultura comunista dà una visione alternativa del mondo; 2. l’Europa e i movimenti sociali che si oppongono alle politiche di austerità e 3. Come articolare il Potere Popolare. In poche parole, la nostra linea è quella di articolare sul piano locale il CP, con tutti i mezzi a nostra disposizione. A medio termine, dunque, condurremo la battaglia per il NO al referendum costituzionale, con il festival di Settembre apriremo una discussione con tutti i compagni disponibili, con l’obiettivo di farci trovare pronti dopo il referendum per raccogliere le nuove sfide che si presenteranno.

 

 

 

¡Sin Mujeres no hay Revolución!

IV Incontro italiano della Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana

Tavolo di lavoro sul femminismo rivoluzionario e il potere popolare

“Caracas ChiAma”

¡Sin Mujeres no hay Revolución!

Lecce 15, 16, 17 aprile 2016


La Rete “Caracas ChiAma”, in occasione del Quarto Incontro Italiano di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana, ha dedicato uno dei suoi tavoli di lavoro al tema “femminismo rivoluzionario e potere popolare”, per esaminare il rapporto tra questione di genere e conflitto sociale attraverso il confronto tra i movimenti femministi e LGBTQI dell’America Latina e quelli del nostro paese. Il tavolo ha avuto una straordinaria partecipazione di donne e uomini, riuscendo a coinvolgere diverse realtà locali, come la Casa delle Donne, associazione Lea, progetto Libera, Aamad, Donne in nero, Forum de las Mujeres Latinoamericanas venute appositamente per confrontarsi con la rete.

Presenti anche la giornalista Geraldina Colotti, Adelmo Cervi, Maddalena Celano dell’Università Roma 3, e femministe dell’ex OPG. Ha coordinato la scrittrice e attivista Isabella Lorusso, agevolata da Ada Donno, della Casa delle Donne, già relatrice durante i lavori della mattina, e Clara Statello, per la Rete nazionale Noi Saremo Tutto, promotrice del tavolo.

I lavori sono stati dedicati alla memoria di Berta Caceres, alle donne che combattono in Novorossja, contro il regime nazista ucraino, e in Kurdistan e Siria contro l’Isis, e a Milagro Sala, prigioniera politica del regime di Macri in Argentina.

Attraverso il confronto delle esperienze emerse dai vari interventi, si è delineata una tavola dei problemi: in Italia, a causa della sconfitta delle lotte sociali nel punto più alto del conflitto, col passaggio dal ‘900 al nuovo millennio si è avuta una rottura, che ha causato una frammentazione in varie istanze e aspetti della questione di genere, trattata come una questione separata dalla libertà per tutte e tutti, dal superamento di tutte le forme di subalternità e marginalità sociale.

Questo mentre in America Latina, con le lotte che hanno portato alla vittoria dei governi progressisti, veniva posta la questione del potere, inteso come poter fare, come potere del popolo di autoderminarsi decidendo della propria organizzazione politica, sociale e economica, di essere il soggetto della propria storia, proprio riconiugando la questione della liberazione di tutte e tutti con la libertà della donna a ogni livello sociale.

Le presenza delle donne e dei movimenti di genere ha caratterizzato e determinato le trasformazioni radicali emancipative dell’America Latina: nella resistenza ai regimi fascisti, nelle lotte indigene e ambientaliste, nelle rivoluzioni e nella costruzione del potere popolare. Le donne si sono liberate partecipando alla liberazione della società, diventando soggetto (storico e sessuato) di processi radicali che liberano la società dalla subalternità dalla sfera produttiva (dall’oppressione di classe e etnica) sino alla sfera riproduttiva (dall’oppressione di genere).

I diritti civili avanzano assieme ai diritti sociali, nella costituzione di società più giuste e umane, che dalle differenti sensibilità di genere vengono arricchite. La questione di genere si interseca con la questione di classe nella sua vocazione di liberazione della società dalla subalternità ad ogni livello. Il conflitto di genere è un conflitto sociale e ha una portata rivoluzionaria.

