Il Circolo PD ungherese rifiuta Leopoldo López

All’attenzione degli Onorevoli:

Rampi Roberto, Schirò Gea, Verini Valter, Piccolo Salvatore, Lacquaniti Luigi, Manfredi Massimo, Minnucci Emiliano, Romanini Giuseppe, Ginoble Tommaso

Oggetto Mozione 1/01007
Budapest, 20 ottobre 2015

Cari compagni e care compagne,

è con profondo dispiacere che il Circolo PD Ungheria è venuto a conoscenza della mozione in oggetto, concernente la richiesta al governo italiano di intervenire a favore di tale López Leopoldo, attualmente detenuto, affinché venga disposta la sua scarcerazione in contravvenzione con la condanna legittima imposta dall’autorità giudiziaria venezuelana.
Tale mozione si fonda su criteri che, ad un’attenta analisi dei fatti, risultano quantomeno imprecisi, quando non del tutto errati.

A cominciare dall’episodio dell’interdizione dai pubblici uffici di López, insieme a “300 politici” da voi citati come prova di un tentativo di eliminare l’opposizione.
Coloro che hanno informato i compagni firmatari hanno forse omesso il fatto che, in mezzo a tali politici, vi erano moltissimi amministratori appartenenti al partito di governo, tali arresti furono la conseguenza di una seria lotta alla corruzione, ampiamente appoggiata dalla popolazione e tutt’ora in corso.

Quanto al personaggio in questione poi, non si è evidenziato per nulla il fatto che, rampollo di una delle famiglie più potenti del paese, coinvolto in episodi di corruzione legato ad istituzioni finanziate dalla CIA, López ebbe un ruolo di primo piano nel tentativo di golpe del 2002, che intendeva rovesciare il governo legittimamente eletto (come evidenziato dagli osservatori internazionali e dal Centro Carter, che hanno monitorato le ultime 20 elezioni nel paese sudamericano giudicandole corrette al 100%) del presidente Hugo Chávez. Lo stesso López ha più volte incitato alla violenza in passato, e non ha esitato ad associarsi a personaggi come Alvaro Uribe, ex presidente colombiano con diversi procedimenti in corso per corruzione è legato agli ambienti paramilitari di estrema destra che danno insanguinando il paese.

Riguardo le irregolarità sul processo, Sarebbe innanzitutto utile conoscere la fonte di tale informazione, dato che l’apparato giudiziario venezuelano, senza nascondere alcuni problemi frutto di decenni di mala amministrazione, e (peraltro comuni a quasi tutti i paesi latino americani) certo non ascrivibili all’attuale governo socialista, rimane un potere la cui indipendenza non può venire messa in dubbio sulla base delle dichiarazioni della moglie di López e dei suoi compagni di partito.

In quanto leader dell’opposizione López e moralmente responsabili per i 43 morti (ricordiamo che per la maggior parte si è trattato di appartenenti alle forze dell’ordine e sostenitori del governo socialista di quali nessuno paradossalmente pare interessarsi) causati dalle “guarimbas”, dal momento che i suoi incitamenti alla ribellione ma soprattutto i continui riferimenti a lottare fino all'”uscita” dell’attuale governo hanno sicuramente infiammato gli animi con tragiche conseguenze. Mi permetto quindi di chiedere a nome del nostro circolo di riconsiderare il vostro contributo alla suddetta mozione alla luce della necessità di sostenere il governo socialista in corso e semmai promuovere la pace l’armonia del paese facilitando quindi anche il miglioramento dei rapporti tra governo e opposizione.

I traguardi del governo socialista nella lotta alla povertà, nell’alfabetizzazione, estensione della tutela sanitaria, diritto alla casa sono riconosciuti da prestigiose istituzioni internazionali (come la FAO), facilmente verificabili e chiaramente appoggiate dalla popolazione, è compito e interesse nostro quindi, come appartenenti alla famiglia socialista, che questa linea progressista continui, senza la costante minaccia di violenza da parte di un opposizione ripetutamente e legittimamente sconfitta nelle urne.

In separata sede ci rivolgeremo al PSE affinché il partito di López, Voluntad Popular, venga escluso dalla Internazionale Socialista (al momento si trova nello status “soggetto ad approvazione”) trattandosi, come noto in tutto il Sudamerica, di un partito chiaramente di destra, senza il minimo legame con i valori socialisti che tutti noi, spero, condividiamo e portiamo nel cuore.

Ringraziandovi per l’attenzione, porgo a tutti voi i miei auguri di buon lavoro.

Cordialmente,
Daniele Romeo
Il segretario
Circolo PD Ungheria “Imre Nagy” pdungheria@gmail.com
Tel. (0036) 203490792

Appello urgente in difesa del Venezuela Bolivariano

Caracas-chiAmaComunicato contro la mozione presentata dal PD per sostenere la liberazione del golpista Leopoldo López

Questa mattina il quotidiano italiano, Il Corriere della Sera, principale strumento della guerra mediatica e psicologica degli Stati Uniti e della borghesia imperialista italiana contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, ha pubblicato un articolo nel quale afferma che un gruppo di parlamentari del Partito Socialista e del Partito Democratico, hanno presentato una mozione alla Camera dei Deputati della Repubblica Italiana di condanna nei confronti della Repubblica Bolivariana del Venezuela, dovuto al giudizio che ha portato in cella il fascista Leopoldo López, reo confesso di aver partecipato attivamente al colpo di Stato contro il governo Chávez nel 2002 e all’assedio all’Ambasciata della Republica di Cuba in Venezuela.

In siffatta mozione si afferma quanto segue:
«Roma si impegni per liberare Leopoldo López»
Mozione alla Camera «Roma si impegni per liberare Leopoldo López» Viene depositata oggi alla Camera una mozione che impegna il governo italiano «ad adottare con urgenza ogni iniziativa utile» perché vi sia una «soluzione positiva» per Leopoldo Lopez e gli altri prigionieri politici in Venezuela. Il popolare leader dell’opposizione al chavismo, in carcere da un anno e sette mesi, è appena stato condannato a quasi 14 anni per istigazione alla violenza e altri reati in un processo «additato da gran parte del mondo come un atto di persecuzione politica da parte del governo di Nicolás Maduro» recita il testo firmato da:
Deputati socialisti (Marco Di bello, Leilo Di Gioia)
Deputati Pd (Roberto Rampi, Gea Schirò, Walter Verini, Salvatore Piccolo, Luigi Lacquaniti Massimiliano Manfredi, Emiliano Minnucci).

Ebbene, l’attacco e l’ingerenza politica nei confronti della Repubblica Bolivariana del Venezuela non è un episodio isolato: si inserisce nel quadro del piano preparato per determinare una situazione idonea per un intervento militare nel paese andino-amazzonico, che dia uno spunto per un cambio di regime in senso autoritario, fascista e oligarchico. Si tratta di un’operazione in marcia da tempo in modo coperto e strisciante, che rafforza gli elementi che dimostrano l’ingerenza di governi stranieri contro il governo costituzionale di Maduro; come si evince in questo caso, là dove, la camera dei deputati della Repubblica italiana dovesse approvare siffatta mozione.

Un precedente assai grave che provocherebbe, senz’altro, non pochi problemi nei rapporti bilaterali tra Italia e Venezuela.

All’indomani del voto popolare che ha consacrato Nicolás Maduro come Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, si è scatenata la fase golpista dell’oligarchia nazionale venezuelana in collaborazione col Dipartimento di Stato statunitense e la CIA, con il sabotaggio dell’economia nazionale venezuelana, attraverso la guerra mediatica, psicologica e culturale, attraverso le operazioni terroristiche e paramilitari.

