Elezioni Venezuela: chi lotta contro l’imperialismo Usa è con Maduro

di Paolo Becchi – ilfattoquotidiano.it

Oggi 6 dicembre il popolo venezuelano è chiamato alle urne per rinnovare la Camera legislativa, che avrà tra l’altro il potere di ratificare i trattati internazionali per i prossimi 5 anni. Si tratta di un passaggio chiave per la “rivoluzione bolivariana” impressa dall’ex Comandante Hugo Chávez dalla sua prima vittoria elettorale nel 1999. Tornata elettorale, certo, importante ma a differenza di quello che molti oggi affermano, non decisiva in quanto il presidente Maduro resterà in carica fino al 2019. Negli Stati Uniti d’America, ad esempio, il presidente Obama, non è finito politicamente dopo aver perso la maggioranza al Congresso.

Quello che viene considerato un “regime”, si è dotato di un sistema di rilevazione di votazione tra i più efficaci al mondo. L’avvocato Eva Golinger, su RT di questa settimana, riprendendo quanto già detto dall’autorevole Centro Carter (presieduto dall’ex presidente Usa Jimmy Carter) scrive: “Il processo elettorale venezuelano possiede una tripla protezione contro i brogli. In primo luogo, ogni elettore presenta la propria carta d’identità con foto e impronte digitali che sono registrate e verificate presso la banca dati del Centro Nazionale Elettorale (CNE). Dopo, l’elettore si reca alla macchina elettronica per esprimere il proprio voto che viene immediatamente registrato nel sistema elettorale. Infine, la macchina produce una ricevuta di verifica che sarà depositata dall’elettore in un’urna. Per impedire la possibilità di effettuare una votazione doppia, un dito dell’elettore verrà segnato con inchiostro indelebile”. L’avvocato, inoltre, si sofferma su quel che avviene una volta concluse le operazioni di voto: “Alla chiusura dei seggi, sul 54% delle macchine viene effettuata una verifica, con la presenza di esponenti di tutti i partiti politici. Dopo la verifica si procede anche a un confronto con le ricevute presenti nelle urne”.

In questi mesi l’opposizione, già protagonista di un colpo di stato nel 2002 contro Chávez (che ha scatenato una guerriglia urbana costata la vita a 43 persone e il ferimento di quasi 900 persone), ha scelto di continuare a utilizzare le solite tecniche di destabilizzazione e di fungere da tramite delle oligarchie finanziarie nord-americane e spagnole, per riappropriarsi delle enormi risorse energetiche tornate ad essere con la rivoluzione patrimonio del popolo venezuelano. Il suo obiettivo è palese: destabilizzare il Paese, abbandonare il regime di cambi fissi bolivar-dollaro, e proporre una nuova alleanza con gli Stati Uniti: il Venezuela e tutta l’America Latina di conseguenza, devono tornare a essere il ‘patio trasero’ degli Stati Uniti d’America.

Per questo è da tempo in atto una forte campagna mediatica volta a screditare il presidente Maduro e i principali dirigenti bolivariani come Diosdado Cabello, vicepresidente del Psuv e presidente dell’Assemblea nazionale venezuelana. Paradigmatici in tal senso sono i maldestri tentativi di coinvolgere queste due figure in mai provati traffici di droga.

Scrive Nil Nikandrov su Strategic Culture che l’attacco della propaganda basata sulla storia di ‘parenti del presidente Maduro’ coinvolti nel traffico di droga, preparata dai servizi speciali degli Stati Uniti, si è rivelato un fallimento totale. Non c’erano prove, per questo la vicenda non ha avuto seguito.