Per questa ragione senza la partecipazione delle donne la società non si libera, senza le donne non c’è rivoluzione! Si pensi a Cuba. Prima della rivoluzione le donne vivevano una condizione di emancipazione limitata e limitante. Si trattava di un femminismo liberale che garantiva l’uguaglianza sulla base all’appartenenza al gruppo etnico-sociale dominante.

Con la rivoluzione, la liberazione è diventata una condizione di tutte le donne, con l’uguaglianza sociale, l’uguaglianza di genere è diventata effettiva per tutte, permettendo anche alle donne delle classi subalterne di uscire dalla marginalità, di rompere gli schemi patriarcali che riservavano alla donna le attività domestiche, escludendola dai processi sociali. Il lavoro della Federazione delle Donne Cubane, promuovendo la partecipazione alle attività sociali e politiche, ha permesso la fuoriuscita dalla subalternità. Ha promosso una battaglia culturale all’analfabetismo. L’integrazione è stata raggiunta grazie a un mix di politiche sociali e culturali. Adesso Cuba, grazie al Cenesex, conduce una lotta all’omofobia, sensibilizza verso i differenti orientamenti sessuali, nella direzione di superare le ultime eredità machiste della società pre-rivoluzionaria. Quella di Cuba è una rivoluzione nella rivoluzione. Nel Venezuela bolivariano l’uguaglianza di genere è alla base del potere popolare.

Non può esistere uguaglianza sociale senza uguaglianza di genere e senza il riconoscimento delle differenti identità sessuali. Un’uguaglianza di ruoli all’interno dei processi di trasformazione sociale, basata sul riconoscimento della donna come “motore e asse delle trasformazioni sociali”, che si declina sia nella sfera privata che pubblica, come riconoscimento della donna della libertà di autodeterminarsi, di scegliere il proprio ruolo sociale. Libertà che il governo bolivariano garantisce grazie al lavoro di istituzioni come il Ministero del Potere Popolare per la donna e l’uguaglianza di genere o l’Istituto Nazionale della donna, che promuovono l’integrazione sociali e l’attività politica delle donne, con le missioni per le donne in condizione di miseria, come la Missione Madres del Barrio, con politiche previdenziali che tutelano il lavoro domestico e sociale, per la creazione di asili, mense, etc.

In paesi come l’Ecuador, la liberazione della donna si fonda sul principio del buen vivir, un paradigma di progresso differente da quello liberale/capitalista, per cui solo se aumenta il benessere della base, cresce il benessere dell’intera società, benessere per tutte e tutti. L’uguaglianza di genere converge con l’idea di progresso: il riconoscimento delle differenti identità e sensibilità sessuali e dei diritti civili è un avanzamento per tutta la società.

Nel continente latino americano i movimenti femministi e di genere avanzano, agendo sui cambiamenti della società, determinando rapporti sociali che superano la subalternità di classe e genere, contaminandosi con la cultura indigena. Un femminismo intersezionale, in cui il conflitto di genere si interseca con quello etnico e di classe, e si risolve superando il conflitto sociale. Al modello latinoamericano si ispirano anche altri popoli in lotta, come i Curdi. Così come a Cuba, i movimenti e le forze armate delle donne dell’YPJ sono integrati nei consigli comunali e amministrativi, partecipano al potere decisionale. Paesi come Cuba, Venezuela, Nicaragua, Bolivia, Ecuador e Uruguay, non si sono limitati a integrare la donna nelle attività produttive e politiche, ma hanno promosso la produttività e la partecipazione politica integrando le organizzazioni femminili e femministe all’interno delle istituzioni.

In Italia invece, nonostante le conquiste ereditate dalle lotte dei movimenti femministi degli anni ’70, donne, omosessuali, trans soffrono di una sempre maggiore marginalità e esclusione. Con l’esclusione delle masse popolari dai processi di trasformazione sociale, i movimenti femministi e di genere si ritrovano fuori dal conflitto sociale, non riuscendo perciò a intervenire sui cambiamenti reali. La subalternità del patriarcato si riproduce senza ostacoli, il conflitto di genere viene disinnescato.