Nell’evidente tentativo di riproporre il piano delle cosiddette “rivoluzioni colorate”, si sta tentando di creare una situazione nella quale l’opinione pubblica internazionale avvalli un intervento militare in Venezuela.

Ciò che l’imperialismo e – a quanto pare – i parlamentari firmatari di suddetta mozione non tollerano, è che il popolo venezuelano abbia deciso di costruire un paese basato sulla giustizia e l’eguaglianza sociale. Solo qualche mese fa, la FAO ha riconosciuto e premiato la Repubblica Bolivariana del Venezuela come paese libero dalla fame. Questo è quello che – evidentemente – non tollera il Partito democratico, organizzazione politica completamente asservita agli interessi di stato statunitensi.

L’aggressione di cui è vittima la Repubblica Bolivariana è parte essenziale della guerra di IV generazione in atto da quando il comandante eterno Hugo Chávez ha trionfato alle elezioni del 1999.

La solidarietà internazionalista presente qui in Italia deve denunciarla con tenacia e contribuire a respingerla, facendo fronte alle minacce imperialiste contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, cercando di costruire un forte movimento di solidarietà per questo paese e per tutti i paesi membri dell’ALBA-TCP, che sovranamente hanno deciso di incamminarsi verso la seconda e definitiva indipendenza.

Per queste ragioni, la Rete Caracas ChiAma, l’Associazione Nazionale delle Reti e Organizzazioni Sociali (ANROS – Italia), lanciano l’appello urgente a tutte le compagne e i compagni, a tutte le associazioni, reti, organizzazioni, partiti e movimenti che solidarizzano con la Repubblica Bolivariana del Venezuela a partecipare al Terzo Incontro in Solidarietà con la Repubblica Bolivariana del Venezuela che si terrà a Ravenna i giorni 9-10-11 ottobre.

Compagne e Compagni! Caracas ChiAma, la solidarietà non può restare con le braccia incrociate:

Tutti a Ravenna!

Associazione Nazionale delle Reti e Organizzazioni Sociali (ANROS Italia)
Rete di Solidarietà con la Rivoluzione Bolivariana “Caracas ChiAma”

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(VIDEO) Il Pd con la destra fascista in Venezuela

da lantidiplomatico

Con una mozione, il partito di Renzi offre sostegno all’aspirante Pinochet venezuelano in violazione della sovranità del paese.

Leggiamo a pag. 13 del Corriere della Sera di oggi di una mozione presentata dai deputati socialisti Marco Di bello, Leilo Di Gioia, con i deputati del Pd Roberto Rampi, Gea Schirò, Walter Verini, Salvatore Piccolo, Luigi Lacquaniti, Massimiliano Manfredi, Emiliano Minnucci.  Si chiede testuale al governo italiano di impegnarsi «ad adottare con urgenza ogni iniziativa utile» perché vi sia una «soluzione positiva» per Leopoldo Lopez e gli altri “prigionieri politici” in Venezuela. Lopez condannato a quasi 14 anni in un processo «additato da gran parte del mondo come un atto di persecuzione politica da parte del governo di Nicolas Maduro».

«Additato da gran parte del mondo come un atto di persecuzione politica da parte del governo di Nicolas Maduro». Per “gran parte del mondo”, in mancanza di una risoluzione Onu in materia, il Pd, e la stampa di regime che ha montato la questione, considera più o meno questi paesi da prendere sicuramente a modello.

In un periodo storico in cui Mahmoud Abujoad Frarjah, 29 anni, nato a Gerusalemme, è stato rapito dalle forze di occupazione israeliane il 9 settembre scorso al ponte di Allenby e rappresenta l’ennesimo prigioniero politico palestinese; in un periodo storico in cui Ali Mohammed al-Nimr, 21 anni, sarà  giustiziato  per crocifissione senza aver avuto difesa legale per aver partecipato all’età di 17 anni a proteste contro il governo saudita – governo responsabile di finanziare e equipaggiare il terrorismo nonché della carneficina di 2 mila cinquecuento civili in Yemen (dati Onu) nel silenzio più totale; in un periodo storico in cui il regime americano, responsabile della distruzione pianificata della vita di milioni di persone all’estero, porta avanti una carneficina anche all’interno, con la polizia del paese che uccide, rapporto di ThinkProgress.com, un cittadino ogni 6,5 ore – 70 volte di più che ogni altra forza dell’ordine di un paese sviluppato – e con la popolazione carceraria maggiore del pianeta con 2,3 milioni di cittadini, perlopiù afroamericani ed ispanici; ebbene in questa fase storica, il Pd decide di concentrarsi ed offrire il suo sostegno alla causa della destra fascista e sovversiva venezuelana. Del resto, anche a Latina, e prima ancora con il colpo di stato filo-nazista in Ucraina, la maschera del partito era ormai venuta giù.

Ma chi è Leopoldo Lopez? L’aspirante Pinochet venezuelano come ha scritto correttamente Fabio Marcelli.

Ma chi è Leopoldo Lopez? Si tratta del capo della fazione più estrema dell’opposizione venezuelana, quella che ha tentato, senza ovviamente riuscirci, la carta dell’insurrezione armata contro il legittimo governo di Maduro.

La parola d’ordine era la cacciata con la forza di tale governo. Provocare incidenti e caos per dare modo a qualche attore, interno o esterno, di intervenire. Perseguita in modo sicuramente velleitario, anche per l’evidente indisponibilità di attori (qualche generale rimbambito in pensione, gli Stati Uniti che hanno altre gatte da pelare) ma con un pesante saldo di oltre quaranta vittime, in buona parte funzionari della sicurezza, militanti chavisti e semplici passanti.

Come ho già avuto occasione di scrivere, non credo che nessun governo al mondo sarebbe disposto a tollerare un’opposizione del genere senza reagire, che trascende di gran lunga il piano del legittimo confronto  democratico delle idee per porsi su quello dello scontro violento. Lopez ha tentato questa carta, senza riuscirci. Si aspettava forse che l’ordinamento giuridico del Venezuela avrebbe lasciato correre? Se lo avesse fatto, si sarebbe  certamente coperto di ridicolo. Uno Stato di diritto è tale anche perché è in grado di rispondere con l’arma della giustizia penale alla sovversione politica aperta, come a qualsiasi altro crimine.

Immaginatevi un Berlusconi o un Salvini che incitano le folle a cacciare via a forza un Prodi o un D’Alema, O viceversa. Si tratta di evenienza talmente remota da destare addirittura il sorriso (anche se a dire il vero qualche buffonata in questo senso è stata a suo tempo tentata da Berlusconi). In Venezuela non è stata una buffonata, ci sono stati oltre quaranta morti. Tutti sulla coscienza di Lopez, compresi i giovani che ha mandato allo sbaraglio.

Leopoldo Lopez è il principale responsabile delle Guarimabas.

Che cosa sono le Guarimbas? Sempre per chi, purtroppo, continua ad informarsi tramite quei media di regime con cui il Pd puòi scrivere in una mozione alla Camera che Lopez è «additato da gran parte del mondo come un atto di persecuzione politica da parte del governo di Nicolas Maduro», le Guarimbas sono questo:

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Cioè questo:

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Quindi parliamo di attività sovversiva contro un governo costituzionale e democraticamente eletto. Leopoldo Lopez per il suo comprtomento criminale, per fare solo alcuni esempi, sarebbe stato sulla sedia elettrica negli Stati Uniti, lapidato e crocefisso in Arabia Saudita, mentre in Italia avrebbe avuto almeno 30 anni di galera con il regime del carcere duro del 41 bis. In Venezuela, i tribunali sovrani e costituzionali del paese hanno condannato l’attivita sovversiva del recidivo Leopoldo Lopez – già beneficiario di un provvedimento di indulto da parte dell’ex presidente del Venezuela Hugo Chavez per un altro tentativo di colpo di stato che al Pd deve essere sfuggito –  a meno di 14 anni di reclusione.

