Pedro Páez Pérez: «Vogliono chiudere la porta alla speranza»

di Geraldina Colotti – il manifesto 

3apr2015.- Ecuador. Intervista all’economista Pedro Paez, ideatore di una nuova architettura finanziaria

“Le forze che si ali­men­tano del mer­cato della guerra e del debito– cape­stro per i popoli, vogliono chiu­dere la porta al cam­bia­mento in Ame­rica latina”. Così dice al mani­fe­sto l’economista ecua­do­riano Pedro Páez Pérez. Un’analisi di peso, la sua, non solo per il ruolo cen­trale che ha rico­perto durante i governi di Rafael Cor­rea, ma anche per essere stato, in pre­ce­denza, a lungo con­su­lente della Banca mon­diale. Di impo­sta­zione mar­xi­sta, Paez è uno dei prin­ci­pali arte­fici della nuova archi­tet­tura finan­zia­ria che ha pro­dotto le linee eco­no­mi­che del Banco del Sur e dell’Alba, l’alleanza boli­va­riana per i popoli delle Ame­ri­che, fon­data da Cuba e Vene­zuela. Vice­mi­ni­stro e poi mini­stro dell’Economia a par­tire dal 2005, ha dato impulso alla riforma della Legge sugli idro­car­buri, che ha con­sen­tito allo stato di aumen­tare la pro­pria par­te­ci­pa­zione alla ren­dita petro­li­fera otte­nuta dalle grandi mul­ti­na­zio­nali. Ora dirige la Supe­rin­ten­den­cia di Con­trol de Poder de Mercado.

Qual è il suo nuovo com­pito?
Come parte del pro­cesso costi­tuente che con­ti­nua nel nostro paese con la revo­lu­cion ciu­da­dana, stiamo cer­cando di creare una cul­tura della respon­sa­bi­lità nei cit­ta­dini per aumen­tare il loro potere di con­trollo sui mec­ca­ni­smi del mer­cato e sulla con­cen­tra­zione mono­po­li­stica. Uscendo da una logica sta­ta­li­sta o pater­na­li­sta, vogliamo evi­tare che il con­su­ma­tore premi le imprese che si sono arric­chite vio­lando i diritti del lavoro o quelli della natura. La nostra è una pic­cola eco­no­mia, ma in base allo stu­dio su 400 set­tori che con­cor­rono al Pro­dotto interno lordo, risul­tano peri­co­losi livelli di con­cen­tra­zione mono­po­li­stica in tutti i campi.

E non è respon­sa­bi­lità dello stato, che si richiama al socia­li­smo, con­te­nere la natura vorace del capi­ta­li­smo?
Sì, in parte è così, abbiamo delle nor­ma­tive interne, ma il potere dei mono­poli è sem­pre stato tale da disat­ti­varle. Una legge simile a quella che abbiamo ora era stata votata da un pre­ce­dente par­la­mento in un governo di destra, ma il pre­si­dente ha dovuto abo­lirla per­ché quella eco­no­mia sarebbe sal­tata. Oggi più che mai occorre costruire un con­trap­peso, libe­rarsi dall’alienazione, spie­gare che i mer­cati sono costru­zioni sto­ri­che degli uomini, non entità natu­rali o sovran­na­tu­rali. Ma, al di là delle grandi que­stioni di pro­spet­tiva, occorre ripri­sti­nare regole del gioco minime anche nel mer­cato. A volte, invece, ten­diamo a pen­sare che tutto possa risol­versi sul ter­reno stret­ta­mento poli­tico, dei par­titi, delle ele­zioni. Al con­tra­rio, occorre sti­mo­lare la par­te­ci­pa­zione della società civile: intesa non alla maniera delle Ong e della Banca mon­diale, ma nel senso di un forte con­trap­peso poli­tico. Tutti abbiamo inte­resse a capire come evol­vono gli inte­ressi delle mul­ti­na­zio­nali in que­sta crisi strut­tu­rale del capi­ta­li­smo in cui assi­stiamo non solo alla trans­na­zio­na­liz­za­zione della finanza, ma anche alla finan­zia­riz­za­zione delle mul­ti­na­zio­nali. Dove vanno i soldi che la Banca cen­trale euro­pea sta dando alle ban­che e che non ci sono mai per i pro­getti sociali? Come si è visto a par­tire dalla crisi finan­zia­ria del 2008, le ban­che euro­pee si sono ser­vite del denaro per spe­cu­lare sugli ali­menti o per bru­ciarli come agro­com­bu­sti­bili. Il capi­tale finan­zia­rio sta distrug­gendo le basi stesse della pro­prietà pri­vata, non quelle del socia­li­smo. La que­stione è evi­dente osser­vando i nuovi tipi di debito che sono i deri­vati finan­ziari, com­ple­ta­mente svin­co­lati dalla dina­mica e dalla pro­ie­zione dell’economia reale. Il capi­tale finan­zia­rio mono­po­li­stico per­se­gue una spe­cu­la­zione inso­ste­ni­bile e la schia­vitù eterna di intere popo­la­zioni. Pur­troppo, però, è da trent’anni che la sini­stra ha abban­do­nato que­sti temi di stu­dio. Invece non sono argo­menti da lasciare ai tec­no­crati come me.