Si è poi passati a descrivere i vari “misfatti del sanguinoso regime di Maduro”. Uno dei leader dell’opposizione, Luis Manuel Díaz, è stato ucciso durante un incontro pre-elettorale nello Stato di Guárico. Ancor prima che le forze dell’ordine avessero avuto il tempo di aprire un’inchiesta per l’opposizione era stato il ‘regime sanguinario di Maduro’ a compiere il crimine. Lilian Tintori, in particolare, la moglie del leader dell’opposizione in carcere Leopoldo Lopez, ha gettato benzina sul fuoco. I servizi degli Stati Uniti, prosegue Nikandrov, hanno scelto Lilian Tintori come il volto nuovo dell’opposizione venezuelana dopo che il marito è stato arrestato con l’accusa di attività terroristiche che hanno portato alla morte decine di persone.

Tintori ha ricevuto ampi fondi per i suoi tour in tutto il paese per esporre ‘i malefici della tirannia’. Secondo la Tintori, il Venezuela non aveva mai visto repressione crudele come nel corso di questo anno, con polizia e militari che possono usare le armi contro i cittadini. Più o meno, sottolinea correttamente Nikandrov, quello che Maria Corina Machado diceva nei suoi attacchi di propaganda contro l’allora presidente Hugo Chávez. Washington aveva riposto grandi speranze su di lei, ma la sua immagine si è offuscata col passare del tempo e ora il testimone è passato a Tintori (con il relativo finanziamento).

Nella guerra di destabilizzazione c’è poi il capitolo Luiz Almargo, l’attuale segretario generale dell’Organizzazione degli Stati americani (OSA), che non ha aspettato i risultati preliminari dell’indagine ed ha subito aderito alla campagna anti-Venezuela. Da ministro degli Esteri dell’Uruguay di José Mujica e amico del Venezuela a nemico della rivoluzione bolivariana, il passaggio è stato breve. Nei suoi commenti sulla morte di Diaz Almargo non ha perso tempo a dichiarare che: “Non è un caso isolato, si verifica in concomitanza con altri attacchi condotti contro altri leader politici dell’opposizione, in una strategia che cerca di intimidire l’opposizione”. E ancora: “L’assassinio di un leader politico infligge una ferita di morte per la democrazia”, ha scritto in un comunicato dell’OSA. Va sottolineato che, dopo questo accuse, José Mujica, l’ex presidente dell’Uruguay, si è pubblicamente dissociato dalle dichiarazioni di Almargo.

Il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha subito ovviamente condannato l’ uccisione di Diaz: “Questo è stato il più mortale dei numerosi attacchi recenti di intimidazione ai candidati dell’opposizione”, ha dichiarato il portavoce del Dipartimento di Stato, John Kirby, in un comunicato.

Kirby si è poi riferito a “persone in maschera” che sparavano in aria contro l’opposizione durante i comizi. Il Partito Socialista Unito del Venezuela ha detto di non avere alcun tipo di relazione con tali provocazioni (del resto è quasi comico pensare che per una tale operazione si decida di far indossare ai protagonisti le divise del partito), ma i media di opposizione riportano regolarmente tali notizie. E’ stato, in particolare, riferito che domenica scorsa nel quartiere della capitale di Petara una dozzina di uomini che indossavano camicie rosse e maschere, armati di fucili, pistole automatiche e revolver hanno bloccato l’ingresso ad un gruppo di opposizione. Hanno sparato in aria, almeno un centinaio di volte per disperderli. Le camicie rosse bolivariane sono regolarmente utilizzate dall’opposizione per screditare i sostenitori di Nicolas Maduro e Psuv.

L’ambasciatore del Venezuela presso l’Organizzazione degli Stati Americani, Bernardo Alvarez ha denunciato una campagna di destabilizzazione della destra nazionale e internazionale per delegittimare le elezioni del prossimo 6 dicembre: “Si stanno già preparando per denunciare una frode elettorale”. L’ opposizione ha infatti rifiutato di firmare un accordo di accettazione dei risultati elettorali proposto dall’Unasur e sottoscritto da Maduro in rappresentanza del Gran polo patriottico, la coalizione chavista che attualmente governa il paese.