Ma chi è che secondo voi ha finanziato Leopoldo Lopez e gli altri terroristi della destra fascista venenzuelana e che muove ogni decisione di politica estera del Pd?

Dall’articolo su JacobinMag di Alexander Main & Dan Beeton che abbiamo tradotto in settimana avete tutte le risposte:

America Latina e Wikileaks: l’assalto sovversivo degli Usa.

All’inizio dell’estate scorsa, il mondo ha guardato con intrepida attesa la Grecia cercare di resistere all’ennesimo diktat neoliberale. Atene ha fallito e si è piegata. Dopo il referendum indetto dal governo di Tsipras sul programma di austerità, la Banca centrale europea ha ristretto la liquidità per le banche greche, aggravando la recessione, e, nonostante il voto popolare, la Germania e i creditori europei hanno sovvertito la democrazia e imposto la sottomissione totale alla loro agenda neo-liberale.

Negli ultimi 15 anni, tuttavia, un combattimento similare contro il neo-liberalismo è stato portato avanti da un intero continente, perlopiù al di fuori dell’opinione pubblica. Nonostante Washington ha cercato all’inizio di distruggere il dissenso, utilizzando le stesse tecniche subdole usate contro la Grecia, la resistenza dell’America Latina all’agenda neo-liberale ha avuto successo. Questa battaglia epica trova ora una ricostruzione completa attraverso il cablaggio dei documenti del Dipartimento americano grazie a WikiLeaks.  Alexander Main & Dan Beeton, nel presentare il loro libro The WikiLeaks Files: The World According to US Empire, offrono un’interessante ricostruzione su JacobinMag.

Il neo-liberismo, sostengono i due autori, è stato imposto in America Latina prima che il regime di Berlino, Bruxelles e Francoforte umiliassero la democrazia in Grecia. Attraverso la coercizione (le rigorose condizionalità dei “Chicago Boys”), gli Stati Uniti sono riusciti a diffondere l’austerità fiscale, la deregolamentazione, “il libero commercio”, la privatizzazione e la distruzione del settore pubblico nella regione a partire dalla metà degli anni ’80.  L’esito fu simile a quello della Grecia: crescita stagnante, crescita della povertà, declino delle condizioni di vita per milioni e una serie di nuove opportunità per gli investitori internazionali e le multinazionali. La storia si ripete.

All’inizio la ribellione contro questo sistema fu occasionale, spontaneo e non organizzato. Ma poi i candidati contro il regime neo-coloniale e neo-liberale iniziarono a vincere le elezioni e determinare uno shock per la politica estera americana. E, incredibile per come viviamo la politica in Europa, ad attuare le promesse elettorali di redistribuzione sociale e riduzione della povertà.

Dal 1999 al 2008, questi candidati hanno vinto le elezioni in Venezuela, Brasile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Honduras, Ecuador, Nicaragua e Paraguay. Molta della storia degli sforzi del governo americano di sovvertire l’ordine democratico di questi paesi e imporre nuovamente il regime neo-liberale sono ora di dominio pubblico grazie al cablaggio di Wikileaks dell’ultima fase di George W. Bush e l’inizio della presidenza Obama. Supporto materiale e strategico, proseguono i due autori, è offerto ai gruppi di opposizione, alcuni violenti ed anti-democratici. I cablaggi dipingono anche un quadro vivido della Guerra fredda ideologica degli emissari americani e mostrano il chiaro tentativo di utilizzare le misure coercitive utilizzate recentemente contro la Grecia.

Leopoldo Lopez è uno dei tanti burattini di questo meccanismo sovversivo finanziato dagli Stati Uniti e di cui il Pd dimostra per l’ennesima volta di fare da stampella.

P.s.
Da Caracas arriva il video delle condizioni disumane cui è costretto a vivere il terrorista Leopoldo Lopez. Se il Pd al potere si occupasse delle violazioni gravi dei diritti umani della popolazione carceraria italiana invece di interferire nelle decisioni sovrane di altri paesi liberi ed indipendenti, il mondo sarebbe sicuramente un posto migliore.

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Il PD di Renzi disprezza i sindacati e promuove soluzioni neo-liberiste

landinidi Achille Lollo*

da Roma, per il Correio da Cidadania.- Dopo la paura che il referendum separatista scozzese ha provocato nel governo conservatore della Gran Bretagna, la relativa “pace sociale” è stata interrotta dagli scioperi dei funzionari pubblici – soprattutto il personale dell’educazione e della salute –, che, in maniera unitaria, ha manifestato nella capitale Londra e in tutto il paese, per esigere la fine delle misure di austerità. Misure che, dal 2008, hanno congelato i loro salari, oltre a imporre individualmente una riduzione di circa 2.500 euro per anni (circa 7.500 reais). In pratica, nonostante il buon andamento dell’economia, il livello di vita delle famiglie britanniche, dove solamente il padre o la madre sono impiegati, si è abbassato considerevolmente negli ultimi sei anni. Un fattore che spiega il crescente abbandono, da parte dei giovani, delle scuole secondarie, per cercare un lavoro e la disoccupazione, che colpisce sempre più le fasce sociali giovanili.

Le manifestazioni che hanno paralizzato tutte le grandi città della Gran Bretagna, da Belfast fino a Glasgow, passando per Manchester e Londra, in realtà hanno scosso il governo conservatore di Nick Cameron, tuttavia non al punto di determinare cambiamenti concreti nell’agenda istituzionale dei ministri di Down Street.

Gli impegni assunti con la Triade (FMI, Banco Mondiale e BCE) e a livello di Unione Europea con Angela Merkel, come anche la dipendenza dalla costante valorizzazione del dollaro statunitense, devono mantenere la Gran Bretagna, la Francia e gli altri paesi dell’Unione Europea fedeli alle regole dettate dal mercato.

Un contesto, dove la crisi economica e sociale – escludendo, ovviamente, la Germania, che, oltre a essere padrona dei debiti sovrani degli altri stati, è anche chi definisce la politica economica dell’Unione Europea -, in realtà, ha raggiunto livelli allarmanti, tanto che, nei 28 paesi dell’Unione Europea, si contano 126 milioni di poveri e 43 milioni di indigenti (dati elaborati nel corso della campagna “Miseria Ladra”). Anche così, i governi europei rimangono impassibili e perfino disinteressati ad ascoltare le rivendicazioni degli strati popolari colpiti dalle misure recessive del cosiddetto Fiscal  Compact.

Anche nella prospera Germania ci sono stati molti scioperi, che non hanno modificato in nulla la politica del governo. Praticamente, le regioni di Lipsia, Halle, Hamburgo, Hannover, Berlino, Monaco e Frankfurt sono rimaste paralizzate durante una settimana, a partire dal giorno 20, a causa dello sciopero dei conduttori di treni, il cui leader, Claus Weselsky, oltre a rivendicare l’aumento salariale del 4,5%, aspirava a riaprire il dibattito sulle negoziazioni che i governi di Angela Merkel e la potente HDE (la Fiesp tedesca) hanno realizzato nel passato, ingabbiando i sindacati e tutti i movimenti di lotta.