Secondo alcuni ana­li­sti, l’America latina pro­gres­si­sta non ha più il vento in poppa.
Nel con­te­sto di crisi mon­diale, l’America latina è un grosso sasso nella scarpa per le élite che hanno basato la loro forza nel mer­cato della guerra e nella schia­vitù del debito per i popoli e che sono inte­res­sate a chiu­dere la porta alla spe­ranza aperta nel con­ti­nente, a ripor­tare indie­tro l’orologio della sto­ria. Biso­gna pren­dere atto che è in mar­cia un pro­cesso di desta­bi­liz­za­zione, varia­mente modu­lato a seconda dei vari paesi, ma con moda­lità simili: dal Vene­zuela al Bra­sile, dall’Argentina all’Ecuador. Le forze della rea­zione appro­fit­tano di tutte le oppor­tu­nità, coniu­gando vec­chie tat­ti­che come quelle usate ai tempi di Allende, con i nuovi moduli delle rivo­lu­zioni colo­rate e del manuale di Gene Sharp. Nascon­dono i pro­dotti, pilo­tano aggres­sioni finan­zia­rie ed eco­no­mi­che, pro­vo­cano care­stie arti­fi­ciali e ter­re­moti nel mer­cato, ma si ser­vono anche delle reti sociali e di nobili ban­diere uti­liz­zando i gio­vani. Poi entra in campo la comu­nità inter­na­zio­nale, le san­zioni, le accuse di cor­ru­zione o per nar­co­traf­fico: come se il 97% dell’oppio mon­diale non fosse pro­dotto nell’Afghanistan occu­pato da Usa e Gran Bre­ta­gna. Come se la Nato non avesse pro­dotto quei mostri che ora dice di voler com­bat­tere. In molti casi, ven­gono usate riven­di­ca­zioni legit­time e pro­blemi reali. Sap­piamo bene che non pos­siamo risol­vere stor­ture sto­ri­che e com­plesse dall’oggi al domani. Non abbiamo nean­che avuto una bor­ghe­sia nazio­nale capace di per­se­guire lo svi­luppo di un mer­cato interno secondo i suoi cri­teri. Dipen­diamo dalle espor­ta­zioni e dal dol­laro. Siamo stati in balìa di una bor­ghe­sia com­pra­dora e paras­si­ta­ria. Abbiamo dovuto far fronte al disa­stro di 40 anni di neo­li­be­ri­smo, alla ban­ca­rotta mate­riale e morale delle isti­tu­zioni, all’impoverimento spi­ri­tuale dei sog­getti sto­rici por­ta­tori di cam­bia­mento. Quella della desta­bi­liz­za­zione è una gigan­te­sca fonte di gua­da­gno sulla base dei deri­vati finan­ziari, nel segno del colos­sale e cre­scente pro­cesso di mono­po­liz­za­zione. Il nuovo capi­tale finan­zia­rio non ha alcun inte­resse a favo­rire la cre­scita e a inve­stire nella pro­du­zione ma a per­pe­trare e gon­fiare la sua ren­dita vir­tuale e il ricatto sui nostri governi. Per que­sto, chie­diamo a tutti i sin­ceri demo­cra­tici che guar­dano al nostro con­ti­nente di non negare la realtà: un ritorno indie­tro signi­fi­che­rebbe l’azzeramento di tutte le con­qui­ste sociali, che non si pos­sono otte­nere senza un governo delle risorse e senza tenere il timone poli­tico orien­tato in dire­zione della giu­sti­zia sociale e della sovra­nità nazionale.

Il modello dell’Alba suscita inte­resse anche in Europa. A che punto è il pro­getto di una nuova archi­tet­tura finan­zia­ria e di una moneta alter­na­tiva al dol­laro?
Potremmo andare più in fretta se non fos­simo obbli­gati a parare i colpi di cui par­lavo prima. Con l’Alba, il Banco del Sur e il Sistema uni­ta­rio di com­pen­sa­zione regio­nale, il Sucre, che è una moneta vir­tuale alter­na­tiva al dol­laro, abbiamo messo in campo tran­sa­zioni dirette e dimo­strato che è pos­si­bile evi­tare il mono­po­lio del dol­laro e le rela­tive com­mis­sioni. Abbiamo un sistema comune per quel che riguarda i ser­vizi, la difesa, la ricerca di sovra­nità ali­men­tare. Abbiamo comin­ciato a costruire una nuova cor­re­la­zione di forze che ha fatto scuola nei Brics. Dopo la crisi in Ucraina, anche loro hanno preso esem­pio dal Banco del Sur per costruire un sistema di pre­stiti alter­na­tivo alla logica ricat­ta­to­ria del Fondo mone­ta­rio internazionale

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