Si prefigura dunque uno scenario da Piazza Maidan: le opposizioni che scendono in piazza a denunciare brogli e l’inizio degli scontri, senza dimenticare che, nel colpo di stato del 2002, anche il Venezuela ha conosciuto la macabra sorpresa di ignoti cecchini che sparano sulla folla con i media complici che poi incolpano il governo. Un film già visto che speriamo di non vedere ancora una volta. E tutto questo per far ritornare il Venezuela sotto il dominio degli Stati Uniti.

[con la collaborazione di Alessandro Bianchi]

L’Europa e la Nuova ALBA latinoamericana

di Paolo Becchi – www.ilfattoquotidiano.it

Nel racconto distorto dei media mainstream, la “crisi” in Europa è ormai finita, i paesi hanno agganciato la “ripresa” e le “riforme”, anche in Grecia, hanno funzionato. Per Renzi e tutti i media a reti unificate, l’economia italiana ha cambiato marcia.

La realtà e un’altra. La partecipazione alla zona euro ha prodotto per i paesi dell’Europa meridionale – ma questo difficilmente lo leggete sui giornali – una stagnazione-recessione permanente e una trappola debito-deflazione peggiore di quella registrata negli anni ’30. Con un giovane su due che non lavora e con la necessità di reprimere i salari all’infinito per compensare i gap di competitività all’interno della trappola euro: l’Europa del sud è di fronte a un bivio storico.

Continuare su questa strada che conduce al suicidio, oppure, fare come in America Latina è stato fatto dopo la “larga noche neoliberal” dove i paesi del subcontinente americano languivano sotto il tallone di ferro dei regimi neoliberisti.

Quindi rompere la gabbia e creare una nuova alleanza basata sulla razionalità economica, la solidarietà, la cooperazione. L’Alba-Tcp (Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nuestra America – Trattato di Commercio per i Popoli) è un progetto originale, una nuova forma di integrazione regionale completamente differente da quelle già conosciute e preesistenti. Concepita come Alternativa Bolivariana per i Popoli di Nuestra America, l’alleanza si definisce come un’opzione latinoamericana che lotta per l’indipendenza e la sovranità dei popoli della regione. Un progetto di cooperazione politica, sociale ed economica promossa dal Venezuela e da Cuba il 14 dicembre 2004 a cui aderiscono oggi anche BoliviaNicaragua, Ecuador, Saint Vincent e Grenadine, Antigua e Barbuda, Dominica – in alternativa al modello dominante delle aree di libero scambio figlie del processo di globalizzazione e dei principi neo-liberisti, alla base della crisi senza fine dell’Occidente. In risposta alla brutale dissoluzione sofferta in più di un decennio di egemonia neoliberista – si legge nello Statuto – si impone il rafforzamento dello Stato sulla base della partecipazione del cittadino negli affari pubblici.

Le parole inserite nello statuto dell’Alba-Tcp evidenziano la volontà di creare un’unione tra Stati che conservano intatta la propria sovranità. Un’unione che sia strumento per raggiungere uno sviluppo giusto e sostenibile, la complementarità economica e la cooperazione tra i paesi partecipanti in luogo della competizione.

E’ lampante la differenza che intercorre tra l’alleanza latinoamericana e la fallimentare Unione europea basata sul liberismo sfrenato e la competizione, dove regole e moneta unica sono state congegnate al solo scopo di favorire il modello mercantilistico tedesco.