Il sindacato dei conduttori di treni (GdL) è riuscito a ottenere un aumento salariale dello 0,25%, come risultato dell’intermediazione della direzione del partito social-democratico (SPD), che adesso in Germania è considerato il “pompiere sociale” della coalizione capeggiata da Angela Merkel. Praticamente, prima che il sindacato GdL iniziasse le negoziazioni con la dirigenza dello HDE, i pezzi grossi della SPD contattavano le TV e i principali giornali, per vantarsi di essere riusciti a ristabilire la “pace sociale”. In questo clima di perfetta manipolazione dell’opinione pubblica tedesca, non poteva mancare la potente confederazione sindacale DGB (Deutscher Gewerkschaftsbund), che, dopo aver irretito il leader della GdL, Claus Weselsky, con promesse formali (che, in realtà, non saranno mai realizzate), tornava ad appoggiare la politica economica del governo.

 

Contro il lavoro con il Job Act

Se in Germania e in Gran Bretagna l’argomento centrale delle lotte dei lavoratori è il recupero delle perdite salariali sofferte, in Italia ciò che è in gioco è la stessa occupazione, dal momento che la disoccupazione, attualmente, interessa il 12,3%  della forza di lavoro attiva. In pratica, secondo l’ ISTAT (Sistema Statistico Nazionale), dal 2008 al 2014 la disoccupazione degli Under-35 (i giovani tra i 25 e i 34 anni) è passata da 5.129.000 a 7.236.000. Il che, praticamente, significa che, negli ultimi sei anni, la disoccupazione degli Under-35 italiani è aumentata dal 39,2% al 51,2%, con più di 2.107.000 giovani che sono rimasti in strada e senza nessuna prospettiva di lavoro.

Per questo, nelle principali città industriali d’Italia, gli operai, i lavoratori precari, i disoccupati e gli studenti (che saranno i disoccupati del prossimo futuro) hanno cominciato ad esigere dalle addormentate confederazioni sindacali (CGIL, UIL e CISL) una risposta ferma. Come sempre, la CISL ha preso le distanze dai lavoratori, assumendo una posizione opportunisticamente associata al progetto neo-liberista del governo di Matteo Renzi, che, il giorno 15 ottobre, ha lanciato la nuova Legge del Lavoro Job Act.

La direzione della UIL, in conseguenza della sua tradizione progressista, per la paura di rimanere seriamente contestata dalla base, ha deciso di appoggiare la protesta della CGIL del giorno 25 ottobre contro le misure recessive del governo, mantenendo, tuttavia, una porta aperta per “rinegoziare con il governo un eventuale miglioramento del Job Act”.

Da parte sua, la dirigenza della CGIL e la propria segretaria generale della Confederazione, Susanna Camusso, hanno deciso di giocarsi tutto il proprio peso politico nella manifestazione del giorno 25 ottobre, a Roma, nella speranza di convincere il primo ministro, Matteo Renzi, e, soprattutto, la maggioranza dei deputati del PD, che appoggiano il governo, a ritirare il decreto-legge sull’abolizione dell’Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Un decreto-legge che – nel permettere alle imprese italiane di licenziare con la massima libertà – finalmente accontenta i commissari della Commissione dell’Unione Europea e della Confindustria (la FIESP italiana), che dal 1996 pretendevano dai governi italiani la modifica della legislazione del lavoro.

Giova ricordare che Silvio Berlusconi, durante i 15 anni nei quali ha guidato governi di destra e di centro-destra, ha sempre inteso imporre l’abolizione dell’Art. 18, ma non ci è mai riuscito. L’ultima volta che ci ha provato, il 23 marzo 2002, la CGIL ha risposto con uno sciopero generale nazionale, occupando il centro della città di Roma con circa tre milioni di lavoratori. Una manifestazione che ha obbligato Berlusconi non solo a ritirare la proposta di legge, ma a rassegnare le proprie dimissioni.

In pratica, quando Berlusconi adesso tenta di spiegare per quale motivo appoggia e sostiene il governo di Matteo Renzi, non esita a dire “… il nostro appoggio al governo Renzi è perché lui possa fare quelle riforme che i sindacati e la sinistra comunista non ci hanno mai permesso di fare. Inoltre, questa è una forma per evitare che la CGIL realizzi lo stesso colpo di Stato che i comunisti hanno realizzato nel 2002 contro il nostro governo!

La verità è che, dietro l’apparente gioco di parole del primo ministro Matteo Renzi, della vice-segretaria del PD, Debora Serracchiani, e del ministro dell’economia, Pier Carlo Padoan, c’è un formidabile e ben concentrato attacco politico e mediatico contro il mondo del lavoro e contro tutti quelli che difendono i lavoratori.

La Leopolda e il nuovo PD

Il confronto tra governo e mondo del lavoro è cominciato il giorno 24 ottobre, quando l’USB (Confederazione dei funzionari pubblici), a causa della storica relazione litigiosa che mantiene con la CGIL, ha proclamato una manifestazione nel centro di Roma che è stata un successo, oltre a realizzare uno sciopero di 4 ore dei trasporti pubblici (treni regionali, metro e bus di Roma). Da parte sua, i movimenti sociali sceglievano di realizzare a Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli manifestazioni nei quartieri di periferia per protestare contro la politica  economica del governo.

Poi, il giorno 25, la potente Confederazione Generale Italiana dei Lavoratori (CGIL) ha realizzato una manifestazione nazionale a Roma, dove la leader Susanna Camusso, di fronte a più di un milione di lavoratori, dava l’avviso al governo, promettendo uno sciopero nazionale generale nel caso in cui lo stesso continuasse a mantenere il pacchetto di leggi che praticamente smonta lo storico Statuto dei Lavoratori.

A questa manifestazione, hanno partecipato tutti i parlamentari del PD “contrari a Renzi” che, per la prima volta, hanno osato affrontare direttamente la nuova maggioranza del PD costruita da Matteo Renzi e logicamente omaggiata dai media e da vari settori dell’imprenditoria.

Per legittimare l’esistenza di due PD e, forse, per promuovere una scissione partitica, Matteo Renzi ha chiesto l’appoggio degli imprenditori, che hanno “offerto” due milioni di euro per realizzare, a Firenze, un incontro “interclassista” nel tradizionale locale denominato “Leopolda”, negli stessi giorni (24, 25 e 26) in cui la USB, la CGIL e i movimenti manifestavano contro l’austerità e la politica recessiva del governo.

È inutile dire che i media hanno acclamato e lodato l’incontro della Leopolda, che è stato realizzato con la presuntuosa etichetta di volere  “…dibattere le ragioni della crisi e individuare le possibili soluzioni affinché l’industria torni a crescere...”. Non bisogna essere uno scienziato politico per capire che la turma di Matteo Renzi ha organizzato l’incontro “Leopolda 2014”, in primo luogo, per squalificare la minoranza di sinistra del PD e, in secondo, per ridurre al silenzio tutti i difensori del mondo del lavoro, fossero parlamentari, giuristi, sindacalisti, intellettuali, giornalisti. Un’operazione politica molto rischiosa, dal momento che il 65% dei voti del PD sono di provenienza della classe lavoratrice.

In pratica, alla Leopolda il “guru” di turno non è stato un intellettuale di sinistra, bensì il banchiere Daniele Serra che, insieme ai rappresentanti dei piccoli e medi imprenditori, ha rappresentato il “nuovo amore” tra Matteo Renzi e il mercato, tanto che la Confindustria (la FIESP italiana), dopo la presentazione del pacchetto della legge “anti-lavoro” (Job Act), ha salutato il PD di Renzi come il nuovo Partito Nazionale. E come se si trattasse di una trama romanzesca, il primo ministro nonché segretario generale del PD, Matteo Renzi, nel suo ultimo intervento alla Leopolda, ha dichiarato: “…Praticamente, il futuro del PD va sempre più nella direzione di diventare il Partito della Nazione...”.