Assieme all’ineguaglianza sociale, dovuta all’arretramento dei diritti sociali, si riproducono i ruoli patriarcali, cresce l’omofobia e il sessismo medievale contro omosessuali e donne. In questo clima trovano spazio manifestazioni come il Family Day, dove esponenti di gruppi cattolici tradizionalisti sfilano con i fascisti, per negare i diritti degli omosessuali e la libertà delle donne di scegliere del loro corpo e ruolo sociale. Una tendenza di senso opposto, incompatibile e inconciliabile con i principi del socialismo umanista bolivariano, che invece si costruisce sul riconoscimento delle differenti soggettività sessuate, centro di processi di trasformazione radicale.

Un umanesimo che non nega le differenze, ma che delle differenze si nutre, nel suo percorso di costruzione di una società più equa, più giusta e determinata dalla masse. D’altro canto ormai, l’ingerenza del Vaticano sulla politica interna, in materia di diritti civili e etica, non trova più l’opposizione di quei movimenti di piazza, che raccoglievano le aspirazioni di laicità dello stato e difendevano diritti come aborto (di fatto attualmente negato dall’obiezione di coscienza), fecondazione assistita, ricerca sulle staminali, etc. Il campo viene lasciato al bigottismo fascistizzante dei gruppi più reazionari, che oppongono alla disgregazione della società capitalista il modello di famiglia patriarcale. L’oppressione di genere si riproduce in quella di classe.

Nel mondo del lavoro, le donne soffrono una condizione di subalternità, causata dalla maggiore precarietà, salari più bassi, negazione di diritti come la maternità, sino alle molestie sessuali dei superiori e all’assunzione condizionata dall’aspetto fisico, spesso requisito per determinate mansioni. Così, nelle classi più marginalizzate, le donne vivono una condizione vera e propria di schiavitù, come tra le donne migranti sottoposte a tratta. A questo proposito nel dibattito è emersa l’esperienza del progetto “Libera” di Lecce, che promuove l’integrazione di persone vittime di tratta, caporalato e sfruttamento sessuale.

Dopo anni di lavoro sul territorio, la commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale di Lecce, ha riconosciuto lo status di rifugiata a una donna nigeriana vittima di tratta a scopo di sfruttamento sessuale in carico al progetto “Libera”, costretta a fuggire dalla Nigeria con la sua compagna.

Il riconoscimento dello stato di rifugiato politico per gli individui perseguitati per l’orientamento sessuale, da parte della commissione territoriale, crea un precedente per i casi analoghi. Si esprime solidarietà al progetto Libera che dopo 16 anni di lavoro chiude e ci si unisce alla lotta di chi vuole continuare questa esperienza di accoglienza, solidarietà e integrazione nei confronti di donne che fuggono dalla violenza e dalla guerra.

La guerra, l’aggressione di un popolo da parte delle potenze imperialiste, così come colpi di stato e destabilizzazioni, sono strumenti per imporre con la violenza una condizione di oppressione e subalternità, per schiacciare e privare della libertà i popoli. Le donne ne vivono doppiamente l’orrore: direttamente, nella misura in cui stupro e violenze di genere vengono usati come arma di guerra, indirettamente perché la condizione di oppressione grava maggiormente sui soggetti sociali più deboli e marginalizzati.

Per questa ragione, come donne della Rete “Caracas ChiAma” riteniamo che contro la guerra imperialista sia necessaria l’unione delle donne, una presa di posizione chiara dei movimenti femministi e di genere, in quanto soggetti progressisti che si pongono la questione della liberazione di tutte e tutti. Dal tavolo è emersa la necessità di porre al centro della solidarietà con il Venezuela la questione della donna e del suo rapporto con le trasformazioni sociali e il potere popolare, e di sviluppare una riflessione condivisa, dando continuità ai lavori della tre giorni.

Per questa ragione si propone:

– mantenere i contatti con le associazioni, le compagne e i compagni intervenuti al tavolo; 

– creare un forum delle donne, all’interno della Rete “Caracas ChiAma”; 

– una riflessione sul tema del femminismo rivoluzionario attraverso un ciclo di iniziative di avvicinamento al Quinto Incontro della Rete.

Torino 4mar2016: Potere Popolare alternativa possibile

Potere Popolare: l’alternativa possibile

Caracas ChiAma: il Salento risponde!

Verso il IV Incontro Italiano di Solidarietà con la

Rivoluzione Bolivariana 

Lecce, 15-16-17 aprile 2016

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