A pochi mesi dalla sua genesi, l’Alba bolivariana ha già iniziato a dare i suoi frutti. Il Venezuela, in cambio dell’export di petrolio e di materiali da costruzione verso Cuba, può attualmente beneficiare del lavoro di 20.000 dottori cubani, i quali hanno aperto cliniche mediche nei barrios e nelle comunità rurali che non hanno mai goduto dei servizi medici – i cosiddetti Centri Diagnostici Integrali, costantemente presi d’assalto dagli uomini dell’opposizione come accaduto durante le guarimbas – mentre grazie ai programmi di alfabetizzazione “milioni di venezuelani hanno imparato a leggere e a scrivere”. Il tutto è stato finora realizzato con grande fluidità, senza passare attraverso l’intermediazione dei sistemi bancari internazionali e tralasciando gli interessi delle grandi compagnie. Ma l’isola caraibica non è l’unico partner affidabile per il Venezuela bolivariano. L’iniziativa di Chávez si è fatta largo anche nel Cono Sud, coinvolgendo i principali governi della regione nella costruzione di solidi legami di cooperazione, a cominciare dall’Argentina “che paga per gli 8 milioni di barili di greggio venezuelani importati, non in contanti o in valuta, bensì con i bovini, di cui abbonda”.

Mentre  Geoge W. Bush voleva imporre l’Alca – un trattato di libero mercato che avrebbe annullato le sovranità e libertà dei singoli popoli per i profitti delle multinazionali – questi paesi hanno saputo dire di no con un progetto di integrazione innovativo e vincente per il benessere interno e la pace delle popolazioni. Prendendo a riferimento il Venezuela la spesa sociale è più che raddoppiata: nel 1998 veniva investito l’11,3% del Pil, mentre attualmente la cifra supera il 23%. Oltre 20 milioni di persone hanno beneficiato delle cosiddette Missioni Sociali“. Attualmente 2,1 milioni di persone ricevono una pensione di vecchiaia, mentre in epoca di regime neoliberista solo in 387mila ricevevano una pensione. Altro ambito dove il Venezuela ha compiuto grandi passi avanti rispetto al passato è quello relativo alla salute pubblica. La missione “Barrio Adentro“, che garantisce assistenza primaria grazie a 8300 medici cubani e 7000 cliniche, ha permesso di salvare la vita a circa 1,4 milioni di persone. La mortalità infantile è stata drasticamente ridotta, mentre aumenta il numero di medici per abitanti: dai 18 ogni 10mila del 1998 agli attuali 58.

Quando oggi Obama vuole imporre il Ttip (l’Alca europeo) e quando il regime di Berlino, Bruxelles e Francoforte umilia quotidianamente la nostra libertà, democrazia e sovranità, bisogna ricordare quest’esperienza nel dibattito. Ci si deve interrogare sull’apologia del libero commercio e del libero mercato, come se solo questi bastassero per garantire automaticamente migliori livelli di crescita e di benessere collettivo. Senza un chiaro intervento dello Stato diretto a ridurre le disuguaglianze tra i paesi, il libero commercio tra paesi diseguali non può condurre che al rafforzamento dei più forti a discapito dei più deboli. Rafforzare l’integrazione latinoamericana richiede un’agenda economica definita per gli Stati sovrani, al di fuori dell’influenza nefasta degli organismi internazionali. L’Alba sostiene che “il commercio e gli investimenti non debbano essere fini a se stessi ma come strumenti per ottenere uno sviluppo giusto e sostenibile”.

Tutti questi paesi dell’Alba sono oggi sotto attacco dalle forze neo-liberali con guerre economiche e golpe morbidi, dimostrando coma la via intrapresa sia quella giusta. Dopo l’umiliazione della democrazia in Grecia e Portogallo, è chiaro ormai a tutti gli osservatori che da questa trappola chiamata euro da soli è difficile uscire e che la lotta contro il tiranno di Bruxelles e Francoforte sarà  molto lunga e dura. Per affrontarla nel modo appropriato bisogna unire le forze in Europa del sud. Perché non guardare come modello a chi quelle catene le ha sapute spezzare nel nome della sovranità, autodeterminazione, pace e politiche sociali. Perché non guardare a chi invece del profitto, di parametri e stupidi vincoli d’austerità ha esportato solidarietà, medici e diritti sociali?

[Con la collaborazione di Alessandro Bianchi]

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