Un futuro difficile, dal momento che la manipolazione della storia del PD e delle sue radici politiche in mezzo alla classe operaia e ai lavoratori in generale sta per essere destrutturata da parte di questo nuovo PD di Matteo Renzi, che fa di tutto per seppellire una tradizione politica che rappresenta la storia della sinistra italiana. Infatti, dopo la manifestazione della CGIL, che ha portato a Roma un milione di lavoratori, la posizione di Renzi e del suo PD-Partito della Nazione è diventata ancora più dura con i sindacati, al punto di dichiarare pubblicamente “…Una manifestazione di piazza della CGIL non può, in nessuna maniera, modificare quello che noi, che siamo il governo, abbiamo deciso e che il Parlamento ha approvato. Pertanto, noi andiamo avanti...”.

A questo punto, Susanna Camusso, segretaria generale della CGIL, di fronte all’arroganza di Renzi e della maggioranza dei suoi ministri (che dovrebbero essere compagni dello stesso partito!), nell’intervista rilasciata al giornale La Repubblica – che è il principale supporto del governo – ha dichiarato: “…Renzi sta in Parlamento perché sono stati i poteri occulti che lo hanno deciso e chi ha confermato ciò è stato lo stesso Marchionne, l’amministratore generale della FIAT che non ha mai smentito di aver detto che Renzi stava al governo perché loro lo hanno messo là, per sbloccare le leggi del lavoro...”.

La risposta del governo è venuta subito, il giorno 29, ma con i manganelli della polizia, che nella stazione dei treni di Roma ha massacrato i metallurgici dell’AST di Terni, che pretendevano di protestare di fronte al Parlamento per denunciare la chiusura di un’altra fabbrica metallurgica da parte della multinazionale tedesca, la ThyssenKrupp. L’ordine del Ministro degli Interni, Angelino Alfano, è stato talmente energico, che nemmeno il segretario generale della Federazione dei Metalmeccanici (FIOM), Maurizio Landini, è sfuggito ai colpi polizieschi.  In risposta, la FIOM ha annunciato uno sciopero generale del settore metallurgico per il giorno 11, convocando allo sciopero i movimenti sociali, le altre federazioni e in particolare la stessa CGIL.

Un nuovo autunno caldo?

Quando, il giorno 29, le unità della polizia anti-sommossa hanno attaccato gli operai che stavano uscendo dalla stazione dei treni di Roma con le bandiere rosse della FIOM, molti si sono ricordati dell’“autunno caldo” del 1969, circostanza nella quale i governi della Democrazia Cristiana hanno tentato di ridurre al silenzio con la violenza della polizia la voce degli operai e degli studenti.

Purtroppo, la verosimiglianza si limita, appena, alla dinamica aggressiva e selvaggia dei manganelli polizieschi del momento che, in termini politici, tutto è cambiato: la classe operaia ormai non è più la stessa, la crisi economica dipende da fattori mondiali, il capitalismo nazionale è stato soppiantato dalle transnazionali, la classe politica è mera espressione di potenti lobbies, mentre la sovranità dello Stato è ogni volta più dipendente dagli interessi del mercato.

Oggi, nell’Unione Europea e, in particolare, in Italia, stiamo assistendo all’ultimo combattimento tra le due principali dottrine economiche che hanno simbolizzato il successo del capitalismo nel mondo intero: il keynesismo e il neo-liberismo. Quest’ultimo, in realtà, ha cominciato a guadagnare terreno quando, dall’intransigenza di Ronald Reagan e di Margareth Thatcher, si è passati alle sofisticate tematiche del social-neo-liberismo con la Terza Via di Tony Blair, alla quale si deve collegare la famosa “Lettera ai Brasiliani” di Inácio Lula da Silva (che ha aperto le porte del Planalto al PT lulista) e la “Grande Coalizione” della potente social-democrazia tedesca (SPD). Manovre politiche che hanno permesso, soprattutto nei paesi dell’Unione Europea, la realizzazione di una autentica contro-rivoluzione neo-liberista che, prima di tutto, ha rovesciato la sovranità degli Stati, per permettere che, in ogni nazione, fossero privilegiate, in termini istituzionali, le leggi del mercato.

L’Italia è stato il paese dell’Unione Europea che, più degli altri, ha resistito al forcing del social-neo-liberismo. Tuttavia, nel luglio del 2012, il governo, guidato da Mario Monti, grazie all’appoggio del PD, è riuscito nell’approvazione della nuova legge costituzionale, che obbliga il governo a realizzare la parità del bilancio, secondo quanto deciso dalla Triade (FMI, Banco Mondiale e BCE). Una legge che annulla l’articolo 81 della Costituzione italiana, sulla base della quale lo Stato giocava un ruolo determinante nello sviluppo del paese e che, a partire da adesso, è definito sulla base di regole e interessi del mercato.

È per questo che Matteo Renzi, in poco meno di sei mesi, è diventato segretario generale del PD, per poi fare cadere il primo ministro, Letta (un keynesiano del PD), ed esigere dal presidente Napolitano la carica di primo ministro. Fatto ciò, ha cominciato a promuovere: 1) la totale dipendenza strategica dagli USA; 2) l’attacco al mondo del lavoro, invalidando l’Articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori; 3) l’appropriazione del PD per trasformarlo in un partito simile al partito Democratico di Bill Clinton; 4) la squalificazione delle tradizioni politiche e ideologiche della sinistra e della classe operaia, considerate qualcosa di “antico”; 5) l’affermazione di un modello economico orientato e monitorato dalle lobbies delle transnazionali e dei gruppi finanziari.

Una vera contro-rivoluzione che ha spaventato perfino il Premio Nobel dell’economia 2008, Paul Krugman, e il filosofo moderato Jürgen Habermas. Infatti, per Krugman: “…La decisione di realizzare prima l’unione monetaria dei paesi europei, in luogo di rendere effettiva l’unione politica, economica e sociale, è stata una conseguenza della mentalità mercantilista del settore finanziario”. Da parte sua, il filosofo Habermas è andato più a fondo, allertando: “…le lobbies industriali e soprattutto le finanziarie aspirano a squalificare il potere decisionale dei popoli, per imporre democrazie di facciata nel continente europeo…”.

Il grande problema è che l’affermazione di questo nuovo modello economico determinerà il conseguente consolidamento di un tipo di società perfettamente strutturata per servire gli interessi dei mercati e senza strumenti di difesa. In conseguenza di tutto ciò, lo sciopero generale proclamato dalla FIOM per il giorno 11 novembre, in termini politici, è di estrema importanza, potendo determinare la nascita di una nuova sinistra o il definitivo successo della contro-rivoluzione neo-liberista in Italia.

 

* Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia, curatore del programma TV “Quadrante Informativo” e colonnista del Correio da Cidadania.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Dietro gli spots mediatici di Renzi il programma neo-liberista di sempre

pupo

Italia — A maggio, per vincere le elezioni e fare sì che gli operai con contratto stabile desistessero  dal votare il Movimento 5 Stelle, il Partito Democratico di Matteo Renzi, si è  inventato un’“integrazione per la spesa base” di R$ 250. Tuttavia, a luglio, gli Italiani hanno scoperto che le imposte sono triplicate.

di Achille Lollo*, da Roma (Italia)

Subito dopo le vacanze estive – che la maggioranza degli Italiani ha passato a casa propria per mancanza di soldi – si è concluso il primo semestre del governo di Matteo Renzi, che esprime una coalizione formata dal “Partito Democratico” (PD, ex-PDS ed ex-PCI) e tre piccoli partiti del centro-destra: il “Nuovo Centro Destra” (NCD), che Angelino Alfano ha creato nel novembre 2013 dopo aver rotto con Berlusconi e l’ala post-fascista di Forza Italia, i “Popolari per l’Italia-UDC” e “Scelta Civica”, che è la formazione politica dell’ex-primo ministro Mario Monti.

In questi primi 15 giorni di settembre, il giornale indipendente Il Fatto Quotidiano ha pubblicato una serie di articoli incentrati sulle promesse del primo ministro, Matteo Renzi, e le poche prospettive che il governo aveva per realizzare in pratica le riforme promesse. Per questo, solamente il giornale del PD, Europa, con L’Unità – che in altri tempi fu il giornale del PCI creato da Antonio Gramsci – oggi, esaltano l’impegno istituzionale del governo Renzi, giustificando in mille modi il ritardo e l’inesistenza nel Parlamento di vere proposte di legge per votare le tanto annunciate riforme.

Un contesto che, improvvisamente, si è acceso, provocando l’intervento di tutti i mezzi di informazione italiani, subito dopo che Renzi, nel partecipare al programma di TV Porta a Porta, si è inventato una nuova formula istituzionale per rimanere in carica senza affrontare nuove elezioni, col dire che ha bisogno di “ancora 1.000 giorni per fare le riforme”.

Di fronte a questo fatto, che è una conseguenza delle macchinazioni della lobby massonica alla quale appartiene Renzi e all’arroganza delle eccellenze del mercato che manovrano gran parte dei ministri, il co-direttore de Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, ha scritto tre editoriali che, in pratica, hanno smascherato l’identità politica del suo governo, dimostrando che il nuovo PD di Renzi, in pratica, avrebbe abbandonato gli ideali del centro-sinistra, per trasformarsi in un partito di centro, potenzialmente volto a stringere alleanze con gli altri partiti di centro-destra e della stessa destra di Berlusconi.

Non dovendo rendere conto né alla lobby dell’economia, né ai “circoli delle eccellenze della politica” e nemmeno ai servizi di intelligence, Marco Travaglio, nel partecipare al programma TV Servizio Pubblico, senza mezzi termini ha dichiarato: “Ormai è finito il festival delle bugie del governo Renzi. Dopo tante parole, tanti obiettivi da raggiungere, tanti programmi e proposte, alla fine, dopo tanto blá blá blá, nessuna riforma strutturale è stata realizzata e nessuna misura seria è stata presa per fare uscire l’economia italiana dal pantano della crisi, una crisi tipicamente italiana che è esplosa a causa delle misure imposte dalla Germania e dalla triade, cioè, dall’FMI, dal Banco Mondiale e dal Banco Centrale Europeu (BCE)”.

Riforme o privatizzazioni?

È proprio vero che, negli ultimi 20 anni, tutti i governi, quelli di destra, capeggiati da Berlusconi, o di centro-sinistra, guidati da Prodi o D’Alema, non hanno fatto nulla in termini di innovazione, permettendo che le istituzioni (governo nazionale, governi regionali, giunte provinciali e governi municipali) si trasformassero in autentici banchi di prova per affari sporchi o illegali, per eccesso di asineria o di corruzione.

Uno scenario che, già nel 2008, quando è esplosa la crisi della bolla finanziaria, presentava, con ogni evidenza, tutte le problematiche che, oggi, stanno spingendo il paese sempre più nella direzione di una recessione davvero tenebrosa.

E per quale motivo Berlusconi, Prodi o D’Alema non hanno fatto nulla per impedire la crescita della disoccupazione? Per quale motivo non è stato fatto nulla per stabilizzare la situazione del debito pubblico e, in particolare, per ridurre i costi della politica o della macchina statale?

La verità è che, oggi come ieri, è il “potere” che impedisce e ostacola qualsiasi tipo di cambiamento istituzionale, soprattutto le riforme che potrebbero modificare la dipendenza che lo Stato italiano presenta verso la triade FMI, Banco Mondiale e BCE in ambito finanziario, con la Germania/Unione Europea in termini di pianificazione dell’economia e con gli Stati Uniti/Nato, in ciò che riguarda le questioni geo-strategiche.

Diciamo che l’Italia, da 20 anni, vive in uno status quo imperativo che ha impedito allo stesso PD di essere un vero partito social-democratico, trasformandosi, sempre più, in un partito che ha rinnegato la sua storia e i suoi ideali, per convergere con più rapidità e dinamismo al centro, cioè, in direzione del potere, per essere accettato dal mercato a governare.

È evidente che il processo di trasformazione politica che i partiti italiani, in particolare il PD e Forza Italia, hanno accettato e stimolato ha avuto conseguenze tragiche, nel senso che il cosiddetto “consenso politico popolare”, in realtà, è sparito. Oggi, i partiti si muovono seguendo le regole del marketing elettorale, per portare avanti programmi di governo che, in realtà, sono state definiti da differenti “centri di eccellenza”. In questi programmi, l’imperativo sono le formule che i politici devono implementare per garantire il “controllo sociale”, permettendo, così, sempre più il lucro di certi tipi di gruppi impresariali e la stabilità finanziaria per specifici strati della società.

In questo senso, le riforme sociali ed economiche sono totalmente esautorate e manipolate. Per esempio, la riforma dell’insegnamento universitario (Riforma Gelmini) non è stata fatta per incentivare la ricerca nelle università o per elevare i livelli d’insegnamento. In realtà, questa riforma è servita a trasformare le università pubbliche in “scuolone”, facendo ritirare da esse gli studenti-lavoratori con la riduzione dei corsi universitari da cinque a tre anni. Allo stesso tempo veniva introdotto un processo selettivo di “elitizzazione” con i dottorati di specializzazione, che si sono trasformati in un’esclusività delle facoltà private.

Tuttavia, i problemi più gravi dell’Italia sono nei settori che si rapportano allo sviluppo industriale e che hanno molto a che vedere con l’ampliamento della disoccupazione e con l’uscita dal mercato del lavoro dei lavoratori che sono nella fascia d’età tra i 45 e i 60 anni. Uomini e donne che sono disoccupati non per essere vecchi, ma perché i loro costi lavorativi sono maggiori di quelli che gli impresari pagano per un giovane di 20 anni, che lavora con contratti flessibilizzati o perfino nel mercato nero (senza contratto).

Di fronte a tutto questo e con molta ragione, Marco Travaglio  ha denunciato che: “le riforme di Renzi sono diventate un sogno per gli Italiani, qualcosa che serve per non entrare nella disperazione. Ed è stato con questo sogno che Renzi e i politici del suo gruppo, adesso, pretendono di continuare a sedurre i suoi elettori”.

La denuncia di Travaglio, purtroppo, ha senso, visto che il governo Renzi non ha trovato resistenze nella società, tanto nel proporre la vendita delle ultime imprese pubbliche quanto nel tentare di annullare il peso politico dei referendum popolari, che impediscono la privatizzazione delle imprese pubbliche dell’acqua.

Non c’è dubbio che nei prossimi “1000 giorni di Matteo Renzi” quasi tutte le imprese pubbliche saranno vendute per permettere al governo di fare cassa, dato que, il giorno 30 agosto, il primo ministro ha firmato un decreto che vieta gli aumenti di salari per i dipendenti pubblici, i quali rimangono congelati dal 2007.

Un decreto che è stato fatto, semplicemente, perché il Ministro del Tesoro ha detto che “gli aumenti salariali dei dipendenti ostacolano gli obiettivi e i costi fissati dal governo nel bilancio del 2015 e in quello dei prossimi anni”. Vuol dire che l’Italia è a un passo dalla bancarotta!

 

 

Un PD neo-liberista?

Durante la presidenza di Pierluigi Bersani e prima di lui di Massimo D’Alema e Walter Veltroni c’è sempre stata una lotta in seno al PD, nella quale la parte maggoritaria del partito pretendeva di adeguare alla logica social-democratica la nuova realtà del paese, mentre un’accanita minoranza voleva fare il salto in avanti, tagliando il passato di sinistra per assumere il neo-liberismo, come ha fatto Tony Blair.

La pressione elettorale della destra e dello stesso Berlusconi, in realtà, hanno impedito che in seno al PD si arrivasse a un vero dibattito sul futuro del partito. Per questo, la falsa unità partitica del PD e la degenerazione della propria storia politica hanno generato in seno al partito una serie di contraddizioni che, nel 2012, sono state saggiamente raccolte da nuovi gruppi politici che mai si sono identificati con la storia dell’antico PCI o con la politica della social-democrazia.

Erano i gruppi “progressisti” della Democrazia Cristiana, che, dopo lo smantellamento di questo partito nel 1999, avevano trovato nel PD una nuova “chiesa politica dove organizzare il loro futuro politico”.

Renzi, i ministri del suo governo e i membri della nuova segreteria del PD, come anche i principali dirigenti regionali di questo partito, appartengono a questo nuovo flusso, che non vede nessun problema a negoziare con Berlusconi o a convivere con partiti di destra.

Per questo, molti italiani, oggi, mettono in discussione il PD e lo stesso primo ministro, chiedendo loro di sapere che futuro stanno preparando per l’Italia, dal momento che il paese sta correndo il rischio di essere “commissariato” da parte dell’Unione Europea e sommerso da imposte e tagli di bilancio, per soddisfare gli obiettivi finanziari fissati a Bruxelles.

Tuttavia,  bisogna dire che il successo di Matteo Renzi in seno al PD ha finalmente fatto sì che il Partito Democratico perdesse tutte le ambiguità e le fascinazioni che Massimo D’Alema e Walter Veltroni avevano mantenuto in piedi per non perdere il voto dell’elettorato tradizionale di sinistra e, pertanto, per non alienarsi la simpatia delle nuove generazioni, che hanno creduto nella necessità di trasformare il PCI in PDS (Partito Democratico della Sinistra) e poi in semplice Partito Democratico, senza perdere le sue connotazioni di sinistra. Purtroppo, è andato tutto storto.

* giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato in Italia e curatore del programma TV “Quadrante Informativo”.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

Quo vadis, Partito Democratico?

di Achille Lollo (ROMA), per il Correio da Cidadania  – São Paulo/Brasile, il 10/12/2013* 

Questo è l’interrogativo che la maggior parte degli elettori del PD si pone dopo le elezioni primarie dell’8 dicembre, in cui Matteo Renzi, sindaco di Firenze, ha guadagnato la carica di Segretario Generale, insieme a dodici quadri sconosciuti, membri della nuova direzione che, ora, intende “rottamare”, cioè “mandare via” il vecchio gruppo dirigente, uscito dal compromesso storico di Enrico Berlinguer e dalle “larghe intese” di Giorgio Napolitano.

In questo contesto – che tutti i media esaltano – la caratteristica politica principale dell’”Onda Matteo Renzi” è che con lui il PD non attaccherà il capitale finanziario o il mondo degli affari. Infatti, la Confindustria (CIESP italiana), i dirigenti del “mainstream mediatico”, il Dipartimento di Stato e la Banca Centrale Europea sono ben consapevoli del fatto che Renzi è solo un “democratico progressista”, che non ha mai avuto a che fare con il marxismo e che non ha mai aderito alla contestazione giovanile! Renzi è, praticamente, il prodotto politico e culturale della crisi ideologica che il PCI ha introdotto nella sinistra italiana quando ha optato per il voler entrare nelle stanze del potere, sostenendo la componente progressista della Democrazia Cristiana. Infatti, la componente “cristiano sociale”, i cui leader principali sono il capo del governo Enrico Letta e Dario Franceschini, oggi è quasi maggioranza nel PD.

D’altro canto, Renzi, nel manifestare il progetto di ringiovanire il partito, ha anche rivelato che il suo obiettivo è quello di porre fine alle icone del passato, che, dal 1989, hanno favorito la mascheratura politica del “PCI – PDS – Ulivo – PD”. Dichiarazioni che soddisfano pienamente le eccellenze del capitale, perché, in questo modo, il PD completerà la sua proiezione social- democratica, per assumere, concretamente, il cammino del social-neoliberalismo, anche conosciuto come Terza Via. Se davvero questo accadrà, in molti sindacati e, soprattutto, nel Sindacato confederale CGIL e nella Federazione dei Metalmeccanici(FIOM), molte tessere del PD saranno bruciate in segno di protesta. Una contestazione fatta dai settori di sinistra della base operaia che, tuttavia, non modificherà la direzione che il partito va assumendo.   

A grandi linee, la possibile trasformazione politica del PD, intende mandare in pensione la vecchia guardia berlingueriana, cioè dirigenti storici come D’Alema, Veltroni, Epifani, Bersani, Finocchiaro, Rosy Bindi, etc. che, nel PD, sono i referenti di potenti “correnti” che controllano il 68% “dell’apparato partitico”.

Un problema complicato che Matteo Renzi e, soprattutto, i suoi dodici apostoli della Segreteria, dovranno affrontare con molta attenzione, perché senza questo 68% il PD non si mette in moto e, in caso di conflitto interno, può bloccarsi definitivamente, dal momento che il Partito Democratico, dalla sua fondazione nel 2007, ha preferito professionalizzare il personale indicato dalle correnti, al posto di ricorrere al volontariato dei militanti. In questo modo, in pochi anni, il controllo del partito è passato nelle mani delle correnti che, apparentemente, dicono di tenere all’unità del partito, ma, in realtà, praticano un’aspra lotta sotterranea in tutte le federazioni e circoli di partito.

Basti ricordare il famoso “caso dei 101 sabotatori”, cioè dei 101 parlamentari del PD legati alle correnti che hanno bloccato l’elezione a presidente di Romano Prodi, aprendo così il cammino al secondo mandato di Giorgio Napolitano, antico leader della corrente “migliorista” nel PDS (ex-PCI) di allora e grande alleato della  nomenclatura berlingueriana, comandata da Massimo D’Alema.

Ma se la situazione del PD è tanto ingarbugliata, perché due milioni di elettori del PD hanno scelto Matteo Renzi e non il candidato continuista, Gianni Cuperlo?

Prima di tutto perché Renzi è un candidato giovane, estremamente comunicativo, che non usa tergiversare quando parla, che sa accontentare le platee e, dunque, dire quello che loro vogliono sentirsi dire. In pratica, è un populista moderno che ha incantato tutti quelli che hanno perso la fiducia nel PD e la speranza di governare l’Italia in un’ottica di sinistra. Infatti, quasi la metà dell’elettorato del PD è formato da “comunisti” che, per assurdo, credono che i dirigenti che nel 1989 hanno sepolto il PCI e l’ideologia del marxismo, sono ancora comunisti! Un equivoco politico e storico che si è consolidato a partire del 1994, come riflesso della grande nostalgia per il PCI e per la incapacità di Pietro Ingrao e dei dirigenti del PRC (Partito della Rifondazione Comunista) di rifondare il Partito Comunista Italiano.

Nell’analizzare il complesso scenario della crisi del PD, bisogna dire che la vittoria di Matteo Renzi è stato un male inevitabile per la salvezza di questo partito, visto che D’Alema o Bersani non sono mai riusciti a far sì che il PD diventasse un vero partito social-democratico e anche Veltroni non è mai riuscito a trasformare il PD in un partito liberal-democratico clintoniano. Infatti, lo stesso D’Alema, ha ammesso che “… la vittoria di Matteo Renzi permetterà al PD di ricomporre i vincoli di fiducia con l’elettorato e così allontanare la grave crisi che aveva sommerso il PD in questi ultimi due anni”.

Sarà, quindi, su questa base, che, nei prossimi mesi, i dirigenti delle correnti dovranno stilare un tacito accordo con Renzi, dal momento che il PD deve sostenere il governo delle larghe intese  di Enrico Letta, almeno fino al luglio 2014, visto che il 22 giugno si terranno le elezioni europee.

Elezioni che il PD deve assolutamente vincere per dare ossigeno politico al governo guidato da Enrico Letta, e di conseguenza, fissare le elezioni legislative solo nel maggio 2015.

Per garantire questo ordine del giorno è necessario che il nuovo segretario del Pd, Matteo Renzi, lavori in tandem con il primo ministro, Enrico Letta, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e la Segretaria Generale della CGIL, sindacato confederale, Susanna Camusso. Come dire dare continuità, in termini economici e finanziari, ai legami di dipendenza che l’Italia mantiene con la Troika (FMI, Banca Mondiale e BCE). A livello politico, il governo e il PD dovranno rispettare tutti i parametri di austerità fissati dalla BCE, e attuare le direttive dell’Unione Europea per ridurre il debito pubblico che ha raggiunto il 132% del PIL. Per quanto riguarda il contesto geo-strategico della regione mediterranea, le regole saranno sempre dettate dai generali del Pentagono e della NATO. Questioni che Matteo Renzi non ha mai messo in discussione, mai criticato, e che mai avrà il coraggio di mettere in discussione nelle riunioni di Segreteria de del PD.

Il 9 ° Congresso del PRC che i media hanno ignorato

Per la prima volta negli ultimi venti anni di storia del giornalismo politico italiano, tutti gli organi del mainstream mediatico, che si tratti di giornali, riviste, radio, televisione o addirittura webtv, hanno censurato il PRC (Rifondazione Comunista), rifiutando di scrivere una sola riga sul IX Congresso di quel partito. Non è esagerazione, ma la semplice verità, dal momento che fino al giorno 10 nessun giornalista del quotidiano “progressista” La Repubblica ha criticato gli “pseudo-comunisti del PRC”, come fa sempre e nessun editorialista de L’Unità (il giornale del PD) ha ripetuto i malevoli commenti, con i quali questo giornale ha sempre attaccato il PRC.

Praticamente nessuno ha fatto passare la miserabile piccola nota con 250 caratteri per dire che “… dal 6 all’8 dicembre si è tenuto a Perugia il Congresso del PRC ( Partito della Rifondazione Comunista), che in questi ultimi due anni ha subito 5 scissioni e una fuga massiccia di militanti, che hanno determinato la retrocessione elettorale a meno del 1,5 % …”.

La ragione è semplice, forse quella di sempre: le eccellenze della destra, del centro-destra e del centro-sinistra, all’unisono, hanno deciso che i media mainstream, per ampliare ulteriormente la crisi politica che Paolo Ferrero e Claudio Grassi hanno determinato nel PRC con le loro devastanti proposte elettorali e organizzative, si doveva ignorare la realizzazione del Congresso del PRC.

Una situazione difficile per un piccolo partito comunista come il PRC, che non ha più il suo giornale Liberazione, per comunicare con il movimento e con la società, non tanto per mancanza di soldi, ma per eccessi di incompatibilità politica nella redazione. Infatti, quando i conflitti politici ruppero l’unità nella Commissione Politica Nazionale (CPN), alcune “tendenze” hanno cominciato ad agire come mini-partiti all’interno del PRC, esasperando ulteriormente le liti personali e le presunte “differenze ideologiche”, alimentando, così, la corsa verso la scissione. La prima è stata SEL (Sinistra, Ecologia e Libertà), dopo c’è stata Sinistra Critica, poi c’è stato il PCL (Partito Comunista dei Lavoratori); ancora, la Sinistra anti-capitalista e, infine, è stata la volta della Ricostruzione del Partito Comunista!

In questo contesto di frammentazione politica e ideologica, Claudio Grassi – leader della corrente di maggioranza “Ricostruire la sinistra”, in questo Congresso ha proposto la formazione di una “Syriza italiana”, con la quale si potrebbe tornare nell’universo parlamentare e negoziare un’alleanza elettorale con il PD. Praticamente, Claudio Grassi sogna di consolidare la formazione di un nuovo partito federativo della sinistra alternativa, i cui soggetti principali sarebbero il PRC, guidato da Paolo Ferrero, SEL (Socialismo, Ecologia e Libertà) di Niki Vendola – che è già in Parlamento per aver sostenuto il PD alle ultime elezioni – e il PdCI (Partito dei Comunisti Italiani) di Oliviero Diliberto – che anche supporta il PD a livello regionale. Una proposta che è stata fischiata al Congresso e che ha meritato una critica da parte dello stesso Segretario Paolo Ferrero, che, da parte sua, si propone di dare una nuova identità alla sinistra italiana senza essere legati all’apparato elettorale del PD e del centro-sinistra.

Tuttavia, ciò che più ha sorpreso in questo congresso, dal punto di vista ideologico, è stata la “Mozione 3”, che è un documento politico presentato da Raul Mordenti e Andrea Fioretti, che ha praticamente riassunto le conclusioni delle discussioni svoltesi nella base (federazioni e circoli cerchi del PRC). Un documento politicamente interessante, che ha rotto con la falsa partita antagonista tra Paolo Ferrero e Claudio Grassi. Infatti, nella sua introduzione, la “Mozione 3” respinge e condanna il concetto e la pratica delle tendenze e auspica la ripresa del lavoro politico sul territorio, per arrivare finalmente a rifondare il Partito Comunista in una prospettiva comunista gramsciana e non solo parlamentare.

La linearità delle proposte politiche della Mozione 3, il suo impegno per l’ideologia marxista e la tenacia con cui sono state salvate le idee di Gramsci, in realtà hanno impedito che il duo Ferrero-Grassi verticalizzassero il dibattito congressuale a loro favore. Per questo motivo, non c’è stata l’elezione del nuovo vertice di dirigenza, che si terrà solo dopo un’ulteriore discussione nelle basi (federazioni e circoli). È anche per questo che il “mainstream mediatico” ha ignorato il Congresso e non ha detto nulla circa le proposte politiche della mozione 3, che, in realtà, erano l’elemento innovativo principale di questo IX Congresso del PRC. Proposte che determinerebbero, molto probabilmente, il ritorno del PRC sulla scena politica e il suo ruolo come vero Partito Comunista Italiano, con una linea classista, anti-capitalista, di solidarietà anti-imperialista con i popoli in lotta.

*Achille Lollo è un giornalista italiano, corrispondente di Brasil de Fato.

[Trad. dal portoghese per ALBAinformazione di Marco Nieli]

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